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Wim Wenders
-

Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Fabrizio (del 05/05/2013 @ 09:09:53, in Italia, visitato 1392 volte)

(immagine da GialloZafferano)

Quanto segue è uno dei miei soliti minestroni, messo per iscritto tentando di dar ordine a diverse idee senza un'orbita precisa. Ribollita, che è un minestrone da mangiarsi freddo, a qualche giorno dalla cronaca. Insomma, sfogo e (forse) ragionamento, dove ai classici ingredienti della ribollita aggiungerò quel tanto necessario di piccante, come si addice alla cucina della MAHALLA.

I prezzemolini

All'inizio erano le vallette, poi furono le veline, infine le prezzemoline. Trent'anni e passa di storia televisiva, di un paese dove la politica si è fatta televisione. Prezzemoline erano quelle star (tarde o acerbe) di cui nessuno ha mai capito bene la funzione, ma che spuntavano fuori ad ogni trasmissione, a volte per un balletto, talvolta solo per ridere o sorridere, altre (ahinoi!) per fornire il loro parere su qualsiasi cosa passasse in mente al conduttore. Parabola di persone assolutamente inutili e fuori contesto, che non si rassegnano a stare lontano dai riflettori. Ma si sa, se una cosa funziona per il mondo femminile, zitti zitti i maschi se ne appropriano.

L'ascaro

Avrebbe dovuto capirlo da tempo (quando passò da editorialista del Corriere a firma del Giornale) che i tempi stavano cambiando. Era convinto di aver trovato un suo ruolo, remunerato, nella nostra società: giornalista ben visto negli ambienti "giusti", parlamentare europeo, con una marea di confratelli immigrati da linciare (almeno virtualmente, visto l'impossibilità di farlo fisicamente). Il suo capolavoro: la conversione (fatto estremamente privato) al cattolicesimo, vissuta come un vero e proprio evento mediatico.

E poi, una triste china discendente verso l'oblio. Provò a far parlare nuovamente di sé, quando annunciò urbi et orbi che visto che non gli piaceva il nuovo papa, non giocava più a fare il convertito. La risposta altrettanto urbi et orbi, destre ecclesiali comprese, fu "Magdi chiiii?"

Lo sapevamo (non ditemi di no...) che alla nomina di un ministro all'integrazione, il nostro avrebbe rimesso fuori la testolina, per dare la sua opinione, sprezzante e credo non richiesta. Non richiesta, non decisiva (chi mai gli ha dato retta?), giusto per ricordarci della sua tutto sommato inutile esistenza.

I crociati

Ma l'ascaro è il caso (estremo) di altoparlante, e la voce? La troviamo nelle persone di Salvini (il pragmatico) e Borghezio (il fattone) di un partito che in 20 e passa anni ha promesso e minacciato di tutto:

  • dalle carrozze riservate ai milanesi, al portare un maiale (suppongo leghista) ad urinare dove si potevano edificare le moschee. Un partito di massa e governo che tra una promessa e una minaccia, s'è quasi dissolto per un rapporto molto creativo con le finanze (altrui) e poi s'è risolidificato, ma i due punti fondanti, autonomia fiscale e politica, non ha mai cercato nemmeno di realizzarli.

Pragmatico e fattone a minacciare, come sempre, sfracelli, contro questo povero ministro: "i governatori del nord faranno argine..." Me li immagino, questi coraggiosi governatori, e mi sorge un dubbio, ma se non li ho visti, schierati a falange, neanche quando il governo era loro, cosa vogliono adesso? L'immigrazione, gli sbarchi dei "clandestini" è storia loro, adesso che ci sono (con tanti problemi che è inutile negare), ragionare sull'integrazione mi pare la cosa più logica.

Perché, come nel Medio Evo, i crociati in questi 20 (ricordo: 20) anni e passa, hanno fatto una figura da cioccolatai: la gente, i famosi migranti, arrivavano qualsiasi cosa, qualsiasi rito scaramantico si inventassero. Che gli si appioppasse l'etichetta di clandestini, che ci fossero CIE o CPT, che si affondassero le loro zattere o si perseguissero i pescatori che li soccorrevano (un respiro di umanità, infine), che ci fossero sgomberi e retate... Sono arrivati lo stesso, sono in mezzo a noi, e con noi lavorano, mangiano, figliano.

Che, la figura di cioccolataio, l'han fatta in tanti, mica solo a destra: Livia Turco e Giorgio Napolitano vi ricordano qualcosa? Eppure, entrambe lamentano che la loro stessa legge (che probabilmente non li sente ed è ancora lì) non la riproporrebbero. Man mano che tra destra e sinistra politiche crescevano gli steccati, si confondevano le acque tra destra e sinistra sociale, a partire dai sindacati, per arrivare alle galassie dei non-garantiti, degli incazzati, dei senza bandiera. E, mentre i buonisti rifluivano nel virtuale, il "cattivismo reale" di ogni declinazione politica prendeva le leve del potere.

Chi c'era e chi c'è

Vi risulta che qualcuno abbia valutato, anche minimamente, come serie le invettive (perché di proposte, credo non si possa parlare) di Salvini e Borghezio?

Lo sanno loro per primi, hanno fallito e si sono coperti di ridicolo tra i loro stessi sodali di un tempo, che fanno finta di non conoscerli. Così son passati dal "scendi il porco che lo piscio" al "pisciare loro come cani randagi per marcare il territorio", d'improvviso diventato estraneo e smemorato. Sindrome da prezzemolino di ritorno.

Ma, uscendo dalla metafora e dalla puzza, dopo la sinistra qualcosista, la destra populista, quella tecnica ed il papocchio attuale, siamo fermi a 20 anni fa. Le politiche "cattiviste" forse sono state messe in castigo, ma quella attuale non mi sembra una squadra di passisti da montagna capace di recuperare il ritardo.

C'è da rimediare con urgenza, e il nuovo ministro dell'integrazione potrebbe essere la persona giusta, soprattutto quando esordisce: CHIUSURA DEI CIE e RICONOSCIMENTO DELLA CITTADINANZA. E' il minimo, è il dovuto, ma ci vuole ancora coraggio per dirlo in Italia.

La casalinga

Borghezio, e non solo lui, probabilmente non se n'è reso conto, ma dare della "casalinga" ad una stimata professionista finita a fare il ministro, è un complimento. Abbiamo avuto nelle cronache, in Parlamento e al governo il fior fiore delle vallette, delle veline, delle prezzemoline e dei prezzemolini, attente/i ad alternare una commissione parlamentare con l'appuntamento dal parrucchiere... e i risultati li abbiamo visti!. Finalmente, la faccia della mia vicina, di una collega, di una persona che intravedi reale.

Che Cécile, reale e presente lo è veramente (e spero continui ad esserlo). Quasi tutti quanti in Italia da anni hanno operato sui temi del razzismo e dell'immigrazione possono dire di averla conosciuta, di aver scambiato una chiacchiera o un caffè assieme. Leggo una sua quasi-biografia di tempi non sospetti (pagg. 27-36) ed è la storia, dura, di studi all'università, rapporti col mondo cattolico, il lavoro, la politica, le radici. C'è poco di inquietante, c'è determinazione e volontà. Determinazione e volontà che sino a ieri ci facevano paura, le avremmo rinchiuse nei CIE o a pulire i cessi. Saperla ministro non è solo soddisfazione, è guardarsi allo specchio e vedere una parte bella di se stessi.

Una bella immagine, circondata da squali vecchi e nuovi.

Lo specchio non è (ancora) la realtà

Leggevo, sempre su Corriere Immigrazione, di una soddisfazione simile, e della consapevolezza di sapere chi è l'attuale ministro degli interni. Vallacapì chi ha più potere... Anzi no, forse lo sappiamo.

In questi giorni Cécile Kashetu Kyenge ha incassato apprezzamenti e solidarietà, dovuti certo, ma le belle parole non cambiano i 20 anni di ritardo, non accorciano la strada da fare. Purtroppo, i supereroi esistono solo nei fumetti, o nella realtà virtuale in cui a molti piace crogiolarsi. Cécile Kashetu Kyenge non ha alcuna possibilità di farcela da sola, visti i suoi compagni di cordata.

Però, CHIUSURA DEI CIE e RICONOSCIMENTO DELLA CITTADINANZA (e del resto, ne parliamo tra pochissimo), prima ancora che essere proposte giuste o sbagliate sono proposte, ripeto NECESSARIE. Necessarie a smontare l'impianto, razzista e classista insieme, degli ultimi 20 anni, che ci ha consegnato l'immagine dell'immigrato come una persona aliena, da isolare e rinchiudere. Alla base di quelle due proposte c'è quello che possiamo (dobbiamo) fare da subito: creare le condizioni per agire, per giocare, per discutere assieme, NOI E GLI ALTRI. Partendo dalle proprie realtà, di quartiere, comunali, magari riprendendo il senso di FEDERALISMO che è diventato una parolaccia di destra, ma è uno dei tanti patrimoni dispersi della sinistra che fu.

Perché (vorrei terminare, prima che non ce la facciate più), c'è l'ultimo ingrediente di questa ribollita: resto ancora convinto che politica non è una cosa sporca, non è neanche un recinto dove rinchiudere stimati professionisti o poveri idealisti: è lavorare assieme, e soprattutto immaginare, costruire, difendere il mondo in cui agiremo.

Altrimenti, ancora una volta, avremo "sacrificato" chi avrebbe potuto, UNA FACCIA DA CASALINGA COME NOI.

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Di Barbara Breyhan (del 04/05/2013 @ 09:05:02, in Kumpanija, visitato 1737 volte)

philippe leroyer (CC)
il grande colibrì LUNEDI' 29 APRILE 2013

"Sono nato nel nord del Kosovo, nel 1983. Mia madre era una contadina, allevava mucche, pecore e galline, vendeva latte e formaggi. Mio padre, invece, aveva un negozio di alimentari". Una vita di sacrifici, ma tranquilla, almeno fino a metà degli anni '80. "Fu allora che iniziarono le manifestazioni razziste tra le diverse etnie jugoslave e il prezzo di un chilo di pane salì all'equivalente di 10mila lire [circa 12 euro attuali; NdR]". Enis, un ragazzo rom simpatico e solare, e la sua famiglia fuggirono in Romagna nel 1986. "Per vivere chiedevamo l'elemosina e abitavamo in una baracca fatta di cartone, sotto un ponte".

A sei anni Enis ha scoperto la scuola, "un mondo nuovo. Mi trovavo veramente bene, perché fino ad allora non avevo idea che esistesse una vita normale". Non ci sono stati problemi con nessuno: "Ti racconto una cosa. Facevo la terza elementare e un giorno, quando sono tornato al campo nomadi, ho trovato le nostre tre roulotte e la baracca bruciate, per colpa di un cortocircuito. Non c'era più niente, né i vestiti né i giochi né, soprattutto, il mio cane, un cucciolo di pastore tedesco. Sono stato malissimo". La scuola venne informata dell'accaduto. "Il giorno dopo ogni compagno, e anche le maestre e le bidelle, mi hanno regalato qualcosa, dei vestiti, dei giocattoli". Anche un cane, ma quello non lo ha accettato: "Non mi andava di affezionarmi ad un altro cane, lo vedevo come un tradimento per il mio".

Enis si è sposato molto giovane, a undici anni. Troppo pochi? "In generale sì, ma noi rom a quell'età siamo più che maturi di corpo, perché cresciamo molto prima. Quindi il matrimonio da giovani diventa una cosa bella: è come essere fidanzati, con la differenza che lei viene a fare parte della tua famiglia e si cresce insieme". Dopo circa un anno è nato il primo figlio.

Era giovane anche quando ha scoperto la sessualità con gli uomini. "Ero sulle rive di un fiume con dei parenti e, quando mi sono appartato per mettermi il costume, è arrivato un signore e mi ha proposto un'esperienza sessuale. Io ho accettato". Non è un ricordo bello e neppure brutto: "E' solo un ricordo. Un ricordo bello è la prima notte con mia moglie". Per anni Enis non si è fatto domande sul proprio orientamento sessuale. "Non conoscevo il mondo gay e non sapevo neppure che esistessero i bisessuali". Poi, da adolescente, ha conosciuto Matteo, un ragazzo più grande: "Ero alla ricerca di qualcosa, ma non avevo ancora capito quello che mi piaceva e lui mi ha aiutato a capire che sono bisessuale".

Grazie a Matteo, Enis ha iniziato ad interrogarsi sulla propria sessualità. Molte risposte sono arrivate frequentando gli attivisti gay: "Per un periodo sono andato all'Arcigay, quando ho scoperto la mia bisessualità, perché cercavo di capire chi fossi. Grazie anche a loro ora sono in pace con me stesso".

Enis, comunque, non si è limitato a frequentare l'associazione, ma ha iniziato ad andare anche in posti dove gli uomini si incontrano tra loro per fare sesso: "Saune, locali gay, parchi pubblici, parcheggi...". Lì, però, l'esperienza non è stata altrettanto positiva e quindi ora frequenta raramente questi posti: "Da una parte è difficile trovare delle persone disponibili per frequentarle, dall'altra c'è una sorta di razzismo. Non è molto forte, ma c'è". Un rom in un luogo di battuage viene subito etichettato come un rapinatore - o anche peggio. Per questo ha deciso di cercare amicizia e compagnia in altri modi: "Mi sono iscritto ad alcuni siti gay e ho iniziato a conoscere gli amici degli amici, grazie al passaparola".

All'inizio i sensi di colpa erano molti, anche perché Enis è credente, musulmano: "Gli imam dicono che è un grande peccato avere rapporti con persone del proprio sesso". Enis ha iniziato a fare ricerche: "Ho letto tante scritture sacre e non ho trovato niente, solo che il peccato più grave è ammazzare". Enis non è praticante: "Prego a modo mio e faccio fatica a pensare che bastino solo trenta giorni all'anno per farsi perdonare i propri peccati. Quando qualcuno mi convincerà che per essere musulmano bisogna per forza pregare cinque volte al giorno e digiunare nel mese di Ramadan, io diventerò ateo. Insomma, credo molto in Dio, ma non credo nelle persone che vogliono rappresentarlo, come gli imam o i preti, per questo non vado in moschea".

Enis crede ancora meno nel futuro dell'Italia: "Qui sono tutti delinquenti. E poi l'Italia dovrebbe essere basata sul lavoro e sulla libertà, invece attualmente il lavoro non c'è e io non mi sento per niente libero...". Le politica nello Stivale gli fa schifo. "Ti racconto una cosa. Durante la guerra in Jugoslavia, tutti gli stati aiutavano l'Italia per i profughi, ai quali avrebbero dovuto dare 35mila lire al giorno. Sai quanti soldi abbiamo visto? Neanche una lira. E poi in Italia i rom vivono peggio che in qualsiasi altro paese europeo, in campi nomadi abbandonati in mezzo al nulla, senza documenti e senza alternative. Io me la sono cavata, ho comprato una casa di proprietà, ho cinque figli e vanno tutti a scuola. Pensi che mi hanno dato i documenti? No. E allora, anche se adesso mi offrissero la cittadinanza, io non la vorrei".

E poi in Italia "ci sono veramente tante persone razziste, che pensano che i rom sono tutti ladri, sono tutti sporchi, sono gente da evitare, perché pensano solo a fregarti. E i razzisti stanno diventando sempre di più. Secondo me la gente ormai non ha più niente per cui lottare, come negli anni '70 o '80, e quindi vuole dimostrare qualcosa, anche se non capisco cosa e a chi devono dimostrarlo". Il simbolo del pregiudizio sono le auto costose che qualche rom possiede: "Non ce l'abbiamo tutti. Alcuni hanno venduto tutto nel loro paese e quando sono venuti qua si sono comprati una bella macchina, che è l'unico bene in loro possesso. Altri se la sono presa delinquendo, ma non per questo siamo tutti delinquenti". Osservazione ovvia, eppure un'intera etnia è crocifissa a questi pesanti stereotipi.

Stereotipi come quelli recentemente rilanciati da Cristiana Alicata, l'ex dirigente lesbica del PD laziale secondo cui la partecipazione rom alle primarie romane sarebbe stata frutto solo di una compravendita di voti (Il grande colibrì): "Ho letto quello che ha scritto, ma sinceramente non mi meraviglio: la politica è fatta così e lei non è l'unica. Una pecora nera in più o in meno in mezzo ad un milione di pecore nere non fa differenza. Poi noi siamo una minoranza e non abbiamo nessuna voce; sono loro, i politici, ad averla".

Lesbiche, gay, trans e bisessuali sono forse più sensibili al tema della discriminazione, tuttavia non sono affatto immuni dal pregiudizio: "Sai, a volte, durante un rapporto sessuale, mi chiedono per quale motivo sono circonciso e io rispondo che sono rom e di religione islamica. Spesso mi mollano lì con una scusa e se ne vanno. Dicono che si è fatto tardi, è questa la scusa classica. Oppure all'improvviso dicono che non vogliono più fare sesso perché sono fidanzati...". Nessuno dice esplicitamente di non aver voglia di andare a letto con un rom, "perché secondo me la gente è molto ipocrita e fifona".

Dall'altra parte, Enis deve stare attento all'omofobia presente nella comunità rom: "Se mi dichiarassi, sarebbe uno scandalo, non solo perché ho dei figli, ma anche perché non giudichiamo bene l'omosessualità e il concetto di bisessualità non esiste neppure. Sono tutti argomenti tabù. Quando il discorso proprio viene fuori, tutti dicono: 'Quella è gente malata, non bisogna avere a che fare con loro, perché portano le malattie'. Poi però anche tra i rom ci sono tantissimi omosessuali". Enis ne conosce parecchi: "Ad esempio il mio amico più caro, che per me è come un fratello, è gay. Pensa, ci siamo incrociati in un parco dove si incontrano gli uomini e vivevamo nello stesso campo! Per scherzare io a volte lo chiamo 'frocio di merda' e lui mi risponde che il suo stivale è più etero di me!".

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Di Fabrizio (del 03/05/2013 @ 09:08:58, in Europa, visitato 1877 volte)

Venerdì 10 maggio, ore 20.45
Libreria Popolare - via Tadino 18, 20124 MILANO

Sarà... che le cose più interessanti ti accadono sempre per caso. Sarà... che molti ne hanno scritto, e solo qualcuno c'è tornato.

Una giovane famiglia italiana, con bimbo di due anni, in Macedonia per teatro. Entrano in contatto con la comunità dei Rom di Shuto Orizari (il primo comune che è stato amministrato dai Rom stessi), e piano piano ne scoprono la storia e le sue caratteristiche, ma soprattutto sviluppano un intenso rapporto con i suoi abitanti, di cui sono ospiti, alla ricerca comune dei valori, delle tradizioni e delle conflittualità che regolano la comunità.

Ne parlano con l'autore, Andrea Mochi Sismondi
Fabrizio Casavola, redazione di Mahalla
Anna Stefi, ricercatrice e collaboratrice di Doppiozero

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Di Fabrizio (del 02/05/2013 @ 09:03:46, in media, visitato 1173 volte)

Commenti: Come produrre disinformazione sui media cechi - Prague, 8.4.2013 20:48, (ROMEA) Zdenek Ryshavy, translated by Gwendolyn Albert

"Spiacenti, ci siamo bevuti una bufala..." - un famoso titolo dal giornale britannico The Daily Mirror.

"-Quando crescerò, voglio avere l'assistenza sociale- si augura un povero bambino dai ghetti romanì". Così recita il titolo di un particolare articolo pubblicato sul news server iDNES.cz qui in Repubblica Ceca alcuni giorni fa.

Il pezzo entra immediatamente nei dettagli. "Cosa vorrebbero fare i bambini dei ghetti romanì a Liberec, una volta cresciuti? L'assegno di disoccupazione o l'assistenza sociale, hanno risposto in molti durante un recente sondaggio di People in Need (Clovek v tisni). Va di male in peggio nella città in cui sono in 100.000 a vivere nei ghetti, soprattutto a causa della loro estrema povertà e mancanza di istruzione, secondo una ricerca di un gruppo speciale del municipio di Liberec, guidato dal consigliere David Vaclavik."

Poi l'articolo continua con una descrizione piuttosto precisa della vita negli ostelli residenziali. Con l'aiuto degli inquilini poveri (la cui maggior parte sono romanì) i proprietari di questi posti imboscano ogni mese migliaia di corone a spese dei contribuenti, attraverso i sussidi agli alloggi erogati a favore di chi si trova in difficoltà materiali. Tuttavia, titolo e inizio dell'articolo sono completamente estranei al resto del contenuto.

L'informazione di base fornita dai primi due capitoli dell'articolo in questione è la seguente: C'è stato un sondaggio dell'organizzazione People in Need che ha stabilito che l'x % dei bambini nei ghetti romanì in futuro vuole campare di welfare, esiste anche un rapporto del municipio di Liberec condotto dal consigliere comunale David Vaclavik.

Ho iniziato a cercare questi materiali, dato che sono davvero interessato sui dati concreti dei desideri dei bambini nei ghetti romanì. Cosa ho trovato? Non esiste nessun sondaggio di People in Need a riguardo. C'è solo il rapporto del gruppo del consigliere David Vaclavik, che non menziona niente su tale indagine. Titolo e parte introduttiva dell'articolo sono, quindi, disinformazione e menzogna.

In che maniera queste informazioni, menzognere e fuorvianti, diventano notizia? E' facile.

L'autore ha ricevuto, come "velina" per il suo articolo, un rapporto dal comune di Liberec sugli ostelli residenziali. Tale rapporto li descrive in maniera similare a come vengono illustrati in un recente rapporto di Life Together sulla insostenibile situazione degli ostelli a Ostrava.

Alla fine di queste tre pagine, l'autore ha letto quanto segue: "Un segno tipico dei luoghi coperti da questo rapporto, è la mancata scolarizzazione dei residenti. Non dobbiamo sorprendercene, date le condizioni in cui vivono. Questa gente deve affrontare situazioni di base riguardo i propri bisogni e l'istruzione è tra queste. Il valore dell'istruzione in queste località è molto basso. La gente che vive lì basa le decisioni sulla propria esperienza che, sfortunatamente, è quella dei loro vicini che non lavora o non trova lavoro. L'opinione generale è che se anche i loro figli raggiungessero un determinato livello di scolarità, non troverebbero comunque lavoro. Un altro problema è che l'ambiente in località simili non ispira, per esempio, neanche le famiglie i cui figli dovrebbero frequentare le scuole primarie e secondarie. I bambini in questo ambiente spesso non riescono, non tanto per ragioni intellettuali, quanto a causa dell'influenza ambientale in cui vivono. Sono da considerare anche le influenze spaziali, dato che la maggior parte non ha un posto proprio dove studiare. Quando studiano, devono farlo nelle aree comuni, come la cucina."

L'autore dell'articolo non era pigro - prese il telefono e chiamò la sezione a Liberec di People in Need, da cui apprese, tra l'altro, che i bambini poveri mancavano di modelli positivi nel loro quartiere, che vedevano la gente attorno a loro dipendere dal welfare e che l'impressione che potevano ricevere da tutto ciò era che vivere di assistenza fosse normale. E' chiaro che alcuni bambini allora dicano che una volta cresciuti, vogliono l'assistenza. Personalmente, li ho sentiti anch'io. Tuttavia, niente di tutto questo può essere definito un "sondaggio"!

Com'è consuetudine in internet, questa disinformazione, questo titolo, questa voce ed i due capitoli d'apertura si stanno diffondendo a valanga. Una blogstar su iDNES.cz, Bretislav Olsher, ha scritto un post dal titolo: "Conoscono il significato della vita, Per vivere, come i loro padri, di assistenza." (Maji svuj smysl zhivota; zhit jako jejich otcové ze socialnich davek)

Il pezzo di Olsher spinge un passo oltre l'originale. Non si tratta più soltanto del ghetto a Liberec, ma dei bambini romanì in tutta la Repubblica Ceca. "Raramente vanno a scuola, non si lavano quasi mai, la maggior parte di loro sono analfabeti, e l'unica cosa che sentono e vedono attorno a loro è parlare di assistenza e di come imbrogliare i burocrati. Cosa vorranno diventare una volta cresciuti, questi bambini dei ghetti di Chanov, Janov, Liberec, Ostrava, Varnsdorf o Vsetin? Diventeranno percettori di assistenza...," scrive Olsher.

Un altro blogger su iDNES.cz, Martin Pipek, ha scritto un articolo con un titolo simile: "Piccoli romanì: Voglio essere come papà! Pigro, mai lavorare, vivere di welfare!" (Mali Romové: "Chci byt jako tata! Linej, nemakat, zhit z davek!"). In questo pezzo traboccante d'odio, Pipek dichiara nel secondo paragrafo quanto segue: "Non so quanti di voi si siano persi il rapporto di People in Need sui ghetti romanì e vi abbiano trovato ciò che si aspettavano. I bambini romanì locali hanno confessato che una volta cresciuti vogliono campare di assistenza. Da che aktro posto avrebbero preso ispirazione? Se fossero sinceri, cosa ci aspettiamo da questa minoranza?"

Il rating "karma" del post di Pipek su iDNES.cz, che arriva ad un massimo di 50, indica una valutazione di 40,99 quando l'ho controllato l'ultima volta. Oltre 2.500 persone l'hanno letto.

Ancora una volta: Non esiste nessuna ricerca di People in Need. Interessa a qualcuno? Disinformazioni e menzogne continuano a diffondersi.

Il codice dei blogger su iDNES.cz recita quanto segue: "Al blogger non è permesso pubblicare informazioni che siano incomplete, false o non verificabili, specialmente se così facendo si possano danneggiare gruppi o individui." I lettosi giudichino da sé, allora, cosa fare dell'autore dell'articolo originale e dei blogger su iDNES.cz.

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Di Fabrizio (del 01/05/2013 @ 09:08:13, in lavoro, visitato 1216 volte)

Circa un mese fa, ero in giro col computer portatile. Freddo e pioggia di una primavera che non arriva. Mi ero seduto nella sala d'aspetto di una stazione per sfruttare il WiFi e terminare una traduzione (e magari scorrere qualche inserzione di lavoro). Studenti e famigliole in partenza per il ponte pasquale. Una signora seduta accanto a me avvisa la sua vicina, una vecchietta malmessa, di fare attenzione al borsellino, perché ha visto una zingara che si aggira tra la sala d'aspetto e le macchinette delle bibite.

Esco a fumare, il bar è chiuso. La zingara mi chiede qualche moneta. Le rispondo in romanes che non ho un soldo. Quella mi guarda curiosa, sorride, e tempo un minuto ne saltano fuori altri quattro, e mi circondano per vedere uno che parla la loro lingua. Mi chiedono se sono rom e facciamo le presentazioni.

Loro sono rom rumeni, arrivati da poco dalla Spagna. Mi informo su dove siano stati e sulla situazione in Spagna. Non c'è più lavoro per nessuno, mi dicono. E si continua a parlare sul cosa fare, in un misto italiano-spagnolo-romanes. Dato che il lavoro sembra un tasto dolente per tutti, su youtube cerco qualche brano musicale rom e rumeno. Si mettono a ballare sul marciapiede, tra i passeggeri che aspettano il treno. Arriva un loro amico, credo un facchino siciliano.

Poi salta la connessione e ci si saluta.

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Di Barbara Breyhan (del 30/04/2013 @ 09:02:15, in Italia, visitato 1278 volte)

CORRIEREIMMIGRAZIONE 28 aprile 2013 | di Clelia Bartoli

Le forme del razzismo sono tante e diverse: ve ne sono di chiassose e sfacciate, ma anche di pudicamente ipocrite, alcune utilizzano la forza bruta, altre si avvalgano dell'insulto o del semplice sguardo, altre ancora impiegano strumenti di oppressione più subdoli e sottili.

Tra i razzismi che amano mascherarsi, a mio avviso, va annoverato l'assistenzialismo: tale agire appare generoso, benevolo, preoccupato di soddisfare i bisogni dei deboli, ma esso in realtà è offensivo, dannoso e perfino razzista.

È razzista perché ripropone il mito coloniale del buon selvaggio, del quale l'uomo bianco deve "prendersi cura", senza che il selvaggio venga però invitato al tavolo delle decisioni che riguardano la sua vita. L'assistenzialismo dunque infantilizza l'assistito: lo reputa minore, lo tratta da minore, lo abitua alla minorità. E ciò, come spiega Kant, reca vantaggio al narcisismo degli aspiranti tutori e foraggia l'inclinazione umana alla pigrizia e alla delega. Una perfetta rappresentazione iconografica dell'assistenzialismo l'ha fatta il regista che ha firmato uno spot (...) per un programma di solidarietà verso le donne africane Un mese per la vita, promosso dalla fondazione Rita Levi-Montalcini insieme all'acqua Lete.

Lo spot – alquanto discutibile a sostegno di un progetto probabilmente meritorio – mostra la mano di una donna nera che iniziava a scrivere con un gesso su una lavagna la parola "futuro", quando arrivava la mano di un'anziana donna bianca a guidarla nella scrittura di tale parola. La donna africana è così paragonata ad una bambina di scuola elementare che l'insegnante europea deve guidare dirigendo la progettazione del futuro dell'assistita. Viene ad istaurarsi un rapporto fortemente asimmetrico tra chi guida e chi è guidato, tra chi è autore del proprio futuro e chi è eterodiretto nel proprio progetto di vita.

L'assistenzialismo ha inoltre un elevato costo per l'intera comunità e questo fa sì che i "beneficiati", visti come parassiti, non attirino su di sé troppe simpatie. Ma ciò non sarebbe un vero problema se davvero soggetti svantaggiati acquisissero un vantaggio e dunque una maggiore uguaglianza. Il problema è che l'assistenzialismo (cosa diversa da una giusta solidarietà sociale) non reca grandi benefici ai "beneficiati". Dijana Pavlovic, in un articolo dal titolo appunto Dall'assistenza alla responsabilità apparso sull'ultimo numero di "Near" (p. 27), scrive:

"Il mio amico attivista rom Giorgio Bezzecchi mi racconta che nel suo villaggio di 50 persone (una famiglia allargata) non ci sono particolari problemi. Tutti sono autonomi e si occupano di se stessi da anni. Lavorano, sono cittadini italiani, accedono ai servizi come tutti gli altri. Da qualche anno quel campo è affidato in gestione a una cooperativa. Ci sono alcuni operatori che vengono al campo per "assistere" le persone. La conseguenza è che i rom che hanno bisogno di fare una fotocopia o andare in un ufficio per compilare un modulo adesso si fanno accompagnare dagli operatori. Oltre ai costi materiali di questa operazione da non sottovalutare e che pesano su tutti i cittadini, il costo più grande lo pagherà per intero quella comunità rom: sempre più deresponsabilizzata e sempre meno autonoma".

L'assistenzialismo è una forma di aiuto che tarpa le ali, che non cede potere, che parte dall'assunto dell'incapacità del debole di risolvere le cose da sé, che anchilosa la forza e le abilità, che abitua alla dipendenza e alla deresponsabilizzazione, che produce apatia e fatalismo, che foraggia l'autocompiacimento di chi vuole controllare per mezzo di un aiuto interessato. Esso umilia obbligando ad una gratitudine che facilmente si converte in rabbia verso il solerte salvatore. La rabbia, infatti, si scatena puntualmente verso quei genitori, insegnanti, operatori sociali, ecc. che "dandoci" in realtà "ci rubano" la possibilità di essere autori delle nostre vite.

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COMMISSIONE EUROPEA: Impiego, Affari Sociali e Inclusione 15/04/2013

© 2013 GeoBasis-DE/BKG, Google

La Commissione Europea ha preparato una mappa interattiva di regioni, città e comuni impegnati ad integrare la loro popolazione rom e che hanno iniziative di rete create per sostenerli nel raggiungimento del loro obiettivo.

L'inclusione sociale dei rom è una responsabilità comune delle istituzioni europee e degli Stati Membri ma, includere le autorità locali risulta cruciale per mettere a punto misure volte a cambiare la vita delle comunità rom.

Diverse iniziative stanno supportando le autorità locali nel pianificare ed implementare le strategie perl'inclusione dei rom e per richiedere finanziamenti europei fornendo loro l'expertise e le opportunità per imparare tra di loro e condividere esperienze:

  • Il sito Network dei sindaci che ricevono il maggior numero di fondi europei per l'inclusione dei rom (MERI) dell'Open Society Fundation riunisce comuni dalla Bulgaria, dall'Ungheria, dalla Romania e della Slovacchia e, in un secondo momento includerà anche comuni dalla Macedonia, dalla Croazia, dalla Serbia e dalla Repubblica Ceca, al fine di scambiare buone pratiche, di creare servizi rivolti ai rom e di usare al meglio i fondi europei dati alle comunità locali.
  • La task force per l'inclusione dei rom di EUROCITIES promuove lo scambio di buone pratiche, la crescita di consapevolezza sulla prospettiva cittadina sulla mobilità europea e l'inclusione dei rom e l'accesso ai fondi per le politiche locali volte all'inclusione dei rom. MERI ed EUROCITIES forniscono supporto anche ad un programma di scambi est-ovest per trasferire buoni esempi di inclusione e accessibilità dei servizi locali dall'Europa occidentale a quella orientale e per migliorare i servizi rivolti ai rom conducenti uno stile di vita nomade.
  • L'Alleanza Europea delle Città e delle Regioni per l'Inclusione dei Rom fornisce supporto alle autorità locali e regionali nel campo dello scambio di esperienze e di pratiche, organizza workshop tematici, corsi e visite sul campo e scambia informazioni sulle politiche e sulle fonti di finanziamento.
  • ROMED (Mediazione interculturale per i rom) è un programma comune del Consiglio d'Europa e della Commissione Europea per migliorare l'interazione tra le istituzioni pubbliche locali e le autorità e le comunità rom e, allo stesso tempo, assicurare l'accesso dei rom ai loro diritti. È implementato in 22 Paesi europei.
  • Il Forum dei Sindaci per l'Inclusione dei Rom è un'iniziativa del Fondo Internazionale Visegrad nel quale i sindaci della Repubblica Ceca, dell'Ungheria, della Polonia e della Slovacchia si scambiano esperienze e buone pratiche per l'integrazione della popolazione rom.
  • Il Progetto di Rete Urbana Rom è costituito da una partnership di nove città europee volte ad informare e a fornirsi supporto reciproco per lo sviluppo di piani d'azione locali per l'inclusione sociale dei giovani rom e la loro transizione a cittadini adulti attivi.
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Di Sucar Drom (del 28/04/2013 @ 09:03:55, in blog, visitato 1141 volte)

Piacenza, la MEZ smorza le polemiche
Dopo le polemiche all'interno della Lega Nord di Piacenza, pubblicate sui quotidiani locali, la Missione Evangelica Zigana risponde con il comunicato stampa seguente...

Il 25 aprile dimentica i sinti e i rom

25 aprile, sinti e rom: eroi e partigiani
Sinti e rom in tutta l'Europa occupata furono martiri e partigiani. In Italia i sinti e i rom, dopo l'8 settembre del 1943, fuggirono dai campi di concentramento dov...

Milano, presentazione dell'indagine sulla rappresentazione di sinti e rom sulla stampa

Parigi, la mostra di Paul Hitter

Bologna, il Sindaco Merola: pronti a sanzione esemplare per il Vigile accusato di razzismo
Il primo cittadino in una nota scritta al democratico Francesco Errani: "Comune e polizia municipale hanno l'intenzione di valutare in modo equo il comportamento del dipendente. E' in corso un'indagine interna"...

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Di Fabrizio (del 27/04/2013 @ 09:07:16, in scuola, visitato 1498 volte)

  A singhiozzo

Un caso di alto profilo in tribunale, genitori arrabbiati davanti alla porta della scuola e sforzi, calmi e persistenti, che raccontano la storia dell'integrazione dei Rom nell'istruzione croata. Story and photos by Barbara Matejcic, a freelance journalist in Zagreb - 27 marzo 2013

MEDJIMURJE COUNTY, Croazia | Tre anni dopo una sentenza a proposito dell'appena iniziata integrazione scolastica, uno dei protagonisti di successo, ora giovane uomo, dice che i Rom vanno meglio a scuola. Ma la sua fatica nell'esprimersi in croato la dice lunga sulla scarsa istruzione disponibile a molti Rom in uno stato in procinto di entrare nell'Unione Europea.

La Croazia iniziò a cercare l'integrazione scolastica, ben prima che il caso Orsus e altri vs. Croazia arrivasse alla Corte Europea sui Diritti Umani nel 2003. I lenti progressi in quegli sforzi - e gli ostacoli che si opposero all'accettazione della piccola minoranza romanì - vennero sottolineati l'autunno scorso, quando i Croati gridavano slogan razzisti tentando di impedire ai dei giovani rom di frequentare il prescuola nella regione di Medjimurje.

la scuola primaria Drzimurec-Strelec.

Dejan Orsus, uno dei 14 querelanti nel caso che prende il suo nome, si iscrisse alla prima a Macinec, villaggio nella regione settentrionale di Medjimurje, nel 1999. In questa parte della Croazia, la maggior parte dei Rom vive in insediamenti separati alla periferia dei villaggi a maggioranza croata, e a casa parlano romanés. Dejan non parlava croato quando iniziò ad andare a scuola. Fu messo in una scuola di soli alunni romanì, e lì rimase finché non lasciò la scuola, nel 2006 quando aveva 15 anni, dopo aver completato la terza classe.

Dieci anni fa, quando Dejan andava ancora a scuola, il suo caso venne sottoposto al tribunale dei diritti umani di Strasburgo, dopo che i ricorrenti avevano perso a tutti i livelli del sistema giudiziario croato. Il 16 marzo 2010, il tribunale decise che la pratica di sistemare i Rom in classi separate, equivaleva a discriminazione etnica.

Gli imputati - quattro scuole elementari, il ministero dell'istruzione, e la regione di Medjimurje - sostenevano che la separazione degli alunni romanì era giustificata a causa della loro scarsa conoscenza del croato, come stabilito da perizie prima dell'iscrizione. Ma alcuni dei ricorrenti lamentavano di aver passato l'intera vita scolastica in classi separate e che la loro competenza linguistica non era stata testata regolarmente per determinare se potessero essere inseriti in classi normali.

Quando ho incontrato Orsus a Parag, il più grande insediamento romanì in Croazia, teneva in braccio un bambino. Ora ha 21 anni e dice che sta frequentando il sesto grado in una scuola comunitaria - istituzione dove molti adulti, soprattutto romanì. ricevono dal governo 210 euro al mese per continuare la loro istruzione elementare, purché frequentino con regolarità. Gli ho chiesto se fosse migliorato qualcosa nella scuola, a tre anni dalla sentenza del tribunale. Mi ha guardato, incerto sull'aver compreso bene la domanda, così l'ho ripetuta. Dejan ha annuito, dicendo: "Meglio, va meglio."

Si possono fare solo stime approssimative sul tasso di promozione degli studenti romanì nella scuola primaria e secondaria, a causa dell'incertezza sul numero reale dei Rom in Croazia e del fatto che il ministero dell'istruzione ha iniziato a monitorare il rendimento scolastico dei Rom solo nel 2005. Nella regione di Medjimurje, che ospita più Rom di qualsiasi altra regione croata, sembra che pochi di loro vadano alle superiori o oltre. Di 1.589 scolari che frequentano le scuole primarie della regione, dal primo all'ottavo grado, soltanto 92 hanno raggiunto l'ottavo grado. Secondo il dipartimento regionale per l'istruzione, la cultura e lo sport, solo 123 Rom frequentano le superiori. Ogni anno si diplomano alle superiori circa 20 Rom.

L'elementare dr. Ivan Novak di Macinec, accusata a suo tempo di segregazione scolastica, è frequentata da 465 bambini, 110 dei quali di etnia croata. I bambini rom si concentrano nelle classi inferiori, sono i sette ottavi dei primini, mentre i croati superano i Rom di cinque a uno nell'ottavo grado.

Bozena Dogsa

Quelle cifre mostrano non solo che la maggior parte dei Rom non riescono a completare la scuola dell'obbligo, ma anche che il rapporto tra Rom e Croati nelle scuole locali sta cambiando. La direttrice Bozena Dogsa, da 20 anni nel mondo della scuola, dice che quando iniziò ad insegnare in loco solo un terzo degli alunni era Rom, rispetto ai tre quarti di oggi.

Mentre in Croazia declina il tasso di natalità complessivo, quello tra i Rom è aumentato negli ultimi 20 anni, cosa che molti pensano dipenda dalle politiche governative negli anni '90, con be3nefici sociali ai genitori per arrestare il declino della popolazione.

A differenza del censimento 2011 che contava 16.975 Rom - lo 0,4% della popolazione - valutazioni più realiste stimano i Rom in 30.000, di cui forse 6.000 nella regione di Medjimurje. Classi di soli Rom esistono ancora a Macinec, ed in altre scuole distrettuali di aree con molti Rom. Ci sono ancora bambini che passano l'intero ciclo della loro istruzione, senza aver condiviso la presenza di un Croato in classe, insegnante escluso. Non è necessariamente un segno di deliberata segregazione,insistono alcuni educatori locali.

"Non abbiamo nessuna classe segregata. Come possono essere segregati i bambini rom in una scuola dove sono la maggioranza? Non possiamo formare classi per evitare la creazione di classi per soli rom. Chi integreremo con loro se non ci sono bambini croati?" si chiede Dogsa. Puntualizza che gli insegnanti passano i giorni prima dell'apertura della scuola a discutere sulle conseguenze della composizione annuale delle classi, tenendo a mente il livello accademico dei bambini, le amicizie, il rapporto tra bambini e bambine e altri fattori.

Dice: "Abbiamo 25 bambini rom in seconda e solo otto croati. Per noi educatori non sarebbe accettabile separare quei quattro studenti in classi differenti, dato che sono amici e vogliono rimanere assieme. Non penso che dovremmo attenerci alle formalità solo per mostrare al mondo che stiamo facendo un buon lavoro."

Ufficiosamente, gli insegnanti a Medjimurje ammettono che i bambini croati sono tipicamente assegnati a classi con alunni romanì più capaci e, come dicono spesso, "più civili", per essere3 sicuri che in un posto simile apprendano meglio. Un insegnante nella scuola elementare di Kursanec, a predominanza Rom e che fu anche tra quelle accusate nel caso Orsus, dice che i bambini nelle classi di soli rom non si lamentano di essere segregati, perché in classi simili gli standard sono più bassi. Gli alunni possono cavarsela con meno sforzo, al costo di imparare meno. Anche dopo diversi anni di scuola, alcuni hanno scarse capacità di lettura e scrittura, dice l'insegnante, che ci ha parlato a condizione di non rivelare il suo nome. Aggiunge che per loro sarebbe più efficace imparare a leggere e scrivere in romanes, cosa che li aiuterebbe a cogliere più facilmente il concetto di apprendimento linguistico.

Dice l'insegnante, che tre anni fa i Croati per una settimana boicottarono la scuola, dopo che vennero introdotte le cassi miste. Negli ultimi dieci anni c'erano già state altre proteste contro le scuole integrate. All'inizio dell'anno scolastico 2012-13, i residenti del vicino villaggio di Gornji Hrascan rifiutarono di lasciare che un gruppo di giovani rom iniziasse il pre-scuola nella scuola del villaggio che era composta da quasi solo Croati, sostenendo che non si potevano accogliere nuovi alunni. Dopo uno stallo durato due giorni, i Croati cedettero ed i Rom poterono da allora frequentare la scuola.

Le scuole materne sono state tra le maggiori beneficiarie degli schemi di integrazione nei tre anni seguenti la decisione sul caso Orsus.. Anche se la sentenza non obbligava la Croazia a prendere provvedimenti verso le scuole segregate, il governo ha introdotto due nuovi programmi per dare ai Rom un appoggio prima di iniziare la scuola primaria e per aiutarli una volta che la frequentino.

Scuole materne per bambini che non abbiano fluidità nel croato operano oggi nell'arco di tutto l'anno scolastico, invece che per soli tre mesi come in precedenza. Molti genitori rom hanno afferrato questa opportunità per i loro ragazzi, di trascorrere cinque ore al giorno a scuola, con trasporto verso e dalla scuola e due pasti al giorno, tutto pagato dallo stato. Gli incaricati della scuola di Gornji Hrascan dicono che il 90% dei bambini in età prescolare ora frequentano, nonostante gli sforzi dei Croati all'inizio dell'anno d'impedire l'ingresso ai Rom nella "loro" scuola.

Mantenendo aperti gli asili più a lungo durante tutto l'anno, gli educatori sperano di inculcare l'abitudine alla frequenza scolastica nei più giovani e di dare a chi parla romanes un vantaggio nell'imparare il croato, e ritengono che il programma stia già dando risultati. Dogsa dice che soltanto un allievo nella sua scuola è stata bocciata in prima, a fronte di una media di cinque prima dell'apertura delle scuole materne.

Dogsa e altri presidi nell'area sostengono che il prossimo passo sarà di rendere obbligatoria per tre anni la scuola materna, per rafforzare ulteriormente i benefici della prima scolarità.

L'altra misura di integrazione ispirata dal caso Orsus è il programma di doposcuola nelle elementari. Programmi simili esistono in molte scuole, qui a Medjimurje lo scopo principale è di aiutare gli studenti rom con lezioni di lingua croata.

La scuola Drzimurec-Strelec nel villaggio di Drzimurec partecipa al programma di doposcuola, ma sinora sono inclusi soltanto i primini, causa la mancanza di fondi, dice il direttore Djurdja Horvat. C'è ragione per credere che il programma possa fare la differenza: con un simile progetto pilota tre anni fa erano coinvolti gli studenti di quinta, nove dei 15 Rom che vi parteciparono completarono tutti gli otto gradi della scuola primaria, aggiunge Horvat. Prima, un solo studente rom all'anno completava il ciclo di studi. Aprire questo programma a più allievi, come estendere la materna a tre anni, potrebbe migliorare significativamente le prestazioni accademiche dei bambini rom, dice. Comunque stiano le cose, la sua scuola sta cercando un metodo proprio. Dice: "Quest'anno abbiamo circa 30 primini, la metà dei quali si trattiene. Quanti partecipano difficilmente falliscono, perché acquisiscono fondamenta più solide. Così ha provato di essere un buon metodo."

Radovan Balog, a capo del consiglio del villaggio di Parag, ha quattro bambini a scuola. Ha riflettuto sulla risposta del suo vicino Dejan Orsus riguardo la domanda su cosa sia cambiato dopo la sentenza della Corte Europea dei Diritti Umani.

Dice: "Va meglio di prima, soprattutto perché quasi tutti i bambini ora vanno alle materne."

"E poi, le scuole stanno coinvolgendo sempre più i genitori nell'istruzione dei figli. Tuttavia, il problema è che anche quelli che si diplomano non riescono a trovare lavoro, e questo genera la perdita di motivazione nel continuare gli studi. La maggior parte lascia in quinta elementare o prima media, o quando hanno 15 anni. E' l'età in cui ci si sposa e si hanno figli. Così possono almeno avere gli assegni sociali che li aiutano a tirare avanti."

Balog dice che qui la segregazione è radicata: "Semplicemente, ci sono troppi Rom e pochi Croati perché ci siano tutte classi miste."

L'insegnate di Kursanec ripropone un'idea nata dai movimenti per i diritti civili negli Stati Uniti, che si è tentata di diffondere in un paio di posti in Romania, come in altri luoghi in Europa dell'Est. Se i bambini rom venissero portati con autobus nelle scuole a predominanza croata, a pochi chilometri di distanza, si formerebbero classi di otto Croati e quattro Rom, così che potrebbero imparare a ritmo più sostenuto.

Dice: "Sarebbe una spesa aggiuntiva, ma è più costoso non educare bambini che un giorno potrebbero diventare utili membri della società, che trasformali in casi da welfare."

  • Errata corrige: la scuola della regione di Medjimurje riportata nel secondo paragrafo è una materna e non un asilo, come da didascalia originale.
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Di Fabrizio (del 26/04/2013 @ 09:00:23, in conflitti, visitato 1115 volte)

CORRIEREIMMIGRAZIONE 22 aprile 2013 | di Stefania Ragusa

La deportazione dei rom dalla Germania al Kosovo: chi se la ricorda più? Eppure è un fatto di pochi anni fa. Un bellissimo libro di poesie ci aiuta a non dimenticare.

Dei saggi non noiosi si dice spesso che si leggano come romanzi. In questo caso ci troviamo, invece, di fronte a una raccolta poetica che ha l'effetto di una narrazione giornalistica di alto livello, capace di unire la precisione storica dei fatti con i vissuti dei protagonisti. Ne Il pianto degli zingari Paul Polansky, intellettuale controverso ma imprescindibile per chiunque sia interessato al tema rom, ci parla di una vicenda assi incresciosa, vicina nel tempo e nello spazio, ma finita in uno spesso e ovattato dimenticatoio: la deportazione dei rom, dalla Germania al Kosovo, in campi pesantemente inquinati dal piombo, nel 2010.

In molti casi, ad essere deportati, sono stati bambini nati e cresciuti in Germania, che non conoscevano altra lingua che il tedesco ed erano assolutamente impreparati alla vita nei campi. Si trattava dei figli dei profughi arrivati soprattutto in Germania, ma anche in altri Paesi europei, in seguito alla guerra dei Balcani del 1999. I rom erano stati considerati dalla maggioranza albanese collaborazionisti dei serbi, le loro case bruciate e distrutte. Per questo, a più riprese, erano fuggiti all'estero. Ma alla nascita del Kosovo, grazie a sbrigativi e discutibili accordi con Pristina, e nonostante segnali evidenti che davano a pensare circa la loro effettiva sicurezza, sono stati rimandati indietro.

Il racconto è affidato a Danica, una bambina molto intelligente, che frequenta la scuola a Monaco, prendendo ottimi voti, e sogna di fare il medico o l'insegnante. Danica ricostruisce la vicenda in poche, calibrate parole. A partire dalla notte in cui arrivarono gli albanesi a bruciare la loro casa: "I nostri vicini Albanesi non ci violentarono/ Soltanto, continuarono ad urlare/ che avevamo soltanto due minuti/ per salvarci la vita/ Erano le quattro/ quella mattina/ quando scappammo/ ancora in pigiama ...". Poi ci fu l'arrivo e l'incontro con le cugine nate in Germania e che non parlavano romanés, figlie dello zio scappato anni prima: "Alla fine della giornata/ stavano insegnandomi/ una nuova lingua/ dissero che dovevo dimenticare/ di essere una zingara". Poi, la nuova vita, la scuola, la vicina affettuosa, l'avvocato rassicurante ma certamente non in grado di ipotecare il futuro e il padre che non voleva diventare un tedesco ma che si trova a ricredersi in pochi istanti di fronte alla possibilità di lavorare. E poi, ancora, l'epilogo inaccettabile con i poliziotti che, come gli Albanesi, arrivano la mattina presto "ed erano come la Gestapo nelle storie di papà". Ma Danica anche all'interno del campo avvelenato dal piombo, mette in atto la sua resistenza. Insegna il tedesco agli altri bambini. Prova a incontrare il mondo fuori. E progetta il ritorno in Germania.

In appendice un testo firmato da Rainer Schulze, docente di Storia moderna Europea all'università di Essex, tratteggia un quadro di riferimento che permette di inquadrare meglio la vicenda. Il pianto degli zingari, che è stato tradotto da Fabrizio Casavola, grande conoscitore del mondo rom e ideatore del blog Mahalla, illustrato da Stephane Torossian e pubblicato da Volo Press, è un testo che si presta a molti livelli di lettura. Anche per questo sembra fatto apposta per essere proposto nelle scuole. Noi ci auguriamo che lo sia, che non si perda diventando una piccola perla riservata agli addetti ai lavori. Perché di questa informazione e di questa memoria oggi c'è bisogno come il pane. Soprattutto tra i più giovani.

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