Rom e Sinti da tutto il mondo

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\\ Mahalla : Storico per mese (inverti l'ordine)
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Fabrizio (del 31/01/2011 @ 09:17:27, in Italia, visitato 675 volte)

Segnalazione di Maria Gabriella De Luca

LAMEZIAclick

MERCOLEDÌ 26 GENNAIO 2011 18:40 - "Un'esperienza bellissima, che mi ha insegnato tante cose, cose che non mi ha mai insegnato nessuno". A parlare così è Armanda, una delle donne rom che ha frequentato da settembre il laboratorio di teatro sociale organizzato dal Centro territoriale permanente che si occupa di formazione per adulti. Un laboratorio fortemente voluto dal dirigente Aldo Antonio Mercuri, dalla tutor del progetto Nina Vesci e dalla mediatrice culturale Karin Faistnauer e affidato al regista Francesco Pileggi.

Il lavoro fa parte di un progetto Pon di 120 ore, 60 delle quali sono state dedicate a un laboratorio di tessitura. Da questo lavoro Pileggi ha tratto ore e ore di riprese che presto diventeranno un documentario.
O forse, sarebbe meglio definirlo, un pass per entrare in quel delicato mondo che è il vissuto e il modo di vedere il mondo degli "zingari".
Un termine da loro amato, mai rinnegato, e accolto molto più volentieri che quel "rom" in cui non tutti si riconoscono.
Abile psicologo, oltre che regista, Pileggi li ha guidati sapientemente verso un percorso di apertura verso il mondo esterno, in un reciproco scambio di dare ed avere informazioni e incanalarle nel giusto modo. Si è trattato soprattutto, ha spiegato il regista, di teatro di narrazione, un modo per fornirgli strumenti per esprimersi, comunicare, raccontare le loro storie.

"Ma, prima, ho dovuto - ha detto - conquistare la loro fiducia, perché loro sono coscienti di essere stati a lungo strumentalizzati. Superato questo ostacolo il laboratorio diventa un work in progress in cui si susseguono e si scoprono storie che io ho aiutato a tradurre in un linguaggio teatrale" Storie che fanno parte della memoria storica di questa città, storie ora amare ora divertenti ma comunque vere. E tramite la narrazione spesso avviene la presa di coscienza di chi narra e di ascolta e chi assiste si trova catapultato dall'altro lato del muro.

In quella Scordovillo fatta di bambini che si sentono a disagio quando gli viene rimproverato di non lavarsi e che piano piano sentono le istituzioni scolastiche come lontane, nemiche. In quei bambini cresciuti che per fuggire alle prese in giro hanno abbandonato la scuola e hanno preso poi la licenza media nelle scuole serali. Catapultati tra persone che non sanno in che anno sono nate, quindi, neanche quanti anni hanno. Tra le loro cantilene pronunciate al momento di dovere chiedere l'elemosina, tra i loro sogni di avere una casa ed uscire dal campo e anche nella loro forza d'animo. Come quella di chi lotta da anni, seppur giovane, con una grave malattia ma tutti i giorni lavora e guarda avanti dimostrando la forma di energia più bella, quella dettata dalla forza interiore e dall'umiltà.

calabriaora Tiziana Bagnato

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Di Fabrizio (del 30/01/2011 @ 09:41:31, in Europa, visitato 644 volte)

Divieto d'entrata agli zingari in alcuni locali di Poznan

GIOVEDÌ 27 GENNAIO 2011 - 12:05

Alcuni ristoranti e alcune discoteche al centro di Poznan non fanno entrare gli zingari. E se entrano vengono messi alla porta dalla sorveglianza. La proprietaria della discoteca Cuba Libre, Klaudia Lopez, ha dichiarato senza esitazione che ha vietato l'entrata ai zingari. "Non sono l'unica ad aver introdotto questo divieto.

Gli zingari entrano in gruppo e fanno casino" argomenta la proprietaria. Non tutti i padroni dei ristoranti usano la sorveglianza. Il manager del Piano Bar, Maciej Kurzawa, dichiara "Noi rifiutiamo l'entrata agli zingari con un po' di sensibilità, dicendo, ad esempio, che tutti i posti sono occupati". Questa situazione l'ha sperimentata da poco il violinista, Miklosz Deki Czureja, di origine zingara. Conosce bene il Piano Bar, ha suonato tante volte in questo locale. Ma quando è venuto con la sua partner e la sua nipote per pranzare non ha potuto entrare. Gli hanno detto che non c'erano posti liberi anche se c'erano i tavoli liberi e gli altri ospiti entravano senza ostacoli. Un ospite della discoteca Cuba Libre che è stato accompagnato fuori durante la serata che passava con amici polacchi si è lamentato all'organizzazione degli zingari in Polonia che poi si è rivolta alla Polizia. Ma l'indagine non è partita. I rappresentanti della Polizia spiegano che non c'erano abbastanza ragioni per farlo. La Fondazione dei diritti umani di Helsinki ha dichiarato che aiuterà tutti gli zingari trattati ingiustamente a preparare la citazione.

(Polonia Oggi)

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Di Sucar Drom (del 30/01/2011 @ 09:18:41, in blog, visitato 494 volte)

Repubblica Ceca, parte il progetto di alloggio garantito
Il governo della Repubblica Ceca sta preparando un progetto pilota diretto a sostenere l'aspirazione della famiglie rom che vogliono trovare un alloggio in affitto al di fuori dei ghetti nei quali gli zingari di questo paese sono spesso costretti a vivere. L'aiuto sa...

Bolzano, scoppia la polemica se ai Sinti viene data la possibilità di lavorare
A seguito della polemica scoppiata a Bolzano sulla delibera di giunta che ha affidato alla Cooperativa Aquila la gestione di un bar, pubblichiamo il comunicato stampa firmato da Radames Gabrielli...

Il Giorno della Memoria, ONU: le famiglie non dovranno mai più sopportare quel tipo di male sperimentato durante l'Olocausto
Ogni anno, la comunità internazionale si unisce in memoria dell'Olocausto e riflette sugli insegnamenti a cui tutti dobbiamo prestare attenzione. Si tratta di un'osservanza annuale d'importanza vitale...

Mantova, il Giorno della Memoria 2011
Numerose sono le iniziative per il Giorno della Memoria, organizzate nella Provincia di Mantova. L'associazione Sucar Drom, l'Istituto di Cultura Sinta e le Comunità sinte e rom invitano tutti alla commemorazione del Porrajmos alla Stazione Ferroviaria di Mantova, in Piazza don Leoni. La commemorazione si terrà giovedì 27 gennaio, alle ore 16.00, presso il Binario 1 da dove partivano i treni...

Human Rights Watch, Italia: gli interventi politici sono ostili, violenti, razzisti, xenofobi ma non solo...
Human Rights Watch è un'organizzazione non governativa internazionale che si occupa della difesa dei diritti umani. La sua sede principale è a New York. Human Rights Watch produce ricerche e studi sulle violazioni delle norme in...

Consiglio d'Europa, programma di formazione e creazione di un elenco europeo dei mediatori sinti e rom
Il Consiglio d'Europa intende realizzare nel mese di febbraio prossimo un Programma di formazione europeo aperto esclusivamente a mediatori interculturali rom e sinti operanti in Enti Pubblici e realtà del privato-s...

Passpartù, campi senza case: un anno dopo la chiusura del Casilino 900
E’ passato un anno esatto dallo sgombero del Casilino 900. Il campo rom alla periferia est di Roma era considerato uno dei più grandi d’Europa. Prima di iniziare lo smantellamento l’amministrazione comunale aveva promesso agli abitanti del campo alternative abitative e sostegno a...

Il Giorno della Memoria: Porrajmos
All’inizio del 1940 Guido Landra pubblica l’articolo “il problema dei meticci in Europa” sulla rivista “la difesa della razza”. Landra scrive: “…in Europa esiste tutt’ora un grave problema dei meticci che non si limita a quello degli ebrei e che non si può esaurire tentando l’assimilazi...

Milano, non si ferma la furia razzista
A fine 2010, il presidente del Consiglio ha emanato la proroga dello "stato di emergenza in relazione agli insediamenti di comunità nomadi" in Campania, Lazio, Lombardia, Piemonte e Veneto. Come già avvenuto nel 2008, si sceglie...

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Di Fabrizio (del 29/01/2011 @ 09:52:37, in Europa, visitato 556 volte)

Shoah: per la prima volta un Rom apre la commemorazione al Bundestag

GRNET.it GIOVEDÌ 27 GENNAIO 2011 14:22

Berlino, 27 gen. - Passo simbolico della Germania per il riconoscimento dello sterminio nazista degli zingari. Per la prima volta da quando è stata istituita la Giornata della Memoria, 16 anni fa, è stato un Rom, l'olandese Zoni Weisz, a commemorare con un discorso al Bundestag lo sterminio di ebrei, sinti, rom e omosessuali operato dal Terzo Reich. Finora questo ruolo era stato sempre assegnato in Germania a personalità ebraiche o a esponenti del mondo politico.

Il presidente del Bundestag, Norbert Lammert, ha ricordato che Zoni Weisz perse la madre, due sorelle e un fratello ad Auschwitz e il padre nel lager di Mittelbau Dora. "Ancora oggi", ha osservato, "la più grande minoranza etnica d'Europa, i Sinti e i rom, è anche la più discriminata". Weisz ha ricordato l'incubo del rumore degli stivali dei soldati tedeschi: "Mi accompagnerà per tutto il resto della mia vita", ha detto commosso. "Tutti sanno che i nazisti hanno sterminato 6 milioni di ebrei", ha osservato Weisz che nel dopoguerra è diventato il fioraio più famoso dei Paesi Bassi, "ma quasi nessuno sa che anche mezzo milione di persone come noi furono eliminate e ora ho l'opportunità di parlarne".

Zoni Weisz

Weisz ha sottolineato in particolare l'atteggiamento razzistico nei confronti della comunità rom e sinti in Ungheria, dove "sulle porte dei ristoranti sono affissi cartelli che vietano l'ingresso agli zingari". Zoni Weisz, il cui padre gestiva un negozio di articoli musicali nella cittadina olandese di Zutphen, sfuggì miracolosamente allo sterminio, poichè quando i nazisti compirono una retata il 16 maggio 1944 si trovava per caso in visita ad una zia in un villaggio vicino. Tre giorni dopo quel bambino di 7 anni venne scovato ed arrestato dai nazisti in un bosco, nel quale si era rifugiato insieme ad altri rom sfuggiti alla retata, ma successivamente era stato fatto fuggire da un poliziotto olandese. Intanto oggi il quotidiano "Bild" pubblica parecchie foto inedite dei corpi di prigionieri massacrati dai nazisti pochi giorni prima della liberazione del lager di Buchenwald e di quello annesso di Ohrdruf.

Quando le truppe americane della 89ma divisione di fanteria avevano liberato il lager il 4 aprile 1945, oltre a pochi internati ancora in vita e ridotti a scheletri umani, avevano rinvenuto nel piazzale antistante le baracche anche i corpi di una settantina di prigionieri, uccisi dalle SS in quanto non in condizione di partecipare alle marce di evacuazione del campo da loro ordinate. Le drammatiche foto erano state fatte dai militari Usa, che le avevano fatte sviluppare ad una assistente di un fotografo di Weimar, la città di Goethe poco lontana da Buchenwald, che aveva trattenuto per sè un'altra copia delle immagini, rimaste inedite per 66 anni. (AGI)

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Di Fabrizio (del 29/01/2011 @ 09:40:23, in Italia, visitato 471 volte)

Repubblica.it di ZITA DAZZI

Due sentenze del tribunale non sono bastate a sbloccare i progetti di rientro, le borse-lavoro e l'assegnazione delle case. Al palo il piano Maroni, bloccato dallo stesso ministro dell'Interno

Triboniano, anno zero. Nemmeno i camion dell'Amsa si fanno più vedere nel grande campo rom davanti a Musocco. Gli zingari tirano a campare nelle roulotte e nei container che stanno in piedi con lo sputo; gli abitanti dei palazzi vicini si barricano dietro alle porte blindate. Delle 120 famiglie che dovevano esser già lontane, solo 40 sono fuori dal ghetto.

Non hanno sortito grandi cambiamenti neppure le due ordinanze del tribunale civile che, il 20 dicembre e lunedì scorso, hanno dato ragione alle dieci famiglie rom che chiedevano l'applicazione dei contratti sottoscritti ad agosto in prefettura col Comune per l'assegnazione delle case popolari. In virtù dei due provvedimenti, 30 persone hanno lasciato il campo e altre dieci si accingono a farlo nei prossimi giorni. In mano le chiavi dell'alloggio che l'Aler ha assegnato — fuori graduatoria — alla Casa della Carità perché vi ospiti le 10 famiglie maggiormente bisognose delle 120 che dal 2007 abitano nel più grande campo autorizzato della città.

Ma con tutto il bailamme scoppiato da settembre in poi attorno alla questione delle dieci case, nessuno pensa più che al Triboniano vivono ancora altre 79 famiglie, 385 persone. Uomini, donne e bambini che nulla sanno del loro futuro, se non che dovranno — probabilmente entro la fine di marzo — uscire dal campo. Nel piano Maroni per il «superamento dei campi rom» — finanziato dal ministro degli Interni con 13 milioni di euro — oltre alle 10 case popolari per i casi più disperati dal punto di vista sociosanitario, erano previste per le altre famiglie progetti di rientro in Romania, borse lavoro, aiuti economici per sostenere chi avesse cercato casa in affitto sul mercato privato, garanzie per chi voleva aprirsi un mutuo. Di tutto questo poco o nulla è stato fatto. Una quindicina di nuclei sono stati sgomberati dal Comune. Ma il "bubbone Triboniano" è ben lontano dall'essere sanato.

Eppure, a stare ai proclami del maggio 2010, il campo avrebbe dovuto esser chiuso dall'ottobre scorso. Anche perché da lì dovrebbe passare una nuova strada per Expo 2015. «Ma è tutto fermo da quattro mesi — spiega don Virginio Colmegna, presidente della Casa della carità — da quando il ministro Maroni e il sindaco Moratti annunciarono lo stop all'assegnazione delle case ai rom. Ma ora occorre rimboccarsi le maniche e rimettersi al lavoro perché al Triboniano c'è il caos, il disorientamento completo, una sensazione di abbandono che crea tensione».

L'ultima convocazione del tavolo in prefettura fra istituzioni ed enti coinvolti nel piano risale al 9 novembre scorso. Poi il silenzio completo, a parte il rumore della carte bollate. A guardare i registri del Triboniano, si scopre che, su 120 famiglie (580 persone) da ricollocare in vista della chiusura del campo, sei nuclei (26 persone di cui 14 minori) sono rientrati in Romania; quattro (25 persone di cui 17 minori) si sono trasferiti in un appartamento privato in affitto; due (dieci persone di cui sette minori) hanno avuto la casa popolare attraverso la normale graduatoria; due (dieci persone di cui sei minori) si sono trasferiti in casa ad affitto calmierato; uno (sei persone di cui quattro minori) ha acquistato casa e si sta trasferendo nella sua abitazione. Altre tre famiglie hanno avuto il sostegno economico previsto dal Piano Maroni e stanno cercando casa sul mercato privato. Per quanto riguarda l'avviamento professionale, 73 persone che hanno fatto un colloquio con gli operatori del Celav (Centro mediazione per il lavoro) e di queste 22 hanno iniziato un tirocinio lavorativo (due persone) o una borsa lavoro (20 persone).

Restano in attesa di notizie dal Comune le dieci famiglie (49 persone) da anni in attesa della casa popolare con la normale graduatoria, alle quali ai primi giorni di agosto l'assessorato alle Politiche sociali aveva promesso di accelerare le pratiche; altre sette famiglie (26 persone) che avevano intenzione di tornare in patria, ma sono in attesa da fine settembre di essere convocate per la firma del progetto di rientro. «Per tutte le altre, non si è nemmeno cominciato a pensare a un progetto, visto che abbiamo dovuto occuparci solo delle dieci a cui era stata promessa la casa popolare — dicono don Massimo Mapelli, direttore operativo di Casa della Carità, e Fiorenzo De Molli, responsabile del presidio sociale al Triboniano — È ora di mettersi a lavorare anche per loro se non si vuole arrivare allo scontro quando il campo dovrà essere chiuso».

(26 gennaio 2011)

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Di Fabrizio (del 28/01/2011 @ 09:06:07, in Italia, visitato 923 volte)

[21/01/2011] Per non dimenticare lo sterminio degli zingari



Con grande dedizione e passione per la causa del popolo Rom-Sinti che da anni difende, la giornalista, attrice, mediatrice culturale jugoslava Dijana Pavlovic si è messa a disposizione del Fiume per parlare di shoah, o meglio di "porrajmos", che è la parola in lingua romanes per indicare la distruzione degli "zingari" (circa 500.000 le vittime) che i Nazisti misero in atto accanto a quella degli ebrei e delle altre categorie pericolose per l’ordine costituito.

E’ stato bello mettere a confronto una donna giovane, madre, e rom con ragazzi del Liceo Artistico "Munari" di Castelmassa (Rovigo) , che dopo aver ascoltato attentamente la storia della persecuzione, le hanno sciorinato tutti i luoghi comuni sugli zingari che tanto piacciono alla nostra società semplificatrice.

Dijana vi ha contrapposto l’umanità di un popolo che non chiede terra, non si bea di un qualche nazionalismo, non vive per il denaro ma per i saldi rapporti familiari, e i bambini li fa non li ruba.

Le domande sulla realtà rom sono uscite a margine del racconto dello sterminio degli zingari che ad Auschwitz avevano uno statuto speciale in quanto "ariani" (originari del ceppo indiano e quindi indoeuropei come gli arii) e vennero tenuti uniti nello "Zigeunerlager" fino alla notte tra il 2 e il 3 agosto del 1944.

Al mattino del 3 agosto i prigionieri di Auschwitz, sorpresi del silenzio che regnava, videro il campo degli zingari deserto. Nella notte tutte le famiglie erano state gasate.

Molto bello è stato l’incontro nella Casa Circondariale di Rovigo con un buon numero di detenuti che ogni anno partecipano al programma che l’Uisp propone per l’apertura alla riflessione su questo tema e che, da quattro anni, porta "Il Fiume" a raccontare di quel che è accaduto anche in Italia.

Gli anni scorsi si è parlato di shoah in Polesine con la visita di Sandy Speyer, da New York, nel carcere dove sua madre era stata imprigionata nel ’44 prima del trasferimento ad Auschwitz, quest’anno con Dijana Pavlovic si è parlato di zingari.

Così in mezzo a detenuti magrebini, egiziani, italiani, slavi, si è scoperto che molti erano di origini rom e sinti, a addirittura "caminanti", mentre un ragazzo italiano ha rivendicato con orgoglio di avere sposato una rom.

Nella drammaticità della situazione abbiamo capito che i presenti si sono sentiti coinvolti, sia dalla storia del "porrajmos", sia dalla presenza tra di loro di una che ce l’ha fatta, che ha studiato e si batte per dei diritti che vengono negati oggi, non meno che 60 anni fa.

Non sono mancati gli screzi tra gli ospiti che avevano voglia di dire la loro, alcuni a sproposito, altri con cognizione di causa e vera partecipazione, Mohamed dal Marocco che in patria viveva vicino ad un campo di zingari, ne ha elogiato le virtù augurandosi di rinascere zingaro!

Silenziose e poche le donne. Tra di loro una ragazza di colore attenta più ai segni dell’amico nella parte degli uomini (bello che anche a questo sia servito l’incontro, a vedersi e rompere l’isolamento) e una mamma rom di 11 figli, in carcere per chi sa quale grave furto, che alla fine si è avvicinata a Dijana e l’ha salutata in romanes.

Quel che abbiamo capito alla fine è che abbiamo molto da conoscere e da imparare, prima di tutto a dare i nomi alle persone ed alle culture perché se non si conosce, non si rispetta e se non si rispetta è l’inizio dell’odio.

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Di Fabrizio (del 28/01/2011 @ 09:02:32, in Kumpanija, visitato 964 volte)

Premessa: non pretendo che sia chiaro tutto ciò che scriverò, ma concentratevi sulle foto e forse capirete.

Ho in mente il giorno della Memoria appena passato, ci ho fatto il callo: per qualche settimana i giornali (per non parlare delle anime belle su Facebook e dintorni) riscoprono le "vittime" di una storia accaduta 70 anni fa. Tutti a mostrarsi "democratici" (e possibilmente carini) perché questa memoria non vada persa, almeno un giorno all'anno.

Ma il resto dell'anno è un tritacarne sociale continuo, che vede all'opera nuovi aguzzini e (come allora) altri (tanti) che sempre fanno finta di non vedere, come se la violenza non riguardasse delle persone, ma ancora dei "sotto-uomini".

Ho in mente la violenza degli sgomberi, le baracche distrutte dai bulldozer, i bambini allontanati dalle scuole... e poi resiste un'altra violenza, meno fisica ma descritta ampliamente in tante testimonianze dai campi di concentramento: volere annientare moralmente una persona.

Arriviamo alle foto, quindi. Sono quello che resta di un campo che era vivibile e vivace. E di una piccola cappella, che era stata voluta e costruita materialmente da chi il campo lo abitava.

Così le parole di Jovica Jovic, lo scorso 13 luglio: "avevo ottenuto il permesso per costruirla, ed ero felice. Era stata benedetta da otto parrocchie della zona e da un sacerdote ortodosso della Croazia. Una chiesa aperta a tutte le religioni, per distruggere il male col bene. Ce l'ho fatta ed ha avuto una caduta positiva nel campo. Adesso non riesco a farmene una ragione, che vogliano mandarci via e al posto della nostra chiesa mettere la quinta discarica di Rho! E' una grave offesa a Dio e agli uomini..." Rileggetevi tutta la storia.

Mentre crescevano le voci di chi al posto del campo voleva costruire una discarica ("Discarica più etnia è uguale a pulizia etnica."), io da ateo avevo l'impressione che Jovica fosse più offeso da quella mancanza di rispetto verso i suoi profondi sentimenti religiosi, che dalla minaccia dell'ennesimo sgombero.

Forse perché uno sgombero è solo la dimostrazione di chi ha la forza, ma i sentimenti sono quelli che ci legano tutti come persone appartenenti ad un unico mondo.

Lo sgombero è avvenuto (resta solo la magra soddisfazione, che poco dopo anche il sindaco "cattolico" Zucchetti è stato sgomberato dalla sua carica), ma lo sguardo di Jovica, tornato dal suo personale viaggio della memoria, voglio che non ci abbandoni.

E che ci restino in mente anche il capannone ritratto nella prima immagine, il terreno brullo che vediamo, perché PROPRIO IN QUESTI GIORNI,  sono quanto di più simile e vicino abbiamo alle foto di Auschwitz d'inverno.

Gli anni NON sono passati, ce lo ricordano queste cronache dalla Serbia e da Arezzo di 10 giorni fa.

Il campo di Rho, la sua chiesetta, gli amici e la gioia, ricordiamoli con le foto di un anno fa.

Grazie ad Ivana Kerecki e Cristina Simen per la collaborazione. Chi volesse, può richiedermi le foto in formato originale, scrivendo a info@sivola.net

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Di Fabrizio (del 27/01/2011 @ 09:57:56, in Kumpanija, visitato 523 volte)

Segnalazione di Alberto Maria Melis

CorriereFiorentino.it

Il treno della memoria fa tappa ad Auschwitz-Birkenau, il campo di concentramento costruito in Polonia nel 1941. Per i 500 studenti toscani la storia diventa realtà. Cerimonia sulla neve: ognuno accende una candela e pronuncia il nome di una persona scomparsa

AUSCHWITZ (Oswiecim) - Passare dalla pagina alla realtà, dai racconti alle baracche fatte di legno e mattoni. E' quello che stanno vivendo 500 ragazzi degli istituti superiori toscani arrivati ad Auschwitz-Birkenau, il campo di concentramento costruito in Polonia nel 1941. Nelle ultime settimane si erano preparati al meglio con i loro docenti ma essere qui è un'altra cosa. «Se non funzionava, cosa ce la mettevano a fare?» chiede Tommaso, riferendosi alla stufa in pietra presente in ogni baracca in cui venivano stipati fino a 700 prigionieri.

E' l'assurdità del male: «Le regole tedesche richiedevano che ogni costruzione fosse dotata di stufe - risponde la guida - ma queste non venivano mai fornite di carbone così erano inutili, per bellezza, anzi, per propaganda». I sedici gruppi si disperdono per l'enorme campo. «E' questo quello che mi colpisce, la vastità. Com'è possibile che nessuno abbia fatto niente?» sospira Lisa, studentessa pisana mentre cammina verso il monumento al limitare del lager. Marianna è rimasta colpita quando ha visto la baracca delle latrine, e si è sentita raccontare dalla guida la trasformazione di un momento privato in un rito brutale di degradazione: «Noi lo consideriamo la cosa più intima, mentre invece qui erano forzati a fare tutto insieme in tempi già decisi dai sorveglianti». Ma lo sgomento e l’emozione si può leggere sul volto di tutti i giovani che hanno visitato Birkenau, toccando con mano la tragedia «dell’uomo ridotto ad una macchina», sussurra Lorenzo da Arezzo. «Mi impressiona - racconta Simone, di Montepulciano - come tutto fosse già stabilito, mi impressiona il modo in cui è stato possibile rendere naturale ciò che era innaturale, come il medico che, soltanto dando uno sguardo ai prigionieri che arrivavano, stabiliva se dovevano essere gasati subito o potevano essere utili».

«Ricordare perché non succeda più» è una formula inadeguata. Almeno a giudicare da quanto è stato più volte ripetuto ad Auschwitz Birkenau, prima fermata del treno della memoria. Perché se quanto accaduto qui e negli altri campi di sterminio, forse non potrebbe succedere di nuovo nelle stesse forme, il male è ancora tra noi. Sono in molti ad esserne convinti, a partire dal presidente della Regione che ricorda il genocidio in Rwanda, quello nei balcani e i tanti altri stermini contemporanei cui, dice, l’opinione pubblica ha assistito inerte: «Le nostre azioni devono corrispondere ad un principio etico che ha al centro la persona umana. E, di qui, il diritto di ribellarsi alle ingiustizie: un diritto che può anche avere un prezzo alto, che molti in passato hanno pagato e molti ancora oggi continuano a pagare». Lo dice di fronte a ciò che resta dei forni crematori, ai margini dello sconfinato campo, durante la cerimonia che vede i ragazzi leggere i 500 nomi di altrettanti toscani deportati.

La funzione si chiude con tre preghiere, una rom, una cristiana (da una lettera di padre David Maria Turoldo) ed una ebraica. Tutte e tre si chiudono con la parola amen: «quella che unisce tutte le religioni» dice Arza, diciassettenne rom che sembra imbarazzata dalla folla per la lettura del suo intervento. Salvo diventare a un tratto sicura di sé quando, alza gli occhi, guarda il pubblico e dice: «La persecuzione del popolo Rom è finita? No, non è finita». E dopo spiegherà: «Importantissima la giornata della memoria, per carità, ma il razzismo c’è ancora eccome - racconta con accento fiorentino - ogni volta che dico di essere di origine zingara, la gente cambia sguardo nei miei confronti. Io sono in seconda superiore al Galileo di Firenze e, siccome non volevo che i miei compagni fossero condizionati dalle mie origini, le ho rivelate solo quest’anno. Dopo 12 mesi insieme, sapere questo non li ha cambiati. Vuol dire che è tutta una questione di etichette».

Anche per Lisa, studentessa di un istituto pisano, il male è lontano dall’essere sconfitto: «Quello che mi colpisce di questo posto è la vastità. Com'è possibile che nessuno abbia visto senza fare niente? Non c’è limite alla cattiveria umana. Ho paura che oggi succeda anche di peggio da qualche parte nel mondo e non ce lo dicano». Alessandro di Lucca ha già visitato Mauthausen: «Ma qui è tutta un’altra cosa, l’altro campo sembra quasi voler nascondere l’orrore. Qui, sarà la neve, ma mi sembra che tutto sia fermo ad allora». Sara viene da Prato e di integrazione ne sa qualcosa: «Il razzismo c’è ancora. Lo vedo tutti i giorni in ciò che succede da noi: la comunità cinese e quella italiana non si incontrano, vivono del tutto separate, non esiste convivenza». Mercoledì, i viaggiatori del Treno della Memoria faranno tappa al campo madre di Auschwitz 1, e nel pomeriggio i ragazzi incontreranno i testimoni, gli storici e i rappresentanti delle associazioni presso il cinema Kijow di Cracovia.

Edoardo Lusena - 25 gennaio 2011

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Di Fabrizio (del 27/01/2011 @ 09:52:35, in Italia, visitato 615 volte)

Segnalazione di Maria Grazia Simmini

Comunicato stampa

È di ieri l'ingiunzione di sgombero (priva della firma del Sindaco), da effettuarsi entro 30 giorni, pervenuta ad alcuni nuclei familiari residenti nel campo sosta Panareo dai vigili urbani su iniziativa del dirigente del settore Urbanistica del comune di Lecce arch. Luigi Maniglio. Nell'ingiunzione si ordina, a seguito di un'ispezione del nucleo di vigilanza edilizia presso il Campo Sosta Panareo avvenuta in data 16/11/2010, di abbattere (a spese degli occupanti) entro 30 giorni le "Campine" nelle quali ad oggi ancora abitano una ventina di nuclei familiari.

Con questa autonoma iniziativa, il settore Urbanistica del comune di Lecce, ignorando il lavoro di concertazione che da anni oramai è portato avanti dalle associazioni del terzo settore, dai rappresentati del Campo Rom e dai Servizi Sociali Comunali nel tentativo di far fronte ai numerosi problemi e ostacoli che questo gruppo di cittadini quotidianamente incontra nello svolgimento della propria vita, dimostra ancora una volta l'approccio demagogico con cui ci si affrontano le problematiche sociali e la totale mancanza di una prospettiva volta all'inclusione dei cittadini rom presenti sul territorio leccese.

Questa iniziativa inoltre, mette in luce la completa mancanza di coordinamento tra i diversi settori amministrativi dello stesso Comune di Lecce. Con questa ingiunzione infatti il settore urbanistica dimostra di ignorare le stesse procedura amministrative, visto che la gestione del campo sosta e la concertazione delle iniziative riguardanti lo stesso spetta, secondo il vigente regolamento comunale, ad un comitato interistituzionale. Proprio all'interno di questo comitato, tra l'altro, si erano decise le linee programmatiche di gestione per il campo rom in accordo con i legittimi rappresentanti di quest'ultimo, sviluppando un indirizzo che andava in tutt'altra direzione, ovvero quella di prevedere la bonifica della parte del campo ad oggi ancora esclusa dal recente progetto di rifacimento, con il quale il Comune di Lecce ha provveduto alla costruzione nel campo di 16 nuovi nuclei abitativi.

Il suddetto progetto, realizzato dal settore lavori pubblici del Comune, oltre a risultare inadeguato alla capienza degli abitanti del campo (tanto che si era convenuto di lasciare alcune "Campine" integre per permettere alle 14 famiglie e ai 6 single, escluse dal progetto, di conservare un alloggio) è risultato deficitario da un punto di vista tecnico; l'impianto fognario presenta infatti una pendenza sbagliata tanto che i liquami anziché finire nel depuratore, finiscono nelle case localizzate nella parte opposta al depuratore stesso e da lì fuoriescono, inquinando la zona circostante con tutto quello che ne consegue da un punto di vista sanitario.

Proprio per proporre soluzioni a questa incresciosa situazione si stava portando avanti un lavoro di concertazione finalizzato alla bonifica ambientale e sanitaria al fine di garantire condizioni di abitabilità accettabili della zona. Lavoro che questa ingiunzione di sgombero rischia di vanificare andando a peggiorare sensibilmente le già difficili condizioni di vita delle famiglie dei cittadini rom giunti in Italia, è bene ricordarlo, più di 25 anni fa, per sfuggire alle guerre che hanno insanguinato la ex-Jugoslavia.

Di fronte ai diversi problemi strutturali che presenta il campo, più volte denunciati dagli stessi residenti, anziché attrezzarsi politicamente per ricercare soluzioni capaci di garantire un'effettiva inclusione sociale si emettono ingiunzioni di sgombero senza proporre alcuna prospettiva praticabile, creando panico all'interno del campo e ignorando le iniziative intraprese in questi anni per cercare di proporre soluzioni praticabili o quantomeno in grado di attenuare le precarie condizioni di esistenza nel campo in attesa di una soluzione politica che abbandoni la logica segregante e discriminatoria dei campi e che trovi, attraverso il coinvolgimento delle Istituzioni preposte per legge a far ciò (in primis la Prefettura – con i "Consigli Territoriali" – così come da tempo richiesto, insieme a sindacati, associazioni e ufficio Servizi Sociali del Comune dei Lecce), soluzioni che vadano nella direzione di una reale inclusione sociale dei cittadini rom e nella programmazione di forme condivise per rispondere alle richieste sociali (lavoro, scolarizzazione, abitazione) avanzate dagli interessati.

Attendiamo una risposta ufficiale del Comune di Lecce e dalla Prefettura di Lecce che chiarisca la posizione dell'ente in relazione all'iniziativa dell'arch. Maniglio, manifestando nel frattempo tutto il nostro stupore e sgomento in riferimento alla stessa.

Benfik Toska, Rappresentante del Campo Sosta Panareo
Comitato per la Difesa dei Diritti degli Immigrati
Spazio Sociale Zei
NAeMI forum di donne Native e Migranti
Rete Antirazzista Salento

contatti
Benfik Toska 3289447057
Antonio Ciniero 3296931041

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Di Fabrizio (del 26/01/2011 @ 09:49:56, in Europa, visitato 563 volte)

Da Roma_ex_Yugoslavia

wsws.org by Elisabeth Zimmermann

19/01/2011 - Il villaggio di Mayen, vicino alla città di Coblenza nello stato tedesco della Renania-Palatinato, è governato da un'amministrazione socialdemocratica (SPD). Una famiglia rom originaria del Kosovo viveva a Mayen dal 1999. Nonostante la grave malattia di una dei suoi componenti, la signora Borka T., l'intera famiglia è stata deportata in Kosovo in condizioni inumane, all'inizio di dicembre. Appena un mese dopo, la signora T. è morta di emorragia cerebrale.

Alle prime ore del 7 dicembre, la polizia ha portato via dalla loro casa a Mayen la signora Borka T. con suo marito e loro figlio Avdil di 14 anni. Furono dati loro solo 30 minuti per raccogliere un po' di loro cose personali.  Furono scortati dalla polizia all'aeroporto di Düsseldorf e con altri rifugiati deportati a Pristina, capitale del Kosovo.

La signora Borka era stata visitata all'aeroporto di Düsseldorf da un dottore il cui compito era dare l'ok alla sua deportazione. Lo specialista che l'aveva in cura, le aveva diagnosticato disturbi post-traumatici da stress, depressione e nevralgie. A causa di questi sintomi, riceveva farmaci e terapie regolari col supporto della Caritas. Questi fatti erano conosciuti ma sono stati ignorati dagli incaricati all'aeroporto.

Le condizioni di difficoltà della donna sono state spazzate via dall'amministrazione locale di Mayen-Coblenza, che ha ordinato la deportazione della famiglia. Il tribunale amministrativo di Treviri ha poi confermato la deportazione, ben sapendo che per la donna in Kosovo non esisteva alcuna possibilità di cura.

L'amministrazione di Mayen-Coblenza da parte sua ha negato ogni responsabilità anche dopo l'annuncio della morte di Borka T. all'inizio di quest'anno. Un portavoce ha semplicemente dichiarato che l'autorità si appoggiava sul giudizio del tribunale amministrativo di Treviri, che affermava c'erano possibilità di cura in Kosovo. Il portavoce ha smentito qualsiasi correlazione tra la mancanza di medicine e la morte della donna come assurda, dichiarando con cinismo: "L'emorragia intercranica è sempre una possibilità".

L'avvocato della famiglia, Jens Dieckmann, ha emesso il 7 gennaio un comunicato stampa, che descrive la traumatica esperienza in Kosovo della famiglia e la susseguente brutale deportazione di Borka T. e della sua famiglia:

"Nell'ottobre 1999 la signora T. arrivò in Germania con la sua famiglia. Precedentemente avevano vissuto a Mitrovica, la città del Kosovo al centro dei combattimenti (nella guerra jugoslava) che fu divisa (e rimane divisa) tra Serbi e Albanesi del Kosovo. Assistette alla distruzione  della sua casa durante la guerra e alla morte di molti tra vicini, amici e parenti. La signora T. e la sua famiglia sono membri del gruppo etnico rom e rimasero intrappolati nella guerra del fuoco incrociato tra Serbi e Albanesi. Gli Albanesi espulsero da Mitrovica la famiglia della signora T., assieme ad altri Rom, accusandoli di collaborazione coi Serbi. In seguito la famiglia fuggì dalle rovine di Mitrovica."

"Dalla fuga da Mitrovica, dove la signora T. fu testimone di case in fiamme ed innumerevoli morti e feriti, soffriva di stress post-traumatico. Perciò in Germania era sottoposta a cure specialistiche e col supporto della Caritas seguiva una terapia specifica per i traumi."

Poi l'avvocato continua descrivendo come il tribunale di Treviri ha deciso sulla deportazione, anche se era pienamente consapevole della sua condizione. Ignorando le ragioni umanitarie per negare la deportazione, la corte ha invece preferito fare affidamento sulle informazioni completamente errate del ministero degli esteri, secondo cui la donna sarebbe stata seguita da specialisti in Kosovo e avrebbe avuto cure immediate.

In realtà, le condizioni reali a Pristina erano molto differenti. Qualsiasi giustificazione da parte delle autorità tedesche di non aver potuto prevedere la mancanza di strutture sanitarie in Kosovo è completamente insostenibile.

Diversi studi e relazioni di organizzazioni di aiuto ai rifugiati, come Pro Asyl e l'UNICEF, hanno documentato la disperata situazione politica e sociale in Kosovo.

Ci sono solo circa 300.000 posti di lavoro per il 1.800.000 di abitanti del Kosovo, ed il tasso ufficiale di disoccupazione è del 45%. Per le comunità rom e askali, il tasso varia dal 95 al 100%. Virtualmente non c'è una forma di sostegno per i disoccupati, e l'assistenza medica è disponibile solo a chi possa pagare. Anche l'istruzione è correlata al pagamento delle tasse. Il sistema agricolo della provincia non è competitivo, e non esiste un settore produttivo significativo. La principale esportazione del Kosovo sono i rottami metallici.

In un rapporto del Consiglio d'Europa, il Kosovo è descritto oggi come una terra dominata dalle "mafie e dal crimine organizzato". Il comandante dell'ALK ed attuale primo ministro, Hacim Thaci, è accusato di guidare un cartello criminale coinvolto in omicidi, prostituzione e traffico di droga. (Cfr. "Washington's "humanitarian" war and the crimes of the KLA")

Quando la famiglia T. tornò a Pristina non c'erano dottori, impiegati di lingua tedesca dell'ambasciata o operatori umanitari ad incontrali. Dopo aver completato le formalità di immigrazione, la famiglia venne completamente abbandonata. "Potete andare dove volete," fu detto loro. L'unico denaro in loro possesso erano 220 euro.

All'arrivo, la signora T. subì un attacco di panico e dichiarò che non sarebbe tornata a Mitrovica. Poi la famiglia si fece due ore di taxi fino ad un fratello della signora T. nella Serbia meridionale. Là, circa 40 membri della famiglia vivono in baracche attrezzate poveramente. Ogni unità ha un angolo cottura ed una stanza dove tutti mangiano e la notte si dorme per terra. Non ci sono attrezzature adeguate per bagno o doccia.

Il figlio quattordicenne Avdil, che in Germania viveva e frequentava la scuola dall'età di tre anni, era totalmente scioccato dalla povertà che lo circondava. Non avendo alcuna conoscenza della lingua, non aveva lì alcuna possibilità di andare a scuola.

Vistasi negate cure mediche e farmaci, la signora Borka T. collassò rapidamente dopo Capodanno. Venne portata in una clinica a Kragujevac dove entrò in coma per poi morire di emorragia cerebrale.

La tragica morte della signora Borka T. è un altro schiacciante atto d'accusa del sistema tedesco di asilo e deportazione. Ogni anno, migliaia di persone che soffrono di gravi malattie vengono deportate verso i loro paesi di origine. In molti casi, hanno vissuto per anni o addirittura decenni in Germania. Dove, è stato negato loro il diritto di soggiorno permanente e vivono in uno stato di insicurezza permanente.

Molti di questi deportati sono bambini nati in Germania e cresciuti nel paese. Questi bambini sono brutalmente strappati dalle loro scuole, dall'ambiente familiare e dagli amici e deprivati di ogni prospettiva futura.

Anche per queste circostanze, era interamente di competenza dell'amministrazione di Mayen-Coblenza garantire un permesso di residenza per motivi umanitari alla famiglia T. Appena due settimane prima della deportazione di una famiglia, la conferenza dei ministri degli interni aveva emesso un decreto che rendeva possibili decisioni simili. Tuttavia, lo stato della Renania-Palatinato ha deciso di applicare il regolamento solo il 23 dicembre, a più di un mese dall'emanazione.

Nella sua lettera del 7 gennaio alla stampa, l'avvocato della famiglia ha sollevato alcune questioni vitali:

  1. Perché non ci sono stati esami medici alla signora T. immediatamente prima della sua deportazione?
  2. Perché all'aeroporto di Pristina non erano presenti specialisti o organizzazioni di soccorso, quando le autorità tedesche sapevano che quel giorno veniva deportata una donna con problemi mentali?
  3. Perché lo stato della Renania-Palatinato non si è unito al bando della deportazione di Rom verso il Kosovo, come ad esempio lo stato del Nord Reno-Westfalia? Il governo di Düsseldorf aveva preso la sua decisione sulla base primaria del parere del ministro degli esteri e delle informazioni che descrivevano la catastrofica situazione dei Rom in Kosovo.
  4. Perché non è stata fermata la pratica delle deportazioni in seguito alla decisione della conferenza dei ministri degli interni del 19 novembre 2010? Durante la conferenza, venne concordato che poteva essere rilasciato un permesso di residenza ai rifugiati che si erano integrati correttamente e sarebbero stati protetti dalle deportazioni almeno i ragazzi sino a 18 anni. Avdil ha frequentato per anni la scuola e senza dubbio aveva soddisfatto i criteri stabiliti.

Secondo il suo insegnante, Avdil era un bravo studente, laborioso e curioso, popolare tra i suoi compagni. Nondimeno, lui e la sua famiglia furono brutalmente deportati.

D'altronde, questa crudeltà burocratica è intenzionale. Le deportazioni in Kosovo sono l'obiettivo dichiarato dell'accordo firmato il 14 aprile 2010, tra il ministro tedesco degli interni Thomas de Maiziere (CDU) e la sua controparte kosovara, Bajram Rexhepi. Impegna il Kosovo ad accettare 14.000 rifugiati dalla Germania. Oltre a più di 10.000 Rom, la cifra include anche Askali, Egizi kosovari e membri della minoranza serba del Kosovo.

La maggior parte dei Rom fuggì dal Kosovo nel 1999 durante la guerra NATO contro la Jugoslavia. Se la dottrina ufficiale della NATO era di proteggere gli Albanesi kosovari dagli attacchi serbi e dalla "pulizia etnica", la guerra condotta dalla NATO e dalla UE alimentò i nazionalismi etnici e contribuì alla campagna di cacciata delle minoranze serbe, rom ed askali dal Kosovo. Alcuni fuggirono in Serbia, Macedonia e Montenegro, ma molti cercarono asilo nell'Europa occidentale o sperarono di essere riconosciuti come rifugiati dalle guerre civili. La maggior parte delle richieste asilo in Germania sono state respinte.

Ora, molti di quanti hanno fatto ingresso nel paese sono stati deportati, nonostante il freddo inverno nel Kosovo distrutto e dilaniato dalla guerra. Le persone di ritorno incontreranno povertà, esclusione sociale e carenza di alloggi. Molti che mancano di assistenza medica adeguata soffriranno di malattie e per alcuni, come la signora Borka T., la deportazione significa morte.

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