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Di Sucar Drom (del 29/02/2012 @ 09:34:19, in Europa, visitato 1200 volte)

Da Rom e Sinti in Italia e nel mondo

Partendo per la Romania, ho avuto la sensazione di imbarcarmi in un'avventura assurda, fuori dal tempo, quell'avventura che sognavo da parecchio.
I metodi poco limpidi per arrivarci di certo non mi tranquillizzavano, quelli che la mia famiglia Rom chiamava 'pullman per la Romania' altro non sono che auto grandi (tipo l'Ulysse o auto/furgoncini simili) guidati da questi soggetti che passano la loro vita a fare avanti - indietro tra Bologna e Craiova... una scenetta da prime pagine dei giornali sul tema dell'immigrazione. Ma partiamo dall'inizio.

Ho conosciuto la mia famiglia Rom mesi fa, ad una festa nel parco dietro casa mia, abito alle periferie di Bologna e ci sono dei posti molto carini che purtroppo, essendo fuorimano, non vengono sfruttati. Ci sono state iniziative molto belle, ho fatto un corso di cucina Rumena dove ho conosciuto Irina, la mamma delle mie future amiche, poi alla festa serale ho conosciuto e ballato con Rebecca, Cirasela e Adelina e da quella sera ci siamo viste praticamente tutti i giorni, per mesi.
Ora non starò a raccontare qui tutte le emozioni e le cose fatte con la mia nuova famiglia adottiva, basti sapere che ad un certo punto sono arrivati dei momenti brutti, dei pasticci con le burocrazie, e la famiglia ha fatto le valigie per tornare in Romania, in un piccolo paese vicino Craiova, Barca. E io sono andata con loro.

Di prima mattina, dopo avere dormito per terra abbracciata alle mie amiche (perché la mamma, la capo famiglia, avendo paura di fare tardi per il viaggio aveva buttato via tutti - TUTTI! - i letti della casa la sera prima della partenza!), c'è stata la fantastica 'colazione alla Zingara', ovvero una scorpacciata di pollo, pane e maionese, per iniziare bene la giornata! Poi contrattazioni varie e finalmente, si parte!

Venti ore di viaggio, mille e ottocento km, con musica Rumena a palla nello stereo, gente che balla, mangia, che continuamente si stupisce vedendomi: 'Ma tu sei Italiana? Cosa vai a fare in Romania? Cosa ci fai in mezzo a questi brutti zingari, non hai paura?!'
E alla fine, tra pic nic improvvisati nelle aiuole degli autogrill e dormite: Italia, Slovenia, Ungheria... Romania! Arrivati!

La prima cosa della Romania sono stati tre bambini. Piccoli, sporchissimi, che si aggrappavano ai vestiti chiedendo soldi, con le cicatrici in faccia.
Poi una visita a Cerata, paese abitato solo da famiglie Rom, un giro di saluti e abbracci, tra gente che già conoscevo e facce nuove, che avevano deciso di volermi bene.

L'aspetto più bello della Romania sono state le persone.
E a loro lo dicevo sempre, camminando nel paesino tutti mi guardavano come fossi un'aliena, si domandavano come fosse possibile che un'Italiana fosse in quel paesello sperduto, povero, di Rom che raccolgono il ferro, di contadini... .la felicità più grande era vedere lo stupore sulle loro facce e poi dei grandi sorrisi.
Vedermi lì con loro, a passare le giornate come le passano loro, in un posto dove non c'è nulla, al di fuori di ignoranti pregiudizi, per loro era davvero una gioia, e lo dicevano senza vergogna.
Il bello di questo popolo è anche la sincerità... .un popolo che per i gagi dovrebbe vergognarsi di tutto e invece non si vergogna di niente.
Le emozioni sono quelle e si comunicano senza troppi giri di parole... .oltretutto, non credo di essere stata toccata tanto in vita mia come in quella settimana in Romania! Quanti abbracci, mamma mia! Che gioia! Quante strette di mano, quante mani che mi prendevano su ad ogni ora del giorno e della sera per andare a ballare un po' nel cortile o in camera, vicino alla stufetta.

Perché poi, c'è da dire che faceva un freddo incredibile! La nevicata che c'è stata qui in Italia, durante il mese di febbraio, è partita dai Balcani... .la stessa neve fina fina, l'ho riconosciuta!
Ecco, una bella mattina ci siamo svegliati ed era tutto bianco e la neve non smetteva mai di cadere.
Immaginate la stessa nevicata dell'Italia, le stesse stalattiti di ghiaccio che pendono dai muri ma... niente riscaldamento!
Senza acqua calda!
Si, perché lì c'era la luce... e basta.
L'acqua si va a prendere al pozzo che è in fondo alla stradina e l'acqua si scalda poi sulla stufa a legna..la legna si prende nella stalla dei maiali... il maiale si uccide, altrimenti da mangiare non c'è nulla... .e si fa la festa per la morte del maiale!

Quella serata è stata fantastica, dopo le ore passata a preparare salsicce, zuppe di carne, e tutto quello che si può preparare con un maiale (taaaaaaante cose, non si butta via niente!!!), hanno iniziato a spuntare parenti e amici da ogni dove, zie, cugini, eccetera... ognuno aveva una bottiglia di qualcosa sottobraccio, per cui vi lascio immaginare!
Dalla strada principale si sentiva la potenza delle casse dello stereo di Ursari, il fratello più grande, che metteva su le grandi hit di musica pop Zingara, e tutti ballavamo come matti, tutti alticci!

Da bravi contadini alla mattina mi svegliavano con un bicchiere di vino caldo zuccherato!
E le giornate erano così, molto semplici, sempre affollate di persone.
I tempi sono quelli del sole si potrebbe dire, ci si svegliava prestissimo alla mattina, si puliva la casa, si faceva da mangiare, si badava ai fratelli più piccoli, si facevano dei giri in paese, si ballava e alla sera eravamo a letto a dormire già alle sette, otto di sera... .sfinite!
Quello che soprattutto si fa, durante la giornata, sono delle chiacchiere, discorsi e ragionamenti infiniti, non sempre basati su cose reali. Spesso mi è capitato di parlare con ragazzi e ragazze Rom che palesemente si stavano inventando quello di cui parlavano... ma era bello così, per loro credo che in fondo, vero o non vero, sia uguale...

Io dormivo con le mie due amiche in un lettone matrimoniale, dormivamo tutte le notti abbracciate strettissime per via del freddo... non ho mai dormito così bene in vita mia.

La condivisione di tutto, anche del sonno.
Non c'è cibo buono che puoi gustarti da solo, ma non perché gli altri sarebbero invidiosi, ma perché è più bello anche per te condividere le cose.
Una stecca di cioccolato comprata all'alimentari andava spartita per sei, sette persone. Per qualsiasi cosa è così. Ed è un valore meraviglioso che noialtri non abbiamo più...  Si condividono gli spazi, la privacy non esiste, perché poi dovrebbe esserci? Io facevo pipì guardando in faccia le mie amiche che nel frattempo continuavano a parlarmi come se nulla fosse!
Di qualunque cosa non bisogna avere vergogna, in fondo siamo tutti fatti uguali, no?

Il ruolo della donna è fondamentale, ed è per questo motivo che Irina, la mamma, che avrebbe voluto tornare in Italia per lavorare, invece è rimasta là. Perché la famiglia non sa andare avanti senza di lei... mi ricordo un giorno in particolare, in cui Irina era stata a Craiova per andare a trovare il fratello in carcere... e beh, sono visite che richiedono un po' di tempo e oltretutto al ritorno ci ha raccontato che le si era pure ingolfata l'auto... per cui, è stata via dalla mattina presto alla sera.
Al suo ritorno Sorin, il marito, era arrabbiatissimo, erano tutti affamati perché non sapevano da che parte cominciare per prepararsi una cena... .è stato il delirio! E infatti poi Irina mi ha guardata, sconsolata, e mi ha detto: 'vedi, Sire?' (il mio nome è stato trasformato prima in Seina poi in Sire) 'come faccio a tornare in Italia quando qui, a casa, con un marito e quattro figli, nessuno sa prepararsi da mangiare?'

Il giorno del mio compleanno ero là, in Romania. E' stato buffo perché tutti sembravano sentirsi in colpa del fatto che non potevano offrirmi grandi regali o grandi feste.
In realtà, io ero la più felice del mondo.
Eravamo là, alla sera, nella stanza di irina e Sorin, a mangiare pezzi di maiale arrosto e pane fatto in casa, guardando un reality Rumeno assurdo, con Ursari che raccontava storielle per farsi grosso e continuava a darmi baci per fare ingelosire sue moglie, e ogni volta urla da ogni dove e scenette comiche... .che buffi.
Ursari e Cirasela sono una coppia tenerissima: lui ha 18 anni, lei 15 ed è già incinta, di tre o quattro mesi, non ricordo bene.
Quando si sono sposati, un paio di anni fa, si erano visti soltanto una volta e per pochi minuti.
E' stato un matrimonio organizzato dalle due famiglie degli sposi.
Il video della festa lo avrò visto dieci volte! Ogni settimana quando andavo a casa loro qui a Bologna, Irina metteva su il video e si commuoveva ogni volta e ogni volta mi ri-raccontava la storia del loro matrimonio!
Comunque sono una coppia buffa... .lui è un bel ragazzo e lo sa bene, per cui va sempre in giro a fare il galletto e poi torna a casa a raccontare le sue conquiste alla moglie, che infatti è sempre imbronciata! Una piccola moglie in miniatura col pancione e le labbra imbronciate e 'da mucca', come dice Ursari, sempre lusinghiero...

Sorin e Irina invece sono una coppia bellissima.
La loro storia però è iniziata in una maniera molto brutta.
I matrimoni tra i Rom possono farsi in diversi modi: o matrimoni combinati, in cui quindi sono le famiglie ad accordarsi.
Oppure tramite la 'fuitina', molto diffusa anche in Italia anni fa a dire il vero, cioè una fuga d'amore tra due ragazzi che decidono di scappare insieme e al loro ritorno sono già una coppia.
Oppure, il modo più 'cruento'(per la donna): il 'rapimento'.
La donna viene proprio 'rapita' dall'uomo che la desidera e portata via... .a quel punto la donna può essere d'accordo oppure chiamare i carabinieri e tornare a casa. Per Irina non è stato così... .ci sono poi state lotte tra le famiglie e caos di vario tipo, per cui alla fine Irina ha deciso di andare a vivere con Sorin per evitare ripercussioni sulle famiglie.
Irina me l'ha raccontata tante volte questa storia, tranquillamente.
Era sempre bella la parte finale in cui mi diceva che ora invece è tutto diverso... .ora lei è proprio innamorata di Sorin!
Le piace di più anche fisicamente, perché all'inizio era magro e ora invece è decisamente grasso (lei dice 'bello sano'), e tutte le mattine si danno il bacino del buongiorno!
Mi vengono le lacrime agli occhi scrivendo di queste piccole cose. Queste confidenze, questi gesti piccoli ma significativi, questa infinita semplicità... .

Invece Rebecca, la mia amica (che ha appena compiuto 16 anni, ma come tutte le zingare sembra molto più grande), lei ha fatto la fuga d'amore ed era 'sposata' (senza cerimonia) con un ragazzo, Vali, poverissimo e che a quanto pare ha venduto i suoi orecchini d'oro e fatto tante altre carognate, oltre a trattarla male (ovviamente solo dopo la fuga)... per cui, ora è come se avessero 'divorziato' e la mia amica, da brava ragazza Rom, non aspetta altro che un marito per fare una grande festa di 3 giorni, come da tradizioni!

Insomma, sono stati dei giorni molto belli e intensi in Romania e io mi sento una privilegiata ad essere riuscita ad entrare in questo mondo che mi è così caro.
Ci sono tutta una serie di privilegi ai quali posso attingere al momento: intanto in Romania non mi succederà mai niente di male, perché sono 'protetta', nel vero senso della parola, dai parenti più grossi e nerboruti della famiglia... .e anche a Bologna, dove la comunità più grande di Rom viene dalla Romania (anzi, per la precisione proprio da Craiova e dintorni), basta dire di essere amica di Irina e famiglia perché ti si aprano le porte per delle conversazioni e dei sorrisi che io vado sempre cercando, tra questa gente.
Di sforzi ce ne sono voluti, e tanti.
Si tratta comunque di un incontro tra culture completamente diverse... ma non è impossibile, credetemi.
E una volta all'interno, si possono scoprire cose di un'umanità incredibile.
E' un invito a non lasciarsi abbindolare da stupidi stereotipi. E' un invito a guardarli come persone, e non come guardereste il vostro cane. E' un invito ad essere aperti alla diversità, all'altro, alle altre culture. Perché c'è del Bello ovunque, e sarebbe una così grossa perdita non coglierlo.

Il viaggio del ritorno, infine:
c'è da dire che è stato molto dubbio, fin dall'inizio! Intanto, con la neve che c'era, non si era nemmeno sicuri di partire... e poi, al ritorno ero da sola.
Per cui c'era un po' di ansia inizialmente, per via di questi autisti che comunque alla fine si sono rivelati assolutamente corretti e disponibili... però, non si sa mai. In fondo sono 20 ore di viaggio che non sono poche, in balìa di questa gente che potrebbe portarti un po' dove vuole, tanto voglio dire, se mi trovo nei guai in Ungheria, chi mi viene a recuperare?
Questo era un consiglio di viaggio: prendete le Euro Linee di trasporti per la Romania! Costose ma facili e sicure!

Le parti più divertenti erano quelle alle dogane. In pratica si danno i documenti e poi lo sbirro apre la macchina e chiama a voce alta tutti i nomi guardandoti in faccia.
Ecco, faceva parecchio ridere perché ogni volta c'era grande stupore nel vedere tutte queste facce lunghe e brutte da zingaroni coi denti d'oro e in mezzo io, felicissima che saluto dicendo 'qui, sono io!' !

Al ritorno il viaggio è stato più bello dell'andata, siamo partiti di giorno e quindi con la luce ho potuto vedere un po' di paesini dall'interno, mentre l'auto girava per prendere su i passeggeri dalle varie case... ho visto una parte di Timisoara, delle chiese bellissime coperte di neve, mi ricordo tutti i bambini in strada che salutavano il nostro furgoncino quando passavamo... poi delle distese di neve con dei cani lupo bellissimi che correvano... sono posti tutti da scoprire.

Durante quelle 20 ore ho avuto modo di parlare un po' con tutti...
In particolare con una madre (giovanissima, ha la mia età) che ad un certo punto ha tirato fuori dalla borsetta la fotografia dei suoi tre figli e con tranquillità mi ha detto:
'Vedi il più grande? lui ha i capelli biondi biondi biondi... non sembra un brutto Zingaro... forse lui avrà fortuna nella vita.''

Serena Raggi

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Di Fabrizio (del 29/02/2012 @ 08:58:28, in Kumpanija, visitato 1423 volte)

Se non state attenti, i media vi faranno odiare le persone che vengono oppresse e amare quelle che opprimono! (immagine da Terraelibertacirano.blogspot.com)

Conosco amici e compagni che sono convinti che il razzismo sia un patrimonio degli imbecilli... il ché vorrebbe dire che se qualcuno è minimamente intelligente-istruito, non dovrebbe essere razzista.

Visto che non sono d'accordo su questa affermazione, ho provato a dare delle spiegazioni a me stesso:

  1. quella più semplice era che, dato che chi lo pensa è di solito antirazzista, trova più diplomatico affermare di non essere razzista, piuttosto che dire di essere intelligente, col rischio di essere smentito prima o poi;
  2. del razzismo comunemente inteso, percepiamo gli aspetti eclatanti (le fiamme date ad un campo rom, la mensa comunale negata ai figli di stranieri, certe dichiarazioni sanguigne oltre gli steccati penali). Più a fatica individuiamo il brodo di coltura di questi fenomeni.
  3. Se ripenso, ad esempio, a come fu possibile la mobilitazione del III Reich contro gli Ebrei, vedo invece che gli intellettuali svolsero un ruolo chiave nel prepararla. Göbbels (non era l'ultimo arrivato) ben prima che il nazismo si facesse stato, intuì il ruolo dell'informazione (che in seguito passò alla scuola) come veicolo anestetizzante della propaganda; era già successo in passato, ma lui fu il primo ad adoperarla in maniera cosciente e sistematica. Parimenti intuì ed applicò il ruolo di braccio armato da delegare ai gruppi paramilitari. Quando le sue intuizioni da teoria si fecero pratica, la macchina dell'odio era un meccanismo così oliato che dalla guerra agli Ebrei passò alla guerra mondiale.

Passando dai ragionamenti alla pratica, lo spunto arriva da Reggio Emilia. Doppiamente interessante perché il network a cui fa capo la testata, si chiama 4minuti.it: vale a dire il tempo che mediamente un lettore distratto dedica a leggere e digerire una notizia.

Ma torniamo alla nuda cronaca, titolo e sottotitolo recitano:

    Rom, dopo l'aggressione di Massenzatico "Il Comune non si limiti alla solidarietà"
    La Lega Nord: bisogna fare rispettare la legalità

Di che si parla? Per motivi banali, qualche sera fa c'è stata una rissa in un locale del Reggiano. Un frequentatore è stato malmenato da un gruppo di "supposti nomadi". Si ignora chi siano gli aggressori.

Dopo queste indicazioni, l'articolo prosegue citando (oltre metà del pezzo totale) una dichiarazione di un consigliere comunale (il partito di appartenenza non mi interessa) da cui veniamo a sapere che la macchina degli aggressori è stata ritrovata abbandonata nei pressi del locale "campo nomadi".

Il tono generale della dichiarazione è fermo, ma nel contempo civile ed educato, niente a che fare con le sguaiatezze di un Borghezio, di uno Speroni o un Calderoli. Difatti il consigliere termina il suo ragionamento con questa frase, che chiunque potrebbe condividere: "Il rispetto della legalità è il primo requisito per la convivenza civile tra le persone, e Reggio non può e non deve tollerare in alcun modo che certi fatti rimangano impuniti".

E' però la penultima frase che ci riporta nel cortocircuito mentale del piccolo razzismo trasmesso in quattro minuti. Con lo stesso tono civile, si dice: "Qualora si accertassero responsabilità o anche solo connivenze o favoreggiamenti da parte di ospiti del campo nomadi di via Gramsci, da parte del Comune mi auspico che vengano presi i provvedimenti di cui al regolamento dei campi nomadi, e che a Reggio non ci sia alcuna ospitalità per questi individui".

Spiazzante quel "qualora" iniziale: non vi suonerebbe fuoriluogo se al posto di una comunità rom o sinta, fosse riferito a qualsiasi altro gruppo etnico? Se il regolamento prevede l'espulsione dei colpevoli ("presunti" tali o dopo essere passati in giudicato?), sapreste dirmi se conoscete un regolamento analogo per le case comunali, dove se qualcuno compie un crimine, o è semplicemente sospettato di esserne l'autore, perde il diritto alla casa? Nel vecchio regolamento del comune di Milano (decaduto lo scorso novembre), perderebbe il diritto alla piazzola di sosta l'intera famiglia del presunto colpevole.

La chiave è in un altro frammento di dichiarazione: "Sono anni che i cittadini di Massenzatico e di Pratofontana subiscono passivamente gli effetti negativi di una convivenza intollerabile con la comunità nomade, nel silenzio delle istituzioni..." da cui discende il "legittimo sospetto" che l'aggressione nel locale sia la scusa per un regolamento di conti ben più grave, per cui una comunità debba pagare le colpe dei singoli, ANCHE IN ASSENZA DI COLPA PROVATA.

Vorrei terminare questi pensieri, invitandovi a non chiedervi se ho parlato o meno di razzismo. Non è un razzista dichiarato chi ha fatto quelle affermazioni, ma credetemi, non lo sono neanche Borghezio, Gentilini, non lo era neanche Göbbels... solo vogliono fortemente che lo diventiate voi. Come sapete, nessun razzista ammetterà mai di essere tale.

Sono (stati) tutti attori, recitano una parte con diversi comprimari e spettatori paganti, al solo scopo di alimentare la continua macchina dell'odio. Sanno che la paura, il risentimento, l'incertezza fioriscono, mai come in questi tempi, e quindi parlano e ci manovrano di conseguenza. Ma in fondo, dipendesse da loro non farebbero male ad una mosca... ci sarà sempre chi svolgerà il lavoro sporco in vece loro.

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Di Fabrizio (del 28/02/2012 @ 09:02:39, in musica e parole, visitato 1258 volte)

SABATO 10 MARZO ORE 19,30
REBEL STORE in VIA DEI VOLSCI 41 - SAN LORENZO, ROMA

"Tristezza ironica, gioia di vivere e speranza sono i fili conduttori che accompagneranno il lettore in questo viaggio. Racconti e poesie si alterneranno con vivace ritmicità e sono lì a testimoniare la quotidianità di questo popolo, i Rom, che può insegnare ciò che nel nostro mondo di è dimenticato: la verità semplice di chi non ha niente, la cui unica ricchezza sono le proprie tradizioni e la propria cultura."

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Di Fabrizio (del 28/02/2012 @ 09:01:01, in Europa, visitato 1093 volte)

Da Roma_Francais

LADEPECHE.fr Due giovani rumene affermano che è stato proibito loro di pagare gli acquisti./ Photo DDM. T.Bl

"In questo supermercato, più volte ci è stato chiesto di uscire senza neanche poter avuto fare la spesa. Ci lasciano entrare, prendere gli articoli, e quando siamo alla cassa, rifiutano i nostri soldi. Solo qui ci trattano così, dalle altre parti non abbiamo problemi," testimoniano all'unisono Simona e Roxana, tutte due rumene della comunità rom.

Quindi Lidl in avenue d'Atlanta rifiuta certi clienti perché sono Rom? Di fronte al supermercato, tuttavia, tutti i clienti sembrano stupiti per la notizia: "Non ho mai assistito a fatti simili", assicura Maria, cliente abituale del discount. Aggiungendo: "Se questa pratica è provata, sarebbe meglio concentrarsi sulla sorveglianza, piuttosto che bandire sistematicamente certe persone."

La filiale regionale della Lidl si difende: "Non ci sono direttive, nazionali o regionali. Non ne facciamo un collegamento alla comunità. Se qualcuno si vede rifiutato, è perché abbiamo già avuto dei problemi con lui. Sono in corso diverse denunce, anche per furto."

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Di Fabrizio (del 27/02/2012 @ 09:23:02, in Italia, visitato 950 volte)

24 febbraio 2012 - Lo slogan "Via la patente al razzismo: i punti sono finiti".

"Via la patente al razzismo: i punti sono finiti" è lo slogan della terza giornata nazionale del primo marzo con la mobilitazione diffusa degli immigrati.

La manifestazione è organizzata da un comitato, composto da diverse sigle dell'associazionismo, "nello spirito della Carta dei migranti approvata a Gorée (Senegal), sulla base di principi condivisi che difendono la libera circolazione delle persone e l'esercizio di una piena cittadinanza fondata sulla residenza e non sulla nazionalità".

Dopo le precedenti edizioni, del 2010 e 2011, quella attuale secondo gli organizzatori intende "avviare un percorso che non si esaurisca nella data del primo marzo, ma unisca le persone in un filo giallo sovranazionale, cancellando le frontiere culturali che ancora ci limitano".

Una giornata, si legge in una nota, "ancora più importante in Italia dopo i pogrom di Rom come quello di Torino e l'omicidio razzista a Firenze di Samb Modou e Diop Mor".

Il comitato promotore, nel manifesto di adesione, scrive tra gli obiettivi della mobilitazione: l'abrogazione della legge Bossi-Fini, la cancellazione del contratto di soggiorno per lavoro e la chiusura di tutti i Cie in Italia e in Europa; la cittadinanza immediata ai bambini nati in Italia; l'abolizione del permesso a punti e nuove tasse sul rinnovo del permesso di soggiorno; una regolarizzazione generale di chi non ha un permesso di soggiorno.

(Red.)

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Di Fabrizio (del 27/02/2012 @ 09:11:49, in conflitti, visitato 1141 volte)

nuova Agenzia Radicale - martedì 21 febbraio 2012 di FLORE MURARD-YOVANOVITCH

intervista allo storico Luca Bravi*

- Perché il genocidio dei Rom sotto il nazismo - il Porrajmos - che fece circa mezzo milione di vittime tra questo antico popolo europeo, è ancora oggi in parte uno sterminio dimenticato?

I Rom continuano oggi a subire stereotipi culturali simili a quelli che hanno subito nel corso della Storia. Nella mentalità comune, lo "zingaro" è ancora percepito come "asociale" o "nomade", presunte "tare" su cui i nazisti imbastirono la loro teoria della "razza zingara". La rimozione del genocidio dei Rom ha varie cause, storiografiche ma anche politiche. La Germania post-bellica ha fatto di tutto per cancellare la radice razziale della persecuzione degli "zingari", derubricandola a una semplice operazione di pubblica sicurezza per via della loro presunta "pericolosità" (mistificando la legislazione nazista). Cioè, ai sopravvissuti rom e sinti furono negati i risarcimenti e questa rimozione durò fino alla fine degli anni '80, quando alcuni studiosi tedeschi rivalutarono gli archivi del regime nazista che facevano chiari riferimento alla "razza zingara". Il Porrajmos fu riconosciuto solo nel 1989 dalla Germania come genocidio di stampo razziale. La legge relativa al Giorno della Memoria in Italia attualmente ricorda correttamente la specificità della Shoah ma per adesso non è stato inserito alcun riferimento al Porrajmos (il Parlamento ha ricordato l'internamento dei rom e dei sinti nei campi di concentramento solo il 16 dicembre 2009).

- Gli storici non si sono interessati alla questione della persecuzione dei Rom sotto il Terzo Reich, nemmeno dopo la fine della guerra?

Sì, ma solo tardivamente, tanto in Germania quanto in Italia. Anche tra gli storici erano ed a volte sono presenti clichés sui nomadi pericolosi. Il genocidio dei Rom è inoltre una questione storiografica complessa. Studiare il Porrajmos a fianco della Shoah, senza con questo banalizzare o tanto meno negare la centralità e la specificità di quest'ultima, significa rischiare di entrare in attrito con chi propone l'idea di una unicità della Shoah; (e della sua incomparabilità con qualsiasi altro fatto storico). La mia tesi è che esiste invece un parallelismo nel totale annientamento che i nazisti riservarono a questi due popoli considerati "razzialmente inferiori"; Porrajmos e Shoah sono, purtroppo, tasselli dello stesso evento, l'uno getta luce sull'altro, ed entrambi sono crimini contro l'umanità intera.

- Parallelamente alla "razza ebraica" i nazisti avevano infatti teorizzato una "razza zingara", anch'essa "geneticamente inferiore" e da eliminare. Ci spiega meglio come questa "classificazione" razzista fu elaborata?

La legislazione nazista si nutre della percezione popolare negativa dello zingaro nomade. Già nel 1935 le Leggi di Norimberga, anche se non li menzionano, furono applicate anche agli "zingari" (termine allora usato per chiamare i rom e i sinti), deprivati dalla loro cittadinanza tedesca. Dal 1936, tutti gli zingari vengono internati nei campi di sosta forzata e poi dal 1938 allontanati e deportati in massa all'Est, in vagoni speciali aggiunti a quelli degli ebrei. In quei campi di concentramento lavorava l'Unità di Igiene Razziale (e di Ricerca biologica) del Reich, diretta dallo psichiatra infantile Robert Ritter, che effettuava pseudo "studi zingari". Da misurazioni antropometriche sui circa 20.000 internati, la sua squadra faceva derivare delle caratterizzazioni di tipo morale e psichico dell'intero gruppo. Gli "zingari" sarebbero stati razzialmente "inferiori" perché portatori del carattere ereditario dell'"istinto al nomadismo" che causava la loro consequenziale "asocialità", una "piaga" da sradicare. Nel 1938, sulla base delle ricerche di Ritter, Himmler equipara la Zigeunerfrage, la "questione zingara", a quella ebraica, per via della radice razziale. Tra il 1938 e il 1942, il Reich pianifica le tappe cruciali per "risolvere" la questione con la stessa logica razionalista del "trattamento speciale" degli ebrei. Prigionia nei campi di concentramento, esecuzioni di massa dalle Einsatzgruppen, ricorso ai gaswagen (camion della morte), fino al decreto del 16 dicembre del 1942 (Decreto di Auschwitz), che progetta la deportazione e lo sterminio di chiunque risultasse di "sangue nomade". Nel vernichtungslager (campo di sterminio) di Auschwitz prende il via la "soluzione finale" dei 23.000 Rom detenuti e si chiude la fase finale della persecuzione razziale dei Rom, che mirava al loro annientamento totale. I nazisti sterminarono circa mezzo milione di rom e sinti, circa un terzo degli Zingari che vivevano in Europa, l'80% nell'aerea dei paesi occupati.

- Durante tutto il regime nazista, dunque, sugli zingari usati come cavie, furono effettuati atroci sperimenti pseudo-scientifici, particolarmente atroci, dai medici nazisti; come mai questi non furono mai processati?

Su quelle "vite indegne di essere vissute" furono attuati dal 1934 alla fine del regime (in particolare nell'operazione eutanasia T4) mostruosi esperimenti, come sterilizzazione coatta, esperimenti eugenetici e test dei primi gas, su donne e soprattutto bambini zingari. Quegli pseudo-scienziati non solo non vengono processati nella nuova Germania, ma vengono lodati come "esperti zingari" e continuano ad esercitare in cliniche private. Non processarli andava di pari passo con la rimozione ufficiale del genocidio di stampo razziale. Rare sono state le voci di sopravvissuti rom o non furono credute né ascoltate. Inoltre, per alcuni gruppi rom e sinti, non si deve parlare dei morti, perché parlarne sarebbe trattenerli in vita; questa scelta di non raccontare deriva da questo specifico rapporto con la morte, ma questo è vero solo per alcuni gruppi ed è comunque un tratto in evoluzione recentemente. Ma in nessun modo si può accollare la dimenticanza di questa tragedia a quel popolo; bensì a qualcosa di profondamente radicato nella cultura delle società tecnologicamente avanzate nei confronti degli zingari.

- Anche il fascismo italiano istituirà campi di internamento riservati ai Rom?

La ricerca sui campi fascisti è relativamente recente; venne avviata meno di 20 anni fa, quando fu rintracciata la circolare del Ministero dell'Interno dell'11 settembre del 1940 che ordinava il rastrellamento e l'internamento di tutti gli zingari, in vari campi sul territorio italiano. Oggi, grazie alle liste degli internati, sappiamo che furono tre i campi fascisti "riservati" agli zingari (Agnone, oggi in provincia d'Isernia, Tossicia, provincia di Teramo, e Prignano sulla Secchia in provincia di Modena). L'internamento si basava sulla ricerca razziale fascista, elaborata in particolare da Renato Semizzi (un docente di Medicina Sociale) e dal giovane antropologo Guido Landra: lo stesso che elaborò, su indicazione di Mussolini, il manifesto della razza. In alcuni articoli comparsi su La difesa della Razza, i due studiosi affermavano la pericolosità dei rom e dei sinti in relazione alla loro componente psichica deficitaria, un elemento legato anch'esso a connotazioni di stampo razziale che si richiamavano ancora una volta al nomadismo e all'asocialità insiti nel "sangue zingaro".

- Oggi il "Piano Nomadi" non mostra una sconcertante continuità con questo passato di emarginazione?

Affronto questo tema in "Tra inclusione ed esclusione. Una storia dell'educazione dei rom e dei sinti in Italia" (Unicopli, 2009), dove studio la continua rieducazione etnica di questa minoranza, dal fascismo all'odierno decreto Sicurezza. Oggi ovviamente i campi rom non sono in sé campi di internamento. Ma continuare a parlare di "campi", applicare a queste persone gli stessi concetti di asocialità e nomadismo di allora, significa pianificare soluzioni di emarginazione. Fuori dalle città, dai servizi, dai collegamenti: e più sono allontanati, più vengono usati dalla politica come capro espiatorio su cui indirizzare le colpe dei mali della società odierna. Quello che si intendeva allora per "razza", si sostituisce oggi per la loro presunta "cultura" di gruppo, con ragionamenti che non sono molto diversi dal passato. La soluzione è progettare l'uscita dai ghetti, e progettare, insieme a loro, soluzioni abitative diverse. Loro sono organizzati e auto rappresentati, devono essere coinvolti nei progetti che li riguardano.

- Teme la riapparizione di fenomeni di razzismo anti-Rom, in tutta Europa, che da noi hanno il volto dei tentati pogrom di Ponticelli e Torino?

Ovunque nel continente europeo cresce l'antiziganismo. In Italia, quando un rom o un sinti viene incolpato, prima ancora del processo, il campo viene distrutto o spostato ed esplodono proteste popolari. Nella società serpeggia quella paura del diverso, che si traduce in forme estreme di violenza, i Rom essendo la diversità in assoluto. Considerati, agli occhi della società maggioritaria, non-cittadini da fare vivere ai margini: ogni azione nei loro confronti viene considerata quasi lecita. La nostra cultura dovrebbe finalmente confrontarsi con i Rom e con la rimozione della loro tragedia; la conoscenza del Porrajmos (ancora assente dai manuali scolastici) permetterebbe di combattere l'antiziganismo.

* ricercatore presso Università Telematica L. Da Vinci di Chieti), ha pubblicato, tra gli altri, il volume "Altre tracce sul sentiero per Auschwitz" (Ed. Cisu)

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Di Marylise Veillon (del 26/02/2012 @ 09:25:11, in media, visitato 1105 volte)

Baxtalo's Blog

Con una cinepresa in spalla, il cineasta franco-algerino Tony Gatlif si è messo in mezzo alla folla degli "indignados" della primavera europea del 2011 i quali, a partire degli atenei di Madrid, protestarono contro i banchieri e i ricchi in generale.

"Anche quando la temperatura scende a meno dieci o meno quindici gradi, nessuno si meraviglia di vedere la gente dormire per strada" ha dichiarato all'AFP, prima di presentare "Indignados", il suo film sdegnato, nella sezione Panorama della 62a Berlinale, dedicata quest'anno ai recenti sconvolgimenti della storia, soprattutto nel mondo arabo.

Il gitano del cinema globalizzato ("Latcho Drom", "Gadjo Dilo") si mette in posa per i fotografi con i pugni chiusi all'altezza degli occhi, con uno sguardo di sfida.

Dice che è "disgustato", e anche che il libro "Indignados" gli è penetrato fin dentro l'anima. Questo testo di Stephane Hessel, di 94 anni, eroe della resistenza francese contro i nazisti nonché ex diplomatico, il quale chiama al sollevamento pacifico contro l'ingiustizia, è stato tradotto in trenta paesi.

Tony Gatlif, dice di essersi sentito male e umiliato per il modo nel quale furono trattati i gitani in Francia durante l'estate 2010, e dichiara che il libro di Hessel lo ha curato dai problemi psicologici dei quali ha sofferto a causa di questa situazione.

Dopo avere acquistato i diritti cinematografici di "Indignados", ha deciso di fare delle riprese. "Ma non ho voluto farlo secondo il punto di vista degli europei", dice.

Tony Gatlif esamina la rivoluzione contrapporsi alle disavventure di un'immigrata clandestina, nella militanza crescente che traboccherà poi per le strade di molti paesi in tutto il mondo

La sua cinepresa segue quindi il vagabondaggio di Betty, una ragazza africana senza documenti, buttata sulla riva nord del Mediterraneo, attanagliata dall'urgenza di fuggire dalla miseria e dalla speranza di godere di una vita migliore in Europa.

Lo spettatore la segue nelle sue peripezie mute, ritmate dalla musica e dagli slogan, da Patrasso, il grande porto greco, passando per Atene e Parigi, e terminando a Madrid.

Betty, detenuta dalla polizia e rimandata in Grecia, l'unico paese che ha conservato le sue impronte digitali, scopre la miseria dei paesi ricchi, i materassi per strada, i pasti serviti dalle associazioni caritatevoli.

"A noi, non c'importa, mentre lei è sconvolta. Ed è per questo che ho voluto che guardassimo dall'alto delle sue spalle, con i suoi occhi" sottolinea Tony Gatlif.

"In ogni luogo, la vecchia Europa che fa tanto sognare, sta in pericolo. E' la prima volta nella storia, che le banche provocano la bancarotta di un paese", continua.

"Betty stessa si trova intrappolata in Europa, senza potere rientrare nel suo paese. La sua famiglia si era indebitata per pagarle il viaggio, e ora si trova a sommarsi ai clandestini, a quelli senza documenti, ai paria senza identità", dice Gatlif.

Costretta a mentire, Betty ripete al telefono ai suoi familiari: "Le cose vanno bene, tutto andrà per il meglio".

Ma cosa ci guadagna Betty, nel rimanere in mezzo a questa folla in collera, ma impotente davanti alle crisi economiche e finanziarie, che riprende con i suoi telefonini durante le manifestazioni?

"E' il nuovo mezzo di comunicazione che rende possibile la rivoluzione pacifica, poiché in questo modo l'informazione corre veloce, e sorpassa governi e banchieri" stima il realizzatore.

Il documentario-dramma del regista Tony Gatlif si ispira al noto saggio di Stephane Hessel, 94enne, "Indignatevi!".

Tony Gatlif crede "nei raggruppamenti della gente, nella forza della folla. Anche i rivoluzionari siriani raggiungeranno il successo".
L'essere stato selezionato per la Berlinale lo ha confortato, e accanto a Stephane Hessel, desidera utilizzare il festival come un palco.

"Sarebbe ora che anche il cinema smetta di guardare al proprio ombelico, e si impegni; ma è come in altri contesti: ognuno difende i propri piccoli interessi", dice Gatlif.

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Di Fabrizio (del 25/02/2012 @ 09:28:24, in Italia, visitato 1643 volte)

  immagine da lussuosissimo.com

La recente vicenda della commessa che a Vicenza ha esposto un cartello per vietare l'ingresso "AI ZINGARI" ha sollevato diverse e comprensibili reazioni. Come succede spesso, il rischio è che in una settimana il silenzio subentri al clamore; sottopongo allora ai pazienti lettori alcune riflessioni da riprendere col tempo.

Un primo punto riguarda la fruizione della notizia: CLAMORE IMMEDIATO e SUCCESSIVO SILENZIO. La parola ZINGARI su quel manifesto (un giornalista, un politico, uno studioso avrebbero adoperato il politically correct ROM E SINTI) continua a riportarci indietro negli anni, nonostante da lungo tempo si vada ripetendo quanto quel termine sia offensivo. E' la dimostrazione che si continua a giocare "in difesa".

Ma, mi chiedo, è vero razzismo usare la parola ZINGARI? L'ultima frase dell'articolo di TMnews riassume bene il concetto:

    La ragazza parla di ingiustizie, lei paga il biglietto sull'autobus e gli zingari no. "Non sono razzista - rincara - ma le regole devono valere per tutti". Insomma i suoi colleghi negozianti non mettono cartelli ma non fanno entrare gli zingari.

...molto simili, questi negozianti, a giornalisti, politici, studiosi, che usano il termine "Rom e Sinti", ma magari hanno il terrore di un contatto fisico con qualcuno di loro.

La commessa: io penso che razzista sia stata la scritta, non chi l'ha vergata, e sicuramente lei non si percepisce tale. Racconta di sé su La nuova Venezia:

    «Entrano e scappano con la roba. Io do quello che posso a chi chiede aiuto. Ecco, qui ho una bottiglia di shampo difettata, la do a chi me la chiede, do anche lo yogurt della mia colazione. Ma tutti vogliono soldi, non aiuto. L'altro giorno sono stata aggredita da un uomo di colore. Gli zingari non fanno del male, ma entrano in tanti, con i bambini si riempiono le tasche di roba ed escono dalla porta senza pagare. Io li rincorro. Ho chiamato la polizia quando sono stata aggredita, ma se non hai un avvocato e i soldi non serve a niente».

Ragionamenti che appartengono probabilmente alla gran massa del resto della popolazione, che più che il problema del razzismo o degli zingari, si pone quello dell'arrivare a fine mese.

Questa ragazza, che ha messo la questione sul tappeto con molta più chiarezza di qualsiasi sociologo, suscita scandalo perché giovane e soprattutto perché è di origini marocchine e (come si scrive oggi) immigrata di seconda generazione. Questo particolare diventa anzi la chiave di lettura dell'articolo di Tuttogratis.

Per questo invitavo a riflessioni più approfondite e meno scandalizzate. Parto da una provocazione:

Se tu lettore fossi un immigrato, un rom, un sinto... cosa diresti se qualsiasi italiano ti spiegasse che sì, la piena integrazione è un tuo diritto, ma a differenza degli italiani non hai diritto a lamentarti se qualcuno ti ruba qualcosa? AUMENTANDO LA PROVOCAZIONE: se io ho gli stessi diritti (e doveri) di un italiano, perché non mi riconoscete il diritto di essere razzista quanto e più di voi?

Gian Antonio Stella, quando scrisse L'Orda, svolse un lavoro egregio di ricostruzione della memoria di un Italia passata dall'essere vittima di razzismo a paese che si mostra sempre più razzista. Sul Corriere della Sera è tornato sul concetto dei penultimi che per salire mettono i piedi in testa agli ultimi.

Il razzismo è una malattia che si può curare, ma non sono sicuro che esista un vaccino efficace ed universale. E' successo agli italiani, succede oggi agli immigrati ed alle seconde generazioni. Se gli zingari (pardon: i Rom e i Sinti) ne sono tuttora immuni, è perché (indipendentemente dai progressi socio-economico-politici di alcuni dei loro settori), rimangono gli ULTIMI nella percezione popolare.

Hanno allora tutte le ragioni ad argomentare contro il razzismo che subiscono quotidianamente (e quello della commessa vicentina è forse meno doloroso di altri), ma ATTENZIONE che se anche per loro arrivasse... non dico tanto, ma almeno il riconoscimento di essere persone come tutti... credo sconsolatamente che cercherebbero a loro volta un PARIA  con cui pigliarsela.

Ad esempio: da almeno due decenni assisto a situazioni dove Rom e Sinti italiani incolpano della loro situazione i Rom stranieri, e Rom slavi di lungo insediamento che se la prendono con l'arrivo di Rom bulgari e rumeni... SONO ATTEGGIAMENTI RAZZISTI? Apparentemente sì, anche perché espressi con più rabbia di un italiano, che non si sente personalmente minacciato da questa "concorrenza tra poveri".

Eppure, ricordo tanti anni fa, i Rom che conoscevo allora vedevano di mal occhio l'arrivo dei primi immigrati dal Nord Africa: pubblicamente contro di loro ne dicevano di tutti i colori, ma quando questi immigrati avevano necessità di un piatto di minestra, di una roulotte dove ripararsi, dove pensate che andavano a chiedere? Proprio da quei Rom che di loro parlavano male, ma che lontano da occhi indiscreti riscoprivano la loro antica solidarietà. Come noterete, non è un atteggiamento molto distante dalla nostra commessa di Vicenza.

    Però, dopo tutto questo scrivere di razzismo, devo deludere i miei lettori, non è di quello che mi premeva ragionare, non adesso, perlomeno. Il razzismo ha diversissime maniere di manifestarsi, soprattutto perché dietro quel concetto si mascherano spesso problemi più pratici.

Ragionando sulla commessa (di seconda generazione, ricordiamocelo), e rileggendo l'articolo di Stella che ho menzionato prima, è da inquadrare l'ambiente in cui si sviluppa la vicenda: il Veneto già terra di immigrazione e poi roccaforte leghista. Con tutte le contraddizioni che si porta dietro: quelle di un territorio molto più curato e protetto rispetto a tante altre regioni italiane, ma anche patria (assieme alla Brianza) del fenomeno dei capannoni con fabbrichetta abbinata o del consumo di suolo.

Se ad esempio a Treviso (dove è ancora l'ex sindaco Gentilini a dettare la linea politica) l'ideologia leghista ha raggiunto parossismi tra l'avanspettacolo ed il codice penale, la sua provincia è quella che percentualmente ha attirato più immigrati. Sembrerebbe un paradosso, ma la cosa (ad un milanese come me) riecheggia certe dichiarazioni dell'ex sindaco De Corato che, gonfiando fascistamente il petto, giustificava ai giornalisti i suoi sgomberi infiniti spiegando come alcuni sondaggi mostrassero che la città di Milano fosse una delle mete di arrivo preferite per i Rom stranieri.

Non che mi sia mai fidato di De Corato, ma qualche domanda su quanto sia complesso interpretare le realtà locali me la pongo.

Il Veneto, il nord-est in genere, come sistema economico, quante volte se n'è sentito parlare in questi anni. Il Veneto dove un'immigrata di seconda generazione si è talmente integrata da assumerne la mentalità, con tutti i lati positivi e negativi. Ma quest'area, dove a vari livelli convivono e producono genti così diverse, è stata anche tra le prime, oltre 15 anni fa, a delocalizzare la produzione all'estero. Erano già allora i primi segnali di un modello che andava ripensato, e che nonostante la sua pretesa autonomia ed autosufficienza, non era in grado di reggere all'innovazione della globalizzazione.

La crisi oggi colpisce duro anche lì, scrive il Giornale di Vicenza:

    La paura - o la constatazione - di non farcela: quel bazar chiuderà a marzo. E i negozianti del quartiere che testimoniano: «Da un po´ di tempo i nomadi passano con maggior frequenza - racconta Mauro Oliviero, fruttivendolo in contrà XX settembre - Prima passavano solo il giovedì, giorno di mercato; sarà la crisi?».
    Forse è la crisi. Vedere mamme e bambini nomadi sui marciapiedi del centro a chiedere l´elemosina ormai è una costante. Non lo fanno solo loro. E non è una novità assoluta. La crisi, comunque sia, condiziona il clima.

La prima vittima è proprio la solidarietà che quel modello non è stato in grado di far attecchire. La seconda, purtroppo, è la commessa di Vicenza, quella seconda generazione che ha potuto per ultima approfittare della ricchezza veneta, e come i suoi coetanei italiani avrà un futuro incerto di fronte a sé.

Tocca ancora al Giornale di Vicenza fornire una sintesi con le parole della commessa stessa.

A questo punto, torniamo un attimo al razzismo o meglio, ALLE COSE DA FARE. Il cartello è sparito dalla vetrina, l'UNAR ha aperto una propria inchiesta. Potrebbe sembrare un lieto fine, ma ho i miei dubbi, perché:

  1. la commessa non ha cambiato opinione, si è limitata a cambiare atteggiamento;
  2. l'UNAR sta facendo cose notevoli, ma quante delle inchieste che apre periodicamente portano ad un costrutto? Corre il rischio, di fronte agli innumerevoli argomenti da affrontare ed alle pressioni politiche a cui è sottoposto, di trasformarsi nell'ennesimo carrozzone parolaio italiano, più funzionale ai tecnici che vi sono parcheggiati che nell'affrontare e risolvere i problemi.

Premesso che non conosco la realtà del Veneto così bene dal poter dare consigli, ho tentato di spiegare quali sono per me alcuni punti nodali da affrontare, di una versione molto più complessa di come si presenta apparentemente.

Ci sono problemi generali, dove razzismo, zingari, immigrati sono alcuni degli elementi. E ci sono poi situazioni particolari, dove le varie aree del paese hanno specificità, storie, risorse diverse.

E' possibile INTERVENIRE ADESSO, oppure aspettare la prossima notizia simile. Ma soprattutto, occorre coniugare le sacrosante battaglie per i principi universali, all'individuazione di soluzioni PRATICHE più localizzate, che mettano in moto soggetti e competenze che già esistono.

In parole povere, vedrei la necessità di istituire in tutte le città medio-grandi (ma anche nelle piccole, se ci sono necessità e competenze), di un TAVOLO-CONSULTA locale (chiamatelo come volete), dove affrontare questi argomenti, assemblea che veda la partecipazione di soggetti tra loro diversi, ma comunque coinvolti: associazioni di immigrati, organizzazioni di Rom e Sinti, assieme ad amministratori, sindacati dei lavoratori e di categoria, associazioni imprenditoriali, cooperative... (l'elenco può anche continuare, ma fermiamoci prima di riscrivere le Pagine Gialle!).

Lo scopo è di agire sulle tante leve che rimandino ad azioni condivise, sostenibili e che facciano uscire dal ghetto, dove Rom e Sinti rischiano di venire rinchiusi parlando del solo razzismo, senza affrontarne le cause. Creando nel contempo quella conoscenza e quell'azione comune indispensabili per ottenere (ed offrire) solidarietà.

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Di Fabrizio (del 24/02/2012 @ 09:42:51, in lavoro, visitato 1471 volte)

SARTORIA JELESAN

Milano, domenica 26 febbraio e domenica 4 e 11 marzo, dalle 8.30 alle 13.30, al mercato della Bovisa, nel piazzale del parcheggio vicino alla Scighera

Venite a trovarci, siamo lì tutta la mattina con il nostro meraviglioso banchetto pieno di belle cose, tutte cucite a mano!

Realizzate in proprio, col supporto dell'associazione Idea Rom

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Di Fabrizio (del 24/02/2012 @ 09:31:14, in conflitti, visitato 1075 volte)

Domenica 26 febbraio alle ore 19.30, presso l'Obra Cultural, il Cantiere Sociale de l'Alguer presenta "Qualche Rom si è fermato italiano".

Sono oltre 10 milioni i Romà d'Europa, la più grande minoranza etnica transnazionale, formata da varie etnie accomunate dall'uso del romanésh, antichissima lingua di origine indiana. Dieci milioni di persone di cui i due terzi vivono al di sotto della soglia di povertà, confinati soprattutto in Italia nei "campi nomadi", recinti suburbani senza strade, acqua corrente, luce elettrica, con difficoltà e discriminazioni nell'accesso al lavoro, all'assistenza sociale e sanitaria. La parola zingaro è carica di connotazioni negative e rimanda a rappresentazioni stereotipate di un intero popolo a cui vengono associati comportamenti sociali fuorvianti, veri o presunti. Spesso i romà diventano i capri espiatori dei malfunzionamenti e delle perversioni della politica e dell'economia dei nostri paesi.
Della lunga e sofferta storia di questo popolo, un tempo nomade ora sempre più sedentarizzato, abbiamo scelto la pagina più tragica: lo sterminio da parte dei nazifascisti. Porrajmos (distruzione) è la parola in lingua romanì corrispondente all'ebraico Shoà: si stima che quasi 500.000 tra romà, sinti e camminanti siano stati uccisi nei campi di concentramento tedeschi, con la solerte collaborazione dei fascisti di Mussolini che in Italia e in Jugoslavia provvedevano a rastrellare e caricare nei vagoni piombati ebrei e figli del vento. Una storia a lungo dimenticata ma che aggrava il bilancio della follia nazifascista: due, e non solo uno, furono i popoli perseguitati per motivi razziali e destinati alla "soluzione finale": romà ed ebrei.

Durante la serata saranno proiettati i documentari "Porrajmos" di Paolo Poce e Francesco Scarpelli, e "Un rom italiano ad Auschwitz"di Francesco Scarpelli ed Erika Rossi (tratti dal dvd "A forza di essere vento" edito da A rivista anarchica), e l'intervista a Pashana, realizzata dal Cantiere Sociale de l'Alguer nel 2003.

Bica (nonna) Pashana, anziana capostipite degli Hadzovich, famiglia rom khorakhanè che vive ad Alghero da quasi 40 anni, racconta la storia dei suoi due fratelli, partigiani di Tito durante la II Guerra Mondiale (e di cui conserva gelosamente un attestato al merito), le stragi che ha patito il suo popolo in Jugoslavia per mano di tedeschi e ustasha, e poi la povertà, i lutti, la semplice dignità di una vita sempre in viaggio. Con il solo desiderio della serenità per se, ormai ultraottantenne, e la sua famiglia: speranza delusa dalla sorda burocrazia italiana che gli ha negato "la pensia", l'agognata pensione sociale. Per tutti noi un'occasione mancata per sentirci parte di una società del diritto, prima che Pashana lasciasse la sua sempre più numerosa discendenza per riprendere il suo viaggio.

La proiezione dei filmati si alternerà alle letture tratte dal libro "Màskar e Borori", a cura di Joan Oliva.

«fuggi luna, luna, luna se verranno i gitani faranno del tuo cuore collane e anelli bianchi» Federico Garcia Lorca, 'Romancero Gitano'

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