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Gli Zingari fanno ancora paura?

La redazione
-

\\ Mahalla : VAI : musica e parole (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Fabrizio (del 07/05/2014 @ 09:04:17, in musica e parole, visitato 968 volte)

: - ) segnalazione di Sereno Gabrielli 

 
Di Fabrizio (del 22/04/2014 @ 09:09:23, in musica e parole, visitato 886 volte)

Rubin Carter (1937-2014)

COMBATTERE ANCORA A PRAGA
Oggi sono in giro con un senza tetto.
Un sopravvissuto a cinque campi di concentramento,
che combatte ancora
a settant'anni.

Dopo la guerra non poteva sopportare
che la polizia lo picchiasse.
Gli ricordava troppo
la Gestapo ad Auschwitz.

Ha trascorso sedici anni nelle galere ceche
per avere reagito.
Gli sbirri non lo rispettavano
perché era uno zingaro.

"Se mi colpiscono, io colpisco loro"
mi disse con in mano una bottiglia di vodka.
"Una volta fui dentro per tre anni
senza un pasto caldo."

Adesso vive sopra un tunnel
dove un tempo c'era una statua di Stalin.
Quando piove
ci caliamo dentro il viadotto.

"Ero come un cavallo selvaggio" mi disse
mentre attraversavamo il parco
in cerca di mozziconi da scambiare
con del pane vecchio.

"Ma non sono mai riusciti a piegare il mio spirito."

Paul Polansky

 
Di Fabrizio (del 04/03/2014 @ 09:06:56, in musica e parole, visitato 931 volte)

(Pubblicato il 02/03/2014) di Valentina Di Biase

L'Alexian Group, fondato da Santino Spinelli, in arte Alexian per l'appunto, si è esibito in una performance di musica tradizionale romanì ieri 1 marzo 2014, sul palco dell'auditorium dell'Ex Gil in via Milano. Il concerto è stato organizzato dall'associazione Primo Marzo Molise in occasione della giornata contro il razzismo, come conclusione della manifestazione svoltasi in piazza Municipio. "I rom che sono presenti sul territorio molisano sono arrivati alla fine del 1300; sono qui da oltre 600 anni e in pratica ancora degli illustri sconosciuti".

Campobasso. Costumi tipici dalle tinte chiare e musica allegra dai toni orientali per combattere l'indifferenza, la discriminazione e il pregiudizio.
L'Alexian Group, fondato da Santino Spinelli, in arte Alexian per l'appunto, si è esibito in una performance di musica tradizionale romanì ieri 1 marzo 2014, sul palco dell'auditorium dell'Ex Gil in via Milano.
Il concerto è stato organizzato dall'Associazione Primo Marzo Molise in occasione della giornata contro il razzismo, come conclusione della manifestazione svoltasi ieri in piazza Municipio.

Alexian è un compositore, cantautore, insegnante, poeta, saggista rom italiano, nonché ambasciatore dell'arte e della cultura romanì che, con il suo gruppo di musicisti, diffonde le tradizioni del suo popolo in tutto il mondo.
Alle 20 l'auditorium era già pieno e dopo un breve ringraziamento da parte di Aslan Hikmet uno dei membri dell'Associazione Primo Marzo Molise e la testimonianza di una badante ucraina trapiantata a Campobasso da 12 anni, ha fatto la sua comparsa sul palco Santino Spinelli che ha calorosamente salutato il pubblico augurando salute e fortuna in lingua romanì.
"Sono tornato in questa città con immenso piacere - spiega Spinelli - quello di stasera sarà un viaggio nella storia e nella cultura di queste popolazioni che dall'India del Nord, attraverso la Persia, l'Armenia e l'Impero Bizantino, sono arrivati in Abruzzo e in Molise.

I rom che sono presenti sul territorio molisano sono arrivati alla fine del 1300; sono qui da oltre 600 anni e in pratica ancora degli illustri sconosciuti.
Non c'è un interesse a conoscere le nostre tradizioni, né tantomeno la lingua - continua Spinelli - anche i più importanti intellettuali plurilaureati non saprebbero recitare una sola poesia in lingua romanì, né citare un solo autore rom o una sua opera; però al giorno d'oggi sembra che tutti sappiano tutto dei rom, tutte verità acquisite attraverso canali non ufficiali: questa non è informazione".

Una cultura, quella dei rom, ancora avvolta nel pregiudizio e nella diffidenza, eppure pregna di tradizioni millenarie, un popolo fiero che come tale cerca di emergere e far valere i propri diritti combattendo gli stereotipi fondati su false piste e manipolazioni.
"Rom non è sinonimo di zingaro e noi non arriviamo in Italia come nomadi - spiega Spinelli - ma come migranti, forzati per giunta, esiliati. Il nomadismo è una forma culturale straordinaria, ma si può applicare ai berberi, ai tuareg, ai beduini del deserto che scelgono quel tipo di vita, ma non ai rom. Ebbene questo presunto nomadismo ancora oggi fa danni all'etnia rom perché tutti sono convinti che noi dobbiamo, e vogliamo, vivere nei campi nomadi, che in fondo ci stanno facendo un favore.

In realtà i campi nomadi non sono altro che una forma di segregazione razziale, di apartheid, indegna di un paese civile e nessuno denuncia questo scempio.
Ed è chiaro ed evidente che nei ghetti non fiorisce il meglio ma il peggio di un popolo: qualsiasi etnia costretta a vivere solo con se stessa tende a deteriorarsi, è un fatto sociologico non culturale.
Gli intellettuali italiani sono stati i primi a combattere per l'abolizione dell'apartheid in Sud Africa, tra i primi a combattere contro la pena di morte, come è possibile che non vedono ciò che sta accadendo sotto i loro occhi? Centinaia di persone, donne, bambini, anziani, privati di ogni diritto, manipolati dalle associazioni di pseudo volontariato, associazioni che si danno all'assistenzialismo più becero per trarre profitto da progetti che tutti pagano.

Tutte queste cose vanno assolutamente denunciate, l'opinione pubblica deve saperle poiché l'opinione pubblica è vittima tanto quanto i rom che sono costretti a vivere nei campi nomadi in condizioni disumane".

 
Di Fabrizio (del 25/02/2014 @ 09:08:31, in musica e parole, visitato 896 volte)

Come ho già detto altre volte, non ho televisore e non so se il festival di San Remo sia già terminato. Mi è giunta voce che quest'anno era dedicato al cantautorato italiano. Rispetto al passato, ricordo alcune canzoni di 30-40 anni fa:

  • Prendi questa mano, zingara
  • Il cuore è uno zingaro
  • Ho visto anche gli zingari felici
  • Due zingari

che, con evidenti limiti, dovuti anche alla conoscenza di quei periodi, davano comunque un'immagine positiva degli zingari. Recentemente, non mi ricordo più chi, diceva che oggi scrivere pezzi simili sarebbe molto più difficile, perché, crisi dell'industria discografica a parte, è proprio l'argomento che da allora è diventato impopolare.

Voi, OGGI, sapreste scrivere il testo di una simile canzone?

 
Di Fabrizio (del 22/02/2014 @ 12:21:11, in musica e parole, visitato 829 volte)

E' stata una settimana impegnativa, e non ho avuto tempo per le segnalazioni.

Godetevi il video proposto dall'amico Ceda (@antanas82), dedicato, da parte mia, a chi crede che la mia musica rom sia solo balcanica, flamenco o jazz manouche.

 
Di Fabrizio (del 11/02/2014 @ 09:09:23, in musica e parole, visitato 1112 volte)

RADIO3.RAI

Lo Spirito nomade: viaggio nella religiosità dei rom e dei sinti
Con Giorgio Bezzecchi, Graziano Halilovic, Daniele Degli Innocenti, Lucia La Santina e Viola Della Santa Casa

Ancora uno sguardo di Uomini e Profeti fissato su ciò che è minoritario, laterale, recessivo nella scala di valori della cultura ufficiale e dei grandi dibattiti. Nella puntata di oggi ci incamminiamo lungo le strade percorse dallo Spirito nomade, per entrare nella religiosità che abita i margini, quelli lungo i quali si spostano e si soffermano le carovane dei rom e dei sinti. Una religiosità permeabile che accoglie ciò che incontra e lo assorbe, facendone una devozione semplice e forte, che non ha nulla di esotico, proprio come i campi nomadi in cui viene vissuta, o per dirla in modo più politicamente corretto, le microaree. Le microaree come quella dei sinti evangelici del quartiere di San Basilio, nella periferia di Roma, dove abbiamo incontrato il pastore evangelico Daniele Degli Innocenti, Lucia La Santina e Viola Della Santa Casa, che parlano con discrezione e consapevolezza della loro fede, del loro risveglio, della loro chiesa costruita con le proprie mani, nella quale ci siamo seduti a parlare, mentre i rumori del vicino raccordo anulare e un pauroso nubifragio rendeva la periferia romana ancora più livida.
Con gli ospiti in studio, Giorgio Bezzecchi, Graziano Halilovic rom khorakhanè, ovvero musulmano, arricchiremo di ulteriori tessere il mosaico di un'appartenenza religiosa mutevole come le terre che attraversa.

Suggerimenti di lettura
L. Narciso, La maschera e il pregiudizio. Storia degli zingari, Melusina 1996
L. Piasere, Un mondo di mondi. Antropologia delle culture rom, L'Ancora del Mediterraneo 1999
L. Piasere, Italia Romanì, vol I, II, III, Cisu edizioni, 1996, 1999, 2002
A. Luciani, Un popolo senza territorio e senza nazionalismi: gli zingari dell'Europa orientale, in A. Roccucci, Chiese e culture nell'Est europeo, Ed. Paoline 2007, pp.275-326
Stojka Ceija, Forse sogno di vivere. Una bambina rom a Bergen-Belsen, Giuntina 2007

Parole
Cvava sero po tute
i kerava
jek sano ot mori
i taha jek jak kon kasta
vasu ti baro nebo
avi ker
kon ovla so mutavia
kon ovla
ovla kon ascovi
me gava palan ladi
me gava
palan bura ot croiuti

Poserò la testa sulla tua spalla
e farò
un sogno di mare
e domani un fuoco di legna
perché l'aria azzurra
diventi casa
chi sarà a raccontare
chi sarà
sarà chi rimane
io seguirò questo migrare
seguirò
questa corrente di ali
Versi in lingua romanés tratti da Khorakhanè, di Fabrizio De André e Giorgio Bezzecchi

Musica
Minor swing- Django Reinhardt (1910-1953), chitarrista di origine sinti, ideatore e maggiore esponente storico del Jazz Manouche (Dal cd Retrospective et. SAGA/038 164-2)

Link: Museo del Viaggio Fabrizio De Andrè

 
Di Fabrizio (del 29/01/2014 @ 09:06:44, in musica e parole, visitato 1158 volte)

di Fabrizio Casavola, con la collaborazione di Jovica Jovic - Scaricatelo gratuitamente

Perché
Quello che leggerete, è già stato pubblicato negli ultimi anni, sul mio blog Mahalla ed anche da altre parti. Niente di nuovo, se non il tentativo di fare ordine e cercare il filo del discorso.

Di fatti accaduti 70 anni fa, e che spesso hanno radici più antiche.

Nessuna pretesa di un scrivere un documento storico, solo vorrei vedere allo specchio questa Memoria. Cercare, attraverso testimonianze di personaggi noti e altri che non lo sono mai stati, di capire dopo tutto questo tempo come la memoria può convivere, quanto ci appartiene e quanto invece sia distante.

Fate conto di fare una chiacchierata, seduti ad un tavolo, magari con una tazza di brodo caldo in mano. Per capirsi, per condividere. Per sapere dove si può finire. Pagine di canzoni, poesie e qualche riflessione.
La memoria è un lusso, il dialogo una necessità. Quindi, dopo averci pensato un attimo, ho pensato bene che chiunque potesse scaricare gratis questi appunti. Sperando che il lettore alla fine mi scriva... una lettera, un pensiero o una cartolina.

Ringraziamenti
La foto di copertina è di Cristina Simen, e anche quelle del campo di Rho dopo la demolizione. Le foto del campo di Rho in festa sono di Ivana Kerecki, sua anche la registrazione del video finale della festa dello Zecchino d'Oro

Voglio inoltre ringraziare: Doriana Chierici Casadio, Gaia Moretti, Carlo Stasolla, Luca Bravi, Carlo Berini, Sergio Franzese, Federico Bevilacqua e Alessandro Morazzini per i contributi e le istruttive e civili discussioni.

Infine, un ringraziamento particolare al Teatro Officina per la calda ospitalità che mi ha offerto.

Copyright Attribuzione Creative Commons 2.0
Pubblicato il 21 gennaio 2014
Lingua Italiano
Pagine 31
Formato del file PDF
Dimensioni del file 1.08 MB


La libreria di Mahalla 

e per gli amici e i lettori di Milano e dintorni, RICORDATEVI L'APPUNTAMENTO DI STASERA!

 
Di Fabrizio (del 27/01/2014 @ 09:01:36, in musica e parole, visitato 960 volte)

La rosa sepolta

Dove ricercheremo noi le corone di fiori
Le musiche dei violini e le fiaccole delle sere

Dove saranno gli ori delle pupille
Le tenebre, le voci - quando traverso il pianto

Discenderanno i cavalieri di grigi mantelli
Sui prati senza colore, accennando. E di noi

Dietro quel trotto senza suono per le valli
D'esilio irrevocabili, seguiranno le immagini.

Ma il più distrutto destino è libertà
Odora eterna la rosa sepolta.

Dove splendeva la nostra fedele letizia
Altri ritroverà le corone di fiori.

Franco Fortini - Foglio di via (Einaudi 1946 - 1980)


Chi era Franco Fortini (la domanda è d'obbligo per i lettori più giovani)? Uno dei maggiori intellettuali ed operatori culturali italiani della seconda metà del secolo scorso. Rileggete la sua poesia con un occhio al testo (in italiano) di Gelem Gelem, e ditemi se non suonano simili.

Ne avevo già scritto qualche settimana fa: c'è anche una memoria nostra, recente - non occorre tornare alla preistoria, che era capace di interloquire, di intercettare (quindi di iniziare a comprendere), motivi profondi della cultura (la domanda ricorre: cosa è la cultura e a cosa serve?) romanì, tanto di quelli che vivono senza speranza nei ghetti e nei campi, che di quella fascia minoritaria di classe intellettuale.

Può essere, uso termini semplicistici, cultura alta (come in Franco Fortini), cultura pop e folk (come con Bob Dylan), o soltanto memoria popolare (vedi l'anno scorso). Le divisioni in generi non mi interessano, vanno tenute assieme con la medesima dignità.

  Leggi

Scrivo, avendo in mente che la nostra cultura del recente passato, aveva radici più antiche, ugualmente condivise. Ma queste radici possono inaridirsi, anche dove sembrava avessero attecchito:

    in difesa popolazione rom? Vi assicuro che qui in Italia i rom ci sono, e sono proprio le persone più spregevoli e disoneste, maleducate e cattive che io abbia mai visto. Non fraintendete, il fatto che abbiano subito un genocidio durante l'ultima guerra mondiale non li giustifica affatto, non giustifica il loro comportamento. Il degrado in cui vivono (e dove vogliono stare e continuare a viverci) è frutto delle loro colpe,
    Lorenzo Cardinali


    Non bisogna avere paura delle parole, basta siano corrette. I rom, nella stragrande maggioranza, vivono di di furti, per questo non sono simpatici a nessuno, ma pochi, pubblicamente, lo ammettono.
    IC redazione

Nessuno stupore: può accadere a chiunque, forse in futuro persino a Rom e Sinti. La responsabilità di percorrere assieme un pezzo di strada o di allontanarci, è nostra.

 
Di Fabrizio (del 21/01/2014 @ 09:04:25, in musica e parole, visitato 954 volte)

di Zuzanna Krasnopolska in Società Italiana delle Lettere|

Bronisława Wajs - detta Papusza, poetessa dimenticata, incompresa e sconosciuta, è stata riscoperta nel 2013 grazie alla pubblicazione della sua storia scritta dalla giornalista Angelika Kuzhniak e intitolata Papusza. In più il film scritto e diretto da Joanna Kos-Krauze e di Krzysztof Krauze "Papusza" (i coniugi-autori del premiato "Nikifor" del 2004) ha fatto riscoprire l'eccezionalità di quest'artista così insolita.

Bronisława Wajs nasce... non si sa quando. Gli zingari non prendono nota delle date sul calendario, regolano il passare del tempo in base al ritmo della natura. Bronisława nacque nel giorno in cui gli agricoltori terminarono la mietitura del grano, metà agosto del 1910 (o 1908 o 1909, secondo le diverse testimonianze). Il padre rimane una figura sconosciuta, la madre è una zingara galiziana. La ragazza cresce in mezzo alla natura, osserva attentamente gli alberi, i fiori, gli uccelli. Di sera siede al ruscello e canta. Sa anche ballare bene. Conosce il potere magico delle erbe. E' bellissima, la chiamano "Papusza", cioè "Bambola".

Zingarella povera, giovane,
bella come un mirtillo,
denti bianchi come perle,
occhi brillanti come l'oro vero.
Gli orecchini fatti di foglie, eccoli
Come oro genuino son belli
(frammento di "Orecchino di foglia", p. 57)

Impara a leggere e a scrivere da sola, comprando (e pagando con galline rubate) qualche minuto di lezione dai ragazzi che frequentano le scuole e da una commessa ebrea. Conosce Jerzy Ficowski (1924-2006) - poeta, critico, scrittore, traduttore, studioso di Bruno Schulz e della cultura zingara ed ebrea - che dopo aver letto le sue poesie, s'impegna a promuoverla, a tradurla in polacco (mantenendo l'asprezza dello stile), a farla pubblicare (e dunque guadagnare) e a iscriverla all'Associazione dei Letterati Polacchi con tutti i privilegi che ne derivano, inclusa la pensione. Grazie a Ficowski incontra Julian Tuwim (1894-1953) - uno dei fondatori del movimento poetico "Skamander", forse uno dei più grandi poeti polacchi - che trova le poesie della Wajs piene d'innocenza e di onestà, virtù che lui stesso cerca di trasmettere. Le creazioni di Papusza sono apprezzate anche da altri, tra cui Wisława Szymborska.

Fino a questo punto la vita di Papusza sembra una favola. La realtà però non è il mondo delle fiabe e così ben presto arriva un'ombra che offusca e distrugge questo mondo idilliaco.

Prima la seconda guerra mondiale, con la persecuzione e la strage degli zingari (il numero totale degli zingari ammazzati in Europa Orientale rimane sconosciuto). L'esistenza ridotta al minimo: la fame attenuata con qualche corteccia, le notti passate fra le canne con le gambe in acqua gelata, il tifo, la morte delle persone care. Dopo il massacro arriva il nuovo regime, nuove regole, nuove persecuzioni. E' sterile, adotta un bambino (che chiama Tarzan, affascinata dall'immagine di un ragazzo selvaggio seduto su un ramo accanto a una fanciulla), figlio di uno zingaro e una gagi. Dopo la pubblicazione di qualche articolo sulla cultura zingara di Ficowski e qualche poesia di Papusza, gli zingari smettono di fidarsi di lei, cominciano a trattarla come una spia, traditrice dei loro segreti. La Wajs è costretta a fuggire con il figlio e il marito arpista (in effetti suo zio, fratello del patrigno, molto più grande di lei), ma le persecuzioni continueranno per tutta la vita e la porteranno all'esaurimento nervoso. Bronisława Wajs muore... questa volta la data è certa - l'8 febbraio 1987. Le infermiere diranno che poco prima di morire, Papusza si toccava le orecchie in cerca dei suoi orecchini preferiti, fatti con le galle di quercia:

Dov'è il mio orecchino preferito?
Si sarà nascosto nel bosco selvatico?
Quanto mancano agli occhi neri
Questi miei orecchini cari!
(frammento di "Orecchino di foglia", p. 56).

Papusza è considerata la più grande poetessa zingara polacca. Zingara, sì, e fiera di esserlo, addirittura rideva quando si sentiva chiamare con quella parola politicamente corretta e artificiale "rom". Zingara polacca, anche se spesso si sentiva dire di tornare "nel suo paese". Le poesie trasmettono un senso di pace, anche quando descrivono le persecuzioni più atroci. Saranno i suoi occhi da bambina, meravigliata di fronte allo spettacolo del creato, a diffondere questa unica sensazione di quiete. Proprio come una bambina chiede alle stelle di rendere ciechi i nemici:

Ah, tu, la mia buona stellina! [...]
Acceca gli occhi ai tedeschi!
Torci le loro vie!
Non mostrargli la strada giusta!
Conducili per il sentiero infido,
perché sopravviva il bambino ebreo e zingaro.
(frammento di "Lacrime di sangue - cosa abbiamo vissuto al tempo dei nazisti in Volinia nel '43 e '44", p. 68).

E come una bambina non tratta seriamente i propri versi, anzi, si stupisce ogni volta che qualcuno la considera una persona importante: "Son venuti a parlare con me? Ci sono poeti, ci sono poesie belle, favole meravigliose, ma io son niente. Non possiedo nessuna istruzione, nessuna scuola. Cosa può dire una vecchia Zingara che assomiglia ad un porcino dimenticato nel bosco di autunno? Sono una ragazza povera, vivo sotto il cespuglio. Nervosa, ho un'anima piccolissima. Sono una persona ordinaria, forse peggiore degli altri" (p. 20). Ovvero: "[Dicono che scrivo] poesie, ma non sono poesie. Canzoni. Le poesie son roba diversa. Ci vogliono le rime, la canzone è semplice. La canzone è inferiore. E la poesia è in alto, ci vuole gente istruita. Ci vuole l'università ed io non ho finito neanche una classe. Non posso scrivere poesie". (p. 70). Come una bambina commette molti errori di ortografia, di sintassi, di interpunzione. Nelle lettere indirizzate a Ficowski o a Tuwim si scusa della calligrafia che considera racchia. Ma è proprio grazie a questo suo modo di scrivere unico che il lettore riesce a vedere meglio il mondo descritto, riesce anch'egli a diventare bambino.

Quello che scrive rimane sempre legato alla sua identità, al suo essere zingara, che la porta a delle considerazioni sorprendenti: "Oggi se una Zingara è brava, sa leggere meglio il futuro, se è scema non sa più farlo. Dice qualsiasi cosa per guadagnare e andare avanti. Io per esempio leggo il futuro in modo psichico: riconosco se una persona non è di umore giusto e quando è amata e innamorata, riconosco dalla sua fronte che tipo di persona può essere; se è buona o cattiva, se saggia o stupida, se caratterizzata da una forte volontà oppure debole. Quando leggo le carte assumo un'espressione seria e leggo il futuro con la serietà. Lo stesso fa un poeta, penso. Ci deve essere qualche spirito, qualche respiro e subito si sa tutto". (p. 65). La capacità di osservazione e lo spirito di curiosità la portano alla riflessione sull'origine, sul significato e sul senso della parola: "La mia canzone è silenziosa come una lacrima. Io canto a me stessa, non a qualcuno. Da quando ero bambina qualcosa in me non andava bene. Avevo paura perché non sapevo da dove provenivano le parole, chi me le ha insegnate. Diciamo "foglia", "uccello", "prato", ma è vero quello che diciamo? Forse Dio ha fatto sì che noi ci siamo accordati a parlare così?". (p. 82).

Dopo molti anni,
ma forse molto prima, tra poco,
le tue mani troveranno la mia canzone.
Da dove è venuta?
Nel giorno o nel sonno?
E mi ricorderai, mi penserai -
era una favola
o vero era?
E ti scorderai
delle mie canzoni
e di tutto
. ("Canzone", p. 83).

Il 2013 è stato l'anno di Papusza in Polonia. Il libro di Angelika Kuzhniak è una forma di reportage dove i frammenti degli scritti della Wajs, le trascrizioni delle vecchie interviste e il racconto della Kuzhniak si intrecciano senza un particolare ordine cronologico, ma con la tenerezza di qualcuno che vuole bene al soggetto che sta cercando di ritrarre. Il film di Joanna Kos-Krauze e Krzysztof Krauze, assolutamente fenomenale e girato in bianco e nero, si concentra sull'eccezionalità della figura di Papusza, una donna straordinaria che ha avuto il coraggio di essere se stessa. La pellicola è stata già apprezzata durante il Festival internazionale del cinema di Karlovy Vary.

***

  • Tutte le citazioni provengono da Papusza di Angelika Kuzhniak (ed. Czarne, Wołowiec 2013).
  • Le poesie provengono dalla raccolta Lesie, ojcze moj [Bosco, padre mio] di Papusza (ed. Nisza, Warszawa 2013).
  • Trailer del film Papusza (diretto da Joanna Kos-Krauze, Krzysztof Krauze, 2013):
  • Tagged LM n.82, Papusza, poesia |
 
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