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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
Di Fabrizio (del 26/05/2013 @ 09:02:59, in media, visitato 20 volte)

Recentemente, mi è stato chiesto un parere su Rom, Sinti e la loro
percezione da parte dei media. TRANQUILLI, non intendo ammorbare anche
voi con le mie considerazioni... solo coinvolgervi nella lettura di due pezzi
che guardacaso ho letto proprio qualche giorno dopo quella richiesta.
- Aeroporto
di Catania invaso nel 2012 dagli zingari: per Sac 90% passeggeri
percepisce livello sicurezza ok
-
TURISMO? TRA VENDITORI ABUSIVI, ACCATTONAGGIO E VANDALISMO,
SORRENTO SEMPRE PIÙ TERRA DI NESSUNO.
Premessa: per chi ha già estratto dal cassetto il formulario
delle denunce, non c'è scritto niente di apertamente razzista in quei due pezzi,
e gli autori magari sono anche bravissime persone. Non c'è nessuna rilevanza
penale in quanto scrivono, ma giorno dopo giorno questo tipo di cronaca permette
che gli articoli razziali possano proliferare. In pratica, i (metaforici) tiri
in porta di un Borghezio vengono resi possibili dal lavoro di squadra delle
cronache da Catania e Positano (note metropoli di origini celte).
E gli zingari? Sono ingrediente indispensabile della ricetta!
Passiamo agli articoli, e ricordate, può darsi che il mio
sia il parere di una persona prevenuta, che vede razzismo e pregiudizi
dappertutto, ma quanto scriverò è rivolto, ripeto, a quanti giudicano il
razzismo soltanto come una forma di violenza esibita, senza curarsi del
retroterra culturale che lo genera.
- In realtà si tratta di una non-notizia: l'aeroporto di
Catania (come tutti gli altri) è tenuto ad autocertificare
annualmente il livello della "sicurezza percepita" da parte di
pubblico e passeggeri. E, secondo voi, chi doveva intervistare?
Pubblico e passeggeri, appunto. I risultati di questa inchiesta
sono stati "stranamente" soddisfacenti, e questo non va giù ad
AvioNews che in passato aveva denunciato come
l'aeroporto si fosse via via riempito di "zingari". Quindi,
contrattacca la testata, l'indagine non ha valore, e sarebbe
stato meglio sentire polizia o altri mezzi di informazione
(questi ultimi, probabilmente, avevano ripreso per solidarietà
il lancio giornalistico di AvioNews, senza neanche controllare).
E il pubblico, i passeggeri, gli interessati insomma? Il bravo
giornalista forse si è lasciato sfuggire LA VERA NOTIZIA:
nonostante i vari appelli securitari, la gente si dimostra più
civile dei mezzi d'informazione, e non si ritiene minacciata da
questa ipotetica "invasione zingara".
- Sì, mi direte, ma se non fosse proprio così? "Che ne
so?", tocca rispondervi, per questo passiamo al
secondo articolo. Sorrento, perla turistica, è invasa
dai zingari e poco di buono; questa la tesi dell'articolo che
fornisce anche dei suggerimenti su cosa dovrebbe fare
l'amministrazione.
Andrò per punti, cercando di spiegare perché, RAZZISMO O NO, questo è
esattamente quello che un giornalista NON DEVE FARE.
- Esordisce l'articolo scrivendo che i problemi sono tanti, e
c'è anche... Quali sono gli altri problemi, così per curiosità?
Può sembrarvi una richiesta arrogante, ma andando avanti con la
lettura capirete che, a me, sembra un articolo dove le cose non
scritte sono più di quelle scritte.
- Ad un certo punto salta fuori, a proposito di chi viene
accusato, il termine "personaggi". Personaggi??? Ma come scrivi?
Se proprio vuoi fare l'originale, usa: marziani, robot,
cercopitechi o elefanti gialli a pallini rosa!!
- Andando avanti, cito letteralmente: "sotto gli occhi dei nostri Vigili Urbani e delle Forze
dell'Ordine, che raramente intervengono" E se intervenissero?
Concedetemi una malignità quasi-razzista anche a me ma se le
gloriose FdO intervenissero (o meglio si dessero una mossa),
non è che tra i tanti problemi, potrebbero avere a che
fare con scontrini non dati, evasione fiscale diffusa, mercato
delle seconde case? Insomma, i problemi, altrettanto veri, di
una qualsiasi località turistica in Italia.
- Cito ancora: "I cittadini, sebbene mal sopportano..."
ho capito (ettecredo!) ma, porta pazienza, in assenza di dati o
dichiarazioni, potrebbe essere una ripetizione dell'effetto
Catania: magari i cittadini sopportano...
- "Bisogna agire in tal senso, soprattutto i cittadini non si
devono lasciare ingannare dal loro stato pietoso, dietro al
quale si nasconde in genere una organizzazione malavitosa che
sfrutta tali persone..." Chiusa obbligata dei pensieri
del nostro giornalista. Che l'organizzazione criminale può anche
starci (non conosco persone innocenti a prescindere), ma se la
stessa affermazione SENZA UNO STRACCIO DI PROVA fosse stata
rivolta a qualsiasi altro cittadino, chissà quanti griderebbero
allo scandalo o alla cattiva informazione. E, per favore, se
esistono anche solo SOSPETTI in tal senso, li si denunci a
queste benedette FdO, ai propri amici giornalisti, a chi deve
intervenire. Altrimenti, si sta zitti e si lavora ad un'inchiesta.
Di Fabrizio (del 02/05/2013 @ 09:03:46, in media, visitato 77 volte)
Commenti: Come produrre disinformazione sui media cechi -
Prague, 8.4.2013 20:48, (ROMEA)
Zdenek Ryshavy, translated by Gwendolyn Albert
"Spiacenti, ci siamo bevuti una bufala..." - un famoso titolo dal
giornale britannico The Daily Mirror.
"-Quando crescerò, voglio avere l'assistenza sociale- si augura un
povero bambino dai ghetti romanì". Così recita il titolo di un particolare
articolo pubblicato sul news server iDNES.cz qui in Repubblica Ceca alcuni
giorni fa.
Il pezzo entra immediatamente nei dettagli. "Cosa vorrebbero fare i
bambini dei ghetti romanì a Liberec, una volta cresciuti? L'assegno di
disoccupazione o l'assistenza sociale, hanno risposto in molti durante un
recente sondaggio di People in Need (Clovek v tisni).
Va di male in peggio nella città in cui sono in 100.000 a vivere nei ghetti,
soprattutto a causa della loro estrema povertà e mancanza di istruzione, secondo
una ricerca di un gruppo speciale del municipio di Liberec, guidato dal
consigliere David Vaclavik."
Poi l'articolo continua con una descrizione piuttosto precisa della vita
negli ostelli residenziali. Con l'aiuto degli inquilini poveri (la cui maggior
parte sono romanì) i proprietari di questi posti imboscano ogni mese migliaia di
corone a spese dei contribuenti, attraverso i sussidi agli alloggi erogati a
favore di chi si trova in difficoltà materiali. Tuttavia, titolo e inizio
dell'articolo sono completamente estranei al resto del contenuto.
L'informazione di base fornita dai primi due capitoli dell'articolo in
questione è la seguente: C'è stato un sondaggio dell'organizzazione People in
Need che ha stabilito che l'x % dei bambini nei ghetti romanì in futuro vuole
campare di welfare, esiste anche un rapporto del municipio di Liberec condotto
dal consigliere comunale David Vaclavik.
Ho iniziato a cercare questi materiali, dato che sono davvero interessato sui
dati concreti dei desideri dei bambini nei ghetti romanì. Cosa ho trovato?
Non esiste nessun sondaggio di People in Need a riguardo. C'è
solo il rapporto del gruppo del consigliere
David Vaclavik, che non menziona niente su tale indagine. Titolo e parte
introduttiva dell'articolo sono, quindi, disinformazione e menzogna.
In che maniera queste informazioni, menzognere e fuorvianti, diventano
notizia? E' facile.
L'autore ha ricevuto, come "velina" per il suo articolo, un rapporto dal
comune di Liberec sugli ostelli residenziali. Tale rapporto li descrive in
maniera similare a come vengono illustrati in un recente rapporto di Life
Together sulla insostenibile situazione degli ostelli a Ostrava.
Alla fine di queste tre pagine, l'autore ha letto quanto segue: "Un segno
tipico dei luoghi coperti da questo rapporto, è la mancata scolarizzazione dei
residenti. Non dobbiamo sorprendercene, date le condizioni in cui vivono. Questa
gente deve affrontare situazioni di base riguardo i propri bisogni e
l'istruzione è tra queste. Il valore dell'istruzione in queste località è molto
basso. La gente che vive lì basa le decisioni sulla propria esperienza che,
sfortunatamente, è quella dei loro vicini che non lavora o non trova lavoro.
L'opinione generale è che se anche i loro figli raggiungessero un determinato
livello di scolarità, non troverebbero comunque lavoro. Un altro problema è che
l'ambiente in località simili non ispira, per esempio, neanche le famiglie i cui
figli dovrebbero frequentare le scuole primarie e secondarie. I bambini in
questo ambiente spesso non riescono, non tanto per ragioni intellettuali, quanto
a causa dell'influenza ambientale in cui vivono. Sono da considerare anche le
influenze spaziali, dato che la maggior parte non ha un posto proprio dove
studiare. Quando studiano, devono farlo nelle aree comuni, come la cucina."
L'autore dell'articolo non era pigro - prese il telefono e chiamò la sezione
a Liberec di People in Need, da cui apprese, tra l'altro, che i bambini poveri
mancavano di modelli positivi nel loro quartiere, che vedevano la gente attorno
a loro dipendere dal welfare e che l'impressione che potevano ricevere da tutto
ciò era che vivere di assistenza fosse normale. E' chiaro che alcuni bambini
allora dicano che una volta cresciuti, vogliono l'assistenza. Personalmente, li
ho sentiti anch'io. Tuttavia, niente di tutto questo può essere definito
un "sondaggio"!
Com'è consuetudine in internet, questa disinformazione, questo titolo, questa
voce ed i due capitoli d'apertura si stanno diffondendo a valanga. Una blogstar
su iDNES.cz, Bretislav Olsher, ha scritto un post dal titolo: "Conoscono il
significato della vita, Per vivere, come i loro padri, di assistenza." (Maji svuj smysl
zhivota; zhit jako jejich otcové ze socialnich davek)
Il pezzo di Olsher spinge un passo oltre l'originale. Non si tratta più
soltanto del ghetto a Liberec, ma dei bambini romanì in tutta la Repubblica
Ceca. "Raramente vanno a scuola, non si lavano quasi mai, la maggior parte
di loro sono analfabeti, e l'unica cosa che sentono e vedono attorno a loro è
parlare di assistenza e di come imbrogliare i burocrati. Cosa vorranno diventare
una volta cresciuti, questi bambini dei ghetti di Chanov, Janov, Liberec,
Ostrava, Varnsdorf o Vsetin? Diventeranno percettori di assistenza...,"
scrive Olsher.
Un altro blogger su iDNES.cz, Martin Pipek, ha scritto un articolo con un
titolo simile: "Piccoli romanì: Voglio essere come papà! Pigro, mai
lavorare, vivere di welfare!" (Mali Romové: "Chci byt jako tata! Linej, nemakat,
zhit z
davek!"). In questo pezzo traboccante d'odio, Pipek dichiara nel
secondo paragrafo quanto segue: "Non so quanti di voi si siano persi il
rapporto di People in Need sui ghetti romanì e vi abbiano trovato ciò che si
aspettavano. I bambini romanì locali hanno confessato che una volta cresciuti
vogliono campare di assistenza. Da che aktro posto avrebbero preso ispirazione?
Se fossero sinceri, cosa ci aspettiamo da questa minoranza?"
Il rating "karma" del post di Pipek su iDNES.cz, che arriva ad un massimo di
50, indica una valutazione di 40,99 quando l'ho controllato l'ultima volta.
Oltre 2.500 persone l'hanno letto.
Ancora una volta: Non esiste nessuna ricerca di People in Need.
Interessa a qualcuno? Disinformazioni e menzogne continuano a diffondersi.
Il codice dei blogger su iDNES.cz recita quanto segue: "Al blogger non è
permesso pubblicare informazioni che siano incomplete, false o non verificabili,
specialmente se così facendo si possano danneggiare gruppi o individui." I
lettosi giudichino da sé, allora, cosa fare dell'autore dell'articolo originale
e dei blogger su iDNES.cz.
Di Fabrizio (del 18/04/2013 @ 09:04:04, in media, visitato 87 volte)

La cronaca è di una settimana fa, ma vale la pena rileggerla: Tenta
di strappare Bambina dalle braccia della madre, Arrestato "Prova a rapire una
bambina di 5 anni, ma i passanti intervengono" da
MILANOTODAY
Un episodio di (probabile) follia, per fortuna terminato bene.
Quello che mi colpisce, sono una serie di considerazioni fornite dall'autore
del pezzo ("...senza ragione", "...si sospetta abbia problemi psichici",
"...Secondo quanto raccontato dalla donna"), magari giustificate, ma senza
uno straccio di prova oggettiva.
Sarò sfigato o distratto, ma non le ho mai trovate in nessun articolo, di destra o
sinistra, quando viene accusata una romnì per lo stesso (tentato) crimine.
Di Fabrizio (del 10/03/2013 @ 09:04:23, in media, visitato 91 volte)
Inserzionisti si ritirano da giornale ungherese dopo le dichiarazioni
anti-rom - Budapest, 5 marzo 2013
Cinque compagnie hanno detto che non daranno più pubblicità al giornale
ungherese che ha pubblicato dichiarazioni estreme contro i Rom.
Il ritiro è la conseguenza della campagna di 24 OnG, che hanno contattato 15
compagnie che pubblicavano annunci pubblicitari su Magyar Hirlap, giornale
ungherese di destra. Le OnG hanno chiesto di considerare la sospensione delle
loro attività pubblicitarie fintanto che il giornale non avesse preso le
distanze dai punti di vista razzisti, omofobi ed antisemiti espressi da
Zsolt Bayer,
che paragonava i Rom ad "animali" e, chiedendo una soluzione, diceva "Devono
essere affrontati - immediatamente e con ogni mezzo necessario."
Erste Bank ha messo Magyar Hirlap in lista nera dopo la lettera delle OnG,
riportando espressamente la motivazione di "agire con più prudenza la prossima
volta" con la propria pubblicità. Ha inoltre sottolineato che la banca non farà
pubblicità su qualsiasi media i cui contenuti "feriscano l'altrui dignità, o
usino toni infiammatori verso qualsiasi minoranza, etnia o gruppo religioso." I
leader di CIB Bank hanno detto che il gruppo CIB si asterrà dalla pubblicità su Magyar Hirlap
e sul suo portale "fino a quando la redazione non condannerà categoricamente lo
scritto di Zsolt Bayer e non assicurerà che le sue pubblicazioni siano libere da
testi che includano espressioni di odio." Anche IKEA, FedEx e GDF Suez hanno
preso le distanze dall'articolo, dichiarando che non prevedono per il futuro
ulteriore pubblicità sulla versione online del giornale.
Di solito le compagnie mettono i loro annunci su Internet tramite pacchetti
di un media buyer, ed alcune non erano a conoscenza che la loro
pubblicità fosse apparsa su Magyar
Hirlap.
Altri inserzionisti hanno risposto in maniera interlocutoria o non
rispondendo affatto. Ora le Ong hanno contattato le case madri e le sedi delle
multinazionali, incluse Telekom e Sodexo, chiedendo loro di prendere seriamente
i loro impegni sulla responsabilità sociale.
Le campagna delle OnG manda un chiaro segnale che le dichiarazioni razziste
contro i Rom non saranno tollerate dal mondo del businesses, e sul rischio di
alienarsi i clienti continuando a sostenere i media che pubblicano materiale
provocatorio o offensivo.
Pubblicato da:
- Amnesty International Hungary
- Artemisszio Foundation
- Autonomia Foundation
- Chance for Children Foundation
- Child Chance Association (GYERE)
- Csillagfény Starlight Foundation
- Dignity for All Movement (coMMMunity)
- Eger Branch of the Fund for the Poors (SZETA)
- Eoetvoes Karoly Institute
- European Roma Rights Centre
- Golden Lily Foundation
- Hattér Support Society for LGBT People in Hungary
- Hungarian Anti Poverty Network
- Hungarian Civil Liberties Union
- Hungarian Helsinki Committee
- Hungarian LGBT Alliance (seven member organisations)
- Hungarian Women’s Lobby
- Krétakoer Foundation
- Labrisz Lesbian Association
- Legal Defence Bureau for National and Ethnic Minorities
- Nograd County Alliance of Gipsy Minority Representatives and
Advocates
- Partners Hungary Foundation
- Polgar Foundation
- Romaversitas Foundation
- Regional Social Welfare Resource Centre Budapest
- Terne Cserehaja Association
Ulteriori informazioni:
Sinan Goekcen
Media and Communications Officer
European Roma Rights Centre
sinan.gokcen@errc.org
+36.30.500.1324
Di Fabrizio (del 06/03/2013 @ 09:05:11, in media, visitato 99 volte)
Corriere Immigrazione di Stefania Ragusa
Giornali, radio, soprattutto tv: alimentano i pregiudizi verso gli
stranieri. Molti gli studi che lo provano. Ma perché accade? Lo abbiamo chiesto
a Jeroen Vaes, coordinatore di una
ricerca sul tema presentata dal dipartimento
di Psicologia dello sviluppo e della socializzazione dell'Università di Padova.
Professor Vaes, i media hanno un ruolo nella costruzione di miti come la
pericolosità degli stranieri?
"Sì, e la nostra ricerca lo conferma. E' una responsabilità che si palesa,
per esempio, nella scelta di sottolineare la nazionalità dell'autore di un fatto
criminoso, nella ricerca di titoli a effetto e nell'uso di un linguaggio
approssimativo e scorretto, ma anche in una rappresentazione stereotipata dei
paesi di provenienza dei migranti, raccontati quasi sempre come sottosviluppati
e pericolosi. Da luoghi del genere che cosa può arrivare se non persone da
temere e che non hanno nulla da perdere?".
Ma perché succede, secondo lei?
"Non ho una risposta "scientifica", tanto più che, durante la ricerca, abbiamo
focalizzato la nostra attenzione sui giornali, in particolare i quotidiani,
senza interpellare i giornalisti. Ma un'ipotesi possiamo farla. In alcuni casi,
tra l'altro facilmente individuabili, il ricorso allo stereotipo e dunque il
rafforzamento del pregiudizio rispondono a un obiettivo politico e ideologico
preciso. C'è un'agenda politica che vuole che i migranti siano rappresentati in
un certo modo perché questo è funzionale a precise strategie. E i giornalisti
che lavorano per testate correlate a questa agenda eseguono gli ordini. Da un
punto di vista deontologico ci può essere molto da dire, per quanto riguarda la
linearità dell'azione molto poco. A meno, certo, che il giornalista in questione
sia in privato dissidio interiore con la sua testata (ma qui apriamo un altro
fronte). In tutti gli altri l'uso degli stereotipi e la costruzione dei
pregiudizi ricorrono quasi sempre in modo del tutto inconsapevole e sono la
conseguenza di una discreta ignoranza di base mescolata a supponenza o alla
fretta imposta da un certo tipo – ormai prevalente – di organizzazione del
lavoro. Non c'è il tempo o la voglia di capire di più , in particolare in un
ambito come questo, poco esposto alle querele e alle richieste di rettifica".
Come si potrebbe intervenire rispetto a questo "segmento"?
"Per quanto riguarda gli aspetti formali potrebbe essere utile una norma sociale
che sanzionasse la scelta di questi linguaggi (un po' come è avvenuto negli anni
70 a proposito delle espressioni sessiste). Spinge in questa direzione
l'associazione Carta di Roma . C'è un osservatorio, non ancora ufficializzato,
che dovrebbe occuparsi di questo. Ci sono gli sportelli dell'Unar a cui ci si
può rivolgere per segnalare abusi e discriminazioni. Questo tipo di azione non
produce dei risultati immediati ma nel tempo potrà essere un efficace agente di
cambiamento. Per quanto riguarda l'ignoranza, l'unico modo è combatterla con la
cultura. Ma in questo caso diventa davvero difficile, dal momento che le vittime
– i giornalisti che non sanno – dovrebbero essere loro stesse artefici di
cultura. Sicuramente un maggior contatto reale con le persone immigrate potrebbe
essere utile. Il contatto diretto infatti riduce i pregiudizi. Vale per tutti,
giornalisti e no".
Ma lei non ha anche la sensazione che a volte il problema sia legato a una
mancanza di parole adeguate? Pensiamo al termine seconde generazioni,
correntemente usato, però decisamente improprio...
"Questo è vero. Spesso mancano le parole per parlare di un'identità che va oltre
l'italianità. Mancano le parole e i concetti per parlare della trasformazione in
corso nella società. La mancanza di parole adatte a dire quel che sta accadendo
riflette l'inadeguatezza dell'idea dominante di immigrazione. Molti continuano a
pensare che l'immigrazione sia qualcosa a cui si possa dire sì o no. Non
riescono a riconoscere la sua dimensione strutturale e globale".
Quali sono gli svarioni più grossi emersi dalla vostra ricerca?
"Ci siamo focalizzati sulla cronaca, nel periodo 2008-2012, abbiamo confrontato
il modo in cui venivano trattati i migranti e gli autoctoni coinvolti in
situazioni analoghe e abbiamo visto che il trattamento differisce notevolmente.
Viene dato un rilievo incredibile alla nazionalità, come avveniva trent'anni fa
con i meridionali. La nazionalità viene sostantivata. E' una cosa che in altre
lingue non avviene, che non si può proprio fare. In molti casi poi le generalità
della persona immigrata vengono date in modo incompleto, con la scusa che il
cognome è difficile. E' vero: certi cognomi sono difficili da pronunciare e
trascrivere, ma questo non può in nessun modo rappresentare una valida ragione
per ometterli in un contesto in cui si starebbe facendo informazione".
Ma perché sradicare i pregiudizi è così difficile?
"Questo non può stupire perché il pregiudizio ha una funzione adattativa
importante. Tutti noi abbiamo bisogno di dare per assodate alcune cose, non
potremmo ogni volta passare attraverso le verifiche empiriche Non ne potremmo
fare a meno. Servono a vivere. Il problema nasce quando il pregiudizio resiste
all'evidenza, non viene scalfito dai fatti. Un classico è il meccanismo della
sottocategorizzazione: di fronte a qualcosa che contraddice il mio pregiudizio
reagisco definendo eccezionale quel qualcosa. Per superare i pregiudizi che
offuscano la nostra visione bisogna procedere alla loro decostruzione. E' un
processo impegnativo, che richiede informazioni, esperienza e soprattutto la
disponibilità reale di chi lo mette in atto".
Qual è il modo più efficace di interagire con chi è abbarbicato a pregiudizi
razzisti?
"La pazienza, la fermezza, la disponibilità al dialogo e... un filo di speranza!
Colpevolizzare e attaccare invece non serve a nulla. Il muro contro muro porta a
un rafforzamento delle convinzioni di base".
Di Fabrizio (del 19/02/2013 @ 09:07:44, in media, visitato 108 volte)
La rabbia civile di Danis Tanovic' di
Nicola Falcinella | Berlino 15 febbraio 2013 -
Osservatorio Balcani & Caucaso
Un'immagine tratta dall'ultimo film di Danis Tanovic'
Si chiude domani la 63esima Berlinale. E tra i premiati potrebbe esserci il
bosniaco Danis Tanovic', con una storia che racconta il dramma di una famiglia
rom bosniaca. Lo abbiamo incontrato a Berlino
Tanovic' perché ha scelto di fare un film su questa storia?
Ero arrabbiato. E la rabbia mi ha fatto tornare a quando facevo i documentari
durante la guerra. Come può succedere che in un Paese dove durante la guerra si
rischiava la vita per salvare degli estranei, una donna rischi di morire e
nessuno la aiuta? Sono padre e marito e mi chiedo come possa succedere. Che
siano rom è casuale. Ci sono tante famiglie così in Bosnia. Là tanti sono
discriminati. Io non lo sono e sono fortunato. Ma in Bosnia non si può fare
niente, non ci sono strategie, non si pensa al futuro, non c'è un sistema
sanitario.
Come ha girato?
Ho avuto la folle idea di far recitare loro due. Avevo 10.000 euro e mi sono
detto: con un budget così piccolo, se funziona bene, se no pazienza. Ero
totalmente libero, non avevo produzione o limiti. Ho chiamato il mio direttore
della fotografia Erol Zubcevic', il suo assistente e pochi altri. Filmavo la
loro vita, li seguivo mentre mangiavano, gli dicevo di fare quel che dovevano
senza fare caso a me. Non c'è stata quasi messa in scena, quando dovevano
ricostruire l'episodio accaduto lo giravamo una o due volte, perché alla terza
avrebbero iniziato a recitare. Per il resto non c'erano luci, non c'era trucco,
non c'era catering: sul set solo con il direttore della fotografia e il fonico.
Il resto della piccola troupe stava in una stanza di fianco al freddo o fuori.
Purtroppo anche nel fare un film sono sempre i soldi a fare la differenza. Non
volevo aspettare due anni per mettere insieme una produzione, volevo girare
subito, così ho scelto questa soluzione. Ho fatto un film da boy-scout, il primo
sorpreso di essere in concorso a Berlino sono io. Zubcevic' [direttore della
fotografia di "Snijeg" e "Buon ano Sarajevo" e a Berlino anche con "A Stranger"
di Bobo Jelchic'] quando ha saputo che era presidente di giuria Wong Kar-Wai si
è arrabbiato perché lo ama e non voleva fargli vedere questo film.
I protagonisti del film sono tutti quelli reali?
Tutti tranne i dottori, per ovvi motivi, che ho preso tra i miei amici. Non ci
sono effetti, non c'è nulla, è tutto reale. Nazif aveva davvero fatto a pezzi la
sua auto per vendere i rottami così abbiamo dovuto comprare un'auto molto simile
per smontarla. Sono rimasto sbalordito quando l'ho visto. Non avevo mai assisto
alla scena di uno che taglia la sua auto con l'accetta.
Com'è lo stato d'animo dei bosniaci ora secondo lei? C'è ancora l'energia del
dopoguerra?
Il mood è sul depressivo, ma anche altrove non è che ci sia allegria. Però c'è
ancora una grande vitalità nella gente. Nazif mi piace perché combatte: i
protagonisti non sono per niente patetici perché lottano, ed è il motivo che me
li fa amare. Penso di essere una persona aperta, sono di sinistra, ma il mio
contatto con i rom era limitato agli incontri per strada quando mi lavavano il
vetro dell'auto o mi chiedevano soldi. Sono grato a questa famiglia per avermi
fatto entrare nel loro mondo: sono persone orgogliose, buone. Da noi le persone
sopravvivono perché si aiutano, ci sono ancora le relazioni familiari e di
vicinato. Un po' come accadeva in Italia prima che diventaste ricchi. Ma ora
state tornando indietro.
Aveva qualche modello di altri film mentre girava?
I miei film preferiti sono italiani, quelli vecchi, i classici. In questo caso
ho pensato a "Ladri di biciclette". Piango ogni volta che lo rivedo.
Il film uscirà in sala?
È difficile distribuirlo, ne sono consapevole. Il pubblico chiede
intrattenimento, non vuole andare al cinema per vedere la vita reale, purtroppo.
Quanto aiuta vincere l'Oscar?
Aiuta molto se sei a Hollywood. A me al massimo danno un posto migliore in
aereo. Sono uno straniero, sono un regista bosniaco, uno si aspetta che sia
milionario e faccia film che costano milioni. Invece ogni volta è difficile e
bisogna ricominciare.
Su cosa sarà il prossimo film?
Non dico nulla, se non che sarà diverso. Già venerdì (oggi, ndr) inizio a girare
qui a Berlino per qualche giorno. È una città molto affascinante, per me è come
New York, è bella, ha un'atmosfera impressionante, soprattutto la notte. È
l'unico posto in cui mi sento a casa già prima di essere sceso dall'aereo.
E il suo impegno politico? Continuerà con il suo partito?
Mi sono dimesso dal Parlamento un mese fa perché dovevo fare il film. La
politica prende tempo, è un impegno grosso, richiede energie e io sono un
filmmaker. Ma la Bosnia è piccola, si è tutti vicini, per me la politica è
essere cittadino, far parte della comunità. E i miei amici e compagni di partito
continuano a lavorare per cambiare il paese, per estendere i diritti, anche ai
rom. Oggi se non sei musulmano o serbo o croato non hai rappresentanza e
dobbiamo cambiare.
Si sente ottimista o pessimista sulla Bosnia?
Sono profondamente ottimista e profondamente pessimista. Ho una relazione di
amore e odio con il mio paese, ci sono tornato a vivere da cinque anni, ho i
miei genitori, i miei amici. Anche i caffè sono importanti, a volte parliamo,
altre volte stiamo in silenzio e ciascuno legge il giornale per conto suo. Sono
un modo per stare insieme. Mia moglie è francese e si sorprende, ma noi stiamo
zitti senza che sia un problema puoi rimanere in silenzio solo con la gente con
cui stai bene.
Il festival e Tanovic
Danis Tanovic'
Una storia realmente accaduta, interpretata dagli stessi protagonisti della
vicenda reale. È la soluzione adottata dal bosniaco Danis Tanovic' per
raccontare il dramma vissuto da una famiglia rom bosniaca. "Epizoda u dzivotu
beracha dzeljeza - An Episode in the Life of an Iron Picker" è il quinto
lungometraggio del regista di "No Man's Land" e "Cirkus Columbia" ed è in
concorso alle 63 Berlinale che si conclude domani sera. Al fianco di quello
Tanovic' vi è un altro film dei Balcani, il romeno "Poziţia Copilului - Child's
Pose" di Cialin Peter Netzer. Entrambe pellicole che hanno chance di premio, il
romeno soprattutto per l'interpretazione di Luminita Gheorghiu madre assillante
di un trentenne che ha causato un incidente stradale.
Tanovic' racconta invece di Senada e Nazif, che vivono con due figli piccoli nel
remoto villaggio di Polijce. È inverno, fa freddo, c'è un po' di neve. In casa i
bambini guardano la televisione ma non c'è legna per la stufa. Il padre, che
lavora raccogliendo rottami di ferro con un parente, va nel bosco, taglia un
albero, lo fa a pezzi e ne porta alcuni per riscaldare la piccola abitazione.
Una scena semplice che dichiara tutto: la famiglia vive di pochissimo, non ha
nulla da parte, non può programmare, la coppia deve continuamente risolvere i
problemi quotidiani man mano che si presentano. Senada da parte sua prepara da
mangiare, accudisce i bambini, lava a mano i vestiti. Mentre stende il bucato,
la donna si sente male, cade, si rialza, è sola, raggiunge il divano e si mette
a riposo. A quel punto lo spettatore scopre che Senada è incinta per la terza
volta. I dolori non passano, il marito rientra, si interessa a lei, che resiste
stoicamente. Solo quando è troppo tardi salgono tutti sull'auto scassata per
raggiungere Tuzla.
Dall'ambulatorio la mandano all'ospedale, il bambino è perso, ma è necessario un
intervento chirurgico. Per chi non è coperto da assicurazione sanitaria
l'operazione costa 980 marchi (490 euro) e va pagata in anticipo. I medici sono
impermeabili alle richieste e alle preghiere dell'uomo, preoccupato per la
moglie. Ai due non resta che tornare mestamente a casa tra mille sofferenze di
lei. Nazif si mette a raccogliere ferro più che può, ma recupera pochi marchi.
Fanno un secondo tentativo in città ma va a vuoto, neppure l'intervento
dell'associazione che aiuta i rom può nulla. Non resta che chiedere a una
parente che ha la polizza e tentare all'ospedale di Doboj.
È un film molto bello, molto intenso, che fa sentire allo spettatore,
fisicamente, la dedizione e l'affetto di lui, vero protagonista, e la sofferenza
di lei. Un film minimale e aderente ai personaggi, uno stile che sembra
documentaristico ma non lo è, Tanovic' si discosta molto dai precedenti per
cercare l'essenziale, il nocciolo del rapporto tra i due, fatto di piccoli
gesti, intese tacite, una relazione rafforzata dalla condivisione delle
sofferenze. E in più le discriminazioni e soprattutto l'esclusione sociale: i
soldi salvano la vita.
Un film che ha qualcosa del Vittorio De Sica di "Ladri di biciclette" e "Umberto
D", che ricorda "La morte del signor Lazarescu" di Cristi Puiu per l'odissea
sanitaria, il cinema del pedinamento dei fratelli Dardenne e la testardaggine
dei ragazzini dei film iraniani anni '90 di Abbas Kiarostami o Jafar Panahi.
Nazif chiede aiuto ma non pietà, ha una grande dignità, una caparbietà senza
pari. E il regista lo mostra tal quale, nella sua vita reale, senza orpelli e
senza ricatti morali. Non c'è commiserazione ma c'è compassione, nel senso che
l'ora e 20 scarsa di film è di sofferenze insieme ai protagonisti. E il finale è
un ricominciare nella sopravvivenza.
Di Fabrizio (del 18/02/2013 @ 09:10:14, in media, visitato 123 volte)
Lunedì 25 febbraio, ore 18.00
Biblioteca Crescenzago via don Orione 19 - 20132 Milano
Introduce e modera: Paolo Melissi (associazione Pluriversi)
Fabrizio Casavola (autore di Vicini Distanti) con alcuni abitanti del campo
rom comunale di via Idro, tutti nei panni degli imputati, risponderanno alle
vostre domande su perché gli zingari siano colpevoli di ogni malefatta. Se
avanza tempo, si racconterà anche come si vive e cosa si fa in un campo rom, e
sul rapporto che si è creato col mondo intorno.
Vicini Distanti (edizioni Ligera - 2012) è la cronaca di 20 anni di vita di una
comunità rom da sempre presente a Milano. Attraverso interventi di mediatrici
culturali, insegnati, giornalisti, dei Rom stessi, scorrono i vari aspetti della
loro vita: infanzia, scuola, lavoro... con gli innumerevoli tentativi, alcuni
riusciti e altri meno, di instaurare un dialogo e un modo di convivere con la
città attorno.
Dello stesso autore:
-
Luoghi comuni, guida turistica semiseria ai segreti, le
bellezze, i monumenti del campo rom comunale di via Idro.
-
Cocci: viaggio nell'Italia del 2012
PluriVersi è una associazione di promozione sociale che dedica le sue attività
al benessere psicofisico delle persone, e alla qualità dell'abitare e del
fruire di un luogo. Si occupa di promozione della culture e di valorizzazione
del patrimonio, ma anche di servizi per il benessere della persona, organizzando
servizi di supporto. L'associazione opera utilizzando un approccio
pluridisciplinare e pluriculturale.
Di Fabrizio (del 16/01/2013 @ 09:05:56, in media, visitato 146 volte)
di
Daniele Mezzana
Trasversale, inconsapevole, supponente: il razzismo verso i rom miete
vittime, ma sempre si professa innocente. Un libro, pubblicato solo on line, ci
aiuta a comprendere questo fenomeno e il suo intreccio "con le migliori
intenzioni".
Questo libro parla del nostro razzismo verso i rom. Quello che esplode dalla
rabbia repressa della gente comune, quello che trapela dalla voglia di scoop dei
giornalisti, quello che le buone intenzioni di tanti politici non riescono a
eliminare, perché è troppo radicato, troppo profondo per essere affrontato a
chiacchiere. Fabrizio Casavola, questa volta, non si sofferma sulle vittime, ma
su di noi, o meglio sul "razzismo fatto in casa", in un libro
pubblicato solo online
e disponibile gratuitamente. Un testo breve (41 pagine), scritto con intelletto
ed emozione, che produrrà sicuramente un forte impatto sui lettori.
Casavola è uno che parla con cognizione di causa, perché da oltre quindici anni
vive e opera insieme ai rom a Milano, in collegamento con associazioni e reti di
rom in tutta Europa. Cura un portale,
Mahalla, che è
una miniera di informazioni e punti di vista critici sulla situazione delle
comunità rom e sinti europee. Insomma, è uno che queste cose le vive e le sa
capire. Ha già scritto
altri volumi, ma in questo approfondisce in particolare la genesi del
razzismo e la costruzione negativa dell'altro, anche a partire da fatti
apparentemente minimi; ad esempio, le parole usate nel discorso comune
("abusivi", "tollerati", ecc.): le parole qui pesano, misurano il grado di
dignità attribuita alle persone che indicano, influenzano negativamente l'azione
di una minoranza di esaltati e di una maggioranza che il più delle volte
preferisce non sapere, non vedere, o comunque non risolvere i problemi.
L'autore svolge questo suo approfondimento sulla base della propria personale
esperienza e di un'analisi attenta e appassionata dei resoconti e degli
strafalcioni dei media e degli intellettuali, in occasione di una serie di
eventi-chiave che hanno coinvolto specificamente la comunità rom e gli abitanti
di alcuni quartieri di città italiane come Torino, Milano, Vicenza, Roma,
Pescara. Come rileva Casavola, l'ignoranza e la sostanziale incapacità, o non
volontà, di capire la realtà dei rom sono un fenomeno trasversale rispetto alle
varie ideologie e ai diversi approcci politici. Questa non è una sorpresa per i
pochi che sul campo ci stanno quotidianamente, ma che si dica nero su bianco è
importante e istruttivo: quel che conta sono le persone, gli attori e la loro
volontà di fare.
L'autore mette in risalto la gigantesca dis-informazione rispetto alla
condizione dei rom, e i meccanismi profondi, direi psicoanalitici, su larga
scala, alla base di una discriminazione che si fa fatica a concepire,
soprattutto dopo le sofferenze e le trasformazioni che il nostro continente ha
vissuto nell'ultimo secolo, e che evidentemente non hanno insegnato abbastanza.
Cocci si legge tutto d'un fiato, anche se non è un testo facile.
Parlando in termini cinematografici, è un "corto" secco, duro, ellittico e a
tratti poco digeribile. Personalmente non sono riuscito a recepire, o a
cogliere, fino in fondo tutte le analisi, le proposte (o le invettive) di
Casavola, e forse questo capiterà anche ad altri lettori. Ma leggere questo
libro vale decisamente la pena, perché in poche, preziose, pagine si presentano
informazioni e giudizi da cui difficilmente si può prescindere per conoscere la
situazione dei rom nel nostro Paese, e per mettere sul tavolo qualche proposta
seria d'intervento. Come quelle di "tavoli-consulta", proposti dall'autore, che
vedano riunite, nelle varie città, tutte le parti in causa e tutti gli attori
locali interessati, per parlare (finalmente) e discutere di soluzioni concrete.
Gocce, forse, nell'oceano del pregiudizio, ma comunque passi avanti per produrre
una trasformazione silenziosa, magari lenta, ma sperabilmente efficace.
Di Fabrizio (del 07/01/2013 @ 09:08:55, in media, visitato 205 volte)
APERTURA - ANNA CURCIO
Il libro collettivo "La lingua del colore tra Italia e Stati Uniti" Un'analisi
comparata su come cinema, fumetti e letteratura veicolano il razzismo in Italia
e negli Usa
Portare la razza al centro del dibattito italiano su razzismo e antirazzismo.
Questo il meritorio obiettivo di Parlare di razza. La lingua del colore tra
Italia e Stati Uniti a cura di Tatiana Petrovich Njegosh e Anna Scacchi (ombre
corte, pp. 318, euro 25), volume che si inserisce in un filone di studi,
ancora relativamente giovane in Italia, rivolto soprattutto a sfatare il tabù
della razza.
Dismessa dal dibattito politico e dal linguaggio di tutti i giorni da quello
che è stato definito "il paradigma antirazzista dell'Unesco" che negli anni
Cinquanta del Novecento reinterpretava il razzismo alla luce della violenza
nazifascista e riconduceva i conflitti razziali a nozioni scientificamente false
proliferate nell'ignoranza, la razza come categoria scientifica e analitica per
leggere il razzismo ha solo di recente trovato nuova legittimità in Italia e
nell'Europa continentale. In particolare grazie all'iniziativa di editori
sensibili - tra questi senz'altro ombre corte - e il contributo di studiosi e
studiose che, riprendendo gli insegnamenti di Frantz Fanon e delle correnti più
radicali del movimento per i diritti civili americano, hanno assunto nello
studio del razzismo una dimensione di attivismo volta al cambiamento.
In questo senso la razza, finalmente dismessa la sua supposta connotazione
biologico-naturalista è stata assunta come costruzione sociale capace di
ridefinirsi al mutare delle congiunture storico-politiche. È una categoria
sociale "simbolica" ricorda Petrovich Njegosh, che mostra al contempo
indiscutibili ricadute materiali pesando sulla vita dei soggetti in termini di
opportunità, condizioni di vita e aspettative. Stabilisce cioè privilegi e forme
di subordinazione che investono l'intero corpo sociale. Sebbene, dunque,
socialmente costruita, la razza si presenta come concreto dato di realtà che
occorre "nominare" per svelarne il potenziale di violenza. Così facendo diventa
possibile rovesciare l'idea ancora oggi dominate del razzismo come vizio
ideologico o patologia sociale legata all'ignoranza, da "curare" attraverso
l'istruzione e l'educazione.
Il volume, all'interno di un approccio teorico eterogeneo complessivamente
riconducibile all'americanistica, riflette sulle significazioni del termine
razza tra Italia e Stati Uniti. Più precisamente, all'interno di una dimensione
comparata assume la traduzione tra sistemi linguistici e culturali differenti
come punto d'osservazione privilegiato per cogliere i punti di contatto tra un
paese storicamente attraversato dal razzismo come gli Stati Uniti e l'Italia che
dietro la vulgata di un "colonialismo minore" e degli "italiani brava gente" ha
per lungo tempo rimosso dalla narrazione nazionale il passato colonial-razzista.
I saggi - che si occupino di letteratura, fumetti, cinema, poesia, linguaggio
romanzesco o più complessivamente della cultura di massa - si concentrano sulla
funzione svolta dal linguaggio nella strutturazione delle relazioni sociali e
dell'identità razziale in Italia. In questo senso, mostrano la razza in
traduzione come strumento di mediazione culturale, come dispositivo di
addomesticamento che riporta personaggi, linguaggi e modi di fare all'interno di
stereotipi riconoscibili nel nostro paese (è il caso di alcune traduzioni di
poesia afroamericana, del doppiaggio cinematografico o della reazione italiana
al fenomeno Obama che ha dato origine al volume). Nello stesso tempo vengono
evidenziati esempi storici che testimoniano una continuità nella costruzione del
racial thinking tra Italia e Stati Uniti. Il Dictionary of Race or People che
per tutta la prima metà del Novecento ha orientato le scelte statunitensi in
materia di immigrazione e naturalizzazione, sulla base di una precisa
differenziazione razziale che insisteva sull'inferiorità degli europei
meridionali e orientali, trovava fondamento "scientifico" nella teoria delle
"due Italie" di Alfredo Niceforo e negli studi della scuola italiana di
antropologia positivista da Sergi a Lombroso.
L'intera storia italiana e la costruzione della sua identità nazionale, sin
dagli anni immediatamente successivi all'unificazione, è dunque opportunamente
reinterpretata in relazione alla categoria di razza, intesa precisamente come
supremazia "inalienabile" della bianchezza assunta quale principio dell'ordine
sociale. È "Il capitalismo razziale moderno", per riprendere l'efficace
definizione di Cedric Robinson che, dentro la più complessiva costituzione
coloniale della modernità capitalistica e della costruzione degli stati
nazionali, funziona, anche in Italia, come dispositivo strutturante della
narrazione nazionale.
Peccato che il volume trascuri quasi del tutto questo aspetto. La costruzione
dell'italianità e i connessi processi di "sbiancamento" non vengono infatti qui
legati al piano più complessivo dei rapporti sociali e produttivi, cosicchè la
razza è assunta esclusivamente "come rappresentazione culturale, linguistica e
identitaria". Viene cioè perso di vista il nesso inscindibile tra classe e razza
che connette il razzismo e i processi di razzializzazione con i rapporti di
produzione e le loro trasformazioni storiche. E non si tratta, in questo senso,
di assumere un punto di vista economicista, né di rimandare a un approccio
deterministico; al contrario tale sguardo permette di ripensare i rapporti di
produzione a partire dal processo di razzializzazione insistendo sulla loro
inevitabile "articolazione" o "surdeterminazione" nel contesto sociale
capitalistico. Si tratta, seguendo Marx, di analizzare il capitale come rapporto
sociale e fare della lotta al razzismo un progetto complessivo contro lo
sfruttamento e dunque di liberazione.
È la costruzione di un comune terreno di lotta fra coloro che sono "razzialmente
neri" e la più ampia composizione del lavoro vivo contemporaneo. E fare,
riprendendo l'insegnamento delle lotte anticoloniali e di quelle antirazziste in
America, degli studi su razza e razzismo, non un progetto di educazione
universale, ma un terreno di militanza politica per la trasformazione radicale.
Di Fabrizio (del 06/01/2013 @ 09:08:46, in media, visitato 138 volte)
immagine da
Quotidiano.net
Leggevo a Capodanno un articolo su MicroMega di
Barbara Befani: Quel che non si dice della Montalcini, in cui la tesi
grossomodo era che sulla stampa e sugli onnipresenti social network non ci si
dimentica mai di indicare se l'autore di una malefatta sia (a torto o
ragione) di etnia-religione ebraica, ma se si tratta della morte di un premio
Nobel da tutti osannato e rispettato (se escludiamo Grillo, Storace e gente di
solito poco politically correct), nessuno ricorda che questa premio Nobel,
scienziata, senatrice a vita e altro ancora era non solo di origine ebraica (per
quanto atea), ma in più riprese aveva pagato il suo essere ebrea.
Noto dai commenti (i commenti sono sempre indispensabili, anche quando si
ha niente da dire) che da una parte c'è la rimozione del fatto che IN
QUESTO CASO la sua origine sia scomparsa, dall'altra (i commentatori non
sono tenuti a rispondere nel merito, sono un po' come il sale nella minestra,
basta non abbondare) non sapendo che dire, si ritorni al vecchio argomento
(ho detto vecchio, non che sia giusto o meno) dei crimini israeliani.
Non prendete la mia chiusa come irriverenza verso un morto, ma mi
torna in mente un fatto di cronaca di un paio di mesi fa:
Audace colpo dei soliti ignoti - cioè quando c'è un furto spesso e sovente
appare la nota "si sospetta che il furto sia stato commesso da un gruppo di
zingari..." In quel caso dove forse i ladri sarebbero potuti risultare
simpatici, quella nota STRANAMENTE mancava.
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