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L'essere straniero per me non è altro che una via diretta al concetto di identità. In altre parole, l'identità non è qualcosa che già possiedi, devi invece passare attraverso le cose per ottenerla. Le cose devono farsi dubbie prima di potersi consolidare in maniera diversa.

Wim Wenders
-

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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Fabrizio (del 31/12/2009 @ 09:24:52, in Europa, visitato 1576 volte)

Da Czech_Roma

Mikulov, 29.12.2009, 12:12

La famiglia di Ilona Vajdíková a Mikulov è costantemente terrorizzata da iscritti alla sezione locale del Partito dei Lavoratori. Gli attacchi sono iniziati questo settembre e tuttora non diminuiscono. Il sindaco di Mikulov, Rostislav Koštial, dice che la famiglia di Ilona Vajdíková non ha mai causato problemi a nessuno.

La signora Vajdíková ha la sfortuna di vivere vicino al ristorante Zanzibar, dove gli iscritti alla sezione locale del Partito dei Lavoratori tengono regolarmente le loro riunioni. Il 19 settembre, hanno tirato un boccale di birra contro la sua finestra, rompendola, mentre gridavano insulti razzisti come, "Tu, puttana nera, che il gas sia con te!" Il più esaltato era Josef Kordiovský, che urlava, "Guarda cosa faccio a questi zingari" mentre tirava il bicchiere. Più tardi fu udito vantarsi al ristorante U Fajka di aver "rotto la finestra agli zingari". I razzisti poi dopo l'incidente ritornarono allo Zanzibar.

Un vicino che aveva udito l'incidente, era corso fuori di casa per proteggere la signora Vajdíková. "La sua testimonianza è costantemente chiamata in questione. Non è un Rom - perché dovrebbe mentire?" si chiede Marcela Krištofová, sorella di Ilona Vajdíková. "Ilona corse nel bar ed iniziò a gridare -Chi è stato?- Kordiovský si alzò e le urlò -Puttana nera-. Lei è uscita, perché c'erano molti giovani, ed ha chiamato la polizia cittadina." Krištofová dice che il quartiere era tranquillo sino ad un anno fa, quando lo Zanzibar è stato comprato dall'attuale proprietario.

Vajdíková ha riconosciuto Josef Kordiovský e Petr Peřina tra gli assalitori - Peřina gridava slogan razzisti e partecipava agli sviluppi successivi - come del resto Roman Pohludka, Jan Krejčí, e altri due dal cognome Tužinčin e Dalajka. Tutti, membri o promotori del Partito dei Lavoratori. Per esempio, tanto Petr Peřina che Roman Pohludka sono registrati nel gruppo del Partito dei Lavoratori di Mikulov su Facebook, e Krištofová dice che Peřina ha confessato alla polizia di essere iscritto al Partito dei Lavoratori di Brno. Josef Kordiovský ha contribuito attivamente alla pagina Facebook del Partito dei Lavoratori di Znojmo, incluse informazioni e fotografie di diversi eventi e riunioni del Partito dei Lavoratori, come la dimostrazione del 1 maggio 2009 a Brno. Anche Petr Peřina ha confermato la sua iscrizione al Partito, direttamente a Marcela Krištofová. "Il giorno dopo ci siamo rincontrati e mi ha salutato, dicendo -Ciao, zietta,- lo conosco da quando era un bambino," dice. "Gli ho detto: Credi di cavartela così? Ieri sera eravate qui a fare il saluto nazista ed ora mi dici -Ciao, zietta,-?"

Una settimana dopo un altro attacco, quando un gruppo uscì dal ristorante dirigendosi verso la piccola casa dove vive la famiglia Vajdíková, lanciando bottiglie e bicchieri e ripetendo epiteti razzisti, come "Uscite di lì fighe nere." Tutto l'evento è stato accompagnato dalla canzone "Bílá liga, bílá síla" (Lega Bianca, Potere Bianco) di Daniel Landa e della banda Orlík, trasmessa dal jukebox del bar. Una settimana dopo, aderenti al Partito dei Lavoratori provenienti dalle città vicine si sono incontrati al ristorante, con il saluto nazista, ed indicando l'appartamento della famiglia hanno gridato "dovete andarvene." "Non c'erano giovani, avevano circa 30, 40 anni," dice la Krištofová.

Da allora, sono continuate diverse provocazioni dello stesso spirito in uno sforzo di bullismo verso quella famiglia. "Gridano insulti razzisti, lanciano bicchieri, le loro macchine sgasano verso le nostre finestre per oltre mezz'ora. Settimana scorsa hanno rovesciato un contenitore dell'immondizia e hanno sparpagliato tutto per strada," dice Marcela Krištofová.

La polizia ed il procuratore di stato sono stati impassibilmente servizievoli verso gli assalitori. La polizia si rifiuta di rilasciare informazioni sul caso, al momento l'unico accusato per aver costantemente terrorizzato la famiglia è Kordiovský, e solo con l'accusa di disordine (per aver gettato il bicchiere contro la finestra). Persecuzioni motivate razzialmente, epiteti ed insulti razzisti, sembra che queste azioni del Partito dei Lavoratori non significhino niente per la polizia ed il procuratore di stato. Quando gli agenti hanno informato la signora Vajdíková che Kordiovský era accusato per il crimine di disordine, lei fu molto sorpresa, perché non le era stata richiesta nessuna deposizione, né come testimone né come vittima.

Con l'assistenza dell'associazione In Iustitia, che collabora con Romea su un progetto per fornire aiuto legale alle vittime di discriminazione, la famiglia ha formulato le proprie accuse. "I discorsi sono stati chiaramente registrati su video che la querelante ha fornito alla polizia, per i procedimenti criminali, e le registrazioni mostrano che aveva motivo di ritenersi in pericolo, senza menzionare il danno psicologico causato dal trauma continuo e la paura dei ripetuti incidenti... Dato che alcuni dei sospetti appoggiano apertamente le attività di gruppi razzisti che operano nella Repubblica Ceca, questi... attacchi non possono essere valutati fuori da quel contesto, dato che queste circostanze... sono la testimonianza della conclusione che questo comportamento non è solo infantilismo o disordine generale, ma riguarda un atto di intimidazione intenzionale e minacce motivate dall'odio verso l'appartenenza della vittima all'etnia rom," recita l'accusa. Le vittime chiedono che sia indagata la motivazione di odio per questi attacchi e che il comportamento di Kordiovský venga classificato come crimine di vandalismo.

Da allora Josef Kordiovský ha chiesto scusa alla signora Vajdíková, ma gli attacchi alla famiglia continuano da parte di altri aderenti al Partito dei Lavoratori. Nella sua lettera alla signora Vajdíková, scrive Kordiovský:

"Vorrei scusarmi con lei per quanto ho fatto, non era intenzionale e per niente razzista. Pagherò i danni causati. Sono dispiaciuto. Spero che accetterà le mie scuse per la mia azione sconsiderata..."

Ilona Vajdíková e sua figlia vivono nella paura e ne sono state colpite psicologicamente. La signora Vajdíková è soprattutto preoccupata per la salute di sua figlia Sandra, che ha perso 10 kg. a causa dei danni psicologici causati dagli attacchi, come pure per sua nipote (figlia di Sandra). Dice "Non sono mai sicura se l'attacco verrà ripetuto o con quale intensità."

Rostislav Koštial, sindaco di Mikulov, che nella sua vineria impiega dei Rom del posto, capisce la sua situazione. "La famiglia Vajdíková è come qualsiasi altra di Mikulov, non ci sono mai stati problemi con loro," dice. Rifiuta una delle possibili soluzioni - installare una telecamera CCTV di fronte allo Zanzibar - perché troppo costosa. Però, ha promesso di riservare alla famiglia un appartamento in un'altra parte della città. "Sposteremo qualcuno che non è Rom nella piccola casa accanto allo Zanzibar," dice.

Krištofová non ha avuto buone esperienze con i media e dubita della loro obiettività. Per esempio, dice che la stazione TV Nova non ha voluto mandare in onda una trasmissione sul primo attacco, perché non c'erano stati feriti. "Quello stesso giorno hanno fatto una trasmissione su uno -zingaro- che aveva rubato qualcosa da qualche parte, ma neanche lì nessuno si era ferito." dice Marcela Krištofová, aggiumgendo, "Chiediamo che la legge sia applicata a tutti nello stesso modo. Non abbiamo mai danneggiato nessuno. Lavoro da quando avevo 15 anni, mia sorella lavora, mia figlia ha lavorato finché non è andata in maternità. I nostri genitori hanno lavorato per tutta la vita. Siamo Cechi, non hanno nessun diritto di vederci come stranieri."

František Kostlán, translated by Gwendolyn Albert

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Di Fabrizio (del 30/12/2009 @ 09:51:17, in Italia, visitato 1475 volte)

Segnalazione di Giancarlo Ranaldi

  - 06 maggio 2009 pagina 6 sezione: NAPOLI
«CIAO, mi presento: mi chiamo Angelica, ho 16 anni e vengo dalla Romania. Il mio arrivo in Italia era per un futuro migliore per me e per la mia famiglia. Dopo due mesi che stavo in Italia un giorno di venerdì del 9 maggio stavo chiedendo elemosine e stavo a Ponticelli nella stessa strada dove mi hanno arrestata...». Una lunga lettera, spontanea, accorata per chiedere aiuto, scritta in un italiano traballante al presidente della Repubblica, alla vigilia della prima udienza in Corte d' appello, che si terrà domani. L' autrice è Angelica Varga, la rom condannata in primo grado, a 3 anni e 8 mesi, con l' accusa di aver tentato (il 10 maggio 2007) di rapire una bimba di sei mesi in un appartamento di Ponticelli. La condanna è per sequestro di persona. «Stavo vicino a un bidone di spazzatura con mio nipote - continua Angelica nella sua lettera-confessione a Giorgio Napolitano - Una signora mi ha dato 3 euro e mi ha chiesto se volevo dei vestiti e la roba per mangiare, io ho detto di sì. Il giorno dopo sono andata su quella strada che mi aveva detto questa signora e ho aspettato, ma dopo un po' visto che non era arrivato nessuno. Sono andata in quel palazzo anche non sapendo dove abitasse questa signora. Stavo nelle scale e un signore mi ha chiesto più volte cosa facevo lì, mi ha picchiato e poi è arrivata una signora e gli ha detto di chiamare i carabinieri e questa signora è andata dentro, poi è arrivata una signora con i capelli biondi, poi il signore ha chiamato i carabinieri e mi hanno arrestato e mi hanno portato a Nisida». E conclude: «Io non so perché mi accusano di aver rubato un bambino, io non ho commesso questo reato e vorrei tanto abbracciare la mia famiglia e la mia bambina». Dal processo in primo grado accanto ad Angelica si sono schierati padre Alex Zanotelli e la comunità di Sant' Egidio, ritenendo troppo severa la condanna e soprattutto temendo una deriva di intolleranza razzista, dopo gli incendi dei campi rom proprio a Ponticelli, lo scorso maggio. «Non ci siamo mai innamorati di quella leggenda popolare che guarda ai rom come ai ladri dei bambini, se questo è il sospetto. Anzi, eravamo così coscienti del rischio di avallare un tale pregiudizio che abbiamo messo in campo una cautela estrema, il massimo equilibrio, indagini svolte in ogni direzione», spiegò all' indomani del procuratore capo per i minori di Napoli, Luciana Izzo, proprio per arginare sul nascere le polemiche. Oggi, alla vigilia del processo di appello, il confronto è quanto mai aperto. «L' udienza presso la Corte d' Appello - scrive in un documento ufficiale il Comitato Campano con i rom - ci sembra un' occasione per riflettere sulla drammatica vicenda, per interrogarci sulla potenza che gli stereotipi hanno sulla realtà, su come siamo oppressi dal crescente e sempre più violento razzismo».

CRISTINA ZAGARIA

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Di Fabrizio (del 29/12/2009 @ 09:48:24, in Europa, visitato 2166 volte)

Da Nordic_Roma

Globalpost.com By Brigid Grauman

L'attivista rom finnica Miranda Volasrata e la scrittrice rumena Luminita Cioaba, che lottò contro la sua famiglia rom per andare a scuola, all'inaugurazione del Tour Culturale Rom all'insediamento Kamenci vicino a Lendava, in Slovenia, nel novembre 2009. (Brigid Grauman/GlobalPost)

Lendava, Slovenia, 27/12/2009 - La parola "zingaro" è spesso usata in senso peggiorativo. Ma il Consiglio d'Europa sta cercando il cambiamento con un nuovo tour turistico focalizzato sulla storia e cultura rom.

"La gente vede gli zingari in una squallida discarica al bordo della strada" dice Jake Bower, viaggiante militante britannico e giornalista, "ma realmente non ci conosce. Mi piacerebbe una situazione dove fossimo riconosciuti come una nazione europea transnazionale, con una rappresentanza alle Nazioni Uniti."

Bowers parlava il mese scorso all'inaugurazione del Tour Culturale Rom, sponsorizzato dal Consiglio di Strasburgo, che non ha relazioni con l'Unione Europea e lavora per l'integrazione europea attraverso la cultura ed i diritti umani. Il tour collegherà le disperse comunità rom attraverso l'Europa per rafforzare i legami esistenti ed incoraggiare l'incontro tra Rom e non-Rom. Vi prendono già parte nove paesi con musei, spettacoli e centri documentazione. L'inaugurazione avrà luogo in Slovenia presso l'insediamento Kamenci vicino alla città termale di Lendava.

Con i suoi capelli rossi a spazzola e la carnagione chiara, Bowers non assomiglia ad un tipico Rom, che hanno solitamente caratteristiche più scure, ed in parte è proprio questo il punto. Dopo diverse ricerche storiche, incluso testi DNA, sembra incontrovertibile che i Rom originari arrivarono dall'India attraverso la Grecia oltre 1.000 anni fa, dividendosi in gruppi secondo le rotte commerciali e talvolta mischiandosi con altre popolazioni. I Rom di oggi sono divisi in diversi clan e tribù, inclusi i Viaggianti della Gran Bretagna e gli stagnai dell'Irlanda, che sono nativi delle isole ma condividono i medesimi problemi di esclusione sociale.

"Sì, ci sono problemi, problemi grossi in alcune parti," ha detto Bowers, "ma noi apparteniamo alla società europea." Ritiene che è tempo di rimpiazzare gli stereotipi negativi con immagini più positive che abbiano una forte risonanza in un mondo globalizzato. "Noi trascendiamo le nozioni di confini nazionali," ha detto, "ed offriamo una sfida permanente agli Europei nel vivere con la diversità."

L'insediamento Kamenci è un progetto pilota di questo tour culturale. Qui, un villaggio rom ha aperto le sue porte ai visitatori con un museo e attività creative e laboratori per Rom e no. Nel campo dietro l'insediamento di case rudimentali in legno e mattoni, le ragazzine indossano lunghi e colorati abiti roteano le loro anche al suono di musica registrata davanti ad un pubblico composto da OnG rom, slovene ed europee. Suonatori ospiti, musicisti e ballerini sono arrivati da altri paesi per celebrare il lancio ufficiale.

Tra le personalità c'è Miranda Volasranta, Rom finlandese che guida il forum per i diritti civili dei Rom ad Helsinki. Indossa il vestito tradizionale di velluto nero di 22 libbre.

Volasranta puntualizza il contributo che i Rom hanno portato alla cultura europea, a partire dal racconto di Miguel de Cervantes "La piccola zingara", per passare alla collezione di poemi di Alexander Puskin "Gli Zingari", sino a Victor Hugo che inventò la bella Esmeralda ne "Il gobbo di Notre Dame". C'è stato Prosper Merimee e la sua libera ed energica Carmen, senza menzionare i tanti compositori che hanno usato temi musicali rom nel loro lavoro, inclusi Sergei Rachmaninov, Johannes Brahms, Igor Stravinsky, Joseph Haydn, Peter Ilyich Chaikovsky, Maurice Ravel e Bela Bartok.

"La nostra ricchezza culturale è stata soprattutto trasmessa da non-Rom", ha detto Volasranta, "in una maniera fortemente romantica. Nel contempo, rimaniamo invisibili ai nostri vicini. Spero che questo tour porti a sempre più centri culturali e musei in appoggio agli artisti e agli artigiani rom."

Ci sono circa 12 milioni di Rom in Europa, la più vasta minoranza etnica del continente. La loro situazione varia grandemente, dalla confortevole integrazione nei paesi scandinavi al virtuale apartheid in Ungheria, Romania e Slovacchia. Ora sono perlopiù stanziali invece di inseguire stili di vita nomadici, anche se i Rom in Gran Bretagna, Irlanda e Francia girano ancora da un posto all'altro. Troppo spesso, invece, i bambini rom sono spediti in scuole sotto-gli-standard, e molti non sanno leggere o scrivere. Le condizioni permanenti di vita delle loro famiglie sono grigie.

La maggior parte dei Rom nell'incontro in Slovenia hanno convenuto che l'istruzione è la sola maniera per uscire dalla povertà e dalla esclusione sociale. Ma nel contempo, vogliono mantenere i loro valori culturali come la vita collettiva ed il rispetto degli anziani. "Non c'è niente di più triste di un Rom che abbia perso il suo senso di identità culturale, perché è rimasto letteralmente con niente," ha detto la scrittrice rumena Luminita Cioaba, che ha lottato con la sua famiglia e la comunità per finire le scuole e frequentare l'università, e che scrive libri sulla storia rom.

Il Parlamento Europeo si è anche focalizzato sui diritti dei Rom. La "Piattaforma per l'Inclusione dei Rom" dell'anno scorso ha presentato una lista di 10 principi basici, incluso il pari accesso alla scolarizzazione. Ma l'attivista rom Rudko Kawczynski, di cittadinanza polacca, ha accusato la creazione di OnG che hanno poca comprensione dei problemi. Come ha tristemente puntualizzato Bowers, "la nostra storia è una litania di albe false."

Ma se non è esattamente ottimista, Bowers crede che il tour rom possa combattere il pregiudizio. "L'unica maniera per vincere il razzismo è il contatto diretto tra le persone. Se qualcuno che pensasse che tutti gli zingari sono ladri e degenerati potesse camminare in questo posto," ha detto, riferendosi a Kamenci, "capirebbe che sono una comunità come qualsiasi altra, anche se con una cultura differente."

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Di Fabrizio (del 27/12/2009 @ 09:31:41, in casa, visitato 1410 volte)

Da Bulgarian_Roma (lunghetto, magari leggetelo a puntate se avete qualche giorno di pausa. Un bigino su case e sgomberi)

TOLblog.org 18 dicembre 2009

I bulldozer di Burgas

Mentre state leggendo queste righe, si sa già che le case rom nel quartiere "Gorno Ezerovo", dove era programmata la demolizione, sono già state abbattute. Nello stesso giorno i media hanno dato fiato a materiale sensazionalista sulla rivolta rom, catene umane e pietre lanciate ai bulldozer ed ai poliziotti. Sono circolate voci su foto di Rom arrabbiati e che svenivano. E poi basta. La sensazione è rientrata. Non è stato scritto o sentito niente sui giorni seguenti e su dove la gente, che aveva perso la casa, passasse la notte e su cosa succederà a loro nel futuro.

Qualche giorno prima che i bulldozer entrassero nel quartiere di Burgas, gli ultimi giorni soleggiati dell'estate, parlavamo col capo dell'unica OnG rom funzionante nella città costiera - Mitko Dokov.

"Stiamo organizzando i cittadini di Gorno Ezerovo in comitato. Vogliamo spedire una lettera aperta al sindaco, al governatore ed al Primo Ministro. Questo atto avventato, se non fermato, dev'essere differito. A causa di ciò molta gente è nel panico" - sono state le parole con cui il capo del locale consiglio rom ci ha salutato.

Nel quartiere Gorno Ezerovo vivono circa 2.000 persone. La maggior parte di loro sono locali e non migranti, contrariamente a quanto dicono le autorità. Abbiamo appreso da Dokov che non più di dieci famiglie provengono da altri posti e si sono poi installate qui. La maggior parte del terreno è di proprietà municipale, il resto appartiene a privati. Nessuno dei residenti sa su quale tipo di proprietà hanno costruito la loro casa.

Il quartiere rom fu abbandonato dallo stato e dalle autorità municipali dopo il 1989. Ce se ne ricorda solo prima delle elezioni. E subito dopo ce se ne dimentica. Cosa vi succede all'interno, se viene fatta rispettare la legge, come vive la gente, come sono le infrastrutture, non importa a nessuno. La portata delle autorità di solito finisce quando inizia un quartiere rom. Possono fare quel che vogliono, fintanto che dura il loro mandato, sembra essere la filosofia del governo in questo caso. E così attraverso gli anni, lasciati a loro stessi, i Rom si sono presi cura da sé dei loro problemi. Quando in una famiglia, che vive in una casa di una stanza, un figlio si sposa, aggiunge alla casa una o due stanze. Non c'è nessuno a dire di no, lui conosce tutti i suoi vicini, e lo stato è assente. E' così in quasi tutti i quartieri rom nel paese. E così i Rom vivono alla loro maniera, fino a ché qualcuno ha un problema con ciò. Allora ritorna la legge con tutta la sua forza sulla testa delle persone, che per decenni hanno vissuto nelle loro case costruite illegalmente.

Durante la notte dopo il nostro incontro con Dokov la pioggia si è intensificata ed è continuata il giorno seguente. La mattina dopo abbiamo visitato il quartiere. Per strada non c'era nessuno. In un caffè abbiamo trovato quanti avevano ricevuto una notifica di demolire volontariamente le loro case o di aspettare che provvedessero i bulldozer l'indomani, 7 settembre.

Tra la gente radunata nel caffè, c'erano il vacillante Isako di 84 anni, che ha vissuto nel quartiere per oltre 50 anni, Guesa, 64 anni, Anguel, che ha quattro figli ed ha promesso di darsi fuoco, Mirka, madre di dieci figli, Galabina, che vuole comperarsi il terreno e installarvi casa sua. "Il terreno costa molto e vogliono mandare via i Rom. Dicono che siamo migranti da Sliven o da Kotel, ma non è vero. Ho vissuto qui per 46 anni" - strabuzza gli occhi un anziano. Un giovane dice di avere 26 anni e che è nato nella casa che sta per essere demolita. Mirka stropiccia la notifica che ha ricevuto un paio di giorni fa e chiede dove potrà andare a vivere quando le sue due stanze saranno rase al suolo. Il termine di sgombero è vicino, che significa che lei ed i suoi bambini stanno per diventare senza casa. Le donne anziane piangono. Anche i giovani sono alterati.

Nella prima fase le famiglie ricevono lettere dal Direttorato Regionale per il regolamento edilizio (RDNSK) con indicato il termine per la demolizione volontaria. Se questa non avviene a tempo, segue la demolizione forzata. Le case che devono essere abbattute sono 54. In ogni casa abitano almeno cinque persone, il che significa che oltre 250 uomini, donne, bambini ed anziani non avranno un riparo per l'inverno.

"Venite a vedere se le case sono insicure come dicono le lettere. Fotografatele!" ci richiama un giovane sotto la pioggia. Per le strade fangose abbiamo camminato sino ai margini del lago. Come in qualsiasi quartiere rom ci sono sia grandi case solide che baracche, costruite in uno  due giorni. "Questa sarà abbattuta. Quella dopo, no. Anche quella a due piani. Guarda qui, hanno cambiato gli infissi di legno con quelli in alluminio... Entra in questa casa... Non c'è bisogno di togliersi le scarpe... Vedi come l'hanno arredata? Guarda com'è pulita, anche questa casa sarà buttata giù... Le baracche resteranno intatte, e le case belle verranno demolite. Ed ora dimmi come hanno deciso quali case abbattere e quali rimanere in piedi!" - puntualizza la nostra guida chiedendoci con enfasi.

Secondo le lettere ricevute dai residenti, tutte le case che verranno demolite sono classificate come strutturalmente insicure. Tra le case che la nostra guida ci indicava, ce n'erano di pericolanti come edifici solidi a due piani. Siamo anche passati davanti ad una casa, che era stata parzialmente demolita dai suoi abitanti: "avevano paura che se l'avessero fatto i bulldozer, avrebbero dovuto pagare le spese. E' per questo che hanno buttato giù la causa loro stessi" - ci spiega il giovane.

Torniamo al caffè. Hanno già deciso che quattro rappresentanti del quartiere, guidati da Mitko Dokov e Rumen Cholakov, leader della sezione di Burgas del movimento politico Euroroma, chiederanno un incontro col governo regionale e un deferimento delle demolizioni. E' risultato complicato entrare nella sede dell'amministrazione regionale. Dopo che Mitko Dokov parlò per telefono con l'esperto regionale di etnie e demografia, soltanto a Dokov e Cholakov fu permesso di incontrare il vice governatore regionale. Il deputato Zlatko Dimitrov non è stato informato del caso, perché occupava il posto solo da un paio di mesi. Ha però promesso di portare l'attenzione del governatore sul problema, di esaminare completamente la situazione, vedere quali azioni siano possibili ed informare i leader rom, entro la fine della giornata, se le case sarebbero state demolite o meno la mattina successiva.

Nel frattempo in comune abbiamo parlato col vicesindaco Kostadin Markov, responsabile del regolamento su terreni, architettura e costruzioni. Gli abbiamo chiesto sulla sua posizione e se ci fosse un'alternativa per la gente che stava per essere lasciata in strada. Ci ha detto "La posizione del comune è che la legge dev'essere rispettata. Il contendere sono case, costruite due anni fa. Questa gente sa che laprocedura termina con l'eventuale demolizione. Sono soprattutto persone non residenti a Burgas, ma che arrivano da Yambol, Sliven e molti altri posti. Al momento non siamo in grado di offrire loro garanzie speciali. Il comune offre alloggi sociali, ma si deve seguire una procedura particolare ed un periodo d'attesa. Negli ultimi due anni avrebbero almeno dovuto fare richiesta. E' stato spiegato loro, più di una volta. Ora non esiste alcuna procedura straordinaria, o casa disponibile a tal scopo, che il municipio possa offrire loro. Specifico che il municipio di Burgas denuncia le costruzioni illegali, ma è il RDNSK che provvede ad eseguire le procedure di demolizione. Oggi o domani, a seconda delle condizioni atmosferiche, ritengo che le case saranno demolite."

In questo caso, l'unico obbligo dell'amministrazione municipale è di preservare le proprietà dalle case dopo la demolizione, per cui è stato impiantato un magazzino municipale. Il giorno stesso il Comitato Bulgaro di Helsinki ha inviato una lettera ai media, in cui dichiarava che se le case rom a Burgas fossero state demolite, la Bulgaria avrebbe  violato la Convenzione Europea sui Diritti Umani. Chiedeva inoltre un'azione immediata da parte del governo e del Primo Ministro Boyko Borissov, sia per fermare la programmata demolizione che per trovare un alloggio alternativo ai Rom.

Di ritorno al quartiere la gente ha aspettato sino a sera una telefonata dal vice governatore regionale, nella speranza che la casa non venisse demolita -invano. La telefonata arrivò, ma solo per confermare la demolizione.

La mattina dell'8 settembre è stata interrotta l'elettricità delle case selezionate. Bulldozer e poliziotti sono entrati nel quartiere. Disperatamente, la gente ha cercato di porre fine a questa pazzia. Ma sono stati lasciati senza casa.

Due settimane dopo, di nuovo a Burgas, altre 19 case rom sono state demolite nel quartiere Meden Rudnik.

Il bulldozer di Sofia

Il 15 ottobre, un mese ed otto giorni dopo la demolizione delle case rom nei quartieri di Burgas di Gorno Ezerovo e Meden Rudnik, il bulldozer della legge ed ordine si è riversato anche nella capitale. Quando arrivammo a Sofia nel quartiere di Nadezhda, trovammo il bulldozer al lavoro in uno spazio bloccato al traffico presidiato dalla polizia, in viale Rozhen vicino alla fermata del tram. Sul marciapiede erano ammonticchiati i bagagli e le proprietà degli ex abitanti. Letti smantellati, materassi, reti, tavoli, vestiti in buste di plastica, catini e qualsiasi altra cosa che potesse attirare l'attenzione dei primi pedoni e dei passeggeri del tram. Quelli che erano stati residenti sino alla notte antecedente, stavano in piedi ai margini della zona presidiata e osservavano tristemente la demolizione delle loro case. Causa l'ora mattutina, la mancanza di informazioni o qualche altra ragione sconosciuta, i media non erano presenti.

Ci siamo avvicinati a Trajan e Magda. "Vi sistemeranno da qualche parte?" - chiediamo. "Da nessuna parte. Staremo per strada." - E' stata la lapidaria risposta di Magda. Trajan aveva più voglia di parlare. Hanno vissuto qui per 19 anni. 30 persone condividevano una casa con quattro stanza e due piccole unità aggiunte nel cortile. Tra loro ci sono donne in attesa e bambini malati, che sono ora nelle case vicine. Non sanno dove passare la notte. Nessuno ha un lavoro stabile. "Quest'uomo è il nostro sindaco. Lasciate che ci dica dove andare" - ha puntualizzato Magda. Ma il sindaco di Nadezhda - l'ingegnere Dimitar Dimov - quando ha visto il giornalista armato di registratore, è salito rapidamente in macchina e si è allontanato.

Un vecchio vacillante si è avvicinato a noi; per niente stupido o emozionato faceva lo stesso fatica a parlare. Ci ha spiegato che i suoi figli erano sul marciapiede opposto - sua moglie col bambino ed i giovani nipoti. Sono stati alzati tutta notte ed hanno portato tutto il possibile da parenti. "Una borsa qui, due borse la. Non c'è una stanza per il resto. Qui sul marciapiede." spiega Strahil, 58 anni e padre di sei figli. "Perché non indossi le calze?" - udiamo una voce femminile dietro di noi. Una poliziotta sta parlando con una ragazza a piedi nudi. Lei si chiama Gyula e ha dieci anni. Dice di non avere freddo, anche se si stringe nella sua giacca. Oggi non è andata a scuola, perché la sua casa è stata abbattuta. E' timida, non vuole essere fotografata. Altri bambini si avvicinano. La maggior parte hanno una brutta tosse. Diciamo a loro di andare al caldo. Sono imbarazzati.

Boncho ha tre bambini. Sta tenendo quello più giovane tra le sue braccia. Dice che la mattina non ha avuto problemi con la polizia. Sono usciti di casa quando è stato detto loro di lasciarla. Una donna era venuta la sera prima e aveva detto di prendere con loro tutto ciò che potevano prima che i bulldozer arrivassero alle 6.30 per distruggere la casa. Per cosa? "Non lo so. Qualcosa riguardo all'amministrazione..." - il 23enne scrolla le spalle e pensa a cosa fare con i bagagli e dove portare la famiglia.

Torniamo da Trajan e Magda, in piedi sul marciapiede accanto alle loro cose. Ora Magda sta piangendo. Apprendiamo da Trajan che 19 anni fa si spostarono nella casa, di proprietà municipale. Nessuna reazione da parte del comune. Volevano pagare l'affitto ma gli fu rifiutato perché non avevano un documento di residenza nella proprietà. Cinque anni fa gli abitanti vinsero una causa e continuarono a vivere lì. Ed ora all'improvviso la casa era in lista per la demolizione. "Dicono che qui sotto passerà la metropolitana. Ma è solo un pretesto. Se fosse così, perché non demoliscono le altre case nel quartiere?" chiede Trajan.

La donna che li aveva visitati la notte prima era dell'agenzia per la protezione dell'infanzia. Nessuna sa come si chiama. Arrivò per invitare Donka, che ha un bambino, a vivere con il bambino in un riparo temporaneo. Donka rifiutò. Preferiva stare con la sua famiglia. "Ora abbiamo timore che i servizi sociali portino via i nostri figli. E sono ancora dei bambini" - aggiunge la giovane madre.

Si mostrano altri abitanti delle case demolite. Alcuni portano dei teli di plastica per coprire le loro cose sui marciapiedi.  Altri si sono riuniti intorno a noi e vogliono parlare. Non hanno visto nessun mandato. La mattina è arrivata la polizia, svegliando tutti e dicendo che dovevano lasciare la casa. Hanno dato appena il tempo di prendere i propri effetti, prima che il bulldozer iniziasse la demolizione. E' stato detto loro che non erano residenti a Sofia e che dovevano tornare da dove provenivano. La figlia della 45enne Veska è incinta, sua nipote ha degli attacchi, e suo figlio è sordomuto. Dimitrina ha avvolto suo figlio in una coperta e guarda con gli occhi spalancati. Alcuni piangevano, altri davano la colpa al sindaco e al governo, e maledicevano il loro destino.

Finalmente il bulldozer ha finito ed è andato via. I poliziotti sono risaliti sulle loro macchine verso un'altra operazione. Anche noi siamo andati via. Jordanka Bekirska, avvocato del Bulgarian Helsinki Committee ha fatto ricorso a nome di 14 ex abitanti. Prima che le case fossero demolite aveva parlato con degli incaricati comunali e aveva detto loro che buttare la gente per strada è una violazione delle leggi europee. La risposta fu che le autorità stavano osservando le leggi bulgare, e che quelle europee non importavano. Decidemmo che parlare con le autorità municipali era inutile. La risposta sarebbe stata identica a quella ricevuta il mese precedente a Burgas - che la legge deve essere seguita e rinforzata, che l'amministrazione non può offrire un'alternativa, che esiste una procedura da seguire per gli alloggi sociali ecc.

Lo stesso giorno si teneva in un albergo una conferenza dal titolo "Realtà e prospettive nelle politiche d'integrazione per i Rom". Alla conferenza si dibatteva sulle priorità e sulle misure politiche da introdurre nel programma governativo quadriennale per l''integrazione dei Rom. Era presieduto dal vice Primo Ministro e Ministro degli Interni, Tsvetan Tsvetanov, che è anche leader del principale partito di centro-destra, il GERB. Abbiamo chiesto a Tsvetanov quante altre demolizioni di case rom erano previste. Menzionammo la demolizione della mattina stessa ed aggiungemmo che ci sarebbe stato un ricorso che avrebbe probabilmente la Corte Europea, cosa non buona per il paese. Rispose che era un problema delle autorità municipali, che hanno l'obbligo di rafforzare la legge. E la legge è la stessa per ognuno nel paese.

Uno degli argomenti della conferenza era le condizioni di vita dei Rom. Comprendeva questi suggerimenti per il governo: "unire, dirigere e coordinare gli sforzi delle agenzie statali, le autorità locali, i comitati cittadini, la comunità rom ed ogni istituzione del paese coinvolta nel miglioramento delle condizioni di vita dei Rom e nella modernizzazione dei quartieri che abitano." Quindi, mentre si discute e si dibatte sulle condizioni di vita dei Rom, i bulldozer di legge ed ordine stanno continuando ad andare ad abbattere solo quelle case abitate dai Rom. Arrivano lamentele perché la legge è uguale per tutti e tutti sono uguali davanti alla legge. Sembra che in molti si stiano stancando, ed i forum su internet contengono commenti come "meglio smettere di giocare con le baracche dei Rom, ed iniziare a regolare i palazzi costruiti illegalmente dai nuovi ricchi." O sono forse più uguali del resto di fronte ai bulldozer di legge ed ordine?

Ancora nessun bulldozer a Montana

Nella città di Montana ci sono due quartieri rom - Ogosta, con circa 1.800 abitanti, e Kosharnik con circa 2.500 abitanti. Sono ai due lati opposti del centro regionale. All'inizio degli anni '50 la popolazione rom si concentrò ad Ogosta, accanto alle sponde del fiume omonimo. Le inondazioni distrussero a suo tempo molte case e ripari. Una buona parte della popolazione fu evacuata e piazzati in strutture temporanee fuori dalla città.

Nel 1972 un progetto municipale getta le basi del nuovo quartiere di Kosharnik, fuori dalla città. Attualmente è abitato da molta gente che si è trasferita da altre città negli ultimi due anni. Nei terreni comunali di pascolo attorno al quartiere hanno costruito case familiari senza mattoni, piani di costruzione e permessi edilizi. Le autorità municipali non reagirono alle costruzioni illegali, anche se ci furono proteste dei residenti lì attorno. In queste case sono nati bambini e le famiglie sono cresciute, da cui si sviluppa il bisogno di nuovi terreni. Crescono sempre più le case e le baracche illegali, abitate da nuove famiglie.

Il quartiere di Ogosta si trova di fronte a problemi simili. Da un lato confina con la ferrovia, il fiume dall'altro e la strada E-79. La popolazione cresce ogni anno, ma l'espansione territoriale del quartiere è impossibile. In pochi cercano di comperare casa fuori da quel territorio, in città o nei villaggi vicini. La maggioranza della popolazione rimane nelle loro vecchie case. Aggiungono un piano o costruiscono unità adiacenti, che raggiungono la strada ed i marciapiedi e violano i regolamenti. Alcuni degli abitanti hanno solo documenti di proprietà per la terra dove ci sono le vecchie case; altri non hanno del tutto documenti. Ma tutti vivono con la convinzione che queste sono le loro case, da ormai quattro generazioni.

Lo stato è impotente nel fermare questi processi. La città non ha disponibilità di abbastanza edifici sociali per rispondere ai bisogno delle famiglie che crescono. Non è chiaro quanto durerà questa situazione. Cosa succederà agli abitanti delle case illegalmente costruite, quando le autorità decideranno di seguire l'esempio di Burgas ed i bulldozer di legge ed ordine entreranno nei quartieri rom di Montana?

Gli sforzi delle OnG rom nel risolvere i problemi regolando i quartieri rom e trovando soluzioni abitative alternative, hanno sinora ottenuto soltanto di includere la questione nel "programma quadro per l'integrazione rom nella società bulgara". La medesima questione era stata inclusa nel trattato che la Bulgaria aveva firmato come parte del Decennio dell'inclusione Rom.

Sono state adottate strategie locali sull'iniziativa del Movimento Civico Rom, ma le discriminazioni istituzionali esistenti a livello nazionale e locale causano che queste politiche rimangano solo sulla carta. I detentori del potere non hanno interesse che quei programmi diventino parte del budget. Ignorare la rappresentazione rom porta al conflitto etnico, locale, sociale e religioso. Il fragile contratto sociale tra i cittadini bulgari di origine rom e lo stato con le sue istituzioni, porta a regolari problemi nei quartieri e nelle infrastrutture. Per queste ragioni non ci sono condizioni chiare fra i consumatori ed i fornitori dei servizi quali energia elettrica, l'acqua e le fognature. I quartieri rom sono di solito nelle aree suburbane, che li rende strategici per installare grandi depositi, stazioni di servizio, fabbriche, ecc. Questo porta a nuovi problemi tra i Rom ed il mondo degli affari, dove lo stato improvvisamente si muove per regolare lo status di questi quartieri, assicurando nel contempo la terra per grossi affari a basso prezzo.

I rappresentanti dei partiti nazionalisti nei consigli comunali adoperano il processo decisionale a favore di alcuni cittadini e di solito a detrimento dei Rom. Forse sinora l'obiettivo dei governi è stato di mantenere la popolazione in uno stato di incertezza e sotto-rappresentazione e di aprirsi alla manipolazione in occasione delle elezioni.

Per misurare tutto ciò, si adoperano soprattutto i misuratori di consumo elettrico domestico, ma la misurazione del consumo energetico non è diventata più precisa, di solito a svantaggio dei Rom. La sfiducia dei Rom si è di conseguenza mutata in protesta silenziosa. La protesta si muta nell'essere indifeso passivo, tendente sull'irresponsabilità per il loro proprio futuro e quello dei propri figli.

Varna aspetta i bulldozer

Nella capitale marinara della Bulgaria, i bulldozer non hanno ancora fatto nessuna vittima. Il quartiere rom si trova subito a sinistra dell'ingresso della città. Per la maggior parte le dimore del  quartiere Maksuda sono state costruite senza permesso, cosa che le rende automaticamente illegali. Nella nostra conversazione con Nikolay, che lavora nel settore OnG che tratta di Varna e della regione, condivide le voci che quel pezzo di terra dove sono costruite case illegali sia stato comprato da due fratelli affaristi. In effetti, la posizione del quartiere rom è eccezionalmente conveniente: vicino alla costa, dove ogni uomo d'affari cercherebbe terreni appetibili. "Abbiamo sentito che in due, forse tre anni, inizieranno a buttare giù le case. Scorrerà il sangue. Lì la gente ha belle case a due piani e vive lì da tempo. Combatteranno per quello che considerano loro. Ci sarà fermento," dice Nikolay amareggiato.

In effetti le voci sui due fratelli affaristi di Varna è esemplare dell'attuale impasse sui problemi residenziali dei Rom. Sfortunatamente, lo stato di fronte alle autorità municipali non riesce a trovare il giusto approccio alla soluzione di questi problemi. Per lavarsene le mani e realizzare profitto, lo stato vende i problematici quartieri rom alla grande finanza, che da parte sua tenta con tutti i mezzi possibili, bulldozer inclusi, di spianare i terreni acquisiti e prepararli per lo sviluppo e gli investimenti. Così lo stato si sottrae alle proprie responsabilità ed i Rom si scontrano con la grande finanza nel salvare o perdere le proprie case, com'è accaduto a Burgas e Sofia.

By
Ognyan Isaev
Valery Lekov
Tosen Ramar
Dimitar Georgiev

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Di Sucar Drom (del 26/12/2009 @ 09:01:39, in blog, visitato 1400 volte)

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Canterò inni di pace e di gioia in luoghi e Paesi di voci e silenzi. Canterò e danzerò fino all’alba per uomini, donne e bambini...

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Di Fabrizio (del 25/12/2009 @ 09:36:28, in Europa, visitato 1365 volte)

Visto la giornata, auguri a tutti i lettori, mentre riprendo questo appello da Roma_Francais

Che il 2010 sia un anno pieno di salute, di felicità e di prosperità per tutti, Rrom et Gadjé assieme!

Babbo Natale, se esisti, manifestati!

  • donando forza e coraggio a tutti quanti si battono ogni giorno per un avvenire migliore;
  • donando forza e coraggio a tutti i Rrom e tutti i Gadjé, a cui si rende dura la vita tramite un arsenale di leggi, decreti, circolari, pratiche amministrative e poliziesche;
  • donando forza e coraggio soprattutto a chi non ha documenti e diritti, come i Rrom accampati nei "villaggi d'inserimento" o nelle "aree di accoglienza";
  • donando forza e coraggio ai politici perché facciano vera politica e non populismo a buon mercato;
  • bloccando gli sforzi di tutti quanti cercano di mantenere in uno stato d'oggetto e di materia prima degli esseri umani, che si tratti di dittatori, di cacicchi, di trafficanti di persone, o di "anime buone" in male di conversazione dopo la decolonizzazione formale.

Ecco un rapido giro di regali che tutti hanno diritto a ricevere da Babbo Natale!

Association "La voix des Rroms"
50, rue des Tournelles
75003 PARIS
tél. & fax: 01.80.60.06. 58
http://www.lavoixdesrroms.org

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Di Sucar Drom (del 24/12/2009 @ 09:27:18, in Italia, visitato 1535 volte)

Dalla newsletter di Articolo 3 - Osservatorio sulle Discriminazioni - Mantova (per richiederla osservatorio.articolo3@gmail.com)

Giovedì 17 dicembre alle 8.30 all’Osservatorio riceviamo una chiamata da parte di una donna: “Un’ora fa sono venuti i vigili a casa mia, hanno detto che devo dare le mie generalità perché stanno facendo un censimento per i rom e per i sinti. Cosa devo fare? Perché ci stanno facendo questo? Siamo tutti cittadini italiani, se vogliono fare un censimento possono andare in Comune e chiedere lì tutte le informazioni”.

La signora vive nel Veneto da sempre, in un terreno privato di sua proprietà, in una casa mobile, con suo marito e i suoi tre bambini, sono sinti, cittadini italiani. Nel terreno privato ci sono altri cinque nuclei famigliari, anche loro sinti, anche loro cittadini, anche loro proprietari della loro terra.

La signora ci dice di non aver valuto fornire le sue generalità perché i vigili sono entrati nella sua proprietà privata senza autorizzazione e che vuole sentire il suo legale. Mentre erano lì, la figlia più grande si stava preparando. I vigili stupiti hanno chiesto alla madre se la bambina andasse a scuola; lei meravigliata della domanda ha risposto ovviamente di sì e, raccontandocelo, aggiunge: “Per chi ci hanno presi?”.
I vigili a quel punto se ne sono andati dicendo che sarebbero tornati con un’ordinanza e che a quel punto lei si sarebbe dovuta recare in comando per fornire i propri dati.

Era molto scossa: “Oggi mi sono sentita violata, umiliata, sono indignata nel profondo, mi sono sentita in un lager, ho detto loro che mi stavano mettendo un marchio, ho chiesto se a loro avrebbe fatto piacere camminare con una lettera scarlatta. Volevano i dati dei miei bambini. Non riesco a capire il perché, visto che siamo cittadini italiani”.

Non è nemmeno passata un’ora e i vigili si sono ripresentati per chiedere nuovamente documenti e informazioni sue, di suo marito e dei sui figli, senza presentare alcun provvedimento; lei inizialmente si è opposta poi, temendo di peggiorare la situazione, ha ceduto. Non si sono limitati a chiedere le generalità, hanno preso il numero di targa delle autovetture parcheggiate e di fronte alla sua richiesta di motivazioni i vigili hanno risposto che stavano conducendo l’operazione per contrastare eventuali casi di tratta dei minori. A quel punto la signora ha alzato il braccio, suggerendo di fare un esame del DNA, aggiungendo che in questo modo sarebbero stati certi della sua maternità. Loro l’hanno rassicurata sottolineando che poteva stare tranquilla e serena perché non avevano l’intenzione di fotografarli.
Questa operazione di censimento non è un fatto nuovo; a tal proposito vorremmo riproporre un’intervista rilasciata al quotidiano di Verona (l’Arena) il 6 marzo scorso da Don Francesco Cipriani che da anni vive con la comunità rom del cosiddetto “campo” di Strada La Rizza a Verona. Il titolo è: «Mi pare di tornare ai campi di internamento».
«Siamo tutti cittadini italiani, siamo residenti a Verona, siamo da vent’anni in questo posto e non capisco perché devono controllare in questo modo».
Suona indignata la voce di don Francesco Cipriani, dal 1972 incaricato diocesano per l’assistenza e la pastorale tra i rom e i sinti. «Mi sembra che siamo tornati agli inizi dei campi di concentramento. Mi pare purtroppo che sia così...». Anche don Cipriani, assieme a un’altra esponente della comunità che da anni vive dentro il campo di strada La Rizza 65, Forte Azzano a Verona, è stato fotografato di fronte e di profilo, con nome, cognome e dati anagrafici. «Io avevo il numero 40 ed Elisabetta Adami il 41», riferisce. «Faccio una riflessione da cittadino, quale sono e quali siamo tutti qui al campo: questo non succederebbe in un quartiere normale, non succederebbe in un condominio o in un’area di casette a schiera. Mi pare quindi che ci sia discriminazione. Bastava che andassero in Circoscrizione per avere tutti i nostri nomi. Qui nessuno è abusivo. Questa operazione ci ha sorpresi», conclude, «e preoccupati perché si avvicinano tempi brutti. Alcuni dei più anziani sono stati internati a Tossicia, nei campi di concentramento fascisti, e temono di rivivere quelle esperienze».
L’ARENA Venerdì 06 Marzo 2009


Le operazioni di censimento, o meglio di schedatura su base etnica, dei cittadini rom e sinti in Veneto sono iniziate già il 5 marzo 2009. Le testimonianze raccolte da diverse associazioni per la tutela dei diritti di rom e sinti hanno dimostrato che le modalità operative si sono diversificate da città e città.

Le testimonianze di quello che è avvenuto a Verona sono veramente inquietanti.
Si pensava che il possesso di carta di identità, e quindi il riconoscimento della cittadinanza italiana tramite l’iscrizione nei registri anagrafici locali, preservasse chiunque dal subire metodi di identificazione così lesivi della dignità personale. Evidentemente ci si sbagliava.

Il 21 maggio 2008 con un decreto legge del Presidente del Consiglio dei Ministri, che non ha precedenti nel secondo dopoguerra e il cui titolo recita: Dichiarazione dello stato di emergenza in relazione agli insediamenti delle comunità nomadi nelle regioni di Campania, Lazio e Lombardia. (estesa al territorio delle regioni Piemonte e Veneto, fino al 31 dicembre 2010.) indica la presenza di rom e sinti in queste zone come causa del grande allarme sociale dovuto alla concreta possibilità di gravi ripercussioni in termini di ordine pubblico e di sicurezza: il Governo italiano ha proclamato lo stato di emergenza adottando nelle regioni indicate delle ordinanze applicative.

Per affrontare il “problema” sono stati conferiti a funzionari dello stato e degli organi locali poteri straordinari, concepibili solo in casi di gravi calamità naturali.
In teoria il censimento dovrebbe riguardare solo i cosiddetti “campi nomadi” autorizzati e non; in realtà di recente ci è giunta un’altra segnalazione da parte di altri appartenenti alla comunità sinta che vivono in Veneto, i quali ci hanno comunicato di essere stati censiti pur vivendo in una casa in muratura in un terreno privato edificabile. I testimoni di tali violazioni istituzionali ci hanno chiamato sabato 19 dicembre dicendoci che i vigili volevano effettuare il censimento la domenica mattina, senza considerare il giorno festivo comune a tutti i cittadini.

Le persone non hanno accettato e il censimento è stato effettuato il lunedì; sono state chieste le generalità, informazioni sui minori e numero di targa delle autovetture presenti nel terreno privato.
Sembra assurdo: il 16 dicembre a Montecitorio si celebrava il 71° anniversario della promulgazione delle leggi razziali ed antiebraiche, “L’internamento dei rom e dei sinti in Italia dal 1940 al 1943”, le testimonianze che ci sono pervenute sollevano in noi interrogativi forti sulla discrepanza tra questa importante iniziativa e la realtà.

Di fronte all’esistenza di queste politiche istituzionali discriminanti che portano all’adozione di metodi di identificazione lesivi della dignità umana proviamo un senso di impotenza e la paura che tutto questo sia visto e vissuto dagli altri, e dalle stesse minoranze, come qualcosa di normale; dispiace dirlo, ma riteniamo a questo punto che la memoria non sia sufficiente. Abbiamo un desiderio e speriamo si avveri: che un giorno in Italia si possa avvertire un sentimento di vergogna e di indignazione, come quello che ancora ci assale al ricordo delle schedature e delle testimonianze di tanti anni fa!

Eva Rizzin

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Di Fabrizio (del 24/12/2009 @ 09:19:54, in Europa, visitato 1440 volte)

Da Roma_ex_Yugoslavia

 By AIDA CERKEZ-ROBINSON (ASSOCIATED PRESS WRITER)

Sarajevo, 22/12/2009 - Martedì la Corte Europea per i Diritti Umani dice che la costituzione della Bosnia discrimina gli Ebrei e i Rom, perché non permette loro di essere eletti in parlamento o come presidente.

Il tribunale ha detto che la Bosnia ha discriminato due persone, dato che permette solo a Bosniaci, Serbi e Croati di concorrere per quelle cariche.

La decisione vincolante è stata emessa dalla corte a Strasburgo, Francia, dopo che l'attivista ebreo Jakob Finci e Dervo Sejdic, che è di etnia rom, avevano fatto ricorso a giugno. La corte ha detto che Finci ha presentato una lettera della commissione elettorale bosniaca, che asseriva che lui era ineleggibile alla presidenza o al parlamento perché era Ebreo.

La costituzione della Bosnia è stata scritta dai negoziatori di pace a Dayton, Ohio, in fretta e furia per terminare la guerra del 1992-95 e contiene molte irregolarità come questa.

Sono in corso trattative mediate internazionalmente per cambiare la costituzione e dare al paese una possibilità di unirsi all'Unione Europea, ma i progressi si sono fermati.

Ad ottobre, i funzionari USA ed UE avevano proposto una nuova bozza ai leader bosniaci, che affrontava questo tema assieme ad altri, ma i cambi proposti sono stati visti come troppo drastici dai Serbi Bosniaci e di minore importanza dai Bosniaci musulmani e dai Croati cattolici.

Il Partito per la Bosnia-Erzegovina, uno dei principali partiti che perora l'abolizione della divisione etnica nel paese e l'adozione di parametri UE, ha bene accolto il pronunciamento. "Finalmente è stata confermata la natura discriminatoria delle soluzioni di Dayton," dice, richiedendo il cambio della Costituzione.

Finci ha detto di essere "lieto che la Corte Europea ha riconosciuto il torto compiuto nella Costituzione 14 anni fa," e preme anche i politici "perché raddrizzino rapidamente i torti nella Costituzione."

Una dichiarazione dei due co-consiglieri sul caso dichiara che la decisione rappresenta un passo avanti della lotta europea contro la discriminazione ed i conflitti etnici.

"Questa decisione afferma che la dominazione etnica non ha nessun ruolo in una democrazia," ha detto il co-consigliere Sheri P. Rosenberg.

Clive Baldwin, assistente legale anziano presso Human Rights Watch ed anche co-consigliere, ha detto "USA, UE e gli altri stati che tuttora giocano un ruolo importante nella Bosnia, devono assicurare che la decisione abbia effetto immediato con un cambio nella costituzione."

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Di Fabrizio (del 23/12/2009 @ 13:46:29, in Kumpanija, visitato 1530 volte)

Due messaggi, il primo da:

ChiAmaMilano.it BUON NATALE…
Ad un mese di distanza dallo sgombero del campo rom di via Rubattino



Buon Natale a chi ama questa città e a chi potrebbe amarla di più. Buon Natale a tutti quelli che si impegnano per renderla migliore e a coloro che dovrebbero impegnarsi un po’ di più.
Buon Natale a coloro che pensano che Milano non sia una somma di spazi privati da difendere attraverso le politiche del panico ma anche a quelli che, magari, con il nuovo anno smetteranno di pensarlo.
Buon Natale soprattutto ai bimbi rom che fino a poco più di un mese fa erano accampati con le proprie famiglie in via Rubattino. Andavano a scuola e, grazie ai tanti sforzi di insegnanti, delle associazioni di volontariato, delle famiglie dei loro compagni italiani, avevano iniziato un percorso di inserimento che stava dando frutti positivi.
Ai primi di novembre, quando si attendeva lo sgombero a giorni, una delle maestre della scuola di via Feltre, Flaviana Robbiati, aveva scritto al Sindaco, al Prefetto e all’Assessore alle politiche sociali e alla famiglia descrivendo come grazie alla “collaborazione tra istituto, volontari della comunità di S. Egidio, Padri Somaschi e parrocchie, sono stati avviati percorsi di integrazione, primo fra tutti quello di scolarizzazione dei bambini”. La maestra chiedeva alle Istituzioni un impegno per evitare la “cessazione della possibilità di frequentare i nostri istituti e evitare di andare in altre scuole, ove tutto il percorso didattico e di integrazione andrebbe ricostruito”.
Lo sgombero, privo di soluzione organizzative, non avrebbe consentito la prosecuzione delle iniziative di integrazione, quei primi passi necessari che possono spezzare il circolo vizioso che costringe i rom a quella marginalità sempre sul crinale tra condizioni di degrado e violazione della legge.
Alle 7.40 del 19 novembre 2009 Polizia, Carabinieri e Vigili urbani hanno provveduto allo sgombero di circa 300 persone, tra le quali almeno 80 bambini.
Ironia della sorte, mentre si distruggeva la baraccopoli l’Assessore alla politiche sociali, Mariolina Moioli, festeggiava nell’Aula Consiliare di Palazzo Marino la XX Giornata internazionale dei diritti dell’infanzia.
Incurante della mobilitazione dei volontari, degli insegnanti e dei compagni di scuola dei piccoli rom (questi sono alcuni temi scritti dai compagni italiani dei bimbi sgomberati) il Comune ancora una volta procedeva manu militari senza proporre soluzioni che preservassero un percorso di integrazione che occupandosi dei bambini coinvolgeva le famiglie.
A sgombero avvenuto solo a cinque donne con figli è stata data l’opportunità di andare in una comunità (tre a Monza, due a Milano). Ad altre quaranta donne che hanno fatto richiesta, per iscritto, al Comune è stato detto che potevano essere accolti solo bimbi fino a sette anni; dagli otto in su i figli sarebbero stati allontanati dalla madre e messi in comunità da soli.
Naturalmente, si fa per dire, uomini e donne sono stati separati. 67 adulti maschi hanno fatto richiesta per usufruire delle strutture dell’accoglienza freddo. è stato detto loro di andare in stazione centrale, fare richiesta e mettersi in lista di attesa.
Moltissime coppie di genitori non hanno accettato di separarsi e nessuna mamma, anche di quelle che avrebbero acconsentito a separarsi dal marito ha accettato, però, di separarsi dai bimbi con più di sette anni.
Alla fine della giornata: sette madri sono andate in viale Ortles nel dormitorio comunale, quattordici in altre strutture religiose.
Per altre sedici donne che il Comune non prendeva in considerazione si trovano sei posti presso la Parrocchia di S. Elena in zona San Siro, le altre dieci vengono ospitate alla Casa della Carità di Don Colmegna.
La gran parte delle famiglie, tranne le poche tornate in Romania, sono tutt’oggi per strada: i nuclei familiari più consistenti che non si sono voluti separare si sono accampati nelle vicinanze di viale Forlanini, di Segrate, di Corsico e della Bovisa.
Ad un mese di distanza, solo dodici bambini rom continuano a frequentare, con grande fatica a causa della distanza, gli istituti scolastici di via Cima, via Feltre e via Pini.
Buon Natale soprattutto a loro, alle loro famiglie e a tutti quei piccoli rom che da un mese non possono più frequentare le lezioni.

Beniamino Piantieri e Francesca Mineo


Il secondo annuncio viene dal gruppo di Facebook Free Angelika / Angelika Libera (QUI la storia, per chi non la ricordasse)

Chi vuole mandi una cartolina di Buon Natale e Felice Anno Nuovo a:

Angelica V.
Istituto Penale per i Minorenni di Nisida
Viale Brindisi n. 2
80143 NISIDA (NA)

Nota di Elisabetta Vivaldi: Come giustamente discusso con [...], è consentito mandare cartoline ai minori, tutti i minori (pure quelli Rom). A meno che non ci siano scritti messaggi "specifici" pare di capire, almeno da quanto la persona contattata abbia affermato, che altrimenti spetta al Direttore decidere se recapitarle o no. Io ricordo che è bisogna pure scrivere il proprio indirizzo sulla cartolina altrimenti non viene consegnata ma di questo non ne sono totalmente sicura. Non mi sembra che sul sito del "Carcere" Minorile ci siano spiegazioni...mi sembra strano e ingiusto...C'è qualcuno che vuole aggiungere qualcosa? Politici ed avvocati per favore fatevi avanti!

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Di Fabrizio (del 22/12/2009 @ 12:47:57, in Italia, visitato 1920 volte)

Bologna 22 dicembre 2009 | 11:14. Una cerimonia di dialogo e preghiera in ricordo dei nomadi assassinati nel campo di via Gobetti, dove la mattina del 23 novembre 1990 furono uccisi, dalla banda della "Uno bianca", Patrizia Della Santina e Rodolfo Bellinati. L’iniziativa, che si terrà mercoledì 23 dicembre, ore 15, in via della Beverara 123, nella sala Auditorium del Museo della Civiltà industriale, è promossa dall’Anpi e dal Comitato antifascista del Navile con il patrocinio del quartiere Navile, in collaborazione con le parrocchie cattoliche della Beverara, dell’Arcoveggio e della chiesa Evangelica Mez (Missione evangelica zigana) di Bologna.

Al ricordo interverrà la comunità nomade di Bologna, i Sinti italiani del campo di via Erbosa (parenti delle vittime), alcune associazioni di rappresentanza nomade e la cittadinanza che non vuole dimenticare l’orrore provocato dalle stragi della "Uno bianca".

La cerimonia verrà introdotta da Leonardo Barcelò, consigliere comunale di Bologna. Ad un momento di raccoglimento e preghiera con monsignor Giovanni Catti, don Nildo Pirani, don Luciano Galliani, il ministro di culto Luigi Chiesi della chiesa evangelica Mez di Bologna; seguiranno dei brevi interventi di dialogo per agevolare la conoscenza fra i presenti. Al termine della cerimonia verrà deposta una corona di alloro al cippo che ricorda le due vittime.

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