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Di Fabrizio (del 31/08/2013 @ 09:00:29, in casa, visitato 971 volte)

Segnalazione di Giacomo Marino

di Silvia Ragusa | 29 agosto 2013 Il Fatto Quotidiano

Si chiama "Obra social" il manuale rivolto agli spagnoli che si sono visti pignorare la propria abitazione a causa di debiti contratti con le banche. Venticinque pagine che spiegano, passo dopo passo, come prendere possesso di un edificio e e come affrontare le conseguenze legali del gesto

La chiamano "disobbedienza civile". Ma per molti non sono altro che "okupas": uomini e donne che vivono della carità delle mense sociali e hanno un enorme debito da saldare con la banca, che ha loro sequestrato la casa. E che adesso cominciano ad occupare gli edifici vuoti.

La Charcha, ad esempio, è uno di questi: si trova nel quartiere popolare Carabanchel di Madrid ed è di proprietà del Banco popular. L'edificio, vuoto da quando è stato costruito (circa due anni fa), è stato occupato da 40 persone, tra bambini, coppie e attivisti. Gli inquilini hanno messo su un orto e, anche se alcuni lavorano, la maggior parte vive di donazioni e "ricicla" il cibo, cercando nei bidoni della spazzatura o andando a procurare la merce in scadenza nei grandi magazzini.

In Spagna di edifici così se ne contano già 14. Oltre 600 le persone che, grazie alla "Pah", la piattaforma per le vittime degli sfratti, hanno riavuto un tetto sotto la testa.

Ma occupare un edificio non è certo cosa semplice. Adesso però è tutto scritto, nero su bianco, sulla nuova guida pratica chiamata "Obra social" che l'associazione ha reso pubblica. "I motivi sono semplici: ci rubano la casa e ci condannano a pagarla lo stesso", spiegano gli attivisti che vogliono legalizzare le occupazioni delle abitazioni rimaste vuote per sfratto.



L'obiettivo è che, una volta preso l'edificio, i nuovi inquilini, sprovvisti di chiavi, riescano a "negoziare un affitto sociale in base al reddito" con l'entità finanziaria di turno. Insomma un processo di "recupero" delle case dal basso.

Guida alla mano, le 25 pagine spiegano, passo dopo passo, come prendere possesso di un edificio, consigliando, ad esempio, in primis la scelta stessa dello stabile: che sia vuoto da almeno un anno, che sia di proprietà di una banca che rischiava di affondare e che è stata salvata coi soldi dell'Ue. Poi al vaglio c'è anche il luogo da non sottovalutare: "L'appoggio del vicinato sarà diverso nei quartieri popolari che in quelli residenziali o in centro". Nel documento la piattaforma spiega anche in maniera schematica cosa fare dal momento dell'insediamento e come affrontare legalmente la presa di possesso di una casa: è necessario "rivendicare pubblicamente l'azione per evitare che venga considerata come 'furto di proprietà', affinché la polizia non possa intervenire senza un mandato per flagranza di reato". Ma anche "causare il minor danno possibile" alla porta d'ingresso. L'edificio infatti rientra sotto la responsabilità del gruppo.

Nei giorni successivi l'occupazione, spiega il manuale, è importante andare a parlare con i vicini e spiegare loro la situazione perché "in futuro potrebbero essere chiamati a testimoniare". E per dimostrare "la nostra volontà di pagare, prima di qualsiasi accordo con la proprietà dell'immobile, possiamo aprire un conto in quella stessa banca dove versare ogni mese una quantità di denaro in corrispondenza di un affitto sociale", aggiunge la "Pah". Un canone che non dovrà mai superare il 30 per cento del reddito familiare.

Più complicata la seconda parte della guida che espone le conseguenze giuridiche all'indomani dell'occupazione visto che "il diritto alla casa dell'articolo 47 della Costituzione spagnola non è un diritto fondamentale, come si crede", mentre lo è il diritto alla proprietà privata. La guida allega dei fac-simile di documenti da poter consegnare al giudice. E incoraggia a chiarire che "l'azione è una risposta all'assenza di alternative per le famiglie in difficoltà".

Insomma la pressione sociale e mediatica - perché non bisogna dimenticare di chiamare la stampa e srotolare cartelli fuori dallo stabile - è, per l'associazione, una delle armi più efficaci per una buona difesa. Ma soprattutto per permettere alle famiglie di restare nell'edificio. "Non possiamo rimanere con la braccia incrociate", dicono dalla "Pah".

Twitter @si_ragu

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Di Fabrizio (del 30/08/2013 @ 09:00:03, in media, visitato 932 volte)

di Stefano Pasta - La città nuova, Milano Corriere

Urlando "mortacci sua" ad una "mangiaterra", il protagonista ci svela che, nonostante tutto, Roma è anche la sua città. Anche per un ragazzino che vive nel campo attrezzato di Via Salone, il campo rom più grande d'Europa, posto fuori dalla città, addirittura oltre il Grande Raccordo Anulare. Qui, come racconta il documentario "Campososta" di Stefano Liberti e Enrico Parenti, prodotto da ZaLab, vivono 1200 persone rom di varia nazionalità. Il campo non è collegato con i mezzi pubblici e non ha alcuno spazio comune. La distanza tra i container dove vivono le famiglie è di circa due metri. I bambini vanno la mattina a scuola in istituti molto lontani grazie a un servizio di pulmini e, date le distanze e il traffico, arrivano sempre in ritardo di almeno un'ora ed escono un'ora prima. "Qua non ho una vita sociale", spiega una madre ricordando quando nel loro vecchio quartiere incontrava le mamme dei compagni di suo figlio all'uscita della scuola, prima che l'amministrazione li trasferisse fuori città.

    Il campo è un ghetto, con tutti i problemi sociali del ghetto.

Così, i ragazzi cresciuti ai margini della città soffrono maggiormente l'esclusione sociale di cui è vittima il gruppo a cui appartengono. All'interno del campo, la tensione è alta. Le varie comunità non comunicano, il livello di istruzione è bassissimo, altissimo quello di disoccupazione. "Campososta" segue la quotidianità degli abitanti: i bambini che vanno a scuola, gli adolescenti che trascorrono le giornate a non far nulla (molti, pur essendo nati in Italia non hanno la cittadinanza, quella di origine l'hanno perduta in seguito all'implosione dell'ex Jugoslavia); gli adulti, uomini e donne, che tentano di sbarcare il lunario con lavori di fortuna.

    Secondo i registi, "Via Salone è l'emblema della politica di ghettizzazione su base etnica operata dalle amministrazioni comunali di Roma dal 1994 a oggi".

E anche del ripetersi di una scelta italiana sbagliata, quella dei campi "nomadi" per famiglie che non sono più nomadi da vari decenni. Una scelta di politica abitativa fatta dalle città italiane a partire dagli anni Settanta, che ci ha reso "il Paese dei campi". Ma i campi nomadi non c'entrano nulla con una presunta "cultura rom".

    Del resto, in via Salone i rom sono originari della Romania, Serbia, Montenegro e Bosnia: in nessuno di questi Paesi esistono campi nomadi.

Ma i ghetti in cui confiniamo i rom delle nostre città non sono solo quelli fisici, fuori dal Grande Raccordo Anulare. Ci sono anche quelli mentali. Secondo l'Eurobarometro, solo il 7% degli italiani risponde positivamente alla domanda: "Sei disponibile ad avere amici rom?". È uno dei valori più bassi in tutta Europa.

Quando si parla di rom, si è tutti bravi a urlare, a chiedere sgomberi e a confinare. Si dimentica che sono prima di tutto persone, appena 160mila, non più nomadi, la metà ragazzini, la metà di tutti italiani. I problemi ci sono. Ma c'è un dato da cui si potrebbe ripartire: sono un popolo di bambini, il 40% è in età scolare. Per questo sarebbe bene decidere che una questione di 80mila minorenni va affrontata con la scolarizzazione per tutti e con un forte impegno sociale e di monitoraggio. Ci vuole l'attuazione di un progetto di lungo periodo e non qualche sgombero con grancassa, o il ripetersi di scelte sbagliate come i grandi ghetti ai margini delle città. Altrimenti, i piccoli rom vanno verso un futuro simile a quello dei genitori. E il problema non si risolve, come dice la mamma del protagonista di "Campososta":

    "Vorrei qualcosa di meglio per i miei figli, non vorrei che anche loro crescano così, no".

Campososta (doc, 8', Italia, 2013) di Stefano Liberti e Enrico Parenti; montaggio: Chiara Russo

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Di Fabrizio (del 29/08/2013 @ 09:09:32, in conflitti, visitato 1130 volte)

Non che si stia bene, ma anche con l'affitto da pagare e il conto in rosso, si può vivere una tranquilla e calma ignoranza. Forse, anche se non hai una casa e non hai un conto. Poi, ti svegli una mattina e, vedi una tromba d'aria che si avvicina, è la GUERRA che torna. A dire il vero, la guerra c'è da un po' di tempo: è come quei fulmini improvvisi con cui il tornado ti dice: "Eccomi, sono QUA." (ma, mi chiedo, se non mobilitavano gli USA si continuava a dormire?)

Scrivo di questa impotenza da osservatore. Perché una volta, tanti e tanti anni fa, le comunicazioni non erano istantanee come oggi, e il quadro di Guernica sollevava ancora scandalo e indignazioni REALI. Oggi, io posso solo immaginare che i bambini gasati nelle foto che stanno circolando, siano REALI (e la cosa dovrebbe farmi orrore), ma non ne ho alcuna certezza, né tantomeno ho la certezza di chi possa aver compiuto una strage simile (so solo che non è la prima strage e non sarà l'ultima), So che se potessi, in certi momenti vorrei cancellarmi la memoria, perché l'orrore dell'oggi e del domani non si sommi a quello che sono riuscito ad anestetizzare negli anni scorsi.

Ottant'anni dopo Guernica, scrivo, al computer, collegato in tempo REALE a ogni fonte possibile di informazione, della mia IGNORANZA. Ignoranza, ...disperata, perché non solo non ho i mezzi per capire, ma se anche ne fossi in grado (o volessi cullarmi in qualche certezza) questo mondo e questa informazione (reale?) mi/ci hanno tolto qualsiasi capacità di reagire.

Condivido una riflessione di Tahar Lamri:

    Guardo i notiziari della televisione siriana e vedo che l'esercito siriano avanza e vince sulle orde di jihadisti e takfiristi venuti da ogni dove. Vince su queste orde che comunque hanno sconfitto l'Unione Sovietica in Afganistan e gli Stati Uniti in Iraq. L'esercito siriano opera lontano dai titoloni dei giornali e dalle esperterie degli esperti. Forse fra qualche ora, forse qualche giorno, questo esercito sarà polverizzato dalla potenza dei potenti. Forse non ci sarà più - il difficilmente difendibile - Bashar Al-Assad. Forse, come sappiamo da altrove, allora si aprirà in Siria la guerra dei "tawaif", cioè le varie comunità che compongono il popolo siriano: sunniti, alawiti, sciiti, drusi, ismaeliti, ortodossi, melchiti, armeni, cattolici, maroniti, caldei, assiri, curdi... e che, da sempre, convivono su quella terra condividendo i loro 32 antipasti, bevendo il maté o qualche Barada fresca sotto i gelsomini. Si sa, la convivenza non è necessaria né possibile sotto la democrazia delle bombe. Noi, avremo, come sempre, quel senso di impotenza che ci accompagnerà per un po'. Poi dimenticheremo.

Sunniti, alawiti, sciiti... Succede con tutti gli stati, non solo in Medio Oriente. A guardarli da vicino sono entità geografiche tracciate coi righelli, e dentro ci trovi di tutto, popoli i più diversi, arrivati chi prima e chi dopo. Perché i confini sono statici, i popoli no. Cosa ne sappiamo di loro?

Apro una parentesi a tal proposito: già in Italia si sa poco del popolo rom, che pure è un ingrediente fondamentale di ogni stato-macedonia. Figuriamoci se si sa qualcosa dei Dom, o Domari. Sono il corrispondente mediorientale del popolo rom, e sono lì presenti, ed ignorati, da circa un millennio. Sono pochi, pochissimi, ignorati e discriminati come da noi. Al di là della conoscenza accademica, venni a contatto con la loro esistenza FISICA, una decina d'anni fa, in occasione di un'altra guerra scatenata da (una scusa? una certezza? difficile da dire...). Erano sempre gli USA che stavano regolando i conti col loro ex alleato Iraq.

I Dom, in Iraq, c'erano come tutti gli altri popoli e, per quanto Saddam Hussein non fosse l'esempio del padrone di casa che ognuno vorrebbe, avevano trovato il modo di conviverci. Furono le bombe USA, fu l'arrivo al potere degli sciiti (cioè, quelli che gli USA temevano), che fecero terra bruciata attorno a loro. E dieci anni fa, con ritardo di mesi, mi arrivavano le notizie del loro nuovo migrare in cerca di lidi tranquilli. Cioè: SIRIA, Aleppo.

Credo che la sfiga sia un tratto genetico inscritto in questa gente condannata ad un continuo migrare: stanno scappando nuovamente, chi in Libano e chi in Turchia, nei campi profughi o all'addiaccio. REALI, loro, forse più dei dispacci d'agenzia o delle dichiarazioni dei politici. REALI, perché il migrare sotto le bombe o inseguiti dalla cavalleria, è nel loro DNA, ma anche nella nostra memoria (con l'affitto da pagare e il conto in rosso).

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Di Fabrizio (del 28/08/2013 @ 09:07:43, in Italia, visitato 1123 volte)

(27 agosto 2013) - Vedi anche Lombardia, una proposta di legge regionale razzista

In una lettera inviata al Ministro per l'Integrazione Cécile Kyenge, l'Associazione 21 luglio esprime profonda preoccupazione per un recente progetto di legge sui rom avanzato da due consiglieri della Regione Lombardia. "Norme discriminatorie e lesive della dignità umana", afferma l'Associazione.

Il progetto di legge che ha motivato la lettera al Ministro è il n. 0059 ed è stato presentato lo scorso 23 luglio dai due consiglieri regionali lombardi Riccardo De Corato e Francesco Dotti del gruppo Fratelli d'Italia. Il testo ha per oggetto "Regolamentazione e disciplina degli interventi sulla presenza delle popolazioni nomadi e di etnia tradizionalmente nomade o semi-nomade nel territorio lombardo" e detta norme in materia di alloggio, accesso ai servizi socio-sanitari e accesso educativo scolastico.

Tali norme, secondo l'Associazione 21 luglio, "sono lesive della dignità umana e gravemente discriminatorie nei confronti dei circa 8.500 rom e sinti che vivono in Lombardia".

La proposta legislativa, in più, si basa ancora una volta sull'assunto infondato che identifica gli appartenenti alle comunità rom e sinte come "nomadi" ponendosi quindi in aperto contrasto con la "Strategia Nazionale di Inclusione dei Rom, Sinti e Camminanti", adottata dal Governo italiano in sede europea nel febbraio 2012, secondo cui tali comunità sono da considerarsi "ormai sedentarie".

Sul tema dell'abitare il progetto di legge non prevede per i rom e i sinti lombardi alcuna soluzione abitativa diversa dalle "aree di transito" e dalle "aree di sosta", sebbene la Strategia Nazionale in maniera ripetuta raccomanda come "è un'esigenza sempre più sentita dalle stesse autorità locali il superamento dei campi Rom, in quanto condizione fisica di isolamento che riduce la possibilità di inclusione sociale ed economica delle comunità rom e sinte".

Anche sul tema dell'accesso ai servizi sociosanitari il progetto di legge lombardo non sembra rispettare i contenuti della Strategia Nazionale la quale rileva la necessità di mettere in pratica "una efficace politica sanitaria in grado di rilevare i bisogni sanitari della popolazione e la reale fruizione delle prestazioni". Il progetto legislativo, infatti, si limita alla predisposizione di verifiche quadrimestrali delle condizioni igienico-sanitarie degli insediamenti.

Per quanto riguarda l'accesso ai servizi scolastici il testo prevede l'introduzione di corsi di educazione civica e la redazione di un report nel quale sia attestata la frequenza scolastica dei minori rom con lo scopo di "evidenziare la vera integrazione di coloro che intendono sottostare alle leggi". Di contro, la Strategia Nazionale afferma che "per promuovere l'inserimento sociale dei minori Rom, Sinti e Camminanti sembra importante sostenere interventi mirati a destrutturare l'etichettamento sociale che ostacola di fatto l'inserimento sociale".

Nella proposta di legge presentata - si legge nella lettera indirizzata dall'Associazione 21 luglio al Ministro Kyenge - "sono ravvisabili elementi discriminatori basati sull'appartenenza etnica dei soggetti destinatari". Essa, inoltre, "intende reiterare un approccio già ampiamente abusato nel passato recente, che ha avuto come esito la creazione di una dimensione abitativa istituzionale parallela riservata a soli rom, tradottasi in molteplici violazioni dei diritti fondamentali di queste comunità".

Secondo l'Associazione 21 luglio, la Strategia Nazionale di Inclusione di Rom, Sinti e Camminanti rappresenta un importante baluardo dei diritti delle comunità rom e sinte in Italia e il suo contenuto non può essere tralasciato dagli amministratori locali. Il superamento dei "campi nomadi" e la ricollocazione dei rom e dei sinti in alloggi adeguati è il primo principio da salvaguardare e nessuna proposta di legge ha la legittimazione di muoversi in direzione diversa.

Una lettera di preoccupazione sul progetto di legge della Regione Lombardia è stata inviata dall'Associazione 21 luglio anche al Punto di Contatto Nazionale per la Strategia Nazionale d'Inclusione dei Rom, Sinti e Camminanti presso l'Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR).

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Di Fabrizio (del 27/08/2013 @ 09:01:18, in musica e parole, visitato 1154 volte)

INTERNO GIORNO:

Glielo giuro, signor colonnello, non è colpa mia!!!

Non sono colonnello, sono commissario...

Ecco, giusto... commendatore! Stavolta sono innocente!!!

Vabbè, lasciamo perdere. Non urli e mi illustri la dinamica precisa dello svolgimento dei fatti.

Mi può ripetere tutte le ultime parole? Sa, son foresto...

Cos'è successo! E lei, appuntato, scriva...

Aahhhh, ecco. Vede, due sere fa ero in giro con mia zia, a cercare un po' di citofoni che non ci avessero scritto sopra. E' una nostra tradizione, sempre gli stessi segni da anni, ma ormai di citofoni puliti non ne troviamo più...

Scusi la curiosità, perché sempre gli stessi segni?

Così... come lo chiamate voi? Copyright?

Continui. Scusi l'interruzione.

Insomma, lei conosce le case e io so scrivere, così lavoriamo in coppia come i carabinieri. Ma per non farci riconoscere, lei aveva la gonna lunga, era senza scarpe e col foulard. Io ero bellissimo: avevo arricciato i baffi col lardo, e suonavo il violino. Sull'archetto avevo montato uno scalpello, è così che si fanno i segni... vuole che le faccia vedere?

No! Vada avanti. Appuntato, sta prendendo nota?

Certo, ma le assicuro che non è facile. C'era gente che andava, veniva, sa... non hanno niente da fare, e così ci chiedevano: "Chi siete? Cosa fate?" E io, mostrando la tessera della mensa: "CENSIMENTO!"

Sì, ma poi?

Così in nove secondi e sette decimi (come Bolt a Mosca, faccio notare) ci siamo trovati circondati da tutto il quartiere. forse, erano tutti lì per il censimento... Noi gli abbiamo detto che avevamo terminato i moduli, ma quelli, non so perché, ci hanno riempito di mazzate.

Finito?

No, signor ingegnere. La sera dopo, che mi facevano ancora male tutte le ossa, tornano mio cugino con suo figlio e un amico. Guardano i citofoni, sorridono alle telecamere a circuito chiuso, chiedono in giro se c'è qualcuno che incideva dei segni. Niente, non riuscivano a trovare il citofono giusto! Per fortuna avevano l'IPHONE, così hanno scaricato l'applicazione per ritrovarlo, tanto, non lo sanno adoperare, l'IPHONE intendo. Nel frattempo, s'era fatto notte, e han tirato fuori la torcia elettrica; ma loro, furbi, mica l'accendevano, col rischio di farsi trovare. Insomma, era buio pesto e non ci si vedeva niente, vallacapì se un segno significava una cosa o quella opposta!

Dobbiamo stare qui ancora tanto???

Nooo. Le dico subito tutto, ma io non c'entro. Alla fine hanno suonato i citofoni, svegliando tutto il palazzo, che li ha creduti dei testimoni di Geova e ha mazzolato anche loro. Sono scappati, e trovano una porta aperta, proprio dove eravamo passati noi la sera prima. Entrano e... l'appartamento è completamente vuoto. La "concorrenza" aveva visto i segni prima di loro... A questo punto, siete arrivati voi. Che vitaccia, signor commodoro!

SIGLA!

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Di Fabrizio (del 26/08/2013 @ 09:05:03, in media, visitato 1004 volte)

Se n'è parlato qualche giorno fa, e ne è nato anche un forum improvvisato su Facebook, grazie all'Associazione 21 luglio.

Ieri altri due articoli sul web hanno attirato la mia attenzione:

  1. RAGUSA NEWS La bimba rapita dagli zingari? Bufale pozzallesi. Il linguaggio è fin troppo burocratico, ma da indicazioni utili: in caso di dubbi, si possono interpellare le Forze dell'Ordine o l'ospedale. Per un comune cittadino, farlo non è sempre facile o immediato. Richiederlo a chi fa il giornalista (o a maggior ragione, a chi dirige una testata), mi sembra il minimo.
  2. LA VOCE (IL PRIMO QUOTIDIANO INDIPENDENTE ONLINE) Kyenge shock: 'seconde case degli italiani agli stranieri' Ho riportato anche l'(auto)definizione della testata, perché, nonostante l'indipendenza sbandierata, questa è invece una bufala prettamente "politica". Viene sparsa una voce, senza darne alcuna dimostrazione, tanto che potrebbe essere ripetuta poi in qualsiasi altro momento. Altro particolare: l'obiettivo è la ministra Kyenge, ma qua entra in gioco, per accattivarsi i lettori, la sindrome da "vittima accerchiata", per cui la ministra starebbe complottando con una serie di figure inquietanti, come immigrati, zingari ecc. (cfr. una testata di Piacenza di qualche anno fa). Infine, per mascherare gli obiettivi chiaramente di parte, si maschera l'identità del sito (che è comunque in rete con altri simili, vedi VOXPOPULI), con una testata che sia il più possibile neutra, ma nel contempo richiami un'identità che accomuni gli italiani (poveretti e discriminati).
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Di Fabrizio (del 25/08/2013 @ 09:03:02, in musica e parole, visitato 1075 volte)

The Quietus Josh Hall , August 12th, 2013 08:03 (lungo, ma con registrazioni originali dell'epoca, vale la pena quando siete stanchi di leggere, NDR)

    Josh Hall parla con Philip Knox, co-curatore della nuova compilation sul gipsy-pop nella Jugoslavia di Tito, per discutere sulle condizioni politiche e sociali da cui nasceva questa notevole musica innovativa

Gli anni '60 e '70 sono stati un periodo fiorente per i Rom della Jugoslavia. Anche se Tito aveva riempito i campi di prigionia al largo dellle coste adriatiche, in patria i Rom ottenevano per la prima volta il riconoscimento ufficiale. Tito avevi conferito agli Jugoslavi il diritto di identificarsi secondo il proprio gruppo, ed i Rom - storicamente perseguitati e soltanto pochi decenni prima assassinati a decine di migliaia dagli ustascia fascisti - furono tra i maggiori beneficiari. La cultura rom venne improvvisata elevata.

La musica di quel periodo è stata catturata in una nuova collezione del pop e folk prodotto tra il 1964 e il 1980 dai Rom della Macedonia, Kosovo e Serbia meridionale. Stand Up, People (Opre Roma) è un set straordinario di tracce che dimostrano lo spirito pionieristico di quel periodo, in cui i musicisti prendevano le forme tradizionali e le declinavano senza posa nel senso della modernità. Le canzoni pulsavano dei tradizionali ottoni della musica folk slava, ma erano contrapposti all'ampiezza dei nuovi stili a cui erano esposti queste comunità. La collection è pervasa di pop occidentale, psichedelia, e della tradizione subcontinentale da cui i Rom sono originari e con cui c'era uno scambio diffuso, grazie alle comune posizione di India e Jugoslavia come stati non allineati. Il risultato è un volo vertiginoso di malinconica innovazione.

Curata dai londinesi Philip Knox e Nat Morris, Stand Up, People è il risultato di mesi passati a scavare nei mercatini delle pulci dei Balcani, nel tentativo di gettare nuova luce su ciò che Knox descrive come "qualcosa che si è perso nella narrazione standard della musica di quella parte del mondo." Nella tradizione classica la registrazione viene completata da esaurienti e deliziose note di introduttive sui testi di ogni traccia. Nelle traduzioni, la combinazione di lacrimosità e di festa così palpabile è resa ancora più forte. Questa dolente baldoria è il segno della qualità della collection.

Il Rinascimento rom collassò brutalmente dopo la morte di Tito. I proponenti furono da un lato sottomessi alla musica nazionale dei nuovi stati nati nel sangue, o semplicemente sparirono dalla pubblica vista. Le tradizioni romanì divennero nuovamente affari privati, divorziando dalle correnti principali in cui erano brevemente fiorite. I Rom nel mondo rimangono oggetto di persecuzione quotidiana. Per questo Stand Up, People è importante, non solo come documento storico, ma come controreplica a quanti tuttora intendono i Rom come qualcosa di indesiderabile. E' una registrazione celebrativa di un tempo in cui a questa cultura perennemente tiranneggiata fu permesso di esplorare se stessa pubblicamente, e di una storia affascinante di un periodo di notevole innovazione.

Abbiamo raggiunto Knox per discutere il processo di compilazione di Stand Up, People, con le storie turbolente e gli sconvolgimenti politici e sociali che si verificavano mentre il tutto era iin fase di creazione.

Ho letto l'articolo che hai scritto per Sarajevo Notebook, e stavo ascoltando le registrazioni per la prima volta.

Il trip, il viaggio, è che l'articolo è di quasi due anni fa. Fu un viaggio di sei settimane, due mesi. Lo scorso dicembre siamo tornati a Belgrado, perché molto del materiale finito nel CD proveniva dall'Archivio Nazionale [di Serbia]. Sapevamo che quelle registrazioni esistevano, ma in tutte le nostre ricerche non le avevamo mai trovate. Alcuni pensavano che non esistessero, ma indagando negli scaffali dell'Archivio nazionale li abbiamo trovati. Per fortuna c'erano molte cose che volevamo davvero, a nostra volta avevamo del materiale che interessava loro, così abbiamo raggiunto un accordo e abbiamo potuto, temporaneamente, prendere in prestito quei reperti, digitalizzarli e restaurarli a Londra.

Quindi a Belgrado esiste un grande spazio di archiviazione pieno di registrazioni?

Sì, è piuttosto sorprendente. Sotto Tito si archiviavano copie col copyright, in teoria praticamente da tutto. Quando ci siamo andati era abbastanza caotico. Avevano appena riaperto e penso che eravamo tra i primi a varcare l'ingresso. Incredibilmente, in una maniera impensabile in Gran Bretagna, con assoluto stile balcanico, questa amabile bibliotecaria ci disse: "OK, entrate e date un'occhiata." Così abbiamo frugato tra gli scaffali, facendocela addossa dal tanto materiale che c'era e stavamo cercando così disperatamente. Abbiamo potuto fotografare alcune copertine, come prova che questo materiale esisteva - in particolare alcune delle prime cose di Shaban Bajramovic' [che appare tre volte nella compilation], che poi divenne una specie star della world music, ed è relativamente noto in Europa. Ma nessuno credeva che avesse inciso prima del 1991, nessuno credeva che fosse disponibile. Così abbiamo trovato un sacco di roba sua, e ne eravamo davvero entusiasti, ma non potevamo ascoltare niente, perché non c'era una sala video-audio. Questa è la ragione per cui siamo tornati dicembre scorso - controllare realmente quel materiale. Anche se eravamo allora a buon punto con i CD, e sapevamo cosa farne, in realtà non sapevamo che suono restituissero quei reperti. E' stato come un azzardo.

Come avete fatto a selezionare le tracce?

La questione fondamentale era quello che ci piaceva realmente. C'era materiale che volevamo includendo alcune tracce. Volevamo rappresentare molte cantanti, e poi un sacco di roba che fosse davvero inusuale, all'opposto di quanto si aspettasse la gente. Per coincidenza, questo corrispondeva a ciò che ci piaceva.

Quella forza delle cantanti è rappresentativa della scena nel suo assieme?

Penso di sì, yeah. Essere donna tra i Rom è abbastanza difficile. E' una società piuttosto patriarcale, e se sei una donna in una simile società che è oltretutto più marginalizzata di qualsiasi altra, sei ancora più al margine delle cose. Allora, è stato importante trovare cantanti femmine di così grande successo, che dirigevano i prori gruppi musicali, che andavano in tour. Alcune di loro hanno avuto storie difficili associate a ciò; non era un paradiso. C'è una cantante, Ava Selimi, che ha pubblicato un solo 7" su cui abbiamo messo le mani. Non siamo mai riusciti a rintracciarla, ma abbiamo molti aneddoti di gente che la conosceva. Si dice che sia stata rifiutata dalla famiglia e dalla sua comunità semplicemente [per]  essere una musicista di successo ed essere single, invece di svolgere il ruolo tradizionale che ci si aspettava. Si pensa che non abbia mai lasciato la sua città nel Kosovo per quella ragione, ora vivrebbe in un'isola della Croazia.

Parliamo un poco di Esma Redzhepova, che caratterizza fortemente l'album.

Esma Redzhepova è tuttora una celebrità in Macedonia. Recentemente ne ha parlato la stampa, per la sua partecipazione per la Macedonia ad Eurovision dello scorso maggio, assieme ad un cantante di rubbish-rock che non mi ricordo. Divenne molto celebre ai suoi tempi, negli anni '60 e '70. In quanto giovane, donna e radicata nel ghetto, penso che ebbe da lottare. Ha dovuto uscire dalla casa di famiglia, e la sua famiglia era del tutto contraria alla sua carriera, non solo all'interno delle comunità rom, ma anche nazionale e internazionale in quanto jugoslava.

Ci sono stati altri artisti che allora raggiunsero un simile successo?

Lei è praticamente unica. Shaban Bajramovic', un po' più tardi - erano dipinti come il re e la regina della musica gitana, anche se provenivano da luoghi diversi e non penso si siano mai esibiti assieme. Raggiunse una buona notorietà, in particolare con alcune registrazioni alla fine degli anni '90, che erano quasi in stile Buena Vista Social Club. Ma allora Esma era praticamente unica in termini di enormità del successo.

Potresti dire che gli anni '60 e '70 sono stati il periodo più importante per quel tipo di musica, o è qualcosa che continua tutt'oggi?

C'è ancora moltissima musica dei rom incredibile nella regione, e molti interpreti rom, ma non è detto che siano conosciuti come tali. Sono soltanto cantanti pop o qualsiasi altra cosa - non pretendono di fare musica folk. Ma secondo me l'era dei musicisti romanì che cantavano romanì, identificandosi completamente e senza problemi come Rom, e consumati come tali a livello nazionale - è definitivamente passata. Penso dipenda soprattutto dalle guerre etniche degli anni '90, dove la gente è diventata così iper-tribale che i Rom sono sempre stati esterni a ognuno di questi gruppi frammentati, e sono sempre stati perseguitati un poco di più, soprattutto in Kosovo, dove credo che la popolazione si sia ridotta dell'80%, in parte con esecuzioni di massa e in parte con [l'esodo dei] rifugiati, molti di loro sono finiti in Macedonia.

Ora è la Macedonia il fulcro della comunità rom?

C'è il più grande insediamento rom nel mondo, appena fuori Skopje - un posto chiamato Shuto Orizari. E' qualcosa di unico. Cammini per strada e senti parlare ovunque romanés, le insegne sono in romanés. E' incredibile. Ma in termini di popolazione, c'è un numero enorme di Rom in Serbia, e da altre parti dei Balcani oltre la ex Jugoslavia, come in Romania e Bulgaria. Se la Macedonia costituisca il fulcro culturale è difficile da stabilire - sono tutti molto diversi. Mentre in Serbia possono essere più urbanizzati e vivere in maniera maggiormente integrata, questo non li rende necessariamente meno rom o meno culturalmente significativi.

Anche se c'è una popolazione rom relativamente numerosa in Bosnia e Croazia, è una popolazione stranamente tranquilla. Non hanno la percezione di suonare musica rom, anche se molti di loro sono musicisti e suoneranno musica folk locale. Ma non esiste una scena, e non c'era nemmeno negli anni '60 e '70, anche se era pieno di Rom ed erano culturalmente e politicamente attivi. Eravamo curiosi e abbiamo chiesto a dei contatti rom in Bosnia perché avessimo questa impressione, e loro in modo abbastanza deprimente l'hanno attribuita al successo delle campagne antirom dei fascisti ustascia nella II guerra mondiale, quando se sembravi rom o se parlavi romanés ti potevano sparare. La cultura è stata trainata dei sotterranei e non è mai emersa realmente, anche quando farlo era diventato sicuro. E' diventata una cosa domestica e privata, cosa che allora non successe quasi mai in Macedonia, Serbia e in Kosovo.

Foto del viaggio a Belgrado di Knox e Morris

E' interessante che ci fu questa fioritura di cultura rom durante Tito, che nel contempo era molto avverso con le espressioni del nazionalismo. Come concili le due cose?

Penso siano precisamente parallele, l'una la conseguenza dell'altra. Cercando di riconciliare una parte di mondo estremamente diversa e storicamente frazionata, la strategia di Tito era di affrancare in qualche modo qualsiasi minoranza. Le gerarchie erano diverse. Potevi dichiararti della nazione dei Croati, o della nazione dei Serbi, e avevi un'identità in quel senso. Ma anche i Rom e gli Albanesi avevano questa possibilità di identificarsi o le loro carte d'identità. Penso, come conseguenza di presentare un modo leggermente più inclusivo di essere Jugoslavi, senza tuttavia dover rinunciare alla propria identità precedente, i Rom ottennero per la prima volta un riconoscimento. Tutte le identità andavano rappresentate, altrimenti non avrebbe funzionato.

Avevano modo di identificarsi pubblicamente. Avevano gruppi culturali in molti villaggi, alla stessa maniera che se fossero stati gruppi culturali Albanesi o Turchi, stavano assieme e organizzavano musiche e concerti, probabilmente diffondendo anche dottrina di partito. Così, è un periodo inusuale e unico, in netto contrasto con la strategia seguita, ad esempio, dalla Bulgaria, che era offensivamente monoculturale, e parlare o cantare in romanés era illegale. I Rom continuavano a stare lì, producendo molta musica, ma era tutta musica bulgara prodotta da Rom che fingevano di essere Bulgari.

Rimane un caso?

Tutta quella parte di mondo resta orribilmente razzista verso i Rom. Il pregiudizio preesistente è diventato pubblico dopo Tito. Ma la Bulgaria è leggermente migliorata da allora. Almeno, non c'è nessun apparato statale ufficiale che spenga attivamente le voci rom, anche se il pregiudizio a livello di comunità è sempre più duro da sorvegliare e valutare.

E quanto velocemente terminò quel boom, dopo Tito?

Difficile da dire. La società iniziò a collassare rapidamente dopo la morte di Tito, ed in qualche modo si era già verso la fine. La sua morte coincise con l'emergere di un sacco di ordini del giorno nazionalisti. Già prima di morire, nel 1980, la cultura stava cambiando in maniera percettibile. Globalmente, stavano iniziando ad emergere i primi vagiti della fine della guerra fredda, ed il nazionalismo andava prendendo corpo. Ed anche la stessa musica - è quando inizia ad emergere quella cosa chiamata turbo-folk.  Quella fu la colonna sonora delle guerre balcaniche, che ironicamente sembrava saltar fuori da qualcuno di questi cantanti rom, che sempre andavano perseguendo il suono più moderno e orecchiabile. Il risultato finale fu uno stile che venne per lo più associato agli squadroni serbi della morte, uno di quegli strani colpi di scena così difficili da conciliare.

Gli anni '80 furono un periodo diverso solo dal punto di vista stilistico. I valori di produzione erano appena caduti, soprattutto in Jugoslavia. Quindi era praticamente impossibile dire "Qui è l'età dell'oro", mentre la società andava collassando anche le strutture che avevano permesso la produzione di quella musica crollarono. I cantanti che riuscirono a mantenere il successo, smisero di essere cantanti rom. Molti proseguirono - Esma andò avanti attraverso la guerra. Smise di cantare in romanés, e smise con le canzoni zingare. Uno degli esempi più estremi è questo ragazzo chiamato Muharem Serbezovski, un Rom macedone. La maggior parte dei Rom macedoni è musulmana, e lui passò molta della guerra a Sarajevo, identificandosi fortemente con la causa bosniaca. Iniziò a cantare inni di guerra della Bosnia, si naturalizzò totalmente come Bosniaco. Dopo la guerra, entrò come politico nell'Assemblea Nazionale di Bosnia. Probabilmente aveva qualche affinità con la Bosnia perché era la capitale della sua religione, ma smise di essere un Rom jugoslavo che cantava in romanés e in altre lingue, diventando un Bosniaco.


Una delle cose più straordinarie sulla raccolta è l'incredibile volume di suoni e stili che sono presenti. L'altra musica a quel periodo era accessibile?

E' incredibilmente varia. Ci sono ballate pop abbastanza standard, e musica tradizionale di fisarmonica, molto potente. E' distante da una raccolta rappresentativa universalmente, anche della sola musica rom. Ci sono differenze al nord. Dove c'è molta popolazione ungherese, la musica è più martellante, quattro quarti, col violino che invita alla danza. Penso che molti di questi pezzi, senza la necessaria familiarità, sembrerebbero piuttosto sorprendenti. La gente era abituata ad una varietà musicale, ma se tu fossi stato, per esempio, un ragazzo non-rom alla moda nella Belgrado degli anni '60, e avessi ascoltato qualcosa della folle musica rom del Kosovo, penso l'avresti trovata abbastanza aliena. Ma la gente la comprava, e questa è una cosa interessante, ma anche difficile da spiegare. Tutto era iper-locale e iper-specifico, ma era distribuito dalle etichette discografiche in tutti centri urbani, ed apparentemente per essere comprato e goduto.

Quindi l'impresa era anche redditizia?

Tutte le etichette erano in parte statali. Era un'area grigia ambigua, in parte nazionalizzata. Non è chiaro sin dove le decisioni fossero controllate dallo stato. Probabilmente non in maniera enorme, perché c'era troppa roba in circolazione e nessuno avrebbe avuto il tempo di verificare tutto. Ma la gente comprava i dischi. Gli Jugoslavi erano abbastanza ricchi rispetto agli altri paesi socialisti dell'Europa Orientale. Potevano viaggiare, e lo facevano. Potevano importare beni dall'Occidente; importavano anche musica occidentale. Cose che si cercava sempre di vendere a caro prezzo nei negozi di dischi dei Balcani, erano le incisioni jugoslave dei Beatles o di Stevie Woneder, che qualche collezionista pazzo sta cercando di ottenere.

Un altro momento chiave della storia è la raccolta delle registrazioni. Quanto tempo avete impiegato?

Me ne sono interessato per anni, in maniera abbastanza amatoriale. Ci sono un paio di etichette che stanno facendo delle cose interessanti, in particolare con queste brass band, alcune dalla Macedonia, altre dalla Romania, che sono piuttosto funky e hanno un senso di rinascita: Mahala Rai Banda e Kociani Orkestar, piacciono alla gente. Ero davvero coinvolto, e così Nat, ne abbiamo discusso assieme e abbiamo viaggiato indipendenti l'uno dall'altro per un po' nei Balcani.

Esma Redzhepova venne e suonò a Londra attorno al 2006 con la Mahala Rai Banda, e fu un concerto incredibile. Stranamente, per un pubblico londinese abituato alla "world music", fu un grande avvenimento. Ho sempre cercato di collezionare pezzi e mettere le mani sugli originali, in modo abbastanza da nerd, e mi chiedevo dovrei avrei potuto trovare i LP di Esma. Cominci a cercare su internet e trovi delle cose. Dopo un paio di assaggi pensai: "Cazzo, questo è buono davvero!". Poi iniziamo ad impegnarci più seriamente, raccogliendo tutto quel che trovavamo. E poi, quando ammassammo una certa pila di registrazioni, ci sembrò qualcosa di importante che era andato perso dalla narrativa standard di quella parte del mondo. Fu allora che la prendemmo davvero sul serio, e andammo lì col preciso intento di raccogliere registrazioni, e nel contempo di incontrare i musicisti e cercare di imparare di più sugli scenari e sulle circostanze della produzione e della distribuzione.

Questi artisti si conoscevano tra loro? Suonavano assieme?

C'è questa voce che circolava su Esma e suo marito. Lui non era Rom, ma era uno attorno a cui la musica girava. Molti musicisti passarono attraverso questa sorta di accademia. Molti musicisti rom venivano assunti, e poi si mettevano in proprio. Così fu per Muharem Serbezovski - i suoi primi concerti furono con l'ensemble di Esma. E Elmo Chun,  che interpreta la penultima traccia del disco, quella strumentale, la cui importanza per la scena musicale rom non può essere sottolineata abbastanza - fece parecchi arrangiamenti, fu un fulcro vero - il suo primo lavoro fu il clarinettista per Esma.

Sembra il mondo del jazz, dove ci sono frontmen e sidemen.

Si intenda una grandissima similarità col jazz, non solo nella struttura di mercato, ma anche per la fusione di personalità, improvvisazioni, assoli che sono parte della tradizione. E' una delle cose che lo rende interessante, soprattutto se assisti dal vivo a un matrimonio, dove un clarinettista e un sassofonista si confrontano per dieci minuti. Uno spettacolo incredibile.

Hai detto che le grandi etichette discografiche erano di proprietà statale ma, a parte questo, esisteva una cultura indipendente?

Le etichette erano relativamente poche. Non erano controllate centralmente in quanto tali. Tutte le maggiori città ne avevano una, o diverse. Particolarmente Belgrado. Quindi esiste la branca editoriale regionale della compagnia di stato, poi ce ne sono di più piccole, che dovrebbero essere più indipendenti, ma non si notano differenze nella qualità o nella natura delle registrazioni che uscivano.

C'erano etichette specializzate in quel tipo di musica?

Non molte - è questo che è strano. Troverai estremamente misterioso della musica rom prodotta da quella che era la più grande etichetta, Radio-Televisione Belgrado, tutta in romanés da un oscuro angolo del Kosovo. Poi trovi musica di successo rilasciata da un piccolo studio fuori Belgrado. Un fenomeno abbastanza surreale. Non so se è la natura di come funzionassero le cose in questo quasi-mercato, ma non mi sembra che potesse essere competitivo, con gli artisti più grandi che andavano verso le maggiori etichette e quelli più piccoli verso le minori.

Com'è stato il processo per ottenere le licenza di queste incisioni?

Incubo assoluto. E' stato di gran lunga il compito più duro, difficile, lungo e meno divertente. Queste etichette erano possedute in parte da uno stato che non esiste più, o sono adesso proprietà parzialmente privata o parzialmente statale di nuovi stati. Molti di questi non sono a conoscenza di possedere i diritti di queste incisioni, e per prima cosa li devi convincere di questo, se vuoi ottenere una licenza. E' uno dei motivi per cui una release come questa ha dovuto impiegare tanto tempo per uscire. Nessun altro sarebbe stato così pazzo da trascorrere due anni su Skype con dei Serbi veramente arrabbiati.

E' valido per la Jugoslavia degli anni '60 come per la maggior parte della musica oggi - è interamente impostata per ridurre al minimo la quantità di denaro che gli artisti ricevono, se non di eliminarla del tutto. Il diritto di proprietà degli artisti è così piccolo. E' qualcosa con cui abbiamo lottato davvero, perché volevamo dare qualcosa agli artisti quando ne trovavamo qualcuno che fosse ancora vivo. Una cosa rattristante e piuttosto deprimente di questo, è che incoraggiamo questi artisti a firmare per questi incredibili complessi sistemi collettivi internazionali, così che possano avere qualche soldo, ma impiegare tutto questo tempo non serve a chi non è di madrelingua inglese, o non ha familiarità col computer.

Vedi il potenziale per un risorgere dell'interesse verso questa musica?

I giovani dei paesi dell'ex Jugoslavia, quando parliamo loro di questo, sono completamente confusi e perplesso. Puoi gli suoniamo questa musica e sono esterrefatti che ci sia qualcosa del genere dalla loro cultura e che possa suonare così. Molta della idea dei non-Rom sulla musica dei Balcani, anche in quella parte del mondo, è totalmente conformata a tutti quei coglioni come [Emir] Kusturica. Davvero, la gente è monopolizzata dall'idea che la loro musica sia - qualcosa di veramente primitivo che spassionatamente spilla da loro; non qualcosa sotto il loro controllo; possono rubarti il televisore ma fanno anche questa bella musica. Allora la gente si sorprende di questa musica incredibilmente sofisticata, sensibile ad idee complesse. Penso che se la gente ci mettesse la testa, sarebbe davvero grande, e potrebbe significare che alcuni dei musicisti che sono ancora in circolazione potrebbero rivisitare alcuni pezzi.

La compilation Stand Up, People è ora disponibile su CD e formati digitali, via Asphalt Tango Records

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Di Fabrizio (del 24/08/2013 @ 09:06:58, in casa, visitato 1019 volte)

Di Kosice in Mahalla se n'è parlato spesso. Città simbolo della condizione dei Rom in Slovacchia:

  • da una parte culla della classe intellettuale e imprenditoriale romanì,
  • dall'altra sede di quartieri ghetto da incubo.

Una passione slovacca, sono i muri. Meglio, se per dividere rom da non rom. Nel 2005, questa notizia passò quasi sotto silenzio, almeno in Italia.

Kosice sembra non voler essere a meno di Presov, e anche se con otto anni di ritardo, voleva adeguarsi. Così i bravi cittadini non-rom (suppongo, assieme a quei rom che sono riusciti a scappare dal ghetto), si son messi di buzzo buono a costruire un muro che li isolasse da quei disgraziati rinchiusi nel ghetto di Lunik. Stavolta sono insorti in tanti, in Slovacchia, in Europa, persino in Italia.

Che fare, il dubbio della giunta comunale?

Leggo su EUOBSERVER, che il muro, forse in ossequio alle tradizioni romanì, è stato edificato senza nessun permesso. Non è dato sapere con quale tempismo l'amministrazione provvederà ad abbatterlo, ma (volendo e con la dovuta calma), può legalmente farlo. Rimane (ACCIDENTI, CHE SFIGA!) il problema del ghetto di Lunik: quello è legale, lo stato lo costruì apposta per inscatolarci la popolazione più disperata, e l'abbandono (pubblico e privato) l'hanno trasformato in una discarica con i muri.

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Di Fabrizio (del 23/08/2013 @ 09:02:22, in scuola, visitato 979 volte)

di Claudio Dionesalvi

Cosenza, sponda sinistra del fiume Crati, pianeta Terra. Un'esperienza di didattica dal basso

Nel 2006 ci siamo riuniti per la prima volta in uno spazio autogestito. Abbiamo deciso di chiamarci Coessenza. Accomunati dalla passione per la scrittura, condividiamo conoscenza, lettura e reciproco ascolto. Ci unisce la voglia di camminare in basso. Diamo il nostro piccolo contributo nella lotta contro il diritto d'autore che in Calabria, come in molti altri luoghi, domina in maniera mafiosa il sistema dell'editoria. Per un anno abbiamo solo parlato, letto, ascoltato. Poi ci siamo decisi a pubblicare racconti, poesie, saggi. Non è andata male. Anzi, se avessimo voluto diventare una casa editrice, forse non ci sarebbe stato difficile farlo. Ma non era questo che volevamo fare. Allora, nel terzo anno di attività, ci siamo detti che bisognava provare ad andare ancora più in basso, cercando nuovi linguaggi, sperimentando forme innovative di espressione in mezzo alle persone che vivono nei quartieri periferici della città, dai quali molti di noi provengono, in cui alcuni di noi abitano.

In questo sforzo di ricerca, quando Elisabetta ci ha fatto notare che sulla riva sinistra del fiume Crati, a Cosenza, sul pianeta Terra, la situazione è più difficile che mai, abbiamo deciso di incontrare i bambini "invisibili" del villaggio rom. Insieme a loro, collaborando anche con altre associazioni sensibili ai diritti dei migranti, abbiamo dato il via alla Scuola del Vento. Si chiama così perché una delle prime volte che siamo entrati nel villaggio, il vento si è divertito a lanciare in aria il nostro gazebo che ha cominciato a rotolare tra le baracche. Tutti insieme divertiti lo abbiamo inseguito. È bello vedere una scuola che vola. Inseguendo il gazebo, ci è capitato di guardare in alto. E così dal campo rom abbiamo intravisto i tetti della città. Non li avevamo mai notati, i tetti. Grazie a Tony e ad altri vecchi e giovani compagni, per alcune settimane abbiamo tenuto lezioni di Italiano, Matematica, Decupage e Artigianato.

I bambini rom imparano subito, ti aspettano con ansia quando sanno che vuoi insegnar loro qualcosa e hai scelto di farlo nel loro mondo, quello dei gitani, all'aperto, lontano da aule anguste e chiuse, dove tante scuole italiane, purtroppo, ritengono ancora di poter "formare i cittadini", limitandosi però ad allevare polli-bambini. Aule strapiene, insegnanti mummificati, progettifici, scarse attività di recupero, otto ore in classe, razzismo, quantificazione del sapere... per fortuna non tutte le scuole sono così, ma ce ne sono tante. In queste scuole non troveranno mai spazio né i rom né tanti altri ragazzi che non provengono dalle famiglie pubblicizzate negli spot televisivi di una nota marca di biscotti. Noi non vogliamo distruggere l'istituzione scolastica. Anzi, facciamo di tutto affinché i ragazzi di tutte le etnie e culture la frequentino. A Cosenza ci sono pure scuole che si sono poste l'obiettivo di concedere cittadinanza in aula ai rom. Ma in generale nell'ultimo decennio si è imposto il modello scuola-azienda, a volte degenerante in assurde mini-istituzioni totali che noi sogniamo di destituire, esautorare.

Vogliamo dare il nostro piccolo contributo. Sappiamo che i bambini del villaggio rom rischiano di diventare, tra qualche anno, i soldatini della ‘ndrangheta del domani. Quelli che riscuoteranno tangenti, venderanno droghe, ruberanno macchine per chiedere il riscatto e, in caso di necessità, saranno "battezzati" per andare a compiere missioni di morte. Ciò è accaduto in questa terra negli ultimi vent'anni. Le comunità nomadi, da sempre, sono state spinte a privarsi delle loro radici culturali. Corpi, consensi e saperi comprati e svenduti. Al di fuori della carità e della compassione che a volte finiscono solo per allevare disperazione e sotterrare l'umana dignità, in pochi hanno fatto veramente qualcosa di costruttivo con gli zingari.

Per noialtri, montare il nostro gazebo nel villaggio per due o tre volte a settimana, significa imparare, divertirci, praticare una didattica diversa, esercitare un'Altra cittadinanza, ribellarci all'ondata di paura e moral panic. Mentre i malgoverni delle città studiano le prossime mosse per divorare i fondi europei disponibili in materia di contrasto alla discriminazione dei rom e sinti, la mancata soluzione della questione gitana spinge intere popolazioni che con essi vivono a contatto, a identificare il male con gli zingari, trascurando il problema di quanta aggressività e disperazione si annidino nelle nostre famiglie, nei nostri condomini, negli uffici pubblici, sui luoghi di lavoro, nelle caserme, nei tribunali e nelle italiche strade.

Durante l'estate abbiamo fermato l'attività didattica. Siamo andati a trovare i bimbi rom solo per giocare a pallone con loro. Perché ogni scuola ha i suoi tempi di pausa. Dall'inizio dell'autunno, grazie anche ad altre associazioni cittadine, con il consenso degli adulti rom, abbiamo ricominciato a condividere questa esperienza. Giovannone ha costruito nel campo sul fiume, insieme ai bimbi rom, una baracca che è la sede della Scuola del Vento. Continuiamo a frequentare la baraccopoli, nella speranza di rivedere una verde scia luminosa solcare il cielo al tramonto, com'è accaduto in una sera di giugno, sul villaggio in riva al Crati. Non un miracolo. Forse un meteorite. Di certo era una scia volante persistente e colorata, che si muoveva rapida seguendo il fiume. E i nostri sogni pure.

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Di Fabrizio (del 22/08/2013 @ 09:04:44, in media, visitato 1335 volte)

Nella locandina: interpretazione trash della zingara

[...c'è del vero sulle sovvenzioni ai nomadi, non so in che misura, ma so che esiste una legge in proposito che inoltre permette loro di avere terreni su cui sostare e vivere, allacciamenti all'elettricità e all'acqua...] Non dico chi abbia fatto questa affermazione, non la conosco, so come si chiama - e il nome non ha nessuna importanza, di sicuro so che non è nomade e non se ne occupa.

    (Apro una parentesi linguistica: il mio uso delle parole CONOSCO e SO sono oggettivamente personali. Ma se una persona che con l'argomento "nomadi" usa C'E' DEL VERO... SO CHE ESISTE manco fosse un Pasolini che lancia il proprio IO SO, o motiva le sue affermazioni, oppure ha un grave problema di insicurezza, da sfogare su questi "nomadi").

Raga,
si impone il dibattito. Come si riesce a contrastare una VOX POPULI? Come affrontare (non dal punto di vista razionale, ma da quello della comunicazione) una bufala?

Poco male, se qualcuno crede alla leggenda dei coccodrilli nelle fogne di New York (è un posto che TUTTI frequentano di rado). Ma poi il TUTTI non ha la più la stessa valenza: nel senso che NON TUTTI (quelli che hanno accesso ai mezzi di comunicazione) hanno un rapporto frequente con Rom, Sinti ecc. e così questi ultimi entrano di diritto nell'ambito del DI RADO, SCONOSCIUTI, e perciò facile oggetto di qualsiasi diceria. FACILE OGGETTO: a volte i Romanì sono oggetto di una bufala, lanciata a freddo, ma FACILE significa anche che se in una qualsiasi discussione si parlasse di "zingari", bisogna sempre prevedere che può arrivare un commento inaspettato come quello iniziale, giusto perché il commentatore non sa cosa argomentare, ma sugli "zingari" vuole dire comunque la sua.

Qua non si tratta di coccodrilli a New York. Avete presente la storia dei bambini rapiti dagli zingari? Sono state fatte diverse ricerche (qua siamo nel 2005) a proposito, documentate in seguito da un libro, ma non c'è verso: la voce rimane: nugoli di bambini sparirebbero sotto i gonnoni delle zingare, manco si trattasse di sottane di preti arrapati (e qua non si tratta di leggenda metropolitana - ma i preti hanno frequenza meno rada col nostro mondo e anche un ufficio stampa più efficiente delle zingare).

DI RADO, SCONOSCIUTI, significa che nelle discussioni quotidiane, entrano ciclicamente:

e tanti altri casi, col risultato che l'insicurezza e la voglia di sproloquiare di gente CHE NON CONOSCE viene alimentata, quasi quotidianamente. Ed in maniera da alimentare rabbia, perpetrando la divisione tra un NOI vittime e un LORO sanguisughe, sfruttando argomenti a cui siamo sensibili (praticamente SOLDI e DISGRAZIE). Tra i tanti esempi:

... e potremmo continuare.

Un po' di dati sullo specifico, a questo punto. Questo è quanto io conosco, non prendetelo come oro colato, ma almeno potete verificare:

  1. Sovvenzioni, assegni (c'è addirittura chi spara la cifra esatta) per nomadi non esistono, non sono mai esistiti, a dispetto delle certezze spacciate con leggerezza (o volutamente). Esistono dei rom o dei sinti che percepiscono contributi dallo stato? Certamente. Ma l'etnia (o il nomadismo) non c'entrano: AL PARI DI QUALSIASI ALTRO CITTADINO, se in stato di indigenza e in regola con le norme che stabiliscono la permanenza sul suolo italiano, possono richiedere aiuto ai servizi sociali. Questi ultimi a loro volta valuteranno i SINGOLI casi, faranno i necessari controlli e decideranno in merito, IN MANIERA ASSOLUTAMENTE AUTONOMA.

  2. Case, terreni, allacci: non esistono leggi in proposito, non possono neanche esistere leggi a livello nazionale. A livello locale cambia il discorso: ci sono amministrazioni che intervengono e altre che sono un portone stabilmente chiuso alle esigenze delle popolazioni "nomadi". Non parliamo di leggi, casomai si tratta di regolamenti, o addirittura di mozioni consiliari; che il più delle volte hanno una durata ancora più limitata della legislatura. Che poi siano anche applicate, è un azzardo: tanto, gli "zingari" non protestano mai. Nonostante la voglia sempre più diffusa che hanno Rom e Sinti di abbandonare i campi, farlo, ottenere un allaccio, ottenere un permesso (anche temporaneo) rimane un'impresa, ma di fronte all'inazione quasi generale, sembra l'unica strada percorribile.

Rimane un ragionamento finale: a cosa serve (dal punto di vista meramente politico) SPRECARE SOLDI PUBBLICI per gente che tanto non ha mai protestato per le mancate promesse, e che spesso non è neanche cittadino della Repubblica? MOTIVI UMANITARI? Gli elettori (sono loro e non gli zingari a garantirti una poltrona), non sempre sono sensibili a questo argomento. E' più facile che le motivazioni derivino dall'emergenza in cui Rom e Sinti talvolta vivono, che porta INSICUREZZA e CONDIVIZIONI SANITARIE PRECARIE anche nei nostri quartieri di votanti, oltre che SCANDALO nei media. La sicurezza è un'industria: non solo per i professionisti della politica e della comunicazione, ma anche per centinaia di piccole-medie ditte e cooperative, immancabilmente abbonate agli appalti che si generano. Controlli, pochissimi: il modello è PRENDI I SOLDI E SCAPPA.

Ma, se Rom e Sinti continueranno ad accontentarsi delle briciole, si può accarezzare il pelo dell'INSICUREZZA congenita degli ignoranti. Per ridestarla schizofrenicamente la prossima volta, in previsioni di nuovi appalti da distribuire e di elettori da rassicurare.

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