Rom e Sinti da tutto il mondo

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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Fabrizio (del 02/02/2011 @ 09:16:43, in media, visitato 463 volte)

Segnalazione di Voijslav Stojanovic

EaST Journal di Matteo Zola

"Un giorno metti la pentola a bollire sul fuoco, e sei in un posto. Quando l'acqua bolle sei in un altro. Quando la pasta cuoce in un altro, e la mangi chissà dove". Con queste parole la vecchia nonna di Laura Halilovic commenta lo sgombero che la polizia ha imposto al campo nomadi in cui si trova. Laura, dal canto suo, ne ha fatto un film: "Io la mia famiglia Rom e Woody Allen", in cui racconta la sua vita e quella dei suoi cari, tra discriminazioni e vita quotidiana. Il titolo è una citazione proprio di un film di Woody Allen. Il cineasta americano ha letteralmente folgorato la piccola Laura che, ancora bambina, si trovò da allora a coltivare un sogno: fare la regista. Oggi, con questo film documentario prodotto in collaborazione con RaiTre e Film Commission Torino, quel sogno è diventato realtà.

A META' TRA DUE CULTURE
«Da quando ho fatto questo film molti si interessano a me. Certo, il pericolo è che lo facciano solo perché sono Rom, che mi mettano addosso quest'etichetta e ci si interessi a me perché "diversa"».
Una diversità che le viene additata anche dalla sua comunità: «Sono diversa per gli italiani e sono diversa per i Rom perché non voglio vivere secondo la nostra tradizione e non intendo sposarmi per realizzare "il mio futuro"». Proprio con queste parole infatti i genitori di Laura, nel documentario, la spingono al matrimonio: "Sei già vecchia, hai 19 anni", le dicono. «Così mi trovo a metà tra due culture, in bilico – prosegue Laura – e certo è una sofferenza, è una situazione che vivo malissimo».
Ma la giovane regista ha le spalle larghe e con tenacia procede nel suo cammino umano e artistico: «Anche la mia famiglia ora si è convinta, ma all'inizio è stata dura poiché una ragazza Rom non può studiare e nemmeno lavorare, può solo sposarsi».

LIBERTA' E PRIGIONIA
Nata a Torino, Laura ha vissuto nel campo vicino all'aeroporto di Caselle fino all'età di otto anni. Poi la sua famiglia ottiene una casa popolare dove vanno a vivere in nove: lei e i suoi quattro fratelli, i genitori e due cognati. Della vita del campo resta un ricordo indelebile di libertà e prigionia al contempo: «Mi ricordo la libertà, noi bambini stavamo sempre in giro nel campo, solo il cielo a farci da confine. Ma ricordo anche il filo e la rete che delimitavano il campo, eravamo come animali in gabbia». Le difficoltà coi "Gagé" – i non Rom – iniziarono con la scuola: «Ricordo la mia felicità, il primo giorno. E ricordo come gli altri genitori commentassero: "Ci mancava anche la zingarella". Quel giorno non parlai con nessuno e corsi via appena la campanella suonò».

INTEGRAZIONE NON E' ESSERE TUTTI UGUALI
Questo dolore è quello che, secondo Laura, farà sempre sentire i Rom inferiori. Un'inferiorità interiorizzata a tal punto da renderli incapaci di rivendicare i loro diritti. «E non cambierà mai. Come mai cambierà l'atteggiamento dei Gagé che continueranno sempre a disprezzarci. Un'integrazione è impossibile». Poi, con un sospiro: «Integrazione non è essere tutti uguali, non è –per un Rom – diventare Gagé. I Rom non vogliono diventare Gagé. Se non ci fosse più diversità, nel futuro, forse non ci sarebbe più discriminazione. Ma poi saremmo tutti più poveri».
Nella parole di Laura echeggia la saggezza della vecchia nonna, che nel film è il simbolo di una cultura antica, modellata dai secoli e dai chilometri percorsi da questo popolo nomade. «Quando mi dicono: "vai a casa tua" io mi domando qual è la mia casa, la casa di un nomade è ovunque». Laura non nasconde che ci siano dei problemi: «Le persone però non devono fare di tutta l'erba un fascio, tra di noi siamo diversi. Tra un Rom Romeno e uno bosniaco c'è differenza, ad esempio. Non conoscono la nostra cultura». E davvero è arduo conoscere la cultura Rom, il film di Laura è un ponte per la reciproca conoscenza. Forse così sarà possibile capire che: «Non è vero che i Rom sono tutti ladri e delinquenti». "Quando un Rom fa un reato, a venire puniti sono tutti i Rom" si dice nel film.

CASETTE IN FILA
E Laura fa un agghiacciante parallelismo: «Quando vedo le casette in fila, tutte uguali, del nuovo campo di via Germanasca a Torino, con un recinto di ferro intorno alto tre metri, mi vengono in mente i campi di concentramento dove sono morti i miei bisnonni». Già, poiché molti dimenticano che, insieme agli ebrei, ad Auschwitz trovarono la morte milioni di zingari. «Se mai incontrassi Woody Allen di persona – conclude Laura – gli chiederei come ha vissuto il suo essere ebreo. E come ne ha fatto una risorsa».

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Di Fabrizio (del 01/02/2011 @ 09:39:13, in musica e parole, visitato 443 volte)

giovedì 3 febbraio dalle 20.30 - 23.30
Al JudaFire San Domenico 12 (Quadrilatero romano) Torino

Il progetto Nigloswing deve il suo nome ad un animale caro ai Manouche, "le Niglo", il riccio.

Il progetto nasce nel febbraio 2002 dall'incontro tra Morris Gasperini, Gabriele Facciotti e dalla loro neonata passione per il grande chitarrista Manouche Django Reinhardt.
E' amore a prima vista poiché l'intenzione comune è subito chiara: dare vita ad un organico che proponga la musica di Django e del suo popolo.
La passione e l'impegno profusi nel progetto portano ai primi risultati e agli esordi nell'attività concertistica coronata dalla partecipazione nel settembre 2004 e 2005 al festival internazionale Django Reinhardt di Torino (www.djangoreinhardt.it) e al festival Jazz Gitane di Lyon.
[...]
La direzione e l'intenzione del progetto è stata quella di acquisire le sonorità fondamentali della musica manouche, studiandone gli aspetti tecnici e melodici per poi rielaborare il tutto nella speranza di produrre qualcosa di assolutamente personale.

Lo spettacolo dei Nigloswing è interamente realizzato con strumenti acustici tipici della tradizione manouche e si caratterizza per l'immediato impatto che crea sul pubblico dovuto alla particolarità del genere che risulta fresco e coinvolgente: la sezione ritmica, denominata dai manouche "Pompe", sottolinea perfettamente le evoluzioni virtuosistiche degli altri strumenti.
Il repertorio dei Nigloswing spazia fra Swing, Swing Valse, Bossa Nova, Valse musette e brani italiani degli anni '30 '40.

Una cena. E che cena...
Musica live... E che musica....

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Di Fabrizio (del 31/01/2011 @ 09:17:27, in Italia, visitato 668 volte)

Segnalazione di Maria Gabriella De Luca

LAMEZIAclick

MERCOLEDÌ 26 GENNAIO 2011 18:40 - "Un'esperienza bellissima, che mi ha insegnato tante cose, cose che non mi ha mai insegnato nessuno". A parlare così è Armanda, una delle donne rom che ha frequentato da settembre il laboratorio di teatro sociale organizzato dal Centro territoriale permanente che si occupa di formazione per adulti. Un laboratorio fortemente voluto dal dirigente Aldo Antonio Mercuri, dalla tutor del progetto Nina Vesci e dalla mediatrice culturale Karin Faistnauer e affidato al regista Francesco Pileggi.

Il lavoro fa parte di un progetto Pon di 120 ore, 60 delle quali sono state dedicate a un laboratorio di tessitura. Da questo lavoro Pileggi ha tratto ore e ore di riprese che presto diventeranno un documentario.
O forse, sarebbe meglio definirlo, un pass per entrare in quel delicato mondo che è il vissuto e il modo di vedere il mondo degli "zingari".
Un termine da loro amato, mai rinnegato, e accolto molto più volentieri che quel "rom" in cui non tutti si riconoscono.
Abile psicologo, oltre che regista, Pileggi li ha guidati sapientemente verso un percorso di apertura verso il mondo esterno, in un reciproco scambio di dare ed avere informazioni e incanalarle nel giusto modo. Si è trattato soprattutto, ha spiegato il regista, di teatro di narrazione, un modo per fornirgli strumenti per esprimersi, comunicare, raccontare le loro storie.

"Ma, prima, ho dovuto - ha detto - conquistare la loro fiducia, perché loro sono coscienti di essere stati a lungo strumentalizzati. Superato questo ostacolo il laboratorio diventa un work in progress in cui si susseguono e si scoprono storie che io ho aiutato a tradurre in un linguaggio teatrale" Storie che fanno parte della memoria storica di questa città, storie ora amare ora divertenti ma comunque vere. E tramite la narrazione spesso avviene la presa di coscienza di chi narra e di ascolta e chi assiste si trova catapultato dall'altro lato del muro.

In quella Scordovillo fatta di bambini che si sentono a disagio quando gli viene rimproverato di non lavarsi e che piano piano sentono le istituzioni scolastiche come lontane, nemiche. In quei bambini cresciuti che per fuggire alle prese in giro hanno abbandonato la scuola e hanno preso poi la licenza media nelle scuole serali. Catapultati tra persone che non sanno in che anno sono nate, quindi, neanche quanti anni hanno. Tra le loro cantilene pronunciate al momento di dovere chiedere l'elemosina, tra i loro sogni di avere una casa ed uscire dal campo e anche nella loro forza d'animo. Come quella di chi lotta da anni, seppur giovane, con una grave malattia ma tutti i giorni lavora e guarda avanti dimostrando la forma di energia più bella, quella dettata dalla forza interiore e dall'umiltà.

calabriaora Tiziana Bagnato

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Di Fabrizio (del 30/01/2011 @ 09:41:31, in Europa, visitato 640 volte)

Divieto d'entrata agli zingari in alcuni locali di Poznan

GIOVEDÌ 27 GENNAIO 2011 - 12:05

Alcuni ristoranti e alcune discoteche al centro di Poznan non fanno entrare gli zingari. E se entrano vengono messi alla porta dalla sorveglianza. La proprietaria della discoteca Cuba Libre, Klaudia Lopez, ha dichiarato senza esitazione che ha vietato l'entrata ai zingari. "Non sono l'unica ad aver introdotto questo divieto.

Gli zingari entrano in gruppo e fanno casino" argomenta la proprietaria. Non tutti i padroni dei ristoranti usano la sorveglianza. Il manager del Piano Bar, Maciej Kurzawa, dichiara "Noi rifiutiamo l'entrata agli zingari con un po' di sensibilità, dicendo, ad esempio, che tutti i posti sono occupati". Questa situazione l'ha sperimentata da poco il violinista, Miklosz Deki Czureja, di origine zingara. Conosce bene il Piano Bar, ha suonato tante volte in questo locale. Ma quando è venuto con la sua partner e la sua nipote per pranzare non ha potuto entrare. Gli hanno detto che non c'erano posti liberi anche se c'erano i tavoli liberi e gli altri ospiti entravano senza ostacoli. Un ospite della discoteca Cuba Libre che è stato accompagnato fuori durante la serata che passava con amici polacchi si è lamentato all'organizzazione degli zingari in Polonia che poi si è rivolta alla Polizia. Ma l'indagine non è partita. I rappresentanti della Polizia spiegano che non c'erano abbastanza ragioni per farlo. La Fondazione dei diritti umani di Helsinki ha dichiarato che aiuterà tutti gli zingari trattati ingiustamente a preparare la citazione.

(Polonia Oggi)

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Di Sucar Drom (del 30/01/2011 @ 09:18:41, in blog, visitato 486 volte)

Repubblica Ceca, parte il progetto di alloggio garantito
Il governo della Repubblica Ceca sta preparando un progetto pilota diretto a sostenere l'aspirazione della famiglie rom che vogliono trovare un alloggio in affitto al di fuori dei ghetti nei quali gli zingari di questo paese sono spesso costretti a vivere. L'aiuto sa...

Bolzano, scoppia la polemica se ai Sinti viene data la possibilità di lavorare
A seguito della polemica scoppiata a Bolzano sulla delibera di giunta che ha affidato alla Cooperativa Aquila la gestione di un bar, pubblichiamo il comunicato stampa firmato da Radames Gabrielli...

Il Giorno della Memoria, ONU: le famiglie non dovranno mai più sopportare quel tipo di male sperimentato durante l'Olocausto
Ogni anno, la comunità internazionale si unisce in memoria dell'Olocausto e riflette sugli insegnamenti a cui tutti dobbiamo prestare attenzione. Si tratta di un'osservanza annuale d'importanza vitale...

Mantova, il Giorno della Memoria 2011
Numerose sono le iniziative per il Giorno della Memoria, organizzate nella Provincia di Mantova. L'associazione Sucar Drom, l'Istituto di Cultura Sinta e le Comunità sinte e rom invitano tutti alla commemorazione del Porrajmos alla Stazione Ferroviaria di Mantova, in Piazza don Leoni. La commemorazione si terrà giovedì 27 gennaio, alle ore 16.00, presso il Binario 1 da dove partivano i treni...

Human Rights Watch, Italia: gli interventi politici sono ostili, violenti, razzisti, xenofobi ma non solo...
Human Rights Watch è un'organizzazione non governativa internazionale che si occupa della difesa dei diritti umani. La sua sede principale è a New York. Human Rights Watch produce ricerche e studi sulle violazioni delle norme in...

Consiglio d'Europa, programma di formazione e creazione di un elenco europeo dei mediatori sinti e rom
Il Consiglio d'Europa intende realizzare nel mese di febbraio prossimo un Programma di formazione europeo aperto esclusivamente a mediatori interculturali rom e sinti operanti in Enti Pubblici e realtà del privato-s...

Passpartù, campi senza case: un anno dopo la chiusura del Casilino 900
E’ passato un anno esatto dallo sgombero del Casilino 900. Il campo rom alla periferia est di Roma era considerato uno dei più grandi d’Europa. Prima di iniziare lo smantellamento l’amministrazione comunale aveva promesso agli abitanti del campo alternative abitative e sostegno a...

Il Giorno della Memoria: Porrajmos
All’inizio del 1940 Guido Landra pubblica l’articolo “il problema dei meticci in Europa” sulla rivista “la difesa della razza”. Landra scrive: “…in Europa esiste tutt’ora un grave problema dei meticci che non si limita a quello degli ebrei e che non si può esaurire tentando l’assimilazi...

Milano, non si ferma la furia razzista
A fine 2010, il presidente del Consiglio ha emanato la proroga dello "stato di emergenza in relazione agli insediamenti di comunità nomadi" in Campania, Lazio, Lombardia, Piemonte e Veneto. Come già avvenuto nel 2008, si sceglie...

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Di Fabrizio (del 29/01/2011 @ 09:52:37, in Europa, visitato 550 volte)

Shoah: per la prima volta un Rom apre la commemorazione al Bundestag

GRNET.it GIOVEDÌ 27 GENNAIO 2011 14:22

Berlino, 27 gen. - Passo simbolico della Germania per il riconoscimento dello sterminio nazista degli zingari. Per la prima volta da quando è stata istituita la Giornata della Memoria, 16 anni fa, è stato un Rom, l'olandese Zoni Weisz, a commemorare con un discorso al Bundestag lo sterminio di ebrei, sinti, rom e omosessuali operato dal Terzo Reich. Finora questo ruolo era stato sempre assegnato in Germania a personalità ebraiche o a esponenti del mondo politico.

Il presidente del Bundestag, Norbert Lammert, ha ricordato che Zoni Weisz perse la madre, due sorelle e un fratello ad Auschwitz e il padre nel lager di Mittelbau Dora. "Ancora oggi", ha osservato, "la più grande minoranza etnica d'Europa, i Sinti e i rom, è anche la più discriminata". Weisz ha ricordato l'incubo del rumore degli stivali dei soldati tedeschi: "Mi accompagnerà per tutto il resto della mia vita", ha detto commosso. "Tutti sanno che i nazisti hanno sterminato 6 milioni di ebrei", ha osservato Weisz che nel dopoguerra è diventato il fioraio più famoso dei Paesi Bassi, "ma quasi nessuno sa che anche mezzo milione di persone come noi furono eliminate e ora ho l'opportunità di parlarne".

Zoni Weisz

Weisz ha sottolineato in particolare l'atteggiamento razzistico nei confronti della comunità rom e sinti in Ungheria, dove "sulle porte dei ristoranti sono affissi cartelli che vietano l'ingresso agli zingari". Zoni Weisz, il cui padre gestiva un negozio di articoli musicali nella cittadina olandese di Zutphen, sfuggì miracolosamente allo sterminio, poichè quando i nazisti compirono una retata il 16 maggio 1944 si trovava per caso in visita ad una zia in un villaggio vicino. Tre giorni dopo quel bambino di 7 anni venne scovato ed arrestato dai nazisti in un bosco, nel quale si era rifugiato insieme ad altri rom sfuggiti alla retata, ma successivamente era stato fatto fuggire da un poliziotto olandese. Intanto oggi il quotidiano "Bild" pubblica parecchie foto inedite dei corpi di prigionieri massacrati dai nazisti pochi giorni prima della liberazione del lager di Buchenwald e di quello annesso di Ohrdruf.

Quando le truppe americane della 89ma divisione di fanteria avevano liberato il lager il 4 aprile 1945, oltre a pochi internati ancora in vita e ridotti a scheletri umani, avevano rinvenuto nel piazzale antistante le baracche anche i corpi di una settantina di prigionieri, uccisi dalle SS in quanto non in condizione di partecipare alle marce di evacuazione del campo da loro ordinate. Le drammatiche foto erano state fatte dai militari Usa, che le avevano fatte sviluppare ad una assistente di un fotografo di Weimar, la città di Goethe poco lontana da Buchenwald, che aveva trattenuto per sè un'altra copia delle immagini, rimaste inedite per 66 anni. (AGI)

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Di Fabrizio (del 29/01/2011 @ 09:40:23, in Italia, visitato 465 volte)

Repubblica.it di ZITA DAZZI

Due sentenze del tribunale non sono bastate a sbloccare i progetti di rientro, le borse-lavoro e l'assegnazione delle case. Al palo il piano Maroni, bloccato dallo stesso ministro dell'Interno

Triboniano, anno zero. Nemmeno i camion dell'Amsa si fanno più vedere nel grande campo rom davanti a Musocco. Gli zingari tirano a campare nelle roulotte e nei container che stanno in piedi con lo sputo; gli abitanti dei palazzi vicini si barricano dietro alle porte blindate. Delle 120 famiglie che dovevano esser già lontane, solo 40 sono fuori dal ghetto.

Non hanno sortito grandi cambiamenti neppure le due ordinanze del tribunale civile che, il 20 dicembre e lunedì scorso, hanno dato ragione alle dieci famiglie rom che chiedevano l'applicazione dei contratti sottoscritti ad agosto in prefettura col Comune per l'assegnazione delle case popolari. In virtù dei due provvedimenti, 30 persone hanno lasciato il campo e altre dieci si accingono a farlo nei prossimi giorni. In mano le chiavi dell'alloggio che l'Aler ha assegnato — fuori graduatoria — alla Casa della Carità perché vi ospiti le 10 famiglie maggiormente bisognose delle 120 che dal 2007 abitano nel più grande campo autorizzato della città.

Ma con tutto il bailamme scoppiato da settembre in poi attorno alla questione delle dieci case, nessuno pensa più che al Triboniano vivono ancora altre 79 famiglie, 385 persone. Uomini, donne e bambini che nulla sanno del loro futuro, se non che dovranno — probabilmente entro la fine di marzo — uscire dal campo. Nel piano Maroni per il «superamento dei campi rom» — finanziato dal ministro degli Interni con 13 milioni di euro — oltre alle 10 case popolari per i casi più disperati dal punto di vista sociosanitario, erano previste per le altre famiglie progetti di rientro in Romania, borse lavoro, aiuti economici per sostenere chi avesse cercato casa in affitto sul mercato privato, garanzie per chi voleva aprirsi un mutuo. Di tutto questo poco o nulla è stato fatto. Una quindicina di nuclei sono stati sgomberati dal Comune. Ma il "bubbone Triboniano" è ben lontano dall'essere sanato.

Eppure, a stare ai proclami del maggio 2010, il campo avrebbe dovuto esser chiuso dall'ottobre scorso. Anche perché da lì dovrebbe passare una nuova strada per Expo 2015. «Ma è tutto fermo da quattro mesi — spiega don Virginio Colmegna, presidente della Casa della carità — da quando il ministro Maroni e il sindaco Moratti annunciarono lo stop all'assegnazione delle case ai rom. Ma ora occorre rimboccarsi le maniche e rimettersi al lavoro perché al Triboniano c'è il caos, il disorientamento completo, una sensazione di abbandono che crea tensione».

L'ultima convocazione del tavolo in prefettura fra istituzioni ed enti coinvolti nel piano risale al 9 novembre scorso. Poi il silenzio completo, a parte il rumore della carte bollate. A guardare i registri del Triboniano, si scopre che, su 120 famiglie (580 persone) da ricollocare in vista della chiusura del campo, sei nuclei (26 persone di cui 14 minori) sono rientrati in Romania; quattro (25 persone di cui 17 minori) si sono trasferiti in un appartamento privato in affitto; due (dieci persone di cui sette minori) hanno avuto la casa popolare attraverso la normale graduatoria; due (dieci persone di cui sei minori) si sono trasferiti in casa ad affitto calmierato; uno (sei persone di cui quattro minori) ha acquistato casa e si sta trasferendo nella sua abitazione. Altre tre famiglie hanno avuto il sostegno economico previsto dal Piano Maroni e stanno cercando casa sul mercato privato. Per quanto riguarda l'avviamento professionale, 73 persone che hanno fatto un colloquio con gli operatori del Celav (Centro mediazione per il lavoro) e di queste 22 hanno iniziato un tirocinio lavorativo (due persone) o una borsa lavoro (20 persone).

Restano in attesa di notizie dal Comune le dieci famiglie (49 persone) da anni in attesa della casa popolare con la normale graduatoria, alle quali ai primi giorni di agosto l'assessorato alle Politiche sociali aveva promesso di accelerare le pratiche; altre sette famiglie (26 persone) che avevano intenzione di tornare in patria, ma sono in attesa da fine settembre di essere convocate per la firma del progetto di rientro. «Per tutte le altre, non si è nemmeno cominciato a pensare a un progetto, visto che abbiamo dovuto occuparci solo delle dieci a cui era stata promessa la casa popolare — dicono don Massimo Mapelli, direttore operativo di Casa della Carità, e Fiorenzo De Molli, responsabile del presidio sociale al Triboniano — È ora di mettersi a lavorare anche per loro se non si vuole arrivare allo scontro quando il campo dovrà essere chiuso».

(26 gennaio 2011)

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Di Fabrizio (del 28/01/2011 @ 09:06:07, in Italia, visitato 918 volte)

[21/01/2011] Per non dimenticare lo sterminio degli zingari



Con grande dedizione e passione per la causa del popolo Rom-Sinti che da anni difende, la giornalista, attrice, mediatrice culturale jugoslava Dijana Pavlovic si è messa a disposizione del Fiume per parlare di shoah, o meglio di "porrajmos", che è la parola in lingua romanes per indicare la distruzione degli "zingari" (circa 500.000 le vittime) che i Nazisti misero in atto accanto a quella degli ebrei e delle altre categorie pericolose per l’ordine costituito.

E’ stato bello mettere a confronto una donna giovane, madre, e rom con ragazzi del Liceo Artistico "Munari" di Castelmassa (Rovigo) , che dopo aver ascoltato attentamente la storia della persecuzione, le hanno sciorinato tutti i luoghi comuni sugli zingari che tanto piacciono alla nostra società semplificatrice.

Dijana vi ha contrapposto l’umanità di un popolo che non chiede terra, non si bea di un qualche nazionalismo, non vive per il denaro ma per i saldi rapporti familiari, e i bambini li fa non li ruba.

Le domande sulla realtà rom sono uscite a margine del racconto dello sterminio degli zingari che ad Auschwitz avevano uno statuto speciale in quanto "ariani" (originari del ceppo indiano e quindi indoeuropei come gli arii) e vennero tenuti uniti nello "Zigeunerlager" fino alla notte tra il 2 e il 3 agosto del 1944.

Al mattino del 3 agosto i prigionieri di Auschwitz, sorpresi del silenzio che regnava, videro il campo degli zingari deserto. Nella notte tutte le famiglie erano state gasate.

Molto bello è stato l’incontro nella Casa Circondariale di Rovigo con un buon numero di detenuti che ogni anno partecipano al programma che l’Uisp propone per l’apertura alla riflessione su questo tema e che, da quattro anni, porta "Il Fiume" a raccontare di quel che è accaduto anche in Italia.

Gli anni scorsi si è parlato di shoah in Polesine con la visita di Sandy Speyer, da New York, nel carcere dove sua madre era stata imprigionata nel ’44 prima del trasferimento ad Auschwitz, quest’anno con Dijana Pavlovic si è parlato di zingari.

Così in mezzo a detenuti magrebini, egiziani, italiani, slavi, si è scoperto che molti erano di origini rom e sinti, a addirittura "caminanti", mentre un ragazzo italiano ha rivendicato con orgoglio di avere sposato una rom.

Nella drammaticità della situazione abbiamo capito che i presenti si sono sentiti coinvolti, sia dalla storia del "porrajmos", sia dalla presenza tra di loro di una che ce l’ha fatta, che ha studiato e si batte per dei diritti che vengono negati oggi, non meno che 60 anni fa.

Non sono mancati gli screzi tra gli ospiti che avevano voglia di dire la loro, alcuni a sproposito, altri con cognizione di causa e vera partecipazione, Mohamed dal Marocco che in patria viveva vicino ad un campo di zingari, ne ha elogiato le virtù augurandosi di rinascere zingaro!

Silenziose e poche le donne. Tra di loro una ragazza di colore attenta più ai segni dell’amico nella parte degli uomini (bello che anche a questo sia servito l’incontro, a vedersi e rompere l’isolamento) e una mamma rom di 11 figli, in carcere per chi sa quale grave furto, che alla fine si è avvicinata a Dijana e l’ha salutata in romanes.

Quel che abbiamo capito alla fine è che abbiamo molto da conoscere e da imparare, prima di tutto a dare i nomi alle persone ed alle culture perché se non si conosce, non si rispetta e se non si rispetta è l’inizio dell’odio.

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Di Fabrizio (del 28/01/2011 @ 09:02:32, in Kumpanija, visitato 959 volte)

Premessa: non pretendo che sia chiaro tutto ciò che scriverò, ma concentratevi sulle foto e forse capirete.

Ho in mente il giorno della Memoria appena passato, ci ho fatto il callo: per qualche settimana i giornali (per non parlare delle anime belle su Facebook e dintorni) riscoprono le "vittime" di una storia accaduta 70 anni fa. Tutti a mostrarsi "democratici" (e possibilmente carini) perché questa memoria non vada persa, almeno un giorno all'anno.

Ma il resto dell'anno è un tritacarne sociale continuo, che vede all'opera nuovi aguzzini e (come allora) altri (tanti) che sempre fanno finta di non vedere, come se la violenza non riguardasse delle persone, ma ancora dei "sotto-uomini".

Ho in mente la violenza degli sgomberi, le baracche distrutte dai bulldozer, i bambini allontanati dalle scuole... e poi resiste un'altra violenza, meno fisica ma descritta ampliamente in tante testimonianze dai campi di concentramento: volere annientare moralmente una persona.

Arriviamo alle foto, quindi. Sono quello che resta di un campo che era vivibile e vivace. E di una piccola cappella, che era stata voluta e costruita materialmente da chi il campo lo abitava.

Così le parole di Jovica Jovic, lo scorso 13 luglio: "avevo ottenuto il permesso per costruirla, ed ero felice. Era stata benedetta da otto parrocchie della zona e da un sacerdote ortodosso della Croazia. Una chiesa aperta a tutte le religioni, per distruggere il male col bene. Ce l'ho fatta ed ha avuto una caduta positiva nel campo. Adesso non riesco a farmene una ragione, che vogliano mandarci via e al posto della nostra chiesa mettere la quinta discarica di Rho! E' una grave offesa a Dio e agli uomini..." Rileggetevi tutta la storia.

Mentre crescevano le voci di chi al posto del campo voleva costruire una discarica ("Discarica più etnia è uguale a pulizia etnica."), io da ateo avevo l'impressione che Jovica fosse più offeso da quella mancanza di rispetto verso i suoi profondi sentimenti religiosi, che dalla minaccia dell'ennesimo sgombero.

Forse perché uno sgombero è solo la dimostrazione di chi ha la forza, ma i sentimenti sono quelli che ci legano tutti come persone appartenenti ad un unico mondo.

Lo sgombero è avvenuto (resta solo la magra soddisfazione, che poco dopo anche il sindaco "cattolico" Zucchetti è stato sgomberato dalla sua carica), ma lo sguardo di Jovica, tornato dal suo personale viaggio della memoria, voglio che non ci abbandoni.

E che ci restino in mente anche il capannone ritratto nella prima immagine, il terreno brullo che vediamo, perché PROPRIO IN QUESTI GIORNI,  sono quanto di più simile e vicino abbiamo alle foto di Auschwitz d'inverno.

Gli anni NON sono passati, ce lo ricordano queste cronache dalla Serbia e da Arezzo di 10 giorni fa.

Il campo di Rho, la sua chiesetta, gli amici e la gioia, ricordiamoli con le foto di un anno fa.

Grazie ad Ivana Kerecki e Cristina Simen per la collaborazione. Chi volesse, può richiedermi le foto in formato originale, scrivendo a info@sivola.net

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Di Fabrizio (del 27/01/2011 @ 09:57:56, in Kumpanija, visitato 516 volte)

Segnalazione di Alberto Maria Melis

CorriereFiorentino.it

Il treno della memoria fa tappa ad Auschwitz-Birkenau, il campo di concentramento costruito in Polonia nel 1941. Per i 500 studenti toscani la storia diventa realtà. Cerimonia sulla neve: ognuno accende una candela e pronuncia il nome di una persona scomparsa

AUSCHWITZ (Oswiecim) - Passare dalla pagina alla realtà, dai racconti alle baracche fatte di legno e mattoni. E' quello che stanno vivendo 500 ragazzi degli istituti superiori toscani arrivati ad Auschwitz-Birkenau, il campo di concentramento costruito in Polonia nel 1941. Nelle ultime settimane si erano preparati al meglio con i loro docenti ma essere qui è un'altra cosa. «Se non funzionava, cosa ce la mettevano a fare?» chiede Tommaso, riferendosi alla stufa in pietra presente in ogni baracca in cui venivano stipati fino a 700 prigionieri.

E' l'assurdità del male: «Le regole tedesche richiedevano che ogni costruzione fosse dotata di stufe - risponde la guida - ma queste non venivano mai fornite di carbone così erano inutili, per bellezza, anzi, per propaganda». I sedici gruppi si disperdono per l'enorme campo. «E' questo quello che mi colpisce, la vastità. Com'è possibile che nessuno abbia fatto niente?» sospira Lisa, studentessa pisana mentre cammina verso il monumento al limitare del lager. Marianna è rimasta colpita quando ha visto la baracca delle latrine, e si è sentita raccontare dalla guida la trasformazione di un momento privato in un rito brutale di degradazione: «Noi lo consideriamo la cosa più intima, mentre invece qui erano forzati a fare tutto insieme in tempi già decisi dai sorveglianti». Ma lo sgomento e l’emozione si può leggere sul volto di tutti i giovani che hanno visitato Birkenau, toccando con mano la tragedia «dell’uomo ridotto ad una macchina», sussurra Lorenzo da Arezzo. «Mi impressiona - racconta Simone, di Montepulciano - come tutto fosse già stabilito, mi impressiona il modo in cui è stato possibile rendere naturale ciò che era innaturale, come il medico che, soltanto dando uno sguardo ai prigionieri che arrivavano, stabiliva se dovevano essere gasati subito o potevano essere utili».

«Ricordare perché non succeda più» è una formula inadeguata. Almeno a giudicare da quanto è stato più volte ripetuto ad Auschwitz Birkenau, prima fermata del treno della memoria. Perché se quanto accaduto qui e negli altri campi di sterminio, forse non potrebbe succedere di nuovo nelle stesse forme, il male è ancora tra noi. Sono in molti ad esserne convinti, a partire dal presidente della Regione che ricorda il genocidio in Rwanda, quello nei balcani e i tanti altri stermini contemporanei cui, dice, l’opinione pubblica ha assistito inerte: «Le nostre azioni devono corrispondere ad un principio etico che ha al centro la persona umana. E, di qui, il diritto di ribellarsi alle ingiustizie: un diritto che può anche avere un prezzo alto, che molti in passato hanno pagato e molti ancora oggi continuano a pagare». Lo dice di fronte a ciò che resta dei forni crematori, ai margini dello sconfinato campo, durante la cerimonia che vede i ragazzi leggere i 500 nomi di altrettanti toscani deportati.

La funzione si chiude con tre preghiere, una rom, una cristiana (da una lettera di padre David Maria Turoldo) ed una ebraica. Tutte e tre si chiudono con la parola amen: «quella che unisce tutte le religioni» dice Arza, diciassettenne rom che sembra imbarazzata dalla folla per la lettura del suo intervento. Salvo diventare a un tratto sicura di sé quando, alza gli occhi, guarda il pubblico e dice: «La persecuzione del popolo Rom è finita? No, non è finita». E dopo spiegherà: «Importantissima la giornata della memoria, per carità, ma il razzismo c’è ancora eccome - racconta con accento fiorentino - ogni volta che dico di essere di origine zingara, la gente cambia sguardo nei miei confronti. Io sono in seconda superiore al Galileo di Firenze e, siccome non volevo che i miei compagni fossero condizionati dalle mie origini, le ho rivelate solo quest’anno. Dopo 12 mesi insieme, sapere questo non li ha cambiati. Vuol dire che è tutta una questione di etichette».

Anche per Lisa, studentessa di un istituto pisano, il male è lontano dall’essere sconfitto: «Quello che mi colpisce di questo posto è la vastità. Com'è possibile che nessuno abbia visto senza fare niente? Non c’è limite alla cattiveria umana. Ho paura che oggi succeda anche di peggio da qualche parte nel mondo e non ce lo dicano». Alessandro di Lucca ha già visitato Mauthausen: «Ma qui è tutta un’altra cosa, l’altro campo sembra quasi voler nascondere l’orrore. Qui, sarà la neve, ma mi sembra che tutto sia fermo ad allora». Sara viene da Prato e di integrazione ne sa qualcosa: «Il razzismo c’è ancora. Lo vedo tutti i giorni in ciò che succede da noi: la comunità cinese e quella italiana non si incontrano, vivono del tutto separate, non esiste convivenza». Mercoledì, i viaggiatori del Treno della Memoria faranno tappa al campo madre di Auschwitz 1, e nel pomeriggio i ragazzi incontreranno i testimoni, gli storici e i rappresentanti delle associazioni presso il cinema Kijow di Cracovia.

Edoardo Lusena - 25 gennaio 2011

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