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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Di Fabrizio (del 02/02/2011 @ 09:16:43, in media, visitato 463 volte)
Segnalazione di Voijslav Stojanovic
EaST Journal di Matteo Zola
"Un giorno metti la pentola a bollire sul fuoco, e sei in un posto. Quando
l'acqua bolle sei in un altro. Quando la pasta cuoce in un altro, e la mangi
chissà dove". Con queste parole la vecchia nonna di Laura Halilovic commenta lo
sgombero che la polizia ha imposto al campo nomadi in cui si trova. Laura, dal
canto suo, ne ha fatto un film: "Io la mia famiglia Rom e Woody Allen", in cui
racconta la sua vita e quella dei suoi cari, tra discriminazioni e vita
quotidiana. Il titolo è una citazione proprio di un film di Woody Allen. Il
cineasta americano ha letteralmente folgorato la piccola Laura che, ancora
bambina, si trovò da allora a coltivare un sogno: fare la regista. Oggi, con
questo film documentario prodotto in collaborazione con RaiTre e Film Commission
Torino, quel sogno è diventato realtà.
A META' TRA DUE CULTURE
«Da quando ho fatto questo film molti si interessano a me. Certo, il pericolo è
che lo facciano solo perché sono Rom, che mi mettano addosso quest'etichetta e
ci si interessi a me perché "diversa"».
Una diversità che le viene additata anche dalla sua comunità: «Sono diversa per
gli italiani e sono diversa per i Rom perché non voglio vivere secondo la nostra
tradizione e non intendo sposarmi per realizzare "il mio futuro"». Proprio con
queste parole infatti i genitori di Laura, nel documentario, la spingono al
matrimonio: "Sei già vecchia, hai 19 anni", le dicono. «Così mi trovo a metà tra
due culture, in bilico – prosegue Laura – e certo è una sofferenza, è una
situazione che vivo malissimo».
Ma la giovane regista ha le spalle larghe e con tenacia procede nel suo cammino
umano e artistico: «Anche la mia famiglia ora si è convinta, ma all'inizio è
stata dura poiché una ragazza Rom non può studiare e nemmeno lavorare, può solo
sposarsi».
LIBERTA' E PRIGIONIA
Nata a Torino, Laura ha vissuto nel campo vicino all'aeroporto di Caselle fino
all'età di otto anni. Poi la sua famiglia ottiene una casa popolare dove vanno a
vivere in nove: lei e i suoi quattro fratelli, i genitori e due cognati. Della
vita del campo resta un ricordo indelebile di libertà e prigionia al contempo:
«Mi ricordo la libertà, noi bambini stavamo sempre in giro nel campo, solo il
cielo a farci da confine. Ma ricordo anche il filo e la rete che delimitavano il
campo, eravamo come animali in gabbia». Le difficoltà coi "Gagé" – i non Rom –
iniziarono con la scuola: «Ricordo la mia felicità, il primo giorno. E ricordo
come gli altri genitori commentassero: "Ci mancava anche la zingarella". Quel
giorno non parlai con nessuno e corsi via appena la campanella suonò».
INTEGRAZIONE NON E' ESSERE TUTTI UGUALI
Questo dolore è quello che, secondo Laura, farà sempre sentire i Rom inferiori.
Un'inferiorità interiorizzata a tal punto da renderli incapaci di rivendicare i
loro diritti. «E non cambierà mai. Come mai cambierà l'atteggiamento dei Gagé
che continueranno sempre a disprezzarci. Un'integrazione è impossibile». Poi,
con un sospiro: «Integrazione non è essere tutti uguali, non è –per un Rom –
diventare Gagé. I Rom non vogliono diventare Gagé. Se non ci fosse più
diversità, nel futuro, forse non ci sarebbe più discriminazione. Ma poi saremmo
tutti più poveri».
Nella parole di Laura echeggia la saggezza della vecchia nonna, che nel film è
il simbolo di una cultura antica, modellata dai secoli e dai chilometri percorsi
da questo popolo nomade. «Quando mi dicono: "vai a casa tua" io mi domando
qual
è la mia casa, la casa di un nomade è ovunque». Laura non nasconde che ci siano
dei problemi: «Le persone però non devono fare di tutta l'erba un fascio, tra di
noi siamo diversi. Tra un Rom Romeno e uno bosniaco c'è differenza, ad esempio.
Non conoscono la nostra cultura». E davvero è arduo conoscere la cultura Rom, il
film di Laura è un ponte per la reciproca conoscenza. Forse così sarà possibile
capire che: «Non è vero che i Rom sono tutti ladri e delinquenti». "Quando un
Rom fa un reato, a venire puniti sono tutti i Rom" si dice nel film.
CASETTE IN FILA
E Laura fa un agghiacciante parallelismo: «Quando vedo le casette in fila, tutte
uguali, del nuovo campo di via Germanasca a Torino, con un recinto di ferro
intorno alto tre metri, mi vengono in mente i campi di concentramento dove sono
morti i miei bisnonni». Già, poiché molti dimenticano che, insieme agli ebrei,
ad Auschwitz trovarono la morte milioni di zingari. «Se mai incontrassi Woody
Allen di persona – conclude Laura – gli chiederei come ha vissuto il suo essere
ebreo. E come ne ha fatto una risorsa».
giovedì 3 febbraio dalle 20.30 - 23.30
Al
JudaFire San Domenico 12 (Quadrilatero romano) Torino
Il progetto Nigloswing deve il suo nome ad un animale caro ai Manouche, "le
Niglo", il riccio.
Il progetto nasce nel febbraio 2002 dall'incontro tra Morris Gasperini, Gabriele
Facciotti e dalla loro neonata passione per il grande chitarrista Manouche
Django Reinhardt.
E' amore a prima vista poiché l'intenzione comune è subito chiara: dare vita ad
un organico che proponga la musica di Django e del suo popolo.
La passione e l'impegno profusi nel progetto portano ai primi risultati e agli
esordi nell'attività concertistica coronata dalla partecipazione nel settembre
2004 e 2005 al festival internazionale Django Reinhardt di Torino
(www.djangoreinhardt.it) e al festival Jazz Gitane di Lyon.
[...]
La direzione e l'intenzione del progetto è stata quella di acquisire le sonorità
fondamentali della musica manouche, studiandone gli aspetti tecnici e melodici
per poi rielaborare il tutto nella speranza di produrre qualcosa di
assolutamente personale.
Lo spettacolo dei Nigloswing è interamente realizzato con strumenti acustici
tipici della tradizione manouche e si caratterizza per l'immediato impatto che
crea sul pubblico dovuto alla particolarità del genere che risulta fresco e
coinvolgente: la sezione ritmica, denominata dai manouche "Pompe", sottolinea
perfettamente le evoluzioni virtuosistiche degli altri strumenti.
Il repertorio dei Nigloswing spazia fra Swing, Swing Valse, Bossa Nova, Valse
musette e brani italiani degli anni '30 '40.
Una cena. E che cena...
Musica live... E che musica....
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L'appuntamento su
Facebook
Di Fabrizio (del 31/01/2011 @ 09:17:27, in Italia, visitato 668 volte)
Segnalazione di Maria Gabriella De Luca
LAMEZIAclick
MERCOLEDÌ 26 GENNAIO 2011 18:40 - "Un'esperienza bellissima, che mi ha insegnato tante cose, cose che non mi ha
mai insegnato nessuno". A parlare così è Armanda, una delle donne rom che ha
frequentato da settembre il laboratorio di teatro sociale organizzato dal Centro
territoriale permanente che si occupa di formazione per adulti. Un laboratorio
fortemente voluto dal dirigente Aldo Antonio Mercuri, dalla tutor del
progetto Nina Vesci e dalla mediatrice culturale Karin Faistnauer
e affidato al regista Francesco Pileggi.
Il lavoro fa parte di un progetto Pon di 120 ore, 60 delle quali sono
state dedicate a un laboratorio di tessitura. Da questo lavoro Pileggi ha tratto
ore e ore di riprese che presto diventeranno un documentario.
O forse, sarebbe meglio definirlo, un pass per entrare in quel delicato mondo
che è il vissuto e il modo di vedere il mondo degli "zingari".
Un termine da loro amato, mai rinnegato, e accolto molto più volentieri che quel
"rom" in cui non tutti si riconoscono.
Abile psicologo, oltre che regista, Pileggi li ha guidati sapientemente verso un
percorso di apertura verso il mondo esterno, in un reciproco scambio di dare ed
avere informazioni e incanalarle nel giusto modo. Si è trattato soprattutto, ha
spiegato il regista, di teatro di narrazione, un modo per fornirgli strumenti
per esprimersi, comunicare, raccontare le loro storie.
"Ma, prima, ho dovuto - ha detto - conquistare la loro fiducia, perché loro sono
coscienti di essere stati a lungo strumentalizzati. Superato questo ostacolo il
laboratorio diventa un work in progress in cui si susseguono e si scoprono
storie che io ho aiutato a tradurre in un linguaggio teatrale" Storie che fanno
parte della memoria storica di questa città, storie ora amare ora divertenti ma
comunque vere. E tramite la narrazione spesso avviene la presa di coscienza di
chi narra e di ascolta e chi assiste si trova catapultato dall'altro lato del
muro.
In quella Scordovillo fatta di bambini che si sentono a disagio quando gli viene
rimproverato di non lavarsi e che piano piano sentono le istituzioni scolastiche
come lontane, nemiche. In quei bambini cresciuti che per fuggire alle prese in
giro hanno abbandonato la scuola e hanno preso poi la licenza media nelle scuole
serali. Catapultati tra persone che non sanno in che anno sono nate, quindi,
neanche quanti anni hanno. Tra le loro cantilene pronunciate al momento di
dovere chiedere l'elemosina, tra i loro sogni di avere una casa ed uscire dal
campo e anche nella loro forza d'animo. Come quella di chi lotta da anni, seppur
giovane, con una grave malattia ma tutti i giorni lavora e guarda avanti
dimostrando la forma di energia più bella, quella dettata dalla forza interiore
e dall'umiltà.
calabriaora Tiziana Bagnato
Di Fabrizio (del 30/01/2011 @ 09:41:31, in Europa, visitato 640 volte)
Divieto d'entrata agli zingari in alcuni locali di Poznan
GIOVEDÌ 27 GENNAIO 2011 - 12:05
Alcuni ristoranti e alcune discoteche al centro di Poznan non fanno entrare
gli zingari. E se entrano vengono messi alla porta dalla sorveglianza. La
proprietaria della discoteca Cuba Libre, Klaudia Lopez, ha dichiarato senza
esitazione che ha vietato l'entrata ai zingari. "Non sono l'unica ad aver
introdotto questo divieto.
Gli zingari entrano in gruppo e fanno casino" argomenta la proprietaria. Non
tutti i padroni dei ristoranti usano la sorveglianza. Il manager del Piano Bar, Maciej Kurzawa, dichiara
"Noi rifiutiamo l'entrata agli zingari con un po' di
sensibilità, dicendo, ad esempio, che tutti i posti sono occupati". Questa
situazione l'ha sperimentata da poco il violinista, Miklosz Deki Czureja, di
origine zingara. Conosce bene il Piano Bar, ha suonato tante volte in questo
locale. Ma quando è venuto con la sua partner e la sua nipote per pranzare non
ha potuto entrare. Gli hanno detto che non c'erano posti liberi anche se c'erano
i tavoli liberi e gli altri ospiti entravano senza ostacoli. Un ospite della
discoteca Cuba Libre che è stato accompagnato fuori durante la serata che
passava con amici polacchi si è lamentato all'organizzazione degli zingari in
Polonia che poi si è rivolta alla Polizia. Ma l'indagine non è partita. I
rappresentanti della Polizia spiegano che non c'erano abbastanza ragioni per
farlo. La Fondazione dei diritti umani di Helsinki ha dichiarato che aiuterà
tutti gli zingari trattati ingiustamente a preparare la citazione.
(Polonia Oggi)
Di Sucar Drom (del 30/01/2011 @ 09:18:41, in blog, visitato 486 volte)
Repubblica Ceca, parte il progetto di alloggio garantito
Il governo della Repubblica Ceca sta preparando un progetto pilota diretto a
sostenere l'aspirazione della famiglie rom che vogliono trovare un alloggio in
affitto al di fuori dei ghetti nei quali gli zingari di questo paese sono spesso
costretti a vivere. L'aiuto sa...
Bolzano, scoppia la polemica se ai Sinti viene data la possibilità di lavorare
A seguito della polemica scoppiata a Bolzano sulla delibera di giunta che ha
affidato alla Cooperativa Aquila la gestione di un bar, pubblichiamo il
comunicato stampa firmato da Radames Gabrielli...
Il Giorno della Memoria, ONU: le famiglie non dovranno mai più sopportare quel
tipo di male sperimentato durante l'Olocausto
Ogni anno, la comunità internazionale si unisce in memoria dell'Olocausto e
riflette sugli insegnamenti a cui tutti dobbiamo prestare attenzione. Si
tratta di un'osservanza annuale d'importanza vitale...
Mantova, il Giorno della Memoria 2011
Numerose sono le iniziative per il Giorno della Memoria, organizzate nella
Provincia di Mantova. L'associazione Sucar Drom, l'Istituto di Cultura Sinta e
le Comunità sinte e rom invitano tutti alla commemorazione del Porrajmos alla
Stazione Ferroviaria di Mantova, in Piazza don Leoni. La commemorazione si terrà
giovedì 27 gennaio, alle ore 16.00, presso il Binario 1 da dove partivano i
treni...
Human Rights Watch, Italia: gli interventi politici sono ostili, violenti,
razzisti, xenofobi ma non solo...
Human Rights Watch è un'organizzazione non governativa internazionale che si
occupa della difesa dei diritti umani. La sua sede principale è a New York.
Human Rights Watch produce ricerche e studi sulle violazioni delle norme in...
Consiglio d'Europa, programma di formazione e creazione di un elenco europeo dei
mediatori sinti e rom
Il Consiglio d'Europa intende realizzare nel mese di febbraio prossimo un
Programma di formazione europeo aperto esclusivamente a mediatori interculturali
rom e sinti operanti in Enti Pubblici e realtà del privato-s...
Passpartù, campi senza case: un anno dopo la chiusura del Casilino 900
E’ passato un anno esatto dallo sgombero del Casilino 900. Il campo rom alla
periferia est di Roma era considerato uno dei più grandi d’Europa. Prima di
iniziare lo smantellamento l’amministrazione comunale aveva promesso agli
abitanti del campo alternative abitative e sostegno a...
Il Giorno della Memoria: Porrajmos
All’inizio del 1940 Guido Landra pubblica l’articolo “il problema dei meticci in
Europa” sulla rivista “la difesa della razza”. Landra scrive: “…in Europa esiste
tutt’ora un grave problema dei meticci che non si limita a quello degli ebrei e
che non si può esaurire tentando l’assimilazi...
Milano, non si ferma la furia razzista
A fine 2010, il presidente del Consiglio ha emanato la proroga dello "stato di
emergenza in relazione agli insediamenti di comunità nomadi" in Campania, Lazio,
Lombardia, Piemonte e Veneto. Come già avvenuto nel 2008, si sceglie...
Di Fabrizio (del 29/01/2011 @ 09:52:37, in Europa, visitato 550 volte)
Shoah: per la prima volta un Rom apre la commemorazione al Bundestag
GRNET.it GIOVEDÌ 27 GENNAIO 2011 14:22
Berlino, 27 gen. - Passo simbolico della Germania per il riconoscimento dello
sterminio nazista degli zingari. Per la prima volta da quando è stata istituita
la Giornata della Memoria, 16 anni fa, è stato un Rom, l'olandese Zoni Weisz, a
commemorare con un discorso al Bundestag lo sterminio di ebrei, sinti, rom e
omosessuali operato dal Terzo Reich. Finora questo ruolo era stato sempre
assegnato in Germania a personalità ebraiche o a esponenti del mondo politico.
Il presidente del Bundestag, Norbert Lammert, ha ricordato che Zoni Weisz perse
la madre, due sorelle e un fratello ad Auschwitz e il padre nel lager di
Mittelbau Dora. "Ancora oggi", ha osservato, "la più grande minoranza etnica
d'Europa, i Sinti e i rom, è anche la più discriminata". Weisz ha ricordato
l'incubo del rumore degli stivali dei soldati tedeschi: "Mi accompagnerà per
tutto il resto della mia vita", ha detto commosso. "Tutti sanno che i nazisti
hanno sterminato 6 milioni di ebrei", ha osservato Weisz che nel dopoguerra è
diventato il fioraio più famoso dei Paesi Bassi, "ma quasi nessuno sa che anche
mezzo milione di persone come noi furono eliminate e ora ho l'opportunità di
parlarne".
Zoni Weisz
Weisz ha sottolineato in particolare l'atteggiamento razzistico nei confronti
della comunità rom e sinti in Ungheria, dove "sulle porte dei ristoranti sono
affissi cartelli che vietano l'ingresso agli zingari". Zoni Weisz, il cui padre
gestiva un negozio di articoli musicali nella cittadina olandese di Zutphen,
sfuggì miracolosamente allo sterminio, poichè quando i nazisti compirono una
retata il 16 maggio 1944 si trovava per caso in visita ad una zia in un
villaggio vicino. Tre giorni dopo quel bambino di 7 anni venne scovato ed
arrestato dai nazisti in un bosco, nel quale si era rifugiato insieme ad altri
rom sfuggiti alla retata, ma successivamente era stato fatto fuggire da un
poliziotto olandese. Intanto oggi il quotidiano "Bild" pubblica parecchie foto
inedite dei corpi di prigionieri massacrati dai nazisti pochi giorni prima della
liberazione del lager di Buchenwald e di quello annesso di Ohrdruf.
Quando le truppe americane della 89ma divisione di fanteria avevano liberato il
lager il 4 aprile 1945, oltre a pochi internati ancora in vita e ridotti a
scheletri umani, avevano rinvenuto nel piazzale antistante le baracche anche i
corpi di una settantina di prigionieri, uccisi dalle SS in quanto non in
condizione di partecipare alle marce di evacuazione del campo da loro ordinate.
Le drammatiche foto erano state fatte dai militari Usa, che le avevano fatte
sviluppare ad una assistente di un fotografo di Weimar, la città di Goethe poco
lontana da Buchenwald, che aveva trattenuto per sè un'altra copia delle
immagini, rimaste inedite per 66 anni. (AGI)
Di Fabrizio (del 29/01/2011 @ 09:40:23, in Italia, visitato 465 volte)
Repubblica.it di ZITA DAZZI
Due sentenze del tribunale non sono bastate a sbloccare i progetti di
rientro, le borse-lavoro e l'assegnazione delle case. Al palo il piano Maroni,
bloccato dallo stesso ministro dell'Interno

Triboniano, anno zero. Nemmeno i camion dell'Amsa si fanno più vedere nel grande
campo rom davanti a Musocco. Gli zingari tirano a campare nelle roulotte e nei
container che stanno in piedi con lo sputo; gli abitanti dei palazzi vicini si
barricano dietro alle porte blindate. Delle 120 famiglie che dovevano esser già
lontane, solo 40 sono fuori dal ghetto.
Non hanno sortito grandi cambiamenti neppure le due ordinanze del tribunale
civile che, il 20 dicembre e
lunedì scorso, hanno dato ragione alle dieci
famiglie rom che chiedevano l'applicazione dei contratti sottoscritti ad agosto
in prefettura col Comune per l'assegnazione delle case popolari. In virtù dei
due provvedimenti, 30 persone hanno lasciato il campo e altre dieci si accingono
a farlo nei prossimi giorni. In mano le chiavi dell'alloggio che l'Aler ha
assegnato — fuori graduatoria — alla Casa della Carità perché vi ospiti le 10
famiglie maggiormente bisognose delle 120 che dal 2007 abitano nel più grande
campo autorizzato della città.
Ma con tutto il bailamme scoppiato da settembre in poi attorno alla questione
delle dieci case, nessuno pensa più che al Triboniano vivono ancora altre 79
famiglie, 385 persone. Uomini, donne e bambini che nulla sanno del loro futuro,
se non che dovranno — probabilmente entro la fine di marzo — uscire dal campo.
Nel piano Maroni per il «superamento dei campi rom» — finanziato dal ministro
degli Interni con 13 milioni di euro — oltre alle 10 case popolari per i casi
più disperati dal punto di vista sociosanitario, erano previste per le altre
famiglie progetti di rientro in Romania, borse lavoro, aiuti economici per
sostenere chi avesse cercato casa in affitto sul mercato privato, garanzie per
chi voleva aprirsi un mutuo. Di tutto questo poco o nulla è stato fatto. Una
quindicina di nuclei sono stati sgomberati dal Comune. Ma il "bubbone Triboniano"
è ben lontano dall'essere sanato.
Eppure, a stare ai proclami del maggio 2010, il campo avrebbe dovuto esser
chiuso dall'ottobre scorso. Anche perché da lì dovrebbe passare una nuova strada
per Expo 2015. «Ma è tutto fermo da quattro mesi — spiega don Virginio Colmegna,
presidente della Casa della carità — da quando il ministro Maroni e il sindaco
Moratti annunciarono lo stop all'assegnazione delle case ai rom. Ma ora occorre
rimboccarsi le maniche e rimettersi al lavoro perché al Triboniano c'è il caos,
il disorientamento completo, una sensazione di abbandono che crea tensione».
L'ultima convocazione del tavolo in prefettura fra istituzioni ed enti coinvolti
nel piano risale al 9 novembre scorso. Poi il silenzio completo, a parte il
rumore della carte bollate. A guardare i registri del Triboniano, si scopre che,
su 120 famiglie (580 persone) da ricollocare in vista della chiusura del campo,
sei nuclei (26 persone di cui 14 minori) sono rientrati in Romania; quattro (25
persone di cui 17 minori) si sono trasferiti in un appartamento privato in
affitto; due (dieci persone di cui sette minori) hanno avuto la casa popolare
attraverso la normale graduatoria; due (dieci persone di cui sei minori) si sono
trasferiti in casa ad affitto calmierato; uno (sei persone di cui quattro
minori) ha acquistato casa e si sta trasferendo nella sua abitazione. Altre tre
famiglie hanno avuto il sostegno economico previsto dal Piano Maroni e stanno
cercando casa sul mercato privato. Per quanto riguarda l'avviamento
professionale, 73 persone che hanno fatto un colloquio con gli operatori del
Celav (Centro mediazione per il lavoro) e di queste 22 hanno iniziato un
tirocinio lavorativo (due persone) o una borsa lavoro (20 persone).
Restano in attesa di notizie dal Comune le dieci famiglie (49 persone) da anni
in attesa della casa popolare con la normale graduatoria, alle quali ai primi
giorni di agosto l'assessorato alle Politiche sociali aveva promesso di
accelerare le pratiche; altre sette famiglie (26 persone) che avevano intenzione
di tornare in patria, ma sono in attesa da fine settembre di essere convocate
per la firma del progetto di rientro. «Per tutte le altre, non si è nemmeno
cominciato a pensare a un progetto, visto che abbiamo dovuto occuparci solo
delle dieci a cui era stata promessa la casa popolare — dicono don Massimo
Mapelli, direttore operativo di Casa della Carità, e Fiorenzo De Molli,
responsabile del presidio sociale al Triboniano — È ora di mettersi a lavorare
anche per loro se non si vuole arrivare allo scontro quando il campo dovrà
essere chiuso».
(26 gennaio 2011)
Di Fabrizio (del 28/01/2011 @ 09:06:07, in Italia, visitato 918 volte)

[21/01/2011] Per non dimenticare lo sterminio degli zingari

Con grande dedizione e passione per la causa del popolo Rom-Sinti che da
anni difende, la giornalista, attrice, mediatrice culturale jugoslava Dijana
Pavlovic si è messa a disposizione del Fiume per parlare di shoah, o meglio di "porrajmos",
che è la parola in lingua romanes per indicare la distruzione degli "zingari"
(circa 500.000 le vittime) che i Nazisti misero in atto accanto a quella degli
ebrei e delle altre categorie pericolose per l’ordine costituito.
E’ stato bello mettere a confronto una donna giovane, madre, e rom con ragazzi
del Liceo Artistico "Munari" di Castelmassa (Rovigo) , che dopo aver ascoltato
attentamente la storia della persecuzione, le hanno sciorinato tutti i luoghi
comuni sugli zingari che tanto piacciono alla nostra società semplificatrice.
Dijana vi ha contrapposto l’umanità di un popolo che non chiede terra, non si
bea di un qualche nazionalismo, non vive per il denaro ma per i saldi rapporti
familiari, e i bambini li fa non li ruba.
Le domande sulla realtà rom sono uscite a margine del racconto dello sterminio
degli zingari che ad Auschwitz avevano uno statuto speciale in quanto "ariani"
(originari del ceppo indiano e quindi indoeuropei come gli arii) e vennero
tenuti uniti nello "Zigeunerlager" fino alla notte tra il 2 e il 3 agosto del
1944.
Al mattino del 3 agosto i prigionieri di Auschwitz, sorpresi del silenzio che
regnava, videro il campo degli zingari deserto. Nella notte tutte le famiglie
erano state gasate.
Molto bello è stato l’incontro nella Casa Circondariale di Rovigo con un buon
numero di detenuti che ogni anno partecipano al programma che l’Uisp propone per
l’apertura alla riflessione su questo tema e che, da quattro anni, porta "Il
Fiume" a raccontare di quel che è accaduto anche in Italia.
Gli anni scorsi si è parlato di shoah in Polesine con la visita di Sandy Speyer,
da New York, nel carcere dove sua madre era stata imprigionata nel ’44 prima del
trasferimento ad Auschwitz, quest’anno con Dijana Pavlovic si è parlato di
zingari.
Così in mezzo a detenuti magrebini, egiziani, italiani, slavi, si è scoperto che
molti erano di origini rom e sinti, a addirittura "caminanti", mentre un ragazzo
italiano ha rivendicato con orgoglio di avere sposato una rom.
Nella drammaticità della situazione abbiamo capito che i presenti si sono
sentiti coinvolti, sia dalla storia del "porrajmos", sia dalla presenza tra di
loro di una che ce l’ha fatta, che ha studiato e si batte per dei diritti che
vengono negati oggi, non meno che 60 anni fa.
Non sono mancati gli screzi tra gli ospiti che avevano voglia di dire la loro,
alcuni a sproposito, altri con cognizione di causa e vera partecipazione,
Mohamed dal Marocco che in patria viveva vicino ad un campo di zingari, ne ha
elogiato le virtù augurandosi di rinascere zingaro!
Silenziose e poche le donne. Tra di loro una ragazza di colore attenta più ai
segni dell’amico nella parte degli uomini (bello che anche a questo sia servito
l’incontro, a vedersi e rompere l’isolamento) e una mamma rom di 11 figli, in
carcere per chi sa quale grave furto, che alla fine si è avvicinata a Dijana e
l’ha salutata in romanes.
Quel che abbiamo capito alla fine è che abbiamo molto da conoscere e da
imparare, prima di tutto a dare i nomi alle persone ed alle culture perché se
non si conosce, non si rispetta e se non si rispetta è l’inizio dell’odio.
Premessa: non pretendo che sia chiaro tutto ciò che scriverò, ma
concentratevi sulle foto e forse capirete.

Ho in mente il giorno della Memoria appena passato, ci ho fatto il callo: per
qualche settimana i giornali (per non parlare delle anime belle su Facebook e
dintorni) riscoprono le "vittime" di una storia accaduta 70 anni fa. Tutti a
mostrarsi "democratici" (e possibilmente carini) perché questa memoria non vada
persa, almeno un giorno all'anno.
Ma il resto dell'anno è un tritacarne sociale continuo, che vede all'opera
nuovi aguzzini e (come allora) altri (tanti) che sempre fanno finta di non
vedere, come se la violenza non riguardasse delle persone, ma ancora dei
"sotto-uomini".
Ho in mente la violenza degli sgomberi, le baracche distrutte dai bulldozer,
i bambini allontanati dalle scuole... e poi resiste un'altra violenza, meno
fisica ma descritta ampliamente in tante testimonianze dai campi di
concentramento: volere annientare moralmente una persona.

Arriviamo alle foto, quindi. Sono quello che resta di un campo che era
vivibile e vivace. E di una piccola cappella, che era stata voluta e costruita
materialmente da chi il campo lo abitava.
Così le parole di Jovica Jovic, lo scorso 13 luglio: "avevo ottenuto il
permesso per costruirla, ed ero felice. Era stata benedetta da otto parrocchie
della zona e da un sacerdote ortodosso della Croazia. Una chiesa aperta a tutte
le religioni, per distruggere il male col bene. Ce l'ho fatta ed ha avuto una
caduta positiva nel campo. Adesso non riesco a farmene una ragione, che vogliano
mandarci via e al posto della nostra chiesa mettere la quinta discarica di Rho!
E' una grave offesa a Dio e agli uomini..."
Rileggetevi tutta la storia.
Mentre crescevano le voci di chi al posto del campo voleva costruire una
discarica ("Discarica più etnia è uguale a pulizia
etnica."), io da ateo avevo l'impressione che Jovica fosse più offeso da
quella mancanza di rispetto verso i suoi profondi sentimenti religiosi, che dalla
minaccia dell'ennesimo sgombero.
Forse perché uno sgombero è solo la dimostrazione di chi ha la forza, ma i
sentimenti sono quelli che ci legano tutti come persone appartenenti ad un unico
mondo.

Lo sgombero è avvenuto (resta solo la magra soddisfazione, che poco dopo
anche il sindaco "cattolico" Zucchetti è stato sgomberato dalla sua carica), ma lo sguardo
di Jovica, tornato dal suo personale viaggio della memoria, voglio che non ci
abbandoni.

E che ci restino in mente anche il capannone ritratto nella prima immagine,
il terreno brullo che vediamo, perché PROPRIO IN QUESTI GIORNI, sono
quanto di più simile e vicino abbiamo alle foto di Auschwitz d'inverno.

Gli anni NON sono passati, ce lo ricordano queste cronache dalla Serbia e da
Arezzo di
10 giorni fa.
Il campo di Rho, la sua chiesetta, gli amici e la gioia, ricordiamoli con le
foto di
un anno fa.
Grazie ad Ivana Kerecki e
Cristina Simen per la collaborazione. Chi volesse, può richiedermi le foto in
formato originale, scrivendo a info@sivola.net
Segnalazione di Alberto Maria Melis
CorriereFiorentino.it
Il treno della memoria fa tappa ad Auschwitz-Birkenau, il campo di
concentramento costruito in Polonia nel 1941. Per i 500 studenti toscani la
storia diventa realtà. Cerimonia sulla neve: ognuno accende una candela e
pronuncia il nome di una persona scomparsa
AUSCHWITZ (Oswiecim) - Passare dalla pagina alla realtà, dai racconti alle
baracche fatte di legno e mattoni. E' quello che stanno vivendo 500 ragazzi
degli istituti superiori toscani arrivati ad Auschwitz-Birkenau, il campo di
concentramento costruito in Polonia nel 1941. Nelle ultime settimane si erano
preparati al meglio con i loro docenti ma essere qui è un'altra cosa. «Se non
funzionava, cosa ce la mettevano a fare?» chiede Tommaso, riferendosi alla stufa
in pietra presente in ogni baracca in cui venivano stipati fino a 700
prigionieri.
E' l'assurdità del male: «Le regole tedesche richiedevano che ogni
costruzione fosse dotata di stufe - risponde la guida - ma queste non venivano
mai fornite di carbone così erano inutili, per bellezza, anzi, per propaganda».
I sedici gruppi si disperdono per l'enorme campo. «E' questo quello che mi
colpisce, la vastità. Com'è possibile che nessuno abbia fatto niente?» sospira
Lisa, studentessa pisana mentre cammina verso il monumento al limitare del
lager. Marianna è rimasta colpita quando ha visto la baracca delle latrine, e si
è sentita raccontare dalla guida la trasformazione di un momento privato in un
rito brutale di degradazione: «Noi lo consideriamo la cosa più intima, mentre
invece qui erano forzati a fare tutto insieme in tempi già decisi dai
sorveglianti». Ma lo sgomento e l’emozione si può leggere sul volto di tutti i
giovani che hanno visitato Birkenau, toccando con mano la tragedia «dell’uomo
ridotto ad una macchina», sussurra Lorenzo da Arezzo. «Mi impressiona - racconta
Simone, di Montepulciano - come tutto fosse già stabilito, mi impressiona il
modo in cui è stato possibile rendere naturale ciò che era innaturale, come il
medico che, soltanto dando uno sguardo ai prigionieri che arrivavano, stabiliva
se dovevano essere gasati subito o potevano essere utili».
«Ricordare perché non succeda più» è una formula inadeguata. Almeno a giudicare
da quanto è stato più volte ripetuto ad Auschwitz Birkenau, prima fermata del
treno della memoria. Perché se quanto accaduto qui e negli altri campi di
sterminio, forse non potrebbe succedere di nuovo nelle stesse forme, il male è
ancora tra noi. Sono in molti ad esserne convinti, a partire dal presidente
della Regione che ricorda il genocidio in Rwanda, quello nei balcani e i tanti
altri stermini contemporanei cui, dice, l’opinione pubblica ha assistito inerte:
«Le nostre azioni devono corrispondere ad un principio etico che ha al centro la
persona umana. E, di qui, il diritto di ribellarsi alle ingiustizie: un diritto
che può anche avere un prezzo alto, che molti in passato hanno pagato e molti
ancora oggi continuano a pagare». Lo dice di fronte a ciò che resta dei forni
crematori, ai margini dello sconfinato campo, durante la cerimonia che vede i
ragazzi leggere i 500 nomi di altrettanti toscani deportati.
La funzione si chiude con tre preghiere, una rom, una cristiana (da
una lettera di padre David Maria Turoldo) ed una ebraica. Tutte e tre si
chiudono con la parola amen: «quella che unisce tutte le religioni» dice Arza,
diciassettenne rom che sembra imbarazzata dalla folla per la lettura del suo
intervento. Salvo diventare a un tratto sicura di sé quando, alza gli occhi,
guarda il pubblico e dice: «La persecuzione del popolo Rom è finita? No, non è
finita». E dopo spiegherà: «Importantissima la giornata della memoria, per
carità, ma il razzismo c’è ancora eccome - racconta con accento fiorentino -
ogni volta che dico di essere di origine zingara, la gente cambia sguardo nei
miei confronti. Io sono in seconda superiore al Galileo di Firenze e, siccome
non volevo che i miei compagni fossero condizionati dalle mie origini, le ho
rivelate solo quest’anno. Dopo 12 mesi insieme, sapere questo non li ha
cambiati. Vuol dire che è tutta una questione di etichette».
Anche per Lisa, studentessa di un istituto pisano, il male è lontano
dall’essere sconfitto: «Quello che mi colpisce di questo posto è la vastità.
Com'è possibile che nessuno abbia visto senza fare niente? Non c’è limite alla
cattiveria umana. Ho paura che oggi succeda anche di peggio da qualche parte nel
mondo e non ce lo dicano». Alessandro di Lucca ha già visitato Mauthausen: «Ma
qui è tutta un’altra cosa, l’altro campo sembra quasi voler nascondere l’orrore.
Qui, sarà la neve, ma mi sembra che tutto sia fermo ad allora». Sara viene da
Prato e di integrazione ne sa qualcosa: «Il razzismo c’è ancora. Lo vedo tutti i
giorni in ciò che succede da noi: la comunità cinese e quella italiana non si
incontrano, vivono del tutto separate, non esiste convivenza». Mercoledì, i
viaggiatori del Treno della Memoria faranno tappa al campo madre di Auschwitz 1,
e nel pomeriggio i ragazzi incontreranno i testimoni, gli storici e i
rappresentanti delle associazioni presso il cinema Kijow di Cracovia.
Edoardo Lusena - 25 gennaio 2011
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