Rom e Sinti da tutto il mondo

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Conoscere non significa limitarsi ad accennare ai Rom e ai Sinti quando c'è di mezzo una disgrazia, ma accompagnarvi passo-passo alla scoperta della nostra cultura secolare. Senza nessuna indulgenza.

La redazione
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\\ Mahalla : VAI : Kumpanija (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Fabrizio (del 06/04/2010 @ 09:50:23, in Kumpanija, visitato 1751 volte)

Da Mundo_Gitano

 Bambina rom nell'accampamento di Itaquaquecetuba. Photograph: Paulo Pepe - The Guardian weekly

Natalia Viana dice che finalmente i Rom sono ascoltati dopo secoli di discriminazione in Brasile - uno dei pochi paesi che hanno avuto un presidente di discendenza rom

31/03/2010 - Elizete de Cardoso dice, "I nostri giorni sono duri. La gente ci sfugge. Hanno paura." E' la moglie del capo dell'accampamento rom di Itaquaquecetuba, alla periferia di san Paolo.

Dentro le tende arancioni, donne con vestiti lunghi e colorati, accovacciate sul pavimento sporco bevono caffè. Mescolati tra loro, stoffe rattoppate, vasellame, stereo e TV. Sono appena tornate dal loro giro giornaliero nel centro città, dove leggono la mano, guadagnando l'equivalente tra i 10e i 12 $ al giorno.

Il campo non ha elettricità ed acqua potabile, anche se le famiglie vivono lì da oltre 20 anni. Non ci sono servizi igienici per i 100 residenti.

Soltanto poche amministrazioni locali in Brasile forniscono terreno per i Rom. In molti posti, come ad Itaquaquecetuba, vivono su di un terreno privato a perenne rischio di sgombero.

Ma stanno per arrivare dei cambiamenti. Nel 2006 il Brasile ha dichiarato il Giorno Nazionale dei Rom. L'anno scorso il ministero della cultura ha stabilito dei premi per iniziative che preservino e disseminino la cultura rom. E' stata pubblicata una guida ai diritti dei Rom. La sua autrice, Mirian Stanescon, avvocata rom da Rio de Janeiro, dice: "E' la prima volta che un governo ascolta i Rom."

Tornate al campo, le ragazze scorazzano. In poche hanno mai frequentato una scuola. Il governo stima che il 90% dei Rom nei campi sia illetterato. Il conciatore Claudinei Pereira ricorda la sua lotta per mandare il figlio più grande a scuola: "Quando dissi che ero uno zingaro, mi risposero che non c'era posto."

Molti Rom parlano la loro lingua nei campi. In pochi hanno un certificato di nascita. I matrimoni combinati a 13-15 anni sono comuni.

Però è cambiato il lavoro. Al posto dei tradizionali carri a cavallo, il mezzo principale sono macchine usate, spesso senza documenti. "Vendiamo e scambiamo automobili, beni riciclati, ed apparecchiature dal Paraguay," dice Euclides Ferreira, il capo del campo.

Il vice segretario per la promozione dei diritti umani, Perly Cipriano, dice che il suo dipartimento sta cercando di persuadere le amministrazioni locali ad aiutare i Rom. Il principale problema, dice, è la mancanza di documentazione autorevole sulla cultura ed i bisogni dei Rom.

Problemi non nuovi per i Rom. I primi ad arrivare in Brasile furono deportati dal Portogallo tra il XVI e il XVIII secolo. Una volta qui, la loro lingua venne proibita, furono perseguitati dai governi locali, e mandati di città in città. Nel 1700 alcune città nello stato di Minas Gerais richiesero di detenere i Rom e sequestrare i loro beni. Altri Rom arrivarono con gli immigrati dall'Europa dell'est nel XX secolo. Ufficialmente vennero banditi, ma molti mentirono sulle loro identità.

Questa storia di discriminazione continua ad avere conseguenze oggi, secondo Yáskara Guelpa, rappresentante rom alla Commissione Nazionale delle Comunità Tradizionali. "C'è un enorme pregiudizio nella sanità e nell'istruzione. Per esempio, se una ragazza zingara va a scuola con la gonna lunga, l'insegnante non capisce e le chiede di portare i pantaloni - e questo è contro la nostra cultura."

Non c'è mai stata una ricerca nazionale sui Rom, anche se il governo dice che il prossimo censimento includerà una categoria rom. Stime indipendenti danno il loro numero tra i 250.000 ed un milione.

In molti casi, l'unica presenza dello stato nei campi è la polizia. Padre Rocha, prete cattolico, ha testimoniato scene di abusi polizieschi. "La polizia non riconosce che per i Rom la tenda è la loro casa e quindi è inviolabile secondo la costituzione. Entrano nel campo con aggressività, colpendo le pentole sul fuoco e gridando alle persone," dice.

"Avrei voluto studiar legge per fermare le estorsioni della polizia. Quando trovano un'auto senza documenti, chiedono [10 $] e gli uomini devono trovare il modo di ottenerli. Una volta, in un campo a Espírito Santo, protestai e venni ammanettato."

Non tutti i Rom brasiliani sono nomadi o poveri. Yáskara Guelpa è una giornalista che vive in un elegante quartiere di San Paolo. Ma, dice, "Non vado in giro a parlarne. Il pregiudizio è ancora troppo forte."

Anche Adriana Sbano si sente obbligata a nascondere la sua ascendenza. "Lavoro in una scuola-bene e me ne sto tranquilla, perché non si sa quale potrebbe essere la reazione. Non posso rischiare di perdere il lavoro," dice.

Jucelho Dantas da Cruz, professore biologo all'Università Statale di Feira de Santana, è uno dei pochi che non ha mai nascosto la sua identità. "Anche se alcuni studenti lo trovano strano, sono un Rom, cuore ed anima. Sarebbe un crimine negare le mie origini."

Il Brasile è uno dei pochi paesi ad aver avuto un presidente di discendenza rom, Juscelino Kubitchek, che fondò la capitale Brasilia nel 1963. Ma non ammise mai le sue origini. Fu lo storico rom Rodrigo Correa Teixeira che trovò i documenti che mostravano come il nonno di Kubitchek fu uno dei primi Rom dall'Europa orientale ad installarsi in Brasile.

Cipriano ritiene che la politica stia lentamente aiutando a cambiare l'attitudine verso i Rom.

Concorda Yáskara Guelpa: "Con tutti i problemi ed errori, dobbiamo ammettere che questo governo ha aperto le porte ai Rom per dire: Esistiamo."

 
Di Fabrizio (del 08/04/2010 @ 08:50:13, in Kumpanija, visitato 1607 volte)

Segnalazione di Alessandra Meloni

Per ascoltare la registrazione, clicca sull'immagine

In occasione della giornata mondiale di Rom e Sinti, che si celebra in tutto il mondo l'8 aprile, dedichiamo la puntata de L'Arca dei Diritti ad approfondire e capire quali sono le condizioni di vita di questa popolazione in Europa e in particolare nel nostro paese. L'intento è ancora una volta quello di comprendere il perché del diffuso razzismo nei confronti di una minoranza che vive da anni ogni forma di discriminazione e che, come gli ebrei, ha vissuto durante il periodo nazi-fascista, un vero e proprio olocausto. Delle ragioni storiche e sociali del dilagare di fenomeni discriminatori abbiamo discusso con numerosi ospiti.
Sono intervenuti: Alessandra Meloni, del coordinamento dei diritti sociali, economici e culturali della sezione Italiana di Amnesty International, Luca Bravi docente presso l'università di Firenze e autore del libro " “Tra inclusione ed esclusione, una storia sociale dell’educazione dei Rom e dei Sinti in Italia”, Alexian Santino Spinelli, rom italiano, musicista e docente universitario, Marcello Maneri, ricercatore presso il dipartimento di sociologia e ricerca sociale, della facoltà di Sociologia dell'università degli studi di Milano Bicocca, Fernando Vasco Chironda dell' Ufficio Campagne e Ricerca di Amnesty International Italia, Umiza Halilovic, portavoce del campo rom Cesare Lombroso di Roma.

 
Di Fabrizio (del 09/04/2010 @ 09:38:52, in Kumpanija, visitato 2231 volte)

Da Baltic_Roma (interessante ma lunghetto. Potete farcela, lo so)

Roma Buzz Aggregator Bruxelles 10 marzo 2010 - concetti chiave di Ian Hancock  

Al primo incontro della Commissione Europea sul popolo romanì (in tutto il testo si usa il termine romanì per comprendere le varie popolazioni rom, sinte, kalé e romanichals, ndr) nel settembre 2008, il presidente José Manuel Barroso disse "la drammatica situazione dei Rom in Europa non può essere risolta a Bruxelles", e premeva perché quella "non diventasse solo un'altro incontro di chiacchiere". L'unica decisione presa fu di indire un altro incontro. Così ora ci troviamo un'altra volta a Bruxelles, e siamo proprio qui a discutere su come risolvere la drammatica situazione. Non lasceremo niente di irrisolto, continueremo a cercare e forse potremo esplorare nuove direzioni che ci porteranno alle soluzioni che tutti noi cerchiamo.

Prima di iniziare questo incontro molto importante, mi è stato chiesto di condividere con voi alcuni pensieri sull'attuale situazione dei Rom, tanto dalla prospettiva contemporanea che da quella storica, e di fornire alcuni spunti sui principali elementi che dovrebbero essere considerati quando si pianificano le future politiche ed i programmi per l'inclusione dei Rom.

I due decenni passati hanno visto enormi cambiamenti sia per il popolo romanì, che per quanti ci studiano e lavorano con noi. Per molti romanì, questi cambiamenti hanno significato adattarsi un'altra volta a nuovi ambienti tipicamente ostili, cercando sicurezza nel lavoro, nell'istruzione, nell'alloggio e nell'assistenza sanitaria e legale. Per il mondo non-romanì ha significato fare posto ai nuovi arrivati, che si presentano con un bagaglio complesso di stereotipi ed un'eredità di persecuzioni.

Dopo il collasso del comunismo venti anni fa, centinaia di migliaia di Rom dell'Europa orientale si sono riversati verso ovest in cerca di una vita migliore. Per gli occidentali, una colorita ed assolutamente inoffensiva popolazione che era ristretta nell'opinione pubblica a film e libri di racconti, improvvisamente divenne una presenza reale ed evidentemente minacciosa. Questo non ha riguardato la sola Europa occidentale; pure nei paesi d'oltreoceano ci sono stati casi simili, basta vedere la ricezione ostile dei Rom dalla Repubblica Ceca e dall'Ungheria in Canada, per esempio.

Quattro anni fa in Italia c'erano 180.000 Romanì, ma oggi sono meno di un quarto di quel numero. Tra loro, quelli dalla Romania sono meno di 6.000, 4.500 dei quali sono incarcerati, soprattutto per accattonaggio, furto, resistenza ed ingresso illegale (queste cifre - di cui ignoro la fonte - non corrispondono ai dati ufficiali sulla presenza di Rom e Sinti in Italia, ndr). Questi sono, incidentalmente, proprio gli stessi crimini esposti nello Zigeunerbuch di Dillman del 1905, che spianò la strada al genocidio nazista. Non ci sono proiezioni certe di quanti Rom siano ora apolidi attraverso l'Europa, anche se le stime danno un numero di 10.000 in Bosnia, 1.500 in Montenegro, 17.000 in Serbia e 4.090 in Slovenia.

I rapporti rilasciati dall'Agenzia UE per i Diritti Fondamentali lo rendono chiaro in maniera cristallina: il razzismo contro i Rom è dappertutto in crescita attraverso l'Europa. Oggi i Rom sono poveri, marginalizzati, disoccupati e senza casa (o mal alloggiati) come mai in passato. Sono tanto lontani dal vivere la vita di normali cittadini nel loro paese come lo erano prima dell'espansione UE, e vengono fatti paragoni con l'atmosfera della Germania negli anni '30. Negli ultimi due anni, almeno dieci Rom sono stati uccisi - e questi sono solo i casi riportati. Si stima che l'80% degli incidenti di antiziganismo non siano stati denunciati. Le famiglie sgomberate lasciate per strada dopo che i loro insediamenti sono stati demoliti sono particolarmente vulnerabili ad atti di violenza di bande ostili. Sono comuni pestaggi e violenze.

Nel settembre 2001, un lancio d'agenzia della BBC dichiarava che il Consiglio d'Europa "ha lanciato una rovente condanna sul trattamento dell'Europa verso la comunità zigana, dicendo che sono oggetto di razzismo, discriminazioni e violenza... le Nazioni Unite dicono che sono il più serio problema nei diritti umani in Europa." Un editoriale di The Economist nel 2005 descriveva i Romanì in Europa come "in fondo ad ogni indicatore socio-economico: i più poveri, i più disoccupati, i meno istruiti, con la più bassa aspettativa di vita, i più dipendenti dal welfare, i più imprigionati e più segregati." Un rapporto UE la chiamava "una delle più importanti questioni politiche, sociali ed umanitarie nell'Europa di oggi". Siamo a metà nel Decennio dell'Inclusione Rom, ma chiaramente i risultati degli sforzi per arrivare ad un cambiamento devono essere ancora giudicati, e sinora non abbiamo fatto molto bene.

Pure quanti sono passati prima di noi non hanno avuto successo. Stavo leggendo recentemente un rapporto di quarant'anni fa, pubblicato da Studi Sovietici, che descriveva la situazione dei Rom in un particolare paese del blocco orientale. Vi si dice che mentre il sistema aveva creato tutti i prerequisiti necessari per affrontare il "problema Zingaro", quei "prerequisiti" non stavano funzionando. Quel "problema Zingaro" era descritto come "mancanza di comprensione della formula deterministica Marxista" da parte dei Rom, incolpati per aver ereditato le nozioni pre-comuniste del capitalismo e, con una o due eccezioni, gli Zingari erano ancora "mendicanti, ladri, violenti ed un flagello nel paese," cito da un rapporto governativo. Eravamo da rimproverare perché eravamo deliberatamente antisociali aderendo alla nostra distinta identità, dato che come popolo, dicevano, provenivamo dallo stesso ceppo razziale della popolazione non-romanì. Ciò contraddice, tra l'altro, un ministro degli esteri rumeno, che dichiarava pubblicamente non molto tempo fa che la criminalità è una caratteristica razziale, che ci pone a parte dal resto della popolazione. Non soddisfacevamo la definizione di Stalin di nazionalità, sostenevano quei rapporti, perché "non possedevamo né un comune territorio, né una cultura comune ed un unico modo di vita." L'ideologia marxista diede ai Rom un'identità sociale, ma non una etnica.

Quattro decenni di comunismo non sono bastati a risolvere il loro "problema Zingaro", ed altre due decadi che sono passate non hanno compiuto molto. E vero che abbiamo visto un certo numero di cambiamenti positivi, per esempio il governo ceco ha recentemente bandito il Partito dei Lavoratori, in quanto xenofobo ed una minaccia alla democrazia, citando espressamente i suoi attacchi contro i Rom. Ma per ogni passo avanti, c'è chi opera contro di noi. Il governo francese è appena finito sotto le critiche per aver mancato di fornire una sistemazione adeguata ed il diritto di voto ai Viaggianti; il più recente rapporto sulla Svizzera della Convenzione Quadro per la Protezione delle Minoranze Nazionali ha detto che non stava studiando la possibilità di ratificare la Convenzione 169 dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro a causa delle preoccupazioni che il trattato potrebbe significare per i Rom; il Canada sta progettando una nuova legge sull'immigrazione che darà al Ministero dell'Immigrazione il potere di dichiarare quale paese sia sicuro in Europa, così da stabilire da quali paesi non possano arrivare i rifugiati. Possiamo prevedere che tutti i paesi UE rientreranno in questa lista, cioè che con la nuova legge i Rom non potranno più chiedere asilo in Canada.

E' quasi prevedibile che qualsiasi rapporto formale sui Rom userà la parola problema; una rapida ricerca che ho fatto il mese scorso su Internet delle parole "problema Zingaro (Gypsy problem nell'originale, ndr)" scrivendo questa presentazione, mi ha ridato oltre 22.000 risultati. Ripeto: una ricerca su Internet delle parole "Gypsy problem" mi ha ridato oltre 22.000 risultati.

Dovrebbe forse essere più apertamente riconosciuto che abbiamo anche un problema gadjo; dopotutto, quei 22.000 risultati su Internet non sono originati con noi. Ma la realtà è che noi Romanì e voi gadjè abbiamo tanti problemi l'un l'altro. E devono essere affrontati [...] proprio come in un matrimonio riuscito le parole chiave sono comunicazione e compromesso.

Vivo, come un numero crescente di Romanì, con un piede in due mondi, e posso identificare diverse di queste tematiche da entrambe le prospettive. Il mondo non-Romanì ci vede come eterni outsider, che non vogliono ancora adattarsi, viventi di furti ed inganni, che tutto prendono mentre non contribuiscono a niente, eccetto forse l'intrattenimento - urlanti, sporchi e con una coda di disordine dietro di noi.

Dal nostro punto di vista, il problema più schiacciante con i gadjé è il razzismo. E' direttamente alla base e sostiene gli altri problemi - quelli della povertà, della disoccupazione, della scuola, della sanità e della casa, e nei diritti umani e civili. La povertà di alcune popolazioni romanì è assolutamente opprimente. Nel 2006 un rapporto della Banca Mondiale diceva "I Rom sono il gruppo a rischio più povero in molti paesi dell'Europa Centrale ed Orientale. Sono più poveri di altri gruppi, più facili a cadere nella povertà, e più facili a rimanere poveri. In alcuni casi i tassi di povertà per i Rom sono dieci volte superiori a quelli dei non-Rom. Una recente ricerca ha trovato che quasi l'80% dei Rom in Romania e Bulgaria vivevano con meno di $4,30 al giorno... persino in Ungheria, uno dei paesi di nuovo accesso più prospero, il 40% dei Rom vivono sotto la linea di povertà." George Orwell scrisse che "il primo effetto di povertà è che uccide il pensiero." Benché vederci come vittime, è un gioco a perdere; dobbiamo usare le nostre capacità per cambiare la nostra situazione, e se non abbiamo queste capacità dobbiamo acquisirle. Infine, dobbiamo contare su noi stessi. Il mondo fuori non risolverà per noi i nostri problemi e se ce lo aspettiamo, sarà una lunga lunga attesa.

Quindi, che fare?

Una gran targa sul muro del mio ufficio recita che L'Istruzione è il Passaporto per la Libertà. Lo credo fermamente, e insisto perché facciamo dell'istruzione la nostra più alta priorità nelle discussioni che seguono qui a Bruxelles. Non elaborerò sulle questioni più pesanti che provengono dal razzismo, la soluzione verrà una volta che adeguati programmi educativi verranno progettati ed applicati. Così come questioni riguardo il lavoro e la casa esistono a causa del razzismo, la loro soluzione arriverà attraverso l'istruzione. E non parlo semplicemente di educare il popolo romanì, ma anche la popolazione non romanì.

Ho puntualizzato recentemente in una pubblicazione che la vaghezza riguardo l'identità romanì ha permesso la manipolazione con indifferenza di chi ci è estraneo, e questo mi porta al punto focale del mio discorso [...]. Se avessimo saputo chi siamo, e avessimo avuto la possibilità di essere ascoltati, avremmo potuto dire la nostra su come siamo ritratti. Se un giornalista vuol dire che siamo originari dell'Egitto, come è successo di recente, chi siamo noi per dire che non è così, e cosa diremmo per correggerla, e dove mai sarebbe ascoltata e conosciuta questa protesta? Abbiamo perso noi la nostra storia molti anni fa così non possiamo raccontarla, ed il mondo non-romanì non si tirato indietro nel fornire varie identità al posto nostro. Non credo che potremo fare la storia se non ne conosciamo la nostra; Alain Besançon ha detto che "un uomo senza memoria è assolutamente plasmabile. E' ricreato in tutti i momenti. Non può guardarsi indietro, neanche sentire una continuità con sé stesso o preservare la sua identità." Finché i racconti sugli Zingari influenzeranno i giornalisti ed il ritratto romanzesco che ne consegue, finché gli esperti dell'ultimo momento nei media saranno fiduciosi di poter scrivere senza nessun controllo, finché la loro immaginazione avrà le briglie sciolte, continueremo ad "essere ricreati ad ogni momento," come dice Besançon, senza mai il controllo della nostra identità.

Senza istruzione non possiamo essere articolati, manchiamo di una voce abbastanza forte. Ci lamentiamo, ma non siamo uditi. Ci recente cinque membri dell'Alleanza Civica Rom presenti ad una conferenza sui Rom a Bucarest, sono stati allontanati quando hanno criticato l'inazione del governo. La loro voce è stata soffocata. Senza istruzione non possiamo dire chi siamo e da dove veniamo, e come abbiamo avuto la forza e la determinazione di sopravvivere a secoli di persecuzioni, schiavitù e genocidio ed essere ancora qui. Quando avremo i nostri educatori, avvocati e dottori, non avremo più bisogno di appoggiarci al mondo esterno, e di andare dai gadjé con le mani protese. Fintanto continueremo a farlo, non saremo mai rispettati. A tal riguardo, non vogliamo che i non-romanì ci amino, ma vogliamo il loro rispetto.

I programmi di studi per i Rom devono essere pianificati con attenzione. Promuoveranno l'integrazione o l'assimilazione? Le generazioni più anziane saranno confortate nel sapere che non si tratta di convertire i loro figli in gadjé, cosa che è la grande paura tra i Romanì d'America. A sua volta, la formazione sui romanì nelle scuole pubbliche deve presentare la nostra storia e cultura in maniera uniforme.

Ho già menzionato i media. Mentre potrebbero essere un potente alleato, sono assolutamente l'opposto. Un quarto di secolo fa Kenedi Janós scrisse "i media di massa, in maniera velata, e spesso esplicita, incitano l'opinione in una direzione anti-zingara." I giornali disseminano regolarmente opinioni spacciandole per notizie. I giornali plasmano la mente delle persone. Creano attitudini. Quando il più grande quotidiano rumeno, Evenimentul Zilei, scrisse che "Si ritiene che gli Zingari siano geneticamente inclini a diventare criminali" ripeteva le ragioni di Hitler per lo sterminio dei Romanì nel III Reich. Quando un altro giornale rumeno, Cronica Romana, avvisa i clienti a non fare affari con un venditore perché "il colore della sua pelle" è indicativo del suo essere "poco credibile", il messaggio è chiaro. E questa non è un'attitudine ristretta alla sola Europa centrale e orientale. In Inghilterra titoli come "Zingari! Non potete entrare!" dal Sunday Express o quello del Sun "Quanto tempo prima di mandarli fuori a calci?", per esempio, hanno infiammato l'ostilità pubblica e segnato l'opinione pubblica con l'antiziganismo. Sono rimasto scioccato nell'apprendere che la Foreign Press Association ha appena premiato la produzione della BBC "Bambini Zingari Ladri" col Media Award per la miglior Storia Televisiva dell'Anno. La mossa irresponsabile da parte della BBC, nel trasmetterlo per la seconda volta nonostante le proteste delle organizzazioni romanì in seguito alla prima proiezione sei mesi fa, a cui la Foreign Press Association ha replicato che lo scopo di "aumentare la comunicazione e la comprensione tra le ricche diversità delle culture di questo mondo e la comunità globale" è un travisamento. Dal documentario non arriva nessuna comprensione della situazione di quei bambini, ed in nessun modo ha presentato la nostra "ricca cultura". Invece ha aiutato a rafforzare ancora di più la crescente romafobia in Bretagna, il paese dove sono nato, assicurando nuovi titoli d'odio nei giornali. Il documentario è stato presentato anche in Italia ed in Belgio, e sono arrivate proteste dal Centro Belga per l'Uguaglianza e dall'Autorità di Supervisione dei Media per gli Audiovisivi del Belgio.

Anche la stampa d'intrattenimento può perpetuare stereotipi, come solitamente quelli di romanzesco, di magico e mistero. Due titoli recentemente pubblicati sono quello di Sasha White "Cuore Zingaro"; leggo sulla copertina: "Può un uomo piegato alla sedentarietà convincere una donna dallo spirito libero... a rischiare il suo Cuore Zingaro? Attenzione: questo libro contiene immagini esplicite di sesso con linguaggio contemporaneo," e quello di Isabella Jordan "Zingari, Vagabondi e Calore: un'Antologia del Romanzo Erotico", che recita ai lettori: "Perdetevi negli occhi scuri e nella sfera di cristallo di un amante zingaro!"

Anche i film presentano i Romanì in maniera negativa, soprattutto quelli di intrattenimento. Ora con Il Lupo Mannaro, un anno fa guardavamo Drag Me to Hell e prima Thinner. La prima esperienza con gli Zingari dei miei studenti fu attraverso la versione disneyana del Gobbo di Notre Dame. Su internet c'è un link apposta per "Film zingari maledetti (Gypsy curse movies, ndr)", e digitandolo su Google ritorna oltre 64.000 risultati.

Mentre nel documentario della BBC c'era un rapido riferimento alle vergognose esperienze provate dai Rom nell'Europa di oggi, non è stato fatto nessun tentativo o analisi per spiegare come si sia arrivati a questa situazione, nessuna spiegazione della profonda eredità psicologica che i Rom rumeni hanno ereditato da 550 anni di schiavitù, a dire il vero neanche una menzione a questa schiavitù, quando sono stati gli ex schiavisti a ricevere un indennizzo dal governo per la loro perdita, quando non è stato creato nessun programma per aiutare l'integrazione degli ex schiavi romanì, non istruiti e senza un soldo, nella società libera. Non c'è menzione in quel documentario neanche al fatto che dopo l'Olocausto i sopravvissuti romanì al genocidio ritornarono dai campi senza alcun aiuto, senza indennizzi di guerra, a ricostruire le loro vite frantumate in un mondo ostile dove le leggi contro di loro erano ancora in vigore.

I Cinesi dicono che l'inizio della saggezza è chiamare le cose col loro nome esatto. Se trattiamo gli "Zingari" come un popolo unico, una "comunità", stiamo semplificando una situazione complessa ed ignorando le grandi differenze che distinguono le differenti popolazioni romanì. A luglio2007, Newsweek International pubblicò una storia intitolata "In tutto il mondo, la gente sta abbracciando la cultura dei Rom", ma naturalmente non abbiamo una singola cultura, e le culture che abbiamo di sicuro non sono abbracciate dai popoli di tutto il mondo. [...] I Kaale finnici ed i Calé spagnoli hanno tra loro più differenze che similitudini; i Romanichals differiscono considerevolmente dai Kalderasha, e così via. Queste differenze sono state usate per negare alle popolazioni romanì qualsiasi identità etnica condivisa, ed invece per usare criteri sociali e comportamentali per definirci. La citazione di prima da Studi Sovietici è un esempio di quel modo di pensare, e tante volte ho ripetuto le parole del sociologo ceco Jaroslav Sus, che osservava come ci fosse "un'opinione assolutamente falsa che gli Zingari formino una nazionalità o una nazione, che abbiano una propria cultura nazionale, una propria lingua nazionale."

Invece di pensare negativamente in termini di identità, sulle cose che rendono differente un gruppo dall'altro, dovremmo pensare a tutto ciò che condividiamo in termini di lingua, cultura ed ascendenza. Dopo tutto, è il patrimonio che abbiamo portato in Europa. Le caratteristiche che ora ci dividono sono state acquisite dal mondo non-romanì.

Torniamo a quelli che secondo me sono i principali punti in questione.

Primo: procederemo guardando ai Rom d'Europa come una popolazione definita etnicamente o socialmente? E' chiaro che sinora si è trattato soprattutto del secondo caso, cosicché Romanì e non-Romanì sono stati solitamente raggruppati assieme, ad esempio dalle varie organizzazioni e festival Rom e di Zingari Viaggianti. Certamente, la causa comune è la ragione perché differenti gruppi lavorino insieme, e se è il caso continuino a farlo. Ma insisto che non è stata fatta abbastanza opera di conoscenza sulla distinzione culturale dei popoli romanì, distinzione di cui si deve tener conto, per esempio, nelle aree dell'insegnamento o della casa. Il fatto è che differenti sottogruppi romanì non sono ansiosi di lavorare tra loro, avendone la possibilità, lasciati soli con gruppi non- romanì che, dal punto di vista romanì, sono dopotutto gadjé.

Se i Rom devono essere guardati etnicamente, ci sono diverse questioni che saltano fuori immediatamente. Difatti, possiamo parlare di UN  popolo romanì? Bene, la risposta è sì e no. Provo a spiegarmi meglio.

Un'origine militare per i Romanì non è una nuova idea, in un secolo e un quarto di ricerche, studiosi come Goeje, Clarke, Leland, Burton, Kochanowski, Bhalla, Courthiade, Mróz, Haliti, Lee e Knudsen hanno concordato su questa ipotesi - l'invasione ghaznavida nel primo quarto dell'XI secolo portò alla fuga dall'India. Il lavoro di Soulis, Fraser, Marushiakova & Popov e più recentemente di Marsh hanno ancora di più dimostrato che fu l'espansione dell'Islam il principale fattore nella migrazione dei nostri antenati dall'Asia all'Europa durante il periodo medievale. Non scenderò qui nei dettagli storici e linguistici, sono presentati in un libro sui miei scritti di Dileep Karanth che a breve verrà pubblicato dall'Università di Hertfordshire. L'importante ora è capire che i nostri antenati non furono mai un popolo unico con un'unica lingua quando lasciarono l'India, ma includevano diverse componenti etnolinguistiche.

Altrove ho argomentato che come la nostra lingua, la nostra identità come Rom proviene dal periodo sedentario anatolico, lo status preciso di Indiani e la varietà dei linguaggi si cristallizzarono nella lingua e nel popolo romanì, particolarmente sotto l'influenza dei Greci bizantini. Non c'erano "Rom" prima dell'Anatolia.

Qui vorrei avanzare una prospettiva differente che, ritengo, fornisca un'alternativa di comprensione alla questione dell'identità, e sul perché la questione dell'identità confonda giornalisti e sociologi, e perché ci causi così tanti problemi.

Alla luce dei dettagli delle nostre origini e della nostra storia sociale condivisa o meno, bisogna trarre alcune conclusioni: Primo, che si tratta di una popolazione composita sin dall'inizio, che allora venne definita in base all'occupazione piuttosto che sull'etnia; Secondo, che mentre le componenti originarie - linguistiche, culturali e genetiche - sono tracciabili in India, essenzialmente costituiamo una popolazione che ha acquisito la sua identità e lingua in Occidente (accettando l'Impero Bizantino, cristiano e di lingua greca, come culturalmente e linguisticamente "occidentale"), e Terzo, che l'ingresso in Europa da quella che attualmente è la Turchia non avvenne come un popolo singolo, ma attraverso diverse migrazioni più piccole e forse in un intervallo di due secoli. Questi fattori combinati hanno creato una situazione in un certo senso unica, siamo cioè una popolazione di origine asiatica che ha passato essenzialmente l'intero periodo della sua esistenza in Occidente. Siamo il proverbiale pezzo quadrato che si tenta di infilare in un foro rotondo.

Visto che la popolazione era frammentata e si spostava in Europa nello stesso periodo in cui emergeva come identità etnica, non c'è senso di essere mai stati un popolo singolo ed unificato in un posto in determinato periodo. Possiamo parlare di "centro di ritenzione diretta" consistente di fattori genetici, linguistici e culturali tracciabili dall'Asia ed evidenti in misura maggiore o minore in tutte le popolazioni che si identificano come romanì, ma dobbiamo anche essere coscienti che tutte queste aree sono state aumentate attraverso il contatto coi popoli e le culture europee, e sono gli accrescimenti posteriori che rappresentano le differenze a volte estreme tra gruppo e gruppo.

Per qualcuno, la cultura romanì "pura" è stata praticamente diluita, talvolta da deliberate politiche governative come in Ungheria o Spagna nel XVIII secolo, anche se tali popolazioni sono nondimeno guardate come "zingaresche" dalla società maggioritaria sulle basi di apparenze, vestiti, nomi, occupazioni e stazionamento e come tali trattate, senza avere una tradizionale comunità etnica in cui cercare rifugio. All'estremo opposto sono le popolazioni romanì di numeri sostanziali, come i Vlax o i Sinti, che vigorosamente mantengono lingua e cultura e che a causa di ciò sono tenute fuori dall'accesso alla società europea maggioritaria. A causa di questa, non esiste una soluzione educativa unica buona per tutti i gruppi. Abbiamo bisogno di programmi specifici per gruppo - nel quadro delle più ampie specifiche nazionali.

Mentre questi forniranno la conoscenza di un'origine comune e della storia precedente, e spiegheranno le nostre differenze, non devono intendersi per unire tutti i gruppi in uno. Resta da vedere quale tipo di relazioni creeranno, ma idealmente dovrebbe ottenersi una sorte di comunanza - nei numeri c'è la forza.

Il secondo punto che vorrei fosse discusso riguarda i danni psicologici dovuti alle persecuzioni - non soltanto la paura che i Rom vivono giornalmente in molte parti, paura che ha effetti tanto mentali quanto fisici, ma il danno psicologico più profondo che la storia ha modellato. Non credo che vi sia stata data la dovuta attenzione. Nel 988 in Austria, nell'anniversario dell'Anschlüss, i sopravvissuti romanì raccontarono al reporter del London Times di essere ancora tormentati dalla paura delle ricorrenti persecuzioni naziste. Ci sono storie di isolate famiglie romanì nell'estremo est d'Europa che credono che i nazisti siano ancora al potere.

Alcuni Romanì pagano altro, un'eredità più pesante - una prospettiva di vita trasmessa da centinaia d'anni di schiavitù. Per oltre cinque secoli, i Rom Vlax non hanno avuto alcun potere decisionale. Questo ha creato un punto di vista che vede la situazione di Roma creata da chi non lo è, ed avendo questi generato il problema, sono a loro volta responsabili del trovare una soluzione. Non avendo autonomia interna o potere di risolvere i problemi, gli schiavi dovevano rivolgersi ai gadjé per ogni cosa. Se, per secoli, un popolo ha vissuto in una società dove ogni singola cosa, incluso cibo, vestiti e persino la/lo sposa/o era fornito dall'esterno, a discrezione del padrone, e l'ottenere qualsiasi extra, favori inclusi, dipendeva dal rapporto con quel padrone, si installa così il presupposto che è così che si sopravvive nel mondo. E mentre la schiavitù è stata abolita da un secolo e mezzo, sopravvivono rimasugli di quel modo di pensare. Non solo l'assistenza ed i beni materiali sono ricercati all'esterno piuttosto che nella comunità, ma anche il coltivare contatti utili ed influenti fuori dal mondo romanì è una priorità, e diviene un segno di prestigio. Uno può diventare il leader ella sua comunità su questa semplice base. Questo modo di pensare non incoraggia l'auto-determinazione o l'iniziativa personale, ma prima di essere individuato e cambiato, dev'essere compreso.

Per finire vorrei dire qualcosa su quanti talvolta sono chiamati pasaxèrja in Vlax americano. E' una parola che significa "passeggeri" e si riferisce non a quanti genuinamente vogliono lavorare con noi e ci aiutano nel cambiamento - sono benvenuti - ma invece a chi si è attaccato al carrozzone dell'Industria Zingara, chi ne ottiene un guadagno, scrive una o due cose su di noi quando l'argomento è scottante, e poi sparisce. E' gente che non ci conosce socialmente, e non ha comprensione sulla mentalità o cultura romanì. L'autore di uno dei più quotati lavori sull'etnopolitica dei Rom dell'Europa Orientale, ora dice nell'introduzione del suo libro "Non amo molto gli Zingari", un altro libro altrettanto di alto profilo sul trattamento dei Rom nell'Olocausto include le parole secondo cui noi siamo "con poche eccezioni, un popolo pigro, bugiardo, ladro e straordinariamente sordido...gente eccessivamente sgradevole da avere intorno". Questo tipo di persone servono a se stesse, prendono ma non danno niente. Parliamo anche di cosa fare a tal proposito.

 
Di Fabrizio (del 14/04/2010 @ 09:21:49, in Kumpanija, visitato 1179 volte)

Da Roma_Daily_News

07/04/2010 - Leninovka è l'unico villaggio della Georgia orientale dove i Rom vivano compattamente. Attualmente, nel villaggio ci sono 18 famiglie rom, nessuna scuola o asilo d'infanzia. Tra i 100 Rom residenti nel villaggio nessuno sa leggere o scrivere. Nonostante l'estrema povertà, 14 famiglie non possono essere coinvolte nel programma statale di riduzione della povertà. La ragione è che mancano di documenti personali. Il governo si ricorda dei Rom solo prima delle elezioni.

Soltanto 10 dei 30 bambini rom vanno alla scuola pubblica nel distretto di Dedoplistskaro, a 10 km. dal villaggio. Il resto dei bambini passa tutto il tempo a casa, aiutano gli anziani nella fusione del ferro ed imparano come preparare le zappe e gli spiedi.

L'unico negozio nel villaggio non funziona da anni. I Rom camminano sino al distretto di Dedoplistskaro per comprare prodotti e altre cose. Una sola persona - Vera Denisneko - hauna pensione; la donna ha 84 anni e si lamenta che il corriere della Banca del Popolo non gliela consegna intera.

Source: Kakheti News Center

 
Di Fabrizio (del 26/04/2010 @ 09:56:22, in Kumpanija, visitato 2331 volte)

Da Roma_Daily_News

The Jordan Times - 20 aprile 2010 By Taylor Luck

Membri della tribù dei Bani Murra, considerati gli "Zingari di Giordania", durante un incontro settimana scorsa. La comunità di circa 50.000 guarda alle elezioni parlamentari come un mezzo per superare gli stereotipi

AMMAN - Quando il quattordicenne campione di karate Abdalrahman Al Masatfeh sale sul ring, spesso sente il peso di un'intera comunità sulle sue spalle.

Masatfeh, che ha vinto diverse medaglie in competizioni internazionali ad Istanbul e Tel Aviv, dice di sentirsi lontano dall'essere un vincitore quando torna in Giordania.

"L'arbitro dice che ho vinto, ma tutto quello che sono qui è un Nawari (Zingaro)"

Il giovane fa parte della "comunità dimenticata" di Giordania, i Bani Murra, che nonostante siano tra i più antichi residenti del Regno, sono rimasti ai margini della società per circa mezzo secolo.

Tra i primi Giordani

I Bani Murra, o Dom, sono una minoranza di lingua araba dalle origini incerte, alcuni dicono che la comunità possa essere arrivata dall'India, attraverso l'Iran e il Golfo, mentre altri dicono che scontri tribali in Siria abbiano portato alla dispersione attraverso il Medio Oriente.

I Dom hanno una storia evidente nella regione che risale ad oltre un millennio ed hanno risieduto nel Regno per diverse centinaia d'anni, secondo varie registrazioni storiche e studi antropologici.

I cittadini Bani Murra sottolineano di essere musulmani ed Arabi, ed hanno poco che li distingua dalle altre tribù beduine a parte il dialetto, che è considerato dall'UNESCO una lingua da salvaguardare.

Mustafa Wahbi Tal, poeta nazionale giordano, immortalò la romantica vita libera dei Dom agli inizi del XX secolo in una serie di  poemi e divenne amico intimo dei Beni Murra - una mutua amicizia che durò tutta la vita.

Conosciuti come abili fabbri e metallurgici, i Bani Murra lavorarono coltelli, spade ed altri utensili per le principali tribù del Regno nel XIX e all'inizio del XX secolo e secondo varie registrazioni storiche ed orali furono tra i primi residenti dell'attuale Amman.

Conosciuti per il loro talento musicale, la comunità ha dato i natali a Abdo Mousa, una delle figure musicali più riverite del Regno, che ha immortalato il folklore e la musica beduine e ha dato alla comunità un nuovo rango.

Sua maestà il precedente re Hussein ha fatto suonare Abdo Mousa per tantissimi dignitari e, vuole la leggenda convocò il musicista all'ultimo minuto quando l'ex segretario USA Henry Kissinger fece una sosta di un paio d'ore ad Amman. Lo racconta Sheikh Fathi Mousa, figlio del musicista e avvocato della comunità.

Nonostante la marcata presenza culturale, i componenti della comunità dicono di dover ancora raggiungere i pieni diritti come Giordani, tenuti indietro dal loro status di "Zingari".

Popolo senza una terra

L'ultimo leader che unificò le 63 tribù Bani Murra fu Saeed Mousa Pasha, poi emiro, tra i primi leader riuniti da re Abdullah I, a seguito della Grande Rivolta Araba e grande sostenitore della comunità durante i regni dei re Talal ed Hussein.

Secondo Rashid Ben Saeed Pasha ed altri anziani Bani Murra, re Hussein nel 1960 offrì a Pasha 1.000 dunum (un milione di m², ndr) in un'area fuori Um Al Jimal, vicino a Mafraq.

Dato che allora il terreno era arido deserto con poche infrastrutture, Saeed Pasha era riluttante a trasferire lì la sua gente.

Tuttavia, negli ultimi 40 anni la condizione dei Bani Murra nella comunità è peggiorata, con i Dom che si sono sparpagliati in tutto il paese, alcuni mantenendo il loro tradizionale stile di vita nomade ed altri combattendo giorno per giorno nel vivere con lo stigma di "Zingari".

"Se ci fossimo spostati ad Um Al Jimal, almeno avremmo avuto una terra da chiamare nostra. Oggi la gente ci vede solo come Zingari," dice Fathi Mousa.

Secondo diverse ricerche accademiche o informali, oltre il 90% dei Bani Murra vive in appartamenti ad Amman, Zarqa, Irbid ed altrove, alcuni anche in grandi ville in quartieri signorili.

Anche le vite di quanti risiedono nelle tende non differiscono dalla media dei Giordani. Abu Salem, la cui famiglia è ritornata nel Regno al tempo della prima guerra del Golfo nel 1991, ha vissuto in una tenda a Qweismeh due decadi e dice di aver tutte le comodità di cui ha bisogno.

Anche se la casa di Abu Salem vista dall'esterno può sembrare come una baracca improvvisata - è assolutamente rifornita con televisione satellitare, un vasto sistema di riscaldamento, gabinetti e persino finestre.

Suo figlio Fares si trova agli internet caffè. gioca a calcio con gli amici, e attualmente si sta preparando ad essere assunto. Come nella maggior parte delle famiglie giordane, il mansaf è il piatto principale alle feste nuziali in cui i giovani ballano il debkeh.

"Preghiamo alla moschea, abbiamo la cittadinanza giordana, perché siamo così differenti?" sottolinea Fares.

Il termine "nawar" [...] è spesso usato per descrivere i Bani Murra ed è diventato una barriera verbale che li tiene lontani dalla partecipare pienamente alla vita di tutti i giorni. Questa barriera, dicono i membri della tribù, non potrebbe essere più evidente che nell'istruzione, dato che molti Dom non completano gli studi a causa delle pressioni economiche e del bullismo scolastico.

Il campione di karate Masatfeh, nonostante gli encomi in classe ed al ginnasio, ora non può permettersi di andare a scuola.

"Quando sei un Zingaro, nessuno crede che avrai successo e tutti aspettano la tua caduta," dice.

Ma, contrariamente agli stereotipi, molti nella comunità dei Bani Murra hanno ottenuto posizioni di rilievo nella società giordana, sottolineano.

"Siamo dottori, avvocati, ingegneri, insegnanti e soldati. Ma la cosa più importante, siamo Giordani fedeli al Regno Hashemita e chiediamo pari diritti," dice Mousa al Jordan Times.

Gap di consapevolezza

I media locali ed internazionali non sono stati amichevoli con i Bani Murra.

Piuttosto che mettere in luce i loro successi, dicono che i giornalisti si focalizzano sulle poche migliaia che vivono nelle tende, contastorie o indovini, mendicanti, nomadi e vittime senza casa, rinforzando i vecchi stereotipi sui Bani Murra. O peggio, aggiungono, ci sono i giornalisti che fotografano quelli che vivono nelle tende, mostrandoli in condizioni "imbarazzanti".

"Disgraziatamente, sembra che molti membri della stampa facciano correre selvaggia la loro immaginazione, quando sentono degli Zingari," dice il dottor Bassem Mousa, urologo all'ospedale Al Bashir.

La più grande sfida per i Dom è la mancanza di consapevolezza che ha portato al razzismo che prevale persino ai livelli ufficiali, col soggetto della reale esistenza dei Bani Murra considerato un tabù.

In un intervista al Jordan Times alla fine dell'anno scorso, un sindaco negava l'esistenza dei Bani Murra nella sua città, nonostante la presenza di un evidente campo dom a meno di un km. dal suo ufficio.

"In questa città c'è solo gente rispettabile. Nessun nawar qui," diceva.

Il figlio dell'ultimo Saeed Pasha dice che senza una rappresentanza politica, i Dom rimarranno "cittadini di terza classe".

Dice che la più alta carica pubblica raggiunta da un membro della comunità è mukhtar, leader comunitario non stipendiato la cui posizione è affiliata alMinistero degli Interni, presso il quartiere a predominanza dom di Hay Al Dabaibeh ad Amman.

Votare per cambiare

Molti Dom giordani ritengono che la risposta ai loro problemi possa risiedere nelle prossime elezioni parlamentari.

Fathi Mousa, tra i importanti rappresentanti della tribù dei Bani Murra, intende candidarsi alla Camera Bassa.

Durante un incontro tribale mensile tenutosi settimana scorsa per organizzare il supporto alle elezioni di Mousa, gli anziani hanno definito "essenziale" l'elezione di un parlamentare per salvare la comunità.

"E' come se avessimo dormito mentre il resto del paese andava avanti. Siamo diventati un popolo invisibile, e questo deve finire," dice Hassan Adnan.

Fathi Mousa si candidò anche alle elezioni del 2003, ma dato che i Bani Murra erano dispersi tra distretti elettorali e governativi, la comunità non riuscì a raccogliere un numero concentrato di elettori per sostenere un candidato al Parlamento.

Mousa richiede alla nuova legge elettorale di includere un seggio per la comunità dom, o di permettere ai membri dei Bani Murra di eleggere un candidato tramite i distretti elettorali, per assicurare la rappresentanza politica.

Non importa il risultato delle prossime elezioni parlamentari, i Dom di Giordania dicono di essere una comunità che il paese non può più permettersi di ignorare.

"Sono stanco di competere solo per i Bani Murra. Voglio che tutti sappiano che competo per la Giordania," dice Masatfeh.

 
Di Fabrizio (del 03/05/2010 @ 22:39:38, in Kumpanija, visitato 1448 volte)

venerdì 7 maggio dalle 19.30 a mezzanotte
FORMA MOODS Open Restaurant & Bar - piazza Tito Lucrezio Caro 1 prenotazioni 345-5535.823 ristorante@formafoto.it

Un appuntamento mensile per far vivere le forme espressive della cultura romanì a Milano

Sul terrazzo:
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tutto compreso 10 euro

Nel salone:
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promosso da Opera Nomadi e Cooperativa sociale Romano Drom in collaborazione con Consorzio SIR e Cooperativa sociale Arca di Noe

 
Di Fabrizio (del 05/05/2010 @ 16:28:36, in Kumpanija, visitato 1707 volte)

Segnalazione di Rosi Mangiacavallo

Repubblica.it Palermo - Il via all'alba con canti, balli e la tradizionale mangiata dell'agnello. "Per una volta anche questo spazio sembrerà migliore". Si celebra il passaggio all'estate: "Speriamo vengano tanti palermitani. Vogliamo far conoscere le nostre tradizioni e contrastare così i pregiudizi"
di CLAUDIA BRUNETTO

Si sveglieranno all'alba. Accenderanno fuochi davanti a ogni baracca. Raccoglieranno fiori e ramoscelli verdi. E tutti indosseranno abiti nuovi. Soprattutto i bambini. Domani, nel giorno della festa Herdelezi, la più importante per il popolo rom, il campo alle porte della Favorita sarà una fiera di musiche e danze e di cibi tradizionali fino a tarda sera.
Un'occasione per la comunità che vive in città da oltre venti anni di aprirsi alla città e di fare conoscere il cuore di una tradizione molto antica. "È un po' come la Pasqua cristiana - dice Alì, uno dei rappresentanti del campo - Si cuoce l'agnello all'aperto su grandi spiedi oppure in forno. E si mangia tutti insieme. La carne si accompagna a una focaccia. Al vino e alla birra. Non si inizia a mangiare se non c'è almeno un ospite attorno alla tavola. E noi speriamo di averne tanti di ospiti, altrimenti non è festa. Dopo il pranzo si canta e si balla per ore. Fino a che non si è stanchi".

Lo spirito è quello della condivisione di un momento di gioia, ma anche di puro divertimento. "Purtroppo - continua Alì - anche se viviamo a Palermo da anni siamo ancora vittime di banali pregiudizi e di luoghi comuni. Cerchiamo di affrancarci da questo stile di vita che ci obbliga a vivere di stenti reclusi al campo nomadi. Ma quando cerchiamo di alzare la testa sembra sempre che cerchino di bloccarci. Come la storia della casa assegnata a una famiglia rom. Molti di noi sono in regola. Anche per noi la casa è un diritto".
La festa comincia intorno alle due del mattino. Le quaranta baracche del campo saranno adornate con nastri e fiori. E gli oltre cento bambini, tutti con un paio di scarpe nuove ai piedi, gireranno il campo per mangiare dolci da amici e parenti. Così il giorno di Herdelezi, celebrazione in onore di San Giorgio che segna per il popolo rom il passaggio dalla primavera all'estate, unisce sia musulmani che gli ortodossi. Anche la moschea del campo sarà aperta per chi volesse dedicare un momento alla preghiera. "Cuciniamo fin dal giorno prima - dice Jeneni - L'agnello soprattutto. Lo prepariamo direttamente al campo e lo mangiamo tutti insieme. Questa festa è molto antica.

I nostri antenati la celebravano e noi la trasmettiamo ai nostri figli di generazione in generazione. È l'unico appuntamento fisso che abbiamo ogni anno. E anche se attorno a noi abbiamo cumuli di immondizia, manca l'acqua e spesso non sappiamo come andare avanti, non rinunciamo a questo giorno. Speriamo che i palermitani ci vengano a trovare. Molti hanno paura di entrare al campo. Ma noi invece siamo ospitali, ci piace condividere. È la nostra natura".
Le donne indosseranno il loro abito migliore, con monili lucenti e stole colorate. "Ci faremo belle - continua Jeneni - E vedremo il passaggio dalla notte al giorno. Per una volta anche questo spazio sembrerà migliore di quello che è in realtà".

(05 maggio 2010)

 
Di Fabrizio (del 11/05/2010 @ 13:28:39, in Kumpanija, visitato 1789 volte)

Stamattina, per l'ennesima volta è stato sgomberato l'insediamento di via Cavriana a Milano.

Come al solito, sono stati demoliti i loro ripari e tutti gli averi degli occupanti sono stati distrutti. I Rom sono senza alcun riparo sopra la loro testa, tra loro una donna gravida e con un bambino di un anno, ed un'altra con un bambino di 3 mesi.

Il Gruppo Sostegno Forlanini, che da due anni e innumerevoli sgomberi sta seguendo quelle famiglie, è attrezzato per ricomporre il campo, ma rivolge un appello a tutti i cittadini: C'è bisogno URGENTE di:

Tende, coperte, vestiario, scarpe e materassi

Contattare Fiorella 347-27.72.955

 
Di Fabrizio (del 12/05/2010 @ 09:19:11, in Kumpanija, visitato 1624 volte)

Segnalazione di Alessandra Meloni

(clicca sulla foto per vedere anche le altre immagini)

Ha festeggiato ieri cento anni nel campo di via Germagnano Nefa Husenovic, «la nomade più vecchia del mondo», azzardano gli operatori del Comune presenti alla cerimonia, spiegando che l'età media dei rom non supera i cinquantacinque anni.

Tra i regali ricevuti anche il permesso di soggiorno, portato dagli operatori dei Servizi sociali della Circoscrizione 6.

Nefa sta bene e fino a qualche mese fa andava da sola in centro, davanti alla Consolata, a fare «mangel», cioè a chiedere l'elemosina. È nata suddita di Francesco Giuseppe imperatore d'Austria e quand'era bambina, alle porte di casa sua, l'ex Jugoslavia, premeva l'Impero Ottomano.

Terribili i ricordi delle due guerre mondiali: soprattutto la Seconda, durante la quale ha passato insieme al marito Chamil e alla famiglia cinque anni nascosta nei boschi della Bosnia.

Nefa è venuta in Italia negli Anni 70, prima a Milano, poi a Torino, ma parla pochissimo l'italiano. Oggi vive in una casetta del campo, attorniata e accudita soprattutto dai nipoti (sono circa un centinaio) e pronipoti.

Il campo di via Germagnano è nato nel 2004 in sostituzione di quello dell'Arrivore ed è abitato da duecentocinquanta rom slavi. «È un campo tra i più tranquilli - dice don Fredo Olivero, direttore dell'ufficio migranti della diocesi - gli uomini lavorano recuperando ferro vecchio coi loro furgoni, ma non sono più così attenti alle tradizioni, che vengono ancora custodite dalle donne». Negli ultimi anni sono stati segnalati solo alcuni furti commessi dai membri di questa comunità.

«L'integrazione però è un affare complicato - dice Eligio Benci dell'ufficio nomadi di Palazzo Civico - e i contatti con il quartiere sono minimi, anche perché la zona è isolata»: accanto al campo ci sono solo i rifiuti della discarica e la superstrada per Caselle.

I bambini rom frequentano le scuole, soprattutto quelle di Barriera, la Novaro e le succursali Levi e Abba, mentre all'interno del campo è stato allestito in micronido dove alcune educatrici si prendono cura dei più piccoli insieme alle mamme nomadi.

 
Di Fabrizio (del 19/05/2010 @ 09:16:19, in Kumpanija, visitato 1564 volte)

Da Roma_Daily_News

Unicef.org by Olga Grebennikova

© Tagikistan UNICEF / 2010 - Mobilitazione sociale della comunità rom nelle zone rurali del Tagikistan

Dopo un ora di viaggio da Dushanbe attraverso campi e giardini ben curati, arriviamo nel centro distrettuale di Gissar. Scendendo nel Centro Immunizzazioni del distretto prendiamo il direttore e il vice capo pediatra e ci avviamo verso quei villaggi dove vivono le persone "più difficili da raggiungere".

Ci stiamo dirigendo verso i villaggi di Sokhtmonchien e Afgonobad. Si trovano a soli pochi km. dal centro distrettuale, e quindi non possono essere chiamati "remoti ed isolati". Ma quando ci arriviamo, ci sentiamo come se fossimo tornati indietro di un secolo.

Qui, dietro graticci e muri di fango, la vita continua come uno o due secoli fa. Naturalmente, ogni casa ha la televisione e le antenne satellitari adornano diversi tetti, ma questi sono gli unici segni del XXI secolo.

Siamo in un insediamento che ospita uno dei più importanti gruppi oggetto della campagna di vaccinazione antipolio - i Rom. Qui sono chiamati anche Lyuli. Questa gente è nomade, e quasi tutte le famiglie sono costantemente in movimento. Nonostante ciò, di solito ci sono un mucchio di bambini nelle famiglie, anche se questo non le ferma dal girare in tutto il paese. Uno dei risultati di questo stile di vita è che alcuni bambini non siano mai stati vaccinati.

Un'altra ragione è che i Rom di solitosi sentono marginalizzati e così preferiscono non mostrarsi nei punti di vaccinazioni ufficiali. E' per questa ragione che il governo tagico, l'OMS e l'UNICEF hanno deciso di raggiungerli a casa loro.

© Tagikistan UNICEF / 2010 - Vaccinazione domiciliare dei bambini rom

"Abbiamo lavorato qui ogni giorno dall'inizio della campagna," dice Salim Mirkhoev, direttore del Centro Immunizzazioni distrettuale. "La campagna si è svolta in un punto vaccinazione in una scuola del posto, ed alcune famiglie hanno portato con sé i bambini per l'immunizzazione. Ma abbiamo deciso di venire in questi villaggi per una vaccinazione domiciliare, perché ancora ieri nuove persone si sono presentate nel villaggio, come pure il giorno precedente. Abbiamo già immunizzato altri 39 bambini, e sembra che dovremo continuare."

Nasiba ha 24 anni - e tre bambini che sono tutti nel nostro gruppo di interesse. Il più grande ha 5 anni, il secondo 3 ed il terzo è tra le sue braccia - ha solo 8 mesi. "Quando ieri ho deciso di venire," dice avvolta nello scialle la donna, che è analfabeta, "era tardi, e la nostra casa molto lontana. Per questo sono rimasta al centro del villaggio con dei parenti, per fare la vaccinazione. Mi hanno detto che è una malattia molto contagiosa, e non voglio che i miei bambini si ammalino," dice. La giovane non sa leggere, ma le abbiamo dato lo stesso il libretto UNICEF con i richiami per la seconda e la terza vaccinazione.

"Se anche un solo bambino non fosse immunizzato, sarebbe come una bomba per tutti gli altri bambini nel villaggio e nell'area, perché ognuno dovrebbe essere vaccinato senza eccezione. Siamo responsabili per loro," dice Umeda Sadykova, assistente UNICEF per il programma Salute e Nutrizione.

Nel distretto di Gissar ci sono poco più di 38.000 bambini sotto i 6 anni di età, e oltre il 90% di loro è già stato vaccinato. Per lo più la popolazione del Tagikistan è disciplinata, e crede ai dottori ed ai mezzi di informazione.

"Il problema è solo con quelle comunità dove neanche i residenti sanno quante famiglie sono via dal villaggio e quando ritorneranno," dice Salim Mirzoev.

Ilkhom tra poco compirà 5 anni e scoppia in lacrime alla vista degli estranei, ma il dottore gli agita teneramente la testa, calmandolo con le parole e stupito il bimbo ingoia il vaccino, non facendo nemmeno caso al gusto. Era stato sui pascoli con suo padre, dice la madre, ed è tornato soltanto stamattina. E' un bene che siate venuti oggi.

Khidoyat ha 35 anni, ha tre bambini piccoli e sinora nessuno di loro era mai stato vaccinato. "Siamo tornati apposta da Rudaki," dice. "I miei bambini non sanno cosa sono i vaccini."

E' da notare che quasi tutti gli adulti con cui abbiamo parlato volevano sapere delle vaccinazione ed erano ben disposti, nonostante il fatto che comunità simili di solito sono chiuse e maldisposte verso gli estranei.

Ma vedendo, o meglio intuendo, la tiepida apertura da parte nostra, la contraccambiano. Si mettono volentieri in posa di fronte alle macchine fotografiche e chiedono persino di essere ritratti. Ci seguono per il villaggio, sorridendo e cercando di attirare la nostra attenzione.

"Che Dio benedica voi e la vostra iniziativa," dice un'anziana, quando salutiamo una famiglia dopo che il dottore ha immunizzato due bambini che erano a letto dopo la circoncisione. "Siete venuti nelle nostre case per salvare i nostri bambini da questa terribile malattia. Non lo dimenticheremo mai," ci dice, alzando le braccia al cielo.

Quante sorprendenti scoperte si possono fare in un giorno! E' necessario fare un passo indietro dai propri pregiudizi e tentare di capire un altro mondo, un'altra cultura ed altri valori.

In Tagikistan la vaccinazione è in corso...

 
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