Rom e Sinti da tutto il mondo

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Gli Zingari fanno ancora paura?

La redazione
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Fabrizio (del 19/09/2008 @ 13:49:11, in musica e parole, visitato 1205 volte)

Da Welfare Cremona

Associazione culturale MARGINeMIGRANTE 'ROMANCES' Sabato 20 Settembre 2008,
Teatro Monteverdi, Cremona ore 21.00

Le storie raccolte durante una ricerca condotta in un campo nomadi di Padova sono il tessuto intorno a cui si intrecciano le maglie della drammaturgia. Come in un gioco di bambini, il gruppo di sei attori in scena crea e distrugge frammenti di mondi: emozioni, situazioni ed immagini si sviluppano in una concatenazione continua per dare vita ad una narrazione collettiva, rielaborazione delle storie raccolte.

Dagli argini della città le storie raggiungono il centro come sassi leggeri che, trascinati dal flusso, arrivano a destinazione carichi di esperienza. Ogni storia è un viaggio, ogni viaggio è una pietra che lanciata nell'acqua si moltiplica in tanti anelli per intersecare altre storie. La pietra si deposita poi sul fondo, aggiungendosi alle fondamenta, per modificare un po' il corso degli eventi.

Piccoli frantumi di vita diventano così schegge che generano spiragli nelle categorie condivise, creano spifferi pungenti ed inafferrabili che destabilizzano le categorie per dare vita a nuovi immaginari in continua metamorfosi.

Lo spettacolo Romances è uno dei risultati del progetto Rappresentazione al limite, finanziato dalla Comunità Europea nell’ambito del programma Youth in Action, promosso dal gruppo informale AltreLenti dell’Associazione Culturale Marginemigrante. Tema del progetto è l’indagine dello stereotipo della figura dello “zingaro”, attraverso uno studio approfondito delle realtà rom e sinti presenti in alcune città venete.

La necessità di approfondimento di questa tematica nasce dalla constatazione di una distanza, di un vuoto relazionale generato da entrambe le parti da un pregiudizio.

Il racconto inizia con il viaggio che Mari, il fratello Cristian, sua moglie Catarina e i bambini fanno dalla Serbia all’Italia dopo lo scoppio della guerra nel 1999. La scena si svolge fra il pubblico, gli attori salgono e scendono da tre sedie che spostano nella platea, raccontano i vari passaggi fino ad avvicinarsi al palcoscenico – Italia.

Le scene dello spettacolo si riducono a tre sedie che vengono utilizzate di volta in volta a seconda delle necessità che ogni singola immagine richiede e non in tutte le scene. L’uso dello spazio e della divisione fra platea e scena è convenzionale: gli attori salgono e scendono dal palco come entrano ed escono dalla narrazione, lo spettacolo non necessita di quinte né sipari.

regia: Beatrice Sarosiek
con: Aurora Diotti, Margherita Fantoni, Tommaso Franchin, Anna Manfio, Laura Serena, Anna Serlenga
costumi: Aurora Diotti, Isabella Sannipoli
luci: Tommaso Trivellato

per informazioni:
marginemigrante@gmail.com
tel. 3488853241
http://www.marginemigrante.org/

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Di Fabrizio (del 19/09/2008 @ 11:29:11, in Europa, visitato 1548 volte)

Da Altrenotizie

di Elena Ferrara - Questa volta scendono in piazza per chiedere solidarietà e per affermare il loro diritto all’esistenza. Stanchi ed esasperati per le ripetute aggressioni contro le loro famiglie e forti dell’appoggio ricevuto dal recente congresso mondiale svoltosi a Frisinga, in Germania, giocano la carta della manifestazione di massa. Sanno di essere 36 milioni sparsi in Europa, nelle Americhe e nell’Asia. E sanno, appunto, che nel vecchio continente arrivano già a 12 milioni. Ora presentano il conto. Sono gli zingari che tra pochi giorni - e precisamente il 20 settembre - si ritroveranno a Budapest dove il presidente del "Consiglio nazionale tzigano" - l’ungherese Orban Kolompar - ha invitato i rom magiari a protestare contro la Guardia ungherese che è l’organizzazione paramilitare estremista e razzista che si sta sempre più distinguendo con aggressioni contro gli zingari.

Kolompar chiede, inoltre, di avviare una serie di azioni che tendano a bloccare la diffusione del razzismo. E così sarà la prima volta che gli "tzigani" scenderanno in campo in Ungheria in difesa dei loro diritti, contro il razzismo. La manifestazione servirà anche a ricordare all’opinione pubblica che quella rom è la più numerosa minoranza in terra magiara. Secondo calcoli approssimativi conta da 600 mila a 800 mila membri che sono stanziati soprattutto nelle regioni nordorientali, quelle più povere e depresse.

I rom, tra l’altro, collezionano una serie di dati negativi sulla disoccupazione, i livelli di scolarizzazione e l’aspettativa di vita alla nascita rispetto al resto della popolazione ungherese. Tutto questo mentre vengono "collocati" nell'area spregevole del "diverso", con ciò che ne consegue in termini di disprezzo, odio, violenza ed emarginazione. E così, precostituito il colpevole, è facile ricercarne le colpe seguendo un copione storicamente e sociologicamente sperimentato, scritto con il peggiore inchiostro degli istinti barbari e della ragione deviata. Arriva però il momento della riscossa e questo è quello che si augurano i dirigenti del movimento che prende le mosse dall’Ungheria.

E proprio a Budapest si ricorda che gli zingari hanno ispirato in ogni epoca l'immaginario collettivo e quello individuale artistico, ma non hanno quasi mai stimolato serie ricerche storiche e sociologiche. Essi subiscono così, oltre alla ben nota emarginazione di fatto, un’emarginazione culturale frutto di avversione intellettuale e di sostanziale ignoranza dei loro reali costumi di vita e dei valori che li sottendono.

Ora la decisione di invitare ad una rivolta pacifica di piazza (sarà la più grande manifestazione nella storia degli tzigani) è dovuta anche al fatto che proprio nelle ultime settimane si sono registrati attacchi contro case abitate da zingari ed è chiaro che la situazione ha superato i livelli di guardia. Tanto che in una conferenza sulla situazione dei rom, organizzata da "Lungo Drom" che è la principale associazione civica rom, il presidente Florian Farkas ha detto che in Ungheria la convivenza fra ungheresi e rom è arrivata a una situazione nuova.

''Gli argini si sono rotti da ambedue le parti - ha detto - e ci troviamo di fronte a un estremismo radicale razzista da una parte, e un radicalismo etnico rom dall'altra. La violenza avrà fra poco una risposta violenta''. Dal canto suo il garante dei diritti delle minoranze, Ernoe Kallai (rom) ha sottolineato l'insuccesso delle politiche attuate da Budapest per la minoranza tzigana. Ed ha poi ammonito che ''senza cambiamenti, l'esplosione del problema dei rom sarà inevitabile''.

Ora mentre le organizzazioni sociali e molti partiti ungheresi si preparano per l’appuntamento del 20 settembre si registra anche una precisa presa di posizione della chiesa cattolica ungherese che, come è noto, ha una forte influenza nella società locale. La Chiesa dice "no" alle discriminazioni nei confronti degli zingari e si rifà anche alle recenti decisioni prese dal Congresso mondiale della "Pastorale per gli zingari" che si è svolto nelle settimane scorse in Germania. E proprio in tale occasione un alto esponente del Vaticano - il segretario del Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti, arcivescovo Agostino Marchetto - in un’intervista alla Radio Vaticana ha denunciato la gravità della situazione delle comunità zingare. "Dai rapporti che ci pervengono dalle Chiese locali – ha fatto notare l’arcivescovo – constatiamo che un pò dappertutto gli zingari sono vittime di discriminazione, disuguaglianza, razzismo e xenofobia".

Non si salva neanche l’Europa, dove "i Rom e Sinti, pur se cittadini di Stati membri dell’Unione europea e muniti di documenti validi, non possono godere degli stessi diritti dei comuni cittadini. "In alcuni Paesi – ha aggiunto Marchetto – i bambini zingari sono costretti a frequentare scuole speciali per disabili fisici o mentali, mentre non poche donne vengono sottoposte a sterilizzazione forzata. E la generale mancanza di fiducia fa sì che ai giovani, pur se ben preparati professionalmente, non è concesso l’ingresso al mondo del lavoro come agli altri".

Di qui la decisione di affrontare le questioni degli zingari come una risorsa per la società e non come un problema. Non si tratta, avverte la Chiesa, di una "ingerenza politica" ma di un "dovere", così come, appunto, è doveroso "difendere la dignità della persona in tutte le sue espressioni". Forse si apre ora - grazie agli zingari ungheresi - una nuova pagina distensiva che potrebbe favorire il riconoscimento di distinte identità nazionali.

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Di Fabrizio (del 19/09/2008 @ 09:20:44, in musica e parole, visitato 1347 volte)

Tom Welschen mi suggerisce questo post di Viadellebelledonne (Io trovo l'uso dell'aggettivo "romantico" un trucco per trattare i Rom come una categoria aliena, esotica, per forza distante dalla nostra vita. Altra cosa: un Rom definirebbe mai se stesso "romantico" o è una definizione che noi gli abbiamo appiccicato? Comunque, non è giusto giudicare un libro dal titolo o dalla copertina: leggendo la recensione che segue, si trovano anche molte considerazioni interessanti e condividibili. Fatemi sapere)

Chi sono veramente i rom? Il diario edito da Magi svela la vera identità di una popolazione umiliata, bistrattata e dalle tradizioni incomprese.
Un popolo senza patria, dalle origini avvolte nel mistero, che mantiene un senso estremo dell’unità e un grande rispetto delle tradizioni. Sono questi gli elementi che contraddistinguono la peculiare identità dei rom, i quali affollano i paesi europei da tempi immemori ma che continuano, ancora oggi, a richiamare su di sé pregiudizi che alimentano il disprezzo e in alcuni casi addirittura l’odio degli autoctoni. Ecco, allora, che emerge la necessità urgente di fare chiarezza e gettare luce su un mondo troppo spesso misconosciuto e frainteso, in modo tale da favorire il rispetto reciproco e l’integrazione. È proprio questo l’ambizioso obiettivo del libro scritto da Daniela Lucatti, Romantica gente (Edizioni Magi). Si tratta di un prodotto letterario dalle caratteristiche inconsuete, dato che non assume la forma tradizionale del romanzo e neppure quella del saggio. Si presenta, invece, come un diario, grazie al quale l’autrice, una psicologa, rievoca e ricostruisce i momenti salienti del suo lavoro come referente presso il Centro informazione e consulenza cittadini extracomunitari e rom del comune di Pisa, sua città natale. È nel corso di questa importantissima esperienza lavorativa che l’autrice entra per la prima volta in contatto ravvicinato con la comunità di etnia rom e impara a conoscerne la cultura, le tradizioni, le abitudini, i difetti e gli straordinari pregi. Il suo contributo letterario è pregnante, proprio perché nasce dall’esperienza diretta sul campo, maturata giorno dopo giorno e a prezzo di notevoli difficoltà per ben undici anni, contrassegnati dalla soddisfazione di avere fatto tutto il possibile per migliorare le condizioni di vita di chi stenta a essere riconosciuto e accettato.

Chi sono realmente i rom?
Per sradicare il pregiudizio e il sospetto dal nostro cuore è fondamentale, innanzitutto, conoscere e comprendere l’identità di coloro che siamo abituati a tacciare sbrigativamente come “diversi”. La confusione e l’ignoranza sono accresciute dalla mancanza di libri scritti dai membri di questa popolazione, testi che ci raccontino il loro universo, le loro individualità e le loro storie. Ciò accade perché quella romanì è una cultura prettamente orale, che solo negli ultimi anni sta assistendo a qualche rara eccezione. Inoltre, i rom dislocati in Occidente sono generalmente frequentati soltanto da operatori pubblici e del privato sociale, i quali danno loro assistenza, o da rappresentanti di confessioni religiose disparate, che tentano di fare proselitismo, per non parlare dei molteplici criminali, che se ne servono facendo leva sulla povertà per i loro sporchi traffici. Questa situazione non produce altro effetto se non quello di incoraggiare i sentimenti di timore, preconcetto e razzismo, ulteriormente accresciuti dai più recenti casi di cronaca nera, che hanno ricoperto i rom di pubblicità negativa. Ma non si può certo fare di tutta l’erba un fascio. Tocca, dunque, chiederci chi siano realmente gli appartenenti al popolo romanì. In primo luogo, dobbiamo chiarire che “rom” significa “uomo” e che con questo termine si fa riferimento a coloro che appartengono alle comunità di lingua e cultura romanes, giunte per la prima volta in Europa all’inizio del XV secolo. Si tratta di una popolazione indoariana, costituita da cinque grandi gruppi: rom, sinti, manouches, romanichals e kalé. Ciascun raggruppamento è costituito da numerosi sottogruppi contrassegnati da caratteristiche economiche, etiche, linguistiche e socioculturali particolari, sebbene vi sia comunque un’omogeneità sostanziale. In tutto il mondo si contano circa dodici milioni di individui (otto milioni circa in Europa e quasi centoventimila nel nostro paese, di cui l’ottanta per cento di antico insediamento e con cittadinanza italiana). Essi rappresentano una nazione senza stato e senza territorio e sulle motivazioni del loro esodo esistono solo supposizioni non suffragate da dati di fatto. Si crede provengano dalle regioni a Nord-Ovest dell’India (Pakistan, Panjub, Rajasthan, Valle del Sindh) e pare che abbiano intrapreso un percorso storico comune (inizialmente raggiungono l’Armenia, l’Impero bizantino e la Persia, per poi distribuirsi nei paesi europei e infine allontanarsi ulteriormente a causa delle deportazioni nelle colonie delle potenze europee in Africa, America e Australia).

Il termine con il quale noi occidentali usiamo definire le popolazioni romanes è “zingari”, che deriva dal nome di origine orientale di una setta eretica, quella degli athingani, che, a partire dall’VIII secolo, si introdussero nell’Impero bizantino. L’accezione fortemente negativa del termine “zingari” deriva proprio dalla cattiva fama di cui questa setta, confusa con la comunità romanì, godeva, essendo dedita all’arte della magia. Un altro nome con il quale vengono designati i rom è “nomadi”, anche quando questi sono stanziati nel territorio da secoli. Dobbiamo, inoltre, tenere in considerazione che la continua mobilità che ha caratterizzato la popolazione romanì in Europa e nel mondo non è stata il frutto di una scelta culturale, bensì la conseguenza di politiche inospitali e repressive (basti pensare alla persecuzione di cui fu fatta oggetto dai nazisti), di cui la creazione dei campi nomadi costituisce solo l’ultimo baluardo. In questi luoghi, infatti, si è determinata una vera e propria situazione di segregazione razziale, una ghettizzazione che spinge i rom al degrado sociale e culturale e all’impossibilità dell’integrazione, se non a prezzo di un’assimilazione forzata che produce l’annientamento della propria peculiare identità.

Storie toccanti di uomini e donne che lottano per un futuro migliore

Il diario scritto dalla Lucetti tratteggia, attraverso la ricostruzione dei giorni di servizio, vite umane autentiche che non vogliono arrendersi all’apartheid a cui sono costretti e che, giorno dopo giorno, tentano di costruire per se stessi, e in particolare per i propri figli, un futuro più roseo, improntato all’integrazione e al multiculturalismo.

Vi è Argia, dai capelli brizzolati legati a coda di cavallo e l’andatura tipicamente maschile, donna che incute un senso di rispetto profondo, come se fosse un’anziana, pur non essendolo realmente. Sarà per il colore dei capelli o per il viso provato, ma soprattutto per la sua straordinaria saggezza, che le consente di fronteggiare con estrema determinazione anche le difficoltà più ardue. Argia si reca al Centro informazione e consulenza cittadini extracomunitari e rom per poter riavere la sua casa, una stanza nel cimitero, da cui è stata mandata via, costretta a vivere in una precaria roulotte infestata da “creature minacciose”.

Poi c’è Nariba, la quale non vuole che i suoi figli vengano inseriti nella lista dei bambini rom, perché «non sono “zingheri” come quelli del campo». La donna è disposta a rinunciare agli aiuti previsti per coloro che ne fanno parte, purché le sue creature non diventino oggetto del dileggio, del disprezzo e del pregiudizio razzista dei compagni di scuola e dei borbottii infastiditi e intolleranti dei loro genitori. Malgrado un marito sfaccendato e una vita ben al di sotto delle aspettative di gioventù, Nariba si fa in quattro per garantire ai suoi bambini un’esistenza serena e dignitosa e per fare in modo che non nutrano complessi di inferiorità nei confronti dei loro coetanei.

Il dramma di Lukia è, invece, determinato dal fatto che in un periodo di grandi difficoltà le è stato sottratto il figlio, rinchiuso in un Istituto per minori. Da mesi non vede il suo bambino e non le è neppure consentito di parlargli per telefono. Nonostante un marito violento e innumerevoli sacrifici, la donna non si arrende e lotta disperatamente per il bene più prezioso della sua esistenza.

Trascorsi «i primi tempi di studio reciproco e di estraneità nei quali viene mantenuta una certa distanza valutativa», si creano splendidi rapporti di vicinanza emotiva e confidenza tra l’autrice e queste donne tormentate, eppure così «piacevoli e intelligenti». È Lucatti stessa a raccontarci, non senza una punta di malinconia e commozione, quanto sia importante, anche nell’ambito lavorativo, instaurare relazioni autentiche, improntate alla reciproca comprensione. Ci svela, infatti: «Parlare con le donne straniere è una cosa che ogni volta mi fa sentire più ricca e le rom in particolare mi lasciano dentro un senso strano, quasi un antidepressivo. Nonostante il dolore che riescono a trasmettere, mantengono sempre qualcosa di estremamente vitale che si attacca addosso a chi si permette di lasciarlo entrare, non ponendo nel mezzo il muro del pregiudizio». E ancora: «Nei momenti di più acuta tristezza incontrarli mi calma, mi restituisce un senso. Sento che nonostante tutti gli sforzi che fanno per riuscire ad assicurarsi la sopravvivenza non sopravvivono ma vivono comunque e a qualsiasi costo. Come se non perdessero mai, anche nel dolore più grande, questo senso del vivere nel quale riescono a includere tutto senza lasciarsi portare via».

Romantica gente umiliata per il colore della pelle e l’aspetto dimesso

Il rapporto speciale e simbiotico con le “sue donne rom” fa emergere nell’animo sensibile della scrittrice un profondo senso di colpa e di vergogna per la razza a cui appartiene, la quale costringe i “diversi” a una vita che non è degna di essere definita tale, caratterizzata da ingiustizie, disparità di trattamento, umiliazioni e torti, “giustificati” unicamente dall’appartenenza a un’etnia differente.

La forma di diario scritto in prima persona mette in evidenza i sentimenti e le emozioni provati dall’autrice del libro nei suoi undici anni di lavoro entusiasta presso il Centro, durante le innumerevoli battaglie (alcune perse con onore, molte altre vinte con soddisfazione) condotte fianco a fianco a questa umanità bistrattata e, nonostante ciò, mai fiaccata del tutto. È proprio questa carica di straordinaria empatia, che filtra da ogni pagina di Romantica gente, a costituire il principale punto di forza e di attrattiva di un libro, scritto in uno stile semplice, asciutto e diretto, che si propone l’intento di instillare nelle menti dei lettori il concetto per il quale professionalità significa anche umanità e compartecipazione e, soprattutto, lo scopo di contribuire a condurre i rom fuori dai campi, «intesi simbolicamente come recinti pregiudiziali all’interno dei quali sono collocati». Speriamo davvero che l’obiettivo venga centrato.

Annalice Furfari

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Di Fabrizio (del 19/09/2008 @ 08:49:39, in casa, visitato 1312 volte)

Anche se datato (29 luglio) segnalo questo lancio di International Alliance of Inhabitants (IAI) arrivato ieri

Istanbul, il coordinatore dell'IAI ha incontrato le vittime delle demolizioni

ISTANBUL (29.07.2008) – Cesare Ottolini, coordinatore dell'International Alliance of Inhabitans, ha visitato ieri Sulukule e Ayazma dove gli abitanti sono rimasti vittime delle demolizioni causate dal Progetto di riqualificazione urbana.

Ottolini, presente ad Istanbul per partecipare al congresso del Cooordinamento popolare per il Diritto alla Casa, ha incontrato i residenti di Sulukule le cui case sono minacciate di demolizione. Ha poi preso conoscenza dei problemi dei residenti ad Ayazma, che da vivono sotto le tende dal novembre 2007, quando furono violentemente sgomberati.

Nell’ambito della visita organizzata dal “Coordinamento popolare per il Diritto alla Casa” il presidente della “Associazione Residenti di Sulukule”, Şükrü Pündü, assieme ad altri membri, hanno fornito informazioni sul caso. Pündük ha affermato che più di mille famiglie saranno vittime delle demolizioni., ribadendo che le demolizioni avranno effetti negativi anche sul piano culturale. Per queste ragioni il progetto di ristrutturazione urbana deve essere fermato.

Ad Ayazma la situazione e’ grave

La seconda tappa di Ottolini è stata Ayazma. Le condizioni di vita estremamente disagiate degli oltre 110 residenti, ha colpito particolarmente l'attivista italiano per i diritti umani. Incontrando le famiglie nelle loro baracche, Ottolini ha affermato l’intenzione di lanciare una campagna di solidarietà internazionale per Ayazma.

Ottolini, dopo aver raccolto informazioni sulle demolizioni e le violazioni dei diritti umani ad Ayazma, ha assicurato il sostegno IAI alle vittime delle demolizioni.

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Ricevo da Orina Di Noi

Giovedì 25 settembre, ore 18.30 Libreria Feltrinelli – Piazza Piemonte Milano

Presentazione del libro NON CHIAMARMI ZINGARO

insieme all’autore Pino Petruzzelli
intervengono: Gad Lerner e Laura Marinoni

Difficile raccontare la storia di un popolo dalle tradizioni e dal vissuto orali, difficile stabilire il senso e le origini del nome con cui conosciamo, o meglio non conosciamo, questa cultura. Pino Petruzzelli in Non chiamarmi zingaro (Chiarelettere) non ci racconta la storia degli zingari ma, tramite la raccolta di una serie di testimonianze, riesce a far cadere le nostre certezze, per cui iniziamo a dubitare del termine zingaro sin dalle primissime pagine. Le voci raccolte riprendono uno spazio che è stato loro lungamente rifiutato e che continua a esserlo, dalla negazione del genocidio commesso contro il popolo rom nella II Guerra Mondiale fino ad arrivare a oggi, alle leggi che approva l’ultimo nostro governo e prima ancora, dal 1500 in avanti, da quando abbiamo testimonianza delle loro interminabili persecuzioni. E loro vengono perseguitati e scappano. Scappano da sgomberi, incendi, cacciate scandite da slogan vergognosi, minacce e violenze. Storie scomode, che nessuno vuole riconoscere. E chi difende gli zingari? Nessuno. Intervengono insieme all’autore Gad Lerner e l’attrice Laura Marinoni.

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Di Fabrizio (del 18/09/2008 @ 09:02:09, in Europa, visitato 1314 volte)

Da Roma_Daily_News

Summit sui Rom Europei - Bruxelles, 16 settembre 2008
Stanisław Stankiewicz - Presidente dell'Unione Internazionale Rom (IRU) - Vice-Presidente del Forum Europeo Rom e Viaggianti (ERTF)

I Rom si sono insediati in Europa oltre mille anni fa e sono una minoranza europea trans-nazionale di questo continente. Che siano cittadini europei spesso non è accettato ne conosciuto da molti paesi e persone.

La loro storia è spesso ridotta ad una lunga litania di discriminazione, tentativi di sterminio, esclusione, povertà ed ora, i Rom sono soprattutto considerati un problema sociale. Mentre questo è successo e tuttora succede, uno sguardo più attento mostra che nei paesi e nelle regioni dove sono lasciati in pace, i Rom sono integrati e vivono vite pacifiche.

Con l'affermarsi degli stati-nazione in Europa nel XIX secolo ed culmine dei nazionalismi nel XX secolo, la situazione è peggiorata notevolmente. Continuano in molti paesi l'esclusione e la discriminazione. I Rom non hanno mai voluto avere uno stato loro e si rimettono alla mercé delle politiche nei posti dove vivono.

Con una somma tra gli otto e i dodici milioni di Rom in Europa, questa affronta una sfida: Come accettarli ed integrarli. Se questo non avverrà, l'Europa affronterà problemi di proporzioni tali che saranno difficilmente gestibili. Si parla spesso di un "Problema Rom", preferiamo dire che è l'Europa come continente che deve affrontarlo. Oggi, i diritti umani basici non sono ancora rispettati. Anzi, come visto ultimamente in Italia, vengono emanate da un governo europeo politiche basate sull'etnia, senza quasi reazioni concrete.

Ufficialmente, i Rom sono cittadini dello stato dove vivono. In pratica, sono spesso considerati cittadini di seconda classe quando va bene, e la discriminazione amministrativa è una regola in molti paesi. Chiaramente, sono state promulgate alcune leggi, come delle vetrine. Le politiche variano dall'auto-governo, a seggi riservati nei parlamenti, allo status di minoranza, ma tutto ciò non arriva al tema fondamentale del riconoscimento dei Rom come cittadini effettivi nei loro paesi ed in Europa.

L'Europa ha approvato diverse leggi, convenzioni e direttive (ad es. 2000/43, EC 29/6/2000; 2000/78,EC 27/11/2000), sui diritti umani e le minoranze, e i membri dell'Unione Europea le hanno firmate tutte. Ma spesso non sono rispettate. In pratica, non tutti i paesi europei hanno aggiornato le loro leggi per rispecchiare queste direttive, o spesso non le hanno rafforzate.

Il populismo sta crescendo, e sempre più spesso i politici cercano capri espiatori. L'Italia si è improvvisamente svegliata scoprendo che tra il milione di rumeni che vi vivono, ci sono circa 100.000 Rom. Certamente non un milione, e non da qualche mese. No, alcuni di loro sono lì da diversi anni.

Dobbiamo chiederci come possano essere influenzati i processi politici per cercare di cambiare e migliorare la situazione dei Rom in Europa. Come possano essere cambiate le leggi locali, come indirizzare le attitudini e gli stereotipi locali?

Occorre certamente uno sforzo verso la popolazione maggioritaria per contrastare i soliti pregiudizi e permetterle di aprire la propria mente verso i Rom. La stampa, ma anche molte OnG, hanno l'estrema necessità di cambiare la loro rappresentazione e pensieri sui Rom. Spesso tutti loro rappresentano e riducono i Rom a poveri, illetterati, disoccupati o a criminali. Se tutti i Rom si fossero conformati a questi stereotipi, dove saremmo oggi? Ma se non si cambia questo, come può progredire l'integrazione Rom in Europa e come si può cambiare la società così che i Rom siano considerati cittadini come tutti gli altri?

Nel XXI secolo, ci sono ancora molti Rom nel mezzo dell'Europa che vivono come nel terzo mondo. Non una casa vera, niente acqua, elettricità, nessuna infrastruttura fornita dallo stato, segregazione a scuola, eccessi polizieschi, o al massimo indifferenza della popolazione locale. Oltre alla segregazione e alla discriminazione, questo non solo è vero ma anche la regola in molte regioni rurali dei paesi nuovi membri dell'Unione Europea.

L'esperienza ha mostrato che in situazioni così difficili, i Rom perdono le loro tradizioni, lingua e cultura. E questo succede qui in Europa, nell'Unione Europea. Questo processo di acculturazione  aumenta le difficoltà nell'integrazione. La marginalizzazione impedisce ai Rom di migliorare la loro situazione. I bambini hanno scarse possibilità di studiare in buone scuole, in quanto sono ancora discriminati o messi nelle scuole speciali. Gli incentivi dei governi sono spesso un pensiero malato. Noi, in quanto Rom, ancora non capiamo perché è ancora così e pensiamo che ciò sia inadeguato. I Rom non sono ancora realmente rispettati nell'Unione Europea, anche se questa istituzione dovrebbe basarsi sul rispetto di tutti.

I politici non hanno fatto molto per cambiare le cose. Dovrebbero muoversi verso l'integrazione, e non ricorrere a misure populiste. Demonizzare i Rom come l'archetipo dello "straniero" è pericoloso...

Si è perso tanto tempo, e le politiche messe in atto non sono state efficaci. Noi, Rom, ne abbiamo abbastanza di seminari, conferenze, discorsi; vogliamo fatti concreti, lavoro,volontà politica, decisioni e azioni che genereranno veri cambiamenti. E fare in modo che i Rom siano riconosciuti come un vero popolo europeo. Ne abbiamo abbastanza anche di gruppi, coalizioni, che si spingono in prima linea dicendo di rappresentare i Rom, spesso senza aver Rom nei loro ranghi. Spesso, il Rom è un socio, un prestanome per progetti che dovrebbero aiutare i Rom.

A noi sembra che spesso i Rom non siano ancora considerati dei partner validi. C'è un modello di paternalismo tanto a livello politico che di base. "Noi sappiamo cos'è meglio per voi" è ancora la norma. L'inclusione di organizzazioni veramente rappresentative, basate su strutture democratiche, non è ancora la norma. Vorremmo vedere più progetti dei Rom per i Rom, sulle premesse di "i Rom aiutano i Rom" in piena collaborazione con le organizzazioni politiche e le OnG.

Dopo tre anni di decennio dei Rom, la mancanza di progressi generali richiede un nuovo approccio e un'azione decisiva. E' tempo di prendere una nuova strada. Di darci la meta di risolvere veramente alcuni dei problemi che l'Europa sta affrontando, e di spingere per l'integrazione dei Rom. Dobbiamo educare entrambe le comunità a cambiare le mentalità e i pensieri. La popolazione ha bisogno di capire ed accettare che i Rom sono europei, che sono parte della nostra comune cultura, ed i Rom devono cambiare e aprirsi alle sfide del futuro. Non focalizziamoci sul passato, sulla sindrome da "vittime", ma guardiamo con orgoglio avanti e a cosa vogliamo ottenere.

Speriamo sinceramente che questo incontro segni un punto di svolta. La lista dei partecipanti, con Barroso, presidente della Commissione Europea, con Soros, con ministri di vari governi ecc. mostra l'importanza della sfida. Speriamo che tutti i partecipanti cerchino una strada e una strategia comune per cambiare la deteriorata situazione dei Rom in Europa. Speriamo che i Rom e le organizzazioni Rom siano considerati validi partner in questo processo.

I Rom sono cambiati negli ultimi vent'anni. Molti giovani sono diventati validi attivisti, si stanno organizzando oltre i confini nazionali. Le manifestazioni contro alcune delle politiche italiane in Italia, Vienna, Madrid, hanno mostrato che sono pronti per prendere il destino nelle loro mani. Anche le organizzazioni Rom, come l'IRU, sono cambiate, si sono democratizzate, sono diventate più trasparenti. Ma necessitano di appoggio. Le organizzazioni Rom spesso sono deprivate di supporto finanziario per i progetti concreti. Noi, come IRU, ma anche a favore di altre organizzazioni, chiediamo nuovamente di essere considerate partner di esperienza. Assieme vorremmo sottolineare che senza l'appoggio globale della comunità Rom, nessun programma può riuscire.

L'Unione Europea ha anche bisogno di controllare con attenzione la situazione dei Rom e dei suoi stati membri e reagire immediatamente. Il caso italiano mostra che ahimè non è ancora il caso. Il mancato rispetto delle politiche, dei principi e delle leggi non deve rimanere senza conseguenze. L'Unione Europea dovrebbe reagire decisamente contro ogni attacco alla democrazia.

Noi, come Unione Internazionale Romanì, vogliamo ringraziare la Slovenia per l'opportunità di presentare le nostre opinioni all'Europa, e anche la Croazia, dove a breve organizzeremo il VII Congresso Mondiale Rom. Speriamo che la Francia, con la sua tradizione dei diritti umani, e la Repubblica Ceca, che avrà la prossima presidenza dell'Unione Europea, continuino proseguendo il dialogo, ma prendano anche azioni concrete per migliorare la situazione globale dei Rom in Europa.

Se noi, tutti europei e Rom compresi, non agiremo, avremo di fronte una potenziale catastrofe. Se la situazione in alcuni paesi peggiorerà, i Rom dovranno andarsene. E questo accenderà il risentimento ed ulteriore esclusione. E' venuto il tempo di reagire. Speriamo come IRU, ma anche a nome di altre organizzazioni Rom di base, di essere soci in questa attività.

Stanislaw Stankiewicz - stahiro.irul@neostrada.pl

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Di Sucar Drom (del 18/09/2008 @ 00:19:42, in blog, visitato 1654 volte)

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Bussolengo (VR), ancora in carcere
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Di Fabrizio (del 17/09/2008 @ 09:04:18, in lavoro, visitato 1309 volte)

Da Nordic_Roma

HELSINGIN SANOMAT

Mauri Hagert, conducente della Vantaa, guida il suo autobus nel centro di Helsinki. A 53 anni, ha lavorato per compagnia Concordia sette anni. La compagnia, che opera sulle principali rotte municipali nella regione di Helsinki,impiega circa 20 altri membri della comunità Rom. Dice Hagert: "Non abbiamo grande istruzioni, così dobbiamo prendere lavoro dove capita. Questa compagnia non guarda di che colore sono i tuoi capelli, o la tua razza".

Giovedì 11 è stato rilasciato uno studio commissionato dal Ministero del Lavoro, che mostra come le attitudini negative da parte di molti datori continua a rendere difficile ai Rom trovare lavoro.

Una ricerca telefonica ha mostrato che il 12% dei datori di lavoro ammetteva che non avrebbero assunto un Rom, anche avendo la qualifica richiesta per il lavoro. Circa la metà degli intervistati, il 57%, erano disposti ad assumere un Rom.

"E' certamente allarmante, ma d'altra parte, è emersa anche una positiva sorpresa, perché si è parlato molto di discriminazione contro i Rom", ha detto la ricercatrice Hannele Syrjä.

L'inchiesta ha mostrato che la maggior volontà di assumere i Rom arriva dalle grandi compagnie di costruzione e da quelle di servizi nella Finlandia meridionale,  che hanno sofferto di tagli di posti di lavoro. Le risposte più positive arrivano da compagnie che già hanno avuto dei Rom come dipendenti. Oltre 300 compagnie hanno risposto alla ricerca.

I più grandi impedimenti, secondo la ricerca, riguardano la mancanza di istruzione e l'esperienza lavorale. La maggior parte dei Rom che cerca lavoro non è andata oltre l'istruzione primaria.

Hannele Syrjä elenca alcuni fattori culturali: "La gioventù è breve, le famiglie si formano presto, ed inoltre l'istruzione è lasciata spesso. I Rom vogliono diventare istruiti da adulti".

Tarja Cronberg, (Verdi) Ministro del Lavoro, dice che si faranno dei tentativi per promuovere l'impiego tra i Rom aumentando il numero di mediatori Rom presso gli uffici locali del collocamento. Si faranno anche sforzi per fornire ai Rom servizi di apprendistato e sussidi all'impiego. Dice Cronberg: "E' anche importante migliorare la situazione allarmante della scarsa istruzione dei giovani".

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Di Fabrizio (del 17/09/2008 @ 08:54:17, in blog, visitato 1302 volte)

Da Today is life... Tomorrow never comes

Maledetti stranieri siete la rovina dell' ITALIA! Cammello e a casa!



Voi che non sapete cosa sia la raccolta differenziata avete ridotto Napoli a una pattumiera. Voi che prendete le vostre AirBananas per tornare a trovare le vostre famiglie avete fatto fallire Alitalia. Voi che spedite le ricchezze guadagnate in nero ai Paesi vostri avete aumentato il deficit italiano. Voi che non sapete raccogliere i pomodori e bruciate plastica di fianco alle bufale avete rovinato la qualità degli alimenti Italiani. Voi che portate le puttane in Italia avete rovinato un popolo tutto casa e chiesa. Voi che violentate il 10% delle nostre donne e ci lasciate soltanto il 70%. Voi che vi fate ammazzare per una sprangata sul cranio rovinate delle famiglie per bene. Voi che avete votato sempre per i comunisti avete tolto un futuro ai giovani Italiani. Voi che inquinate le città con gli autobus pubblici che usate per vagabondare giorno e notte. Voi che vivete in 20 in un appartamento siete la causa della crisi immobiliare. Voi che venite qua a lavorare avete causato la disoccupazione. Voi che avete importato mafia camorra e sacra corona unita dal terzo mondo da dove venite avete riempito di criminali un onesto paese .

Maledetti stranieri: fate schifo, Italia agli Italiani, padroni a casa nostra, e meno male che Silvio c'è, questo fulgido esempio di onestà e incorruttibilità e integerrimità e bravura e tutto e Dio grazie che Silvio guida i nostri giovani Italiani e … [fine delirio italiota]

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Tom Welschen mi segnala questo "quasi rapporto" da Melting Pot. Data la lunghezza, consiglio di scaricarlo e leggerlo con calma offline

di Fulvio Vassallo Paleologo, Università di Palermo

1. Malgrado le rassicurazioni fornite dal governo italiano al commissario europeo Barrot, le operazioni di censimento e di schedatura dei rom assumono sempre più il carattere di veri e propri rastrellamenti, come da ultimo al Casilino 900 a Roma, con lo scopo evidente di acquisire "elementi di prova" che possano poi fornire altri alibi alle operazioni di sgombero forzato già annunciate dal governo per ottobre, con particolare "attenzione" nei confronti di quanti potrebbero denunciare gli abusi compiuti dalle forze dell'ordine (adesso anche, in virtù dei poteri assegnati ai sindaci, dai vigili urbani).

La distruzione o il sequestro dei beni di proprietà dei rom, come se si trattasse sempre e soltanto di proventi di attività delittuose, le violenze fisiche e psicologiche perpetrate anche ai danni di donne e bambini, appartengono ormai alla cronaca quotidiana, una cronaca che smentisce giorno dopo giorno il frettoloso (ma provvisorio) riconoscimento, da parte della Commissione Europea, della legittimità del comportamento delle autorità italiane nei confronti dei rom. Sulla base della documentazione raccolta dalle associazioni antirazziste la condanna politica e storica del razzismo istituzionale e della xenofobia aizzata dalle decisioni del governo italiano, prima o poi, arriverà senza appello e resterà per sempre a macchiare i nomi dei responsabili della sicurezza e dell'ordine pubblico che hanno reso possibile questa "pulizia etnica" strisciante, anche se si va diffondendo, dai più alti livelli di governo a scendere, la tendenza di minacciare querele contro chiunque denunci gli abusi, quando non funziona il ricatto diretto sulle vittime, consigliate a non presentare (o a ritrattare) denunce, per evitare guai peggiori.

L'arma più diffusa per "regolare i conti" con le comunità rom presenti nei campi italiani, 150- 180.000 persone, di cui la grande maggioranza donne e bambini, in un paese di sessanta milioni di abitanti con quattro milioni ed oltre di immigrati, rimane lo strumento delle espulsioni, dell'internamento nei centri di detenzione amministrativa e nell'allontanamento forzato verso i paesi di origine. Non sempre si può prevedere quali, perché si tratta di entità statali diverse rispetto agli stati dai quali i rom sono partiti negli anni ‘90, luoghi nei quali non hanno più casa ed occasioni di vita dignitosa. Il riconoscimento della "protezione internazionale" alla quale molti rom avrebbero diritto diventa sempre più un miraggio per l'atteggiamento pregiudiziale di molte commissioni territoriali. I soggetti più deboli, ed i minori, sono le principali vittime di queste pratiche che smembrano le famiglie, ne annullano le già modeste possibilità di sopravvivenza , distruggono percorsi di integrazione e di reinserimento sociale per i quali si erano spesi anni di lavoro da parte delle associazioni e degli operatori istituzionali più sensibili.

In questo quadro, che si complica ogni giorno di più, appare particolarmente critica la situazione dei giovani rom che hanno raggiunto i diciotto anni, completato un ciclo di formazione, e magari avrebbero già trovato un posto di lavoro o un tirocinio, ma non possono regolarizzare la loro posizione perché al compimento del diciottesimo anno di età, se i genitori non hanno un permesso di soggiorno, la condizione di irregolarità (e di espellibilità) si estende anche ai figli. Anche se la giurisprudenza del Consiglio di Stato ha ampliato la possibilità di ottenere un permesso di soggiorno, la pratica quotidiana degli uffici stranieri delle questure continua a negare qualunque possibilità di legalizzazione. Ma non basta. Anche giovani rom, figli di persone in possesso di un titolo di soggiorno, si sono visti recapitare, come "regalo" per il compimento del diciottesimo anno, un provvedimento di espulsione firmato dal questore.

L'accattonaggio ed il riciclaggio di materiali usati, raccolti presso le discariche accanto le quali sono ubicati i "campi nomadi" italiani, tradizionali strumenti i sopravvivenza delle comunità rom, vengono colpiti come un reato e non si offrono ai capifamiglia prospettive alternative per sfamare i propri figli. Con il rischio crescente che lo stato di bisogno sospinga verso la devianza anche le persone che maggiormente hanno creduto nelle possibilità di integrazione.

Tutto questo diventa sempre più grave alla luce delle nuove sanzioni penali introdotte dal governo Berlusconi contro gli immigrati irregolari, spesso irregolari perché nelle scelte discrezionali da parte degli uffici stranieri delle Questure si è sempre scelta la soluzione più restrittiva, in qualche caso anche violando il dettato della legge, come è provato dalle decine di sentenze che hanno sanzionato atti illegittimi e comportamenti omissivi posti in essere da diversi uffici stranieri ai danni dei rom in questi ultimi anni.

Il ministro Maroni, da parte sua, attacca da mesi l'autonomia della magistratura quando non si esprime in linea con l'orientamento del governo. A luglio il ministro ha criticato duramente il giudice delle indagini preliminari del tribunale di Verona "colpevole" di avere rimesso in libertà quattro rom, che avrebbe così vanificato un' operazione di polizia».non convalidando il fermo dei "nomadi" accusati di sfruttamento di minori. L'operato della polizia va sempre difeso, anche senza leggere le carte. : «Non ho letto l' ordinanza – ha affermato il ministro - ma sono rammaricato perché è stata vanificata un' operazione di polizia. Metterli in libertà è stato un errore". La presunzione di innocenza per i rom è stata cancellata dalla Costituzione. Ma è noto quanto il governo Berlusconi tenga in conto la nostra Costituzione. La falsa "sicurezza" dei cittadini è una buona merce dai contrabbandare per nascondere i loro interessi economici ed i loro giochi di potere.

Il messaggio dell'esecutivo sembra intanto arrivare a destinazione. Nelle strade si uccide con le spranghe o si dà fuoco con le molotov, si applica insomma la giustizia "fai da te". Nelle caserme dei carabinieri si applicano trattamenti disumani e degradanti che sarebbero vietati anche dall'art.13 della Costituzione, secondo il quale "è punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà". Nelle sentenze più recenti si affermano pregiudizi veri e propri, anche da parte di organi giudicanti che si conformano pedissequamente alle linee dettate dai vertici giudiziari e dal governo di turno, come se fosse una "colpa" dei rom essere ancora privi dei documenti di soggiorno, abitare nei campi"infestati dai topi", nei quali sono stati confinati per forza e lì abbandonati per anni dalle istituzioni, o non trovare un lavoro per il loro sostentamento. Si giunge persino a negare l'evidenza, che i padri convivano con i figli minori (così un giudice nella convalida di un trattenimento nel CIE di Caltanissetta), magari perché l'ultimo certificato di famiglia risale alla data dell'ultimo permesso di soggiorno poi scaduto, perché c‘è un provvedimento di espulsione da eseguire, e si creano così le condizioni legali per creare " minori i stato di abbandono", costringendo i genitori all'allontanamento forzato ed alla clandestinità. Tanti aspetti, alcuni illegali e violenti, altri apparentemente legali e pacifici, della stessa considerazione degli immigrati, e dei rom in particolare, come esseri umani di rango inferiore.

Sembrerebbe che, venendo meno al doveroso controllo giurisdizionale sulla discrezionalità di polizia, alcuni giudici diano un rilievo assoluto alle indicazioni di "tolleranza zero" che giungono dal governo, ed oggi alle estemporanee esternazioni del ministro Maroni, secondo il quale tutte le operazioni di "censimento" sarebbero finalizzate alla "tutela" dei minori, perché molti piccoli rom sarebbero nella condizione di "minori non accompagnati". Secondo il ministro dell'interno diversi minori rom presenti nei campi sarebbero addirittura coinvolti nel traffico della prostituzione, senza neppure distinguere tra rom romeni (per i quali il problema esiste, ma non può essere certo affrontato con misure repressive applicate sugli individui isolati senza colpire il racket) e rom della ex Jugoslavia (che vivono all'interno di nuclei familiari assai strutturati residenti da anni nei cd. "campi nomadi"). Dopo queste anticipazioni di Maroni attendiamo senza troppa curiosità i risultati finali del censimento dei campi voluto dal governo Berlusconi, un censimento che le associazioni di tutela avevano già effettuato da tempo, per fini ben diversi, un censimento, quello realizzato nelle ultime settimane, che adesso costituirà soltanto la premessa per operazioni di sgombero forzato, rastrellamenti ed espulsioni.

Si fa tutto il possibile, da parte delle istituzioni di governo, per mettere in risalto i casi di illegalità riscontrati (o presunti) nei "campi nomadi", per mettere a tacere le accuse di razzismo e per legittimare la prossima campagna di ottobre, lo sgombero forzato dei campi e la deportazione di massa che Maroni annuncia per ottobre, alla vigilia della visita della delegazione del Parlamento Europeo che dovrà indagare sulla situazione dei rom in Italia.

Ma tutto questo non sarebbe possibile senza una svolta della magistratura che in precedenza aveva svolto una funzione di garanzia rispetto agli abusi delle forze di polizia, contribuendo alla difesa dei percorsi di legalizzazione che le associazioni antirazziste erano riuscite ad intraprendere con successo all'interno dei campi rom. Anche nel perseguire gli atti di discriminazione razziale le sentenze sono sempre più rare, e persino la legge Mancino n.205 del 1993, che sanziona penalmente i comportamenti caratterizzati da odio razziale sembra caduta in desuetudine.

Occorre dunque ricostruire la trama di diritti che può essere ancora riconosciuta agli appartenenti alla "minoranza" rom in Europa ed in Italia in particolare, composta in maggior parte proprio da donne e minori, utilizzando nel senso più ampio le possibilità di legalizzazione offerte dalla legislazione vigente. Se non si riconoscono i diritti fondamentali delle persone, con particolare attenzione alla condizione dei minori, parlare di doveri rimane solo vuoto moralismo, o diventa demagogia interessata. Occorre restituire storia, diritti, dignità alle persone alle quali lo stato ed i suoi apparati la negano tutti i giorni. Dopo le violazioni più eclatanti dei diritti delle persone vanno costruite occasioni di mobilitazione, per rendere più efficace la difesa in giudizio, semplicemente per fare conoscere, e rendere pubblici gli elementi sui quali in futuro si potrà fondare la condanna morale, e forse anche giudiziaria, di tutti coloro che a vario titolo hanno contribuito ad alimentare questa spirale xenofoba e discriminatoria che avvelena la convivenza sociale in Italia.

2. L'allontanamento repentino dei genitori rom privi di un regolare permesso di soggiorno, il loro internamento nei centri di identificazione d espulsione, sulla base di provvedimenti adottati discrezionalmente dai Questori e applicati dagli organi di Polizia, senza verificare la presenza delle cause di inespellibilità previste dall'art. 19 del testo unico n.286 del 1998, sta comportando una grave destabilizzazione di situazioni familiari, già assai precarie e gravemente pregiudicate dal disagio economico, dalla condizione sanitaria e dalle situazioni abitative nelle quali i rom sono stati costretti da decenni. Le condizioni di inespellibilità possono valere anche in presenza di lievi precedenti penali, quando non si riscontri più una pericolosità sociale attuale.

Spesso le misure di internamento e di allontanamento forzato sono fondate su provvedimenti di espulsione risalenti nel tempo, in qualche caso collegati a precedenti penali per reati di lieve entità, sui quali anni prima si è avuto un patteggiamento della pena, reati per i quali dovrebbe valere la riabilitazione automatica , anche a fronte del decorso di tempo e del percorso di reinserimento nella legalità che molte famiglie rom hanno sperimentato con successo. Sul punto il Consiglio di Stato con una recente sentenza dell'8 agosto di quest'anno ha affermato: " di condividere l'orientamento secondo il quale alla riabilitazione possa equipararsi l'automatica estinzione della condanna inflitta in sede di "patteggiamento", ai sensi dell'art. 445 cod.proc.pen. Sul punto v'è piena concordanza di opinioni tra la giurisprudenza penalistica e quella amministrativa, essendosi in passato affermato che "attesa la sostanziale analogia fra gli effetti della riabilitazione, quali previsti dall'art. 178 codice.penale, e quelli del positivo decorso del termine previsto dall'art. 445 comma 2 c.p.p., con riguardo alla sentenza di applicazione della pena su richiesta, deve escludersi che, una volta realizzatasi detta seconda condizione, vi sia ancora interesse giuridicamente apprezzabile ad ottenere la riabilitazione, tenendo anche presente che, ai sensi dell'art. 689 comma 2 lett. a) n. 5 e lett. b) c.p.p., le sentenze di applicazione della pena su richiesta sono comunque destinate a non comparire sui certificati del casellario rilasciati a richiesta dell'interessato, indipendentemente da qualsivoglia statuizione del giudice al riguardo." (Cassazione penale , sez. IV, 19 febbraio 1999, n. 534, ma si veda anche, nel medesimo senso, Sezione Sorveglianza Napoli, 23 gennaio 2003, T.A.R. Toscana Firenze, sez. I, 12 febbraio 2007, n. 212)".

Le esigenze di allontanamento forzato non possono prevalere sugli obblighi di protezione di rilevanza internazionale ai quali si è sottoposta l'Italia sottoscrivendo diverse Convenzioni a salvaguardia dei diritti della persona e a tutela della condizione dei minori in particolare.

Una particolare attenzione va dedicata ad una questione che riguarda non solo i rom ma tutti i migranti in condizione irregolare, ma che sulle famiglie rom sta producendo effetti devastanti. Ci riferiamo all'uso generalizzato dei procedimenti per direttissima, con condanna immediata e relativa scarcerazione/espulsione della persona sottoposta a giudizio, senza una effettiva possibilità di difesa e di appello, anche per i limiti della difesa di ufficio e per i tempi ristrettissimi delle procedure che impediscono un sia pur minimo esercizio dei diritti di difesa garantiti dall'art. 24 della Costituzione. Chi ha commesso un reato, anche se legato soltanto alla presenza irregolare, o chi è in regime di carcerazione preventiva può e deve fare valere i diritti di difesa e ad un equo processo, esattamente come tutti i cittadini italiani. Le espulsioni, anche quando vengono effettivamente eseguite, se sono effettuate in sostituzione del processo che può condurre all'accertamento delle responsabilità penali, rischiano di favorire i colpevoli e di danneggiare soltanto gli innocenti. Nel caso dei colpevoli, l'espulsione come misura sostitutiva della pena, o del processo, diventa un comodo lasciapassare, un viaggio (con relative scorte di polizia) pagato dai contribuenti italiani verso il paese di origine, per poi rientrare clandestinamente in Italia, non appena lo si voglia. E in questo modo si vorrebbe propagandare una maggiore sicurezza per i cittadini.

Si dimentica poi che una buona parte dei rom proviene da zone nelle quali, se fossero ricondotti forzatamente nei paesi di provenienza, rischierebbero ancora esclusione e persecuzioni. Molti di loro hanno avuto in passato un permesso di soggiorno per motivi umanitari o per motivi di salute, se non per lavoro,un permesso che non è stato possibile rinnovare per l'inasprimento delle norme relative al rilascio dei permessi di soggiorno e per i comportamenti dilatori, se non apertamente discriminatori, da parte degli uffici stranieri di molte questure italiane. Tanti, anche rom, che erano riusciti a regolarizzare la loro posizione con le sanatorie degli anni passati, hanno perduto il permesso di soggiorno perché non hanno più trovato chi stipulava un regolare contratto di lavoro, diventato oggetto di ogni genere di mercanteggiamento, la legge Bossi-Fini prevede che dopo sei mesi di disoccupazione si perde il diritto a permanere nel nostro paese. Anche se si è nati in Italia, e se in Italia sono sepolti i propri genitori.

Nel caso delle famiglie rom provenienti dal Kosovo, stato ormai autonomo, la eventuale espulsione degli adulti privi di permesso di soggiorno e dei figli minori a seguito del padre non è neppure ipotizzabile, alla luce del divieto sancito dall'art. 19 del T.U. sull'immigrazione che -oltre a vietare l'espulsione dei minori - vieta qualunque espulsione verso paesi nei quali si possa essere oggetto di persecuzione, come appunto potrebbe verificarsi ancora domani in Kosovo, soprattutto dopo gli ultimi eventi di politica internazionale che hanno riproposto i drammi del nazionalismo e la pulizia etnica a danno delle minoranze. Né gli stessi minori potrebbero fare rientro in Kosovo, in quanto in quella nuova "entità statale", autoproclamatasi "repubblica indipendente" ma ancora dall'incerto riconoscimento internazionale, si verificano gravi problemi di sicurezza per gli appartenenti all'etnia rom mentre è provata la sistematica discriminazione nell'accesso all'abitazione, alle cure sanitarie, ed all'istruzione, tanto in Serbia quanto in Kosovo, secondo quanto rilevato ancora nel 2008 da Amnesty International e dall'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Basta consultare su internet i rapporti di queste organizzazioni per comprendere i pericoli ai quali sarebbero esposti coloro che dopo decenni di presenza in Italia hanno ormai perduto ogni legame con i paesi di origine, o addirittura sono nati in Italia.

Né in Serbia, né tantomeno in Kosovo, sussisterebbero peraltro idonee condizioni abitative, economiche e sanitarie per garantire la crescita e lo sviluppo psicofisico dei minori, anche alla luce dello sradicamento sociale del padre assente da oltre venti anni dal paese di origine. Sono peraltro riferite da fonti attendibili, come Amnesty International, gravi fatti di discriminazione che si sono verificati ai danni di rom costretti dopo una espulsione a ritornare in quel paese che ormai costituisce una entità statale diversa da quella di cui sono originari.. I recentissimi sviluppi della crisi nelle regioni del Caucaso non potranno che inasprire i già difficili rapporti tra la Serbia e la autoproclamatasi Repubblica del Kosovo, governata da politici filo-allbanesi che in passato, come componenti dell'UCK (definito come "esercito di liberazione del Kosovo"), hanno attivamente contribuito, secondo quanto rilevato da Amnesty e dall'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, alla persecuzione della popolazione rom originaria del Kosovo, perché ritenuta filo serba, con particolare accanimento nella provincia di Kosovska Mitrovica.

3. L'allontanamento forzato di un genitore, per effetto di un invito a presentarsi in Questura " per chiarire la propria posizione in ordine alle condizioni di soggiorno", o a seguito di una vera e propria retata di massa, come quelle che Maroni annuncia adesso per ottobre, rappresenta già un grave, ulteriore, momento di "crisi" del residuo nucleo familiare, che incide negativamente sul percorso di crescita e sullo sviluppo psico-fisico dei figli minori. A fronte delle particolari situazioni di disagio abitativo ed economico nelle quali si trovano le famiglie Rom, alloggiate all'interno del "campo nomadi", istituiti di fatto o tollerati per anni dagli enti locali, ma abbandonati ad una condizione di degrado e di irregolarità, la prolungata assenza del genitore, unico titolare della potestà genitoriale, produce conseguenze assai gravi per quanto concerne il sostentamento, la salute e l'accesso alle cure mediche dei figli minori, oltre che risultare pregiudizievole per la loro futura frequenza scolastica (ancora obbligatoria, almeno fino a quando il ministro Gelmini vieterà ai minori irregolari la possibilità di frequentare persino la scuola dell'obbligo).

E' noto che, secondo il più recente orientamento restrittivo della Corte di Cassazione, l'autorizzazione alla permanenza nel territorio ex art. 31 c.3 del T.U. sull'immigrazione n.286 del 1998 non si ricolleghi meramente a situazioni familiari caratterizzate dalla "normalità e dalla tendenziale stabilità" ma vada correlata a "circostanze contingenti ed eccezionali, che pongano in grave pericolo lo sviluppo normale della personalità del minore, tanto da richiedere la presenza del genitore nel territorio dello Stato per fronteggiarle" (Cass. 747/2007 e 4197/2008). Si osserva tuttavia che la previsione dell'art. 31, comma 3°, decreto.legislativo n. 286/1998, non può essere ristretta ai casi di "eventuali patologie" di un minore, considerato che lo sviluppo psicofisico e la salute del minore che si trova nel territorio italiano dipendono soprattutto dalla sua relazione con le figure primarie di assistenza morale e materiale e dal soddisfacimento del suo bisogno di avere i genitori con sé;

D'altra parte la stessa Corte di Cassazione a Sezioni Unite, con sentenza del 28.9.2006 n. 22216, aveva precisato che l'art. 31 del T.U. sull'immigrazione n.286 del 1998, come modificato dalla legge n.189 del 2002, " prevede una duplice fattispecie, e cioè quella della autorizzazione all'ingresso e quella della autorizzazione alla permanenza del familiare sul territorio nazionale in deroga alle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e nel concorso di gravi motivi connessi con lo sviluppo psicofisico del minore, tenuto conto della sua età e delle sue condizioni di salute; che la presenza di gravi motivi richiede l'accertamento di situazioni di emergenza di natura eccezionale e contingente, di situazioni cioè, che non siano quelle normali e stabilmente ricorrenti nella crescita di un minore secondo il ricorrente orientamento interpretativo della giurisprudenza di legittimità (…) la presenza dei gravi motivi deve essere puntualmente dedotta dal ricorrente ed accertata dal tribunale per i minorenni come emergenza attuale solo nell'ipotesi di richiesta di autorizzazione all'ingresso del familiare nel territorio nazionale in deroga alla disciplina generale dell'immigrazione; ciò non vale sempre, invece, nell'ipotesi in cui – come nella specie -, venga richiesta l'autorizzazione del familiare che diversamente dovrebbe essere espulso, poiché la situazione eccezionale nella quale vanno ravvisati i gravi motivi può essere attuale, ma può anche essere dedotta quale conseguenza dell'allontanamento improvviso del familiare sin allora presente e cioè di una situazione futura ed eventuale rimessa all'accertamento del giudice minorile".

E' altresì riconosciuto che i "gravi motivi" possono consistere "anche in evenienze diverse da quelle terapeutiche "-sia di ordine fisico sia di ordine psichico" (Cass. 396/2006). Né una lettura restrittiva dell'art. 31 comma.3 potrebbe argomentarsi alla stregua del regolamento n.334/2004 che all'art. 11 prevede nei casi di cui all'art. 31, c.3 la possibilità del rilascio di un permesso di soggiorno per cure mediche, in quanto tale norma regolamentare non potrebbe incidere sulla possibilità consentita al tribunale per i minorenni di "autorizzare" comunque la permanenza del familiare nello stato nel superiore interesse del minore, applicando lo stesso art. 31, comma.3 anche in deroga alle altre disposizioni del d.lgs. 286/98 e quindi a maggior ragione della normativa regolamentare di applicazione. In base all'art. 3 della Convenzione sui diritti del fanciullo, comunque, in tutte le decisioni relative ai minori "l'interesse superiore del fanciullo deve essere una considerazione preminente". Peraltro la stessa Corte di Cassazione riconosce che i gravi motivi per il rilascio dell'autorizzazione ex art. 31 c.3, debbano corrispondere " alla necessità di non deprivare traumaticamente il fanciullo della fruizione di diritti fondamentali riconosciuti dalla legge, a prescindere dalla sua condizione di straniero" e quindi nell'ambito di tali diritti non rientra solo il diritto alla salute psico-fisica ma anche il diritto all'unità della famiglia. Una diversa lettura della norma la svuoterebbe praticamente di operatività che va invece riaffermata non in astratto ma in modo circostanziato per ogni singola fattispecie concreta, tenendo conto delle complessive esigenze del minore.

Si devono inoltre ricordare consolidati principi del diritto convenzionale che devono orientare tanto il legislatore quanto l'applicazione al caso concreto della norma di cui all'art. 31, comma 3°, d.lvo n. 286/1998. Si richiamano in particolare:

  •  l'art. 9, comma 1°, della Convenzione sui diritti del fanciullo prevede che un fanciullo possa essere separato dai suoi genitori contro la loro volontà solo quando questa separazione è necessaria nell'interesse del fanciullo, come quando i genitori maltrattano o trascurano il fanciullo;
  •  l'art. 10 della Convenzione sui diritti del fanciullo prevede che "ogni domanda di ricongiungimento familiare deve esser considerata con uno spirito positivo, con umanità e diligenza", e perciò a maggiore ragione con le stesse attitudini va considerata ogni questione che comporti, attraverso la negazione dell'autorizzazione alla permanenza del genitore in Italia, l'allontanamento (come contrario del ricongiungimento) del genitore dai figli;
  •  l'art. 3, comma 2°, della Convenzione sui diritti del fanciullo dispone che "in tutte le decisioni relative ai fanciulli, di competenza … dei tribunali … l'interesse superiore del fanciullo deve essere una considerazione preminente".

Il recente orientamento della Corte di cassazione (sentenza n. 4197 del 19 febbraio 2008) che sembra chiudere quasi del tutto, in modo assai più esplicito che in passato, la possibilità di legalizzazione dei genitori in applicazione dell'art. 31 del testo Unico sull'immigrazione non va applicato in modo automatico ma richiede comunque un accertamento rigoroso delle condizioni di fatto, sui quali la stessa Corte di cassazione non può essere chiamata ad esprimersi. Secondo quei giudici " i gravi motivi connessi con lo sviluppo psicofisico del minore straniero presente nel territorio italiano che, ai sensi dell'art. 31, terzo comma, del decreto legislativo 25 Luglio 1998, n. 286, consentono il rilascio, da parte del Tribunale per i minorenni, dell'autorizzazione all'ingresso o alla permanenza in Italia per un periodo di tempo determinato ai familiari del minore, anche se colpiti da provvedimento di espulsione, vanno correlati alla sussistenza di condizioni di emergenza, contingenti - e cioè transeunti - ed eccezionali, che pongano in grave pericolo l'evoluzione normale della personalità del minore, tanto da richiedere il sostegno del genitore. Si deve quindi trattare di un danno non altrimenti evitabile ed ulteriore rispetto a quello sempre riconoscibile alla separazione dal proprio padre, che è evento, di per sé, connaturalmente traumatico".

Secondo la prima sezione civile della Corte di cassazione "esula, dunque, dalla previsione di legge invocata, che rappresenta una deroga eccezionale alle stesse esigenze pubbliche che sono alla base del decreto di espulsione, la mera presenza di circostanze ordinarie, quali il bisogno di completare il ciclo scolastico del minore o l'opportunità, anch'essa innegabile in linea di principio, che questi non sia costretto a sottrarsi al tessuto sociale in cui è integrato, per raggiungere il genitore nel paese di origine, pur se caratterizzato da condizioni di vita meno progredite. Diversamente opinando, si produrrebbe il risultato di uno stabile radicamento nel territorio italiano del nucleo familiare, dando adito a modalità anomale di regolarizzazione dell'inserimento di famiglie di stranieri illegalmente presenti nel territorio nazionale, mediante una forma di strumentalizzazione, e non già di tutela, dell'infanzia (Cass., sez. I, 2 Maggio 2007, n. 10135; Cass. civile, sez. I, 15 Gennaio 2007, n. 747; Cass. civile, sez. I, 11 Gennaio 2006, n. 396; Cass., sez. I, 14 Novembre 2003, n. 17194).

Alla luce di questi orientamenti sembrano restare sullo sfondo le Convenzioni internazionali e le norme interne che attribuiscono rilievo, anche in caso di genitori privi di permesso di soggiorno, al "superiore interesse del minore" come una ragione che da sola può giustificare provvedimenti amministrativi di segno opposto rispetto all'espulsione. Come hanno riconosciuto e continuano a riconoscere alcuni tribunali per i minorenni in diverse regioni italiane. E la stessa possibilità è riconosciuta, sia pure in modo contrastato, dalla giurisprudenza della Corte Europea dei diritti dell'uomo con riguardo all'art. 8 della Convenzione che afferma il principio dell'unita familiare, con una previsione che può essere estesa anche ai migranti irregolari

Una parte della giurisprudenza italiana tenta comunque di resistere agli orientamenti più restrittivi della prima sezione civile della Corte di Cassazione riaffermando la necessità di riconoscere il "superiore interesse al benessere psico-fisico dei minori". Così ad esempio con due provvedimenti del 24 e 31 maggio 2007 il Tribunale per i minorenni del Piemonte e della Valle d'Aosta (in Diritto, immigrazione e cittadinanza, 2007, IV, p.169) richiama la necessità di interpretare l'art. 31 del testo unico sull'immigrazione alla luce dell'attuazione in Italia della direttiva comunitaria sul ricongiungimento familiare, avvenuta con decreto legislativo n.5 del 2007, ed afferma che non costituisce fattore ostativo al rilascio della autorizzazione ex art. 31 comma 3 del T.U., una pregressa condanna penale del genitore, quando la presenza del genitore sia necessaria per il benessere psicofisico dei minori e lo stesso genitore non dimostri una pericolosità sociale attuale. Occorre in sostanza tenere conto non solo delle condizioni di salute del minore (come sembrerebbe sostenere la Cassazione), ma " della natura e della effettività dei vincoli familiari dell'interessato e dell'esistenza di legami familiari e sociali con il suo paese di origine, nonché, per lo straniero già presente nel territorio nazionale, anche della durata del suo soggiorno nel medesimo territorio nazionale".

I Tribunali per i minorenni dovrebbero quindi deliberare su questa delicata materia anche alla luce dei principi affermati dalle Convenzioni internazionali e dalle Direttive comunitarie, senza cedere ad atteggiamenti meramente tecnici ed astratti, o risultare condizionati dalla dilagante xenofobia che sulla scia della propaganda politica tende a diventare senso comune. I provvedimenti resi da questi giudici, ai sensi dell'art. 31 comma 3 del testo Unico sull'immigrazione, dovranno motivare invece con grande rigore la decisione adottata ed indicare specificamente quali conseguenze per la complessiva salute psicofisica del figlio minore potrebbero derivare dall'attuazione dell'espulsione di uno dei genitori irregolarmente soggiornate in Italia, solitamente il padre.

Gli autori ed i mandanti dei censimenti/rastrellamenti di questi giorni, e di quelli ancora più massicci che si annunciano per ottobre, dovrebbero ben sapere che molti ragazzi rom, non solo minori, ma sempre più spesso giovani adulti, sono nati e cresciuti in Italia, hanno frequentato le nostre scuole, e in qualche caso hanno anche perduto i genitori nel nostro paese, perché l'età media dei rom in Italia non supera i 45 anni. L'autorizzazione alla permanenza nel territorio dello stato rimane una occasione importante, spesso l'unica, per legalizzare nuclei familiari che hanno già dimostrato una capacità di inserimento e di integrazione nella legalità. In assenza di un autorizzazione a permanere nel territorio italiano ex art. 31 c.3 del T.U. n.286 del 1998, i genitori rom che siano destinatari di un provvedimento di espulsione e trattenuto in un centro di identificazione ed espulsione (CIE), rischiano concretamente di essere espulsi, non è chiaro se verso la Serbia o verso il Kosovo, o di restare a vita sospesi in una condizione di illegalità che ogni giorno viene sanzionata con pene sempre più gravi.. E la condizione dei irregolarità dei genitori rischia di pregiudicare concretamente il futuro dei figli. Come è noto i figli minori, che altrimenti non sarebbero espellibili, possono seguire i genitori (o il genitore) in caso di espulsione. Dunque anche i figli minori rischierebbero di essere costretti a seguire il padre, una volta che questo venga accompagnato coattivamente in frontiera, o dovrebbero affrontare da soli la vita nel nostro paese, come"minori non accompagnati", non accompagnati perché lo stato ha contribuito a creare questa condizione. Magari per finire affidati ad una casa famiglia, oggetto di probabili violenze e di profitto da parte degli enti privati gestori, e poi probabilmente ancora in fuga, una fuga che potrebbe concludersi con la caduta nella illegalità. In ogni caso separati per sempre dalla famiglia di origine, dagli affetti più cari, da quegli operatori che stano contribuendo al loro inserimento.

Occorre altresì osservare che la Convenzione dei diritti del fanciullo del 1989, ratificata e resa esecutiva con la legge n. 176 del 1991 sancisce all'art. 9 che "gli stati vigilano affinché il fanciullo non sia separato dai suoi genitori contro la sua volontà a meno che le autorità competenti non decidano, sotto riserva di revisione giudiziaria e conformemente con le leggi di procedura applicabili, che questa separazione è necessaria nell'interesse preminente del fanciullo". Come si concilia questa disposizione di una convenzione internazionale sottoscritta anche con l'Italia, con l'esecuzione di misure di allontanamento forzato che smembrano i nuclei familiari e separano i figli dai padri?

Non basta replicare semplicisticamente, in astratto, che occorre "un necessario temperamento" tra le esigenze pubbliche legate al provvedimento di espulsione di un cittadino straniero privo di un permesso di soggiorno ed il "superiore interesse del fanciullo" affermato dalle Convenzioni internazionali ratificate dall'Italia e richiamato nella normativa sull'immigrazione. Tale "bilanciamento" non può prescindere da una valutazione analitica delle condizioni personali dei minori e delle loro prospettive di vita. Nel caso dei rom della Ex Jugoslavia che sono presenti in Italia da anni e qui vi hanno avuto figli, per quanto sopra rilevato, la situazione nei paesi di provenienza rimane assai confusa e si possono riscontrare quelle circostanze che richiedono la presenza del genitore nel territorio dello stato per continuare a seguire la crescita e lo sviluppo psico-fisico dei figli in una condizione di particolare difficoltà abitativa ed ambientale.

Ove il genitore non fosse autorizzato a permanere nel territorio italiano in base all'art. 31 del testo Unico e venisse accompagnato in frontiera, appare certo un grave pregiudizio per il "superiore interesse dei minori" e per le possibilità di un sano sviluppo psico-fisico a causa della separazione, probabilmente irreversibile, nei confronti del genitore, a carico del quale scatterebbe peraltro anche il divieto di reingresso nel territorio italiano per dieci anni (misura accessoria al provvedimento di espulsione amministrativa). Di fatto si verificherebbe una separazione probabilmente definitiva, tra il genitore ed i figli minori per effetto della esecuzione della misura di allontanamento forzato, e si costringerebbe l'intero nucleo familiare a subire una condizione permanente di irregolarità, se non di clandestinità.

[lunedì 15 settembre 2008]

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