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"Un popolo forte ed enigmatico in lotta per la vita" di Annalice Furfari
Di Fabrizio (del 19/09/2008 @ 09:20:44, in musica e parole, visitato 206 volte)

Tom Welschen mi suggerisce questo post di Viadellebelledonne (Io trovo l'uso dell'aggettivo "romantico" un trucco per trattare i Rom come una categoria aliena, esotica, per forza distante dalla nostra vita. Altra cosa: un Rom definirebbe mai se stesso "romantico" o è una definizione che noi gli abbiamo appiccicato? Comunque, non è giusto giudicare un libro dal titolo o dalla copertina: leggendo la recensione che segue, si trovano anche molte considerazioni interessanti e condividibili. Fatemi sapere)

Chi sono veramente i rom? Il diario edito da Magi svela la vera identità di una popolazione umiliata, bistrattata e dalle tradizioni incomprese.
Un popolo senza patria, dalle origini avvolte nel mistero, che mantiene un senso estremo dell’unità e un grande rispetto delle tradizioni. Sono questi gli elementi che contraddistinguono la peculiare identità dei rom, i quali affollano i paesi europei da tempi immemori ma che continuano, ancora oggi, a richiamare su di sé pregiudizi che alimentano il disprezzo e in alcuni casi addirittura l’odio degli autoctoni. Ecco, allora, che emerge la necessità urgente di fare chiarezza e gettare luce su un mondo troppo spesso misconosciuto e frainteso, in modo tale da favorire il rispetto reciproco e l’integrazione. È proprio questo l’ambizioso obiettivo del libro scritto da Daniela Lucatti, Romantica gente (Edizioni Magi). Si tratta di un prodotto letterario dalle caratteristiche inconsuete, dato che non assume la forma tradizionale del romanzo e neppure quella del saggio. Si presenta, invece, come un diario, grazie al quale l’autrice, una psicologa, rievoca e ricostruisce i momenti salienti del suo lavoro come referente presso il Centro informazione e consulenza cittadini extracomunitari e rom del comune di Pisa, sua città natale. È nel corso di questa importantissima esperienza lavorativa che l’autrice entra per la prima volta in contatto ravvicinato con la comunità di etnia rom e impara a conoscerne la cultura, le tradizioni, le abitudini, i difetti e gli straordinari pregi. Il suo contributo letterario è pregnante, proprio perché nasce dall’esperienza diretta sul campo, maturata giorno dopo giorno e a prezzo di notevoli difficoltà per ben undici anni, contrassegnati dalla soddisfazione di avere fatto tutto il possibile per migliorare le condizioni di vita di chi stenta a essere riconosciuto e accettato.

Chi sono realmente i rom?
Per sradicare il pregiudizio e il sospetto dal nostro cuore è fondamentale, innanzitutto, conoscere e comprendere l’identità di coloro che siamo abituati a tacciare sbrigativamente come “diversi”. La confusione e l’ignoranza sono accresciute dalla mancanza di libri scritti dai membri di questa popolazione, testi che ci raccontino il loro universo, le loro individualità e le loro storie. Ciò accade perché quella romanì è una cultura prettamente orale, che solo negli ultimi anni sta assistendo a qualche rara eccezione. Inoltre, i rom dislocati in Occidente sono generalmente frequentati soltanto da operatori pubblici e del privato sociale, i quali danno loro assistenza, o da rappresentanti di confessioni religiose disparate, che tentano di fare proselitismo, per non parlare dei molteplici criminali, che se ne servono facendo leva sulla povertà per i loro sporchi traffici. Questa situazione non produce altro effetto se non quello di incoraggiare i sentimenti di timore, preconcetto e razzismo, ulteriormente accresciuti dai più recenti casi di cronaca nera, che hanno ricoperto i rom di pubblicità negativa. Ma non si può certo fare di tutta l’erba un fascio. Tocca, dunque, chiederci chi siano realmente gli appartenenti al popolo romanì. In primo luogo, dobbiamo chiarire che “rom” significa “uomo” e che con questo termine si fa riferimento a coloro che appartengono alle comunità di lingua e cultura romanes, giunte per la prima volta in Europa all’inizio del XV secolo. Si tratta di una popolazione indoariana, costituita da cinque grandi gruppi: rom, sinti, manouches, romanichals e kalé. Ciascun raggruppamento è costituito da numerosi sottogruppi contrassegnati da caratteristiche economiche, etiche, linguistiche e socioculturali particolari, sebbene vi sia comunque un’omogeneità sostanziale. In tutto il mondo si contano circa dodici milioni di individui (otto milioni circa in Europa e quasi centoventimila nel nostro paese, di cui l’ottanta per cento di antico insediamento e con cittadinanza italiana). Essi rappresentano una nazione senza stato e senza territorio e sulle motivazioni del loro esodo esistono solo supposizioni non suffragate da dati di fatto. Si crede provengano dalle regioni a Nord-Ovest dell’India (Pakistan, Panjub, Rajasthan, Valle del Sindh) e pare che abbiano intrapreso un percorso storico comune (inizialmente raggiungono l’Armenia, l’Impero bizantino e la Persia, per poi distribuirsi nei paesi europei e infine allontanarsi ulteriormente a causa delle deportazioni nelle colonie delle potenze europee in Africa, America e Australia).

Il termine con il quale noi occidentali usiamo definire le popolazioni romanes è “zingari”, che deriva dal nome di origine orientale di una setta eretica, quella degli athingani, che, a partire dall’VIII secolo, si introdussero nell’Impero bizantino. L’accezione fortemente negativa del termine “zingari” deriva proprio dalla cattiva fama di cui questa setta, confusa con la comunità romanì, godeva, essendo dedita all’arte della magia. Un altro nome con il quale vengono designati i rom è “nomadi”, anche quando questi sono stanziati nel territorio da secoli. Dobbiamo, inoltre, tenere in considerazione che la continua mobilità che ha caratterizzato la popolazione romanì in Europa e nel mondo non è stata il frutto di una scelta culturale, bensì la conseguenza di politiche inospitali e repressive (basti pensare alla persecuzione di cui fu fatta oggetto dai nazisti), di cui la creazione dei campi nomadi costituisce solo l’ultimo baluardo. In questi luoghi, infatti, si è determinata una vera e propria situazione di segregazione razziale, una ghettizzazione che spinge i rom al degrado sociale e culturale e all’impossibilità dell’integrazione, se non a prezzo di un’assimilazione forzata che produce l’annientamento della propria peculiare identità.

Storie toccanti di uomini e donne che lottano per un futuro migliore

Il diario scritto dalla Lucetti tratteggia, attraverso la ricostruzione dei giorni di servizio, vite umane autentiche che non vogliono arrendersi all’apartheid a cui sono costretti e che, giorno dopo giorno, tentano di costruire per se stessi, e in particolare per i propri figli, un futuro più roseo, improntato all’integrazione e al multiculturalismo.

Vi è Argia, dai capelli brizzolati legati a coda di cavallo e l’andatura tipicamente maschile, donna che incute un senso di rispetto profondo, come se fosse un’anziana, pur non essendolo realmente. Sarà per il colore dei capelli o per il viso provato, ma soprattutto per la sua straordinaria saggezza, che le consente di fronteggiare con estrema determinazione anche le difficoltà più ardue. Argia si reca al Centro informazione e consulenza cittadini extracomunitari e rom per poter riavere la sua casa, una stanza nel cimitero, da cui è stata mandata via, costretta a vivere in una precaria roulotte infestata da “creature minacciose”.

Poi c’è Nariba, la quale non vuole che i suoi figli vengano inseriti nella lista dei bambini rom, perché «non sono “zingheri” come quelli del campo». La donna è disposta a rinunciare agli aiuti previsti per coloro che ne fanno parte, purché le sue creature non diventino oggetto del dileggio, del disprezzo e del pregiudizio razzista dei compagni di scuola e dei borbottii infastiditi e intolleranti dei loro genitori. Malgrado un marito sfaccendato e una vita ben al di sotto delle aspettative di gioventù, Nariba si fa in quattro per garantire ai suoi bambini un’esistenza serena e dignitosa e per fare in modo che non nutrano complessi di inferiorità nei confronti dei loro coetanei.

Il dramma di Lukia è, invece, determinato dal fatto che in un periodo di grandi difficoltà le è stato sottratto il figlio, rinchiuso in un Istituto per minori. Da mesi non vede il suo bambino e non le è neppure consentito di parlargli per telefono. Nonostante un marito violento e innumerevoli sacrifici, la donna non si arrende e lotta disperatamente per il bene più prezioso della sua esistenza.

Trascorsi «i primi tempi di studio reciproco e di estraneità nei quali viene mantenuta una certa distanza valutativa», si creano splendidi rapporti di vicinanza emotiva e confidenza tra l’autrice e queste donne tormentate, eppure così «piacevoli e intelligenti». È Lucatti stessa a raccontarci, non senza una punta di malinconia e commozione, quanto sia importante, anche nell’ambito lavorativo, instaurare relazioni autentiche, improntate alla reciproca comprensione. Ci svela, infatti: «Parlare con le donne straniere è una cosa che ogni volta mi fa sentire più ricca e le rom in particolare mi lasciano dentro un senso strano, quasi un antidepressivo. Nonostante il dolore che riescono a trasmettere, mantengono sempre qualcosa di estremamente vitale che si attacca addosso a chi si permette di lasciarlo entrare, non ponendo nel mezzo il muro del pregiudizio». E ancora: «Nei momenti di più acuta tristezza incontrarli mi calma, mi restituisce un senso. Sento che nonostante tutti gli sforzi che fanno per riuscire ad assicurarsi la sopravvivenza non sopravvivono ma vivono comunque e a qualsiasi costo. Come se non perdessero mai, anche nel dolore più grande, questo senso del vivere nel quale riescono a includere tutto senza lasciarsi portare via».

Romantica gente umiliata per il colore della pelle e l’aspetto dimesso

Il rapporto speciale e simbiotico con le “sue donne rom” fa emergere nell’animo sensibile della scrittrice un profondo senso di colpa e di vergogna per la razza a cui appartiene, la quale costringe i “diversi” a una vita che non è degna di essere definita tale, caratterizzata da ingiustizie, disparità di trattamento, umiliazioni e torti, “giustificati” unicamente dall’appartenenza a un’etnia differente.

La forma di diario scritto in prima persona mette in evidenza i sentimenti e le emozioni provati dall’autrice del libro nei suoi undici anni di lavoro entusiasta presso il Centro, durante le innumerevoli battaglie (alcune perse con onore, molte altre vinte con soddisfazione) condotte fianco a fianco a questa umanità bistrattata e, nonostante ciò, mai fiaccata del tutto. È proprio questa carica di straordinaria empatia, che filtra da ogni pagina di Romantica gente, a costituire il principale punto di forza e di attrattiva di un libro, scritto in uno stile semplice, asciutto e diretto, che si propone l’intento di instillare nelle menti dei lettori il concetto per il quale professionalità significa anche umanità e compartecipazione e, soprattutto, lo scopo di contribuire a condurre i rom fuori dai campi, «intesi simbolicamente come recinti pregiudiziali all’interno dei quali sono collocati». Speriamo davvero che l’obiettivo venga centrato.

Annalice Furfari

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