Rom e Sinti da tutto il mondo

Ma che ci fa quell'orologio?
L'ora si puo' vedere dovunque, persino sul desktop.
Semplice: non lo faccio per essere alla moda!

L'OROLOGERIA DI MILANO srl viale Monza 6 MILANO

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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Fabrizio (del 02/03/2012 @ 09:21:48, in Kumpanija, visitato 1379 volte)

Open ABC By Guest Blogger Yvonne Slee MON 27 FEB 2012

PHOTO CREDIT: UNKOWN PHOTOGRAPHER, BRISBANE LIBRARY PHOTO

Mi chiamo Yvonne Slee e faccio parte della comunità romanì di Coffs Harbour. Sono migrata in Australia nel 2005, arrivando dall'Europa. Impiego il mio tempo, sin dall'arrivo in Australia, come scrittrice, attivista ed educatrice.

La foto di una romnì e della sua famiglia è stata scattata nel 1907, poco dopo il loro arrivo a Brisbane su di un battello salpato dalla Grecia.

Foto esemplare, che si potrebbe adoperare per l'Open Project ABC Now and Then, volto a mostrare la storia di una comunità australiana.

La storia dei Rom data almeno 1000 anni addietro al tempo del loro esodo dall'India, dove gli invasori islamici, guidati da Mahmoud of Ghazni, allontanarono a forza i nostri antenati dalla patria natia. Altre informazioni potete trovarle sul mio sito dedicato alla storia delle comunità rom e sinti.

I Rom hanno trascorso centinaia di anni nell'Europa delle perduranti guerre, attraverso mancanza di comprensione per la nostra cultura, pregiudizi e difficoltà. Cercavano un futuro migliore per loro ed i loro figli. I Romnì erano sulle navi che per prime arrivarono in Australia nel 1788, e da allora sono stati migranti.

Dopo la II guerra mondiale, molti Romanì guardavano all'Australia come una nuova patria, arrivandovi con barche da 5 kg., portando seco le loro capacità di calderai, artigiani del legno, ramai ed addestratori di cavalli.

Negli anni '50, '60 e '70 si sono visti accampati sulla costa orientale dell'Australia, in posti come Nudgee Beach vicino a Brisbane e sulla costa Nord Sud ovest da Orange fino a Mildura.

Usavano grosse macchine americane per trainare le loro grandi carovane argentee, dove vivevano mentre svolgevano lavori stagionali presso fattorie, orti, stalle o viaggiando con le fiere di divertimento, accampandosi in tendoni.

Quei giorni nomadi sono ormai finiti da tempo. La maggior parte dei Romanì residente in Australia vive e lavora in città e paesi di tutto questo suo vasto continente. Non pochi hanno studiato sino all'università, diventando professori ed insegnanti.

Mio marito e io siamo entrambi Romanì, e viviamo a Coffs Harbour con i nostri tre figli. Siamo arrivati in Australia nel 2005 dall'Europa. Mi piacciono le nostre tradizioni, molte delle quali di radice indiana. La mia preferita è la cucina romanì, che con quella indiana condivide l'uso di svariate spezie.

Mi piacciono anche i balli e le canzoni ed imparare la nostra lingua. La parola romanì discende dal sanscrito, e così molti vocaboli della nostra lingua. Abbiamo centinaia di parole hindu usate nel romanés.

Ci sono 12 milioni di romanì che vivono in Europa, 2 milioni nelle Americhe e circa 25.000 in Australia. Sono orgogliosa di essere una di loro.

Ora sono cittadina australiana e ritengo che l'Australia continuerà a beneficiare dell'avere una società multiculturale, dove le varie ed interessanti differenze tra tutte le culture creeranno una maggior tolleranza e comprensione nel nostro mondo e tra le persone che vi convivono.

 
Di Fabrizio (del 29/02/2012 @ 08:58:28, in Kumpanija, visitato 2165 volte)

Se non state attenti, i media vi faranno odiare le persone che vengono oppresse e amare quelle che opprimono! (immagine da Terraelibertacirano.blogspot.com)

Conosco amici e compagni che sono convinti che il razzismo sia un patrimonio degli imbecilli... il ché vorrebbe dire che se qualcuno è minimamente intelligente-istruito, non dovrebbe essere razzista.

Visto che non sono d'accordo su questa affermazione, ho provato a dare delle spiegazioni a me stesso:

  1. quella più semplice era che, dato che chi lo pensa è di solito antirazzista, trova più diplomatico affermare di non essere razzista, piuttosto che dire di essere intelligente, col rischio di essere smentito prima o poi;
  2. del razzismo comunemente inteso, percepiamo gli aspetti eclatanti (le fiamme date ad un campo rom, la mensa comunale negata ai figli di stranieri, certe dichiarazioni sanguigne oltre gli steccati penali). Più a fatica individuiamo il brodo di coltura di questi fenomeni.
  3. Se ripenso, ad esempio, a come fu possibile la mobilitazione del III Reich contro gli Ebrei, vedo invece che gli intellettuali svolsero un ruolo chiave nel prepararla. Göbbels (non era l'ultimo arrivato) ben prima che il nazismo si facesse stato, intuì il ruolo dell'informazione (che in seguito passò alla scuola) come veicolo anestetizzante della propaganda; era già successo in passato, ma lui fu il primo ad adoperarla in maniera cosciente e sistematica. Parimenti intuì ed applicò il ruolo di braccio armato da delegare ai gruppi paramilitari. Quando le sue intuizioni da teoria si fecero pratica, la macchina dell'odio era un meccanismo così oliato che dalla guerra agli Ebrei passò alla guerra mondiale.

Passando dai ragionamenti alla pratica, lo spunto arriva da Reggio Emilia. Doppiamente interessante perché il network a cui fa capo la testata, si chiama 4minuti.it: vale a dire il tempo che mediamente un lettore distratto dedica a leggere e digerire una notizia.

Ma torniamo alla nuda cronaca, titolo e sottotitolo recitano:

    Rom, dopo l'aggressione di Massenzatico "Il Comune non si limiti alla solidarietà"
    La Lega Nord: bisogna fare rispettare la legalità

Di che si parla? Per motivi banali, qualche sera fa c'è stata una rissa in un locale del Reggiano. Un frequentatore è stato malmenato da un gruppo di "supposti nomadi". Si ignora chi siano gli aggressori.

Dopo queste indicazioni, l'articolo prosegue citando (oltre metà del pezzo totale) una dichiarazione di un consigliere comunale (il partito di appartenenza non mi interessa) da cui veniamo a sapere che la macchina degli aggressori è stata ritrovata abbandonata nei pressi del locale "campo nomadi".

Il tono generale della dichiarazione è fermo, ma nel contempo civile ed educato, niente a che fare con le sguaiatezze di un Borghezio, di uno Speroni o un Calderoli. Difatti il consigliere termina il suo ragionamento con questa frase, che chiunque potrebbe condividere: "Il rispetto della legalità è il primo requisito per la convivenza civile tra le persone, e Reggio non può e non deve tollerare in alcun modo che certi fatti rimangano impuniti".

E' però la penultima frase che ci riporta nel cortocircuito mentale del piccolo razzismo trasmesso in quattro minuti. Con lo stesso tono civile, si dice: "Qualora si accertassero responsabilità o anche solo connivenze o favoreggiamenti da parte di ospiti del campo nomadi di via Gramsci, da parte del Comune mi auspico che vengano presi i provvedimenti di cui al regolamento dei campi nomadi, e che a Reggio non ci sia alcuna ospitalità per questi individui".

Spiazzante quel "qualora" iniziale: non vi suonerebbe fuoriluogo se al posto di una comunità rom o sinta, fosse riferito a qualsiasi altro gruppo etnico? Se il regolamento prevede l'espulsione dei colpevoli ("presunti" tali o dopo essere passati in giudicato?), sapreste dirmi se conoscete un regolamento analogo per le case comunali, dove se qualcuno compie un crimine, o è semplicemente sospettato di esserne l'autore, perde il diritto alla casa? Nel vecchio regolamento del comune di Milano (decaduto lo scorso novembre), perderebbe il diritto alla piazzola di sosta l'intera famiglia del presunto colpevole.

La chiave è in un altro frammento di dichiarazione: "Sono anni che i cittadini di Massenzatico e di Pratofontana subiscono passivamente gli effetti negativi di una convivenza intollerabile con la comunità nomade, nel silenzio delle istituzioni..." da cui discende il "legittimo sospetto" che l'aggressione nel locale sia la scusa per un regolamento di conti ben più grave, per cui una comunità debba pagare le colpe dei singoli, ANCHE IN ASSENZA DI COLPA PROVATA.

Vorrei terminare questi pensieri, invitandovi a non chiedervi se ho parlato o meno di razzismo. Non è un razzista dichiarato chi ha fatto quelle affermazioni, ma credetemi, non lo sono neanche Borghezio, Gentilini, non lo era neanche Göbbels... solo vogliono fortemente che lo diventiate voi. Come sapete, nessun razzista ammetterà mai di essere tale.

Sono (stati) tutti attori, recitano una parte con diversi comprimari e spettatori paganti, al solo scopo di alimentare la continua macchina dell'odio. Sanno che la paura, il risentimento, l'incertezza fioriscono, mai come in questi tempi, e quindi parlano e ci manovrano di conseguenza. Ma in fondo, dipendesse da loro non farebbero male ad una mosca... ci sarà sempre chi svolgerà il lavoro sporco in vece loro.

 
Di Fabrizio (del 30/01/2012 @ 09:21:21, in Kumpanija, visitato 2579 volte)

Non è una bella parola in lingua romanì: significa divoramento, smembramento; e qualcuno preferisce la parola "Samudaripen", genocidio, senza dubbio più oggettiva, ma anche meno carica di significati simbolici.

Se la prima si intende come una specie di stupro collettivo, la seconda credo che sia posteriore ai fatti narrati: insomma le elites intellettuali romanì hanno dovuto adattare-inventare un termine per descrivere qualcosa che i Rom e i Sinti "normali" non erano in grado di concepire, come somma di violenza e di cui neanche comprendevano la ragione.

Non sono in grado di fare statistiche approfondite, ma almeno in Italia quasi ogni famiglia ha avuto un parente internato o ucciso e per molti anni non se ne fece cenno: da una parte per le reticenze e l'ignoranza della storiografia ufficiale, dall'altro per la vergogna (molto privata) con cui le famiglie conservavano quella memoria.

Furono i Sinti tedeschi che verso la metà degli anni '70 iniziarono a far luce su un sistema di annientamento fisico e morale, organizzato in maniera scientifica e massiva.

Però non basta che una notizia sia conosciuta, non basta parlarne (magari per una settimana), perché resti qualcosa anche il resto dell'anno. Ma stavolta non intendo tornare sulle ragioni storico-politiche di un dopoguerra che non passa, visto che è un argomento che qui viene trattato sino alla nausea.

Torno al divoramento e a tutti i simboli connessi. Al vuoto che è rimasto dopo e all'incapacità dei nostri sistemi democratici di costruire una società inclusiva. Un vuoto che da una parte è stato riempito di vergogna e pudore, dall'altra la società maggioritaria (quella degli inclusi) ha imparato a convivere con i propri buchi neri della memoria.

Abbiamo anche noi la nostra vergogna: quella di scoprire il filo che lega la storia di 70 anni fa, con gli sgomberi e i piccoli e grandi razzismi quotidiani. Come in tempo di guerra, c'è chi vede le discriminazioni attuali e preferisce il silenzio, perché nonostante la nostra presunta evoluzione da allora, abbiamo sempre paura di essere additati come irriconoscenti a questo sistema che non ci ha permesso di evolvere, ma al limite di arricchirci. E nel contempo, ci consente di avere un capro espiatorio su cui sfogare i nostri corto circuiti.

Il vuoto, nuovamente, crea e si nutre del DIVERSO. E la paura fa chiudere gli occhi. L'importante è non doverlo ammettere, perché la nostra sicurezza potrebbe collassare come un castello di carte.

Succede allora che la marea di notizie che ci circondano, la scoperta che il Porrajmos è effettivamente avvenuto (nel nostro caso), perde la sua oggettività, e le notizie diventano come pedine di una partita a scacchi. Senza la conoscenza dell'ALTRO, il Porrajmos viene ridotto ad una disputa, dove pari sono chi lo ricorda e chi lo nega.

Non mi sorprende che allora ci sia qualcuno che in questo mercato delle notizie, dove gira di tutto a grande velocità e in centinaia di piazze mediatiche, per [noia, insicurezza, voyerismo ecc.] alzi ancora di più la voce, credendosi dissacratorio ed abbassandosi a fare l'ultra negazionista: il troll della situazione o il Borghezio in brufoli e pantaloni corti.

Anche lui è figlio del divoramento, deve riempire il suo vuoto, inventandosi una propria superiorità. Sognandosi una guerra personale da cui poter uscire vincitore.

Per lui, ho rubato queste considerazioni finali:

La guerra che verrà
non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima
c’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. Fra i vincitori
faceva la fame la povera gente
egualmente.
Bertold Brecht

 
Di Fabrizio (del 24/01/2012 @ 09:47:45, in Kumpanija, visitato 1249 volte)

Il consiglio di Zona 4 per il Giorno della Memoria - Due importanti iniziative promosse dalla Commissione Cultura:

WOW Spazio Fumetto – Museo del fumetto – viale Campania, 12 - dal 21 gennaio al 5 febbraio 2012 – due percorsi-espositivi che - utilizzando il linguaggio del fumetto – parlano della tragedia delle persecuzioni nazi-fasciste.
Verranno esposti - attraverso una selezione e lettura ragionata di un significativo numero di pagine - "Maus – Racconto di un sopravvissuto" di Art Spiegelman e "Giorgio Perlasca – Un uomo comune" di Ennio Buffi e Marco Sonseri.
La presentazione del materiale selezionato ha un taglio intenzionalmente didattico, per facilitare la comprensione di un periodo tra i più dolorosi della storia.

Nell'ambito delle esposizioni, domenica 22 alle ore 16 si terrà un incontro con le Associazioni che rappresentano i deportati nei campi di steminio e sopravvissuti alla Shoah.

Data la particolarità dei temi affrontati, l'ingresso alle suddette esposizioni sarà gratuito.

Venerdì 3 febbraio – Teatro della XIV – via Oglio 18 – ore 20,45
Musica e Parole dal Mondo un ciclo di spettacoli, un filo conduttore: le tante voci, le diverse anime e la preziosa pluralità di culture che popolano Milano promosso dalla Commissione Cultura del Consiglio di Zona 4, presenta
PORRAJMOS DIMENTICATO
in occasione della Giornata della Memoria incontro con la Comunità Rom di Zona 4
Introduzione musicale di Alessio Lega
Presentazione a cura di Opera Nomadi e del Museo del viaggio "Fabrizio De André" di Rogoredo
con Mirko e Giorgio Bezzecchi e Maurizio Pagani
Proiezione di Porrajmos, filmato sulla deportazione Rom e Sinti nei campi di internamento e di sterminio e di un documentario storico sulla famiglia Bezzecchi negli anni '50 a Milano.
Esibizione del gruppo musicale I Muzikanti di Balval diretti dal Maestro fisarmonicista Jovic Jovica che animerà l'incontro con musiche e balli della tradizione balcanica.

Ingresso libero

 
Di Fabrizio (del 23/01/2012 @ 09:54:46, in Kumpanija, visitato 1202 volte)

Da Czech_Roma

Annega violinista del Concordia, dopo aver aiutato i bambini ad indossare i giubbotti di salvataggio Italy, 19.1.2012 21:19, (ROMEA)

 Sandor Feher: video da Youtube

Una delle persone recentemente identificate come vittime del capovolgimento della nave Concordia, è il trentottenne violinista Sandor Feher. Il ministero degli esteri ungheresi ne ha confermato la nazionalità.

Sandor Feher, la prima vittima dell'incidente identificata ufficialmente, lavorava sulla nave come violinista. L'Associated Press riferisce che sua madre l'ha identificato in Italia.

Si dice che il violinista abbia aiutato a fornire di giubbotti di salvataggio i bambini che piangevano durante l'evacuazione. Sia poi tornato in cabina per recuperare il suo violino. Il pianista Joszef Balog avrebbe confermato che indossava anche lui un giubbotto di salvataggio mentre decideva di tornare in cerca del suo strumento.

Feher proveniva da una famiglia di musicisti. Anche suo padre e suo nonno erano violinisti. Iniziò a suonare a sei anni e si laureò nel 1998 all'Accademia Musicale Franz Liszt di Budapest. Ha trasmesso l'arte del violino ai suoi allievi, insegnando a bambini tra i 6 e i 20 anni col metodo "ABC" sviluppato dal suo maestro, László Dénes, e da altri musicisti. Il sistema è molto conosciuto in Germania ed Ungheria, e Sandor lo descriveva come un metodo che comprende canzoni folk da tutto il mondo. Il violinista stava progettando di insegnare violino all'estero e "usare questo metodo per formare una nuova generazione di violinisti".

iDNES.cz, violinist.com, ih, translated by Gwendolyn Albert

 
Di Fabrizio (del 02/01/2012 @ 09:06:46, in Kumpanija, visitato 1412 volte)

Sul valico. Foto da geoportale.caibergamo.it

1 gennaio 2012: mi sveglio nel mio letto, da solo. Ricordi confusi della serata precedente.

Bisogno di un caffè come si deve, al bar. Per strada, una distesa di serrande abbassate. Voglio una conferma di dove mi trovo e so dove cercarla. Vado alla torre del binario 21, in Stazione Centrale, dove si abbracciano 100 anni di storia, simboli e lotte di questa città. Milano, un'altra volta riparto da qua.

31 dicembre 2011: tutto è iniziato verso le 16.30, con panettone, peperoni ripieni e 3 montenegro (più mixité di così!)... ci voleva poco a capire come sarebbe continuata la serata. Giro tra le piazzole, un abbraccio e un bicchiere. I falò accesi rivelano se in questo momento la famiglia sia povera o ricca. Si ride, si chiacchiera (quando la musica lo permette), la regola è che devi sentirti come a casa tua, anzi meglio. Ma il mezzo non sono il vino, il cibo, le canzoni, piuttosto un mezzo sorriso che traduci come un abbraccio vero.
Fuori lontano dai fuochi fa freddo, nelle baracche le stufe vanno a tutto volume: una continua sauna finlandese, solo i bambini corrono qua e là incuranti dello sbalzo termico.
Amici, parenti e conoscenti si susseguono da una piazzola all'altra, in un corteo incessante, che stabilisce chi è parte della tua gente, quelli su cui forse potrai contare.

Entro in un grande container familiare, la tavola apparecchiata, 3 o 4 famiglie sono sedute. Il via vai continua. Musica a palla anche qui, ballano i maschietti in giacca e cravatta e le femminucce vestite da principesse. Il rito di far parte per una sera del mondo degli adulti. Anche i grandi che col tempo hanno imparato a fingersi persone serie come i gagé, si lasciano andare, cantano, fischiano, accennano un movimento del bacino o un passo di tango. Stasera non devono fingere: è il momento di ribadire, anche davanti a chi continua ad arrivare in visita, la propria identità e le proprie radici, in un casino inenarrabile e liberatorio.
Io, da sempre negato per ballare, batto il ritmo sul tavolo e con i piedi. Ridiamo: ma ti immagini fare una cosa del genere in un appartamento?
In quella baraonda, ho la netta sensazione di essere una comparsa in un film di Kusturica, e di conoscere tutti gli attori. E' la realtà, invece, che si ripete nei secoli in ogni dove sia arrivata questa gente.

29 dicembre 2011: parlando, anche dei problemi seri, emerge qualcosa di nuovo in questo festeggiare: due giorni prima c'era stata una riunione pubblica sul destino dell'insediamento. Abbiamo lavorato bene per un anno, anche fuori dal campo, e siamo riusciti a riempire la sala della riunione di tanti cittadini che, sorpresa sorpresa, erano lì a difendere i loro rom ed il loro futuro. Rispettosi ma determinati. Con l'assessore che sinceramente non se l'aspettava, ma anche i Rom presenti che si guardavano intorno stupiti.

I segnali c'erano... prima e dopo natale tanta gente del quartiere, molti sconosciuti, è arrivata in quest'angolo dimenticato di Milano, anche solo a stringere una mano, farsi un caffè o un bicchiere di vino, e dire silenziosamente che non si era soli.
E ripenso alla strada percorsa in quest'anno, agli sforzi comuni per abbattere, prima dei ghetti fisici, quelli mentali. Ai tanti Carlo, Paolo, Laura, Cesare, Stefania, Antonio, Marco, Marina... che nonostante i dubbi ed i problemi, ci hanno creduto ed hanno tenuto la rotta.
Se altrove il vento nuovo su Milano fatica a farsi sentire, la nostra piccola primavera di via Padova (tutta, da Loreto sino alla Gobba) sta resistendo all'inverno. Si continua a credere che E' POSSIBILE migliorare SOLO assieme, e per farlo abbiamo dovuto imparare a parlarci da pari a pari. Non è stato così con tutti, dice chi non ci crede... ed ha ragione. Ma c'è chi continuerà.
Parlandoci, vedendoci, siamo cambiati. La mia gente forse ha meno paura del diverso. Qualche rom ha imparato che non si deve sempre fuggire o abbassare la testa; cambiare non significa per forza spostarsi se non lo si vuole, cambiare significa magari trovare il coraggio di lottare anche per restare.

Anche se non sarà (mai) facile. Continuavo a ripeterlo il 31: stavolta abbiamo portato a casa il punto, ma non è finita. Dopo questo valico, nel nostro viaggio da fermi, ce ne aspettano altri.

31 dicembre 2011: mi dice un amico: "A mezzanotte arriva il cotechino con le lenticchie. Se vuoi, poi ti fermi a dormire da noi".
"Grazie fratello, ma ho bisogno di fare due passi. Ci vediamo dopo." Ed invece passo dopo passo mi sono trovato davanti al portone di casa.

E adesso che ho riordinato i ricordi, un buon anno a tutti BAXTALO NEVO BERSH SAVORRENGE.

 
Di Fabrizio (del 01/01/2012 @ 09:54:34, in Kumpanija, visitato 1777 volte)

immagine da barriodecuba.altervista.com

L'isola è conosciuta di sicuro, per diversi motivi, talvolta antitetici. Alcuni anni fa raccolsi in italiano del materiale sulla presenza dei Rom a Cuba. M'è venuta voglia di riproporlo. Per rispetto, inizio con Jorge Bernal, studioso argentino che per anni ha documentato la presenza di Rom e Kalé nell'America centrale e meridionale.

Seguono due pezzi, uno dell'agenzia ufficiale Granma e l'altro dell'Havana Journal, un'agenzia web anticastrista. La cosa divertente di questa storica contrapposizione politica è che i due pezzi sono quasi identici, anche se si guardano bene dal citare le informazioni della "concorrenza".


Estratto da "I Rom nelle Americhe" - La storia dei Rom a Cuba

Si sa poco del passaggio di alcune famiglie Rom che arrivarono a L'Havana all'inizio del 1900 e negli anni '20.
…erano un gruppo coeso e imparentato tra loro, uniti da linguaggio, tradizioni e professioni comuni. Mantennero questa unità a Cuba e negli altri paesi americani in cui arrivarono. Questo garantì ovunque la loro sopravvivenza, come emerge in questa storia molto conosciuta.

Come Dio creò gli esseri umani
Sapete come Dio creò gli esseri umani? Ve lo racconterò: prima fece la terra e tutte le cose che esistono: gli alberi, l'erba, gli animali…
Ma si sentiva solo, e così creò anche gli esseri umani. Modellò del fango e lo mise a cuocere, ma se ne dimenticò e quando lo estrasse dal forno, era tutto bruciato. Quello fu l'antenato del popolo nero. Non contento di questa sua creazione, fece un altro modello. Questa volta lo tolse subito dal forno e la statuetta era molto chiara. Divenne l'antenata del popolo bianco, i Gadjé. Fece poi un altro tentativo e stavolta calcolò con precisione i tempi di cottura. L'ultima statuetta era cotta a puntino e divenne l'antenato di tutti i Rom.


La leggenda riflette il sentimento dell'orgoglio che i Rom provano per la loro origine etnica, e che tutte le comunità hanno sempre difeso. I Rom si riconoscono in ogni paese perché hanno mantenuto precisi valori culturali, etici, estetici propri. In ogni posto dove sono arrivati, hanno mantenuto la loro autenticità e personalità, cercando di adattarsi ai diversi codici sociali.

Numeri e attitudine
I Rom a Cuba saranno 200, forse di meno. Sono comuni i matrimoni misti, perché le famiglie estese saranno due o tre. Un gruppo era composto da soli uomini e sposò donne cubane. Secondo la tradizione i discendenti seguono la linea paterna e le famiglie hanno mantenuto le tradizioni e la lingua Romanes. Molti hanno lasciato Cuba per ricongiungersi ai parenti in Venezuela e in altre parti del continente e mantenere le proprie tradizioni. Durante la permanenza a Cuba, avevano creato una cooperativa famigliare per il lavoro dei metalli, che in seguito fu assorbita dallo stato.
La maggior parte delle famiglie miste è rimasta a Cuba (una sola andò in Argentina) e hanno mantenuto una cultura mista. La lingua comune è lo spagnolo, ma riconoscono parecchi termini nella lingua romanes. Si considerano cubani di sangue Rom.

Durante le prime decadi del XX secolo, molte famiglie Rom arrivarono a Cuba, provenienti dall'Europa centrale e orientale, mantenendo il proprio sistema sociale di famiglia allargata. Il matrimonio è endogamo e deciso dalle famiglie, ai neonati è d'uso dare il nome degli antenati, per rispetto a chi diede origine al gruppo o clan (vitsa), gli anziani fanno anche parte dell'assemblea chiamata "kris", che per i Rom è la più alta struttura di legge e giudizio. Questa organizzazione è stata gelosamente salvaguardata e trasmessa di generazione in generazione, come in altri paesi americani ed europei, sino alle seconde/terze generazioni di Rom nati a Cuba.
Le famiglie che arrivarono a L'Havana si accamparono in una zona periferica che oggi si chiama Lawton. Era abitata allora da operai e piccoli artigiani. I Rom si mantennero però distanti dal nucleo originario, costruendosi per conto loro povere baracche di legno.
Nel nucleo originario si ricorda una famiglia estesa di nome Cuik, proveniente dalla Russia. Arrivarono a più riprese tra il 1912 e il 1924. Sino alla fine degli anni '40 vissero nelle loro tende.
Questo gruppo di esotici immigranti trovò a Lawton un clima di accettazione e riconoscimento sociale. Secondo i discendenti nessuno li disturbò mai e loro stessi vissero senza creare disturbi.
Crediamo anche che l'accettazione fu dovuta allo sviluppo che questi Rom diedero alla piccola metallurgia, attività che era particolarmente apprezzata nella Cuba di quei tempi. Una delle discendenti, che attualmente vive in Venezuela, racconta che anche dopo la rivoluzione non si sentì discriminata in alcun modo, anzi fu pienamente integrata nella forza lavoro dal nuovo regime e molti degli abitanti stanziali continuarono a frequentarla in cerca dei suoi pareri e consigli.
Nell'accampamento, continuarono con le occupazioni tradizionali: gli uomini nella piccola metallurgia e le donne come indovine.

Status sociale di uomini e donne
Nella tradizione Rom le donne acquistano rispetto sociale dopo il matrimonio, con la possibilità di creare una nuova famiglia. E' una dinamica sociale che si è mantenuta anche nel caso di famiglie miste; come anche quella di investire la donna del mantenimento delle finanze famigliari (il capitale costituito dalla cassa, dai gioielli e dall'oro, a cui i Rom attribuiscono anche proprietà mediche). Nella lingua tradizionale è il "galau" e alle donne (le romnià) spetta il compito di preservarlo e accrescerlo.
Diventando anziane, a Cuba e altrove, cresce il loro prestigio e vengono consultate dalla kris (vedi sopra).
A Cuba le romnì possono studiare e divorziare senza subire rivalse dal resto del loro gruppo.
Le famiglie miste hanno mantenuto anche la celebrazione tradizionale dei morti, "la pomana". E' un pasto offerto in onore del morto – nove giorni dopo la morte, sei settimane, sei mesi e poi nella ricorrenza annuale. Per l'occasione viene vuotata una coppa di vino o di acqua a favore del morto, che per quanto invisibile, rimane presente. Quando sono presenti immagini del morto, c'è l'uso di mettere un bicchiere pieno di fronte alla foto o al quadro, per far piacere alla sua anima. Oppure, nelle riunioni famigliari [i morti] sono invitati a condividere quanto bevono gli altri invitati.


I Gitani all'Avana RAFAEL LAM – speciale per Granma Internacional

I gitani sbarcarono a Cuba, in Brasile e in tutta l'America Latina sicuramente assieme ai primi colonizzatori spagnoli e portoghesi, dalle caravelle dei conquistadores… scrive il professore brasiliano Atico Vilas – Boas. E per questo anche la vita cubana è permeata da questa cultura leggendaria

Con la loro pelle scura e strane abitudini, i gitani hanno sempre suscitato curiosità: vengono chiamati anche Gipsy, Tzigani, Yeniche, Zingari e sono vittime di malintesi e di persecuzioni. Hanno sempre resistito tenacemente per la conservazione della loro personalità e autenticità esotica.

Sono vincolati al nomadismo, alle carovane, ai cavalli, le tende, le grotte, le caverne, carri e carretti, vagoni, accampamenti, strade e campagna aperta…

Sono cestai, toreri, lavorano lo stagno, fanno gioielli, predicono la sorte, sono musicisti e suonano in quartetti di chitarre; le loro espressioni vocali propongono lamenti lontani e raccontano le pene e le arroganze di un'emarginazione che è divenuta un'opera d'arte attraverso la prodigiosa e millenaria tradizione dell'Andalusia, una delle più interessanti del mondo, racconta lo scrittore spagnolo Felix Grande.

Buona parte della musica popolare cubana e latino – americana è nata in questo mondo periferico, umile e disprezzato dalle classi aristocratiche. Ricordiamo il tango, il samba, il merengue, i mariachis, il calipso, la bomba, il porro, il joropo, il son, il bolero, la rumba, la guaracha, la conga…

L'origine dei gitani è stata misteriosa per secoli, ma gli specialisti di oggi non hanno dubbi che sono originari dell'India nell'anno mille circa e questo è stato provato grazie alla loro antropologia, la medicina, l'etnologia e la loro lingua.

Cuba ha ricevuto i gitani per più di cinque secoli. Lo specialista d'arte, Antonio Alejo Alejo, racconta che era abituale vedere gli indù lavorare nella zona del porto dell'Avana.

La maggior ondata di gitani giunse a Cuba a partire dal 1936, in fuga dal franchismo, con la guerra civile spagnola. Poi vennero i fuggitivi dai terribili campi di concentramento nazisti.

La scrittrice Renée Méndez Capote dedica uno spazio ai gitani nel suo libro "Una cubanita che nació con el siglo" e in un numero della rivista Carteles del 1940 si legge un reportage che informa che i gitani si erano rifugiati nella zona delle colline di Lawton.

Molti usarono l'isola come una base per poi raggiungere altri paesi, ma diversi si integrarono alla vita di Cuba, che è sempre stata una nazione molto ospitale.

Joventud Rebelde l'anno scorso ha pubblicato un articolo sulla presenza dei gitani, su come vivono questi discendenti eredi delle famiglie giunte negli anni '20, che qui incontrarono il solo paese che permise loro di trascorrere una vita tranquilla.

Qui ci sono abitudini e modi di vestire, parole, attrazioni nei circhi, nelle fiere, le feste e carnevali, nel gergo musicale attuale della musica ballabile o salsa; nel filin degli anni '40 – 50 troviamo parole come jama (cibo), curda (ubriaco), puro (padre). Tra i dolci c'è il braccio gitano!

La moda dei giovani d'oggi è permeata dalle abitudini gitane: bracciali, catenelle ai piedi, collane, fazzoletti alla cintura e in testa, vestiti colorati, grandi anelli.

"Ma dov'è la verità gitana? Da quando ricordo io vado per l mondo con la mia tenda e cerco amore e affetto!" Ras e Sedjic.


Svelando la presenza dimenticata degli zingari a Cuba Mon January 31, 2005 | Posted By: Dana Garrett

Negli ultimi tempi le storie sugli Zingari sono di moda nelle soap operas di prima fascia televisiva alla televisione cubana.
Questo ha risvegliato domande da parte di molte persone sull'isola che – anche se consapevoli dell'influenza esercita dalle culture straniere nella formazione della nazionalità cubana – non erano sinora consci che nelle loro vene potesse scorrere anche sangue zingaro.
Viceversa, le nostre radici africane sono talmente manifeste, che esiste un noto detto per cui se un cubano non ha sangue congolese, sicuramente ne ha di Calabar (ndr: esiste Calabar sia in Nigeria che in Giamaica, penso si riferisca a ciò), questo significa che a Cuba non c'è modo di evitare di essere razzialmente mescolati.
La comparsa di una cultura cubana non è dovuta solo al contributo di africani e spagnoli, anche altre gruppi etnici hanno avuto il loro ruolo.
La storia mostra che nelle prime decadi del secolo scorso, masse di zingari immigrarono nell'isola, mentre per altri studiosi la loro venuta risale ai primi giorni della colonizzazione spagnola.
Ancora, per quanto qui gli zingari siano stati meno discriminati che altrove, lo stesso nel 1930 fu varata una legge per impedire la loro entrata nel paese. Legge che comunque fu largamente aggirata.
Nei ricordi degli anziani la loro presenza si lega a storie di indovini, donne che indossano colorati orecchini, braccialetti e collane; uomini di bell'aspetto che montano e smontano le loro tende.
Pedro Verdecie, avvocato in pensione e storico – che risiede nella provincia orientale di Las Tunas, si ricorda di gruppi di uomini e donne accampati in quell'area.
Dice Verdecie che questi nomadi praticavano la vendita al minuto di vari beni e che talvolta furono coinvolti in attività illegali, riuscendo comunque a instaurare un rapporto con la popolazione stanziale e scambiandosi costumi e tradizioni.
Nonostante la mancanza di documenti ufficiali che provino il passaggio degli zingari sull'isola, la verità è che in questi giorni i cubani sembrano aver iniziato ad apprezzare l'impronta degli zingari all'identità nazionale, col loro fascino vagante di bohemiennes.

 



Dopo i recenti avvenimenti che hanno coinvolto i Rom che abitano nella Cascina Continassa di Torino, occorre aiutare e supportare in questo tragico momento le famiglie che hanno perso l'unica casa che conoscevano.

Superata la prima emergenza, è prioritario ridare dignità e speranza a uomini, donne e bambini che, in pochi istanti, hanno visto andare a fuoco tutta la loro vita e che ora si trovano ad affrontare il freddo e la disperazione di non avere più niente.

Di grande aiuto sono stati, in questi primi giorni, coloro che hanno portato la loro solidarietà e che hanno contribuito a migliorare le condizioni materiali in cui si sono ritrovate a sopravvivere le vittime dell'attacco razzista: le associazioni di volontariato, le autorità politiche e religiose, i funzionari pubblici e, soprattutto, i tantissimi cittadini fra i quali molti residenti nel quartiere da cui si è mosso il corteo che ha assaltato il campo nomadi.

Adesso è però necessario dare un indirizzo alla spontanea solidarietà dei tanti che ancora vorrebbero manifestare concretamente la loro solidarietà.

Le famiglie rimaste nella cascina hanno una enorme, principale, necessità:

un'ABITAZIONE VERA nella quale poter vivere dignitosamente.

Per questo motivo facciamo un appello ai cittadini, alle associazioni, agli enti religiosi e alle istituzioni affinché si adoperino per l'unica vera soluzione alla gran parte dei problemi innescati dalla presenza di campi nomadi nelle città: un'abitazione per le poche famiglie costrette a restare nel luogo in cui sono state aggredite e messe in pericolo di vita.

Si tratta di 3 famiglie, 7 persone in tutto, quelle che hanno finora trovato il coraggio di rivolgersi alla Magistratura per ottenere quella giustizia che gli aggressori hanno tentato d'oltraggiare durante il linciaggio.

Chi vuole dare il suo sostegno può:

  1. mettere a disposizione locali per l'ospitalità delle famiglie;
  2. offrire un lavoro;
  3. versare un contributo economico al Centro Studi Sereno Regis di Torino specificando la causale AIUTO FAMIGLIE ROM INCENDIO CONTINASSA:
  • con bonifico sul conto corrente postale 23135106 intestato a Centro Studi Sereno Regis – via Garibaldi 13 – 10122 Torino - IBAN IT 67 G 076 0101 0000 0002 3135 106
  • con vaglia postale
  • in contanti presso la segreteria del Centro Studi (sarà rilasciata ricevuta)

I fondi raccolti saranno consegnati direttamente alle famiglie per provvedere alle necessità materiali e alle spese per le abitazioni che speriamo di poter reperire. Sarà data completa trasparenza alla gestione dei contributi.

FEDERAZIONE ROMANI'
Via Altavilla Irpina n. 34 – 00177 Roma - fax +39.0664829795
http://federazioneromani.wordpress.com
federazioneromani@libero.it

IDEA ROM ONLUS
c/o Centro Studi Sereno Regis
Via Garibaldi 13 - 10122 Torino - fax +39.01182731123
www.idearom.it  - Fb IdeaRom
idea.rom@gmail.com

CENTRO STUDI SERENO REGIS
Via Garibaldi 13 - 10122 Torino - tel +39.011532824 +39.011549005 - fax +39.0115158000
http://serenoregis.org/
info@serenoregis.org

 
Di Fabrizio (del 05/12/2011 @ 09:33:04, in Kumpanija, visitato 1223 volte)

Segnalazione di Voijslav Stojanovic

Noi come loro, un secolo fa Albania News - 02 Dicembre 2011 - Da Esmeralda Tyli

Se mi si domanda di definire la prima generazione di immigrati, oserei dire "silenziosa, invisibile e individualista per troppo tempo". Ne sono consapevole che una tale definizione non susciterà troppe simpatie e consensi.

Sia per un po' d'orgoglio, sia perché come tutti gli umani, siamo più propensi a gettare le colpe sempre sugli altri, in pochi condivideranno questa mia opinione.

Essere schietti e leali, prima di tutto vuol dire esserlo con se stessi. Fare un bel esame di coscienza individuale e generazionale non guasterebbe, anzi, aiuterebbe ad uscire prima possibile da quel guscio in cui ci siamo rifugiati dal momento in cui siamo approdati in questa terra, ancora succubi delle condizioni socio-politiche che avevamo lasciato nei paesi d'origine.

Era ovvio che la paura e le diffidenze non ci avrebbero abbandonato subito. Educarsi con la nozione e la realtà "Democrazia" non è fenomeno che si realizza automaticamente appena metti piede in un paese democratico. È un processo lungo e non sempre facile se non aiutato da politiche adeguate per l'integrazione. Ma siamo arrivati in Italia, paese che storicamente va avanti a forza di decreti legge per le emergenze..emergenza abusivismo, emergenza corruzione.

Persino emergenza mafia, anche se la mafia esiste da un bel po' di tempo ormai. Sempre emergenza in vista. Così fu e ancora lo è con il fenomeno immigrazione. L'emergenza albanesi che ha liberato i polacchi dal peso della definizione "il male dell'Italia", passandoci la staffetta . Poi i jugo, (le popolazioni della ex- Yugoslavia che scappavano dai feroci conflitti che stavano sprofondando la penisola balcanica in una guerra senza fine) e poi e poi di nuovo gli albanesi, i rumeni, cinesi, subsahariani nordafricani rom un'eterna emergenza.

Sono entrata in questo paese con la legge Martelli..e non mi si domandi se ricordo tutte le leggi che si sono susseguite risponderei di no. Ho perso il filo nella giungla di leggi e decreti speciali. Un immigrazione alquanto selvaggia per il fatto che le politiche per l'integrazione erano totalmente assenti. L'integrazione era questione di noi altri.

"Se vogliono, che s'integrino" - la frase più ricorrente che usciva come perla di saggezza dai politici, i giornalisti, persino dal panettiere sotto casa. L'integrazione, al massimo era una questione che dovevano risolvere le varie associazioni e organizzazioni non governative.

Qualche spiraglio c'era in qualche realtà di amministrazioni locali, ma molto fiacca per mancanza di mezzi e di conoscenza del fenomeno. E non ne parliamo degli attacchi immediati provenienti dalla politica e dai media,rivolti ad una nazionalità specifica, in caso che un membro di essa compiva un crimine, minore o grave che fosse. Iniziava (e inizia ancora ),una campagna denigratoria senza fine. A tal punto che la nazionalità in questione emetteva un sospiro di sollievo in caso di altro crimine compiuto da italiani o da membri di nazionalità diverse.

Incredibile, offensivo e fuori da ogni logica umana ma vero!!! Era l'unico modo per salvarsi almeno per un po' da definizioni diffamatorie che toglievano le forze Dopo aver detto tutto ciò, può nascere spontanea la domanda:- "Che c'entra la prima generazione in questa situazione caotica?"

Penso che noi, cittadini di origine non italiana, dobbiamo riconoscere la nostra colpa per la formazione e lo sviluppo di questo terreno fertile di attacchi a più non posso dei media e della politica, specialmente nei momenti cruciali della nazione. Un terreno fertile anche per un certo indifferentismo e apatia nel trattare la questione Immigrazione come un problema, una questione scomoda da prendere con le pinze.

La nostra colpa? Subire in silenzio per anni, cercando di proteggere noi stessi. Subire in silenzio, non reagire in maniera organizzata rispondendo agli attacchi in modo immediato e difendendo la parte sana, (che è anche la maggioranza) degli immigrati che non ha niente a che fare con la delinquenza e le azioni lesive verso la società. Aspettare che le cose cambiassero in positivo passivamente e che questi cambiamenti arrivassero dagli altri come la mana del cielo, non riconoscendo subito il nostro ruolo da veri cittadini di questa nazione e permettere che fossimo trattati solo come braccia da lavoro Ecco, questo è in parole povere la nostra colpa.

Subire e indignarci in silenzio, rischiando di ghettizzare persino l'anima, senza reagire adeguatamente, basandosi sui mezzi che la democrazia ci concede.
La mancanza per molti lunghissimi anni dell'attività reale e organizzata, appoggiando le lotte quotidiane di quella parte della società italiana che aveva ed ha le stesse aspirazioni, gli stessi concreti ideali per una società migliore, non era di certo la strada giusta per combattere l'inadeguatezza delle politiche sull'immigrazione e integrazione, e per non permettere l'uso da parte dei media dell'immigrato come il male che infetta questo paese. Per moltissimo tempo abbiamo permesso passivamente di vedere buttarci addosso le colpe delle vari momenti difficili della nazione, abbiamo permesso che l'integrazione sia trattato come un problema e non come una strada da percorrere insieme. Abbiamo aspettato troppo.

Abbiamo aspettato troppo per gridare BASTA!! con la nostra voce potente che è ugualmente valida e ha la stessa forza di quella dei nostri compagni di viaggio italiani, nella giusta strada del miglioramento e dello sviluppo di questa società. Perché..perché spesso e volentieri abbiamo avuto
la percezione che questa società non ci apparteneva, e non appartenevamo ed essa.

Sì, sono molto critica, prima di tutto verso me stessa e verso tutti noi, verso il silenzio e la rassegnazione della cosiddetta prima generazione degli immigrati. Troppi silenzi, testa nascosta nella sabbia come lo struzzo, rassegnazione e paura di esprimersi.. Facile nascondersi dietro l'alibi delle mancanze legislative ma noi proprio noi, cosa abbiamo fatto per rispondere adeguatamente a queste mancanze? Parlo di una generazione, nella maggior parte con un bagaglio culturale e d'istruzione molto alta rimasta nascosta per troppo tempo.

Ci siamo ribellati..sì..è vero, ma una ribellione bisbigliata dentro le mura delle proprie abitazioni, oppure spesso neanche bisbigliata ma solo soffocata. Abbiamo mormorato BASTA solo dentro di noi, in silenzio, mettendo maschere d'indifferenza e non abbiamo fatto i conti che, un giorno, i nostri silenzi sarebbero caduti sulle spalle dei nostri figli.

Le parole del Presidente Napolitano sul diritto di cittadinanza per i ragazzi nati e cresciuti in Italia ci rincuorano, ci danno ottimismo. Si parla dei nostri ragazzi, di coloro che vengono definiti seconda generazione.

Ma di noi di noi che siamo i genitori, gli zii o semplicemente amici di famiglia, non se ne parla. Quasi come se questa seconda generazione fosse nata dal nulla. E questo nulla lo abbiamo creato anche noi, con la nostra indifferenza, i nostri silenzi la nostra non partecipazione.

Abbiamo cercato di integrarsi con le nostre forze, con la nostra grande volontà. Questo fatto ci fà onore. Abbiamo educato i nostri figli con dei principi sani, occupandosi di dare a loro anche una giusta istruzione, pretendendo i risultati massimi a scuola. Abbiamo cercato di vedere in loro il nostro riscatto per le ingiustizie subite in tanti anni. E non ce ne siamo accorti che forse l'ingiustizia più grande lo abbiamo fatto noi a se stessi, con i silenzi prolungati nel tempo, con la rassegnazione, rischiando di diventare fantasmi viventi.

Se domandi ancora oggi giorno un natìo italiano chi sono questi esponenti della prima generazione, all'inizio lo vedrai pensarci su, e poi spesso ti risponderà:- "Quelli che venivano in gommoni, in barconi semidistrutti.. Eh loro portavano la droga, le donne per venderle in strada" e altre cose del genere. Spesso lui ignora la presenza del muratore straniero che ha ristrutturato la sua casa, la colf che gli ha cucinato il ragù meglio di una massaia emiliana, la babysitter che gli ha cresciuto i figli con tanto amore, insegnando a loro a scandire bene la parola "mamma" e a fare i primi passi verso quella cosa così bella che si chiama vita.

Perché perché il muratore o la colf sentivano in silenzio i commenti che si facevano nelle case su questi stranieri, (e non aggiungo le definizioni non proprio simpatiche che accompagnavano il termine stranieri), su questi stranieri che "vengono qua e dettarci legge e a rubarci il lavoro e i mariti ". In silenzio e senza fiatare inghiottendo spesso le lacrime. Ecco il massimo della ribellione di noi, la prima generazione. E in silenzio abbiamo costruite le case nel paese d'origine, dove andiamo una volta all'anno e dove ci fermiamo sempre di meno.

E ce ne siamo resi conto solo tardi, molto tardi che, la vera costruzione della nostra vita noi lo facevamo lì dove producevamo ogni giorno, lì dove i nostri figli crescevano e si formavano come persone e come cittadini in una società, la quale ancora non se ne rendeva conto della nostra voce, della nostra esistenza, del nostro contributo nello sviluppo della società stessa.

Ce ne siamo accorti molto tardi che stavamo diventando immigrati a tempo indeterminato, rischiando che i nostri figli diventassero una seconda generazione di immigrati a vita. Ci ha dovuto pensare il Presidente per dare una scossa alle nostre coscienze che ormai si stavano svegliando dal letargo ma un po' apatiche, ancora non trovano la strada giusta per attivarsi nella lotta quotidiana per i diritti.

Per dirla tutta e all'onor del vero, negli ultimi 3-4 anni, la partecipazione sempre più numerosa e sempre più attiva dei cittadini di origine non italiana nelle varie manifestazioni, iniziative concrete, nelle lotte quotidiane dimostra che finalmente il risveglio delle coscienze è una realtà. Abbiamo iniziato a riconoscerci il ruolo importante di membri attivi di questa società.

Un tardivo risveglio?? Forse sì! Ma forse, forse proprio questo dà ancora più forza alla nostra voce. Perché difendiamo il nostro diritto di essere trattati alla pari nei doveri e nei diritti con i cittadini italiani. Così agendo, facciamo comprendere alla società che questo paese lo rispettiamo, lo amiamo, lo chiamiamo CASA. È la casa dei nostri figli e nipoti,la maggior parte dei quali qui ci sono nati, crescono e maturano. E la casa la si difende e la si migliora continuamente, investendo energie concrete, investendo il proprio lavoro, il proprio sudore, la propria mente e la propria passione.

Ce ne ribelliamo più apertamente e in modo attivo verso le leggi discriminatorie della Destra, (la legge Bossi-Fini, con il suo contenuto disumano è un ostacolo quasi insormontabile per una vera e naturale integrazione), e ci rallegriamo per l'attivazione concreta della Sinistra nel cercare di dare al fenomeno immigrazione la dignità e l'attenzione che merita, senza abbassare la guardia e il tenore degli sforzi quotidiani a questi intenti. Sto cercando di rimanere il più possibile neutrale e razionale su questo punto, perché in queste mie personali riflessioni non vorrei fare un'analisi politica né dell'una e né dell'altra parte, anche se a chi mi conosce è noto il fatto su da che parte sto per quanto riguarda lo sviluppo politico italiano. Non è stato mai un segreto e ne sono consapevole delle mie scelte e le mie convinzioni.

Ma, anche dalla parte politica che io stessa appoggio, c'è una certa falla per quanto riguarda la prima generazione. Forse il mio è un richiamo a noi e proprio a loro. Siamo dei quarantenni, con delle risorse ancora inesplorate e non messe alla disposizione.

Abbiamo un mondo ricco dentro di noi, che si può sfruttare in tutti i campi. Il futuro è dei nostri figli, dei giovani ma noi esistiamo in questo presente. Esistiamo e viviamo non siamo dei vegetali.

Abbiamo molto da dare prima di tutto la nostra energia e il nostro sapere, la nostra esperienza inestimabile. Abbiamo coscienza e per di più siamo degli adulti che come dovere primario conosciamo il ruolo di guida per i nostri ragazzi. Non siamo solo una definizione di un aspetto dell'immigrazione, siamo attivi. Non scordate la nostra presenza, perché siamo proprio noi le radici di questa seconda generazione.

Ci siamo!!! E vogliamo che si riconosca il nostro ruolo attivo in questa società, in tutti i campi per preparare un terreno fertile per la crescita e lo sviluppo delle nuove generazioni. Rendiamo attiva questa prima generazione, rendiamola utile proprio ora che la sua coscienza è risvegliata. Perché si è lasciata ed è stata lasciata per troppo tempo in disparte per ragioni sopra menzionate. Sennò rischiamo di vedere una seconda generazione riconosciuta come cittadini in tutti gli effetti, che come radice ha una generazione ghettizzata.

L'esempio dei ragazzi di origine nord-africana di cittadinanza francese che fischiano l'inno nazionale, ci deve fare riflettere. Già il mondo lavorativo tratta i quarantenni e i cinquantenni come peso morto Che la politica non faccia lo stesso errore!!!

Chiudo queste riflessioni personali, prendendo spunto da due passaggi che citerò:
1. "Ho provato ad affermare un principio: l’integrazione non riguarda gli altri. Riguarda noi, tutti. Noi tutti che condividiamo il destino di vivere nello stesso spazio e nello stesso tempo. Indipendentemente da dove siamo nati, in quale lingua sogniamo, quale sia il nostro credo religioso, il nostro orientamento sessuale, la nostra età, il nostro genere o la nostra condizione sociale ed economica. Noi che usiamo gli stessi mezzi pubblici, le stesse piazze, gli stessi luoghi di lavoro, gli stessi giardinetti dove giocano i nostri figli

2. Lavoriamo perché l'Italia sia un paese per tutti, per i bimbi e per i loro genitori, qualsiasi sia la loro origine.

Visti così, sembrano i passaggi dello stesso discorso, della stessa persona. Invece appartengono a momenti diversi e a persone diverse. Il primo è di Ilda Curti, Assessore delle Politiche per l'Integrazione di Torino. E il secondo appartiene a Marco Pacciotti, Coordinatore Nazionale del Forum Immigrazione PD, in un intervento congiunto con Piero Ruzzante, Vicepresidente della Commissione Bilancio di Regione Veneto.

Comunque la si pensi dal punto di vista politico, si può trarre la conclusione che, la società che vogliamo è proprio questa, dove c'è un posto e un ruolo per tutti, e dove la politica mette in centro del suo lavoro il cittadino.

Noi, di prima generazione lo siamo!!! E vogliamo riconoscere e vedere riconosciuto il nostro ruolo nella società e nello sviluppo di essa. Ne vale il nostro presente e il futuro delle generazioni che verranno.

Esmeralda Tyli Ha studiato "Letteratura italiana" presso l’Università di Tirana

 
Di Fabrizio (del 03/12/2011 @ 09:23:25, in Kumpanija, visitato 2115 volte)

Al Jazeera Le comunità tradizionalmente nomadiche di fronte alla discriminazione statale ed ai violenti tentativi di abolire il loro modo di vita
James Brownsell and Pennie Quinton

Le comunità viaggianti come quella di Dale Farm sono spesso distrutte col pieno appoggio delle autorità statali [GALLO/GETTY]

Viaggiate dovunque nel Medio Oriente e potrete essere accolti con queste parole: Ahlan wa sahlan wa marhaban. Letteralmente "Benvenuti su questo pezzo di terra", un ritorno al tempo in cui la cultura araba era per natura tradizionalmente più nomade ed i visitatori potevano aver avuto un lungo viaggio periglioso prima di raggiungere i loro amici.

Ma l'immagine romantica del viaggiatore errante è ben lontana dalla realtà quotidiana sperimentata dalle comunità nomadi. Da Est ad Ovest, la loro è più spesso una vita piena di discriminazioni, violenza ed oppressione portata avanti dalle autorità di stato, che tentano di costringerle a conformarsi con lo stile di vita urbano.

"E' stata un'esperienza che non dimenticherò più, la polizia che ci attaccava, ci picchiava, usava le scariche elettriche," dice Pearl, della comunità di Dale Farm.

Lei fa parte di un gruppo di oltre 200 Traveller irlandesi cacciati a forza dai loro terreni vicino a Basildon nell'Essex, Inghilterra del sud-est, da una serie di sgomberi violenti che si dice siano costati sino a 18 milioni di sterline ($29m).

L'isolamento della loro comunità, fondata negli anni '70, ha paragoni inquietanti con quella dei Beduini residenti nel Negev, che hanno subito frequenti minacce dai funzionari di Israele sin dalla fondazione dello stato - col diniego di servizi infrastrutturali ai villaggi "non riconosciuti" o semplicemente rasi al suolo dalle ruspe.

Dale Farm è un'ex discarica, venduta dal consiglio di Basildon alla comunità Traveller irlandese quando la loro vita nomade venne messa fuorilegge dal Criminal Justice Act nel 1994, che abrogava le precedenti garanzie legali ai diritti dei Traveller. Al suo culmine, Dale Farm ospitava circa 1.000 persone.

La legge del1994 abolì l'obbligo da parte dei comuni di fornire siti ai Traveller, riducendo così drasticamente i posti dove le comunità nomadi potevano sostare durante i loro spostamenti.

Attivista solidale a Dale Farm regge un crocifisso davanti alle barricate in fiamme [GALLO/GETTY]

Le autorità locali incoraggiarono allora le comunità viaggianti ad acquistare terreni per ovviare alla situazione: Dale Farm nacque appunto così. Ma la comunità di Dale Farm non si aspettava ciò che hanno descritto come un pregiudizio arbitrario mostrato dal consiglio di Basildon a guida Tory, che ha rifiutato ripetutamente i permessi di edificabilità per parcheggiare rimorchi e case mobili, e costruire casette sul sito, con la scusa che quell'ex discarica inquinata facesse parte della fascia protetta detta "green belt".

Si riferisce che durante lo sgombero, una cappella cattolica eretta in loco - intitolata a san Cristoforo patrono dei viaggianti - sia stata distrutta dalla compagnia degli ufficiali giudiziari, Constant & Co. Padre Dan Mason, il prete del posto, era a Dale Farm quel giorno.

"Ero lì... a visitare i miei parrocchiani e vedere come stavano. E' stato molto traumatico," ha detto all'Independent Catholic News.

"E' stata ferita una donna. Mi hanno detto che è stata spinta contro un muro e presa a calci. Ha subito un infortunio alla schiena. Questo è quello che mi han detto. E' stata portata in ospedale ma non l'hanno trattenuta perché non c'erano posti letto. E' tutto completamente surreale. Conosco bene quel sito. Le famiglie sono così ospitali. Ci siamo seduti in una roulotte per una tazza di tè. Non credevo ai miei occhi. Dappertutto vedevo poliziotti, elicotteri, manifestanti - sembrava una zona di guerra."

John Baron, eletto Tory al Parlamento nella circoscrizione di Basildon ed ex banchiere, ha difeso lo sgombero come applicazione della legge sui suoli.

"Non dimenticate, queste sono famiglie che hanno infranto la legge, ha detto alla BBC. "Non possiamo permetterlo in questo paese... se dovessimo semplicemente concedere a questi viaggianti di rimanere, dopo aver infranto tutte le leggi, che messaggio arriverebbe a tutti gli altri? Chiunque direbbe -Bene, se loro possono farla franca, perché non noi?- Ed avremmo il caos."

Durante lo sgombero a Richard Howitt, eletto Laburista al Parlamento Europea nella circoscrizione Inghilterra Est, non è stato permesso di osservare lo svolgersi delle azioni, dicendogli che il consiglio di Basildon aveva ordinato al personale addetto alla sicurezza di farlo spostare nello spazio riservato ai media, accanto a Dale Farm. Era stato invitato dalla televisione regionale, col permesso scritto della polizia, ed aveva correttamente ed in anticipo informato il consiglio di Basildon; quindi ha presentato una denuncia formale sulle azioni del consiglio e sull'attacco alla sua persona.

Il parlamentare si era in precedenza offerto per mediare tra Traveller e consiglio, come avevano fatto gruppi di chiesa ed organizzazioni statali. Persino le Nazioni Unite avevano condannato l'azione prevista, "esprimendo il profondo rammarico per l'insistenza del Regno Unito di Gran Bretagna ed Irlanda del Nord nel procedere con lo sgombero di famiglie zingare e viaggianti a dale Farm nell'Essx, prima di identificare e fornire una sistemazione culturalmente appropriata."

Distruggere le case di circa 86 famiglie senza fornire "sistemazione culturalmente appropriata" va contro il diritto internazionale, ha detto Amnesty International. Nel contempo, sono stati identificati due siti alternativi dalla Britain's Homes and Communities agency, ma il consiglio di Basildon ha deciso lo stesso di spingere per la liquidazione di Dale Farm, prima di considerare i permessi di edificazione su questi siti.

I residenti di Dale Farm hanno dichiarato di non aver altro posto dove andare dopo lo sfratto [GALLO/GETTY]

Il clamore sullo sgombero aveva attirato al sito numerosi attivisti solidali. Hanno aiutato i residenti a costruire barricate e si sono incatenati ad una torre d'osservazione costruita in fretta da loro stessi.

"La prima cosa che è successa, la polizia antisommossa ha fatto irruzione attraverso la recinzione ed hanno usato le pistole a scariche elettriche [Taser], prima ancora che i loro piedi fossero sul sito," ha detto un'attivista di nome Jenny durante un incontro alla Fiera del Libro Anarchico di Londra, una settimana dopo lo sgombero.

"Quelli che si erano incatenati alla torre, sono stati staccati da una "squadra di arrampicatori" molto brutale ed è stata tagliata l'elettricità, inclusa la casa di una persona che ne aveva bisogno per le apparecchiature mediche che gli sono indispensabili... Altri che erano rimasti incatenati [al cancello, alla torre] erano ancora lì 24 ore dopo. I lucchetti sono stati scardinati in una maniera rischiosa - quando le televisioni ed i media se ne erano andati. [...]"

Il giorno dopo, i Travellers decisero che era giunto il momento di andare. Racconta Jenny: "Non volevano vedere nessun altro colpito. Hanno deciso di andare con dignità e ci hanno chiesto di uscire assieme a loro... Siamo partiti in dignità e solidarietà."

Tony Ball, leader del consiglio di Basildon, ha detto alla stampa: "E' molto incoraggiante vedere i Traveller ed i loro sostenitori lasciare Dale Farm in maniera pacifica e dignitosa, cosa che ho sempre sollecitato ed auspicato. Purtroppo, questo si sarebbe potuto ottenere molti anni fa e senza le scene di violenza a cui abbiamo assistito nelle ultime 48 ore, e con queste spese a carico dei contribuenti."

Residenti, testimoni ed attivisti lamentano che lo sgombero si è svolto in maniera illegale e che, nonostante le battaglia legale condotta dai residenti, le regole di condotta emanate dall'Alta Corte non siano state seguite dalla polizia o dagli ufficiali giudiziari - che ora stanno rendendo il sito inabitabile, accumulando macerie e rifiuti sui terreni di proprietà della comunità. La compagnia [degli ufficiali giudiziari] dedica un'intera sezione del suo sito alla rimozione dei Traveller, evidenziando che "i procedimenti del tribunale significano ritardo" e promettendo "un'azione alternativa e veloce".

Contesto internazionale

Il Comitato ONU sull'Eliminazione della Discriminazione Razziale ha notato [PDF] che "Tuttora Viaggianti e zingari subiscono notevoli discriminazioni ed ostilità da parte della società maggioritaria... e quesyo potrebbe peggiorare a causa delle azioni intraprese dalle autorità nell'attuale situazione".

Infatti, un rapporto del 2008 [PDF] di Human Rights First nota che parte delle discriminazioni viene approvata dallo stato stesso:

[in Italia] Migliaia di Rom sono stati allontanati dalle loro case nel 2007, quando la folla ha attaccato. picchiando i residenti ed incendiando i loro insediamenti che sono stai rasi al suolo, mentre viene riferito che in diversi casi la polizia non è intervenuta a protezione delle vittime. Alcuni politici italiani hanno favorito quanti chiedevano che i Rom fossero espulsi dalle città e deportati.

Episodi di violenza sono stati riportati anche in Bulgaria, Repubblica Ceca, Federazione Russa, Serbia e Slovacchia.

Lo stesso rapporto annota anche le dichiarazioni razziste espresse ufficialmente dal prefetto di Roma, Carlo Mosca, nel dichiarare i propri intenti di firmare i decreti di espulsione senza esitazioni. "E' necessaria la linea dura," dice, "per agire contro queste bestie".

Sono stati firmati "Patti di sicurezza" dai sindaci di Roma e Milano, che "prevedono lo sgombero forzato di 10.000 Rom" dalle due città, ignorando le regole di migrazione UE.

Nella Repubblica Ceca, Liana Janáèková, senatrice e sindaco, ha detto che il problema degli insediamenti rom potrebbe essere risolto con "la dinamite", che i Rom hanno troppi bambini, e che dovrebbero essere ""tenuti dietro una recinzione elettrica".

Tuttavia, è in Israele che lo stile di vita nomade è stato maggiormente criminalizzato, col pretesto di "aiutare" le comunità nomadi a diventare più "civilizzate".

Sono state dispiegate le guardie di frontiera, mentre le ruspe demolivano il villaggio beduino di al-Arakib [GALLO/GETTY]

Khalil al-Amour ha 46 anni ed insegna matematica ad al-Sira, uno dei 45  villaggi beduini "non riconosciuti" nel deserto del Negev, Israele meridionale.

"[I funzionari israeliani] hanno ordinato la demolizione di tutte le case del villaggio nel 2006," ha detto ad Al Jazeera. "Ci sono circa 70 famiglie e 500 persone ad al-Sira."

Le loro case non sono state ancora demolite (a differenza di altri villaggi beduini) ed il caso viene dibattuto in tribunale. Ma la loro comunità resta senza nessuno dei servizi statali che collegano i villaggi attorno, come la rete elettrica o le strade asfaltate.

"La gente ha usato i generatori per anni," dice. "Ora sto cercando di convincere sempre più persone ad usare sistemi e pannelli solari - che [sono] molto costosi. D'altra parte, anche il carburante usato per i generatori è molto caro."

Ci sono circa 80.000 beduini che vivono nei villaggi "non riconosciuti".

La loro comunità è sempre stata semi-nomade; migrano stagionalmente con le loro mandrie in cerca di pascoli e tornano ai loro villaggi ogni anno.

Ma quando Israele ha approvato le sue leggi su pianificazione e sviluppo nel 1965, vennero esclusi i villaggi beduini del Negev, "anche se i beduini erano una popolazione indigena e lì vivevano da secoli," dice Doni Remba, co-direttore della Campaign for Bedouin-Jewish Justice in Israele.

La sua campagna, un progetto dei Rabbini per i Diritti Umani in America del Nord e della Jewish Alliance for Change, sottolinea che, oltre a non avere servizi di infrastrutture, i beduini vivono sotto minaccia costante di sgombero forzato che [...] "si basa su una legge fondamentalmente discriminatoria".

"L'esempio più recente sono state una serie di demolizioni nel villaggio beduino di al-Arakib, nel Negev," dice Remba ad Al Jazeera.

"In questo caso, il governo israeliano ha inviato ben 1.300 poliziotti paramilitari, per espellere violentemente oltre 300 uomini, donne e bambini. Il villaggio è stato distrutto e ricostruito quasi 30 volte, soltanto nell'ultimo anno e mezzo."

Una donna beduina seduta sulle macerie della sua casa ad al-Arakib, distrutta dalle ruspe israeliane [GALLO/GETTY]

In più, sono in corso piani che secondo i funzionari israeliani saranno una risoluzione completa sullo status dei beduini di tutto il Negev.

"Il Piano Praver [dal nome dell'ex collaboratore di Netanyahu, Ehud Praver] riguarda la demolizione di 20 villaggi non riconosciuti e l'espulsione di 20-40.000 residenti, se questi non accettassero un'offerta di compensazione piuttosto scarsa ed inadeguata," dice Remba.

L'obiettivo del piano, aggiunge, era di concentrare l'intera comunità beduina in sette "riserve" riconosciute dal governo,  nella regione che attualmente ospita circa 100.000 persone che, aggiunge, sono già state sgomberate dalle loro terre.

"Il governo li discrimina e trascura, perché i beduini sono tra le popolazioni di Israele più economicamente svantaggiate sotto ogni parametro socio-economico."

"Anche nei villaggi approvati dal governo, quindi legali e non a rischio di demolizione... i tassi di disoccupazione, povertà, criminalità, istruzione e mortalità infantile sono tra i più sfavorevoli."

"Il tasso di mortalità infantile è quattro volte superiore a quello delle comunità ebraiche lì accanto, ad una o due miglia di distanza - e tutto a causa dell'estrema discriminazione delle condizioni di vita."

"Il governo intende "cancellare" i villaggi beduini e rimpiazzarli con comunità ebraiche, "per controllare il territorio...  in collegamento a ciò che il primo ministro Netanyahu chiama - mantenimento della maggioranza ebraica nel Negev-," ha detto Rembo ad Al Jazeera.

Come nel caso dei residenti di Dale Farm, i funzionari dicono che la rilocazione "aiuterà" i residenti a rispettare le leggi di pianificazione. Ma, mentre lodava il suo nuovo piano, persino Netanyahu notava che i beduini sono stati allontanati dalla terra su cui hanno vissuto per generazioni.

"Dopo anni in cui i loro bisogni non erano trattati sufficientemente, questo governo ha deciso di prendere in mano la situazione ed arrivare ad una soluzione a lungo termine della questione," ha detto.

"Il piano permetterà ai beduini, per la prima volta, di stabilizzare i loro beni e tramutarli da capitale morto a vivo - di essere proprietari della terra, cosa che permetterà loro di costruire case nel rispetto della legge e lo sviluppo di imprese e posti di lavoro. Questo sarà un progresso per la popolazione e darà loro l'indipendenza economica."

"Il nostro stato sta balzando verso il futuro e voi dovete essere parte di questo futuro. Vogliamo aiutarvi a raggiungere l'indipendenza economica. Questo piano è volto allo sviluppo ed alla prosperità. E' un'opportunità storica che non dobbiamo perdere."

Comunque, questo tipo di retorica non piace a molti beduini.

"Il problema del piano è che ci sradicherà tutti dalla nostra terra ancestrale, per metterci nelle città più povere," dice al-Amour, leader beduino di al-Sira.

"Stiamo per essere sradicati, per perdere le nostre tradizioni, la nostra vita, la cultura ed i valori - andando in queste città - questa è l'antitesi del nostro essere, come beduini. E' per questo che ci opponiamo al piano. Gli ebrei hanno il diritto di scegliere dove vogliono vivere. Possono vivere in città, in un villaggio, in un moshav, in un kibbutz. Ora i beduini dovrebbero vivere solo in città. E' ridicolo, è incredibile."

Ridicolo forse, ma non incredibile. Difatti, molti beduini ed i loro sostenitori dicono che il Piano Praver è soltanto la continuazione della politica di stato portata avanti da decenni.

Nel 1963, l'allora ministro dell'agricoltura Moshe Dayan mostrava il suo disprezzo per i beduini ed il loro modo di vita, dicendo ad Haaretz:

"Dobbiamo trasformare i beduini in lavoratori urbani... Significa che il beduino non vivrà più sulla sua terra col suo gregge, ma si urbanizzerà, tornerà a casa nel pomeriggio e si metterà le pantofole. I suoi figli si abitueranno ad un padre che indossa pantaloni, senza un pugnale, che non si spulcia in pubblico. Andranno a scuola con i capelli pettinati. Sarà una rivoluzione, ma si può fare in due generazioni. Senza coercizione, ma con la guida dello stato. La realtà è che i beduini spariranno."

Campagna in corso

Al-Amour è stato insegnante per 28 anni, ed è anche docente di sistemi informatici di rete, ha un master in amministrazione dell'istruzione ed ha appena terminato il secondo anno di studi in legge.

Dice ad Al Jazeera che continuerà a lottare per la sua comunità, senza abbandonare mai il suo stile di vita nomade.

"Andrò a Ginevra per prendere parte alla riunione del Comitato ONU per i Diritti Economici, Sociali e Culturali, e dopo a Berna, ed incontrerò dei sostenitori a Losanna. Sarò sempre in movimento, per rappresentare la mia comunità ed il mio popolo."

Difatti, lui - e migliaia come lui - hanno sostenitori in tutto il globo.

Doni Remba, di New York, ha detto che la discriminazione contro i beduini deve finire.

"Se noi crediamo che Israele sia una democrazia, come pretende di essere, il minimo che deve ai propri concittadini beduini è dar loro gli stessi diritti ed opportunità dei cittadini ebrei."

"E' ciò che Israele promise nella sua dichiarazione d'indipendenza - di sviluppare il paese per il beneficio di tutti i suoi abitanti... [il Piano Praver] è una violazione dei principi democratici base israeliani, e del suo impegno per l'eguaglianza - lo vedo come una violazione dei valori morali base ebraici."

"Penso anche che sia estremamente negativo e che infiammerà le relazioni tra ebrei ed arabi in Israele - e questo non può portare ad un buon finale."

Tornando all'Essex, una volta usciti da Dale Farm, gli ex residenti hanno reso omaggio ai loro sostenitori e richiesta una solidarietà continuata con le comunità viaggianti, dato che gli ufficiali giudiziari hanno continuato a distruggere le loro case:

"Stanno facendo cose che non si immaginava potessero fare," dice un residente di nome Clen. "Stanno sfasciando tutto, gli ufficiali giudiziari stanno facendo un gran casino nel mezzo del sito. I residenti stanno gridando. Ma se siete venuti a Dale Farm, siete venuti ad appoggiare una causa, perché sapevate che quanto stava accadendo era sbagliato. Vi voglio bene con tutto il cuore. Prima d'ora nessuno si era erto per i Traveller, avete fatto la storia."

Conclude Pearl: "Voglio bene a qualsiasi attivista nel mondo, senza di loro il mondo sarebbe un posto duro e malvagio."


NdR: Contemporaneamente, è uscito un articolo molto simile, su un sito di un'organizzazione ebraica americana, ma già il testo di Al Jazeera era lungo, e lo tradurrò un'altra volta. Segnalo anche questo.

 
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