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\\ Mahalla : VAI : Kumpanija (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Fabrizio (del 21/10/2007 @ 09:16:49, in Kumpanija, visitato 1727 volte)


Daniel Sershen 10/15/07 - Yangi Makhalla, una polverosa periferia ai margini della città meridionale di Oriz, ha una cattiva fama. In molti sono riluttanti a metterci piede, l'insediamento ospita la popolazione kirghiza dei Lyuli, un'abbandonata minoranza dell'Asia Centrale.

Invece, il cittadino medio incontra i Lyuli in un contesto differente: mendicanti, predizione della fortuna o raccolta metalli, plastica e altri materiali riciclabili. In una regione dove molti sono poveri e svantaggiati, i Lyuli sono i più marginalizzati tra i marginalizzati.

Nina Kadryan, lavoratrice non-Lyuli di un servizio sanitario locale, dice che i suoi colleghi erano scioccati dall'apprendere che lei visita regolarmente l'area. "A volte mi chiedono, Non hai paura di frequentarli? Ma continuo a farlo ogni giorno," ci dice.

Il punto di vista dalla Yangi Makhalla è piuttosto differente. E' il mondo esterno che minaccia, oltre il muro di terra battuta che insieme li circonda e li imprigiona. "Molti non escono dal quartiere," dice Abdurashid Urinov, presidente dell'associazione dei residenti. Descrive un ciclo continuo di diffidenza tra i Lyuli e gli altri, approfondito dalla mancanza di documenti ed informazioni. "La maggior parte di loro non conosce i propri diritti."

Gli studiosi collegano i Lyuli ai Rom dell'Europa Orientale - tracciando per entrambe i gruppi un'origine comune nel subcontinente indiano. Alcuni dei leaders considerano i due gruppi distinti, puntando alle differenze nella lingua e nella religione. La maggior parte dei Lyuli sono musulmani, mentre la maggior parte dei Rom europei sono cristiani.

Nell'intento di sedentarizzare i Lyuli che erano itineranti, i sovietici crearono Yangi Makhalla - che in uzbeko significa nuovo quartiere - dopo la II guerra mondiale. Il gruppo aveva il proprio kolkhoz, o fattoria collettiva e vivevano una vita tollerabile e segregata, secondo Urinov. Il collasso sovietico del 1991 pose la fine alla fattoria collettiva, la terra divisa e redistribuita, molti dicono in maniera non paritaria. Nel contempo, secondo Arsen Ambaryan, direttore di un locale gruppo sui diritti umani, la politica del governo kirghizo si è irrigidita. "Qui non ci sono conflitti diretti tra stato e comunità, dicono le autorità. Se non ci disturbate, noi non vi disturbiamo. E' una situazione di guerra e non di pace."

Nel 2004 il gruppo Ambaryan (Nostra Legge) ha condotto una ricerca lunga un anno sulle condizioni di vita dei Lyuli nella regione di Osh. Si stima a popolazione Lyuli in 3500, con la disoccupazione al 90%. Alcuni Lyuli sopravvivono coltivando il loro residuo pezzo di terra, o lavorando a giornata nei campi. Molti si sono rifugiati nell'accattonaggio.

Ma nonostante tutte le cose che mancano a Yangi Makhalla - acqua, denaro, assistenza medica, educazione nella lingua Lyuli - ci sono delle mancanze più critiche. Molti residenti non hanno documenti, vivendo senza accesso ai servizi chiave governativi. Per quanto residenti a Yangi Makhalla, molti non hanno registrato i loro passaporti dopo il crack della burocrazia sovietica, non potendosi permettere il passaggio ai documenti kirghizi.

"Devo cambiare il mio passaporto, ma non ho i soldi" dice Israel Rzayev, disoccupata che campa coltivando un pezzetto di terra.

In una regione dove la corruzione è alta e la polizia può fermare i passanti con qualsiasi pretesto, dice Urinov, avventurarsi fuori casa senza un passaporto valido è un invito all'estorsione. Un Lyuli detenuto, dice, "potrebbe anche aver ragione, ma sarà sempre nel torto perché non ha documenti." Anche la ricerca di lavoro senza documenti è difficile, aggiunge Urinov.

Concorda la moglie del mullah locale. "Se qualcuno va a lavorare al bazar e la polizia lo trova senza documenti, pagherà una bella multa.

Più discutibili ma persino più importanti i certificati di nascita, perché permettono di accedere ai benefici governativi ed, eventualmente, passaporti propri. Ma il costo degli ospedali di maternità, per cui molte Lyuli partoriscono in casa, ciò significa che i loro bambini non sono registrati all'anagrafe.

Nella ricerca su circa 400 famiglie, il gruppo Ambaryan ha trovato che il 45% dei bambini non ricevono supporto governativo per mancanza dell'atto di nascita. "Siamo già alla terza generazione senza documenti."

Rzayev e gli altri genitori Lyuli sottolineano il circolo vizioso per cui la mancanza di documenti preclude la possibilità di ottenere impiego o benefici di stato, cosa che impedisce ai loro figli di migliorare la loro vita. "La neve arriva presto - ma non abbiamo niente da mettere ai piedi dei bambini" dice Rzayev, aggiungendo che questo significa che probabilmente non andranno a scuola d'inverno.

Come parte dello studio, Ambaryan appoggia la sfida legale di una famiglia di cinque persone completamente senza documenti, per vincere finalmente un giudizio con le autorità per l'identificazione dei querelanti. Ambaryan spera che il caso sia un precedente. Nel contempo, Kadryan dice che i Lyuli del Kyrgyzstan continueranno la loro vita ai margini. "Qui non si vive - si sopravvive. E la gente sopravvive come può."

Editor’s Note: Daniel Sershen is a freelance journalist based in Bishkek.

 
Di Fabrizio (del 13/10/2007 @ 09:59:08, in Kumpanija, visitato 2321 volte)

Dove:  presso il Pub "Le Pecore" in Via Fiori Chiari 21, a Milano

Cosa:

Lunedì 15 ottobre ore 21 Introduzione della settimana Rom con proiezione di video, cui segue l’intervento di MONI OVADIA

Martedì 16 ottobre ore 21 Concerto dei Rhapsodija Trio e di un gruppo di musicisti rom

Mercoledì 17 ottobre ore 20.30 Proiezione del documentario OPERA GAGIA; confronto aperto al pubblico con TOMMASO VITALE, ricercatore Università Bicocca, ANTONIO BOCOLA, regista del documentario, esponenti delle comunità rom

Giovedì 18 ottobre ore 17 Favole rom per bambini gagi e rom Ore 21 Concerto del gruppo MUZIKANTI

Venerdì 19 ottobre ore 21 ROM CABARET, con Dijana Pavlovic, Marta Pistocchi, Jovica Jovic

Sabato 20 ottobre ore 21 Proiezione di immagini appena raccolte in Romania da Marilisa Cosello e Alessandro Stellari. Finale con intervento di DARIO FO

Nel locale saranno esposta per tutto il periodo una mostra fotografica e sarà visibile un’istallazione audio/video di Valeria Fondi Di Pietro.

Il programma e le eventuali variazioni sono consultabili su www.lepecore.com

 

Le ragioni:

In questi ultimi mesi sono stati effettuati 32 sgomberi di campi rom abusivi nel Milanese. Si tratta di rom rumeni che dal 1 gennaio di quest’anno sono cittadini europei e hanno gli stessi diritti e gli stessi doveri di tutti gli altri cittadini europei, come noi; quindi non possono essere rispediti nel loro paese se non a determinate condizioni. Si è così creata una situazione senza sbocco: sgomberati da qui, questi uomini con le loro donne, i loro bambini e le quattro cose che hanno salvato si spostano più in là. Da un punto all’altro, da uno sgombero all’altro.

Oggi ci sono tra 5 e 600 rom che vagano per Milano e provincia vivendo come possono.

Questa scelta non è dettata, se non a parole, da ragioni di sicurezza. Infatti, non c’è dubbio che sia più sicura una situazione in cui queste comunità si trovino sotto controllo con gli uomini che non perdono il lavoro e i bambini che non perdono la scuola a causa dei continui sgomberi.

Saranno poi le forze dell'ordine e il sistema di giustizia ad occuparsi, ognuno nella propria funzione istituzionale, dei casi da loro ritenuti perseguibili.

Sarebbe saggio sospendere questa scelta che porta solo tensione e sgomberare, come avveniva fino a pochi mesi fa, solo dopo aver trovato soluzioni che rispettino la dignità e la condizione umana dei rom e poi guardare un po’ più lontano, a una strategia che costruisca un quadro di certezze per tutti, cittadini italiani e comunità rom, con una politica concordata di processi di inserimento reale nel mondo lavorativo, scolastico e sociale.  

I “campi nomadi” producono malattia, disoccupazione, devianza, induzione alla criminalità, conflitti sociali: effetti tipici del disagio sociale diffuso. Bisogna quindi abbandonare la logica dei campi e prevedere, come è avvenuto e avviene in molti altri Paesi, ma anche in Italia, inserimento sociale, lavorativo ed abitativo adeguato, come anche per i rifugiati e richiedenti asilo.

Noi crediamo che una politica responsabile e degna di un Paese civile non debba inseguire il malcontento, il disagio e anche il pregiudizio, ma costruire le condizioni di diritti e doveri uguali per tutti per una convivenza pacifica e rispettosa delle diverse culture.

Ci sembra importante prima di tutto conoscere questo popolo, la sua cultura, le sue tradizioni, anche la sua storia con le lunghe persecuzioni fino ai campi di concentramento; un popolo pacifico che non ha mai fatto una guerra ed è distribuito in tutta Europa, unico vero popolo europeo. Se si cercano i modi per comunicare con loro, si può forse avere una idea diversa da quella che si fonda sull’ignoranza e sul pregiudizio.

Questo ci aiuta a considerarli per quello che sono, esseri umani come noi, in cerca, come noi, di un po’ di benessere e di felicità che nei luoghi dai quali provengono sono loro negati. E come esseri umani non possono essere abbandonati nel degrado nel quale vengono cacciati.

Ora che arriva l’inverno le loro condizioni diventano tragiche: basti pensare ai bambini, alle donne, molte delle quali incinte. Un primo segno di umanità nei loro confronti deve essere quello di rendere la loro vita materiale meno precaria e offrendo loro un ricovero decoroso almeno per superare una stagione che sarà dura e difficile.

LE ASSOCIAZIONI CHE PARTECIPANO:

Il Naga è un'associazione di volontariato laica e apartitica, costituita a Milano nel 1987 allo scopo di promuovere solidarietà e interventi socio- assistenziali in difesa dei diritti sanitari e legali  di immigrati temporaneamente presenti, rifugiati politici e Rom, senza alcuna discriminazione di razza, religione, partito. www.naga.it

L’Opera Nomadi si configura come un'associazione apartitica e aconfessionale; dal 1970 è elevata a Ente Morale Nazionale. L'Associazione è nata dalla consapevolezza che fosse necessario un movimento di volontari organizzato per promuovere interventi atti a togliere gli zingari o gruppi di origine nomade dalla situazione di emarginazione in cui sono relegati e per aprire la collettività nazionale alla comprensione e all'accoglienza dei diversi.  www.operanomadimilano.org.

L’associazione “Aven Amentza” – Unione Rom e Sinti, è nata nel 2004, con l’appoggio della Camera del Lavoro, per essere la voce politica e sindacale nella difesa dei diritti di queste popolazioni. Fra le tante iniziative, ricordiamo un anno e mezzo di sportello sindacale presso il campo di via Triboniano, con FILLEA Cgil, per il controllo delle buste paga e delle situazioni lavorative di numerosi Rom, soprattutto romeni e bosniaci. Informazioni: Tel. 0248409114

UNALTRALOMBARDIA Associazione il cui scopo è quello di promuovere la partecipazione diretta dei cittadini in tutti gli ambiti culturali e politici nei quali si può realizzare un impegno civile contro la guerra, contro ogni forma di ignoranza, intolleranza, violenza, censura, ingiustizia, discriminazione economica, sociale, razziale, di genere. www.unaltralombardia.it

Comitato Rom e Sinti insieme Associazione costituita dalle comunità rom e sinte di diversa etnia presenti in Italia, con lo scopo di promuovere la partecipazione diretta di esponenti di queste comunità anche in sedi istituzionali. www.comitatoromanophralipe.it 

Gruppo Abele Il Gruppo Abele di Milano  è impegnato sui problemi delle dipendenze, del carcere e dell'esclusione sociale. www.gruppoabele.org

Festa dei Popoli di Opera si occupa di organizzare eventi insieme alle comunità di immigrati presenti nel territorio del sud Milano. Informazioni: Tel. 0257602678.

Associazione Liberi L’Associazione culturale “Liberi” ha lo scopo di sviluppare una cultura incentrata sui valori della convivenza civile, del diritto alla felicità, della tolleranza, della solidarietà, della comunicazione libera e aperta e della continua ricerca di nuove frontiere nella sfera dei diritti e delle libertà individuali e collettive.

Ministero Sabaoth e Cooperativa Sociale Sabaoth Onlus, è una realtà evangelica aderente alla denominazione Ceiam (Chiesa Evangelica Internazionale e Associazione Missionaria). Da sempre operante nel sociale, offre gratuitamente un centro ascolto, uno sportello lavoro, banco alimentare, raccolta e distribuzione vestiario, corso di italiano per stranieri, assistenza psicologica e legale per stranieri, senza alcuna discriminazione di razza, fede, nazionalità o stato sociale. www.ministerosabaoth.org

 
Di Fabrizio (del 04/10/2007 @ 09:31:10, in Kumpanija, visitato 1908 volte)

Leggendo gli articoli che informano sugli attacchi razzisti in Italia, onestamente non riesco a vedere l'efficacia di tutti i processi politici ed attività iniziate dalle istituzioni europee.

Promuovere il dialogo interculturale, affermare l'azione contro il razzismo, promuovere la società democratica, aumenta la domanda su cosa stia succedendo al popolo Rom in Europa.

In Italia scoppiano bombe molotov contro la comunità Rom, in Slovacchia dei Rom sono stati uccisi ed ancora non ci sono reazioni ufficiali. I Rom dal Kosovo vivono ancora nella paura di essere deportati in un paese che non offre condizioni di vita basiche e sicure.

Ma ancora i paesi europei non considerano il fatto degli esistenti atti discriminatori e del razzismo che quotidianamente crescono contro i Rom.

La tematica della segregazione è ancora presente in molti paesi, i bambini Rom non sono accettati dagli insegnanti, molti i pregiudizi dagli altri genitori. Viviamo nel XXI secolo, la debolezza della società sono i pregiudizi, gli stereotipi e il razzismo.

La lotta per i diritti umani diventa lotta per sopravvivere di differenti minoranze senza stato.

Quindi la domanda è se stiamo perdendo questa lotta o ci siamo trasformati in marionette che servono a chi compie operazioni di diverso profilo.

Devlesa
Elezovski Asmet
Roma National Congress
Email: asmetelezovski@yahoo.com

 
Di Fabrizio (del 13/09/2007 @ 09:16:06, in Kumpanija, visitato 1392 volte)

Da RomSinti@Politica

Pubblichiamo una comunicazione organizzativa di persone e associazioni si occuperanno della cerimonia di sepoltura dei quattro bambini morti nel rogo a Livorno.

La Diocesi di Livorno con la Caritas, i Salesiani e la comunità di Sant’Egidio, in collaborazione con la Prefettura ed il Comune di Livorno stanno attrezzando un area per l’accoglienza delle diverse comunità rom provenienti dall’Italia.

Tutte le comunità rom che arriveranno venerdì mattina per i funerali devono parcheggiare i propri mezzi presso l’area attrezzata in VIA DEL LEVANTE (area luna park e circo) che si trova in zona COTETO  - SALVIANO.

Uscendo dalla variante Aurelia direzione Salviano – Livorno, incontrerete i cartelli che segnalano l’area.

E’ importante che i diversi gruppi si rechino lì con i mezzi ed usino il servizio di pullman per il Duomo messo a disposizione per l’occasione.

 

Il Duomo infatti si trova in una piccola piazza al centro della città dove è VIETATO PARCHEGGIARE.

Per non essere multati è stato organizzato un servizio di autobus dall’area attrezzata nella quale ci saranno ad accogliere le persone i volontari delle associazioni rom, dei salesiani e di africa insieme.

Le persone che desiderano partecipare al funerale DEVONO COMUNICARLO.

Venerdì c’è il pranzo funebre con i familiari presso l’area attrezzata.

Nell’area POSSONO pernottare solo i familiari dei quattro bambini.

 

Per ulteriori informazioni contattare Demir Mustafà del Comitato Rom e Sinti Insieme alle seguenti e mail:  

d.mustafa@accoglienzatoscana.it

demir.rom@gmail.com

 
Di Fabrizio (del 14/08/2007 @ 09:17:51, in Kumpanija, visitato 1798 volte)

Da Mundo_Gitano (lungo, consiglio la lettura offline)

Ingegnere aeronautico, consulente per gli affari sociali del governo degli Stati Uniti, autore teatrale, poeta, giornalista, conferenziere, musico, filosofo, diffusore dellla cultura gitana in Internet nel tempo libero... Miguel Mendiola è un gitano stanziato negli Stati Uniti con cui si potrebbe conversare per ore e ore sugli argomenti più diversi e, come mostra nei suoi articoli, conta su un invidiabile senso dell'humour

[...]

Puoi commentarci alcuni dati della tua biografia?

Sono nato a Siviglia nel 1944. Sono nato in una famiglia mista paya (gagia) e gitana; anche se mi identifico di più con la parte gitana da parte di padre, in un barrio dove i vicini erano per lo più gitani e i payos che vivevano lì erano "gitanizzati". [...] Tutti avevamo una cosa in comune: la povertà. E quando si andava a mangiare da un vicino o dall'altro, non si pensava se uno era gitano o payo. Mi impressionava la solidarietà che esisteva e si dimostrava e come fosse possibile vivere in armonia specialmente quando la miseria ci lasciava nudi nella nostra umanità.

Da parte di padre, la mia famiglia era parte dei Vargas, una famiglia gitana molto antica ed estesa a Siviglia. Eravamo anche in buone relazioni con i Pavones, da parte di mia nonna Carmen. La mia famiglia ha sempre avuto passione per il Flamenco. Tutte le mie sorelle furono ballerine professioniste e mio fratello Rafael è chitarrista (fu membro del gruppo Farruco Los Bolecos).  Io sono la pecora nera della famiglia. Imparai a leggere e scrivere, cosa che non era molto comune per i giovani del barrio, dove la gente aveva altre preoccupazioni più urgenti: la fatica giornaliera di non saper cosa comprare per mangiare. Grazie ad alcuni zii da parte di madre, ho potuto studiare un poco.

Mi sposai molto giovane e venni a lavorare in America, perché a Siviglia non vedevo chiaro nel mio futuro. Qui per diversi anni ho lavorato come ingegnere nell'industria aeronautica. Attualmente lavoro per i Servizi Sociali dello stato di California, come supervisore di dipartimento. Non so il perché, mi è sempre piaciuto riflettere sulle cose e come a Camarón, "mi domandavo sul mio passo per questo Mondo". Da qui il mio amore per la Filosofia. Credo che per questo odiai tanto il mio lavoro e trovavo sollievo in altre cose, leggendo, per esempio. Cominciai a scrivere su tutte le stupidate che mi capitavano, anche poesie,  e ho non so quante casse piene di fogli e lettere, chissà a cosa serviranno, eccetto che ad aiutarmi a mettere in ordine i miei pensieri.

Mi incanta la musica folclorica e classica ed imparai da solo a suonare il flauto, semplicemente per intrattenermi. [...] Una volta scrissi un'opera teatrale andalusa. Venne presentata a Los Angeles con molto successo, ci lavoravano molti attori di teatro e del cinema ben conosciuti nell'area, diverse volte è stata sul punto di essere presentata in altri teatri, ma alla fine questo non succedeva mai per diverse disgraziate ragioni.

Quest'opera, La Salamandra contiene pezzi musicali che comprendono tutta la gamma del folclore andaluso, compreso soprattutto il flamenco (qui mi aiutarono mio fratello Rafael e mio cognato Enrique Soto "El sorderita"). I pezzi musicali accompagnano la trama e questo richiede che gli artisti sappiano anche ballare. E' un'opera difficile, però con un tema molto originale, anche se un buon direttore potrebbe semplificarla. Come succede sempre in queste cose, il problema è il denaro. Però intanto l'opera c'è, e qui sono anch'io al vostro servizio.

Quanti bambini hai mangiato oggi?

So che ti riferisci a "Una modesta proposta" [..] ispirata all'originale di Jonathan Swift, è una parodia che spero nessun abbia preso sul serio. Proponevo di tornare alla nostra venerabile tradizione di "mangia-bambini" per cui i payos che ci accusano di cannibalismo continuano ad avere ragione

[...] Esistono miti orribili sui gitani. Non molto tempo fa vidi un film dal titolo Il violino rosso. E' la storia di un violino che passando di mano in mano influenza la vita dei suoi padroni. Uno di loro muore e viene seppellito con il violino. Naturalmente, di seguito appaiono diversi gitani che la notte vanno nel cimitero, dissotterrano il morto e portano via il violino. Questo è un mito che prevale attraverso la storia e la letteratura: i gitani come saccheggiatori di tombe. Ma, se siamo tra i più paurosi al mondo! Io non vado da nessuna parte, nemmeno dal medico. Deve accompagnarmi qualcuno, altrimenti non ci vado. Come potremmo andare di notte in un cimitero a disseppellire i morti?! Però queste sono le immagini che vengono continuamente proiettate e che ci disumanizzano.

Credi che gli stereotipi ed i pregiudizi contro i gitani riguardino l'accesso al mondo del lavoro?

Sarebbe difficile che un impresario consideri dare un posto di lavoro ad una persona "sporca, vaga e bugiarda". Gli stereotipi sono ben saldi ed a quelli tradizionali dobbiamo aggiungere il più moderno di "drogato". Forse la miglior maniera di rispondere a questa domanda si troverebbe in quello che scrissi in un forum di Internet come risposta a chi accusava i gitani per stare dove sono e secondo loro siamo noi che non vogliamo integrarci e rifiutiamo il lavoro, pagare la tasse ed altro. "Il pregiudizio starebbe nell'attribuire a tutto un gruppo di persone virtù o difetti di una parte dei suoi componenti. Nel caso della comunità gitana,i razzisti vedono solamente il settore più povero e marginalizzato della comunità. [...] Analizzano le caratteristiche e concludono: Tutti gli individui di questo settore hanno attributi comuni. Già questo costituisce pregiudizio, perché in quel settore ci saranno sotto-settori ed individui che non corrispondono al comportamento segnalato. Entriamo per esempio in un barrio composto la maggior parte da gitani poveri, analfabeti e soprattutto marginalizzati dalla società. I razzisti concludono che tutti quanti vivono nel barrio sono gitani ed in secondo luogo che tutti sono pezzenti e drogati. Nessuna delle due cose è vera. Quello che può essere verità è che dentro a questo gruppo e dovuto alle condizioni estreme di vita, si incontra un maggior indice di delinquenza, come in tutti i gruppi marginalizzati, non importa siano payos o gitani.

Qualcuno menziona che le carceri sono piene di gitani. Una volta di più, è una dichiarazione falsa e razzista. Le carceri contengono payos e gitani, I numeri sono proporzionali al margine di povertà che esiste in entrambe i gruppi. Questo accade in tutti i paesi del mondo e con tutti i gruppi marginalizzati. Le carceri del mondo contengono molta gente povera. Punto.

Dichiarazioni di questa indole sono disegnate per segnalare un  gruppo determinato come speciali. "Le carceri sono piene di gitani" non è che una accusa mal dissimulata di qualcosa di intrinsecamente nocivo nell'etnia gitana, per cui ci sono "tanti" gitani in carcere. Questo è il messaggio subliminale (non così subliminale per quanti di noi abbiamo passato tanto tempo studiando l'origine, la causa e l'effetto del razzismo).

Una volta scoperti questi attributi nel settore scelto, li si estende a tutto il gruppo in generale. Così abbiamo iniziato a parlare non dei pregiudizi, ma del razzismo. I commenti di questi razzisti iniziano sempre con "i gitani così, i gitani cosà", includendo tutti. Non tutti sono uguali e ho conosciuto alcuni gitani onesti, però... Il però è il però razzista, molto conosciuto nei circoli dove studiamo queste cose, E' il però che addolora, che dispiace.

Il linguaggio razzista ha la sua propria grammatica e le sue proprie regole sintattiche. Il razzista non sa ma sospetta. Sono quelli che iniziano con "Io non sono razzista, però...", "Non lo dico per offendere, però..." ed iniziano ad offendere, oppure "Non voglio criticare, però..." e procedono a criticare.

Confidano nella loro ignoranza per cui tutti i gitani sono ladri, drogati, rapitori di bambini, ecc. non interessa loro se le loro conclusioni sono verità o menzogna. Queste cose del razzismo non sono facili. Per educare un razzista, occorrono molta pazienza, molti anni e molti ricorsi, che naturalmente non abbiamo e tanto meno con un mezzo come questo.

La colpa della marginalizzazione sofferta dal popolo gitano ricade sui gitani stessi nel non volersi integrare nella società maggioritaria. La parola "integrazione" viene pronunciata con irritazione. Come una maestra impaziente che vuole aiutare l'alunno, che però non collabora. Questo dell'integrazione viene da molto lontano. Ai gitani non viene permesso di essere gitani e per integrarsi devono lasciare i loro uffici tradizionali, come il lavoro dei metalli, la compravendita, la vendita ambulante ecc. Però nessuno ci ha mai spiegato perché il dedicarsi alla vendita ambulante sia un segno di ribellione, di non volersi integrare. Milioni di gagé ha i propri affari e nessuno glielo impedisce né parla loro di integrazione. Un'altra cosa che da fastidio è che alcuni gitani insistano in una certa forma di vestirsi. [...] Che danno possano fare, più che a quanti capricciosamente vogliono imporre i loro gusti?

Per molto tempo, si è proibito loro di parlare la propria lingua. Per integrarsi occorre parlare la lingua della comunità maggioritaria. Però il gitano parla la lingua maggioritaria. Non fa nessun danno il potere parlare un altra lingua, come il catalano, il basco, che si parlano senza menzionare la parolina "integrazione".

Per integrarsi occorre lasciare i costumi e le tradizioni gitane ed adottare quelle della comunità maggioritaria. Molti gruppi regionali hanno costumi e tradizioni proprie che non sono necessariamente celebrati nel resto del paese. Però a loro non si richiede di lasciare costumi  e tradizioni. Perché allora ai gitani? Una volta di più denoto in questa domanda un tono paternalista. Ed una volta di più stiamo parlando di certi settori della comunità gitana, perché non tutti i gitani seguono le antiche tradizioni. [...]

Cosa diresti ai bambini e bambine gitani ?

L'assenteismo scolastico tra i bambini è un problema grave e difficile da risolvere, specialmente quando ci riferiamo ai gruppi più marginalizzati.

E' particolarmente grave per il futuro di questi bambini quando si inizia male nella scuola primaria, Se non si piantano delle buone basi o non si termina il ciclo di studio, il bambino non tornerà a studiare, o se la fare più avanti sarà molto difficile

Quelle volte che si arriva alla scuola secondaria, c'è la frustrazione di tutto quanto non si è acquisito dei conoscimenti di base, costa nuovamente apprendere il livello superiore. [...] C'è mancanza di voglia, di motivazione e frustrazione che invitano ad abbandonare gli studi per sempre.

E' molto difficile parlare a bambini che vivono in condizioni sub-umane dei benefici del permanere nella scuola. Non c'è comunicazione perché questi concetti sono totalmente estranei a loro. A ciò dobbiamo aggiungere "l'aspettativa del fallimento". [...] E' dimostrato che l'indice di fallimento scolastico è molto elevata tra quei bambini ai cui si va dicendo che non avranno successo o glielo si fa intendere.

I tempi sono cambiati. Ai miei tempi, non avevo niente da decidere. Era mio padre, o la paura di mio padre, quello che mi faceva continuare. E dietro tutta la famiglia. [...] Credo sia cruciale per quanti oggi sono in un collegio, che hanno la fortuna di una borsa di studio, di terminare almeno gli studi di base. Non soltanto per loro, ma per tutta la comunità gitana. Abbiamo bisogno di gente con una professione, di leaders e di gente preparata. Necessitiamo di esempi. Questi chavales non hanno idea della trascendenza storica di cui fanno parte. [...]

Quali iniziative a favore della convivenza interculturale degli Stati Uniti sottolineeresti e quali potrebbero essere più facilmente adottabili in Spagna?

In questo paese non esiste la convivenza interculturale. Tutti i gruppi etnici, razziali e sociali sono segregati. I negri vivono nei loro quartieri, i cinesi nei loro e lo stesso per i latino americani. E nella società maggioritaria vediamo la separazione tra chi è ricco e chi non lo è tanto.

Non vedo nessuna iniziativa per poter cambiare il panorama. Ci sono molte leggi contro la discriminazione che dicono "Questo non si può dire e non si può fare quest'altro", ecc. In qualche caso, tante proibizioni risultano controproducenti, l'unica cosa a cui servono è separare maggiormente le differenti culture, allo svilupparsi di questo "non toccarmi" che ultimamente produce indifferenza. Io spero che questo sentimento di "politicamente corretto" che ha invaso la società americana non arrivi in Spagna.

Ciò che è sano è modificare l'equilibrio socio-economico tra i gruppi. Per questo abbiamo la politica di "azione affermativa" per cui tutte le imprese statali o che dipendano dal governo devono impiegare un certo numero di lavoratori di minoranze, secondo la percentuale che esiste nella società. In Spagna, traslando questa politica, avremmo un 2% di gitani impiegati dal governo e in tutte le aziende che dipendano dal governo.

Questa politica delle quote a prima vista sembra ingiusta. Però in qualche modo occorre pagare il debito storico, il danno causato da tanti anni di persecuzione e razzismo. A parte questo, non trovo sbagliato che tutti i gruppi di una società siano rappresentati nei differenti organi sociali, siano lavorali, politici o culturali.

Un articolo che pubblicasti sulla rivista I Tchatchipen lo titolasti "Il gitano nel XXI secolo". Sei ottimista o pessimista rispetto al nuovo secolo e millennio? Quali saranno i valori e le conoscenze più importanti?

Sono ottimista che in questa epoca le cose cambieranno significativamente e mi baso su due ragioni: le qualità gitane sono ideali per questo tempo di cambi drastici e la promozione di queste qualità, per mezzo di gitani preparati, sarà in funzione di progressione geometrica, lenta al principio, ma subito accelerata [...]

Parliamo un poco di queste "virtù" a cui tante volte mi riferisco e di cui sono tanto orgoglioso. Però chiarisco prima che quando parlo di qualità e virtù mi riferisco ad una cultura in generale e naturalmente ci sono eccezioni individuali.

La prima è la generosità inerente alla cultura gitana. Il fattore "bontà" come lo chiamo, contrapposto al fattore "avarizia" che predomina nelle culture lineari. Man mano che la società maggioritaria andrà facendosi più matura psicologicamente, inizierà a valorizzare individui con un alto livello di "coefficiente emozionale", più che di quello intellettuale. Una persona può avere un alto coefficiente di intelligenza ed essere allo stesso tempo un "gilipollas" che non serve a niente. Le imprese lavorali oggi van cercando gente che sia preparata, ma che sia anche flessibile, rapida a reagire ai cambi, che prenda decisioni in un batter d'occhio. In altre parole, tutto ciò di cui è carente un "idiota educato" o un "robot cibernetico". Questi saranno necessari per compiere una funzione specifica ma saranno, marco queste parole, i braccianti del secolo XXI. Non sanno ridere e ami impararono a piangere, per questo non intendono la natura umana. In questo secolo è sommamente importante, e chi meglio di un gitano per questo?

Quali valori stiamo cercando in questo secolo? Niente di più o di meno dei valori innati del gitano: osservazione, intuizione, adattabilità ecc. Il secolo XXI è alla nostra portata.

Chiaro che questi sono i termini generali, dobbiamo vincere tre ostacoli importanti:

  1. Reputazione. Gli stereotipi nei quali stiamo asfissiando.
  2. La mancanza di preparazione scolastica.
  3. La poca esperienza in lavori non tradizionali.

Di questo parleremo un'altra volta. Però voglio tornare a parlare delle virtù gitane, anche se le mie sono opinioni molto personali basate sulla mia esperienza. Però spero di trovare appoggio in questa difesa del buono della cultura gitana e forse un giorno, che potremmo denominare "dell'effettività gitana", questo si converta in uno slogan universale tra di noi.

Questa effettività è più di un "coefficiente emozionale". Non conoscevo questo termine sino a poco tempo fa, anche se l'avevo descritto con le mie parole. Un amico, mentre parlavamo di queste cose, mi disse che le mie teorie sulla cultura gitana e "l'effettività gitana" erano comuni quel che un certo Goleman aveva denominato "coefficiente emozionale". Per il dottor Daniel Goleman, queste qualità includono l'intuizione, la capacità di osservazione, l'empatia e la destrezza, che marcano le persone con successo nella vita. Sono capacità basiche necessarie per il successo nel campo lavorale. Tutte sono qualità gitane per cui deduco che il gitano sia "emozionalmente intelligente".

Le persone che hanno un deficit di coefficiente emozionale solgono essere introverse, antisociali, riservate. Hanno gran difficoltà nell'intendere la comunicazione non verbale [...] Ecco il "gilipollas"... che è l'antitesi del gitano. Però, se il gitano è così "sveglio", perché non ha il successo che dovrebbe? Per i tre ostacoli di cui ho parlato prima.

Nel momento in cui il gitano otterrà una educazione scolare e si integrerà nella forza lavoro, vedremo un'ascensione esponenziale [...].

Dobbiamo tradurre queste qualità nel campo lavorale. Quando succederà, il gitano sarà molto impiegabile e molto sollecitato. Le grandi imprese stanno dannandosi per incontrare persone con queste qualità, che siano decisivi nel gestire le crisi, nella risoluzione dei conflitti e nel saper prendere decisioni con un'alta percentuale di successo. Credo che il secolo XXI sia il secolo del gitano.

Hai anche scritto che "la famiglia è il fulcro (il punto di appoggio) della vita del gitano". Come credi che interverranno i nuovi tempi nel concetto di famiglia nella cultura gitana?

Spero con tutta l'anima che non si perda niente, perché il giorno che il gitano non amerà la sua famiglia, non rispetterà i genitori, non gli importerà se un fratello è ammalato, sarà la fine della gitanità.

Il nostro amore per la famiglia va oltre quello che qualsiasi persona decente possa sentire per la sua gente. La nostra è devozione e sorpassa l'amore naturale tanto in qualità che come estensione. Amiamo e ci preoccupiamo per qualsiasi cugino di primo, secondo o terzo grado, mentre la maggioranza della gente neanche lo conosce o sospetta della sua esistenza. Questa unione e amore filiale è stata l'affinità degli atomi della nostra cultura.  Tutto quanto pregiudica la conservazione di questo amore filiale, tutto - ripeto, è antizigano. Non importa se è qualcosa di tanto nobile cole la religione, tanto canaglia come la droga o tanto mondano come la politica, l'avarizia o l'egoismo. Di questo potremmo parlare a lungo e lo lasciamo ad un'altra occasione.

 
Di Fabrizio (del 07/08/2007 @ 09:55:12, in Kumpanija, visitato 1660 volte)

Gli Zingari di Gerusalemme: il Popolo Dimenticato
By Amoun Sleem

Una banda di ballerini e musicisti itineranti assunti da un re persiano? Una casta di artisti, che difesero la loro patria contro l'invasione degli Unni nel V secolo? Oppure un certo numero di tribù inviate dalla Persia ad un generale turco-persiano e che mai fecero ritorno? Come e quando gli Zingari iniziarono la loro migrazione, e come finirono a Gerusalemme da ogni dove? Agli inizi del XVIII secolo, gli storici stabiliscono che il popolo zingaro ebbe origine da una casta di artisti che si autodefiniva Dom (che nella loro lingua comune significa "uomo"). I Dom di Gerusalemme sono tra le diverse comunità di Zingari che si sono insediati in Medio Oriente. Come i Rom ed i Lom, la loro controparte in Europa e Armenia, i Dom hanno una loro auto-consapevolezza pesantemente influenzata dal paese che li ospita. In mezzo alle teorie sulle origini della loro partenza dall'India, i Dom di Gerusalemme offrono una leggenda che li radica saldamente al Medio Oriente.

Tanto tempo fa, c'erano due tribù guidate da due cugini residenti in Siria. Un cugino, dopo aver ucciso il re, suscitò l'ira di sua sorella. Nel cercare una rivincita, l'addolorata principessa mise le due tribù una contro l'altra ed istigò una guerra tra loro, che causò la morte di entrambe i cugini. La principessa non era ancora soddisfatta ed emise un decreto che obbligava a vagabondare el deserto nelle ore più calde del giorno, cavalcando soltanto asini e guadagnandosi da vivere soltanto con la danza e la musica. Da allora, alcuni Dom si diressero in India, Iraq e nuovamente in Siria. Riconoscendo la Siria e non l'India come la loro antica patria, i Dom alterarono la natura di "uomo" cui si riferisce il loro nome in favore di un'identità mediorientale. Oggi i Dom vivono in diversi paesi del Medio Oriente e la loro cultura si è mescolata con quella degli arabi attorno.

Come in altri paesi, i Dom di Gerusalemme hanno accettato la lingua e la religione del paese dove vivono. Sono musulmani e parlano arabo come pure il Domari - il loro linguaggio nativo. Il Domari è una lingua distinta dal Romanì e dal Lom. I suo stretti contatti col Punjabi furono chiave determinante nella lontana eredità indiana, tuttavia l'effetto significativo dell'arabo sulla lingua parla all'effetto dell'ultima patria dei Dom. Qualsiasi sia l'adattamento nella religione, lingua o altro, gli Zingari di tutto il mondo mantengono caratteristiche loro proprie ed i Dom non fanno eccezione.

I Dom di Gerusalemme rimangono una comunità infusa dai ritmi e dalle canzoni di tradizione zigana, ma hanno abbandonato lo stile nomadico in favore di una vita più sedentaria. Hanno fatto di Gerusalemme la loro casa da oltre 400 anni. Originariamente stanziati in un'area fuori dalla Città Vecchia chiamata Wadi Al-Joz, i Dom si sono poi spostati in un piccolo quartiere chiamato Burj Al-Laqlaq all'interno delle mura della Città Vecchia. Minoranza etnica, la comunità Dom ha sofferto in silenzio i decenni del conflitto arabo-israeliano. Il loro numero è diminuito significativamente durante le battaglie attorno alla fondazione dello stato di Israele. L'esodo maggiore è avvenuto durante la guerra del 1967, che ha spinto quasi la metà dei Dom a cercare rifugio in Siria, Libano e persino in India.

Nonostante una profonda identificazione con la cultura mediorientale, le rimanenti 200 famiglie hanno subito severe discriminazioni da parte di israeliani e palestinesi. Lodati una volta nella poesia persiana come intrattenitori senza pari, una serie di cambiamenti culturali, politici ed economici ha portato i Dom ad essere visti come deprecabili mendicanti. La vergogna di essere Zingaro viene istillata in giovane età quando i bambini iniziano la scuola. Anche se i Dom si considerano Palestinesi, la loro non appartenenza all'etnia araba porta che il 60% non ha terminato le scuole elementari. Senza specializzazioni e percorso scolastico, i Dom sono rinchiusi in un circolo di povertà e derisione. Le generazioni più giovani preferiscono assimilarsi completamente ai vicini Arabi. abbandonando i vestiti tradizionali, la lingua, i costumi e qualsiasi altra cosa li possa distinguere come Zingari.

Il Centro Domari a Gerusalemme Est è stato fondato per contrastare il deterioramento di una comunità una volta vibrante e restaurare il suo orgoglio. Fondata nel 1999, l'organizzazione aiuta lo sviluppo economico, fornisce supporto a donne e bambini ed agisce per la preservazione della cultura. Principalmente donne e bambini frequentano classi, programmi di formazione, di consulenza ed assistenza. Il Centro Domari presta particolare attenzione nel ricostruire l'autostima dei membri più giovani, fornendo programmi per leggere e scrivere per l'infanzia, corsi di lingua e cultura Domari ed altri supporti scolastici. La speranza è che questo porti i Dom di Gerusalemme fuori dal loro status di "intoccabili" attraverso l'educazione e l'autostima.

Amoun Sleem is the founder and director of the Domari Society of Gypsies in Jerusalem. As a gypsy, she has shared the difficulties and challenges of her community and is focused on helping her people succeed. She can be reached at domari@alqudsnet.com

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Di Fabrizio (del 02/08/2007 @ 09:29:07, in Kumpanija, visitato 2093 volte)

Da Mundo_Gitano

Por: LORENZO ARMENDARIZ GARCÍA**

Quando inizia ad interessarmi nel sorprendente mondo dei Gitani messicani, a provare a recuperare le orme di mio nonno, "el Hungaro", che conobbi pochissimo, il destino mi condusse verso la famiglia Costich, che amo e rispetto come il mio proprio sangue. A partire da quel momento mi introdussi in un universo di viaggi, storie ed esperienze che mi hanno  segnato per la vita.

I forti legami emotivi che mi uniscono a varie famiglie Gitane mi hanno permesso di ascoltare narrazioni dalla loro viva voce, che costituiscono la storia orale di questo popolo. Nel contempo, le mie lunghe visite a diversi accampamenti han reso possibile conoscere la quotidianità dei rappresentanti della vita Gitana.

I Gitani han saputo adattarsi alla cultura messicana e alcune icone nazionali sono presenti nelle loro case. Il 6 gennaio i Gitani Ludar commemorano i loro defunti ed iniziano l'anno nuovo. Durante la Settimana Santa, i Ludar non lavorano, si aiutano però vendendo salvavita e palle sulla spiaggia. Montano anche piccoli trucchi visuali.

Anche se è difficile precisare con esattezza in quale anno arrivarono in Messico le prime migrazioni di Gitani, probabilmente alla fine del secolo XVI e poi durante i primi anni delle loro conquiste in America, tanto la Spagna che il  Portogallo cominciarono ad espellere verso le nuove colonie i gruppi di Gitani che vagabondavano nelle terre europee. Molti di questi Gitani erano di origine ungarica, dato che in quel periodo il vasto impero spagnolo comprendeva le terre austriache. La presenza Gitana più antica in America di cui si ha conoscenza proviene dal Brasile e data 1574. Mi consta che il popolo Gitano si trova oggi principalmente in Argentina, Perù e Brasile, però anche in Colombia, Uruguay, Cile, Guatemala, El Salvador, Honduras, Puerto Rico ed in misura minore a Cuba.

Le prime testimonianze sulla presenza Gitana in Messico di cui ho notizia, appaiono nelle note di Albert Guilliam, viaggiatore statunitense che percorse tra il 1843 e il 1844 il nord e il centro del Messico e menziona i Gitani commercianti che giravano il paese. Anche il norvegese Kart Lumholtz ne allude nella sua opera "El México Desconocido":

"Mi sorpresero all'improvviso le allegre chiacchiere e lo strano aspetto di un gruppo di gente dai lunghi capelli sciolti che stavano bagnando alcuni grandi cavalli [...] L'occupazione principale degli uomini è di calderai [...], inoltre commerciano cavalli [...] Molti erano bosniaci e non mancavano alcuni turchi e greci che portavano orsi e scimmie, però la maggioranza erano originari dell'Ungheria, ungari vengono chiamati in tutto il Messico. Molti parlano bene l'inglese e il francese, ed uno di loro mi disse che suo padre conosceva il mio paese"

In effetti, in Messico, al pari di molti paesi dell'America Latina, li si conosce col nome generico di "húngaros" perché considerati originari di questo paese, però la loro vera origine è nel nord dell'India.

L prima grande migrazione documentata in Messico si da a partire dal 1890 e proviene principalmente dall'Ungheria. Più in là arrivarono gruppi rumeni con l'intenzione di entrare negli Stati Uniti. Un'altra grande ondata di migrazione avvenne tra il 1920 e il 1926, a causa del razzismo contro questo popolo che si intensificò dopo la I guerra mondiale. Si trattava di famiglie polacche ed ungheresi che decisero di cercare la fortuna negli Stati Uniti, molte delle quali si fermarono in Messico. Pochi anni prima, altri Gitani russi avevano fatto lo stesso fuggendo dai moti rivoluzionari. Dato che il Messico aveva al tempo una politica immigratoria abbastanza flessibile ed accoglieva senza discriminazioni qualsiasi straniero, le famiglie Gitane arrivavano dalla Francia in Messico passando da Cuba. Queste facilitazioni terminarono con la promulgazione della legge sull'immigrazione nel 1930, con la quale venne limitato l'ingresso nel paese di perseguitati politici ed esiliati.

In Messico vivono pochi Gitani di origine spagnola, la maggioranza arrivarono da Ungheria, Polonia, Grecia, Bosnia, Yugoslavia, Turchia, Francia e Romania. Il Gruppo maggioritario è quello dei Rom, diviso in clan e sottogruppi principalmente di Kalderash, Husos, Grecos, Xoraxai, Xoropesti y Hungaresdos. Parlano il romaní, lingua imparentata col sanscrito ed arricchita con prestiti dialettali di altri idiomi. Vivono stabilmente nelle grandi città e centri mercantili, intraprendendo senza dubbio lunghi viaggi col pretesto di strategie commerciali, però la vera ragione è la nostalgia per il viaggio stesso. I rumanos son Ludar e parlano rumeno antico, anche se le nuove generazioni hanno perso completamente questa lingua. Son nomadi, anche se qualcuno mostra l'intento di stabilizzarsi, però la tentazione di mettersi in cammino è più forte di qualsiasi comodità della vita sedentaria. I Ludar chiamano Gubert i Rom e questi a loro volta si riferiscono ai Ludar come Boyhás, ed entrambe si autodenominano "paisanos" per differenziarsi dai non-Gitani.

A parte le loro affinità, i Rom e i Ludar marcano le loro differenze. Senza dubbio, mantengono relazioni commerciali e di mutuo aiuto. Per riferirsi ai non-Gitani, i Rom li chiamano gadye ed i Ludar nians, nel caso maschile, e surva al femminile.

Il matrimonio avviene generalmente tra membri dello stesso gruppo, però son possibili matrimonio tra un uomo Rom ed una donna Ludar ed il matrimonio con donne non Gitane, mentre è quasi inesistente quello tra un non-Gitano ed una donna Gitana.

Ambedue i gruppi professano principalmente la religione cattolica, anche se è importante la presenza della chiesa ortodossa ed evangelica La Vergine di Guadalupe è la patrona dei cattolici, e Malverde, bandito convertito in santo il cui santuario si trova a Culiacán, Sinaloa, è molto popolare tra i Gitani viaggianti del nordovest del paese. Nonostante l'essere cattolici, molte delle celebrazioni importanti come il battesimo o il matrimonio avvengono con i vecchi costumi. Quello che per molti sarebbe superstizione, per loro sono codici che rispondono al non detto, ad azioni senza spiegazione verbale che devono compiersi perché l'ordine delle cose continui secondo il suo passo. Queste azioni si portano col sangue ed iniziano da quando si nasce, così molti gruppi non tagliano i capelli del neonato prima del battesimo. Inoltre si evitano i fiumi ed i cimiteri, perché possono danneggiare il bebé. Come protezione bastano una tirata d'orecchi ed un buffetto. Ci sono cose che non si menzionano perché causano dolore, come i defunti e le disgrazie. Quello che si deve fare o dire regola ogni atto del Gitano. Durante il battesimo i padrini depositano una moneta sotto il bambino mentre lo vestono e lo cullano. Questa moneta sarà conservata per sempre. Tutto questo è diretto alla buona sorte, che sia protezione, salute o denaro.

Il commercio è fondamentale per la terza premessa. Durante i loro primi anni dell'arrivo in terra americana furono commercianti ed esperti nel lavoro dei metalli, principalmente i Kalderash o “Caldereros”. I Ludar hanno un'antica tradizione di artisti e la loro principale attività è sempre stata lo spettacolo artistico.

Però quando in Messico arrivò il cinema, tanto i Rom che i Ludar si trovarono di fronte al progresso. Il cinema ambulante fu per entrambe i gruppi la principale attività economica per varie generazioni. Questa nuova scoperta fu portata nei posti più reconditi, prima con muli e carretti e dopo con veicoli motorizzati. Con loro viaggiava il progresso, e le popolazioni rurali conoscevano, a parte il cinema, anche l'energia elettrica generata da piccoli impianti. Senza rendersene conto, i Gitani cominciarono a far parte della storia culturale del paese. Gli anni '50, '60 e '70 del secolo passato costituirono gli anni d'oro del cinema ambulante. La decadenza di questa attività data alla fine degli anni '80 del secolo scorso, con l'introduzione degli apparati video e delle antenne paraboliche nella provincia messicana. A partire da questo momento fu necessario trovare alternative economiche. I Rom si inclinarono alla riparazione di macchinari e principalmente alla compra vendita di automobili. Invece, i Ludar recuperarono l'antica vocazione e convertirono le tende da cinema in teatri ambulanti dove dispiegare le loro doti di maghi, fachiri, illusionisti, pagliacci, imitatori e qualsiasi altra manifestazione artistica di moda.

Le strategie economiche dei Ludar sempre si sono incamminate verso le attività che permettano loro di continuare la transumanza. E' la loro ragione di vita, per cui il destino ed il motivo non sono importanti, ma il pretesto del viaggio. Mettere a dura prova il cammino fortifica l'animo e non esiste piacere uguale al vincere la routine. Quando viaggio con le carovane condivido la stessa sensazione di affrontare l'imprescindibile, che soccombe di fronte al potere dell'improvvisazione. Paesaggi che si trasformano costantemente e che senza dubbio sono familiari e vicini. Le notti al cielo aperto premiano la fatica della giornata e propiziano il racconto di nuove esperienze che diventeranno parte della storia di questo popolo. Non esiste limite alla creatività, così uomini, donne e bambini risolvono qualsiasi imprevisto in maniera spontanea. La notte, col suo silenzio interrotto da una voce che annuncia la prossima pellicola od il seguente artista, propizia la libertà che risiede in un cielo popolato di stelle e pareti che si spingono sino all'orizzonte.

Con la loro capacità naturale di adattarsi alle condizioni di ogni paese, tanto i Rom che i Ludar fronteggiano i movimenti economici del Messico, risolvendo con il loro istinto peculiare le vicissitudini dei cambi politici. Ambedue i gruppi appartengono a questa terra e formano parte intrinseca della cultura messicana, in un paese che ha permesso loro di essere liberi, condizione che forma parte indissolubile della sua idiosincrasia.

* Artículo originalmente aparecido en: Nacional Geographic en Español. Abril de 2001. Pp. 102-109.

** La búsqueda de sus ancestros Gitanos llevó a Lorenzo Armendáriz García a emprender un constante ir y venir que es parte esencial de la naturaleza de este pueblo. Gracias al apoyo y la beca que recibió de las organizaciones mexicanas FONCA y PACMYC, pudo recorrer gran parte de México y ha logrado recabar un registro fotográfico y cultural invaluable. Sus esfuerzos han sido recompensados, pues fue invitado por la Unión Romaní Internacional (IRU, por sus siglas en inglés) a participar en el Quinto Congreso Internacional del Pueblo Gitano como delegado en julio de 2000, y en la formación del Parlamento Gitano

 
Di Fabrizio (del 25/07/2007 @ 10:09:08, in Kumpanija, visitato 2052 volte)

Da Mundo_Gitano

GITANI, TRA LA TRADIZIONE PROPRIA E IL SOSPETTO DEI PIU'

POPOLO SENZA PATRIA
Por:
NICOLÁS NAGLE

I principali gruppi si trovano a Las Piedras e Maldonado. Vendono auto usate e pentolame. Sono violenti? Sono truffatori? Sono superstiziosi? I gitani rispondono

Anduve por muchos caminos
en ellos encontré Rom afortunados
en sus coloridas carpas.
También me encontré con Rom pobres.
¿De dónde vienen
con sus tiendas coloridas, recorriendo
los caminos? (*)

(*) Gelem Gelem (en romaní, "Anduve anduve")
.

A Maldonado c'è la principale concentrazione di Gitani dell'Uruguay. La maggioranza vive nelle tende ed altri costruirono case. Ma le case non impediscono loro di peregrinare vari mesi dell'anno in Argentina e Brasile per poi ritornare qui. E' durante questi viaggi che tutti i gitani, quelli più e quelli meno tradizionalisti, recuperano lo stile di tutta la vita.

A Maldonado vivevano 48 persone distribuite in cinque tende. In ognuna di loro viveva una famiglia. Due famiglie decisero di andare a Chuy. Ora sono 32 persone che risiedono sul terreno della municipalità. Di fronte a loro, dall'altro lato, c'è un insediamento costruito con pietre e legno.

Danilo Estorin è il "cacicco" e l'incaricato che "tutta sia a posto ed in ordine". Ha sostituito suo padre, che è partito per gli Stati Uniti per riunirsi ad altri gitani.

Danilo veste in maniera informale, con bermuda e una camicia aperta, ma la sua voce si distingue. Quando parla con gli altri membri della comunità lo fa in un dialetto proveniente dal Montenegro, l'ex provincia della Yugoslavia ora repubblica indipendente. "Quando siamo in famiglia, parliamo solo nel nostro idioma" segnala Estorin.

La scrittrice ed antropologa Teresa Porzecanski segnala che la lingua dei gitani, denominata romaní, "è il risultato di successive incorporazioni di diversi idiomi lungo oltre mille anni di migrazioni. Significa che il romaní è formato basicamente da incorporazioni di altre lingue, tra cui lo slavo".

Per questa ragione, molti gitani uruguaiani provenienti dalla zona balcanica dicono di parlare montenegrino o slavo. Praticamente sono tutti bilingue, perché sin da piccoli si insegna loro a parlare il romaní. Anni fa non erano soliti frequentare la scuola e tutto si imparava in famiglia. Ora i bambini sono inviati ai centri di insegnamento pubblici con il resto degli uruguaiani.

Sono le quattro del pomeriggio di un sabato tranquillo e soleggiato. Nella prima delle tre tende quattro gitani guardano la televisione. I due più giovani sono seduti su un sofà e gli altri due nelle loro rispettive camere. Dentro la tenda ci sono tutti gli sviluppi di una casa qualsiasi. Sul pezzo di terra c'è una cucina a gas e infinità di pentole e piatti rilucenti. Nello stesso ambiente ci sono a vista armadi per i vestiti, una gelatiera, tende, sedei, una tavola con tovaglia... ed un gruppo di galline e pavoni che passeggiano entrando ed uscendo dalla tenda, che tiene i teloni aperti per far passare l'aria. Niente sembra fuori posto.

Pietre sulle tende

Elías Marcos, il più anziano del gruppo, risponde amabilmente alle domande, senza spostarsi dalla sua stanza. Quando lo si interroga sul suo nome, risponde che tra i gitani è comune chiamarsi Marcos, Nicolás o Jorge. Racconta che vive da 20 anni a Maldonado, e che gli piace vivere in questa maniera "perché è tradizione".

- Non fa freddo in inverno?

- No - dice Elías -, prendiamo una salamandra e rimane più calda che una casa.

Si lamenta dell'Intendencia perché non viene a tagliare l'erba. Ha inviato tre sollecitazioni ma non ci fanno caso, dice. Elías vive con sua moglie e i loro sette figli. Javier Marcos, uno dei suoi nipoti, lo accompagna stasera. Veste e si vede come un gitano: alto, moro, occhi e capelli neri. Camicia dello stesso colore, stivaletti e polsiere dorate. Sull'avambraccio una "K" tatuata come ricordo di una fidanzata. O qualcosa di simile.

- E cosa fai durante il giorno?

- ... do una mano con qualche lavoro, oppure vado a visitare altri gitani o la mia fidanzata.

- Hai solo fidanzate gitane?

- No, no, le tengo di tutte e due - dice ridendo degli scherzi degli altri.

La comunità accetta i matrimoni tra gitani e creoli, qualcosa d'impensabile anni fa. Sul tema dei matrimoni i costumi stanno cambiando. Elías Marcos dice con aria rattristata che la sua unica figlia si è sposata con un creolo e che vive con lui nella sua casa.

¡Oh Rom!,

¡Oh muchachos!

Rom, hermano,

una vez también yo tuve una gran familia

"Sempre tirano pietre alle tende, questo succede da sempre, da mille anni," dice Danilo Estorin, cacicco del posto. Il popolo gitano, o rom, è originario dell'India ed iniziò il suo lungo peregrinare verso l'ovest nel secolo X. Non si conoscono le cause esatte della migrazione, anche se alcune leggende gitane segnalano che fu una guerra con i musulmani che li obbligò ad abbandonare il loro paese. Da allora, si sono dispersi in quasi tutto il mondo, discriminati e perseguitati.

Questo ha fatto che molti di loro siano gente malfidente. Estorin ha una visione abbastanza critica sull'immagine che gran parte della società ha dei gitani. Inclusi i mezzi di comunicazione che mostrano pellicole o telenovele come El Zorro, la espada y la rosa, presentata da Canal 4, che, secondo lui "mostra i gitani come schizofrenici".

Neanche le notizie sono buone. Perlomeno quelle che hanno a che vedere con loro. Nel giugno 2006 per descrivere una banda di ladri che operava a Rivera, un giornale titolo senza mezzi termini: Gitani truffatori posarono le loro ire su Guichón e la convertirono nella città eletta. Qualche giorno prima avevano titolato: Miscuglio di banditi: gitani, avvocato brasiliano, fattore ed altri processati per furto d'auto. Estorin non considera giusto che per colpa di pochi tutti debbano pagare, dice riferendosi ai gitani implicati nei furti d'auto e ad un altro accusato di aver ucciso a Rivera due poliziotti brasiliani.

- E si nota quando esce una notizia simile?

- Chiaro, la gente che ci conosce comincia a guardarci male e non possiamo lavorare. Per strada ti indicano e ti trattano come malvivente. La maggior parte delle persone ci vede e dice: "¡Uy, un gitano!". E' come se avessimo la lebbra.

Un anno fa, i vicini dell'accampamento tiravano pietre, però il problema "si risolse", dice Estorin senza fornire altre spiegazioni. Da tutte le parti, i gitani hanno sempre avuto fama di bravos. Secondo Porzecanski, è un pregiudizio. "Non sono più o meno violenti di qualsiasi altra persona. Se portano coltelli, cosa che è probabile negli uomini, è più per tradizione che per attaccare qualcuno", sostiene riferendosi al costume di portare armi bianche. I gitani sono considerati maestri nel maneggiare il coltello.

Molti uruguaiani dicono che non sono violenti. Héctor Campoy è meccanico ed ha molti affari con i gitani. "E' una bugia quel che si dice. La gente li associa alla droga e al contrabbando, però non è vero e lo dico io che tratto con loro".

A proposito, dice Danilo Estorin: "I gitani vogliono passare per bravos più di quanto lo siano". Quando gli si chiede sui gitani che si difendono in gruppo, risponde: "Se si tratta di una persona contro un'altra, noi non ci mettiamo. Ognuno risolva i suoi propri problemi". Secondo lui, si interviene solo in caso di "abuso"."Se son dieci contro uno, lì si interviene," dice, considerando esaurito l'argomento.

Commerciante sì, impiegato giammai

Vengan conmigo Rom del mundo entero,

nuevamente los caminos

se han abierto.

I gitani sempre sono stati commercianti nell'anima. In Uruguay si dedicano alla compravendita di automobili, attività che generalmente è a carico degli uomini. Le donne si incaricano della vendita di pentole ed utensili da cucina.

Andrés Nicolau, gitano di origine brasiliana sposato con una uruguaya, è chiaro quanto alla vocazione autogestionaria: "Imponiamola nostra disciplina, non permettiamo che nessuno da fuori ce la imponga".

Una delle principali differenze che vede tra il suo popolo ed il resto della gente è la posizione sociale. "Un gitano non andrà mai a lavorare come impiegato", dice orgoglioso con la sua voce pausata ed accento brasiliano, mentre traffica con il motore di un'auto. Nicola ha lasciato la tenda da anni ed ora risiede in una casa con la sua famiglia.

I gitani sono vincolati all'occultismo e alle arti pagane. Il malocchio ed i tarocchi sono stati patrimonio delle donne gitane.

Malena Natalia Marcos non si interessa della maggioranza di queste tradizioni. Lei si dedica a leggere le palmi della mano. Imparò da sua madre. "E' un dono che teniamo", dice Malena.

Secondo il libro Secretos de la adivinación gitana di Raymond Buckland, il metodo gitano di divinazione contiene più capacità di osservazione che poteri esoterici.

Il metodo di "lettura fredda" richiede alcune abilità: utilizzare generalizzazioni (gli uomini sono interessati al loro lavoro e al potere; le donne, agli affetti, ecc.), richiede una buona dose di intuizione personale (per captare nell'atto lo stato mentale del cliente), molta diplomazia e un messaggio che mescoli adulazione ed attenzione ("lei è una brava persona, però c'è qualcuno con pochi scrupoli che intende approfittarne").

Oltre il suo lavoro, Malena assicura di non essere superstiziosa. "Non crediamo nelle magie", dice, demolendo un altro mito gitano. In Uruguay i gitani si dichiarano cattolici, anche se non frequentano messa. Malena, che abita nella terza tenda, si è fermata a curare suo padre che è infermo. Il resto delle donne sono andate a Punta del Este, avenida Gorlero, luogo che frequentano per augurare buona fortuna ai turisti, un'immagine che ormai appartiene alle cartoline.

I gitani non ammettono di essere supersiziosi. Però Héctor Campoy, loro vicino per anni a Las Piedras, segnala che abbandonarono la città dopo che due gitani perirono in un incidente causato da un autobus interdipartimentale, nel quale morirono varie persone.

Seppellitemi in piedi

Ahora es el tiempo.

¡Oh Rom!,

¡Oh muchachos!


In Uruguay non si conosce la cifra esatta dei gitani. Secondo la comunità, sarebbero circa 400 persone. Però si dovrebbero aggiungere la popolazione fluttuante proveniente dai paesi frontalieri.

In Argentina si stima risiedano 300.000 gitani ed in Brasile tra i 700.000 e il milione. In tutto il mondo, le stime variano tra i dieci ed i 12 milioni di romaníes, secondo stime delle Nazioni Unite.

La discriminazione verso il popolo gitano incontra in parte le sue ragioni nel carattere chiuso della comunità. Questa situazione provoca sospetti e timori.

Le particolarità generano rifiuto nei vicini. Uno dice: "Si dedicano alla compravendita di auto, in genere di macchine care", sostiene. "I gitani hanno un camioncino 4 x 4 durante il fine settimana e un paio di giorni più tardi se la 'danno a gambe'" dice un altro vicino, aggiungendo: "Non stanno quieti un momento. Gente che va e viene costantemente. Il detto 'vivere come gitani' è tale e quale", conclude.

La cultura popolare si incarica di rafforzare un'immagine negativa. Le pellicole e i programmi televisivi li mostrano come gente pericolosa, gelosa delle proprie donne, sempre occupati in affari torbidi.

Come segno di questi pregiudizi, la Real Academia Española applica il codice al concetto di gitano. Nelle sue accezioni è tutto un giudizio di valore: gitano è chi "truffa oppure opera con l'inganno". Tutto contribuì a diffondere stereotipi:  ladri, mentitori, violenti, sporchi, superstiziosi, al margine della legge.

La tipologia di sospettati naturali li ha resi protagonisti di grandi persecuzioni. L'8 settembre 1439 furono espulsi dalla Francia, da tutta la Svizzera nel 1471, dalla Germania nel 1500 e condannati a morte in Inghilterra nel 1514. Nel secolo XVII il Portogallo li deportò in America. Schiavizzati in Ungheria e Romania. Nel 1749, il re Ferdinando VI organizzò una caccia generale dei gitani, chi chiamò "La gran retata".

Il nazismo li incorporò nella lista del genocidio. 200.000 di loro andarononei campidi concentramento. Alcune fonti menzionano cinque milioni di gitani.

Sino al 1978 la Guardia Civil spagnola aveva raccomandazioni speciali sui gitani: "Si vigilerà scrupolosamente sui gitani, col riconoscimento dei documenti, il confronto di segni particolari, osservare i loro vestiti e indagare sul loro modo di vita".

Laq soffernza senza patria e senza terra è parte dell'impronta. Un vecchio proverbio romaní  assicura che il sentimenti permane nel folclore: Sa-muro trajo, beshlem be chengende, che tradotto significa "Seppellitemi in piedi, tutta la vita sono stato in ginocchio".

¡Oh Rom!,

¡Oh muchachos!

Recorramos nuevos caminos.

¡Vamos! que la esperanza de tiempos mejores

es la que nos guía cada día.


Una possibile origine. Un lindo paese chiamato Sind

"Prima avevamo un gran re, un gitano. Era il nostro principe, il nostro re. I gitani vivevano assieme in un unico posto, in un paese grazioso. Il nome del paese era Sind. Lì c'erano felicità ed allegria. Il nome del nostro capo era Mar Amengo Dep. Aveva due fratelli. Uno si chiamava Romano e l'altro Singan. Era buono, ma dopo ci fu una gran guerra. I musulmani causarono la guerra. Trasformarono il paese gitano in cenere e polvere. Tutti i gitani lasciarono il loro  paese. Cominciarono a vagare come poveri in altri paesi, altre terre. In questo tempo, i tre fratelli partirono assieme ai loro inseguitori. Alcuni finirono in Arabia, altri a Bisanzio o in Armenia. Leggenda gitana.

La teoria più accettata sull'origine del popolo romaní è che procedettero dal Punjab, una regione alla frontiera tra India e Pakistan. E' un'ipotesi che non è mai stata provata, ed altre supposizioni più moderne segnalano che le loro radici sono ebraiche.

In ogni maniera, le loro origini rimangono oscure e sono state oggetto di ogni tipo di fantasie e leggende. Alcuni li considerano discendenti di Caino, che dopo aver ammazzato Abele, fu condannato da Dio a vagare in eterno. "Quando lavorerai la terra non ti darà frutti, sarai vagabondo e fuggitivo sulla terra", sostiene la Genesi da cui sorge la leggenda del nomadismo gitano. Un altro mito, sulle origini dei gitani li segnala come i ladroni di Cristo. Questo atto li avrebbe condannati a girare per il mondo senza arrivare al proprio destino.

Se ci atteniamo alla versione più comunemente accettata, che situa i gitani originari dell'India, i primi destini del popolo gitano sarebbero stati Afganistán, Irán, Armenia e Turchia. Nel secolo XIV sarebbero arrivati in Egitto ed un secolo più tardi in Europa.

In un primo momento furono ricevuti in buona maniera dai re degli stati europei che li vedevano come pellegrini cristiani. Però con i tempi la situazione cambiò ed un secolo più tardi cominciarono ad essere perseguitati perché non si adattavano e non potevano essere assimilati. Nel secolo XIX arrivarono in America.

I gitani migrarono in questa regione contemporaneamente ad altre centinaia di migliaia di europei in cerca di nuove opportunità. L'ultima grande ondata migratoria ha avuto luogo con la caduta del muro di Berlino nel 1989. I gitani iniziarono a partire dai paesi dell'ex blocco socialista verso le nazioni ricche dell'Ovest.

Tomado de: El País Digital.

PRORROM

PROCESO ORGANIZATIVO DEL PUEBLO ROM (GITANO) DE COLOMBIA / PROTSESO ORGANIZATSIAKO LE RROMANE NARODOSKO KOLOMBIAKO

[Organización Confederada a Saveto Katar le Organizatsi ay Kumpeniyi Rromane Anda´l Americhi, (SKOKRA)]

 
Di Fabrizio (del 15/07/2007 @ 09:24:21, in Kumpanija, visitato 2561 volte)

LOS GITANOS EN BRASIL[1]

Por: CRISTINA DA COSTA[2]

Secondo dati della Unión Romaní Internacional, esistono attualmente in America Latina circa un milione e mezzo di Gitani, dei quali ottocento mila vivono in Brasile. A cominciare da questo considerevole numero, la maggior parte di loro non ha risvegliato l'esigenza di affermarsi come popolo. Molti nascondono la loro origine, altri preferiscono affermare in forma romantica che "fintanto che nel cielo ci sarà una stella, ci saranno Gitani nel mondo".

Il nascondersi, lo sappiamo bene, viene dai pregiudizi che si sono avuti contro questo popolo nel corso della Storia nei più diversi paesi.

Il Brasile non fu differente

Il primo Gitano che arrivò in Brasile fu Joao Torres, nel 1574, che era stato espulso dal Portogallo. Seguirono molti altri, tutti accompagnati dallo stigma della persecuzione di cui erano stati oggetto in tutta Europa. In Brasile si succedettero editti, leggi e decreti che cercavano di controllare i Gitani: regolamentazioni professionali, sulla residenza, proibizione dell'uso dei costumi tipici e dell'uso del romanó-kaló, la vecchia proibizione di essere Gitani.

Durante i secoli  XVI e XVII i Gitani andarono espandendosi per tutto il Brasile, principalmente negli stati di Río de Janeiro, Sao Paulo, Bahía, Minas Gerais e Pernambuco.

Dal 1808, con l'arrivo della famiglia reale portoghese, un gran numero di Gitani nella corte di Joao VI a Rio de Janeiro esercitavano come artisti per l'intrattenimento delle feste reali, dei signori e dei merinos (officiali di giustizia). Inoltre, i Gitani furono i primi ufficiali di giustizia nel paese, e molti del gruppo Kalón esercitarono questa professione nel Forum della città di Río de Janeiro.

Risulta interessante che uno dei più famosi organizzatori di feste di Corte era il Gitano Conde de Bofia, che oggi da il nome a una via di questa città.

Sino allora arrivavano in Brasile Gitani provenienti dal Portogallo e, più raramente, dalla Spagna (los Kalóns). A partire dal 1882, con l'indipendenza del Brasile, arrivarono i Rom (non iberici).

Pluralità dei gruppi Gitani

La divisione per gruppi che meglio riflette la realtà della presenza dei Gitani in Brasile, è la seguente:

1. Rom:

- Kalderash: E' il sottogruppo più prestigioso del Brasile. Sono calderai e alcuni sono riusciti nell'ascesa economica e professionale.

- Khorakhane: Originari di Grecia e Turchia.

- Macwaia: Quelli che di più negano la loro origine Gitana..

- Rudari: Provenienti principalmente dalla Romania.

- Lovara: Si autodefiniscono come emigranti italiani.

2. Kaló:

- Gitani iberici. A Rio de Janeiro e San Paolo si identificano come emigranti portoghesi e spagnoli e in maggioranza sono commercianti, tassisti e, alcuni, universitari.

Struttura sociale

La situazione dei Gitani in Brasile è la stessa che in altri paesi del mondo: pregiudizi dei gadye (payos), che comportano a volte perdite successive delle proprie caratteristiche culturali. Il deceduto Juscelino Kubitscheck de Olivera, uno dei maggiori presidenti del paese (1956-1960), mai menzionò la propria origine gitana.

I nomadi sono una minoranza e si trovano abbastanza emarginati. Sono quelli che soffrono i pregiudizi della popolazione locale dove si accampano, in quanto le loro baracche, i cavalli e i vestiti li identificano immediatamente come Gitani. Gli uomini vivono del commercio di cavalli e, a volte, di automobili usate, della riparazione di utensili di cucina e dell'artigianato del rame. Le donne praticano la chiromanzia: girano per le strade offrendo la loro lettura delle linee della mano.

Quello brasiliano è un popolo estremamente mistico, dovuto questo alla forte presenza nella struttura sociale di afrodiscendenti e indigeni, entrambe popoli che coltivano queste pratiche millenarie. E'per questa via che i Gitani incontrano con una certa facilità la forma per penetrare nella società brasiliana.

Tra i nomadi, i matrimoni sono concertati previamente ed i fidanzati si sposano ancora adolescenti (dodici anni anni per le ragazze e quindici per i ragazzi). Oggi esistono matrimoni misti tra i nomadi.

In relazione ai loro morti, i nomadi hanno il costume di versare del vino nella fossa dove depositano il defunto, così come di tornare sempre nel luogo dove fu interrato.

Piace loro ballare e cantare, anche se la loro arte musicale si è parecchio mescolata con i ritmi delle città dell'interno del Brasile.

Quanti si sono invece già sedentarizzati, anche da diverse generazioni, mantengono alcune tradizioni degli antenati europei.

Svariate professioni

I Gitani dello stesso gruppo tendono a concentrarsi nello stesso quartiere, in case vicine o nel medesimo edificio. Per la strada camminano assieme e si incontrano a gruppi per le piazze delle città. Tra loro ci sono avvocati,medici, commercianti di tappeti ed automobili, circensi, industriali, professori, musici o cartomanti, cioè esercitano le più varie professioni. Il  loro comportamento è uguale a quello di qualsiasi altri cittadino, escluso il fatto di che nelle loro case sono tutti Gitani.

I matrimoni vengono sempre concertati in anticipo - rarissimamente avvengono al di fuori della loro razza - e durano tre giorni. Il secondo giorno, una volta la verginità della sposa, i padri dei ragazzi portano la vestaglia nel mezza di canti e balli, mentre la famiglia della sposa impugna orgogliosamente la vestaglia insanguinata in segno di giubilo.

La musica dei sedentari, compreso il gruppo del gruppo dei Rom - a base di violino - che del gruppo Kalón - su abse di viola accompagnata dal battito delle mani del flamenco - non differisce molto da quella dei Gitani europei. I Gitani brasiliani sedentarizzati hanno convertito in una questione di onore il fatto di mantenere la propria tradizione musicale.

La pomana, il rito funebre, si svolge in Brasile tre giorni dopo la morte e si ripete dopo quarantun giorni, sei mesi e un anno, quando ha luogo il termine delle celebrazioni. Le cerimonie avvengono sempre di sabato e raccolgono parenti ed amici del morto venute da tutte le parti del paese.

Feste religiose

I Gitani hanno feste religiose proprie, basate sulla santa protettrice di determinate famiglie. In questo senso si svolge la slava, cerimonia in cui omaggiano una santa e servono un banchetto. Amici e parenti ballano attorno alla tavola. Questa festa deve aver luogo sempre prima della morte del patriarca della famiglia; dopo la sua morte, il figlio più giovane sarà obbligato a continuare la festa sino a che non abbia un figlio.

Quanto alla religione, ci sono Gitani cattolici, protestanti, ortodossi e frequentano le chiese più diverse. Inoltre, mantengono nelle loro case, pratiche mistiche come la chiromanzia, la cartomanzia o la lettura della fortuna col gioco delle monete.

Perla sua somiglianza a santa Sara, accomunata dal colore della pelle, i Gitani brasiliani onorano, tra le altre, Nuestra Señora Aparecida,  che si festeggia il 12 ottobre. Anche san Giorgio, san Nicola o santa Barbara. Anche se non si può parlare di una religione gitana, si può affermare che i Gitani hanno un sentimento di religiosità molto forte.

Le questioni economiche, le separazioni e altre situazioni sono risolte dal padre di famiglia, dal leader del gruppo o, in casi estremi, dalla Kriss Romaní o Consiglio di Giustizia Parallelo, composto dai Gitani più anziani e rispettati.

La maggioranza dei Gitani non permette ai figli di frequentare la scuola per molto tempo. In questo senso, in relazione ai nomadi, la Pastorale dei Nomadi del Brasile ha realizzato un eccellente lavoro, guidato dal padre italiano Renato Rosso, che battezza, alfabetizza e sposa le persone del gruppo che lo desiderino. Per quanto riguarda i sedentari, molti ritengono che l'insegnamento dei gadye non ha niente a che vedere con la visione del mondo dei Gitani e che così si allontanano i giovani dalla tradizione. Credono che sia necessario il solo apprendere a leggere, scrivere e avere alcune nozioni di matematica "per non essere ingannati dai gadye (payos)".

Una minoranza all'Università

Una minoranza, senza dubbio, ha acceduto già all'università e vedono gli studi e il miglioramento intellettuale come l'unica uscita del popolo Gitano per la sopravvivenza nella società maggioritaria.

Folclore a parte, il Gitano alla fine del secolo XX cercano di mantenere le loro tradizioni, altrimenti, in pochi anni, sarà un popolo ricordato appena dalla letteratura, dal cinema, la musica o la memoria delle persone.

Dalla metà circa degli anni '80 esiste il Centro di Studi Gitani del Brasile (CEC), che vuole mostrare la realtà del popolo Gitano in questo paese, tramite conferenze, video, interviste a periodici e stazioni radio e televisive, pubblicazioni di libri e presentazioni musicali. Si intende cosi rafforzare l'identità culturale gitana, nella condivisione con la realtà che li circonda. Il CEC è presieduto dal Gitano Mio Vacite, violinista di professione.

Nel maggio 1989, il CEC ha conseguito che il prefetto di Itaguaí (municipio dello stato di Río de Janeiro), cedesse un terreno ai nomadi che passano frequentemente da lì e che altrimenti incontravano difficoltà ad accamparsi. Speriamo che altri prefetti ne seguano l'esempio.

C'è molto da fare, posto che il CEC non è affiliato a nessuna entità governativa e [...] tenendo conto che siamo in un paese del sud.

Quello che si spera è che più Gitani brasiliani prendano coscienza della necessità di questo movimento per la sopravvivenza come popolo in Brasile.

Note di pie di página
[1] Tomado de: I Tchatchipen. No. 13. Enero–Marzo–Diciembre . 1996. Barcelona.
[2] Escritora brasileña.

Bibliografía
CRISINA DA COSTA. Povo Cigano. Río de Janeiro. Edición de Autor. 1986.
CRISINA DA COSTA. Os Ciganos continuam na estrada. Río de Janeiro. Edición de Autor. 1989.
MELO MORALES FILHO. Os Ciganos no Brasil. Sao Paulo. VSP. 1981.
ATICO VILAS-BOAS DA MOTA. Os Ciganos do Brasil. Río de Janeiro. FGV. 1984. En: El Correo de la UNESCO.

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Di Sucar Drom (del 09/07/2007 @ 00:49:05, in Kumpanija, visitato 2421 volte)
In frazione Rifreddo di Mondovì fino a metà mese trenta famiglie sinte pregano nella tenda-chiesa dei fedeli della Missione Evangelica Zigana. "la nostra e' un'opera di recupero sociale": del gruppo fanno parte quattro ministri di culto.

È una “tenda-chiesa” quella allestita su un terreno in frazione Rifreddo, periferia di Mondovì. Un luogo di preghiera per i fedeli della Missione Evangelica Zigana. Resteranno a Mondovì fino a metà luglio, per una missione di preghiera e recupero sociale. La prima cosa che vogliono precisare: “Ringraziamo di cuore il Comune di Mondovì, per l’ospitalità che dà alla nostra chiesa”

La cosa ha naturalmente suscitato preoccupazione tra i residenti della zona, che certo non si aspettavano l’allestimento di un campo. Non vi è nulla di irregolare: la Missione soggiorna all’interno di un terreno di proprietà privata, col permesso del proprietario e notifica a questore e prefetto.

“Abbiamo scelto la zona di Mondovì, in cui non avevamo mai fatto tappa per missioni di preghiera finora – ci dice Valentino, uno dei fedeli –. E vogliamo ringraziare il Comune di Mondovì, il sindaco e le forze dell’ordine, per l’accoglienza. La nostra è un’opera di recupero sociale, nel nome di Dio, che la nostra Chiesa porta avanti da anni”.
 
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