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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Fabrizio (del 28/10/2008 @ 10:17:48, in Kumpanija, visitato 2195 volte)

Nei giorni tra il 23 ed il 27 ottobre, si è tenuto a Zagabria il VII Congresso Mondiale dei Rom, al cui termine, è stato eletto Segretario Generale il giurista e giornalista Bajram Haliti. Ecco alcune note tratte da Roma_Daily_News:

(immagine suggeritami da Elisabetta Vivaldi, da Banjara Times)

[...] Bajram Haliti è nato nel 1955 a Gnjilane in Kosovo. E' uno dei più apprezzati studiosi sulla posizione dei Rom in Europa e nel mondo. Ha partecipato a molti incontri internazionali sui Rom, [...] ed è un nome preminente nell'area degli esperti della comunicazione pubblica. Nel 1985 ha fatto ingresso nel giornalismo, passando tutti i livelli di sviluppo - dal praticantato sino a direttore in capo dei programmi romanì. Si è manifestato con grande successo sia nel giornalismo scritto che parlato, e come pubblicista.

Haliti ha numerosi studi, articoli, commenti e documentari. Sia come giurista che come letterato e saggista, attraverso i suoi lavori scritti, ha parlato di un mondo in cui saranno sorpassati l'odio e l'ineguaglianza, citando esempi da tempi antichi e meno. E' autore del documentario "Auschwitz, mai più", una approfondita genesi sul genocidio dei Rom.

Il libro di Bajram Haliti "I Rom prima del muro della morte di Auschwitz" vinse il primo premio alla XII manifestazione letteraria "Amico Rom", che si tiene ogni anno nella città di Lanciano (CH). A questo concorso erano stati presentati 600 opere letterarie romanì, giudicate da 14 critici eminenti.

Ha passato la gran parte della sua vita professionale e lasciato un segno profondo nei programmi radio e TV, seguendone lo sviluppo sia con la sua creatività personale come pure con la qualificazione esperta di diverse generazioni di associati romanì. E' stato segretario provinciale per l'informazione sul Kosovo e capo gabinetto nel Governo della Repubblica di Serbia.

Ora è direttore in capo della rivista d'informazione in lingua serba e romanì "Ahimsa - Non-violenza", presidente dell'agenzia informativa dei Rom di Serbia, giurista, membro dell'Associazione dei letterati di Kosovo e Metohija, membro dell'Associazione dei letterati della Repubblica di Serbia.

L'8 aprile 2002, Giorno Mondiale dei Rom, Haliti ottenne la targa "Slobodan Berberski" per la letteratura ed il giornalismo, istituita quell'anno dalla Repubblica Federale di Jugoslavia, ottenne il premio "Pace e tolleranza" per il suo contributo alla lotta per la pace, la tolleranza e la comprensione tra i popoli e le nazioni, "per meriti e contributi speciali nel miglioramento della vita culturale ed educativa dei Rom, come pure per i successi nello sviluppo della cultura Rom nella Repubblica di Serbia, per l'aiuto spassionato e la cooperazione nello sviluppo ed il lavoro dell'Associazione", ha ottenuto la Targa per la creatività straordinaria della parola scritta e la promozione della cultura del Consiglio Nazionale della minoranza Romanì e lode per la collaborazione del Consiglio Nazionale della minoranza Romanì.

Parla e scrive fluentemente serbo, inglese, russo ed albanese [...]

 
Di Fabrizio (del 01/11/2008 @ 09:33:01, in Kumpanija, visitato 1796 volte)

Da Roma_in_Americas

Il discorso di Hedina Sijercic a nome della Comunità Rom di Toronto, a Zagabria - VII Congresso Mondiale dei Rom

Fratelli, sorelle e amici dell'Unione Romani Internazionale,

Vi siamo grati per questa opportunità di condividere ciò che noi Rom stiamo facendo dall'altra parte dell'oceano. Dato che il Centro Comunitario Rom (RCC) di Toronto è l'unico rappresentante della più vasta popolazione romanì arrivata in Canada da tutta Europa, è la nostra sincera speranza di diventare partecipanti attivi in conferenze, tavole rotonde, progetti di ricerca, programmi ed opportunità educative di cui beneficiano molte delle organizzazioni europee rappresentate nell'Unione Romani Internazionale.

La nostra presentazione odierna sarà in tre parti. Nelle prime due, offriremo una breve storia del nostro Centro ed uno sguardo ai suoi compiti attuali. Dato che entrambe possono essere letti come qualcosa di successo o celebrativo, speriamo che sia la porzione finale a diventare il centro della discussione: le nostre sfide ed i possibili insuccessi. Siamo qui oggi per iniziare la nostra conversazione: come può la vostra esperienza nel contesto europeo renderci capaci di indirizzare al meglio i bisogni ed i desideri della nostra, esistente e prossima, comunità Romanì in Canada?

Gina Csanyi Mark Reczkiewicz - Co- President Co-President

I. Contesto Storico del RCC

Il Centro Comunitario Rom è un'organizzazione senza fine di lucro rivolta a promuovere gli interessi e ad indirizzare i bisogni del popolo Romanì in Canada. Quotidianamente, siamo coinvolti con Rom nati in Canada, Rom ex-Europei che sono ora cittadini canadesi ed un numero crescente di rifugiati ed immigrati Rom dall'Europa Centrale ed Orientale, arrivati per cercare rifugio in Canada nella speranza di una vita libera dalla discriminazione e dalla persecuzione.

Il Centro Comunitario Rom è nato nel settembre 1997, dopo l'arrivo inatteso di oltre 3.000 Rom cechi rifugiati in Canada.

Fu la prima volta nella storia dell'immigrazione canadese che un gran numero di Rom richiedevano lo status di "Rifugiati" - dichiarandosi come Rom in fuga dalle persecuzioni a causa della loro identità etnica. Antecedentemente la caduta dei regimi comunisti nell'ex blocco sovietico, i rifugiati romanì che arrivavano in Canada si identificavano sempre con la loro nazionalità di origine in fuga dal comunismo. L'etnia romanì non era menzionata. Con l'arrivo dei chiedenti asilo Rom cechi, altri Rom arrivarono da Ungheria, Romania, Bulgaria, Polonia, Bosnia, Macedonia. Kosovo, Serbia ed altri paesi dell'Europa orientale, dove i Rom affrontavano persecuzioni e discriminazione sistematica.

Il Centro Comunitario Rom iniziò a servire entrambe le esigenze di questo nuovo gruppo etno-specifico di Rom cechi rifugiati, come pure tutti i Rom che vivevano nell'area della Grande Toronto. Abbiamo creato la prima e unica organizzazione romanì funzionante in Canada, dove assistiamo i rifugiati Rom da tutta Europa sin quando si integrano nella società canadese. Abbiamo imparato molto sull'immigrazione e sullo stabilirsi dei rifugiati, da quando abbiamo iniziato il nostro lavoro nell'autunno del 1997.

Quella che segue è una breve cronologia e commentario sulle richieste d'asilo dei Rom cechi ed ungheresi in Canada dal momento della nostra fondazione.

(1997 – 2008)

1996 – 1998

Circa 3.5000 Rom ungheresi arrivarono a Toronto. A dicembre 1997, quando il Canada impose restrizioni ai visti dalla Repubblica Ceca, c'erano nell'area di Toronto circa 5.000 Rom cechi richiedenti asilo. Tra il 1996 ed il 1998, il 90% dei Rom cechi ed il 70% di quelli ungheresi vennero accettati come rifugiati.

Quasi tutti i Rom cechi vennero accettati dal Canada tra il 1997 ed il 1999, per l'enorme evidenza che lo stato ceco non era in grado e/o non voleva proteggere i Rom contro gli attacchi dei neonazisti e degli skinhead, con pestaggi ed uccisioni. Il Tavolo sull'Immigrazione ed i Rifugiati (IRB) contò su un concetto usato raramente di "discriminazione sistematica", per cui i richiedenti non dovevano provare di aver personalmente sofferto serie istanze di persecuzione. Tutti loro dovevano provare la loro identità Rom, e vennero accettati perché "gli effetti cumulativi della discriminazione giungevano alla persecuzione." (Ron Lee, pag. 17)

Questo approccio non venne applicato ai casi dei Rom ungheresi, dove ogni richiedente doveva provare la propria personale persecuzione, per essere accettato.

21 gennaio 1999, Caso Chiave:

Con l'aumentare del numero dei Rom ungheresi, e le voci di oltre 15.000 in arrivo, il Tavolo sull'Immigrazione ed i Rifugiati organizzò un processo senza precedenti per valutare i termini in Ungheria. Un comitato consistente in tre ufficiali governativi ungheresi e due del Tavolo sull'Immigrazione ed i Rifugiati rilasciò un rapporto il 21 gennaio 1999, che portava all'impatto negativo per tutte le rimanenti e future richieste dei rifugiati Rom ungheresi. Il comitato "investigativo" concludeva che i Rom in Ungheria non erano oggetto di razzismo e discriminazione istituzionale.

Così, con quella decisione del 1999 il Tavolo sull'Immigrazione ed i Rifugiati rifiutò la richiesta d'asilo di due famiglie e determinò che le condizioni per i Rom in Ungheria non arrivavano alla persecuzione. Per quanto fosse ingiusto, questo divenne un "caso chiave", il precedente per tutti gli altri casi a seguire. La creazione di un "Caso Chiave" il 21 gennaio 1999, non aveva precedenti nella storia canadese e portò infine ad una drammatica diminuzione del tasso di accettazione per i Rom ungheresi, dal 70% nel 1998 all'8% nel periodo tra aprile e settembre 1999.

1999 – 2001

Nel 2001. gli Ungheresi erano il gruppo più grande tra i richiedenti asilo con destinazione Canada, 3.895 casi per circa 10.000 individui. Come risultato, nel dicembre 2001 il Canada impose il visto dall'Ungheria. Nel giugno 2002 entrò in vigore la Nuova Legge sull'Immigrazione. Non veniva permessa una seconda richiesta di asilo. Dato che l'appello al "Caso Chiave" è permesso dalla Corte Federale, il tasso di accettazione dei Rom ungheresi salì dal 16% nel primo quarto del 2000, al 45% nel secondo e terzo quarto, per scendere gradualmente all'11% nel 2003.

2002 - 2005

Includendo le partenze volontarie, dal 1996 soltanto il 15% dei Rom ungheresi hanno ottenuto lo status di rifugiati in Canada. Dei 15.000 Rom arrivati dal 1996, solo circa 3.000 rimanevano alla fine del 2005. Molte famiglie con figli nati in Canada sono tornate in Ungheria. Tragicamente, in alcune circostanze, alcune famiglie che avevano avuto sottratti i loro figli, messi sotto tutela del governo, sono state costrette a ripartire senza di loro.

2006

Grande successo! Grazie all'assistenza legale ed alle dimostrazioni guidate dal Centro Comunitario Rom, la Corte d'Appello dell'Ontario nel gennaio 2006 rovesciò la decisione del "Caso Chiave". La Corte Federale disse che quel caso era mal elaborato e disegnato all'unico scopo di limitare il numero di Rom ungheresi accettati come rifugiati in Canada e deprimere nuove richieste dai Rom di Ungheria. La Corte d'Appello decise che la creazione, conduzione ed esecuzione del Caso Chiave era istituzionalmente rivolta contro i Rom ungheresi.

Grazie alle obiezioni ed ai ripetuti appelli della Comunità Rom e dei suoi avvocati, si è impedito al Tavolo dei Rifugiati dal condurre altri Casi Chiave che avrebbero similarmente limitato l'accettazione di altri gruppi di rifugiati "indesiderati" da varie regioni del mondo. Sfortunatamente, questo lungo lavoro con esito positivo non aiutò tutti quei Rom ungheresi deportati nei 6 anni precedenti.

2007 - 2008

Nel novembre 2007, sotto la pressione dei paesi dell'Europa Occidentale, il Canada decise di cancellare l'obbligo di visto per i turisti dei nuovi paesi dell'Unione Europea. In Canada iniziarono ad arrivare nuovi rifugiati Rom dall'Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia.

Nel 2008, i Rom cechi sono il gruppo più vasto -ad agosto 2008, ci sono circa 500 Cechi richiedenti asilo. 50 vengono dall'Ungheria, 60 dalla Slovacchia e 100 dalla Polonia.

Le nostre statistiche più aggiornate mostrano che ad agosto 2008, di 500 Cechi richiedenti asilo, sinora 17 sono stati accettati e 3 rifiutati. Sono tassi ragionevoli, ma stiamo ancora aspettando il risultato finale. I tassi di accettazione per gli altri paesi sono stati circa del 50%.

II. Oggi, al Centro Comunitario Rom

Speriamo che continui l'alto tasso di accettazione dei Rom cechi, nonostante gli sforzi di quel governo nel convincere il Canada che i Rom sono soltanto rifugiati economici in cerca di una vita più facile, piuttosto che una minoranza perseguitata sistematicamente. Se continuerà questo trend, si potrà convincere la Repubblica Ceca ad adottare nuove misure che migliorino la vita dei loro Rom. Uno dei giudici canadesi è stato sincero senza mezzi termini quando recentemente ha detto: "Nella Repubblica Ceca i Rom hanno così tante forme di discriminazione, da arrivare alla persecuzione."

Tuttavia, i Rom accettati in Canada negli ultimi 10 anni vi si sono stabiliti con successo. Gli uomini lavorano soprattutto nelle costruzioni e nel restauro delle case. Ci sono anche Rom nel mondo degli affari ed in molti si sono comperati la casa. Circa il 10% dipende ancora dall'assistenza sociale ed un altro5% riceve pensioni di invalidità.

Così anche il Centro è cambiato. Abbiamo iniziato operando soprattutto nelle aree dell'insediamento dei rifugiati e della pubblica istruzione/consapevolezza, più tardi abbiamo ampliato le nostre attività attraverso programmi culturali ed artistici, come pure con programmi rivolti ai giovani e alle donne. Abbiamo dovuto adattarci ad una crescente comunità di Rom rifugiati che parlavano lingue diverse, con grande differenza di bisogni, ed anche i Rom canadesi che si erano stabiliti da tempo. L'assistenza all'insediamento ed all'immigrazione sono attualmente lo scopo principale della nostra organizzazione. I Rom possono ottenere assistenza nei campi dell'insediamento e dell'immigrazione, traduzione e compilazione dei documenti, abbiamo dispense ed altro materiale scritto, inoltre offriamo consulenza, riferimenti agli avvocati competenti, ecc.

Il Programma di Istruzione Pubblica e Consapevolezza è parte del nostro lavoro di consulenza ed è rivolto tanto ai Rom stessi, che ai Canadesi in generale. Siamo anche serviti come fonte di informazione sui Rom, fornendo informazioni ed oratori per seminari, laboratori ed incontri, principalmente per informare insegnanti, lavoratori sociali o squadre di aiuto, sui costumi, la storia dei Rom e le circostanze che li hanno fatti fuggire.

Realizzazioni di successo del Centro Comunitario Rom

Una delle realizzazioni di maggior successo, come menzionato in precedenza, fu quando il Centro Comunitario Rom riuscì a cambiare la sistematica discriminazione verso i Rom da parte del Tavolo sull'Immigrazione ed i Rifugiati.

Un altro successo fu la nostra campagna "Chiamateci Rom, non Zingari". Fu  una grande vittoria quando convincemmo la stampa ed i media canadesi ad usare il termine Rom invece di Zingari. Ronald Lee, Direttore del RCC, condusse questa campagna, parlandone e scrivendone pubblicamente.

Inoltre, durante i nostri primi due anni, buona parte del nostro programma fu pubblicato dal nostro trimestrale, Romano Lil, scritto soprattutto per i Rom, ma disponibile anche per i Canadesi, dato che era scritto tanto in romanès che in inglese. La rivista raccolse molti commenti positivi. Hedina Sijercic non è stata soltanto la creatrice di Romano Lil, ma anche la sua prima giornalista, scrittrice e redattrice.

In aggiunta, Romane Mirikle, pubblicato da RCC, fu il primo libro canadese di poesia romanì,e caratterizzo scrittori di tutto il Canada. Romane Mirikle fu concepito e redatto da Hedina Sijercic.

Nel 2005, "Romano Drom" fu un simposio ed un festival culturale presentato dal RCC in collaborazione all'Università di Toronto. Il simposio ebbe una partecipazione internazionale con inclusa un'esibizione artistica e musicale Rom. Fu un momento d'orgoglio per la Comunità Rom, ed un'opportunità per istruire il pubblico canadese sul nostro popolo e sui magnifici aspetti della nostra cultura.

Il Centro Comunitario Rom ha anche presentato con orgoglio progetti artistici e presentazioni culturali, come "Loki Gili". "Loki Gili" era un progetto artistico di donne e giovani Rom, e fu supportato dal Consiglio Arti Canadesi e dell'Ontario. Furono creati due bei murales ed esposti nel Municipio di Toronto nell'aprile 2005, ed in gallerie d'arte a Toronto ed Hamilton dal 2006 al 2007. Ancora una volta ritornarono nel Municipio di Toronto nel febbraio 2008 per la Mostra della Settimana dei Diritti del Rifugiato, organizzata da Gina Csanyi, co-presidente del Centro Comunitario Rom. Comprendeva anche l'esposizione di foto in bianco e nero della comunità Rom di Toronto, fatte dai bambini Rom all'interno del progetto Loki Gili.

Più recentemente il Centro Comunitario Rom fu onorato di far parte di "Shukar Lulugi", un progetto artistico che coinvolgeva ragazze rifugiate e donne della nostra comunità e di altre parti del mondo. Il progetto iniziò nel 2007 e fu completato nel 2008. Il risultato finale furono dipinti, poemi e fotografie, con un catalogo sul progetto, i partecipanti e l'arte. Nel catalogo c'erano due poesie di Hedina Sijercic. L'esposizione "Shukar Lulugi" fu accolta con calore dal pubblico canadese e raccolse opinioni favorevoli nei giornali locali di Toronto. Un membro del Centro Comunitario Rom, Lynn Hutchinson, fu direttrice artistica di entrambe i progetti.

III Sfide Continuate... UNITA' nella Comunità

Le nostre preoccupazioni possono essere largamente definirsi in due aree correlate: quella della comunità e quella della politica e del potere.

L'area dove non abbiamo avuto grandi successi è stata nel creare solidarietà duratura tra i Rom di differenti paesi o gruppi linguistici. Abbiamo avuto grandi difficoltà nell'organizzare un'efficace pressione politica, specialmente quando volevamo che più Rom ungheresi ottenessero asilo in Canada.

Allo stesso modo, è stata una sfida incoraggiare i vari gruppi di Rom a partecipare ad alcuni dei nostri programmi ed eventi. Quando lo fanno, spesso ci sono reclami sul gruppo linguistico che noi incoraggeremmo di più. Per esempio, lo scorso 8 aprile, celebrazione del Giorno Internazionale dei Rom, i Rom ungheresi erano seduti da una parte della stanza e quelli cechi da un'altra. I Rom ungheresi erano crescentemente delusi per il fatto che quella sera suonavano soltanto i Rom cechi. Apparentemente, gli ungheresi non erano troppo felici del fatto.

Un'altra sfida è portare la comunità rom al nostro centro una volta che si sono stanziati a Toronto. Quando il processo di insediamento è competato, molti Rom non richiedono più i nostri servizi, e così non si sforzano di restare uniti alla comunità.

Inoltre, un'altra questione di attrito è stata la leadership e le ideologie spesso differenti che contrappongono i membri più tradizionalisti della comunità da quelli più giovani e moderni. Sfortunatamente, questo spesso si trasforma in opposizione non solo politica, ma anche culturale ed intellettuale.

Un'altra sfida per il Centro Comunitario è la distruttiva tendenza contro le donne che ha rialzato la testa negli anni, con serie conseguenze per RCC ed il suo lavoro. Spesso i componenti maschili della comunità, come pure alcuni membri del Direttivo, sono molto patriarcali nel loro atteggiamento e credenze, così trovano spesso difficile condividere il potere con le donne, spesso le zittiscono. Il Centro ha perso molte grandi donne che avevano cercato di migliorare la comunità, a causa di abusi verbali ed emotivi a cui sono spesso state assoggettate. La leadership attuale consiste ora in due co-presidenti - un uomo e una donna che hanno molto chiaro che la discriminazione di genere, il mancato rispetto o gli abusi di ogni tipo non saranno tollerati nel Centro.

Attualmente, abbiamo a che fare con una serie di comunità molto piccole e scollegate, divise per linee nazionali e refrattarie ai rapporti sociali e culturali, incluso le identità di classe, d'istruzione, di genere e di generazione, come pure le identità linguistiche e religiose. Questo necessita che la nostra direzione sia capace di parlare ai diversi segmenti che compongono il mosaico della comunità Romani canadese.

Arriviamo ad oggi con l'intento di invitare ad un dialogo di grandi proporzioni: siamo, dopotutto, un popolo globale in questo mondo globalizzato. Ci aspettiamo di imparare molto da quanti di voi nel contesto europeo i cui punti di vista e pratiche convergono con i nostri più di quanto si possa pensare.

Grazie

 
Di Fabrizio (del 04/11/2008 @ 09:29:32, in Kumpanija, visitato 1570 volte)

Dato le feste appena trascorse, da Roma_Francais

TUTTI I SANTI. Manouches o Gitani, la gens du voyage numerosa tutti gli anni si raccoglie tutti gli anni sulle tombe dei loro defunti nei cimiteri liburnesi.

Tradizioni ben ancorate

Anche se un recente sondaggio di Crédoc (Centre de recherche pour l'étude et l'observation des conditions de vie) ha stabilito che solo il 45% dei Francesi rispetta la tradizione delle visite al cimitero il giorno di Tutti i Santi, presso la gens du voyage, invece, questo costume non va a diventare desueto.

Ogni anno a Libourne, Gitani e Manouches non esitano a fare diverse centinaia di kilometri per raccogliersi davanti alla tomba di famiglia. "Da noi il culto dei morti è molto presente", dichiara Julien Dominique, Gitano di una sessantina d'anni, la cui famiglia si è installata a la Bastide da più di ventiquattro anni. "Noi altri Gitani, siamo Latini sedentarizzati".

A differenza dei Manouches come Karine Genebre, installata sull'area della gens du voyage a Libourne dal mese di maggio. "Noi viaggiamo molto, ma ritorniamo sempre qui", indica la giovane.

I due, Karin e Julien, non si conoscono affatto. E non si sono mai parlati. Dalla notte dei tempi, Gitani e Manouches non si mescolano, è così. Diversi sui modi di affrontare la vita, la morte, portano il medesimo rispetto verso gli anziani.

Gerarchia

Sabato mattina, nei vialetti del cimitero di la Paillette, si formano dei gruppi. Davanti alla tomba della famiglia Dominique. Una quindicina di crisantemi formano un mazzo di fiori dai mille colori.

"Ieri, eravamo più di un centinaio", indica Julien Dominique, il patriarca. E' a lui che bisogna rivolgersi. "E' lui che sa", dice uno dei più giovani. Costume scuro e cappello da mandriano fisso in testa, Dominique improvvisa un corso di cultura gitana. Appassionante.

"Da noi, Tutti i Santi dura un giorno e mezzo, da venerdì mattina a metà sabato." Il venerdì, si riuniscono genitori e nonni. "Arriviamo al cimitero alle 8.30 e ci restiamo fino alle 17.00." Ore di raccoglimento, discussione e comunione tra le generazioni.

Durante Tutti i Santi, gli anziani trasmettono le loro conoscenze. Storie di famiglia, riti di passaggio, credenze e miti sono così raccontati ai più giovani. Segreti ben custoditi che solo i membri del clan sono autorizzati a conoscere.

Tombe impeccabili

Tuttavia, la gens du voyage non aspetta Tutti i Santi per fare la pulizia delle tombe. "Le puliamo e le riempiamo di fiori tutto l'anno. E se partiamo in viaggio, si domanda sempre a qualcuno di farlo al nostro posto", insiste Karine Genebre.

Sulle tombe, dozzine di targhe funerarie a memoria dei defunti. Fiori, candele. Le tombe assomigliano a piccoli mausolei tanto sono addobbate. Al cimitero di La Pailette, certe tombe sono anche ricoperte da capanne in plexiglas di colore o trasparenti, dotate di porte chiuse a chiave.

"Non abbiamo paura dei ladri, è solo per proteggere le tombe dalle intemperie", assicura Julien Dominique, che non desidera tornare sull'argomento. Da parte sua, Karine Genebre, con suo marito ed i tre figli, sono andati a raccogliersi al cimitero di Quinault. "Per i Manouches, Tutti i Santi è un giorno quasi come gli altri, andiamo a trovare i nostri morti, come facciamo tutto il resto dell'anno. E' tutto."

Auteur : Sophie Herber

PS: per chi volesse saperne di più sugli usi e costumi dei Rom italiani, QUI un piccolo bigino.

 
Di Fabrizio (del 13/11/2008 @ 09:42:58, in Kumpanija, visitato 2826 volte)

di Sergio Franzese
pubblicato su HaKeillah, giornale del Gruppo torinese di Studi Ebraici

Lo scorso numero di Ha Keillah ha dedicato ampio spazio alla questione Rom pubblicando interventi da cui emerge la preoccupazione degli ebrei torinesi per i provvedimenti dal forte sapore discriminatorio varati dal governo Berlusconi. Tra questi, ad aver suscitato maggiori critiche, è il progetto di schedatura con rilevamento delle impronte digitali a tutti i residenti all’interno dei campi nomadi, anche ai minori, compresi coloro che come i Sinti sono cittadini italiani. Dello stesso argomento si era parlato in occasione dell’incontro "Società e xenofobia" organizzato dalla Comunità e dal Comitato Oltre il Razzismo svoltosi il 7 luglio nei locali del Centro Sociale e che ha visto un’ampia ed attiva partecipazione.

A settant’anni dalla promulgazione delle leggi razziali è doloroso constatare il riaffiorare di sentimenti di ostilità verso una parte della popolazione considerata estranea, complice un clima di paura irrazionale fomentato da forze politiche che in questo momento sono alla guida del paese e che attraverso la progressiva demolizione dei principi democratici fanno paventare il rischio di un ritorno al fascismo (il quale, per essere considerato tale, non ha bisogno di olio di ricino e manganelli).

Per tornare alla questione, come scrive Francesco Ciafaloni nel suo articolo (Ha Keillah n.3/2008 – pag. 8), "gli tzigani, per lo più, sanno poco dei gaggi e i gaggi non sanno assolutamente nulla degli tzigani, al di là della caricatura negativa, e di quella romantica, che possono tranquillamente convivere" (gaggi o gagé è il termine in lingua romaní che indica chi non appartiene all’etnia zingara). Credo che in linea di massima abbia ragione. Una migliore conoscenza degli aspetti storico-culturali e delle problematiche di questo popolo può far meglio comprendere le dinamiche che sono all’origine dei conflitti che da sempre segnano il rapporto tra zingari e gagé; per questo ho ritenuto che valesse la pena suggerire alcune letture che potranno aiutare a gettare uno sguardo verso quell’altrove (sia esso luogo o dimensione) nel quale Rom e Sinti vengono spesso relegati.

La bibliografia in lingua italiana sull’argomento è vasta ma non abbondante. Essa comprende sia testi di autori italiani che traduzioni di autori stranieri. Diversi libri, tra cui anche alcuni basilari, purtroppo sono ormai fuori commercio ma possono essere reperiti in biblioteca. Tra questi i titoli più significativi sono Mille anni di storia degli Zingari di François de Vaux de Foletier (Jaca Book, Milano, 1978) e Il destino degli Zingari di Donald Kenrick e Grattan Puxon (Rizzoli, Milano, 1975). Sul versante culturale, una trilogia a cura del gruppo Arca, è stata pubblicata dalla casa editrice milanese IGIS tra il 1978 ed il 1982: La mano allo zingaro (magia di una cultura), Arte nomade (il senso artistico degli Zingari), Gli ultimi nomadi (poesia nel mondo zingaro). Da segnalare anche Zingari ieri e oggi, a cura di Mirella Karpati (Lacio Drom, Roma, 1993), i volumi di Leonardo Piasere, Popolo delle discariche. Saggi di antropologia zingara (CISU, Roma, 1991), Un mondo di mondi. Antropologia delle culture rom (L’ancora del Mediterraneo, Napoli, 1999) ed infine la rivista di studi zingari Lacio Drom, pubblicata dal 1965 al 1999.

Sul "Porrajmós", lo sterminio nazifascista nel quale furono uccisi mezzo milione di zingari, hanno scritto Christian Bernadac, Sterminateli! Adolf Hitler contro i nomadi d’Europa (Fratelli Melita Editori, La Spezia, 1988), Otto Rosenberg, La lente focale. Gli zingari nell’Olocausto (Marsilio, Venezia, 2000) e Guenter Lewy, La persecuzione nazista degli zingari (Einaudi, Torino, 2002). Sullo stesso argomento vorrei ancora ricordare l’ottima documentazione contenuta nei DVD e nel libretto ad essi allegato dal titolo A forza di essere vento. Lo sterminio nazista degli Zingari (editrice A, Milano, 2006) da me recensiti su questo stesso giornale (n. 1/2007).

Con questo articolo intendo però soffermarmi su quattro recentissime pubblicazioni, uscite quasi contemporaneamente nei mesi scorsi e che seguono di poco il saggio curato da Marco Impagliazzo, Il caso zingari (Leonardo International, Milano, gennaio 2008 – pagg. 126 - € 12), di cui ci parla Emilio Jona sempre su Ha Keillah n. 3/2008 a pag. 9. La prima di esse è La città fragile (Bollati Boringhieri, Torino, aprile 2008 - pagg. 92 - € 12). Si tratta della raccolta dei testi teatrali della "Trilogia dell’invisibilità" curata dall’attore teatrale torinese Beppe Rosso e dallo sceneggiatore Filippo Taricco. Dei tre capitoli il primo di essi "Seppellitemi in piedi" ripercorre la vicenda dei Rom rumeni approdati alla periferia di Torino dieci anni fa e raccontata da Marco Revelli nel suo libro-testimonianza Fuori luogo. Cronaca da un campo Rom (1999, stessa casa editrice). È interessante, alla luce dell’ "emergenza" dei Rom rumeni di cui tanto si continua a parlare, riesaminare gli esordi di una vicenda che mette a nudo non solamente la fragilità dei protagonisti ma anche quella delle istituzioni che di fronte a ciò che interviene a scompigliare l’ordine costituito si mostrano quasi sempre ed ovunque incapaci di fornire soluzioni adeguate e spesso ricorrono a decisioni di natura repressiva (sgomberi, allontanamenti, espulsioni, ecc.).

Lorenzo Monasta, medico epidemiologo con esperienze di lavoro in Africa e nei campi nomadi in Italia, è l’autore de I pregiudizi contro gli "zingari" spiegati al mio cane (BFS-Edizioni, Pisa, 2008 - pagg.80 - € 8). Il titolo potrebbe indurre a pensare che si tratti di un libro ironico e poco impegnativo. Anche se in alcuni punti l’ironia non manca il testo pone il lettore di fronte agli atteggiamenti di rifiuto che molte persone adottano nei confronti dei Rom e dei Sinti, di cui conoscono poco o nulla, e ancora una volta mette in risalto l’analfabetismo culturale dei politici e delle amministrazioni locali. Facendo venire allo scoperto ed analizzando i comportamenti sbagliati, incoerenti, buonisti, che impediscono un approccio normale con la realtà zingara, il lettore viene posto di fronte a più di un interrogativo; la sfida è trovare in sé le risposte. In breve, un libro sintetico ma niente affatto banale.

Anche se il titolo Zingari di merda (Effigie, Milano, maggio 2008 - pagg.93 - € 15) appare spiazzante e provocatorio, si deve dare atto ad Antonio Moresco e a Giovanni Giovannetti di aver saputo descrivere, il primo con la narrazione ed il secondo con le immagini, le tristi condizioni di vita di una comunità di Rom rumeni costretti ad una dolorosa odissea tra l’Italia e la Romania, il luogo da cui erano partiti e nel quale sono stati ricacciati dopo lo sgombero dall’ex fabbrica Snia alle porte di Pavia, dove avevano trovato rifugio. Insieme a Dimitru che fa loro da accompagnatore gli autori hanno intrapreso un viaggio verso Slatina e Listeava, dove l’esistenza priva di prospettive trascorre in case di fango o dentro buche scavate nel terreno. Moresco descrive situazioni al limite dell’incredibile che spiegano le ragioni della fuga verso l’occidente in cerca di condizioni di vita migliori; narra ciò che vede con un linguaggio aspro e politicamente scorretto, riesce quasi a farci percepire la puzza che lo circonda in luoghi che sembrano concepiti per negare la dignità agli esseri umani. La lettura di questo libro non può non turbare la coscienza di tutti coloro che "vivono sicuri in tiepide case e tornando a casa la sera trovano cibo caldo e visi amici".

Con Non chiamarmi zingaro (Chiarelettere, Milano, giugno 2008 - pagg. 227 - € 12,60) Pino Petruzzelli, attore anch’egli come Beppe Rosso, ci introduce ad una realtà a dir poco stupefacente. Gli zingari da lui incontrati non sono soltanto quelli emarginati e sudici, ladri ed accattoni, bensì quelli che la gente non vede e quindi non giudica positivamente come dovrebbe: una romní medico con specializzazione in neurologia, una laureata in geopolitica, una maestra, un frate, un pittore, un giostraio, una zingara sottratta dalle istituzioni ai genitori naturali per essere educata in una famiglia "rispettabile" (con buona pace di chi afferma che gli zingari rapiscono i bambini).

Molti Rom e Sinti vivono con disagio la loro condizione, quella che li costringe a tacere sulla loro vera identità per non correre il rischio di essere discriminati. Le testimonianze raccolte da Petruzzelli, che tra l’altro ha partecipato all’incontro "Società e xenofobia", costituiscono un pesante atto d’accusa rivolto ad una società ipocrita, quella che rimprovera gli zingari di non volersi integrare ma per la quale "uno zingaro resta sempre uno zingaro", qualcuno di cui diffidare (quanti, in fondo, la pensano allo stesso modo nei confronti degli ebrei e, in genere, di chiunque appartenga ad una cultura, ad un gruppo sociale o ad una religione diverse da quelle nelle quali si riconosce la maggioranza dei cittadini?).

Questa guerra tra e contro i poveri e non contro le ingiustizie che sono all’origine della povertà è, nell’Italia delle leggi "ad personam", al tempo stesso cinica ed allarmante. Identificare negli zingari il capro espiatorio di turno consente di tacere sulle vere emergenze del paese e permette che gli istinti più bestiali si traducano in azioni di violenza e squadrismo: dai pogrom di Ponticelli ai presidi contro la sistemazione di un nuovo campo nomadi a Mestre, passando per numerosi episodi di aggressione taciuti dai media, questo solo per citare fatti recenti. Che queste deplorevoli iniziative siano firmate camorra, naziskin o Lega nulla cambia: intolleranza e razzismo, lo sappiamo, sono un’idra dalle molte teste di fronte a cui non dobbiamo mai abbassare la guardia.

In conclusione, la lettura dei libri che ho menzionato in precedenza permette di andare oltre l’informazione distorta che su questo argomento ogni giorno ci viene propinata da tivù e giornali, colmando quelle lacune di conoscenza che sono alla base di giudizi non obiettivi.

Porsi all’ascolto di persone che vivono al nostro fianco, imparare da un popolo che con gli ebrei ha condiviso una storia di esili forzati e di persecuzioni, può anche aiutarci a riflettere su noi stessi e fornirci delle motivazioni in più per contrastare la deriva morale e culturale di questo paese. Con l’aria che si respira ha ragione Guido Fubini quando afferma che "non basta più essere vigilanti!". Bisogna essere pronti ad agire.

 
Di Fabrizio (del 30/11/2008 @ 09:21:59, in Kumpanija, visitato 2145 volte)

Di solito qui si parla di attualità. Per una volta, conosciamo meglio la storia. Da Roma_Francais

L'ipotesi indiana

E' l'ipotesi sulla quale si accordano la maggior parte degli etnologi: nell'India braminica, i boscaioli, i macellai, i tagliatori, i conciatori, i becchini, gli spazzini, i cenciaioli, gli operai siderurgici, i mercenari (Rajputs) ed i saltimbanchi esercitavano mestieri necessari alla comunità, ma considerati impuri. Non avevano il diritto di essere sedentari ed erano fuori-casta (çandales), come quelli che oggi si designano come intoccabili. In India, dove sono conosciuti sotto il nome di Dom, Lôm o Hanabadoches (in hindi/ourdou), gli antenati dei Rom erano gruppi sociali/professionali più che etnici, le loro origini erano geograficamente e socialmente multiple, ed i loro gruppi molto permeabili (un bambino nato da un'unione non autorizzata, un proscritto per qualsiasi ragione, erano altrettanto "impuri" e potevano dunque aggiungersi a loro).

Dall'India, migrarono alcuni di questi gruppi (forse per scappare al rigetto della società braminica), verso l'altipiano iranico e l'Asia centrale, dove vennero chiamati Kaoulis e Djâts. In Asia centrale, alcuni si misero a servizio, come trasportatori, allevatori di cavalli, serventi ed esploratori, al servizio dei mongoli, che li protessero e lasciarono loro, in cambio, una parte del loro bottino. Con l'Orda d'Oro e Tamerlano, i Rom apparvero così in Europa, in Anatolia e alle porte dell'Egitto.

Tsiganoi tra i Bizantini (da cui Tzigani), Cingene tra i Turchi, Romani-çel tra di loro (cioè "popolo rom", da cui Romanichals per i Crociati francofoni), Manuschen per i Crociati germanofoni e Gypsies per i Crociati di lingua inglese, la maggior parte dei Rom, una volta apparsi in Europa, cercò la protezione dei signori nobili e dei monasteri o abbazie, incappando così nella condanna dei coltivatori sedentari, e continuarono ad esercitare i loro mestieri tradizionali al servizio dei loro nuovi maestri (la loro schiavitù fu una servitù di tipo feudale chiamata Roba nei paesi slavi, che unisce il loro nome di Rom alla parola "Robota": lavoro). Nel XIV secolo, la maggior parte dei gruppi Rrôm che conosciamo, avevano completato la loro installazione in Europa.

Gli studi linguistici stabiliscono, dalla fine del XVIII secolo, le origini indiane dei Rom, ipotesi riadattata da un resoconto istorico-leggendario datato alla metà del X secolo, la Cronaca persiana di Hamza d’Ispahan, che fu riprodotta ed abbellita nel XI secolo dal poeta Ferdowsi. Secondo questa cronaca, diverse migliaia di Zott, Djâts, Rom ou Dom (uomini) partirono dall'attuale Sind, e forse dal fiume Sindhu verso l'anno 900 secondo gli ordini del re. Dovevano raggiungere il re di Persia, per accompiacerlo grazie alla loro cultura musicale. Da lì, si divisero e si sparpagliarono nel mondo. Da tempo installati in Persia, questi Rom, già descritti come rifugiati che vivevano d'agricoltura, finirono per separarsi in due gruppi migratori: uno verso il sud-ovest e l'Egitto (Rom orientali o Caraques, termine che verrebbe sia dal greco korakia: "le cornacchie", che dal turco kara "nero"), gli altri verso il nord ovest e l'Europa (Rom occidentali o Zingari: parola che potrebbe essere una deformazione del termine Sinti).

I Rom potrebbero dunque aver lasciato l'India attorno all'anno 1000, ed aver attraversato quelli che oggi sono l'Afghanistan, l'Iran, l'Armenia, una gran parte del Caucaso e la Turchia. Popolazioni riconosciute come Rom vivono ancora in Iran, compreso quanti migrarono verso l'Europa e poi ritornarono. Nel XIV secolo, i Rom vassalli dei Tatari raggiunsero i Balcani, e nel XVI secolo, la Scozia e la Svezia. Qualche Rom migrò verso sud. Nel 1425 traversarono i Pirenei e penetrarono in Spagna. Molti degli studiosi stimano che i Rom non abbiano mai transitato nell'Africa del Nord, come altri pensano. In ogni caso mancano prove indiscutibili. Alcuni mettono in collegamento i Rom e le popolazioni che oggi vivono in India, in particolare i nomadi Banjara o Lamani dello stato desertico del Rajasthan. Nei fatti nessuna relazione particolare è stata sinora dimostrata specificamente tra queste popolazioni e i Rom. Sia quel che sia, contrariamente agli scienziati ed intellettuali, di origine rom o no, gli interesati non attribuiscono alcuna importanza a questa "origine indiana", quando non la negano.

Da numerose generazione i Rom sono in realtà per lo più sedentari, se si tiene conto i gruppi che si rivendicano come tali, ma non sono contabilizzati come Rom nei censimenti. Sono le minoranze restate nomadi ed attaccate al modo di vita tradizionale che sono serviti, dalla fine del XVIII secolo, da "modello inevitabile" per definire i Rom agli eruditi, essenzialmente inglesi, tedeschi e francesi. Costoro non potevano, all'epoca, concepire altro scenario che quello del nomadismo originale e hanno cercato, invano, tra i nomadi dell'India i cugini dei Rom d'Europa.

Asenov Aleko Alekov

 
Di Fabrizio (del 22/02/2009 @ 09:13:31, in Kumpanija, visitato 1967 volte)

Da Roma_Daily_News

Rapporto Ufficiale:

[...] Comunichiamo ai nostri fratelli ed anche a chi stima la nostra cultura, che abbiamo istituito un'associazione che lavorerà per il riscatto, la valorizzazione ed il mantenimento della cultura zingara (Romanipen).

I nostri principali punti d'interesse saranno: la danza, la musica e la lingua.

In Brasile i gruppi zingari affrontano ancora molti problemi, come il pregiudizio, per esempio. Ci sono ostacoli alla cittadinanza (documenti di identificazione civile), alla salute pubblica ed all'insegnamento. Inoltre, le difficoltà relative esistono riguado all'inclusione sociale e culturale ed al preservarsi delle tradizioni, delle pratiche e del patrimonio culturale. Di fronte ad un simile quadro la Embaixada Cigana do Brasil Phralipen Romani lavorerà per cambiare questo lamentevole scenario.

Nicolas Ramanush
Presidente
Embaixada Cigana do Brasil Phralipen Romani
gitanobaro@hotmail.com

 
Di Fabrizio (del 23/02/2009 @ 09:46:42, in Kumpanija, visitato 1337 volte)

Da Roma_Daily_News

Carissimi,

C'è un nuovo sito web dalla Spagna chiamato Mundo Gitano (www.mundogitano. net) dove si forniscono opinioni e informazioni sui Rrom in Spagna e America Latina in generale; quanti di voi parlano spagnolo, possono entrare nel sito, dare un'opinione e leggere diversi articoli e proposte, c'è anche un progetto sul romanes, che forse non è così buono, ma dovete tenere a mente che in Spagna la conoscenza di questa lingua non è buona. Sto tentando di aumentare le informazioni che ci sono sul sito, ma da solo non basto, così penso che qui abbiamo gente che potrebbe collaborare [...] in rromanes o spagnolo, forse Kako Ron dal Canada o Yanko Hancock, che parla un po' di spagnolo?

Sarebbe grande se altri dessero le loro impressioni e opinioni sugli argomenti che appaiono nelle pagine, i Rrom spagnoli sono davvero lontani dal movimento Internazionale Romani, a causa del linguaggio (non parlano il rromanes), invece, se lo parlassero, potremmo aiutarci. Vi posso assicurare che c'è un grande interesse tra i Rrom spagnoli nel recuperare la lingua rromanes.

Saluti a tutti,

Lolya dall'Argentina
jorgebernaljohnson@hotmail.com

 
Di Fabrizio (del 27/02/2009 @ 08:55:16, in Kumpanija, visitato 10809 volte)

Da Famiglia Cristiana - di Stefania Di Pietro

CRONACHE ITALIANE
A NOTO, IN SICILIA, LA BASE DI UN ANTICO POPOLO GITANO

Giostrai, stagnini, ombrellai affollano le feste di paese e sono italiani a tutti gli effetti. Non vogliono essere chiamati rom. Ma conservano il vecchio spirito nomade.

Rumungri ungheresi, Tattaren svedesi, Bergitka polacchi, Sinti-Gackanè tedeschi, Gypsies inglesi, Kalé spagnoli. Sono alcuni dei popoli gitani sparsi in Europa, ciascuno con un proprio nome e una storia diversa, ma tutti annotati ai margini delle città e battezzati come "genti del vento", perché dall’aria si fanno trascinare.

In un panorama così ampio, c’è chi rifiuta d’essere assimilato ai rom. Sono i caminanti di Noto, un gruppo "invisibile" di girovaghi siciliani, continuatori di un’antica tradizione incentrata sulla parola, il canto e le leggende. Questa frangia etnica ben radicata nel territorio cerca di far valere la propria identità popolare, ricordando a tutti come la parola "rom" abbia un significato ben diverso dall’uso oggi in voga, e sia semplicemente la traduzione di "uomini liberi".

I giramondo di Noto negano d’essere "zingari" di professione, nonostante sia impresso su di loro come un marchio il destino di un popolo ramingo, fatto di venditori e riparatori ambulanti, tutti "camminanti", nel nome e di fatto.

Discendenti dei nomadi sbarcati in Sicilia alla fine del Trecento, al seguito dei profughi Arberes’h, i caminanti hanno mantenuto intatta l’originaria organizzazione familiare, sotto la guida di un capogruppo più anziano e con matrimoni stabiliti all’interno della comunità, un’unica e grande famiglia. «Sono nato così», ricorda uno di loro, «quando ero bambino e vedevo i figli di chi stava al campo, mio padre mi diceva che eravamo tutti parenti».

Sono considerati i più grandi camminatori della storia, disseminati nel ventaglio tra Catania, Agrigento e Siracusa, ma durante l’inverno affollano uno storico quartiere di Noto, che porta il loro nome. I "siciliani erranti" sono gli ultimi eredi di una cultura fondata sul movimento, ma hanno fatto proprie le tradizioni locali, favorendo la nascita di una mescolanza variopinta di stili di vita.

«Ci basta avere per tetto il cielo e il fuoco per riscaldarci, ma non siamo zingari», continuano, «siamo siciliani e somigliamo alle rondini, perché viviamo liberi». Negli anni ’50 i caminanti salivano in cima alle montagne a dorso di mulo, oggi si spostano alla guida di roulotte attrezzate, una scelta che li accomuna agli altri rom. La Sicilia rimane, però, la loro regione d’appartenenza, l’Italia è la vera patria, anche perché vi abitano da decine d’anni, mantenendo diritto di voto e cittadinanza. Alcune famiglie d’ambulanti continuano a migrare ciclicamente da Sud a Nord, per poi tornare nella provincia siracusana in primavera, "svernando" lì come gli uccelli. A ogni cambio di stagione, traslocano nei paisi dell’entroterra, chiamati così in dialetto baccàgghiu, una lingua inventata dalla fusione tra siciliano stretto e italiano e colorata dall’aggiunta d’accenti diversi, per via del troppo girovagare.

Un buon mezzo per comunicare

Sono siciliani in ogni espressione quotidiana, dal culto della campagna all’abito di stoffa "buona" indossato per la Messa domenicale, dal modo di cucinare e disossare gli animali alla simbolica gestualità isolana, tipica di chi ha conosciuto l’alternanza di svariate dominazioni, ritrovando nel gesto l’unico mezzo d’intesa. Una mimica colorita, quella dei caminanti, che deriva dalla loro essenza raminga, perché continuamente a contatto con genti straniere e in cerca di un buon mezzo per comunicare.

La mattina i bambini vanno a scuola, grazie ai numerosi progetti socio-scolastici nati a favore dell’integrazione di un popolo autoctono, il cui essere itinerante pone non pochi problemi alla scolarizzazione. Gli adulti continuano il mestiere dei padri. Arrotini, ombrellai, giostrai, impagliatori e riparatori di cucine, famosi per lo squillante richiamo lanciato a gran voce con l’altoparlante.

Sono gli "aggiustatori di tutto", svolgono mestieri ormai in disuso, perché spinti dalla stessa mentalità umile e adattabile che accompagnava i caminanti del primo dopoguerra. A ogni festività, gli uomini inondano le strade con le loro giostrine, i palloncini colorati e le bancarelle di calia e semenza, ceci abbrustoliti e semi di zucca seccati al sole, preparati in casa dalle donne. In autunno, arrivano con i camion stracolmi d’ombrelli, anticipando il primo temporale della stagione.

«Un tempo, i nostri mestieri erano tanti», racconta una vecchia caminante della provincia di Siracusa, «si vendevano scaldini di metallo, trappole per topi, gabbie per galline o mestoli per la ricotta. Gli uomini erano tutti stagnini, le donne andavano di porta in porta a raccogliere capelli, per farne poi parrucche o bamboline da rivendere».

Oggi, i giovani preferiscono la vita dei conterranei stanziali, chiamati "paesani sedentari", scegliendo di non allontanarsi troppo da Noto, dove vendono la buona sorte e leggono il futuro ai turisti di passaggio, con un pappagallino portafortuna sempre appollaiato sulla spalla. I caminanti sono un popolo nel popolo, nei gesti traspaiono i tratti dell’appassionata teatralità siciliana, ma il loro spirito è carico d’orgoglio gitano.

 
Di Fabrizio (del 08/03/2009 @ 08:55:45, in Kumpanija, visitato 1261 volte)

Da Mundo_Gitano

Messaggio di PROROM presentato nella sessione plenaria del secondo Congresso Nazionale del POLO DEMOCRATICO ALTERNATIVO [Bogotá, D.C., 26, 27 E 28 febbraio 2009]
da ANA DALILA GÓMEZ BAOS, Rappresentante del popolo Rom nel Comitato Esecutivo Nazionale del PDA

Ricevano tutti i delegati e delegate presenti in questo Secondo Congresso Nazionale del Polo Democratico Alternativo (PDA) un saluto fraterno e libertario a nome del popolo Rrom, meglio conosciuto come Gitano.

Con la nostra parola millenaria, forgiata lungo secoli di resistenze e lotte contro la discriminazione, il razzismo, la xenofobia e la schiavitù, vi salutano gli invisibili di queste terre, che nonostante vivano in questo paese dall'epoca della dominazione ispanica, seguono ad essere sconosciuti e negati nei loro diritti collettivi.

Tramite me, qui e ora, parlano le voci variopinte di un popolo che spinto alla marginalizzazione e all'esclusione, si è visto obbligato a rimanere in silenzio per lungo tempo. Quindi la mia voce in questo scenario, sono migliaia di voci che vogliono farsi sentire per dire qui anche noi siamo presenti, apportando alla costruzione di questo progetto di speranza in cui partecipano altri popoli,  altre lingue, altre culture, altri colori, altri modi di pensare, infine, altri che son distinti dal nostro popolo però con i quali ci siamo incontrati in questa proposta di costruire un paese dove entriamo tutti.

Quindi voglio che comprendiate che dietro il mio viso ci sono molti altri visi, alcune volte tristi, a volte caricati di frustrazione e rabbia, però oggi specialmente allegri di poter parlare davanti a questo nutrito auditorio dove convergono le diversità di questo paese.

Il Proceso Organizativo del Pueblo Rrom (Gitano) di Colombia (PRORROM) è sorto il 6 agosto 1998 col proposito centrale di rendere i Rrom visibili davanti alla società nazionale e allo Stato colombiano e poter così richiedere il riconoscimento pieno ed integrale dei nostri diritti collettivi, tra cui si stacca, come uno dei più significativi, il nostro diritto alla libera determinazione.

Il nostro collegamento al PDA si spiega perché qui stiamo incontrando scenari adeguati per farci conoscere come siamo, nella nostra grandezza ma anche nelle nostre debolezze, e per tessere alleanze con i popoli indigeni e afrodiscendenti, con i movimenti sociali che si sono mutati in alleati della nostra causa. Non è per caso, quindi, che il mio popolo sta partecipando al PDA.

Nella nostra instancabile ricerca di riconoscimento qui abbiamo incontrato altri popoli e settori sociali che han fatto eco alle nostre domande, ragione per cui possiamo dire senza dubbio che in molti dei visi di chi sta ascoltando queste modeste e disordinate parole, possiamo davvero vedere visi conosciuti, visi di altri Rrom. E' incontrandoci con voi che il nostro popolo può smettere di essere una minoranza etnica, definita quantitativamente, per passare ad essere un popolo soggetto di diritti a cui si riconosce, tra gli altri aspetti, i suoi contributi al processo di configurazione di quella che oggi si chiama Colombia.

Abbiamo visto che molti dei nostri princìpi che danno ordine e armonia alla nostra vita quotidiana, si installano nei lineamenti che han dato forma e contenuto a questo progetto politico e sociale che è il PDA. Il nostro popolo, non occorre ricordarlo, si regge sulla solidarietà, la reciprocità, il mutuo appoggio, la complementarietà degli opposti, la dispersione e l'orizzontalità delle sue autorità, per un enorme attaccamento alla libertà ed all'autonomia... tutti valori che pensiamo possano servire a questo progetto in costruzione permanente com'è il PDA a misura dei nostri sogni e alla portata di tutti.

Rispetto al nostro popolo, sinora il PDA ha dimostrato di essere abbastanza inclusivo, come richiesto ha garantito l'accesso e la partecipazione alle principali istanze di direzione a rappresentanti del nostro popolo e della nostra organizzazione. Senza dubbio, occorre dirlo, manca tuttora molto perché all'interno del PDA si dia una vera democrazia di popoli e culture, cosicché si rompa questo etnocentrismo di radice occidentale, sempre favorito in questo tipo di organizzazioni e che finisce per imporre la sua logica ai popoli e culture portatori di altre tradizioni della conoscenza.

I tre delegati di PRORROM presenti in questo Secondo Congresso Nazionale del PDA - un donna, un giovane e un uomo - in questi due giorni hanno partecipato con entusiasmo e convinzione, pensando quanto sia necessario preservare l'unità e allontanare le minacce di divisione che a volte si sommano. In questo senso abbiamo dispiegato tutte le nostre capacità magiche, eroiche ed inventive per fare che questo sogno di speranza e futuro continui ad avanzare con fermezza, trascendendo sempre le tensioni ed i conflitti che vengono presentandosi.

Contate sempre sui Rrom per aggiungere, mai per dividere. Contate su di noi per rafforzare una proposta amplia ed inclusiva, però senza che questo significhi cambiare sino al punto di smettere di essere quello che il PDA è stato sino a oggi. Quindi, contate sul nostro popolo per continuare a costruire un progetto politico e sociale che necessariamente dev'essere alternativo, progressista, di sinistra... che renda possibile l'uso del socialismo magico in queste terre.

Per finire, un appello fraterno ai Senatori e Rappresentanti alla Camera del PDA: Chi di voi vuole accettare la sfida storica di presentare, col nostro concorso, un progetto di legge che dia al nostro popolo il posto che si merita nel paese e che ci permetta di lasciare indietro questa atavica invisibilità?

Saluti e libertà!

Bogotá, D.C., 28 febbraio 2009.

PRORROM
Proceso Organizativo del Pueblo Rrom (Gitano) de Colombia
Correo-e: prorrom@gmail.com

"Yo no se qué tristeza o qué alegría me producen estas aves errantes a quienes amparan el sol y la luna y el cielo y las estrellas y los árboles. Tristeza de irse a todas horas. Alegría de renovar el horizonte a cada que los pájaros cantan al alba. Alegría de no pesar sobre la tierra más de lo que pesa una yerba. Tristeza de no tener Patria, ni raza, ni alero nativo" / (Tic Tac: 1913)

 
Di Fabrizio (del 17/03/2009 @ 08:53:49, in Kumpanija, visitato 1195 volte)

Da Roma_Daily_News

9 marzo 2009

Un'associazione romanì di Didim ha lanciato una nuova campagna per reclutare membri tra la sua comunità forte di 1.000 componenti, e promuovere la propria cultura al più vasto pubblico.

L'Associazione, lanciata lo scorso settembre, ha già reclutato 60 membri, ma alcuni all'interno della stessa comunità sono contrari a dichiarare pubblicamente la loro identità, a causa delle ingiustizie percepite da parte del pubblico più vasto.

Il presidente dell'associazione, Metin Çakir, ha detto di comprendere la loro reazione, dato che molti hanno incontrato difficoltà nel lavoro, nella scuola e per strada dichiarando la propria appartenenza romanì.

Come parte delle iniziative dell'associazione, per richiamare Rom e pubblico, i suoi componenti hanno tenuto uno spettacolo di balli popolari il 28 febbraio.

Si stimano 1.000 zingari che vivono a Didim e dintorni, ci sono 221 associazioni zingare in Turchia - con circa 167 nella Regione Egea. La sola Smirne ha 18 associazioni e due federazioni.

Çakir ha detto che stanno provando a spiegare l'importanza di essere organizzati alla comunità di Didim, ma ancora esistono difficoltà all'interno.

Mentre la maggior parte dei membri è giovane, inclusi i non-zingari, alcuni degli anziani della comunità romanì si sono espressi contro l'associazione.

Ha detto Çakir: "Sfortunatamente alcuni sono timidi nel dichiarare la loro identità. Tuttavia, una volta che hanno assistito alla riunione della federazione a Smirne, hanno avuto testimonianza dell'interesse delle autorità dell'Unione Europea.

Sono interessati nel perpetuare la loro identità culturale in Turchia, nella loro istruzione e negli standard di vita. La UE offre borse di studio ad alcuni degli zingari che studiano all'università.

"Ora stiamo provando ad avere studenti delle superiori per beneficiare anche della loro preparazione. Se possiamo unirci a Didim, allora possiamo beneficiare di questi diritti."

 
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