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Zingari e Gagé, conoscersi per capirsi
Di Fabrizio (del 13/11/2008 @ 09:42:58, in Kumpanija, visitato 478 volte)

di Sergio Franzese
pubblicato su HaKeillah, giornale del Gruppo torinese di Studi Ebraici

Lo scorso numero di Ha Keillah ha dedicato ampio spazio alla questione Rom pubblicando interventi da cui emerge la preoccupazione degli ebrei torinesi per i provvedimenti dal forte sapore discriminatorio varati dal governo Berlusconi. Tra questi, ad aver suscitato maggiori critiche, è il progetto di schedatura con rilevamento delle impronte digitali a tutti i residenti all’interno dei campi nomadi, anche ai minori, compresi coloro che come i Sinti sono cittadini italiani. Dello stesso argomento si era parlato in occasione dell’incontro "Società e xenofobia" organizzato dalla Comunità e dal Comitato Oltre il Razzismo svoltosi il 7 luglio nei locali del Centro Sociale e che ha visto un’ampia ed attiva partecipazione.

A settant’anni dalla promulgazione delle leggi razziali è doloroso constatare il riaffiorare di sentimenti di ostilità verso una parte della popolazione considerata estranea, complice un clima di paura irrazionale fomentato da forze politiche che in questo momento sono alla guida del paese e che attraverso la progressiva demolizione dei principi democratici fanno paventare il rischio di un ritorno al fascismo (il quale, per essere considerato tale, non ha bisogno di olio di ricino e manganelli).

Per tornare alla questione, come scrive Francesco Ciafaloni nel suo articolo (Ha Keillah n.3/2008 – pag. 8), "gli tzigani, per lo più, sanno poco dei gaggi e i gaggi non sanno assolutamente nulla degli tzigani, al di là della caricatura negativa, e di quella romantica, che possono tranquillamente convivere" (gaggi o gagé è il termine in lingua romaní che indica chi non appartiene all’etnia zingara). Credo che in linea di massima abbia ragione. Una migliore conoscenza degli aspetti storico-culturali e delle problematiche di questo popolo può far meglio comprendere le dinamiche che sono all’origine dei conflitti che da sempre segnano il rapporto tra zingari e gagé; per questo ho ritenuto che valesse la pena suggerire alcune letture che potranno aiutare a gettare uno sguardo verso quell’altrove (sia esso luogo o dimensione) nel quale Rom e Sinti vengono spesso relegati.

La bibliografia in lingua italiana sull’argomento è vasta ma non abbondante. Essa comprende sia testi di autori italiani che traduzioni di autori stranieri. Diversi libri, tra cui anche alcuni basilari, purtroppo sono ormai fuori commercio ma possono essere reperiti in biblioteca. Tra questi i titoli più significativi sono Mille anni di storia degli Zingari di François de Vaux de Foletier (Jaca Book, Milano, 1978) e Il destino degli Zingari di Donald Kenrick e Grattan Puxon (Rizzoli, Milano, 1975). Sul versante culturale, una trilogia a cura del gruppo Arca, è stata pubblicata dalla casa editrice milanese IGIS tra il 1978 ed il 1982: La mano allo zingaro (magia di una cultura), Arte nomade (il senso artistico degli Zingari), Gli ultimi nomadi (poesia nel mondo zingaro). Da segnalare anche Zingari ieri e oggi, a cura di Mirella Karpati (Lacio Drom, Roma, 1993), i volumi di Leonardo Piasere, Popolo delle discariche. Saggi di antropologia zingara (CISU, Roma, 1991), Un mondo di mondi. Antropologia delle culture rom (L’ancora del Mediterraneo, Napoli, 1999) ed infine la rivista di studi zingari Lacio Drom, pubblicata dal 1965 al 1999.

Sul "Porrajmós", lo sterminio nazifascista nel quale furono uccisi mezzo milione di zingari, hanno scritto Christian Bernadac, Sterminateli! Adolf Hitler contro i nomadi d’Europa (Fratelli Melita Editori, La Spezia, 1988), Otto Rosenberg, La lente focale. Gli zingari nell’Olocausto (Marsilio, Venezia, 2000) e Guenter Lewy, La persecuzione nazista degli zingari (Einaudi, Torino, 2002). Sullo stesso argomento vorrei ancora ricordare l’ottima documentazione contenuta nei DVD e nel libretto ad essi allegato dal titolo A forza di essere vento. Lo sterminio nazista degli Zingari (editrice A, Milano, 2006) da me recensiti su questo stesso giornale (n. 1/2007).

Con questo articolo intendo però soffermarmi su quattro recentissime pubblicazioni, uscite quasi contemporaneamente nei mesi scorsi e che seguono di poco il saggio curato da Marco Impagliazzo, Il caso zingari (Leonardo International, Milano, gennaio 2008 – pagg. 126 - € 12), di cui ci parla Emilio Jona sempre su Ha Keillah n. 3/2008 a pag. 9. La prima di esse è La città fragile (Bollati Boringhieri, Torino, aprile 2008 - pagg. 92 - € 12). Si tratta della raccolta dei testi teatrali della "Trilogia dell’invisibilità" curata dall’attore teatrale torinese Beppe Rosso e dallo sceneggiatore Filippo Taricco. Dei tre capitoli il primo di essi "Seppellitemi in piedi" ripercorre la vicenda dei Rom rumeni approdati alla periferia di Torino dieci anni fa e raccontata da Marco Revelli nel suo libro-testimonianza Fuori luogo. Cronaca da un campo Rom (1999, stessa casa editrice). È interessante, alla luce dell’ "emergenza" dei Rom rumeni di cui tanto si continua a parlare, riesaminare gli esordi di una vicenda che mette a nudo non solamente la fragilità dei protagonisti ma anche quella delle istituzioni che di fronte a ciò che interviene a scompigliare l’ordine costituito si mostrano quasi sempre ed ovunque incapaci di fornire soluzioni adeguate e spesso ricorrono a decisioni di natura repressiva (sgomberi, allontanamenti, espulsioni, ecc.).

Lorenzo Monasta, medico epidemiologo con esperienze di lavoro in Africa e nei campi nomadi in Italia, è l’autore de I pregiudizi contro gli "zingari" spiegati al mio cane (BFS-Edizioni, Pisa, 2008 - pagg.80 - € 8). Il titolo potrebbe indurre a pensare che si tratti di un libro ironico e poco impegnativo. Anche se in alcuni punti l’ironia non manca il testo pone il lettore di fronte agli atteggiamenti di rifiuto che molte persone adottano nei confronti dei Rom e dei Sinti, di cui conoscono poco o nulla, e ancora una volta mette in risalto l’analfabetismo culturale dei politici e delle amministrazioni locali. Facendo venire allo scoperto ed analizzando i comportamenti sbagliati, incoerenti, buonisti, che impediscono un approccio normale con la realtà zingara, il lettore viene posto di fronte a più di un interrogativo; la sfida è trovare in sé le risposte. In breve, un libro sintetico ma niente affatto banale.

Anche se il titolo Zingari di merda (Effigie, Milano, maggio 2008 - pagg.93 - € 15) appare spiazzante e provocatorio, si deve dare atto ad Antonio Moresco e a Giovanni Giovannetti di aver saputo descrivere, il primo con la narrazione ed il secondo con le immagini, le tristi condizioni di vita di una comunità di Rom rumeni costretti ad una dolorosa odissea tra l’Italia e la Romania, il luogo da cui erano partiti e nel quale sono stati ricacciati dopo lo sgombero dall’ex fabbrica Snia alle porte di Pavia, dove avevano trovato rifugio. Insieme a Dimitru che fa loro da accompagnatore gli autori hanno intrapreso un viaggio verso Slatina e Listeava, dove l’esistenza priva di prospettive trascorre in case di fango o dentro buche scavate nel terreno. Moresco descrive situazioni al limite dell’incredibile che spiegano le ragioni della fuga verso l’occidente in cerca di condizioni di vita migliori; narra ciò che vede con un linguaggio aspro e politicamente scorretto, riesce quasi a farci percepire la puzza che lo circonda in luoghi che sembrano concepiti per negare la dignità agli esseri umani. La lettura di questo libro non può non turbare la coscienza di tutti coloro che "vivono sicuri in tiepide case e tornando a casa la sera trovano cibo caldo e visi amici".

Con Non chiamarmi zingaro (Chiarelettere, Milano, giugno 2008 - pagg. 227 - € 12,60) Pino Petruzzelli, attore anch’egli come Beppe Rosso, ci introduce ad una realtà a dir poco stupefacente. Gli zingari da lui incontrati non sono soltanto quelli emarginati e sudici, ladri ed accattoni, bensì quelli che la gente non vede e quindi non giudica positivamente come dovrebbe: una romní medico con specializzazione in neurologia, una laureata in geopolitica, una maestra, un frate, un pittore, un giostraio, una zingara sottratta dalle istituzioni ai genitori naturali per essere educata in una famiglia "rispettabile" (con buona pace di chi afferma che gli zingari rapiscono i bambini).

Molti Rom e Sinti vivono con disagio la loro condizione, quella che li costringe a tacere sulla loro vera identità per non correre il rischio di essere discriminati. Le testimonianze raccolte da Petruzzelli, che tra l’altro ha partecipato all’incontro "Società e xenofobia", costituiscono un pesante atto d’accusa rivolto ad una società ipocrita, quella che rimprovera gli zingari di non volersi integrare ma per la quale "uno zingaro resta sempre uno zingaro", qualcuno di cui diffidare (quanti, in fondo, la pensano allo stesso modo nei confronti degli ebrei e, in genere, di chiunque appartenga ad una cultura, ad un gruppo sociale o ad una religione diverse da quelle nelle quali si riconosce la maggioranza dei cittadini?).

Questa guerra tra e contro i poveri e non contro le ingiustizie che sono all’origine della povertà è, nell’Italia delle leggi "ad personam", al tempo stesso cinica ed allarmante. Identificare negli zingari il capro espiatorio di turno consente di tacere sulle vere emergenze del paese e permette che gli istinti più bestiali si traducano in azioni di violenza e squadrismo: dai pogrom di Ponticelli ai presidi contro la sistemazione di un nuovo campo nomadi a Mestre, passando per numerosi episodi di aggressione taciuti dai media, questo solo per citare fatti recenti. Che queste deplorevoli iniziative siano firmate camorra, naziskin o Lega nulla cambia: intolleranza e razzismo, lo sappiamo, sono un’idra dalle molte teste di fronte a cui non dobbiamo mai abbassare la guardia.

In conclusione, la lettura dei libri che ho menzionato in precedenza permette di andare oltre l’informazione distorta che su questo argomento ogni giorno ci viene propinata da tivù e giornali, colmando quelle lacune di conoscenza che sono alla base di giudizi non obiettivi.

Porsi all’ascolto di persone che vivono al nostro fianco, imparare da un popolo che con gli ebrei ha condiviso una storia di esili forzati e di persecuzioni, può anche aiutarci a riflettere su noi stessi e fornirci delle motivazioni in più per contrastare la deriva morale e culturale di questo paese. Con l’aria che si respira ha ragione Guido Fubini quando afferma che "non basta più essere vigilanti!". Bisogna essere pronti ad agire.

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