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La capitale dei Caminanti
Di Fabrizio (del 27/02/2009 @ 08:55:16, in Kumpanija, visitato 10370 volte)

Da Famiglia Cristiana - di Stefania Di Pietro

CRONACHE ITALIANE
A NOTO, IN SICILIA, LA BASE DI UN ANTICO POPOLO GITANO

Giostrai, stagnini, ombrellai affollano le feste di paese e sono italiani a tutti gli effetti. Non vogliono essere chiamati rom. Ma conservano il vecchio spirito nomade.

Rumungri ungheresi, Tattaren svedesi, Bergitka polacchi, Sinti-Gackanè tedeschi, Gypsies inglesi, Kalé spagnoli. Sono alcuni dei popoli gitani sparsi in Europa, ciascuno con un proprio nome e una storia diversa, ma tutti annotati ai margini delle città e battezzati come "genti del vento", perché dall’aria si fanno trascinare.

In un panorama così ampio, c’è chi rifiuta d’essere assimilato ai rom. Sono i caminanti di Noto, un gruppo "invisibile" di girovaghi siciliani, continuatori di un’antica tradizione incentrata sulla parola, il canto e le leggende. Questa frangia etnica ben radicata nel territorio cerca di far valere la propria identità popolare, ricordando a tutti come la parola "rom" abbia un significato ben diverso dall’uso oggi in voga, e sia semplicemente la traduzione di "uomini liberi".

I giramondo di Noto negano d’essere "zingari" di professione, nonostante sia impresso su di loro come un marchio il destino di un popolo ramingo, fatto di venditori e riparatori ambulanti, tutti "camminanti", nel nome e di fatto.

Discendenti dei nomadi sbarcati in Sicilia alla fine del Trecento, al seguito dei profughi Arberes’h, i caminanti hanno mantenuto intatta l’originaria organizzazione familiare, sotto la guida di un capogruppo più anziano e con matrimoni stabiliti all’interno della comunità, un’unica e grande famiglia. «Sono nato così», ricorda uno di loro, «quando ero bambino e vedevo i figli di chi stava al campo, mio padre mi diceva che eravamo tutti parenti».

Sono considerati i più grandi camminatori della storia, disseminati nel ventaglio tra Catania, Agrigento e Siracusa, ma durante l’inverno affollano uno storico quartiere di Noto, che porta il loro nome. I "siciliani erranti" sono gli ultimi eredi di una cultura fondata sul movimento, ma hanno fatto proprie le tradizioni locali, favorendo la nascita di una mescolanza variopinta di stili di vita.

«Ci basta avere per tetto il cielo e il fuoco per riscaldarci, ma non siamo zingari», continuano, «siamo siciliani e somigliamo alle rondini, perché viviamo liberi». Negli anni ’50 i caminanti salivano in cima alle montagne a dorso di mulo, oggi si spostano alla guida di roulotte attrezzate, una scelta che li accomuna agli altri rom. La Sicilia rimane, però, la loro regione d’appartenenza, l’Italia è la vera patria, anche perché vi abitano da decine d’anni, mantenendo diritto di voto e cittadinanza. Alcune famiglie d’ambulanti continuano a migrare ciclicamente da Sud a Nord, per poi tornare nella provincia siracusana in primavera, "svernando" lì come gli uccelli. A ogni cambio di stagione, traslocano nei paisi dell’entroterra, chiamati così in dialetto baccàgghiu, una lingua inventata dalla fusione tra siciliano stretto e italiano e colorata dall’aggiunta d’accenti diversi, per via del troppo girovagare.

Un buon mezzo per comunicare

Sono siciliani in ogni espressione quotidiana, dal culto della campagna all’abito di stoffa "buona" indossato per la Messa domenicale, dal modo di cucinare e disossare gli animali alla simbolica gestualità isolana, tipica di chi ha conosciuto l’alternanza di svariate dominazioni, ritrovando nel gesto l’unico mezzo d’intesa. Una mimica colorita, quella dei caminanti, che deriva dalla loro essenza raminga, perché continuamente a contatto con genti straniere e in cerca di un buon mezzo per comunicare.

La mattina i bambini vanno a scuola, grazie ai numerosi progetti socio-scolastici nati a favore dell’integrazione di un popolo autoctono, il cui essere itinerante pone non pochi problemi alla scolarizzazione. Gli adulti continuano il mestiere dei padri. Arrotini, ombrellai, giostrai, impagliatori e riparatori di cucine, famosi per lo squillante richiamo lanciato a gran voce con l’altoparlante.

Sono gli "aggiustatori di tutto", svolgono mestieri ormai in disuso, perché spinti dalla stessa mentalità umile e adattabile che accompagnava i caminanti del primo dopoguerra. A ogni festività, gli uomini inondano le strade con le loro giostrine, i palloncini colorati e le bancarelle di calia e semenza, ceci abbrustoliti e semi di zucca seccati al sole, preparati in casa dalle donne. In autunno, arrivano con i camion stracolmi d’ombrelli, anticipando il primo temporale della stagione.

«Un tempo, i nostri mestieri erano tanti», racconta una vecchia caminante della provincia di Siracusa, «si vendevano scaldini di metallo, trappole per topi, gabbie per galline o mestoli per la ricotta. Gli uomini erano tutti stagnini, le donne andavano di porta in porta a raccogliere capelli, per farne poi parrucche o bamboline da rivendere».

Oggi, i giovani preferiscono la vita dei conterranei stanziali, chiamati "paesani sedentari", scegliendo di non allontanarsi troppo da Noto, dove vendono la buona sorte e leggono il futuro ai turisti di passaggio, con un pappagallino portafortuna sempre appollaiato sulla spalla. I caminanti sono un popolo nel popolo, nei gesti traspaiono i tratti dell’appassionata teatralità siciliana, ma il loro spirito è carico d’orgoglio gitano.