Rom e Sinti da tutto il mondo

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Richiediamo chiarezza. Di Rom si parla poco e male, anche quando il tema delle notizie non è "apertamente" razzista o pietista, le notizie sono piene di errori sui nomi e sulle località

La redazione
-

\\ Mahalla : VAI : Europa (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Fabrizio (del 25/11/2009 @ 09:51:26, in Europa, visitato 1626 volte)

Da Bulgarian_Roma

Due ragazzi sono balzati sotto un treno perché i genitori di lei non volevano che uscisse con un ragazzo zingaro.

La ragazza ha scelto la morte prima di rompere con il quindicenne Tsetso.

[...] Questa storia di Romeo e Giulietta ha avuto luogo domenica mattina sulla ferrovia tra i villaggi di Dubova Mahala e Brusartsi, vicino alla città di Lom. La sedicenne Albena Mitova ed il suo innamorato Tsvetan Plamenov, di un anno più giovane, hanno deciso insieme di suicidarsi, perché i genitori della ragazza non volevano che si impegnasse con uno zingaro. I due si son presi per le braccia e sono saltati sulla sede ferroviaria. Il treno merci era in arrivo, prestava regolare servizio da Vidin e Sofia e li ha investiti. Albena è stata uccisa dall'impatto e Tsvetan sta lottando per la vita nell'Ospedale di Lom.

Sabato tutto sembrava normale nelle case dei due ragazzi. Benjy, come la chiamava Tsetso, aveva cenato con la sua famiglia nella loro casa in Kniazheva Mahala.

"Quel giorno eravamo andati a far compere. Mi aveva detto che aveva rotto col ragazzo zingaro. Eravamo molto intime e mi diceva tutto," ha detto ieri Nadia, la mamma di Albena, ai giornalisti di The Monitor. Secondo la madre, che gestisce la locale locanda, non c'erano segni che sua figlia intendesse suicidarsi. Dopo che i genitori erano andati a letto verso le 23.00, Albena aveva chiamato Tsetso.

"Era balzato sulla sua bicicletta ed era scomparso. Sembrava completamente impazzito. Non mi ha dato il tempo di chiedergli dove andasse o cosa stesse succedendo," dice Plamen, il padre del ragazzo, con le lacrime agli occhi.

Con la sua famiglia vive nel vicino villaggio di Dinkovo, che è a 3 o 4 km. da Kniazheva Mahala. Nessuno sa cosa è successo quella notte. Circa alle 5 di mattina, il 35enne ingegnere Rossen N. ha visto due persone sulla massicciata della ferrovia. Preso dalla paura ha azionato la sirena del treno, ma non si sono mossi. Il dipendente della BDZ ha fatto quanto possibile per arrestare la macchina di 223 tonnellate, ma la collisione è stata inevitabile. L'ingegnere ha visto i corpi dei due ragazzi volare per aria come bambole di stracci. Rossen ha fermato il treno e riportato l'incidente ai suoi superiori. I medici arrivati sulla scena hanno determinato che la ragazza era morta ma che Tsetso respirava ancora. I genitori dei ragazzi hanno offerto due versioni completamente differenti di ciò che era successo.

"Non può aver preso questa decisione da sola. Era una ragazza quieta e modesta. Era sempre in casa davanti al PC. Non c'era modo che potesse conoscere a che ora passava il treno," dice Nadia fissando il nome sulla corona funeraria.

"Venite a vederla. Il suo corpo non è stato mutilato. Il  medico mi ha detto che aveva rotti i due legamenti. Ha battuto la testa cadendo e quella è stata la causa della sua morte," dice il padre addolorato, Dimcho, che è anche il sindaco del villaggio. Albena era la loro unica figlia. La adottarono appena nata.

"Era la luce dei miei occhi. Le davamo tutto. Era stata accettata alla Scuola Superiore di Economia di Vratsa. Per tutti noi fu una grande notizia. Dev'essere successo qualcosa. Qualcuna deve averla convinta. Non mi fermerò finché non troverò la verità," è il voto della madre che continua a singhiozzare.

Plamen è categorico quando dice che suo figlio era innamorato perso di Benji. "I ragazzi non volevano essere separati. Spesso Dimcho veniva qui con la polizia per portare via sua figlia ed il giorno dopo erano di nuovo insieme," dice il padre del ragazzo ferito. Si lamenta che ai genitori di Albena non piaceva Tsvetan non solo perché aveva la pelle scura, ma anche perché era povero.

Non aveva soldi neanche per una fetta di pane

Tsvetan ora ha bisogno di 260 Leva per un'operazione alle braccia, entrambe fratturate. Ha un ematoma al cervello ed è in coma. Dall'incidente non ha ripreso conoscenza e non può raccontare cos'è successo alla sua amata. Tranne a sua madre, Valentina, a nessuno è permesso visitarlo. Lei dice che un lato della testa del ragazzo è gonfio in maniera preoccupante.

"Sono così poveri che non so come potranno permettersi le cure per il ragazzo, dice Yulia Georgieva, sindaco del paese di Dinkovo.

Infatti, suo padre è l'unico parente che ha Tsetso. I due vivono in una povera casa ad un piano. Suo padre va di porta di porta dai vicini ad offrire i suoi servizi, per avere un po' di denaro. La madre del ragazzo li ha lasciati circa un anno fa per vivere a Sofia, e tornava ogni tanto a trovarli. I vicini si sono sentiti offesi ieri a vederla tornare da Sofia su un taxi.

"L'altro giorno Tsetsko e suo padre non avevano soldi per comperare il pane. Gli ho dato quattro fette ed un Lev. Mi hanno detto poi che quel giorno Plamen aveva perso i sensi perché non aveva mangiato," ci ha detto un vicino. Quando gli abbiamo parlato ieri, il padre del ragazzo era preoccupato che quando scoprirà cos'è successo ad Albena, Tsetso tenterà nuovamente di uccidersi.

Katia Ilieva and Galia Petrova

.....Achili man jag kiti te na merav shilestar ...
...davla tuke andar vogiestar!


Romani Baht Fountation
8 Nov Jivot str.
1373 SOFIA
BULGARIA
Tel./fax +359 2 920 42 72

 
Di Fabrizio (del 24/11/2009 @ 09:32:54, in Europa, visitato 1474 volte)

Da Roma_ex_Yugoslavia

UNHCR.org By Cesar Pineda in Pristina, Kosovo

© UNHCR/C.Pineda. Ukshin con la sua famiglia nella loro casa. Sullo sfondo il suo nuovo veicolo

PRISTINA, Kosovo, 16 novembre (UNHCR) – Ukshin Toplica sentiva che sarebbe tornato veramente a casa, una volta che avesse rinnovato la casa che era stato costretto a lasciare un decennio fa nella capitale del Kosovo Pristina.

"Ora che la mia casa è finita, non mi sono mai sentito meglio," dice orgogliosamente il 49enne Ukshin ai visitatori della sua nuova casa."Non c'è nessun posto come casa propria." E' di buon umore perché ha iniziato una piccola attività in proprio, con i fondi UNHCR, provvidenziale per la sua famiglia di 11 persone in duri tempi economici.

Ma per molti anni Ukshin ha pensate che non avrebbe mai potuto ritornare in Kosovo dall'esilio nella vicina Repubblica di Macedonia. "Ho sempre voluto riportare indietro la mia famiglia. Ma ci era stato detto che gli Albanesi avevano occupato tutte le case nel nostro vecchio quartiere, così non ci sentivamo sicuri a tornare."

Non è sempre stato così. Per anni lui e la sua famiglia di Rom di lingua albanese, conosciuti come Askali, avevano vissuto serenamente accanto all'etnia albanese nel distretto di Vranjevic della capitale Pristina. Ukshin lavorava come guardia di sicurezza. "Il salario bastava per la mia famiglia, e prima del conflitto vivevamo bene," ricorda.

Ma la vita della famiglia Toplica fu gettata nel trambusto quando la NATO intervenne militarmente alla fine del marzo 1999, dopo aver richiesto il ritiro delle forze di sicurezza serbe dal Kosovo e la fine alla discriminazione contro i kosovari albanesi.

"Tutti lasciarono le loro case una volta che iniziò il bombardamento in Kosovo," ricorda Ukshin, aggiungendo che la sua famiglia seguì i propri vicini albanesi e fuggì in Macedonia. "Non avevamo scelta," spiega. Invece, la maggior parte dei kosovari non albanesi di lingua rom fuggirono oltremare al termine del conflitto.

Circa 1 milione di persone hanno cercato rifugio in Macedonia ed in altri paesi durante il conflitto, terminato nel giugno 1999 quando le forze serbe furono respinte e le truppe NATO inviate sul territorio. Il ritorno degli Albanesi innescò l'esodo di circa 200.000 Serbi, Rom, Askali, Egizi ed altre minoranze.

"Tutti avevamo tanta paura," dice Ukshin della sua famiglia fuggita in Macedonia. Nella confusione e nella fretta, furono separati ed arrivarono in aree differenti della Macedonia settentrionale. "Dopo tre giorni, mi riunii con la mia famiglia a Skopje. Eravamo terrorizzati e depressi perché non sapevamo mai cosa sarebbe successo il giorno dopo."

Ukshin e sua moglie, Hatixhe, hanno lottato per vestire e nutrire i loro sette figli a Skopje. Altri due sono nati nella capitale macedone. Grazie ad un contributo di 210 €u. dell'UNHCR, hanno affittato una casa alla periferia di Skopje. "Non c'erano possibilità di lavoro. A volte, pulivo le strade e mi davano qualcosa. Dipendevamo dall'UNHCR," rivela.

Negli anni seguenti, circa 16.000 Serbi e Rom sono ritornati in Kosovo, ma la famiglia Toplica era preoccupata per la situazione ed ha aspettato sino a novembre dell'anno scorso prima di tornare. "Sono andato all'UNHCR ed ho registrato la mia famiglia per ritornare, così ci hanno portato qui. Il giorno che siamo rientrati in Kosovo è stato davvero emozionante, mia moglie ed i bambini non ci credevano che eravamo a casa," dice Ukshin.

La famiglia si è trasferita nella casa rinnovata nel loro vecchio quartiere. Lo staff UNHCR a Pristina visita regolarmente la famiglia per verificare il suo reintegro. E' stato un anno di sfida. Nel mezzo della recessione globale, hanno affrontato difficoltà economiche in un'area dove circa metà della popolazione adulta è disoccupata. Ma hanno beneficiato di un pacco aiuto dell'UNHCR e dei suoi partner, che includeva cibo per sei mesi ed assistenza extra-alimentare.

Ukshin si è unito anche ad un progetto UNHCR che aiuta chi ha fatto ritorno a sviluppare nuove capacità e diventare autosufficienti. Ha acquistato un mini trattore col rimorchio per raccogliere plastica e scarti da rivendere ad una compagnia di riciclaggio. Inoltre usa il suo veicolo per fornire un servizio di trasporto nel quartiere. "Ho la mia attività," dice Ukshin, aggiungendo: "Possiamo vivere del nostro denaro e delle nostre fatiche."

I membri della famiglia Toplica si sentono pienamente integrati nella loro comunità. Come per altri che han fatto ritorno in Kosovo, la sfida principale è di migliorare le proprie condizioni di vita ed assicurarsi la sopravvivenza economica. UNHCR continua ad offrire aiuto e consulenza.

 
Di Fabrizio (del 21/11/2009 @ 09:33:27, in Europa, visitato 1357 volte)

Da Roma_Daily_News

Bratislava, 16.11.2009, 07:07, (ROMEA/RPA)

Le elezioni regionali di domenica hanno visto la vittoria della coalizione governativa di sinistra, guidata dal partito Směr-SD di Robert Fico. I candidati romanì con più successo hanno partecipato nella regione di Prešov per il Partito Coalizione Rom (Strana romské koalice - SRK). Riporta Roma Press Agency (Romská tisková agentura RPA - www.rpa.sk) che soltanto Miroslav Daňo è stato eletto nel parlamento regionale, con 2.491 voti nel distretto di Vranov nad Topl'ou.

 Ladislav Čonka (SRK) ha perso per pochi voti, con 2.273 in due collegi dietro altri candidati eletti a Vranov. Štefan Kali (SRK) ha ricevuto 2.022 voti e Alfonz Kali (SRK) 1.988 voti. Il seggio di Daňo è quindi l'unico ottenuto dall'SRK, anche se ha schierato un totale di 57 candidati nelle regioni di Banskobystrický, Košice e Prešov.

Iniziativa Rom di Slovacchia (Romská iniciativa Slovenska - RIS) aveva candidati al parlamento regionale e tre candidati per le amministrative regionali, tutti senza successo. A Košice, Jozef Červeňák concorreva per il RIS come amministratore ed ha ricevuto 5.363 voti (4,1%). Il candidato vincente, Zdenko Trebul'a, ha ricevuto il 60,25%. Soltanto il 22,93% dei votanti registrati si sono presentati al voto.

A Prešov, si è presentato alle urne il 26,31% dei votanti registrati, dove il candidato del RIS Radoslav Ščuka ha ottenuto 3.223 voti (2,13%). Il RIS presentava un candidato anche nella regione di Banskobystrický, ottenendo 2.499 voti (1,84%). RPA riporta che l'affluenza al voto è stata del 27,06%.

ROMEA, RPA, ČTK, translated by Gwendolyn Albert

 
Di Fabrizio (del 17/11/2009 @ 09:32:03, in Europa, visitato 1076 volte)

Da Nordic_Roma

13/11/2009 - La polizia in Romania ha ricercato a casa e trattenuto 12 persone, sospettate di trafficare sistematicamente mendicanti rom verso la Finlandia.

Investigatori finlandesi e rumeni hanno lavorato assieme sin dall'estate scorsa per confermare i sospetti che ci sia il crimine organizzato dietro il flusso costante di componenti della minoranza rom verso le strade delle città finlandesi (leggi anche QUI ndr).

Alla fine di ottobre, le autorità di Helsinki hanno iniziato a smantellare le baraccopoli e gli accampamenti illegali costruiti dai mendicanti rumeni.

Le baraccopoli nei quartieri Kyläsaari e Kalasatama di Helsinki sono state abbattute, mentre almeno un container usato come riparo è stato trasportato via. Molti degli allontanati dal campo di Kalasatama hanno lasciato il paese all'inizio di novembre. Solo in quattro hanno detto di voler restare in città.

Source: YLE

 
Di Fabrizio (del 16/11/2009 @ 08:54:45, in Europa, visitato 1343 volte)

Da Mundo_Gitano

Per vostra conoscenza ed informazione, trascriviamo di seguito la lettera che un gruppo di giovani gitani spagnola ha inviato al Consiglio d'Europa, lamentandosi per la marginalizzazione degli artisti gitani in un contesto culturale dedicato precisamente ai gitani spagnoli ed all'arte Flamenco.

SILVIA RODRIGUEZ
Responsable de Comunicación de la Unión Romaní

Robert Palmer
Consejo de Europa
Dirección de Cultura y Patrimonio Cultural y Natural
PO Box 431 R6
Avenue de l'Europe
STRASBURGO Cedex
F-67075 Francia
Robert.PALMER@coe.int

Spagna, 5 novembre 2009

Stimato Signor Palmer,

Siamo un gruppo di cittadini romanì spagnoli (gitani) ed utilizzatori del Foro de la Cultura Kali (cultura gitana/romaní spagnola) di Internet e vogliamo manifestare quanto segue:

  1. Le nostre congratulazioni ed il nostro appoggio per la recente messa in marcia della Ruta Europea de la Cultura y el Patrimonio Cultural de los Roma/Gitanos. Siamo sicuri che questa iniziativa renderà possibile il miglioramento dell'immagine sociale del Popolo Gitano d'Europa e contribuirà al miglioramento delle relazioni interetniche nelle nostre società.
  2. Assieme a questo, dobbiamo manifestare la nostra sorpresa ed indignazione per la scelta di due artisti di origine etnica non-gitana/romanò per rappresentare la cultura gitana/romanì di Spagna. E' questa, ci permetta di esprimere il nostro sincero parere, una frode al pubblico ed un'ingiustizia per la nostra cultura ed i nostri artisti.
  3. In Spagna c'è un'enorme moltitudine di artisti etnicamente gitani/romaní, che ogni giorno contribuiscono al sostentamento ed all'incremento del nostro patrimonio culturale e che sono realmente quanti lo hanno generato. E' ingiusto che li si releghi e che non si riconosca il loro enorme apporto non solo al contesto culturale romaní, ma anche all'insieme della cultura spagnola ed europea.
  4. La cultura gitana spagnola ed i suoi musicisti hanno apportato al mondo il flamenco, la rumba catalana ed un'enorme varietà di musiche attuali. Si può affermare che la musica spagnola si sostiene grazie all'apporto romaní.
  5. Il razzismo antigitano opera ancora nella nostra società in maniera tale che malgrado la rilevanza artistica dei nostri musicisti, la critica non riconosce loro il rispetto che meritano. Incluso quei supposti critici musicali che negano l'apporto romaní/gitano alla creazione della musica spagnola per antonomasia: il flamenco. Questo, anche se risulta sorprendente, è abituale ed ha come conseguenza la maggior promozione di artisti di flamenco di origine etnica payo (non-gitana), anche quando la loro categoria artistica sia inferiore ad altri artisti, questi sì, gitani, che rimangono relegati oppure esclusi dai circuiti commerciali della musica.

Ci aspettiamo da lei che prenda le decisioni opportune per evitare che in seguito si ripetano episodi come quelli riportati, che discreditano davanti la cittadinanza romaní europea l'istituzione che lei dirige e che danno fiato alla sopravvivenza del più disprezzabile tra i mali sociali, il razzismo. Siamo convinti che la Ruta Europea de la Cultura y el Patrimonio Cultural de los Roma/Gitanos sarà un referente nell'attuazione della promozione della nostra cultura, però si deve evitare che si converta in uno scandalo della ragione e che serva solo perché gli artisti gachós (non-romaní) vivano a lato della vera cultura romaní come, disgraziatamente, è successo tanto volte nel passato e continua a succedere.

Per terminare, vogliamo manifestarle la nostra piena disposizione a collaborare con la Direzione della Cultura del Consiglio d'Europa per risolvere questo tipo di inconvenienti.

Te del o Del but baxt aj sastipen! ˇSalud y libertad!

Nicolás Jiménez
Sociólogo
50.953.756 Q

José María Martínez Picón
Psicólogo y Técnico de Intervención Social
23.031.596 V

Miguel Fernández Rodríguez
Delineante
72.521.118 W

Antonio R. Fernández Rodríguez
Pastor Evangélico
74.187.266 F

Vicente Rodríguez Fernández
Realizador cinematográfico
53.722.745 N

Carmen Cabanillas Vázquez
Vendedora
23793421 J

Ricardo Moreno Aguilera
28684349 Z
Conductor gruista

Carlos Muńoz Nieto
50961322
Autónomo

Ramón Vázquez Salazar
28604888 H
Realizador audiovisual

UNION ROMANI
Dirección Postal/Postal Address:
Apartado de Correos 202
E-08080 BARCELONA (Spain)

Tel. +34 934127745
Fax. +34 934127040
E-mail: u-romani@pangea.org
URL: http://www.unionromani.org

 
Di Fabrizio (del 14/11/2009 @ 09:48:05, in Europa, visitato 1342 volte)

A Tarnow il museo sulla storia della Polonia ha da qualche anno una sezione sulla storia e la cultura "romanì".

Il loro sito dovrebbe avere anche una versione in inglese (che però non si apre) : - (

In compenso si può vedere un video, con poco testo e molte belle immagini, sull'esperienza itinerante del museo

Adam Bartosz
Dyrektor Muzeum Okręgowego w Tarnowie
Rynek 20-21
33-100 Tarnów
tel. 014 6212149, 6287250 fax. 014 6261585
NIP: 873-000-76-51

 
Di Fabrizio (del 09/11/2009 @ 09:32:38, in Europa, visitato 1498 volte)

segnalazione di Nadia Marino

di Carla OSELLA in "Pabay, nel mondo degli zingari" (ed. INTERFACE-AIZO)

Un giorno Pabaj mi telefonò dal bar emozionata: "Attilia, devi venire subito, perché è arrivata mascia (nonna) Draga dalla Germania, la devi conoscere anche tu, è una delle poche zingare che sono uscite dai lager, te ne avevo parlato tempo fa, ricordi? Vieni in fretta, ti aspetto". Che bella sorpresa poterla vedere, parlarle, ascoltare dalla viva voce un pezzo di storia, anche se tragica di un periodo che non avevo mai vissuto. Sarei corsa immediatamente al campo volando le scale, ma il giorno dopo avevo il compito in classe di matematica e quindi non potevo andare impreparata; ci pensai un attimo, poi decisi che avrei potuto rubare un po’ di tempo al sonno il giorno dopo, anche se al mattino ero sempre stanca e facevo fatica ad alzarmi.

Mascia Draga valeva bene un po’ di sonno! Quando arrivai, c’erano molti Rom accanto a lei, uomini, donne, ma, nonostante facessi degli sforzi per vederla, non ci riuscivo perché era coperta da una piccola folla. In un angolo trovai una sedia vuota e vi salii sopra per vederla. Era una donna minuta, molto anziana, con un diclò (fazzoletto) verde intenso che le copriva i capelli, aveva una maglia rossa da cui spuntava una camicetta con la gonna lunghissima, come portavano le donne del campo.

Lei parlava piano e c’era attorno silenzio, davvero strano in un ambiente sempre chiassoso e pieno di bambini, ma loro non c’erano. Infatti, quando succede qualcosa d’importante, i bambini vengono allontanati. Vidi solo Sanella seminascosta dietro la gonna di sua nonna.

A poco a poco molti Rom se ne andarono e nella baracca rimasero solo poche donne, allora Pabaj mi disse: "Vieni, che ti faccio conoscere la Mascia!".

Mi avvicinai a quella zingara un po’ intimorita, aveva qualcosa di misterioso, che non sapevo definire. Appena si accorse della mia presenza mi disse: "Vieni piccola gagì, fammi vedere il viso" e, mentre mi diceva questo, cominciò a fissarmi negli occhi. "Hai il viso buono - mi disse - perciò puoi essere amica dei Rom".

Sentii che arrossivo fino alle orecchie per quel complimento e mi sembrò di essere ancora più piccola. Nonna Draga mi fece un vero e proprio interrogatorio chiedendomi qual era il motivo per cui venivo al campo e se mi piacevano gli zingari.

Le spiegai il mio desiderio di conoscere meglio chi viveva nelle roulottes. "Tu sei la figlia dei signori delle case di pietra, cosa ci fai in mezzo a questa brutta gentaglia zingara?".

Mi colpì l’ironia con cui diceva quella frase; allora intervenne Pabaj a spiegarle che ero sua amica da molto tempo.

Avrei voluto chiederle tante cose del suo passato, della sua deportazione nel più grande campo di concentramento nazista, ma non osavo. Pabaj però leggeva le mie domande negli occhi e fece lei la domanda che mi interessava. "Le abbiamo parlato molto di te, voleva sapere qualcosa della tua giovinezza".

Un’ombra di tristezza passò sul suo viso, si strinse le mani con forza, quasi a voler scacciare il passato, e mi rispose: "Non mi piace parlare del passato, perché è stato una cosa troppo angosciante, ma forse è importante che la gente sappia che anche il popolo zingaro, come il popolo ebreo, ha pagato con oltre cinquecentomila morti la follia del nazismo. Anche per noi c’è stato l’olocausto".

Mi sedetti accanto a lei in silenzio per ascoltare una storia sconosciuta ai più. Raccontò che abitava in una piccola città della Francia, quando una notte arrivò la GESTAPO (la polizia nazista) nel campo.

"Era un piccolo campo come questo con le baracche, faceva freddo, era tardi ed eravamo tutti a letto. Sono entrati con i mitra spianati e ci hanno fatto scendere, dicendoci che ci portavano in un posto dove raccoglievano tutti gli zingari; il mio papà cercò di spiegare all’ufficiale che eravamo nomadi capitati lì per caso, che non eravamo neppure francesi, ma loro non vollero sentire nulla".

Sua madre coprì bene il fratellino più piccolo e lo mise in braccio al padre, mentre aiutava gli altri a vestirsi in fretta per evitare qualsiasi questione con i poliziotti. Poi li portarono ad una stazione, di cui lei non ricordava neppure il nome, e vennero caricati su un carro merci.

"Avevamo molta paura e anche tanta fame. Il viaggio fu molto lungo, durò parecchi giorni, finché arrivammo ad una piccola stazione polacca, in uno strano posto davanti ad un cancello di ferro dove c’era scritto in tedesco "Arbeit Macht Frei", cioè "Il lavoro rende liberi".

Guardandoci attorno, vedevamo che dagli altri vagoni scendevano dei gagé, donne con i bambini cariche di borse e valigie. Ad un certo punto si separarono: un gruppo da una parte "per le docce"- dicevano - e noi dall’altra.

Ma quando la colonna incominciò la sua lenta marcia, vidi che era composta di ammalati e di bambini. Mi sentii gelare il cuore con il presentimento che qualcosa dovesse succedere; quel giorno fu l’ultima volta che vidi la mamma".

Il racconto diventava sempre più interessante, la baracca si era di nuovo riempita di persone; chi era seduto ai piedi della mascia Draga, chi stava diritto, tutti pendevano dalle sue labbra. "Solo quando i russi giunsero al lager, seppi che mia madre era stata messa nei forni crematori, dopo essere passata dalle docce".

Mentre parlava, si asciugò con il dorso della mano le lacrime che le scendevano dal volto. "A noi hanno fatto un segno che ho ancora sul braccio". Si tirò su la manica e potei leggere bene inciso "Z24161". La nonna disse: "Vi racconto tutto ciò che ho visto e vissuto, ma non è da raccontare ai bambini; invece è importante capire che l’odio porta al razzismo e il razzismo uccide in molti modi, con la morte fisica e con quella morale". Mi spiegò come si poteva uccidere il cuore degli uomini con l’emarginazione:

"Tu sei un gagì, cosa vuoi sapere di queste cose? Tu vivi bene nella tua casa, nessuno viene a controllarti. Per noi invece non è così, quando vai a fare la spesa, ti servono prima degli altri, perché hanno timore che rubi qualcosa, o se sali sul tram, nessuno si siede vicino a te, perché sei zingaro. Si rifiutano non solo di parlarti, ma di starti accanto, quasi avessimo la peste".

Sentivo che era dura, ma la capivo, perché anch’io a scuola avevo dovuto lottare con i miei compagni per difendere gli zingari; ricordavo ancora l’episodio in cui un bambino mi aveva detto con disprezzo: "Sei solo una zingara" e io l’avevo ringraziato, perché, se avessi potuto scegliere, avrei proprio voluto essere zingara.

"Ma - riprese mascia Draga, dopo un po’ di silenzio - bisogna imparare sin da piccoli a capire che tutti hanno il diritto di vivere. Il sole sorge per tutti e la pioggia cade per tutti, tutti abbiamo fame e tutti abbiamo sete, ci sono tante cose simili per i gagé e simili per gli zingari ed anche per i neri dell’Africa, bisogna scoprirle".

Dopo un momento aggiunse: "Hai una nonna? Vai da lei e chiedile cosa vuol dire ciò che ti ho detto. Chi ha vissuto molto, ha acquistato saggezza e bisogna imparare ad ascoltare il passato per non commettere gli stessi sbagli per l’avvenire". Nonna Draga abbassò la voce quasi volesse parlare a se stessa e disse: "Non potevo ritornare in quel posto, ma ci sono andata alcuni anni fa e ho pianto di rabbia, vedendo Auschwitz diventata un museo e constatando che in mezzo alle baracche, dove sono morte migliaia di persone, i ragazzini spesso mangiano patatine fritte e bevono Coca-Cola".

Spiegò: "Ho voluto andare a vedere le baracche del settore zingaro, ma le intemperie le hanno distrutte. C’è solo uno spiazzo vuoto, però ho sempre in tasca un pezzo di pietra che ho raccolto".

Poi si alzò con maestà dalla sedia, come se fosse una regina e con voce più forte soggiunse: "Quando sarai grande, ricordati di ciò che ti disse una vecchia zingara: la pace tra i popoli nasce cercando i valori che uniscono e non le divisioni. Facciamo attenzione che il nazismo non torni in Europa, già troppi innocenti hanno pagato".

Ero rimasta senza fiato; quella piccola donna minuta, dalla voce giovane, aveva raccontato cose mai sentite. Avrei voluto abbracciarla, ma non osavo davanti a tutti i Rom, tuttavia quando l’avvicinai, lei mi strinse forte e mi fece una carezza.

"Vai, piccola gagì, oggi ho parlato troppo per la mia età".

*di Carla OSELLA
in ''Pabay, nel mondo degli zingari'' (ed. INTERFACE-AIZO)
http://www.aizo.it/masciadraga.html

 
Di Fabrizio (del 08/11/2009 @ 09:51:09, in Europa, visitato 1268 volte)

Da Roma_Francais

Nessuna tregua invernale per i Rom

La tregua invernale delle espulsioni locative comincia oggi (2 novembre ndr) e finirà il 15 marzo. Ma le popolazioni che vivono nelle roulottes non sono interessate a questa misura. I Rom per esempio sono contrari a cambiare accampamento, cosa che peggiora la loro situazione sanitaria.

Senza libretti sanitari, ancora meno medici curanti ed per finire poco di cure. La situazione dei Rom, espulsi regolarmente dei loro accampamenti, preoccupa Médecins du monde. I volontari dell'OnG si recano nei campi e constatano in particolare che bambini non sono vaccinati contro malattie come il tetano, cosa che pone un problema di sanità pubblica.

[...]

Tra i 200 e i 400 Rom sono per esempio stati espulsi martedì dalla CRS (Compagnies Républicaines de Sécurité ndr) dai loro accampamenti di Villetaneuse a Seine-Saint- Denis che occupavano da luglio. Il 14settembre la giustizia ha dato ragione ad un società proprietaria del terreno di cui aveva chiesto l'evacuazione. 88 Rom avevano accettato una proposta di sistemazione volontaria ad agosto. Carine Juste, sindaca comunista di Villetaneuse, aveva sottolineato la partecipazione dei comuni al finanziamento dei campi d'inserimento di Seine-Saint- Denis. Ma aveva giudicato l'impegno dello Stato "non all'altezza" in un settore che impegna "la responsabilità nazionale ed europea".

L'arrivo della tregua invernale, che sospende le espulsioni tra il 1 novembre e il 16 marzo, non riguarda i Rom. Associazioni di sostegno ai gitani, gens du voyage e Rom hanno chiesto quest'ultime settimane che la tregua invernale si applichi all'habitat mobile. Vedono nella situazione attuale una discriminazione supplementare per queste popolazioni.

In Francia, 400.000 persone sono ufficialmente registrate come "gens du voyage e Rom". Un terzo è ancora nomade ed il 95% di loro sono Francesi. Il termine di Rom designa in Francia soprattutto Zigani d'origine rumena, bulgara o iugoslava. I Rom sono la più grande minoranza dell'Europa con quasi 10 milioni di persone. Sono all'origine un popolo nomade i cui antenati hanno lasciato il Nord-ovest dell'India all'inizio dell'XI secolo. Sono stati allora catturati e messi in schiavitù prima di disperdersi attraverso l'Europa.

Jean-Louis Dell'Oro

 
Di Fabrizio (del 06/11/2009 @ 09:29:08, in Europa, visitato 1500 volte)

Ho seguito la storia della piccola Natálka e della sua famiglia da questa primavera. Ora che hanno di nuovo una casa, ci sono altre buone notizie. Da Czech_Roma

E' terminata l'operazione conclusiva di Natálka, ora si siede e gioca

Lo scorso aprile nella città di Vítkov, alcuni razzisti causarono bruciature sull'80% del corpo della piccola Natálka, durante un attacco incendiario. Ieri ha finalmente passato l'ultima operazione di inserimento della pelle. Michal Kadlčík, a nome dell'equipe dell'ospedale, ha detto alla Televisione Ceca che l'operazione rimpiazzava il finale 7% della pelle della bambina. Durante gli scorsi sei mesi, i chirurghi hanno sostituito la pelle ustionata di Natálka, prima con pelle artificiale e poi gradualmente con innesti di pelle vera presi dalle parti del corpo che erano state risparmiate dalle ferite.

Per il momento, Natálka rimarrà nell'unità di cura intensiva. Sua madre, Anna Siváková, gioisce per il miglioramento del suo stato di salute. "Sta già seduta e gioca. Sta anche iniziando a mangiare normalmente, ha appena pranzato," ha detto Siváková a Romea.cz. Natálka probabilmente subirà in futuro altre operazioni a membra e giunture.

Dopo lo shock iniziale e la paura seguiti all'attacco, Anna Siváková ha iniziato a credere che Natálka sarebbe sopravvissuta. "Ho creduto che avrebbe recuperato - l'ho cresciuta e so com'è, è veramente forte," ha detto Siváková a Romea.cz in una recente intervista.

Siváková spera anche che grazie al successo delle operazioni, la famiglia gradualmente possa cambiare il modo in cui sono stati obbligati a vivere da quell'attacco con le molotov. "Ora per me tutto è completamente sottosopra. Non ho tempo per me e per le altre bambine. Mi sveglio la mattina, preparo la colazione, mi vesto, prendo il treno, visito Natálka,e torno a sera tardi. Questo è ciò che faccio, giorno dopo giorno, quasi ogni giorno," dice Siváková. "So che con Natálka questa situazione sarà differente, perché lei era eccezionale prima dell'attacco... E' sempre stata avanti agli altri bambini della sua età...ad un anno già camminava. Prima dell'attacco, parlava splendidamente, pulito, senza imperfezioni, sapeva nominare tutto correttamente e pronunciare tutto, andava sul vasino da sola, mangiava da sola, beveva il te ed il succo - era molto indipendente."

Ieri, le altre tre figlie di Siváková guardavano una trasmissione della TV Ceca sulla loro sorella. "Era la prima volta che la vedevano da quell'attacco, sullo schermo, e le ha coinvolte profondamente. Ora va un po' meglio," dice Siváková.

I genitori di Natálka stanno cercando di portarla nella nuova casa che attualmente stanno sistemando. Siváková  ha detto a Romea.cz che i lavori stanno facendo rapidi progressi. Resta da terminare l'intonaco esterno, il bagno, i vani portaoggetti e le scaffalature, prima dell'imbiancatura. "Abbiamo dovuto re-intonacare tutti i muri interni e cambiare i sistemi elettrico e di scarico. Cavi e tubature ora sono a posto, Pavel oggi passerà il cemento," dice Siváková.

František Kostlán, translated by Gwendolyn Albert


Sempre da Czech_Roma, un'intervista ai genitori di qualche giorno prima. E' lunghetta, leggetela a puntate o nel fine settimana

Anna Siváková: Sperare non basta, devi credere

Questa è un'intervista con Anna Siváková e Pavel Kudrik, i genitori di Natálka, la piccola quasi bruciata viva in un attacco incendiario all'inizio di quest'anno. Abbiamo discusso con loro su cosa hanno provato dopo l'attacco, come tutta la storia li ha cambiati ed ha cambiato la vita della loro famiglia, e su tutte le conseguenze che si sono sviluppate dal caso. L'intervista è stata dolorosa, non solo per loro, ma anche per noi. Però, abbiamo concordato che fa bene condividere queste esperienze col resto del mondo, così da rivelare la piena estensione dell'orrore e della mancanza di senso della violenza commessa dai fanatici razzisti. Abbiamo discusso di sentimenti e relazioni con la signora Siváková e di questioni pratiche col signor Kudrik.

Intervista con Anna Siváková

Come ti ha coinvolto questo tentativo di uccidere la tua famiglia? Che tipo di cambiamenti ha causato nella vita ordinaria di ogni giorno?

Ci resterà addosso per il resto della vita. E' passato ora metà anno, e da quel giorno continuiamo a riviverlo. Prima dell'attacco vivevamo una vita tranquilla, tutta la famiglia assieme. Non sospettavamo neanche che cose simili fossero possibili in questo mondo. Questo starà con noi sempre, sempre. Ogni volta che vediamo Natálka, avremo questo attacco di fronte a noi.

Ora per me tutto è completamente sottosopra. Non ho tempo per me e per le altre bambine. Mi sveglio la mattina, preparo la colazione, mi vesto, prendo il treno, visito Natálka,e torno a sera tardi. Questo è ciò che faccio, giorno dopo giorno, quasi ogni giorno.

Quali furono i tuoi primi pensieri dopo l'attacco, quando eravate feriti nell'ospedale e Natálka non era con voi?

Erano sensazioni terribili, non potevo dormire, non potevo mangiare, pensavo a lei tutto il tempo, a cosa le stava succedendo, dov'era, alla sua figura... Chiedevo alle infermiere e a dottori, ma nessuno mi diceva cosa le succedeva e com'era la sua situazione. Aggiravano sempre l'argomento, perché io pure ero in cattive condizioni per le mie ustioni. Così chiesi il numero di telefono dell'ospedale dove era curata Natálka, per parlare con i dottori che la assistevano. Il suo dottore mi disse che la inducevano al sonno artificiale, a causa delle sue terribili bruciature, e mi prepararono al peggio. Mi dissero che sarebbe stato difficile per una bambina che non aveva ancora due anni di sopravvivere a bruciature così estese.

In quel momento, avevo orribilmente paura. Paura di perdere Natálka – a ciò non sarei sopravvissuta.

Dopo le paure iniziali, quando hai iniziato a sperare che si sarebbe salvata?

Non speravo: io credevo. Sperare non è abbastanza, io ho creduto che avrebbe recuperato - l'ho cresciuta e so com'è, è veramente forte. Quello che voleva "doveva essere".

Com'era Natálka prima dell'assalto?

So che con Natálka questa situazione sarà differente, perché lei era eccezionale prima dell'attacco. Ho quattro figlie, e Natálka per la sua età è la più sveglia. E' completamente speciale. E' sempre stata avanti agli altri bambini della sua età. Mi prendevano in giro e mi chiedevano dove l'avessi trovata, perché era completamente differente dagli altri bambini. Natálka ad un anno già camminava. Prima dell'attacco, parlava splendidamente, pulito, senza imperfezioni, sapeva nominare tutto correttamente e pronunciare tutto, andava sul vasino da sola, mangiava da sola, beveva il te ed il succo - era molto indipendente.

Pensi che questa eccezionalità l'abbia aiutata a sopravvivere?

Sì.

In qualche maniera a ricominciato ad essere se stessa?

Ancora non parla, perché ha un tubo nella gola, ma è già intelligente. Persino testarda. E' ancora "il generale", sa cosa vuole e l'ottiene, le infermiere ed io dobbiamo darle ciò che vuole.

Come fa a farvi capire cosa vuole?

Con gli occhi, o indicando. Se non capisco, glielo chiedo e le mostro tutto finché lei non annuisce.

Le altre tue figlie hanno sei, nove e dieci anni. Come stanno reagendo?

Male. Vogliono andare a trovare la sorellina, perché non l'hanno vista per metà di un anno, dall'assalto, ma il capo dei medici dice che al momento non è possibile.

Hanno avuto esperienze negative a scuola o nell'ambiente attorno, a causa di ciò che è accaduto?

Non gli piace quando qualcuno da fuori le chiama, o quando lo fa un estraneo. Sono sempre arrabbiate, sempre. Chiunque sia, imprecano contro di me, dicendo che non possono parlare di lei e che ladevono lasciare sola, restarsene fuori - ma le compagne di scuola delle mie figlie le trattano bene.

Tutto ciò come ha influenzato la loro psiche?

 Hanno degli incubi e non dormono bene. Il fatto che non sopportino che degli estranei dicano il loro nome, mostra quanto sono state profondamente colpite. La più grande, che già capisce cosa sta succedendo, è quella che patisce di più. Non solo non dorme più, ma incolpa se se stessa, dice che avrebbe dovuto succedere a lei e non a Natálka. Abbiamo provato a discutere con lei, a dirle che non può pensare così, che non è per niente colpa sua. Ha iniziato ad andare dallo psicoterapeuta.

Le vostre figlie sanno chi ha fatto questo e perché?

Beh... col tempo ne hanno sentito alla televisione o letto sui giornali, così sanno chi è stato e perché l'hanno fatto. All'inizio hanno cercato di ottenere più informazioni possibili da noi, non capivano. Chiedevano: Perché l'hanno fatto a noi, che non abbiamo fatto male a nessuno?

Cosa le dicevate?

Non sapevo cosa dire. Pavel neanche. Ho detto loro che avrei voluto sapere anch'io la risposta.

Come vi ha cambiati tutto ciò?

Sono più sensibile agli altri di quanto lo fossi prima, come quelli che hanno bambini seriamente malati, o che vivono le conseguenze di un alluvione. Mi commuove terribilmente ascoltare storie simili - mi interrompo e piango, mi chiedo perché debbano accadere queste cose. Per me è stato un grande cambiamento. Una persona che è stata ferita ha compassione per tutti e si coinvolge nell'altrui sfortuna.

Pensi che almeno qualcuno di quelli che vi sono attorno sia cambiato in modo simile?

Lo penso, qui in questo posto dove abbiamo la nostra nuova residenza. ma non a Vítkov. Oggi quello è il posto peggiore per miglia e miglia, in termini di relazioni con i Rom.

Com'era Vítkov prima di quell'attacco?

Prima dell'assalto in generale i locali non parlavano bene dei Rom, ma non l'hanno mai fatto verso di noi direttamente.

Hai passato un'esperienza molto seria. Quando ne parli apertamente, pensi che potrebbe aiutare perché cose simili non succedano più, o che violenze di questo tipo possano almeno diventare meno accettate dalla società rispetto ad adesso?

Non lo so, ognuno è differente, giusto? Difficile da dire. Prima noi non avevamo il minimo sospetto che potesse succedere una cosa simile. Non sapevamo del razzismo, del neo-nazismo, o di questo tipo di attacchi. La responsabilità non dovrebbe essere dei soli governo e polizia, la gente in generale dovrebbe fare ogni cosa possibile per essere sicura che cose simili non accadano più, perché è orribile. Devono capire, una volta per tutte, che anche noi siamo persone, di carne e ossa, proprio come loro. E' lo stesso se siamo bianchi o neri, il punto non è il colore. Questi razzisti vivono tra noi, mi chiedo se non si può fare nulla, ma la gente non dovrebbe giudicare sulla base del colore della pelle.

Cosa pensi degli assalitori?

Penso che non possono essere normali. Una persona normale non farebbe mai una cosa simile. Non è stata spontanea, hanno dovuto prepararla, e sapevano in anticipo che stavano per nuocere a qualcuno. Non so come chiamarli.

Cosa vi sarebbe successo se così tante persone non avessero contribuito alla raccolta dei fondi? Ci pensi talvolta, o è per te un argomento difficile?

E' molto difficile chiedere aiuto agli altri. E' un segno della loro buona volontà che potessero aiutarci. E' un grande avvenimento il loro aiuto. Non mi aspettavo che fosse raccolto così tanto denaro, che avremmo trovato un posto dove stabilirci in una nuova casa.

Sapere che ci fosse così tanta gente solidale con voi ti ha cambiato?

Sì, certamente. Mi ha cambiato. Senza il loro aiuto non avremmo potuto vivere. La nostra vita si sarebbe fermata. Non saremmo stati capaci di ricominciare nell'ambiente dove viviamo ora... Mi fa sentire meglio che ci sia gente simile tutto attorno a noi, che ci sia così tanta brava gente.

Stai gestendo ogni cosa in maniera ammirevole. Dove trovi la forza? Da dove la ricavi?

Natálka mi da la forza. Non so cosa avrei fatto se non fosse per lei. All'inizio, non potevo alzarmi, non potevo stare in piedi. Mi ha aiutato vedere come Natálka cambiava nel tempo, come migliorava giorno per giorno. D'improvviso mi dissi che non potevo buttare via la mia vita, che dovevo fare qualcosa e prendermi cura di lei. Se non io, chi l'avrebbe fatto? Mi sono rialzata, proprio letteralmente. So che nessuno può prendersi cura delle mie figlie meglio di me. Mi ha rimesso in piedi.

Gente crudele

Intervista con Pavel Kudrik

Il sindaco di Vítkov nella rivista Respekt ha detto che la vostra vecchia casa andò in fiamme così rapidamente perché colpevolmente lì era immagazzinata della benzina.

Questo davvero mi ha fatto arrabbiare. Non avevamo nessuna benzina nella casa. Mio suocero non me l'avrebbe permesso, perché lì stipava la legna perla stufa. Non mi era neanche permesso di parcheggiare la macchina di fronte all'ingresso o nel granaio - dovevo parcheggiare distante. La polizia di Vítkov lo sa molto bene, perché una volta mi diedero una multa perché avevo parcheggiato in una zona dove era vietato, visto che non c'era un altro posto dove lasciare la macchina.

Stai lavorando per restaurare la nuova casa. Hai potuto conoscere meglio i tuoi nuovi vicini?

Sì, sono molto gentili e servizievoli.

Stai avendo problemi con le riparazioni?

Non posso dedicarmi ad un lavoro regolare fino a ce non ho finito le riparazioni, perché mi prendono tanto tempo e vogliamo finire il prima possibile, così Natálka potrà tornare a casa. Dal primo novembre dovremo anche iniziare a pagare l'ostello dove temporaneamente stiamo vivendo, perché da quel giorno saremo registrati all'ufficio catastale come proprietari della casa che stiamo sistemando.

Come pensi che l'attacco abbia cambiato i vostri bambini?

Penso che il cambiamento più grande è che hanno smesso di aver fiducia nella gente. Non sono sicuri se chi si avvicina abbia buone intenzioni o meno.

Qual è il tuo sentimento più forte in tutta questa vicenda?

Preoccupazione e paura per la mia famiglia. Probabilmente non mi libererò mai di questa paura. E' nella mia testa tutto il tempo, in maniera inconscia, anche se vorrei dimenticare non posso.

Cosa dici del fatto che la polizia ha arrestato i quattro uomini, li ha accusati di tentato omicidio e li tiene in custodia?

Una liberazione. Anche la mozione per bandire il Partito dei Lavoratori mi da buone sensazioni. Sembra che recentemente la polizia e l'attuale governo stiano facendo del loro meglio per agire su tutto ciò.

Cosa ne pensi di chi vi ha assalito?

Sono completamente senza cuore.

Markus Pape, František Kostlán, translated by Gwendolyn Albert

 
Di Fabrizio (del 03/11/2009 @ 09:41:55, in Europa, visitato 1527 volte)

Da Roma_ex_Yugoslavia

IPSNews.net By Vesna Peric Zimonjic

BELGRADO, 28 ottobre (IPS) - I Balcani hanno il primo museo sui Rom, per raccontare la storia di uno dei gruppi etnici meno privilegiati nella regione

"Questo è praticamente il primo museo sulla cultura rom in questa parte d'Europa, volto a cancellare il pregiudizio profondamente radicato che i Rom siano illetterati o non lascino tracce della loro esistenza" ha detto Dragoljub Ackovic, direttore del museo, all'inaugurazione del 21 ottobre.

"L'idea di raccogliere scritti sui Rom e la loro vita risale a 50 anni fa, ma è stata costantemente negata anche se il gruppo arrivò nei Balcani secoli fa."

Non ci sono statistiche precise su quanti Rom vivano nella regione, ed i dati delle nazioni dell'ex Jugoslavia: Bosnia,Croazia o Serbia sono soprattutto stime. Per la Serbia, il numero può variare dai 105.000 del censimento 2002 alle stime di 600.000 delle OnG Rom.

Prima della guerra 1992-95, si riteneva ci fossero in Bosnia oltre 50.000 Rom, ma dato che non vi è stato più alcun censimento dal 1991, il loro numero rimane sconosciuto. Si stima anche che tra i 30.000 e i 40.000 Rom vivano in Croazia, anche se il censimento 2001 indicava soltanto 9.463 membri di questa comunità.

"Quando c'è il censimento i Rom sono esitanti a dichiarare la loro etnia," ha detto Ackovic a IPS. Preferiscono citare la loro provenienza locale, sperando così di mischiarsi con più successo. A parte ciò, molti di loro sono comunque analfabeti e non hanno documenti personali adatti ad essere conteggiati in un censimento."

La Serbia ha iniziato un anno fa a fornire ai Rom documenti personali adeguati e assistenza sociale di base [...]

Annunci sui media elettronici pubblicizzano la registrazione gratuita negli uffici municipali, cosicché i Rom di tutte le età, possano ottenere certificati di nascita e documenti personali, obbligatori per i maggiori di 16 anni. I certificati ed i documenti personali sono la base per entrare nel sistema socio-sanitario.

"Sta procedendo lentamente," ha detto Rajko Djuric a IPS. E' un importante attivista rom ed è l'unico membro di quest'etnia ad esser diventato membro della prestigiosa Accademia Serbia delle Scienze e delle Arti. "Tanti Rom sono analfabeti. Aprendo questo museo vogliamo mostrare che le cose sono differenti e possono cambiare, può essere d'aiuto a cancellare il pregiudizio."

Il piccolo museo di Belgrado si trova al piano terra in un salone di 75 mq che si affaccia su una strada trafficata. Ha aperto con un'esibizione intitolata "Álava e Romengo" (Mondo dei Rom), che presentava oltre 100 documenti, inclusa una copia del più antico testo scritto in lingua rom, pubblicato nel 1537 in Inghilterra, ed una copia del primo libro sui Rom pubblicato in Serbia nel 1803. Il libro intitolato "Zingari" contiene fiabe e racconti tradizionali rom.

Altri 300 libri in lingua rom possono essere letti in forma elettronica, su dieci computer in una delle sale del museo. La lingua rom, ufficialmente "romani chib", consiste in diversi dialetti, come il vlax romanì parlato da si stima 1,5 milioni di persone, seguito dai dialetti balcanici, carpatici e sinti, ognuno parlato da diverse centinaia di migliaia di persone.

Analisi della romani chib hanno mostrato che è strettamente imparentata con le lingue parlate nell'India centrale e settentrionale. Le relazioni linguistiche indicano le origini del popolo rom.

Tra questi c'è un libro di una scrittrice rom scarsamente conosciuta, Gina Ranicic, vissuta a metà del XIX secolo, e copie del giornale "Romano Lil" (Voce dei Rom), stampato a Belgrado dal 1935 sino all'occupazione tedesca nel 1941.

Ci sono anche diverse copie di un singolare dizionario tedesco-serbo-rom compilato dai Rom imprigionati nei campi attorno a Belgrado durante la II guerra mondiale, otto copie della Bibbia tradotta in romanì decenni fa, e diversi libri sulla grammatica della lingua rom.

Un tabellone sul muro illustra le rotte storiche dei Rom arrivati nei Balcani. Il primo fu un gruppo da circo che arrivò in Serbia nel 1322, dalla Grecia. Molti Rom arrivarono con l'occupazione turca dei Balcani alla fine del XIV e nel XV secolo. Vecchie registrazioni turche in Serbia mostrano che nel XVI secolo la maggior parte delle grandi città avevano "mahalas" (quartieri) rom, i cui abitanti erano "fabbri, cantanti e ballerini".

"La storia è una cosa, ma la vita attuale è un'altra," ha detto Dragan Djilas, sindaco di Belgrado, all'apertura del museo. La città di Belgrado, la più grande OnG Rom chiamata "8 aprile" (dal giorno internazionale dei Rom, ed organizzazioni rom internazionali hanno finanziato il museo.

"Non c'è dubbio che il contributo dei Rom alla storia e alla cultura di Belgrado è stato grande," ha detto Djilas (42) a IPS."Ma nei decenni passati le cose sono cambiate, ed oggi si sente spesso qualcuno dire: nessun bambino rom con mio figlio a scuola, cosa inimmaginabile quando sono cresciuto io."

Negli ultimi due decenni, da quando sono iniziate le guerre di disintegrazione dell'ex Jugoslavia, i nazionalismi e gli odi interetnici hanno cambiato anche il punto di vista della gente verso i Rom.

In tutta la ex Jugoslavia, i bambini rom sono mandati in scuole per bambini con ritardi mentali, anche se sono perfettamente sani. La ragione riportata dalle autorità dell'istruzione di solito è che i bambini non parlano abbastanza bene la lingua locale, ed hanno bisogno di tempo per imparare ed adattarsi ai programmi normali.

Uno sguardo della recente ricerca sui Rom al museo fornisce un'immagine cupa, anche se questa decade è stata internazionalmente proclamata come quella dei Rom e del miglioramento delle loro vite.

In Bosnia, uno studio dell'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione Europea (OSCE) ha trovato che il 70% della popolazione rom di 50.000, è andato disperso durante il conflitto 1992-95, il 60% dei Rom nella Bosnia attuale è illetterato, il 90% non ha assicurazione sanitaria, il 70% non è capace di vivere senza l'assegno sociale (20 dollari al mese) e l'80% non è scolarizzato.

In Serbia, uno studio simile di "8 aprile" ha trovato che la maggioranza dei Rom vive in 600 "città di cartone" attorno alle grandi città. L'aspettativa di vita per le donne è di 45 anni, 56 per gli uomini. Oltre il 70% sono analfabeti, e soltanto lo 0,4% ha studiato all'università.

"C'è una sola cosa peggiore di essere una donna in Serbia, ed è essere una donna rom," ha detto a IPS Jasna Ilic, del centro donne rom Bibija. "Quasi tutte le donne rom, che si sposano molto presto,  vivono per prendersi cura del gran numero di bambini che hanno. I genitori  non vogliono investire nella loro educazione e così andranno maritate ad un'altra famiglia, e quello che le attende è in molti casi, violenza familiare e cura senza fine degli altri."

Una ricerca dell'Istituto per gli Studi Antropologici in Croazia mostra che un quinto degli uomini rom e il 40% delle donne rom non è mai andata a scuola, e quanti l'hanno fatto, ci sono rimasti soltanto cinque anni invece di otto. Le ragazze in media si sposano a 16-17 anni ed hanno quattro figli. Soltanto un quarto degli uomini ha un impiego - soprattutto lavori temporanei. (END/2009)

 

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