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La redazione
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Fabrizio (del 15/05/2012 @ 09:56:01, in sport, visitato 4756 volte)

Lui pubblicamente non l'ha mai ammesso, anche se la storia è da anni di dominio pubblico. Così qualcuno è andato a spulciare nel passato

L'Espresso di Gianfrancesco Turano

I tifosi avversari lo chiamano così, pensando di insultarlo. Viene da una famiglia che lavora i metalli secondo la tradizione Rom. E che nel tempo ha creato un piccolo impero siderurgico. A cui anche lui si dedica appena esce dal campo

(14 maggio 2012) "Andrea Pirlo resterà con noi e finirà la sua carriera al Milan", disse Silvio Berlusconi nell'agosto 2009. Un impegno concreto, uno dei tanti. Due anni dopo, il centrocampista italiano più forte dell'ultimo decennio - non è un giudizio, è un'evidenza - è stato ceduto alla Juventus. A Torino è stato decisivo per uno scudetto che chiude il periodo infernale per la Juve, condannata per Calciopoli, privata del titolo del 2005 e del 2006, retrocessa in serie B e reduce da due settimi posti indegni della tradizione gobba.

Un autogol di mercato così clamoroso non si vedeva dal 2001, quando l'Inter di Massimo Moratti cedette al Milan il centrocampista italiano più forte del decennio a venire. Cioè, sempre Pirlo. L'estate scorsa a Milanello dicevano che il regista di Flero (Brescia) era vecchio, che era rotto e che costava caro. Non più caro, rotto e vecchio di tanti altri rossoneri, come si è potuto notare. Di sicuro, più orgoglioso di molti compagni e per ragioni che vanno oltre le righe di un campo di calcio.

L'uomo chiave dello scudetto juventino non è solo un grande giocatore. E' anche un industriale siderurgico di etnia politicamente scorretta e sospette simpatie progressiste. Così, quando Adriano Galliani gli ha chiesto di ridursi lo stipendio a 2 milioni di euro netti, Andrea metallurgico ferito nell'onore ha fatto il borsone ed è partito alla volta dello Juventus stadium, dove un altro Andrea, di cognome Agnelli, gli ha offerto il doppio dell'ingaggio: 4 milioni netti più bonus legati ai risultati. Risultati che sono arrivati subito, prima ancora di quanto lo stesso Agnelli pensasse. Tra industriali ci si intende, fatte salve le proporzioni.

Il gruppo Pirlo è composto da una mezza dozzina di aziende tra Flero e Castel Mella, dove inizia la Bassa bresciana, terra piatta e nebbiosa molto diversa dalle valli dei tondinari a nord della città. La capogruppo, guidata dal padre Luigi, si chiama Elg steel e, nell'insieme, tiene piuttosto bene in tempi di recessione. I ricavi dalla produzione di tubi tondi e quadrati sono passati dai 41 milioni del 2004 ai 63 del 2010 con un picco di 72 milioni nel 2008. I bilanci sono in equilibrio e le spese per il personale si aggirano intorno ai 4 milioni di euro, la metà di quello che la Juventus spende, a costi aziendali, per il solo centrocampista con la maglia 21, stesso numero che porta in Nazionale.

Nella società fondata dal padre trent'anni fa, Andrea ha una piccola quota attraverso la sua holding personale Ap 10. Poteva limitarsi a quello e agli investimenti in immobiliare che fanno tutti i calciatori. Che fa anche lui, del resto. E che fa bene. Il patrimonio di Ap 10 supera i 15 milioni di euro, in larga parte edifici a Brescia, una villa a Forte dei Marmi, un appartamento in via Moscova a Milano e un intero edificio acquistato a marzo del 2011 nell'altrettanto pregiato corso Magenta al civico 10. Non poteva mancare l'azienda vitivinicola, la Pratum Coller sempre nella bassa bresciana, dove Pirlo si esibisce con uve marzemino, sangiovese e trebbiano messe in botte nelle cantine di una cascina medievale.

Ma l'amore per la siderurgia è una passione fisica dominante. Non c'è altro modo per spiegare quello che passa per la testa di un tizio che il 23 maggio 2007 vince la finale di Champions league contro il Liverpool ad Atene e meno di quarantotto ore dopo, il 25 maggio 2007, sì e no il tempo di tornare dalla Grecia, fonda a Brescia la Fidbon che di mestiere fucina, imbutisce (sic), stampa e profila metalli per circa 3 milioni di euro di ricavi annuali.

La ragione profonda di questo attaccamento va al di là di una logica di investimenti diversificati ed è legata alle origini della famiglia del calciatore che, dal lato paterno, avrebbe discendenza sinti, una delle etnie romanì, la stessa del chitarrista jazz Django Reinhardt. Il commercio e la lavorazione dei metalli è uno dei mestieri tradizionali delle comunità romanì. Negli stadi li chiamano zingari e, di solito, la definizione è seguita da apprezzamenti razzisti. Il giocatore non ha mai voluto commentare la questione, alquanto problematica in un ambiente dove ancora si lanciano le banane ai giocatori africani e alcune curve espongono simboli nazifascisti. Senza dimenticare il sindaco di Chieti che, lo scorso marzo, ha definito con disprezzo "mezzo rom" l'allenatore boemo

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Di Fabrizio (del 14/05/2012 @ 09:38:40, in Italia, visitato 1046 volte)

Tratto da un recente scambio di opinioni:

Nell'introduzione leggiamo: "Quelli di cui parlo non sono Rom immaginari o da rotocalco, ma persone reali con cui ho agito, discusso, riso, litigato per anni". Quale è la Sua esperienza personale con la comunità rom?
Quella di una comunità piccola, rinchiusa ed assediata. Al di là di questo, composta da gente che ha, come me o come il mio vicino di casa, problemi, aspettative, guai e speranze...

    Ho ritrovato un post che fece scandalo nella sonnacchiosa comunità dei blog di Tiscali, del 17 marzo 2005:

Vittorio: "Per come è oggi la situazione, è meglio vivere in un appartamento, soprattutto per i nostri figli. Nei campi spesso c'è troppa violenza, e la situazione igienica non è certo delle migliori".

Rita, sua moglie: "Certo, io pur non essendo una zingara preferivo la vita nei campi. Anche i nostri bambini stavano meglio. Quando ci siamo trasferiti in appartamento non riuscivano a dormire, si sentivano soffocare e poi sentivano la mancanza dei loro amici. Nei campi si vive tutti insieme, in questi palazzi, invece, ognuno pensa per sé".

Ivan: "Tutte le mattine devo timbrare il cartellino alle otto. È mio padre che tutte le mattine mi accompagna all'autobus in macchina. La mia vita è cambiata completamente, vivo con i miei e prima andavamo avanti col contagocce, oggi ho dodici mensilità, tredicesima e quattordicesima. Sul posto di lavoro nessun problema, essere zingaro non ha provocato reazioni negative fra i miei colleghi. I miei colleghi non sono bambini, sanno che vivo in un accampamento, ma non è un problema."
testimonianze da: Zingari a Milano di Laura Tajoli, Roberta Lorenzetti, Giliola Verza ed. Vivereoggi – Comune di Milano

Francesco: "La nuova sistemazione abitativa ha fatto emergere anche nuovi problemi cui devo dedicare la mia attenzione e il mio impegno. Devo occuparmi degli attacchi della luce, delle giovani coppie in cerca di casa e dei rapporti tra il nuovo quartiere e gli altri cittadini di Cosenza.
Non è facile il mio ruolo; mentre prima della realizzazione del villaggio mi occupavo della sola questione abitativa, ora affronto tutti i problemi, sono un mediatore 'globale', usando una parola imparata dei miei amici del Movimento per la Pace che ho frequentato da quando siamo usciti dalla baraccopoli e viviamo più intensamente la vita cittadina.
L'uscire dall'emarginazione mi ha permesso di acquistare maggior sicurezza nelle mie capacità. La responsabilità acquisita, grazie all'incarico di mediazione dell'Opera Nomadi, mi ha spinto a partecipare con consapevolezza a tutti gli incontri con le autorità, come ad esempio il Giorno della Memoria, organizzato insieme al Comune di Cosenza per ricordare i Rom e i Sinti sterminati dal nazi-fascismo.
L'arrivo nella nostra città di un gruppo di Rom, provenienti dalla Serbia, è stata l'occasione per conoscere la lingua che parlavano i miei nonni: quel romanès che vorrei portare nelle scuole."
atti del convegno: LA MEDIAZIONE CULTURALE, una scelta, un diritto – Istituto di Cultura Sinta – Mantova 2004

Parlando con un amica al campo: "Quand'ero più giovane, sono andata a chiedere l'elemosina. Non perché mi piacesse, ma perché non c'erano alternative. Adesso qualche volta lavoro, non lo farei più. I miei genitori erano analfabeti, io ho studiato in collegio. Le mie figlie adesso frequentano le superiori. Ecco: non voglio che loro debbano mai chiedere l'elemosina, sarebbe l'unico motivo per tornare a farlo io!
Loro sono diverse da me: figurati che adesso si preoccupano della linea! E poi, io alla loro età mi vestivo come capitava, loro vanno a scuola e vogliono non sfigurare di fronte alle loro amiche gagi. Così, mi chiedono i soldi per i vestiti. Ma di soldi, ne girano sempre pochi. Così ho risposto: la mattina andrete a scuola, il pomeriggio a lavorare. Anche come lavapiatti, non importa. Non torno a chiedere la carità per comperarvi vestiti."

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Di Fabrizio (del 14/05/2012 @ 09:03:19, in Italia, visitato 3743 volte)

COMO La campagna elettorale si infiamma. Manca una settimana al ballottaggio e si consuma il primo vero scontro tra la candidata del Pdl Laura Bordoli e il candidato del centrosinistra Mario Lucini.

A scatenare la bagarre è stata un'iniziativa lanciata ieri da Bordoli e dal Pdl: una raffica di volantini, distribuiti in città e pubblicati su Internet (compaiono anche nel notiziario web del coordinatore provinciale Alessio Butti), per denunciare che «la città in mano alla sinistra sarà una città diversa». Esistono diverse versioni, tutte comunque tese a sottolineare quello che accadrebbe - secondo il Pdl - se Lucini divenisse sindaco: i centri sociali nelle circoscrizioni, i campi nomadi vicino casa, l'aumento dell'immigrazione, una moschea in città, l'addio ai vigili di quartiere. E ancora: aumento delle tariffe dei mezzi pubblici, aumento delle tasse comunali, pedaggio per entrare in città. «È accaduto a Milano con Pisapia e accadrebbe anche qui», è la tesi del Pdl... (continua su La Provincia di Como)

Non vi pare di aver già sentito qualcosa di simile?
Bossi: ''Pisapia è matto, vuole che Milano diventi una zingaropoli''
Sappiamo com'è finita

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Di Fabrizio (del 13/05/2012 @ 09:11:55, in casa, visitato 1263 volte)

Sitart.org  Milano 19 - 20 Maggio 2012

ZigzArt è il titolo dell'evento promosso da SITART nel campo Rom di via Idro a Milano.
Il progetto nasce con le intenzioni di riqualificare più che il luogo, le relazioni tra i Rom e i cittadini in occasione della festa di "Via Padova è meglio di Milano" cantiere d'integrazione multiculturale in progress.

Gli artisti: Ilaria Beretta, Beppe Carrino, Angelo Caruso, Federico De Leonardis, Carlo Dulla, Pino Lia, Elisabetta Oneto, Sabina Sala, Stefano Sevegnani, con la direzione artistica di Jacqueline Ceresoli, hanno creato installazioni site-specific, temporanee sul luogo, per condividere con gli abitanti un progetto di estetica sociale e di arte sostenibile.
Sitart, da anni agisce nei luoghi urbani con azioni di Social Art: una forma di arte pubblica attiva, temporanea, che trasforma le relazioni tra gli artisti, le persone, il luogo e il pubblico in un progetto di attivazioni di dinamiche culturali e sociali.

Social Art di Jacqueline Ceresoli

Nell'era dell'iperconnessione veloce "Tout change, tout bouge, tout va de plus en plus vite" e la rete per alcuni è una corsia preferenziale che accelera contatti ed evoluzioni sociali, per altri, gli emarginati digitali, separa vite, stili e identità di moltitudini di persone che si rifugiano in campi situati ai confini della città dove, nei migliori casi, si recupera un modello di comunità agricola, di villaggio contadino, in alternativa al modello urbano, ponendo alla base della società non il denaro, ma il patto di rispetto e di solidarietà tra gli individui.

Il Campo di via Idro è un Eden anomalo, trasformato in centro di convivenza tra etnie diverse, situato al termine di via Padova e vicino alla Tangenziale est, abitato da oltre 20 anni da circa 120 Rom Harvati, diventati cittadini italiani. Questa tribù urbana è costituita da residenti iscritti al Servizio Sanitario con bimbi scolarizzati e la metà di loro ha meno di 18 anni. Date queste condizioni di stanzialità, ex nomadi hanno trasformato il campo in una comunità, dove si contano più case che roulotte, molte delle quali con verande, orti o giardini, cavalli, galli e galline, tacchini, cani, gatti, ponendosi in un rapporto osmotico con il territorio, ma non con il tessuto urbano. In questa comunità di integrati, ma divisi dai cittadini per scelte di vita, 9 artisti italiani diversi per età, formazione e linguaggi adottati, hanno creato site-specific e installazioni a tecnica mista temporanee sul luogo, per condividere con gli abitanti un progetto di estetica sociale e di arte sostenibile promosso da Sitart.

ZigzArt nasce con le intenzioni di riqualificare più che il luogo, le relazioni tra i Rom e i cittadini in occasione della festa di via Padova, cantiere d'integrazione multiculturale in progress.
Dall'inizio di via Idro, lungo la Martesana, all'angolo di via Padova fanno capolino le vele colorate e i nastri di carta riflettente che definiscono un "Isola" immaginaria di Stefano Sevegnani, affacciata sul Naviglio.
Da via Padova fino al Villaggio Idro si estende intorno alla campagna limitrofa il "Serpente d'oro", di Sabina Sala, composto da chicchi di grano: l'oro del Mediterraneo e delle civiltà contadine.
Ilaria Beretta evoca il concetto di "migrazione" con una gigantesca capanna di stoffa, come ready made del nomadismo dei Rom, prototipo di abitazione di uomini in movimento, divenuti stanziali con la casa.
All'ingresso del Villaggio, troverete disegnato sul muro con martello e scalpello l'opera "Pastorale" di Federico De Leonardis, un grande bastone, simbolo del pastore che guida e accudisce al suo gregge, come insegna di un modello di vita idilliaca e bucolica, come alternativa a quello urbano.
Angelo Caruso ricopre con "Foulards" variopinti di gusto gitano, donati dalle donne del Villaggio, "la grande serra del perduto lavoro" della Cooperativa Rom che coltivava piante da vendere al mercato ora abbandonata, qui riutilizzata come rifugio per galline e altri animali da allevamento, cavalli al pascolo, liberi di circolare sull'antistante orto coltivato: è un'altra evocazione simbolica di vita agreste, perduta con la rivoluzione industriale, quando l'uomo ha interrotto la relazione con la natura.

Zigzagando dentro il villaggio, lungo la strada principale, noterete l'installazione "Fiat Lux", realizzata con alcune centraline di energia in disuso, trasformate da Carlo Dulla in simbolici altarini, in cui compaiono ex voto di luce, di gas e di acqua come apparizioni, presenze miracolose non sempre garantite in questo campo.
Davanti al Centro Polifunzionale del villaggio, pensato come presidio sanitario, sociale e culturale, sempre chiuso e poco utilizzato dal Comune, Elisabetta Oneto presenta, "Pori", un'installazione di code di cavallo, che per i Rom rappresenta un mezzo di trasporto, di sostentamento ed è il simbolo della loro cultura nomade.
All'interno dell'edificio, Beppe Carrino ha rivestito una stanza con "Scritture del corpo": una serie di disegni a matita che rappresentano i calchi di mani, piedi e fronte di varie persone e abitanti del Villaggio. Questa istallazione ambientale prevede il coinvolgimento del pubblico che si presterà a lasciare una traccia del suo passaggio nel campo.
Nel cortile dell'edificio dismesso, c'è ormeggiata una "Bari–Barca" di Pino Lia, a forma ellittica, in centro una ruota, simbolo del timone, circondata da ramificazioni dalle quali pendono guanti in lattice e rose con immagini multietniche, come metafora del viaggio e delle migrazioni di popoli sulla scia del sogno di una terra promessa.
Sitart, da anni agisce nei luoghi urbani con azioni di Social Art: una forma di arte pubblica attiva, temporanea, che trasforma le relazioni tra gli artisti, le persone, il luogo e il pubblico in un progetto di attivazioni di dinamiche culturali e sociali, mettendo in discussione il ruolo dell'artista in questo ambito, meno autoreferenziale e più utile alla collettività, sull'esempio della "Scultura Sociale" di Beuys e trasforma Milano in un prototipo di "Museo diffuso", dal centro alle periferie, open-space di un'arte sostenibile contro la museificazione dell'arte contemporanea, dinamica e complessa.

Info:
Titolo: ZigZart - Evento organizzato da SITART - Ideato e curato da Angelo Caruso - Direzione artistica Jacqueline Ceresoli - Direzione all'accoglienza nel Villaggio Fabrizio Casavola - Luogo: via Padova angolo via Idro al Campo Nomadi sul Naviglio Martesana. - Periodo: 19+20 Maggio 2012

Partner: Comunità Rom di Via Idro, Comitato Vivere in Zona 2, Associazione AB, City Art, Anpi Crescenzago, Martesana 2, Teatro degli incontri.

Per info: Angelo Caruso - Cell. 3357689814
info@sitart.orgwww.sitart.orgwww.meglioviapadova.org
Per informazioni: City Art, tel. 02-87167065, cell. 335-7689814, www.cityart.it, info@cityart.it

Patrocinio: Comune di Milano - Consiglio di Zona 2

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Di Fabrizio (del 12/05/2012 @ 09:02:59, in Kumpanija, visitato 1603 volte)

Capita, di sentire paragonare la situazione di Rom e Sinti in Europa a quella dei nativi americani. Una delle cose che può unirli, è la conoscenza dell'erboristeria tradizionale, conoscenza che col tempo sta sparendo tra le comunità romanì. Non conosco approfonditamente la situazione dei nativi americani, ma vedo che tra loro questa memoria viene tramandata come identità culturale.

Indian country By ICTMN Staff May 4, 2012 RSS - Pat Gwin, direttore alle Risorse naturale della Nazione Cherokee, discute sulle piante con Cathy Monholland, storica delle tribù e specialista del curriculum culturale, in preparazione della seconda conferenza annuale etnobotanica  della Nazione Cherokee. La conferenza si terrà il 24-25 maggio. (Courtesy of Cherokee Nation)

Imparare come i Cherokee usavano le piante tradizionale come medicina, cibo, riparo, armi e altro ancora prima del Trail of Tears (l'esodo forzato dalle terre native ndr.) e di come alcuni componenti delle tribù stanno operando per preservare le tradizionali conoscenze ecologiche, e coltivare giardini con queste piante  importanti per gli Cherokee. Poi si andrà a piedi verso Rocky Ford, a nord di Tahlequah, Oklahoma, per osservare queste antiche piante crescere nel loro ambiente naturale e ascoltare come iniziare il proprio giardino cherokee.

La seconda conferenza annuale etnobotanica  della Nazione Cherokee si terrà il 24-25 maggio. Il primo giorno, gli oratori condivideranno alcune conoscenze tradizionali riguardo le piante della Riserva Cherokee del complesso tribale W.W. Keeler a Cherokee, Oklahoma. La conferenza si concluderà con la visita guidata a Rocky Ford.

"Scopo della nostra conferenza è far crescere la consapevolezza e l'apprezzamento per le piante cherokee, che ci fornivano non solo da mangiare ma anche medicina," dice Cathy Monholland, storica delle tribù e specialista del curriculum culturale per la Nazione Cherokee, in un comunicato stampa. "In molti hanno interesse ma non la competenza riguardo a queste piante, quindi vogliamo insegnare di più su queste piante che ancora sono importanti nella vita dei Cherokee, ed il nostro cammino nella natura ha lo scopo di permettere alle persone di osservare alcune di queste piante nel loro habitat naturale."

Clint Carroll (Courtesy of the University of Minnesota)

Il primo giorno l'oratore ospite Clint Carroll, della Nazione Cherokee, evidenzierà le diverse sfide contemporanee che il suo popolo deve affrontare nel preservare la conoscenza ambientale degli indiani americani e le sue pratiche, col discorso: "Cosa sappiamo su ciò che vive nel mondo selvatico: la conoscenza ambientale cherokee attraverso le epoche". Carroll è dottore associato in studi degli indiani americani all'università di Minnesota–Twin Cities ed ha lavorato come tecnico all'ambiente e alle risorse naturali per la Nazione Cherokee.

Dopo il discorso di Carroll, i maestri giardinieri Tony e Carra Harris presenteranno alle 13.30 "Se le piante potessero parlare: una relazione cherokee". La coppia ha coltivato una delle più grandi collezioni nella nazione di piante significative per i Cherokee. Tony illustrerà come le piante erano usate per medicina, cibo, ripaqro, armi, strumenti e a scopo cerimoniale, prima del Trail of Tears. Carra presenterà idee e risorse per iniziare un proprio giardino cherokee.

La giornata conclusiva vedrà una passeggiata guidata di due ore nella natura, durante la quale i relatori della conferenza ed i rappresentanti del dipartimento alle Risorse Naturali illustreranno alcune delle piante presentate nella conferenza.

"Portiamo i partecipanti dove possono vedere crescere le piante, cosa che normalmente non è proponibile in un ambiente suburbano," ha detto Pat Gwin, guida alla camminata e direttore alle Risorse Naturali della Nazione Cherokee. "L'ambiente naturale dell'altopiano di Ozark assomiglia all'ambiente più a est dove vivevano i Cherokee."

La conferenza è gratuita ed aperta al pubblico. Per la passeggiata nella natura, verrà data precedenza ai primi arrivati. Informazioni sulla Conferenza Etnobotanica della Nazione Cherokee, contattare Monholland (001) 918-453-5389.

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Di Fabrizio (del 11/05/2012 @ 09:48:43, in scuola, visitato 923 volte)

Segnalazione di Stojanovic Vojisvav

JusticeTv Mercoledì, 09 Maggio 2012 15: :24 - Scritto da Martina Chichi

In Croazia, per la prima volta, un tribunale nazionale condanna una donna accusata di aver discriminato la comunità rom. È accaduto a Fiume, dove, due anni fa, un'esercente ha rifiutato di accogliere nel suo negozio due ragazze di origine rom che si erano presentate per svolgere un tirocinio richiesto dalla scuola secondaria superiore.

La titolare dell'esercizio aveva chiuso loro in faccia la porta del locale chiamandole "zingare". Le studentesse hanno denunciato l'episodio alla preside della scuola di economia frequentata e, dopo aver trovato un altro negozio per svolgere le ore di pratica necessarie per superare l'anno, si sono rivolte al tribunale per ottenere giustizia.

Il giudice ha condannato il gesto d'intolleranza della donna, ordinandole di pagare una pena pecuniaria. Si è trattato, secondo la pronuncia, di un caso di discriminazione su base etnica. Caso che ha destato l'attenzione dell'opinione pubblica in una città multiculturale come Fiume, dove gli episodi di intolleranza verso le comunità rom e sinti non sono affatto rari.

Le giovani sono rimaste soddisfatte. "Credo che il verdetto aprirà la strada ad altri processi e aiuterà molte persone che vengono danneggiate perché non appartenenti alla maggioranza etnica che c'è nella popolazione" ha commentato una delle ricorrenti.

È un verdetto importante per la Croazia, perché per la prima volta è un tribunale nazionale a emanare una condanna. Finora vicende legali analoghe avevano trovato seguito solo presso la Corte europea dei diritti dell'uomo.

La discriminazione scolastica in Croazia era stata oggetto, nel 2010, di una sentenza dei giudici di Strasburgo. Quattordici ricorrenti di origine rom lamentavano il fatto di aver visto inserire i propri figli in classi composte esclusivamente da ragazzi della stessa etnia. In quella occasione la Corte aveva ritenuto che formare nelle scuole elementari classi separate per i bambini rom li sottoponesse a un trattamento differente rispetto a quello degli altri alunni. Le classi separate finivano per sfavorire il grado di istruzione dei bambini, senza tenere conto delle esigenze di coloro che conoscevano male la lingua croata. La Croazia era stata condannata a risarcire per danni morali i ricorrenti, colpevole di aver discriminato la comunità rom e di non aver garantito il diritto all'istruzione.

Fa notizia, quindi, la sentenza di condanna per discriminazioni di un tribunale croato, accolta nella giurisprudenza nazionale come un significativo precedente.

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Di Fabrizio (del 11/05/2012 @ 09:17:11, in musica e parole, visitato 1047 volte)

Assaman Martedì 08 Maggio 2012 13:27 - Scritto da Alessandra Montesanto

    In Razzisti a parole (per tacer dei fatti) - un saggio edito da Laterza nella collana Il nocciolo - Federico Faloppa prende in considerazione parole, modi dire e frasi ricorrenti nella comunicazione degli italiani che suggeriscono una mentalità ancora molto, troppo chiusa nei confronti degli stranieri. Ma il linguaggio è anche un pretesto per analizzare le politiche in atto, il mondo dell'informazione e la società stessa in relazione ai temi dell'intercultura e delle nuove forme di polis e di cittadinanza.

Perché ha sentito l'urgenza di scrivere questo saggio? Si può parlare, oggi, ancora di "razzismo"?
Lavoro sui temi del libro da una quindicina d'anni, ormai. E proprio dall'osservazione del linguaggio, e dei suoi usi, ho avuto l'impressione che in questi ultimi quindici anni - malgrado nel frattempo la società italiana sia diventata più complessa, si sia arricchita di presenze, sia diventata, per usare un termine chiaro ancorché discusso, molto più "multiculturale" - il nostro modo di rappresentare questa ricchezza, questa "diversità" (in particolare quella apportata dai migranti), e di parlarne, sia diventato paradossalmente più approssimativo, più stereotipico, e poco rispondente alla realtà. Anzi, mi pare che - per una serie di fattori precisi e concomitanti - atti non sporadici di xenofobia, un evidente "razzismo istituzionale" (a questo proposito, invito a leggere il recente libro di Clelia Bartoli Razzisti per legge), un disarmante conformismo dell'informazione - si sia anche creato, in particolare nel decennio 2001-2011, un discorso razzista diffuso, direi egemonico: talmente egemonico da apparire spesso normale, da non fare più scandalo, da non poter essere quasi messo in discussione. Da passare paradossalmente per "realista" (malgrado gli stessi dati lo sconfessino), in opposizione a quel presunto "buonismo" cui si attribuiscono - artatamente - tutti i mali... Da queste constatazioni è nata l'urgenza di scrivere un pamphlet che tentasse di decostruire questo discorso egemonico, proponendo al lettore alcuni semplici esercizi di smontaggio dei "testi" e quindi dei messaggi, più o meno celati, che questi veicolano.

Nel libro ha preso in considerazione alcune parole ed espressioni di uso comune: "negro", "clandestino", "vu' cumprà": soffermiamoci sulla loro accezione negativa - specie nel caso dei "clandestini" e cerchiamo di capire cosa nasconde questa terminologia...
Provo a essere sintetico, anche se certi argomenti - in termini linguistici - andrebbero sceverati con scrupolo. La lingua di per sé non è né buona né cattiva. Dipende dai contesti, dagli usi, da fattori para-linguistici ed extra-linguistici (come, rispettivamente, l'intonazione e le convenzioni sociali, ad esempio). È altrettanto vero, però, che sul piano del significato alcune parole hanno connotazioni negative, valutative, offensive più marcate rispetto ad altre. Ed il significato è legato certo al momento dell'enunciazione, ma anche alla storia, al "peso" che una certa parola porta con sé. Ebbene, gli esempi che lei ha fatto, da questo punto di vista, sono diversi. Negro, seppur etimologicamente "corretto", ha assunto nel tempo connotazioni estremamente negative, ed oggi viene utilizzato soprattutto con intento ingiurioso (in binomi lessicali o espressioni fisse come "sporco negro", "negro di merda"). Clandestino ha conosciuto uno slittamento semantico importante, ed e diventato, soprattutto nell'ultimo decennio, una sorta di iperonimo per migrante, immigrato irregolare, richiedente asilo, rifugiato, ecc.; anzi - questa e la tesi che sostengo - è diventato un termine per indicare non uno statuto temporaneo, ma quasi permanente: si è clandestini ontologicamente, per natura, prima ancora di esserlo di fronte alla legge. Vu' cumprà, neologismo degli anni Ottanta che sembrava scomparso, riaffiora non di rado nel linguaggio giornalistico, ed anzi - in ragione della sua stabilità nella lingua - è diventato anche morfologicamente produttivo (avendo originato i vari vu' lavà, vu' parcheggià, vu' stuprà, ecc.). Queste e altre etichette hanno usi e storie diverse, dicevo. Ma hanno una drammatica affinità: possono essere pericolosamente ambigue, insinuanti, offensive. E sono ormai parte di un lessico xenofobo riconoscibile, strutturato, diffuso. E di cui si fa sicuramente abuso, sia nel linguaggio politico, sia in quello quotidiano e - mi si perdoni il bisticcio - dei quotidiani e dei mezzi di informazione.

Molto interessante il capitolo che riguarda la cosiddetta "Discriminazione transitoria positiva": di cosa si tratta ? E quali sono le conseguenze nei confronti degli alunni stranieri?
Con quel capitolo ho tentato di criticare non solo l'impianto della cosiddetta "mozione Cota" (quella, tanto per capirci, che nel 2008 proponeva l'introduzione di "classi separate" nelle scuole italiane, indirizzate agli "immigrati" o ai "figli di immigrati" che non padroneggiassero l'italiano) - un impianto fondato su pochi triti luoghi comuni, privo di qualsiasi base glottodidattica - ma anche il linguaggio, approssimativo, sciatto, fumoso, con cui essa venne scritta e presentata, dentro e fuori il parlamento. Se si legge con attenzione quel testo, è facile trovarvi lacune, contraddizioni, falsi presupposti che non dovrebbero essere presenti in un documento del genere: un documento che tratta un argomento cosi importante come l'educazione delle nuove generazioni e l'idea di società che, a partire dalla scuola, si vuole costruire. Ma lo stesso esercizio di smontaggio si potrebbe fare su molti altri testi proposti e discussi negli anni scorsi, non solo dalle maggioranze di centro-destra. Perché il punto non è (soltanto) quello di accusare di incompetenza gli estensori di quella particolare mozione. È anche quello di puntare il dito contro i molti, troppi discorsi privi di argomentazioni solide, in tema di immigrazione: redatti per fini elettorali, o sull'onda dell'emozione suscitata da fatti di cronaca più o meno gravi. Tornando alla scuola, non dimentichiamo che questa istituzione ha un ruolo - e una responsabilità - fondamentale. Sia perché - nei fatti - è già da anni un formidabile laboratorio di convivenza, dialogo, "intercultura". Sia perché ha il ruolo, preziosissimo, di trasmettere un pensiero critico e di raccontare la complessità agli italiani e ai "nuovi italiani". Non a caso si è cercato, e si cerca di depotenziarla ad ogni occasione: sottraendole risorse, competenze, autorevolezza.

È ancora in atto, a suo parere, una "politica della paura" che porta a considerare gli immigrati come una minaccia per la sicurezza sociale?
Il governo in carica, per fortuna, ha smesso di calcare la mano sul tema. E anzi, mi pare aver derubricato la voce "paura percepita" dalla lista dei problemi e delle priorità della sua agenda politica. Tuttavia, se a livello politico nazionale la tensione si è (forse) affievolita, ed i toni sembrano meno allarmistici, non bisogna dimenticare che quei veri e propri carceri che sono i CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione), sono ancora in piedi, e lavorano a pieno regime. E obbligano alla detenzione coatta centinaia di persone (molte delle quali - tra l'altro - avrebbero diritto a protezione internazionale senza se e senza ma) per le quali è stato di fatto abolito l'habeas corpus. Inoltre, a livello locale (sui media, nelle ordinanze comunali, ecc.), spesso i discorsi paiono essere sempre quelli: "attenzione, elettori, immigrati e rom sono sempre, per definizione, una minaccia!"

Perché la paura e la diffidenza sono rivolte, in particolare, nei confronti dei cittadini rom?
La paura nei confronti degli "zingari" ha origini lontane, e oggi vive - soprattutto - di "sentito dire", quando non di vere e proprie "leggende urbane", bufale (come quella sulle zingare rapitrici di neonati). Per questo è difficile da sradicare, o almeno da ridimensionare, da contestualizzare. Diciamo, in breve, che gli "zingari" hanno storicamente rappresentato (non soltanto in Italia) l'anomalia, l'altro che incombe - a milioni, ma in Italia sono circa 160.000 - sulle nostre certezze e sul nostro benessere, il mostruoso e repellente. Li abbiamo spesso visti, e usati, come capro espiatorio per eccellenza. E li descriviamo - si pensi a certa stampa locale, non solo di destra - come la principale causa di degrado urbano e di tensione sociale. Ebbene, questa "caccia alle streghe" (alimentata spesso ad arte a fini elettorali) dovrebbe finire. E dovremmo smettere di esprimerci per iperboli, senza sapere bene di che cosa stiamo parlando (rom, zingari, slavi, nomadi: siamo sicuri che queste parole siano sinonimi?), e cominciare invece ad affrontare razionalmente le questioni, qualora e quando queste si presentino, evitando ad esempio di "etnicizzare" ogni singolo comportamento, ogni singola devianza.

I mass-media (la stampa e la televisione, in particolare) contribuiscono a veicolare un certo "razzismo democratico"?
A ragione Giuseppe Faso ha coniato, alcuni anni fa, l'espressione "razzismo democratico" (si veda il suo - giustamente fortunato - libro Lessico del razzismo democratico, del 2008), mettendo alla berlina non soltanto gli usi più scopertamente "razzisti" del linguaggio (ad esempio gli insulti cosiddetti "razziali", le espressioni chiaramente offensive) ma anche le formule che sembrano più neutre, e che neutre - a ben guardare - non sono affatto: penso al tanto diffuso «non sono razzista, ma...», penso - come già accennato - all'abuso di clandestino, penso alla stessa parola etnico (ed "etnici" guarda caso sono sempre gli altri), o a giovani immigrati per parlare delle "seconde generazioni", e di persone nate qui, che quindi non sono mai "migrate". Ma non si tratta solo del lessico, che è poi l'aspetto più superficiale. Si tratta anche di argomentazioni fallaci, di errate implicazioni (in presenza di un crimine, il sospetto cade prima sullo straniero), di cliché infondati, di strategie discorsive che riducono i fenomeni migratori - e le rivendicazioni dei migranti - a "problema", o il concetto di sicurezza a una questione di ordine pubblico legata alla presenza di stranieri, ecc. Ebbene, i media (ad eccezione di rari casi) hanno troppo spesso veicolato, più o meno deliberatamente, quest'insieme di pratiche discorsive. O meglio: troppo spesso non hanno fatto nulla per contrastarlo. E non bastano delle scuse una tantum (vedi l'ormai celebre caso de "La Stampa", l'11 dicembre scorso) per fermare la tendenza, per dissimulare l'abitudine. Lo sanno bene i colleghi dell'associazione "Carta di Roma", o dell'associazione "Giornalisti contro il razzismo", o di COSPE, o di "Occhioaimedia", che tentano con attività di monitoraggio e formazione a vari livelli di chiedere ai giornali, e ai giornalisti, di riflettere criticamente su usi e abusi, e di dimostrare maggiore responsabilità e professionalità nel dare notizie riguardanti i migranti, gli "zingari", le minoranze.

Quale soluzione suggerisce per una vera "integrazione" degli stranieri?
Non sono né un politico né un "tecnico". E quindi non ho una "soluzione". Anche perché le soluzioni non possono essere "una" soltanto, né unilaterali. Vanno tentate e negoziate, sempre: tra tutti gli attori sociali (anche, quindi, ascoltando e coinvolgendo gli "altri"). Senza contare che, in termini di "integrazione" milioni di stranieri sono (e si sentono) già parte della comunità nazionale, sono italiani a tutti gli effetti: continuare a non riconoscerlo non solo è profondamente ingiusto nei loro confronti, ma stupidamente errato sul piano della conoscenza dei fatti. L'"integrazione" già c'è, e già - malgrado la complessità dei processi - funziona piuttosto bene: basta guardarsi intorno.

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Da Roma_Daily_News

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Toma Nikolaev è un rispettato attivista dei diritti rom, ed ex candidato al Parlamento. Perseguitato in Bulgaria a causa delle sue critiche all'apartheid che esclude la maggior parte dei 700.000 Rom di Bulgaria, è stato direttore del giornale bilingue DeFacto sino alla chiusura.

Temendo per la propria vita, dopo che una bomba era stata posta vicino a casa sua, Nikolaev chiese asilo in Gran Bretagna. Ne seguì un lungo processo, mai terminato, durante qwuel periodo Nikolaev continuò ad aiutare i Rom. Si unì alla campagna per salvare la comunità di Dale Farm, interrotta dall'assalto della polizia antisommossa il 19 ottobre 2011.

L'8 aprile 2012, giorno della nazione rom, Toma Nikolaev ha partecipato ad un  sit-in di fronte all'ambasciata bulgara a Londra. Poco dopo venne arrestato su mandato europeo e passò tre giorni in custodia prima di essere rilasciato su cauzione. E' stato convocato al tribunale dei magistrati di Westminster alle 9.30 del 22 maggio.

E' la prima volta che un importante attivista politico rom viene portato davanti a questo tribunale, di solito riservato alle estradizioni e ai casi di terrorismo.

Nikolaev potrebbe essere estradato in Bulgaria, dove lo attende una condanna al carcere, imposta per le sue critiche al governo.

I Rom in Bulgaria costituiscono l'8% della popolazione, vivono soprattutto in quartieri isolati e soffrono il 70% di disoccupazione. In questa condizione di esclusione sociale, gli attivisti rom sono oggetto di persecuzione giudiziaria e poliziesca, e anche di violenza da parte dei movimenti nazionalisti e razzisti, in particolare del partito Ataka. Questo il motivo per cui non è sicuro per Nikolaev, sua moglie ed i suoi figli di tornare in Bulgaria. Ci appelliamo quindi al tribunale dei magistrati di Westminster per impedire il procedimento di espulsione richiesto dallo stato bulgaro, e permettere a Toma Nikolaev di rimanere in Gran Bretagna, dove gli sia concesso di richiedere asilo politico.

Il nostro appello è rivolto alla regina Elisabetta II, al Governo e al Parlamento del Regno Unito. Chiediamo loro di intervenire nel caso di Toma  Nikolaev, offrendo così all'Unione Europea e al mondo un esempio di civiltà e rispetto per i diritti umani. Facciamo anche pressione all'Alto Commissario per i Rifugiati delle Nazioni Unite, Antonio Guterres; all'Alto Commissario ONU per i Diritti Umani, Navi Pillay; il Commissario Europeo per i Diritti Umani, Nils Muiznieks; il Presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz, e a tutta la società civile perché non rimangano indifferenti ad un caso paradigmatico delle attuali condizioni dei Rom e di quanti difendono i loro diritti.

Speriamo in un verdetto giusto ed umanitario nel caso di Toma Nikolaev, ed estendiamo a quanti risponderanno a questo appello i nostri migliori ringraziamenti.

Chiediamo che Toma Nikolaev ottenga il diritto di rimanere in Gran Bretagna e non venga estradato in Bulgaria, dove la sua vita e la sua libertà son in pericolo.

We appeal to:
- the Westminster Magistrates' Court
- Queen Elizabeth II
- the Government and Parliament of the United Kingdom
- the United Nations High Commissioner for Refugees, Antonio Guterres
- the UN High Commissioner for Human Rights, Ms. Navi Pillay
- the European Commissioner for Human Rights, Nils Muiznieks
- the President of the European Parliament, Martin Schulz

alle bleiben!
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Di Fabrizio (del 10/05/2012 @ 09:09:12, in Italia, visitato 918 volte)

OPERA NOMADI DI REGGIO CALABRIA - COMUNICATO STAMPA

L'omicidio del giovane Domenico Rigante è un fatto grave che va affrontato assicurando tutti i colpevoli alla giustizia, nel rispetto della legge italiana. Questo significa che le istituzioni pubbliche che in modo efficiente hanno provveduto all'arresto del presunto omicida devono, allo stesso modo, condannare e contrastare le azioni con le quali la comunità rom di Pescara è stata minacciata e criminalizzata come colpevole del reato.

Contro queste azioni illegali di "etnicizzazione del reato" le istituzioni, fino ad oggi, hanno fatto molto poco : li hanno subite e tollerate . Lo striscione lasciato appeso di fronte al comune di Pescara con scritto "avete cinque giorni per cacciarli dalla città" mette in evidenza l'approccio utilizzato delle istituzioni locali. Per questo atteggiamento tollerante tante famiglie rom di Pescara, persone per bene che non c'entrano nulla con l'omicidio, per paura di subire delle violenze, hanno deciso di allontanarsi dalle loro case.

    Ci chiediamo se così facendo le istituzioni pubbliche abbiano garantito la sicurezza anche ai cittadini rom. L'approccio tollerante utilizzato dalle istituzioni, forse per evitare reazioni peggiori da parte del gruppo ultrà, comunque lascia spazio alla realizzazione di altre violenze, le stesse che hanno portato all'omicidio del giovane Rigante.

Anche l'approccio dei media è stato, a nostro parere, molto discutibile.

I media nazionali, che non subiscono le pressioni dei gruppi locali, hanno riportato gli episodi gravi delle minacce che hanno spinto alcune famiglie rom ad allontanarsi dalla città, come delle semplici "tensioni" successive all'omicidio, senza esprimere alcuna forma di condanna verso queste. Nessuna condanna neanche verso quei politici locali che hanno apertamente appoggiato queste iniziative discriminanti, accompagnate dalle frasi "riprendiamoci il territorio". Descrivere questi fatti di grave discriminazione come se fossero una "normale reazione" all'omicidio, significa indirettamente accettarli e legittimarli.

Episodi di questo genere sono azioni di razzismo, che troppo spesso hanno preparato atti violenti contro delle famiglie inerme e totalmente estranee ai fatti criminali che arbitrariamente gli vengono addebitate.

    A nostro parere la condanna verso queste posizioni deve essere chiara e inequivocabile e per questo non si devono accettare attenuanti e giustificazione di nessuna specie. Proprio perché, dopo un atto di grave violenza come è stato l'omicidio di questo giovane, vanno scongiurate in modo netto altre violenze.

Da lodare, invece, è il comportamento civile del padre del giovane ucciso. Quest'uomo , nonostante il suo grande dolore per la perdita di un figlio, ha invitato gli ultrà alla calma chiedendo giustizia e non vendetta. Siamo vicini a questo padre che, dimostrando grande dignità ed equilibrio, ha capito che la giustizia per suo figlio non si otterrà con gli atti di razzismo verso la comunità rom. Atti assurdi e arbitrari come l'omicidio di suo figlio, atti il cui argomento etnico è una pura invenzione.

    I fenomeni criminali, che esistono in tutte le città, non hanno mai avuto una connotazione etnica come alcuni lasciano intendere applicando l'approccio del capro espiatorio. Approccio che serve altri interessi e non certo quelli del bene comune. La criminalità, in ogni città, è una problematica di tipo sociale che va affrontata con seri provvedimenti sociali e non attraverso la costruzione di "scontri tra gruppi etnici", che in realtà non esistono. Questo è un modo subdolo di affrontare le questioni sociali che non ha mai portato ad alcuna soluzione, ma ha aumentato i problemi.

Invitiamo pertanto il comune di Pescara a condannare apertamente gli atti di discriminazione posti in essere contro i cittadini rom, a collaborare con le associazioni locali che da tempo denunciano l'esistenza di problemi sociali (non etnici) sul territorio e a realizzare con queste gli interventi necessari.

Reggio Calabria, 7 maggio 2012
Il presidente
Sig. Antonino Giacomo Marino

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Di Fabrizio (del 09/05/2012 @ 09:43:00, in conflitti, visitato 933 volte)

(AGI) - Pescara, 19:12 07 MAG 2012

Circa venti giovani si sono presentati nella notte all'interno del Bingo che si trova lungo la via Vestina, a Montesilvano (Pescara), con i volti coperti da passamontagna e sciarpe. Cercavano i nomadi, che spesso frequentano questa struttura ma da qualche giorno non si fanno vedere. La loro frequentazione del Bingo si e' interrotta presumibilmente a seguito dell'omicidio di Domenico Rigante, l'ultra' 24enne di Pescara che sarebbe stato ucciso proprio da un rom, Domenico Ciarelli, arrestato sabato dalla polizia.

Nell'ambiente nomade si temono ritorsioni da parte dell'ambiente della tifoseria pescarese a cui Rigante apparteneva. Quando c'e' stata l'irruzione nel Bingo erano presenti circa 30 giocatori. Dopo aver fatto un giro senza trovare cio' che volevano i giovani si sono allontanati e hanno chiesto scusa per l'irruzione. Non sarebbero state viste armi ma non si esclude che l'obiettivo fosse quello di aggredire e picchiare gli zingari. Quando sono andati via, erano le 2.30 circa, e' stato lanciato l'allarme e sono stati avvertiti i carabinieri della compagnia di Montesilvano, coordinati dal capitano Enzo Marinelli, che hanno raccolto le testimonianze dei presenti e si stanno occupando delle indagini. (AGI) Pe1/Ett

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