Rom e Sinti da tutto il mondo

Ma che ci fa quell'orologio?
L'ora si puo' vedere dovunque, persino sul desktop.
Semplice: non lo faccio per essere alla moda!

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Non un altro blog - giornale o chissacosa ma: 1. raccogliere notizie direttamente dalle fonti; 2. far conoscere come la pensano i diretti interessati.

La redazione
-

Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Fabrizio (del 09/05/2014 @ 09:03:57, in Italia, visitato 1811 volte)

Mahalla 15.50
 Stasera Angela Bosco in chat

Angela 20.37
Buonasera a tutti...

Mahalla 20.39
Buonasera Angela, e buonasera a tutti. Se qualcuno è già online, intanto si faccia vivo. Tra 15 minuti si da il via alle danze

Mahalla 20.52
Mentre aspettate, alcune notizie su cosa discuteremo stasera QUA  e QUA. A tra poco

Mahalla 21.00
Direi che ci siamo, Prima di tutto, Angela, benvenuta su Mahalla. Come va?

Angela 21.00
Benissimo grazie... E' stata una giornata caldissima e sono di buon umore. : - )

Mahalla 21.01
Son contento: Sinta, 19 anni, candidata. Possiamo sapere qualcosa di più su di te?

Angela 21.03
Aggiungerei FIERAMENTE sinta. Cosa dire di me? sono una ragazza come tante ma con qualcosa da dire... con dei messaggi positivi da portare avanti... ho studiato all'istituto professionale Datini, indirizzo alberghiero e sono, come i giovani d'oggi, piena di sogni e di speranze.

Mahalla 21.04
E senza lavoro, se ho inteso bene. Da quel punto di vista com'è la situazione a Prato?

Angela 21.05
Già, senza lavoro. Come migliaia di altri ragazzi della mia età. La crisi c'è e si fa sentire. Il lavoro a Prato scarseggia. Però,dobbiamo fare qualcosa per superare questi momenti negativi.... no? ; - ) quindi, bisogna battersi in prima linea.

Mahalla 21.06
Tu e il partito con cui sei candidata, avete delle proposte?

Angela 21.09
Io posso parlare per me... credo che oltre a rappresentare dignitosamente una minoranza, come quella dei sinti, che merita di farsi sentire, mi batterei per tematiche attuali e cercherei di contribuire per dare voce ai Giovani.

Mahalla 21.10
Prima hai detto: FIERAMENTE sinta; cosa significa per te quel FIERAMENTE?

Angela 21.11
Intendo dire che essere sinta per me è un onore. Il mio popolo,la mia cultura,sono meravigliosi. Abbiamo valori e principi solidi,sani. sono fiera d'essere sinta.

Mahalla 21.12
Questi principi e questi valori, puoi anche elencarli, possono essere condivisi dagli altri cittadini di Prato?

#3501 21.14
Ciao sono Franco, per ora leggo.

Angela 21.14
io,come sinta sono legata alla famiglia, all'amicizia sincera, all'amore puro, ai rapporti incondizionati da interesse personale... sono cosi come mi pongo e le maschere le lascio ai rivenditori di accessori per carnevale. : - )

Mahalla 21.16
Ciao Franco, se dopo vuoi intervenire, scrivi /n e poi il tuo nome, così si fa meno confusione

Franco 21.16
Perché on SEL?

Mahalla 21.17
Quindi, Angela, perché SEL ti avrebbe chiesto di candidarti (è più o meno quello che chiedeva Franco)

Angela 21.17
Perché rappresento una voce che non ancora non è stata espressa. semplicemente per questo. : - )

Franco 21.18
se sarai eletta hai già delle idee da realizzare?

Mahalla 21.19
Da sola o con quali altre forze?

Franco 21.20
Da sola è impossibile : - ) le idee si lanciano

Angela 21.20
Le idee sono tante... una su tutte è quella di far conoscere a tutti il popolo sinto... e far comprendere che la DIVERSITà equivale a RICCHEZZA PER TUTTI

Mahalla 21.22
La situazione generale dei Sinti a Prato com'è?

Franco 21.22
Era la domanda che stavo scrivendo....

Mahalla 21.23
si lavora in tandem : - ) Franco....

Angela 21.23
I Sinti hanno bisogno di ascolto,di persone che sappiano rappresentare al meglio le loro esigenze. Le situazioni de campi nomadi sono spesso in degrado, i Giovani hanno poche possibilità di sbocco... questi sono solo piccoli esempi...

Mahalla 21.24
Da dove si dovrebbe iniziare?

Franco 21.26
Forse a Prato la situazione lavoro per i sinti è diversa. Che lavori sono i più diffusi?

Angela 21.26
Dall'ascolto. dalla conoscenza.

Mahalla 21.27
Vorrei capire meglio: si parte da zero o in passato qualcosa è stato fatto?

Angela 21.27
Siamo ex giostrai e oggi raccogliamo ferro per rivenderlo... ma siamo gente con tanta determinazione e abbiamo voglia di farci valere.

Franco 21.28
Uguale a Verona

Angela 21.28
Più o meno si parte da zero. Se la situazione non è cambiata significa che se qualcuno in passato ha fatto qualcosa è servito a poco....

Mahalla 21.29
Eppure Ernesto (Grandini) è attivo da anni. Come mai così pochi risultati?

Franco 21.29
Ci sono due mondi/modi fi fare ciò che desideri. Il mondo reale e quello virtuale.

Angela 21.30
Esatto. Il modo virtuale è fatto da parole e pochi fatti. Non è più tempo di parlare... è tempo di agire con cose concrete

Franco 21.31
Su quello reale hai bisogno di pratesi, su quello virtuale non è che ci si debba fermare alle parole

Mahalla 21.32
Però, se permetti, quando stasera abbiamo provato ad entrare nel concreto (tipo il lavoro o le proposte in merito) non ho visto proposte concrete. Vogliamo ripartire da lì?

Franco 21.32
Il virtuale permette, se ben usato, lo scambio di idee ed esperienze

Angela 21.34
Ma sai, le proposte sono tante ma andrebbero affrontate caso per caso... Per esempio... I campi nomadi sono spesso in degrado....perché non permettere ai sinti di vivere nella loro cultura ma dignitosamente?

Mahalla 21.35
Cioè? In che modo?

Angela 21.35
Costruendo bagni e fosse biologiche nei campi nomadi per esempio

Franco 21.35
Potrebbero essere anche le microaree?

Angela 21.37
La cura delle microaree per le famiglia anche si...

Mahalla 21.38
(nel frattempo, chiederei se c'è qualcun altro online)

#213 21.39
si Giovanna : - )

Mahalla 21.40
Ciao Giovanna, se vuoi intervenire, prima scrivi /n seguito dal tuo nome

Mahalla 21.41
Angela, a Reggio Emilia un'altra sinta è candidata alle elezioni comunali. Siete in contatto? E riguardo a SEL, quanto ritieni che i tuoi ragionamenti siano condivisi e discussi a livello regionale o nazionale?

Giova 21.42
mi associo alla domanda di Fabrizio

Angela 21.44
Noi sinti ci conosciamo più o meno tutti e credo che i bisogni siano più o meno gli stessi. Credo che i miei ragionamenti inizieranno ad essere discussi da ora... i tempi stanno cambiando. riguardo alla condivisione, credo che siano talmente semplici da essere facilmente condivisi.

Angela 21.45
Ora devo lasciarvi perché il pc sta morendo...

Giova 21.45
Secondo me dovreste essere anche fortemente propositivi nel fare, nel caratterizzarvi per iniziative

Franco 21.46
In bocca al lupo per le elezioni

Giova 21.46
Auguroni, un abbraccio

Angela 21.47
Grazie del consiglio Giovanna... davvero! : - )

Angela 21.47
Crepi il lupo... Un abbraccio a tutti

Mahalla 21.47
Avevo altre domande, ma in effetti ti avevo chiesto solo un'ora. Il testo di questa chiacchierata sarà online su Mahalla venerdì prossimo, e speriamo di risentirci. Per il momento, grazie a tutti.

Giova 21.48
c'è tutto il sapere della manualita' che potreste prendere in carico... : - )

Giova 21.48
Grazie a voi

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Di Martina Zuliani (del 10/05/2014 @ 09:05:46, in scuola, visitato 1857 volte)

di Una Čilić, Aida Halvadzija, Erna Dželilović - Fonte: International Justice - ICTY

La discriminazione, la povertà e i problemi della comunità rendono difficile il successo ai giovani rom.

Nehrudin Cikaric aiuta un bambino in matematica al centro diurno per bambini in situazioni di vulnerabilità (Foto: Una Čilić)

Haris Husic, ora 23enne, ricorda con chiarezza come venne bocciato al suo compito di matematica, all'età di dieci anni, nonostante fosse assente il giorno in cui si svolse.

Quando chiese all'insegnante quando avrebbe potuto dare il compito, lei gli rispose che gli aveva già dato l'insufficienza.

"Le chiesi come fosse possibile, visto che non ero nemmeno andato a scuola ma lei mi disse 'non importa, la prossima volta prenderai un voto migliore'" ricorda.

 Storie di transizione: Nehrudin - Video di Una Cilic, Aida Halvadzija ed Erna Dzelilovic da Sarajevo.

Più avanti, Husic seppe che, quando gli mise l'insufficienza, la maestra commentò "Quand'è che finiranno la scuola?"

"Loro" significa i rom, una minoranza impoverita in Bosnia ed Erzegovina (BiH), trovatasi ai margini della società e oggetto di forti pregiudizi.

Husic, che vive nella piccola cittadina di Visoko, vicino alla capitale bosniaca, sta ora studiando lingua e letteratura tedesca all'università di Sarajevo.

Dice di essere spesso incappato nell'intolleranza, spesso basata sulla credenza che i rom siano tutti ladri.

"Non mi vergogno delle mie origini" dice "Per me, tutte le persone sono uguali e non le differenzio in nessun modo. Do sempre il meglio di me stesso per trattare tutti bene, attitudine che mi ha aiutato a superare i miei problemi con la discriminazione."

Non avendo entrate fisse in casa, Husic usufruisce di una borsa di studio mensile di 100 marchi bosniaci (70 $) datagli dal Fondo per l'Educazione in Bosnia ed Erzegovina per coprire le sue spese giornaliere ed alimentari.

"Non è facile ma non mi arrenderò mai. Darò il mio meglio per finire gli studi, anche se dovessi camminare ogni giorno da Visoko a Sarajevo." dice.

Nonostante le attuali disposizioni del governo per aiutare i rom, il pregiudizio diffuso e le tradizioni conservative della comunità stessa fanno si che vi siano pochi progressi.

BASSI LIVELLI DI ISCRIZIONE ALLA SCUOLA SECONDARIA
L'educazione, soprattutto, è uno dei campi in cui i rom ancora non hanno risultati.

Secondo i dati del Ministero per i Diritti Umani e i Rifugiati, vi sono 17.000 rom registrati in Bosnia-Erzegovina, anche se il numero reale è supposto essere il doppio, visto che molti non hanno documenti di identità.

Secondo un report pubblicato dal Ministero vi sarebbero stati 3.000 bambini rom frequentanti la scuola primaria nell'anno scolastico 2011/12, mentre solamente 243 avrebbero frequentato la scuola superiore quello stesso anno.

"Uno dei principali problemi dell'educazione dei bambini rom, oltre alla povertà, è che l'istruzione non è molto valorizzata dalla società rom" dice Dalibor Tanic, un giornalista rom che lavora per Start magazine "La media dei genitori rom pensa che sia più importante per i loro figli aiutare nelle entrate economiche della famiglia, piuttosto che perdere tempo a scuola."

"L'altro problema è che, per un bambino rom con genitori illetterati, risulta molto difficile andare bene a scuola. Faticano a stare al passo con gli altri bambini, che hanno frequentato l'asilo - cosa molto rara nella comunità rom - e i cui genitori possono aiutarli nello svolgimento dei compiti per casa."

Alcuni giovani rom fuggono dalla loro comunità e dalle loro tradizioni per poter partecipare in pieno alla società civile bosniaca.

"ROM ED ORGOGLIOSA DI ESSERLO"
Aldina Fafulovic, un'attivista di 24 anni, dice che molti rom evitano di dichiarare le proprie origini per evitare discriminazioni.

"Sappiamo tutti che vi sono dei giovani universitari che si vergognano di dire di essere rom e che decidono di nascondere le loro origini per evitare di essere visti come diversi dai loro compagni di corso" dice.

Fafulovic, comunque, è determinata a non lasciare che questo stigma influisca sulla sua vita.

"Sono rom ed orgogliosa di esserlo. Non mi vergogno di dirlo" dice.

Fafulovic è attiva nella comunità rom dall'età di 13 anni, quando il suo interesse venne acceso durante la partecipazione ad un seminario sui problemi dei rom a Spalato, in Croazia, al quale partecipo assieme al padre.

"Quando ebbi 20 anni, ebbi l'opportunità di partecipare ad una conferenza mondiale sull'HIV/AIDS in Austria, dove incontrai persone provenienti da tutto il mondo, dall'Africa, dall'Asia, dall'Europa e dagli Stati Uniti" dice "Ebbi l'onore di partecipare a quella conferenza e di dire 'sono rom e lotto per i diritti della mia gente.'"

Fafulovic è stata la prima donna rom ad iscriversi al corso universitario per educatori dell'università di Sarajevo e la prima rom ad andare a vivere nel dormitorio universitario.

È diventata specialista rom per la missione OSCE in Bosnia-Erzegovina ed è ora membro e fondatore dell'associazione Mladi Romi (Giovani rom).

Il gruppo si dedica alla preservazione della cultura rom e, altresì, all'educazione dei giovani rom a Vitez, città della Bosnia centrale, casa di circa 125 famiglie rom per un numero totale di circa 500 persone.

Fafulovic è anche una degli assistenti rom del progetto Vrtic za Sve (Asilo per tutti), mirato a supportare i bambini in condizioni di vulnerabilità.

"Molte persone, quando vedono un rom che chiede l'elemosina, pensano che tutti i rom siano uguali" dice Fafulovic "Fortunatamente, non è così, perché solamente nel nostro villaggio (Sofa) 85 bambini frequentano la scuola primaria, 12 la scuola superiore e 2 di noi l'università"

Ma Fafulovic dichiara di aver dovuto affrontare l'opposizione della sua stessa comunità, in cui molti leader rom vedono i giovani attivisti come un affronto alla loro posizione.

"Nonostante ciò, sono riuscita ad ottenere qualcosa tramite il mio lavoro" continua "L'anno scorso ho organizzato la donazione di 250 zaini contenenti materiali scolastici utili per tutti i bambini a rischio della zona di Vitez."

Aldijana Dedic, 26 anni, dice che la discriminazione è sempre stata parte della sua vita. Suo padre è rom e sua madre bosniaca musulmana.

"Le persone mi trattano diversamente quando scoprono che mio padre è rom" dice "ogni volta che ho lavorato, anche se con successo, ho sempre sentito le persone dirmi alle spalle 'sappiamo di chi è figlia, è la figlia di quello zingaro.'"

Dedic, che ha svolto il tirocinio come esperta rom all'OSCE e alla Commissione Europea in Bosnia-Erzegovina, pensa che il pregiudizio contro i rom esisterà sempre, non importa quale livello di educazione e quali professioni essi otterranno.

"Viviamo in un ambiente nel quale la comunità internazionale ha ancora da affermare che i rom debbano essere inclusi nella società" dice.

SUCCESSO LIMITATO DELLA POLITICA D'INCLUSIONE
Nel 2008, la Bosnia-Erzegovina ha aderito ad un'iniziativa internazionale volta a migliorare le condizioni di vita dei rom.

Il Decennio per l'Inclusione dei Rom 2005-2015 ha riunito governi, organizzazioni non-governative e la società civile rom nello sforzo di eliminare il gap tra la comunità rom e il resto della società.

Venti Paesi hanno preso parte all'iniziativa, che si focalizza su istruzione, lavoro, salute e abitazione e che impegna i governi del prendere misure nei campi della povertà, della discriminazione e delle questioni di genere.

Sanela Besic, coordinatrice del Centro Informativo Rom di Sarajevo Kali Sara, dice che il Decennio per l'Inclusione dei Rom ha portato a definire chiaramente i documenti politici, redatti per la prima volta, col Consiglio dei Ministri e allocanti 3 milioni di marchi bosniaci (2.1 milioni di dollari) per la sua implementazione in questo anno.

Il successo più evidente è stato nel campo abitativo con 400 case ed appartamenti costruiti per i rom per un costo di circa 12 milioni di marchi bosniaci.
Comunque, solo 250 rom hanno finora trovato lavoro tramite del iniziative delil Decennio, iniziata in Bosnia nel 2009.

"Molte famiglie rom non hanno ancora una casa, accesso alle cure mediche, nemmeno un'alimentazione sufficiente" dice Besic, e aggiunge "È questo che bisognerebbe cambiare nelil Decennio. Le famiglie in condizioni di povertà estreme dovrebbero ricevere un sostentamento base."

La mancanza di un supporto finanziario limita le prospettive future di molti rom.

Armina Ahmetovic, 20 anni, è stata la prima ragazza rom a finire i tre anni di scuola professionale a Jablanica, nella Bosnia meridionale. Voleva studiare per diventare infermiera ma, la mancanza di fondi, le ha reso impossibile il viaggiare fino a Mostar, a 50 kilometri di distanza, per continuare la sua istruzione e, alla fine, si è arresa.

Ahmetovic ha ora la patente e spera di trovare un lavoro. Continua a credere che "l'educazione è molto importante e tutti quelli che hanno possibilità economiche dovrebbero continuare a frequentare la scuola."

Il giornalista rom Tanic, che monitora attivamente i progressi delil Decennio per l'Inclusione dei Rom, crede che sarà necessario molto più tempo per vedere dei risultati visibili.

"I problemi del popolo rom si sono accumulati per decenni e, nel caso della discriminazione, per secoli" dice "Non credo a nessuno che dice che siano stati fatti grossi passi avanti grazie alil Decennio, specialmente in Bosnia-Erzegovina."

Lui accusa i leader rom e le ONG di perdersi in conflitti interni che rallentano i progressi.

"Certamente, sono stati fatti dei tentativi positivi, sono stati fatti dei progetti, durante il Decennio, ma non hanno concluso molto per migliorare gli standard di vita dei rom." dice "Vi sono alcune ONG che hanno fatto molto negli abitati rom ma non è comunque abbastanza. Vi sono 5 o 6 organizzazioni dominanti che impediscono ad altre organizzazioni di contribuire."

IL NUMERO TITOLI DI STUDIO PRIMARI NON SALE
Tanic spiega che, nonostante il supporto extra dato dal Decennio per l'Inclusione dei Rom, il bambini della comunità rom che completa la scuola primaria rimane basso.

"Durante il progetto, i bambini rom hanno ricevuto libri di testo gratis ma questi benefici non sono stati sufficienti per tenerli a scuola" dice "anche se il Decennio ha aumentato il numero di bambini rom iscritti a scuola non vi è un numero maggiore di conseguimento di titoli di studio."

Tanic crede che "dopo il 2015 lo sforzo maggiore dovrà essere direzionato a trovare impiego per i rom, perché, se almeno uno dei genitori lavorasse,sarebbe più facile per i loro figli andare a scuola e conseguire un titolo di studio."

Dalila Ahmetovic di Kakanj è una dei successi della comunità rom. Laureatasi alla facoltà di comunicazione all'università di Sarajevo, sta ora studiando alla magistrale.

Come Husic, è beneficiaria di una borsa di studio dal Fondo per l'Educazione in Bosnia ed Erzegovina, che ha distribuito borse di studio in Bosnia-Erzegovina negli ultimi 15 anni, tra cui 8.360 tra bambini e ragazzi rom.

"Vivo in un ambiente in cui i rom che terminano gli studi superiori sono rari e in cui l'istruzione universitaria è considerata una mosca bianca" dice Dalila, che beneficia di supporto finanziario ed emotivo da parte dei genitori.

Gli attivisti ricevono conforto dal fatto che l'interesse nell'assegnare borse di studio a giovani rom è in aumento, con l'Associazione riportante che, nel 2005-06, 69 giovani hanno fatto richiesta di un finanziamento, numero salito a 187 nel 2012-13.

Dalila sottolinea l'importanza dell'educazione.

"La maggior parte dei bambini rom non può andare a scuola a causa delle condizioni di vita e della povertà estrema che impedisce loro di acquistare libri e altri materiali scolastici." dice "Nonostante queste difficoltà, tutti i bambini rom dovrebbero ricevere l'opportunità di andare a scuola e di migliorarsi perché, come ho già detto, questo è il fattore chiave per lo sviluppo della società rom."

"Solo i giovani istruiti possono fare qualcosa per se stessi e per tutta la società, per un futuro migliore."

Il video che accompagna queste storie presenta Nehrudin Cikaric, un giovane attivista rom che è passato dal chiedere l'elemosina, da bambino, al frequentare regolarmente la scuola e a giocare a calcio e praticare boxe ad alti livelli. Inoltre, fa il volontario al centro per bambini in situazioni di vulnerabilità insegnando matematica ai bambini piccoli. Nehrudin spera di entrare nella polizia bosniaca o nell'esercito una volta terminata la scuola.

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Di Fabrizio (del 11/05/2014 @ 09:05:18, in Italia, visitato 2096 volte)

Sergio Bontempelli - 6 maggio 2014 su Rom-anzi

"Non esiste una donna rom, come non esiste una donna italiana: perché le donne sono donne, e basta... ognuna ha il suo carattere, ognuna le sue difficoltà...". "A me fa paura sentir parlare di progetti solo per donne rom... un giorno spero che non si vedrà questa differenza tra una donna rom e una donna non rom... spero".

Sono le parole di Dzemila, mediatrice culturale romnì che opera a Roma. Dzemila è stata scelta come testimonial della campagna "Per i diritti, contro la xenofobia", promossa da Associazione 21 Luglio, Antigone, Lunaria e Associazione Studi Giuridici Immigrazione (ne abbiamo già parlato qui). La Campagna nasce in occasione delle elezioni europee per "arginare" - sono parole delle associazioni promotrici - "il rigurgito razzista e xenofobo che rischia di investire molti paesi e orientare il discorso pubblico verso una progressiva marginalizzazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali".

L'iniziativa si articola, tra l'altro, in una serie di video-interviste a rom, migranti e detenuti (le potete vedere qui). L'intervista a Dzemila occupa pochi minuti, e vale la pena vederla dall'inizio alla fine. In poche densissime parole, vengono rievocati i principali problemi vissuti dalle donne rom in Italia: dalle condizioni di segregazione abitativa (i campi nomadi, gli sgomberi, i centri di accoglienza sovraffollati e fatiscenti) alla vera e propria marginalità nel mercato del lavoro (solo una donna rom su cinque è occupata), fino alla discriminazione quotidiana.

Ma sono le parole riportate all'inizio che colpiscono di più: "un giorno spero che non si vedrà questa differenza tra una donna rom e una donna non rom". E non perché le differenze non siano una ricchezza, ma perché proprio la "diversità culturale" (vera, più spesso presunta, troppe volte affidata a facili stereotipi di senso comune) diventa un'arma per discriminare: "i rom sono diversi da noi, le case non le vogliono, è bene che restino nei campi...". Se vogliamo davvero valorizzare le "differenze" - ci dice in sostanza Dzemila - è bene partire dagli elementi che ci accomunano: le donne sono sempre donne, siano esse "rom" o "non rom". Buona visione, dunque.

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Di Fabrizio (del 12/05/2014 @ 09:01:01, in Europa, visitato 2497 volte)

Osservatorio Balcani e Caucaso Nicola Pedrazzi | Tirana 7 maggio 2014 | foto di Nicola Pedrazzi

Sono circa otto milioni i rom europei, la maggior parte dei quali è concentrata nell'Europa dell'est e nei Balcani occidentali. In Albania, una delle comunità più numerose è stanziata a Fushë-Kruja, alle porte della capitale. Un reportage

Prima di arrivare in Albania non mi ero mai interrogato sulla cultura rom, né sul problema che essa pone al "buon governo". Mi era sempre bastato quanto descritto in Khorakhanè , struggente pezzo che Fabrizio De Andrè ha dedicato ai rom del Kosovo giunti in Lombardia agli inizi degli anni Novanta. In buona sostanza, mi ero sempre accontentato della poesia. Le parole, supreme, di quella canzone, lasciano in chi la ascolta un vago senso di mistero, l'indefinibile sensazione che quei nomadi in grado di "leggere il libro del mondo con nessuna scrittura" custodiscano nella loro scelta di vita non proclamata un segreto inesprimibile.

In effetti, la capacità dei rom di frequentare modernità e benessere senza esserne conquistati genera stupore negli abitanti di tutte le città europee a cui sono approdati: da un punto di vista filosofico, lo stile di vita di queste genti incarna meglio di qualsiasi altro sistema culturale la domanda ancestrale, il dubbio che in tutto il mondo le periferie dell'umanità pongono alle certezze del mondo civilizzato, alle regole del suo sviluppo.

Purtroppo, nella ben più prosaica realtà di tutti i giorni, una volta che queste persone varcano le soglie della civitas, si trasformano quasi sempre in piaga sociale, in problema politico, in emergenza da risolvere: ad accoglierli, nella migliore delle ipotesi, è un vago relativismo terzomondista ad uso e consumo delle classi colte. Abitando a Tirana, il quotidiano mi ha fornito per la prima volta un'alternativa alla poesia di De Andrè: per cercare di comprendere il problema all'origine, affrontando senza sofismi il dubbio che i rom d'Albania pongono oggi alle autorità e ai cittadini, ho pensato che potevo muovermi io: da casa mia a casa loro.

I rom d'Albania
Di lontana origine indiana, provenienti dalla Persia e dall'Asia, popolazioni rom approdarono nei territori dell'odierna Albania a partire dal XV secolo, subito prima dell'invasione ottomana. Le comunità più numerose sono oggi stanziate nel centro e nel sud-est del paese, all'interno o nell'hinterland delle grandi città: Tirana innanzitutto (solo nei quattro distretti della capitale vivono più di 5000 rom), ma anche Fier, Argirocastro, Korça e Berat.

Le tribù principali sono quattro, e si distinguono per l'attività socio-economica che storicamente le caratterizza: i Meckars erano principalmente contadini e pastori, i Kurtofs artigiani e venditori, i Kabuzis artisti e musici, i Cegars commercianti nomadi. Lo standard di vita di tutte le minoranze rom d'Albania ha risentito pesantemente della transizione post-comunista: il collasso delle industrie statali in cui erano in larga parte impiegati, combinato al disordine politico-sociale degli anni Novanta, ha contribuito alla progressiva discriminazione dei rom, che proprio durante il regime avevano invece conosciuto una sorta di assimilazione - dovuta principalmente all'occupazione ma anche alla soppressione di tutte le differenze tradizionali e religiose.

Non esiste una fotografia chiara dell'attuale situazione dei rom d'Albania. La cinghia di trasmissione tra le raccomandazioni europee sulla tutela delle minoranze - determinanti per la concessione dello status di paese candidato, al momento ancora in forse - e le politiche nazionali è rappresentata da una fitta rete di ONG, enti e organizzazioni internazionali; operatori che a vario titolo e con diverse risorse implementano progetti su specifiche comunità. Diverse organizzazioni producono diversi rapporti, e non è detto che le cifre coincidano. Il documento più onnicomprensivo al momento disponibile sui Rom d'Albania è stato redatto nel 2012 dal Segretariato della "Fondazione Decade of Roma Inclusion". Quest'ultima è un esperimento di cooperazione allo sviluppo basato sull'impegno a lungo termine di 12 stati europei (tra cui tutti i paesi balcanici) che per ridurre il gap esistente tra le popolazioni rom ed il resto dei cittadini hanno accettato di collaborare sia con le organizzazioni internazionali che con i rappresentanti della società civile rom.

Nel Civil Society Monitoring Report (CSMR) 2012 dedicato all'Albania, sono contenuti i risultati di questionari sottoposti direttamente ai rom residenti, dati interessanti perché alternativi a quelli governativi, i quali non sempre fotografano il reale livello di integrazione di queste persone. Una prova evidente delle difficoltà del governo albanese in questo campo è rappresentata dal censimento che l'Istituto Nazionale di Statistica (INSTAT) ha realizzato nel 2011, secondo il quale risiederebbero in Albania solamente 8.500 persone di etnia rom, pari allo 0,3% della popolazione: una cifra irrisoria, lontanissima da quelle indicate da altre fonti internazionali, alcune delle quali arrivano a stimare 120.000-140.000 unità.

Buone leggi, cattiva applicazione
Come spesso accade in Albania, le carenze del sistema non sono strettamente giuridiche. Lo stato albanese è firmatario dei più importanti trattati internazionali che regolano il rispetto delle minoranze - nel 1991 ha ratificato la Convenzione ONU sui diritti civili e politici, nel 1996 la Convenzione del Consiglio d'Europa per la protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali - e sebbene i rom non vengano pubblicamente riconosciuti come minoranza a sé stante, la Costituzione del 1998 accorda alle minoranze etno-linguistiche presenti nel paese tutti i diritti di base.

Conformemente ai dettami costituzionali, nel 2010 il parlamento ha approvato una legge contro la discriminazione, per altro in linea con le quattro direttive europee in materia, dando poi vita a un gruppo di lavoro interministeriale sui rom aperto alle ONG operanti sul territorio. A questi impegni legali corrispondono però scarse politiche effettive e, quel che è più grave, i membri delle varie comunità non conoscono né godono delle misure che il governo ha attivato per loro.

La legge del 2010 prevede ad esempio la possibilità di denunciare i casi di discriminazione alle corti locali: ad oggi nessuna segnalazione è stata formalmente depositata, sebbene gravi episodi d'emarginazione abbiano avuto luogo - nel febbraio 2011, ma è solo il caso più eclatante, 45 famiglie accampate nei pressi della stazione dei treni di Tirana vennero rimosse con la forza da comuni cittadini, nella totale noncuranza del governo e delle forze dell'ordine.

Del resto anche sul piano europeo, la distanza tra normativa e realtà appare drammatica: secondo quanto riportato nel CSMR, gli strumenti finanziari messi a disposizione dall'Ue per migliorare l'inclusione sociale dei paesi in fase di pre-accesso sono gestiti senza il coinvolgimento dei rappresentanti delle minoranze: è opinione diffusa ad esempio tra i rom d'Albania che questi aiuti non riguardino le loro condizioni di vita, e che gli unici beneficiari siano le istituzioni: il fallimento del censimento 2011, finanziato e pubblicizzato dalla stessa Unione europea, ha certamente rafforzato questa percezione.

Ad oggi, secondo le stesse fonti, il livello di povertà dei rom d'Albania è due volte superiore a quello degli albanesi etnici, il tasso di disoccupazione tre volte più alto della media nazionale ed il reddito del 37% delle famiglie rom è inferiore ai 100 euro al mese. Circa l'87% della popolazione rom d'Albania si dichiara insoddisfatta dei propri diritti ed il 59% non ha abbastanza soldi per mangiare (solo il 4% degli albanesi etnici dichiara lo stesso).

I Rom di Fushë-Kruja e ADRA Albania
Fushë-Kruja è una piccola cittadina di circa 10.000 abitanti, trenta chilometri a nord di Tirana. Teatro di una delle storiche battaglie di Skanderbeg, questa piccola località di provincia è riemersa dall'anonimato grazie alla visita del presidente americano George W. Bush, era il 10 giugno 2007. In questo comune è stanziata una comunità rom di circa 1500 persone: una delle più grandi e problematiche del paese.

Popolazioni rom abitano quelle zone dai primi anni Sessanta: stabilitesi inizialmente nel villaggio di Halil, nel 1979 si spostano e si concentrano a Fushë-Kruja. Non è scorretto affermare che questi rom vivono in un ghetto: le loro abitazioni non sono certo lontane da quelle del resto della popolazione, ma costituiscono qualcosa di più di un quartiere, fanno "città a sé". A dimostrazione di ciò, vi è il fatto che non avrei potuto passeggiare nel quartiere senza Erinda Toska, una guida (e un'amica) che mi ha aperto le porte e i cuori dei locali, affatto abituati a ricevere visite dall'esterno.

Erinda ha lavorato per tre anni a stretto contatto con la comunità rom di Fushë-Kruja: come project coordinator di ADRA Albania, ONG attiva in altri 26 paesi europei, ha scritto e implementato diversi progetti educativi mirati alla formazione, l'alfabetizzazione e l'emancipazione delle giovani donne e dei loro figli. Le attività e i risultati di questi percorsi vengono pubblicati in tempo reale su questo blog .

I problemi dei rom di Fushë-Kruja non sono diversi da quelli di altre comunità albanesi - dalla mancanza di educazione igenico-sanitaria all'assenza di istruzione, dal fenomeno delle spose bambine alla disoccupazione endemica - tuttavia la dimensione, la chiusura e la posizione di questa comunità, alle porte della capitale ma estremamente conservatrice, hanno contribuito alla sua reputazione, che di bocca in bocca è giunta alle mie orecchie. "È una delle realtà più complicate", conferma Erinda che, forse un po' stanca dei miei interrogativi via WhatsApp, alla fine ha capitolato: "Se ti interessa così tanto, un giorno ti ci porto".

Nel campo: il cuore rallenta, la testa cammina
È sabato 12 aprile, e il sole brilla sul cemento della capitale. Io, Eri e Francesco fatichiamo a trovare un furgon - camioncini uso taxi su cui il governo ha recentemente inasprito i controlli di sicurezza - ma una volta partiti non c'è troppo traffico, e dopo mezz'ora di sorpassi siamo già a Fushë-Kruja. Ai confini del quartiere rom ci aspetta la nostra guida. Fatmira Dajlani è una ragazza rom che ha potuto studiare: collega ed amica di Eri, collabora con Adra e con altre organizzazioni internazionali, fungendo da tramite tra i membri della sua comunità e la realtà esterna.

Ci scambio due parole e tre sorrisi, questi ultimi dovuti principalmente al mio albanese: quanto basta per farmi cogliere l'importanza di figure come Fatmira, ambasciatrice della propria gente nel mondo e del mondo presso la propria gente. Eri esce dal bar con due sacchetti di caramelle, ci avviamo su una sterrata in direzione campagna. Il primo edificio che incontriamo è un mekanik (meccanico). Intorno, solo uomini e alcuni bambini, che ovviamente corrono in braccio a Eri. Mi intenerisco, ma vengo distratto dal lavorio degli uomini: gli strani mezzi che stanno assemblando sono gli stessi che ho visto tante volte scorrazzare per le strade di Tirana: tricicli a motore, composti da un motorino potenziato cui al posto della ruota anteriore viene attaccato un carretto. Scopro finalmente il nome di questo mezzo geniale: si chiama karrocë.

È con i karrocat, dunque, che i ragazzi rom svolgono buona parte delle loro attività cittadine: dal trasporto frutta alla raccolta della plastica, incentivata dal governo che paga a peso, ma che, di fatto, spinge i rom a rovistare nella spazzatura, nel tentativo di recuperare ciò che poteva essere differenziato prima. Mi fisso sull'oliaggio di una catena, operazione che ho sempre delegato per laute somme, ma le guide mi chiamano, e interrompono i miei pensieri. Prima di proseguire mi volto, la giornata è splendida, le montagne dominano lo sfondo. Scatto una foto e decido in quel momento che non ne farò altre.

Gli onori di casa li fanno i bambini. Frotte di bambini, spuntati da non si sa da dove, ci prendono per mano e ci accompagnano verso le loro case. La scena si ripete più volte: sbucano da in fondo alla strada, riconoscono Eri da lontano e le corrono incontro con le braccia tese. Eri ci ha lavorato per anni, li conosce uno ad uno, li chiama per nome, chiede loro se vanno a scuola; è da un po' che non tornava al campo, e li trova cresciuti. Ci addentriamo nel quartiere. Là dove mi aspettavo il fango, c'è un selciato perfettamente lastricato - "La strada è merito di UNDP", sorride Erinda, leggendomi nel pensiero.

A destra e a sinistra si aprono cortili antistanti ad abitazioni colorate: un cavallo rumina in un angolo, una mucca scuoiata è appesa all'ombra di un albero. Una vecchia dalle rughe leggendarie ci viene incontro con aria solenne. Le mani completamente viola, due occhi verdi ipnotici, gesticola con Eri per cinque minuti e poi si congeda. "Mi ha chiesto le polverine per colorare le uova, ha il rosa ma le manca il rosso". Trasecolo: ma i rom d'Albania non sono musulmani? "Non tutti, loro sono ortodossi. In ogni caso per i rom la religione non ha troppa importanza, mischiano volentieri le tradizioni. L'unico rito che conta per tutti è la festa di Ederlezi...".

Nonostante non abbia mai sentito parlare il Romanì , la parola non mi suona nuova, e solo con l'aiuto del telefono capisco il perché: "Ederlezi" è il titolo di una celebre canzone che fino ad allora avevo creduto di Goran Bregović, famosissimo interprete di musica balcanica che in questo caso ha ripreso un motivo tradizionale rom. Ignara delle mie elucubrazioni musicali, Eri prosegue la sua spiegazione: " Ederlezi è una festa di origine serbo-ortodossa che è stata adottata dai rom dei Balcani. Si festeggia il 6 maggio, giorno della rinascita, della primavera. La festa segna l'inizio del bel tempo: a partire da quel momento gli uomini della comunità partono per i villaggi dell'Albania, della Grecia e del Kosovo, per vendere vestiti e scarpe di seconda mano, o per raccogliere e rivendere metalli. Spesso si muovono con la famiglia, ma poi ritornano...". Il racconto mi affascina e chiedo i dettagli: "Immaginati una festa tradizionale: dopo la processione alla Chiesa di Laç le famiglie si riuniscono, si addobbano le case, ci si veste eleganti, si balla, ma soprattutto si cucina l’agnello che viene sgozzato e dissanguato giorni prima...".

Una giovane donna viene incontro a Eri, la abbraccia e la bacia. Si chiama Mimoza, e solo da quattro anni abita a Fushë-Kruja, da dopo il suo matrimonio. Prima viveva con la sua famiglia, a Tirana, in una casa che rimpiange perché molto più grande. Ci invita ad entrare e a verificare di persona quanto ci sta raccontando. La sua abitazione non è in muratura, è un tendaggio allestito nel cortile di un altro stabile, quello sì in mattoni, probabilmente dei suoceri. Mimoza ha due figli, e dorme con loro su un letto, su cui ci invita a sedere. Una prolunga si arrampica sul soffitto, per portare luce a una lampadina penzolante. C'è anche un TV. Cerco di immaginare come possa essere ripararsi lì dentro in caso di pioggia, ma non ci riesco. Tuttavia l'odore non è cattivo, l'ambiente è ordinato e tenuto con estrema cura. Mimoza ci mostra delle calzature di lana di sua produzione, e invita Francesco a provarne un paio arcobaleno: è certa che siano della sua taglia, ha ragione, ed esultante gliele regala. Vista l'eccellente ospitalità, ingenuamente attendo le stesse attenzioni, ma vado incontro a una delusione: Francesco è il burri (uomo, marito) di Eri, a lui e solo a lui gli oneri e gli onori.

Ad attenderci fuori da casa ci sono sempre più bambini, sempre più festanti. Io e Francesco cerchiamo un po' goffamente di farli divertire, di giocare con loro. Facciamo il piacevole errore di accennare un vola-vola, e scateniamo una vera e propria competizione. Alzo lo sguardo e noto un uomo in fondo alla strada: l'ultimo maschio adulto lo avevo visto dal meccanico. Faccio un cenno di saluto ma non sono ricambiato; Francesco, ben più esperto, anticipa i miei pensieri. "Non accettare alcuna provocazione, spesso lo fanno apposta. Se ci pensi hanno più che ragione: facciamo volare i loro figli, veniamo ricevuti dalle loro donne... Ma noi chi siamo?".

Più ci addentriamo, più l'ostilità maschile risulta palpabile. Fatmira e Eri non sembrano preoccupate, ma nel dubbio né io né Francesco ci avventuriamo lontano da loro, esattamente come gli altri bambini. Eri mi spiega che il problema è ben più profondo della questione territoriale maschile: "Tutte le nostre attività hanno sempre dovuto vincere le resistenze degli uomini. Tendenzialmente le donne sono disponibili, ci lasciano i loro figli e desiderano studiare in prima persona. Molto spesso sono i mariti o le loro famiglie a proibirglielo. Quando una ragazza si sposa, il che mediamente avviene molto presto, tra i 13 e i 14 anni, questa passa sotto la giurisdizione della famiglia del marito, in particolare della suocera, che in sostanza ne dispone". I tasselli del mosaico si ricompongono: capisco finalmente la tristezza della giovane Mimoza, lontana dalla famiglia in uno spazio che non sente suo. Ovviamente, mi spiega Eri, non tutte le famiglie hanno lo stesso approccio tradizionale, ma il dovere di servire nella casa del marito non è discutibile, e quand'anche la situazione risultasse inaccettabile - come nel caso di violenza fisica sulla giovane sposa - la stessa famiglia d'origine non approverebbe il ritorno della figlia tra loro: sarebbe al contrario una grande vergogna.

Centinaia di domande affollano la mia mente, ma le spiegazioni di Eri sono in italiano, e dunque rapide, per non escludere dalla conversazione le persone che ci vengono incontro. Suela Rama ha 16 anni e si è appena maritata. Eri mi informa di questa novità in albanese, e abbozzo un gesto di congratulazione. "Siamo orgogliosissimi del suo percorso. Suela ha sempre partecipato alle nostre attività, e nonostante le pressioni della famiglia si è sposata "solamente" adesso, a 16 anni. Per noi questo è un grande risultato".

Il fenomeno delle spose bambine, mi spiega Eri, è collegato al problema cruciale di ogni comunità rom: quello dell'istruzione dei bambini. Teoricamente, i bambini rom hanno il diritto di frequentare le scuole municipali albanesi, ma raramente le scuole pubbliche rappresentano un luogo accogliente per i ragazzi e le loro famiglie. La prima discriminazione che quei bambini incontrano è linguistica: non solo perché il Romanì non è una lingua riconosciuta - nessuna forma di istruzione è garantita nella lingua dei rom - ma anche a causa della noncuranza dei genitori, i cui figli spesso crescono senza imparare l'albanese - una scelta distruttiva, che esclude quei bambini da qualsiasi attività del paese in cui abitano. Se già è complesso convincere i genitori ad occuparsi dell'istruzione dei figli, si capisce come far studiare le giovani donne - sottraendole alle dinamiche famigliari e facendo sì che si sposino un po' meno bambine - risulti estremamente arduo: per un piccolo risultato, occorrono mesi e mesi di lavoro e di frequentazione diretta.

Cogitando arriviamo al bar, ovvero "in centro": come in ogni agglomerato umano del pianeta Terra. Finalmente un ragazzo mi saluta, sembra contento di vedermi. Mi viene incontro sorridendo, e mi chiede in albanese da dove vengo. Alla parola "Italia" si illumina, e mi dice che sta andando in Francia, partirà l'indomani mattina. Gli faccio i migliori auguri e gli stringo la mano. Eri mi spiega che in molti chiedono asilo politico in Francia, perché è più facile che negli altri paesi. Ancora oggi, l'asilo politico rimane il miglior passaporto per chi è disposto a partire: bisogna dimostrare di essere discriminati, il che, per chi sa leggere e scrivere e mantiene contatto con gli internazionali, non è nemmeno troppo difficile. A quanto pare in molti partono, ma altrettanti, alla fine, ritornano.

Il sole splende meno alto su Fushë-Kruja, e per i turisti è giunto il tempo di andare. I bambini ci hanno accolto e i bambini ci accompagnano fuori, come lo strascico di una sposa. Mentre volto le spalle a tutto quello che ho visto, penso a tutto, ma non saprei dire a cosa. Sono domande senza grammatica, in lingua pensiero. A nulla valgono i libri, i viaggi, le canzoni: a nulla vale quell'insieme d'informazioni diversamente accumulate che i sistemi educativi della civiltà qualificano come "esperienze formative".

Caffè, acqua e sapone
Di fronte alla vita vera, il cuore rallenta, la testa cammina: De Andrè aveva ragione. Ma la poesia omette per definizione la prosa: anche se nessun verso lo ammetterà mai, al ritorno dalle periferie ci attende, inevitabile, il sapone. Approfittando di una sosta al bar, sia io che Francesco visitiamo a turno il bagno. Eri resta seduta e ordina il caffè. Mentre mi sciacquo le mani con cui avevo fatto volare i bambini, un sottile senso di colpa mi attraversa il cuore: come me e prima di me, in tanti hanno toccato, e in tanti si sono lavati le mani. Chissà se, dopo aver scritto quest'articolo, mi occuperò mai più di quelle persone.

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Di Fabrizio (del 13/05/2014 @ 09:08:09, in blog, visitato 2944 volte)

Uno sguardo vigile e sveglio sul mondo

Martedì 20 maggio, ore 20.45
Incontro con Fabrizio Casavola, presidente dell'associazione MAHALLA. Maestra di cerimonie: Ivana Kerecki
Libreria Popolare, via Tadino 18, Milano

Fatta l'associazione, ora tocca presentarla (non si finisce mai!). Il luogo è quello solito di tanti incontri passati, lo scopo è capire cosa si può fare e con chi.

Cosa è una Mahalla, innanzitutto?
Ai tempi dell'impero ottomano erano quartieri, villaggi, ma anche grandi estensioni urbane abitate da un'unica etnia o quasi. Si trovavano in un'area che andava dall'Europa dell'Est a tutto il Medio Oriente.
Il dissolvimento violento della Jugoslavia della fine del secolo scorso, ha visto anche lo svuotamento forzoso delle tante Mahalle rom. Da una decina d'anni però è nata una Mahalla virtuale, con notizie (oltre 6.000 articoli in archivio) da Rom e Sinti da tutto il mondo, ma anche documenti da scaricare, musica, discussioni. E cucina, musica, film, una piccola casa editrice... Una specie di enciclopedia, insomma, se possibile senza il suo manto di serietà e solennità, perché si è sempre cercata comunanza e condivisione con tutti.
Col tempo, il gioco si è fatto doppio: guardarsi allo specchio senza urlare spaventati, e provare ad immaginare che se "loro" stessero meglio (sotto tutti i punti di vista) lo staremmo anche noi.
Prima o poi doveva succedere: da questo mese MAHALLA è anche un'associazione. Educatamente si presenta, vedendo cosa sarà possibile fare assieme.

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Di Sucar Drom (del 14/05/2014 @ 09:09:55, in blog, visitato 2811 volte)

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Di Fabrizio (del 15/05/2014 @ 09:05:13, in media, visitato 16088 volte)

Luca Klobas è un cabarettista. Il suo doppio, Ratko, è un caso unico di Rom arrivato in Italia con barcone che è riuscito a diventare sindaco... insomma è passato dal ripulire le nostre case direttamente ai nostri portafogli.

Si potrebbe parlare anche di questo approccio alla proprietà pubblica e privata, perché sarà in chat su Mahalla (per le vostre domande) giovedì 22 maggio alle 21.00.

Oppure si potrà capire da dove prendono spunto le sue storie (dalla realtà rom o dalle cronache su di loro), su quali siano i limiti dell'umorismo, su come l'umorismo possa raggiungere determinati nervi scoperti molto più di tanti discorsi seri o seriosi. E tanto altro

SAVE THE DATE

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Di Fabrizio (del 16/05/2014 @ 09:00:21, in scuola, visitato 15914 volte)

Da Agostino Rota Martir

Care e cari tutti,

siamo qui ad aggiornarvi sulla questione della Bigattiera.

Come sapete, a seguito dell'appello che tutti noi firmammo lo scorso anno e del lavoro fatto in seguito nella Commissione 2, il primo di agosto 2013 riuscimmo a fare approvare all'unanimità un Ordine del Giorno, in cui la Giunta si impegnava a ripristinare pulmino, acqua e elettricità nel campo rom della Bigattiera.

La Giunta chiedeva un contributo alla Regione per essere aiutata a risolvere la situazione, e a novembre ha ricevuto la disponibilità di 30 mila euro, come risulta dalla registrazione audio della Commissione 2 del 13 gennaio 2014.

Abbiamo assistito agli incontri in commissione per avere gli sviluppi di questa vicenda, abbiamo sollecitato gli assessori, abbiamo ricevuto promesse e piccole proposte di progetti minimi che poi non sono state realizzate. Niente è stato fatto.

Oltre il danno, l'ennesima beffa. ll 27 marzo giunge una nuova denuncia alle famiglie del campo, per inadempienza dell'obbligo scolastico. E fin qui possiamo anche essere d'accordo: i bambini in effetti a scuola non vanno se non saltuariamente, soprattutto in inverno, e la responsabilità oltre che di tutti è anche dei loro genitori.

Ma che il Sindaco tuoni tronfio che "E' inaccettabile, non si può in alcun modo tollerare una situazione del genere, a danno di bambini e bambine", questo pare davvero troppo. Come che si vanti su Facebook di non aver fatto mai nulla per i rom, se non "prevenzione e diminuzione del numero delle presenze", e che le politiche di Città Sottili sono acqua passata e scelte ormai lontane, ci pare incommentabile.

Ad oggi la situazione è identica ad un anno fa, con in più la disillusione su un possibile ripristino di una condizione umana anche minima, poiché evidentemente quello che manca è la volontà politica di trovare qualche soluzione. I bambini hanno passato l'ennesimo anno senza istruzione scolastica, senza la vicinanza dei compagni di classe, perdendo nuovamente una possibilità per il loro futuro.

Per tutto questo, su richiesta dei bambini e dei genitori del campo della Bigattiera, abbiamo pensato di organizzare una Marcia simbolica verso la Scuola con partenza dalla Bigattiera il giorno mercoledì 21 maggio alle ore 9:00, direzione Marina di Pisa.

L'obiettivo è mostrare alla città quanto sia lontano e pericoloso il percorso dei bambini verso la loro scuola, riportare l'attenzione della società civile sul diritto all'istruzione e ad una vita dignitosa per tutti i bambini e tutte le bambine.

Sappiamo che è un giorno lavorativo e che molti non potranno, ma siamo qui a chiedervi, per chi può, di partecipare, perché abbiamo bisogno del maggior numero di persone possibile a supporto di questa protesta, per renderla visibile ed efficace.

Vi preghiamo di rispondere alla mail con la vostra eventuale disponibilità, così ci contiamo e cerchiamo di organizzare al meglio.

Grazie a tutti della pazienza e della partecipazione,

a presto

Clelia Bargagli
Luca Randazzo

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Di Fabrizio (del 18/05/2014 @ 13:15:41, in conflitti, visitato 16257 volte)

12 maggio 2014 • Cronaca, LQlatinaquotidiano.it

di Luigi D’Arcangelis - I fatti risalgono alla notte tra il 24 ed il 25 aprile scorsi, quando un gruppo di giovani rom, residenti nella struttura di Al Karama - che ospita una comunità di sinti e rom, appunto - hanno denunciato di essere stati picchiati da alcuni abitanti di Borgo Bainsizza. E non solo. Pare che anche la Polizia accorsa sul posto avrebbe dato "man forte" agli aggressori. Sempre stando a quanto dichiarato dalle vittime.

A seguito della presunta aggressione, pronta è arrivata la condanna del comitato Amici del Borgo, che ha subito preso le distanze da ogni azione violenta e intimidatoria e da quanti possano averne intraprese ed eventualmente ne intraprenderanno.

Nella lettera aperta indirizzata al sindaco di Latina, Giovanni Di Giorgi, il presidente onorario dell’associazione di cittadini borghigiani, Italo Di Cocco, ha anche voluto fare il punto della situazione ed avanzare proposte in merito alla questione della prevista realizzazione del villaggio che dovrebbe sorgere accanto al sito che attualmente ospita la struttura di Al Karama e dare alloggio a 95 persone di etnia rom e/o sinti.

Al fine di tutelare e mantenere la pacifica convivenza, e far si che non nascano tensioni che possano magari portare ad episodi gravi
, il presidente chiede al primo cittadino del capoluogo: che il villaggio in costruzione rimanga, anche nel futuro, bloccato alle dimensioni previste nel progetto e sia dotato di un posto di Polizia attivo 24 ore su 24 e di un centro di primo soccorso sanitario; che il sito di Al Karama venga contestualmente smantellato e bonificato; che al suo posto venga insediato un frutteto sperimentale.

La palla, ora, passa all’Amministrazione di Latina.

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Di Fabrizio (del 20/05/2014 @ 09:08:45, in scuola, visitato 15941 volte)

ComuneVenezia.it

Cari cittadini,

una delle realtà più interessanti che il Servizio Civile mi sta dando l'opportunità di conoscere è quella del lavoro a contatto diretto con le minoranze, che oltre ad essere presenti nel nostro territorio, sono presenti nella nostra testa, spesso sottoforma di pregiudizi, timori o cliché apparentemente indecostruibili. Nelle attività che svolgo insieme ai bambini Sinti e alle loro famiglie ad esempio sto imparando a ridimensionare le mie aspettative, integrando il mio bagaglio mentale con il dato di realtà e ad apprezzare gli sforzi di tutte quelle persone che operano quotidianamente per aprire vie di comunicazione tra "noi" e "loro". Mi sento quindi di contribuire alla promozione di un'iniziativa che il Comune di Venezia, Direzione Politiche Sociali, Partecipative edell'Accoglienza - Servizio Politiche Cittadine per l'Infanzia e l'Adolescenzaha organizzato: un pomeriggio seminariale sul tema "bambini Rom, Sinti e non...una scuola per tutti!" che si terrà nella giornata del 29 maggio presso l'Aula Magna dell'Istituto Comprensivo "A. Gramsci" - via passo 3/G - CampaltoVenezia.

L'incontro vuole essere l'occasione per continuare il confronto, apertosi in occasione della giornata di formazione "Bambini Rom, Sinti e non...tutti cittadini!" tra operatori sociali, insegnanti e persone impegnate e sensibili al tema. Confronto proseguito, poi, durante la realizzazione del progetto per l'inclusione e l'integrazione di bambini e ragazzi Rom, Sinti e Caminanti nella città di Venezia.
A partire da riflessioni e quesiti affiorati nel corso di questi mesi tra gli operatori egli insegnanti coinvolti nell'operatività quotidiana, si proverà ad esplorare e ricercare linguaggi e pensieri condivisi sugli intrecci che derivano dal lavoro con il gruppo classe e dall'affiancamento individuale di bambini e famiglie.
Un'ulteriore pista di riflessione riguarda, infine, l'importanza di creare buone relazioni nel contesto scolastico al fine di favorire l'instaurarsi di un clima positivo nei gruppi classe a tutto vantaggio di buoni esiti nei processi di apprendimento.

È necessario iscriversi entro il 22 maggio 2014, specificando nome, cognome, eventuale ente di appartenenza via mail a silvana.tregnaghi@comune.venezia.it. Verrà rilasciato un attestato di partecipazione.

Alessandro Zanetti - Volontario del Servizio Civile

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