Rom e Sinti da tutto il mondo

Ma che ci fa quell'orologio?
L'ora si puo' vedere dovunque, persino sul desktop.
Semplice: non lo faccio per essere alla moda!

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Desideri, disperazioni e voglia di normalità dalla periferia più periferica.

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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Sucar Drom (del 15/02/2012 @ 09:24:44, in Europa, visitato 1074 volte)

Swissinfo.ch Rom in cerca d'asilo invernale
Discriminati, e perfino minacciati, i Rom non hanno molte possibilità di ottenere l'asilo in Svizzera. (Keystone) - Di Isabelle Eichenberger

La Svizzera ha registrato negli ultimi mesi un aumento del numero di richiedenti l'asilo serbi. Un "turismo invernale" che si spiegherebbe con un peggioramento delle condizioni di vita della minoranza Rom, in Serbia come in Kosovo.

Un fenomeno analogo era già stato registrato nel dicembre del 2009, quando era stato abolito l'obbligo di un visto per i cittadini serbi, macedoni e montenegrini intenzionati ad entrare nello spazio Schengen.

Questa apertura aveva spinto molti di loro a cercare fortuna in Svizzera. Si trattava per lo più di persone bisognose, di etnia Rom, che pur sapendo di non aver diritto all'asilo politico venivano a cercare lavoro in Svizzera.

«Alcune agenzie locali proponevano perfino viaggi diretti in automobile, spiega Michael Galuser, portavoce dell'Ufficio federale della migrazione (UFM). Si sapeva che la Svizzera assegnava un aiuto al ritorno di 600 franchi. E quando il contributo è stato ridotto a 100, la somma necessaria per pagare il viaggio di rientro, le domande sono diminuite».

Nel 2011 questo flusso migratorio ha però ripreso: su 22'551 domande d'asilo, 1'217 provenivano infatti da cittadini serbi (+33,7% rispetto al 2010), la maggior parte di etnia Rom. Oltre la metà di queste richieste sono state depositate tra novembre e dicembre.

Vitto e alloggio garantito
«Possiamo supporre che queste persone, che spesso vivono in campi molto precari, scelgano di venire in Svizzera a trascorrere l'inverno. Qui trovano vitto e alloggio, almeno durante il periodo necessario per esaminare la loro richiesta», spiega Michael Galuser.

Secondo il portavoce dell'UFM, i Rom conoscono le leggi sull'asilo in vigore nei diversi paesi e sanno esattamente che la procedura elvetica, da due a tre mesi, è più lunga rispetto a quella di paesi comparabili come la Norvegia o i Paesi Bassi.

L'Organizzazione svizzera d'aiuto ai rifugiati (OSAR) condivide in parte l'ipotesi di un "turismo invernale". «Ci sono molti rifugiati Rom di origine bosniaca o kosovara che vivono in Svizzera in condizioni precarie dal 1999. Sono coscienti di non avere alcuna possibilità, ma conoscono le debolezze della nostra legislazione», precisa il segretario generale Beat Meiner.

La crisi economica che sta colpendo l'Europa non contribuisce di certo a facilitare le cose. «I Rom sono spesso contenti di trovare un tetto provvisorio nei centri di accoglienza, anche nei rifugi della protezione civile», aggiunge Meiner.

Discriminati in patria
Stando ad Amnesty International, la situazione è però più complessa. «Può anche essere che i Rom partano più facilmente durante la brutta stagione, ma non credo che lo facciano unicamente con l'idea di trascorrere l'inverno al calduccio. Potrebbero anche andare in Germania, o in altri paesi che d'inverno sospendono i rinvii, contrariamente alla Svizzera», indica Denise Graf.

Amnesty International si dice invece preoccupata dal degrado della situazione dei Rom rifugiati in Serbia. La discriminazione in atto impedisce loro di avere un lavoro, commenta Denise Graf. «Il 97% dei rom è disoccupato». E stando all'ultimo rapporto di Nicola Duckworth, responsabile del programma Europa e Asia centrale di Amnesty sempre più Rom vengono cacciati dai loro appartamenti in seguito a speculazioni immobiliari. «A Belgrado le loro case vengono rase al suolo per far posto a progetti pubblici, senza pianificare dei nuovi alloggi né garantire un'assistenza sociale».

D'altra parte si assiste a un inasprimento delle tensioni a Mitrovica, in Kosovo, dove la minoranza serba continua a contestare l'indipendenza proclamata nel 2008 dell'ex provincia a maggioranza albanese. «Le violenze dell'estate scorsa hanno un'influenza diretta sulla situazione dei Rom, numerosi a Mitrovica», spiega Denise Graf. «La situazione è critica anche per i rom delle altre regioni kosovare, che spesso sono stati accusati di aver collaborato con i serbi durante la guerra».

Intervento in Serbia
Discriminati in patria, i Rom soffrono di una cattiva immagine anche in Svizzera. «Sono considerati vagabondi e ladri, al punto che alcuni Rom integrati preferiscono non menzionare le loro origini», conferma Cristina Kruck, della Rroma Foundation di Zurigo.

In città come Losanna e Ginevra la polizia è intervenuta più volte a per disperdere degli accampamenti selvaggi costruiti sotto i ponti o nei parchi.

Allarmata dalla situazione nei Balcani, Denise Graf lancia un appello alla Svizzera a «far pressione sui partner in Serbia e in Kosovo affinché gli aiuti dell'Unione Europea destinati al reinserimento dei Rom arrivino a destinazione».

E la Direzione dello sviluppo e della cooperazione rassicura: «Nel campo della cooperazione internazionale, la DSC è cosciente dell'esistenza di un rischio di trasferimento dei mezzi messi a disposizione. Esistono tuttavia degli strumenti per farvi fronte, come delle valutazioni indipendenti dei progetti, sulla base delle quali vengono attribuiti i sussidi».

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Di Fabrizio (del 15/02/2012 @ 09:36:08, in sport, visitato 1073 volte)

Da Mundo_Gitano, un caso simile in Italia QUI e QUI (vedi anche QUI). Grazie a Flora Afroitaliani-e per la collaborazione.

 Ideal.es - Non vengono fatti entrare in piscina "perché sono gitani"
Tre cittadini denunciano gli ostacoli che, secondo loro, vengono posti nell'accesso al nuovo complesso sportivo della località - 01.02.12 - 19:10 - DIEGO QUERO | SANTA FE

Un gruppo di abitanti di etnia gitana denunciano la discriminazione patita per il rifiuto di un nuovo centro sportivo nel farli entrare. Dicono che gli sono stati chiesti sino a 106 euro per entrare dal cancello, anche se secondo loro, gli altri utenti devono pagarne solo 34 al mese. Inoltre insistono sul fatto di dover passare, come un filtro, per una lista di attesa.

Uno dei denuncianti è José Campos, consigliere del Partito Popolare e gitano lui stesso, che racconta come gli sono stati chiesti 56 euro, un prezzo speciale secondo lui "per non essere feccia", però ad altri hanno chiesto "106 euro di iscrizione" e sono stai messi "in lista d'attesa". Due di loro, José Tirado e Melchor Tirado, illustrano il caso nel video che accompagna la notizia.

Da parte loro, i responsabili del nuovo spazio sportivo respingono le accuse e assicurano di ammettere tutti quelli che vogliono accedere all'impianto.

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ModenaToday.it

Sarà presentato giovedì 16 febbraio alle 17.30 alla Biblioteca Delfini "Non ci sono pesci rossi nelle pozzanghere" (Instar libri, 2011) di Marco Truzzi, vincitore del premio Bagutta "Opera prima" 2012.

Il libro - E' un viaggio nel mondo di Damian, diviso tra zingari e non zingari, rom e gagi (così la comunità rom e sinta definisce coloro che non ne fanno parte), dentro e fuori del campo alle porte di Correggio dove ormai da anni è stanziata la sua comunità. C'è Gioele, che alleva pesci immaginari nelle pozzanghere, c'è nonno Roman che armeggia con la pipa e, tra un silenzio e l'altro, gli racconta di tempi remoti e luoghi lontani. Quando, un mattino di marzo, Damian si incammina verso il suo primo giorno di scuola, il confine tra le due realtà comincia a incrinarsi. Ci si mette anche la fortuna, che fa sì che due pubblicitari di passaggio scelgano proprio il padre di Damian, Erik, come protagonista della campagna promozionale di una nota marca di trapani elettrici, rendendolo lo zingaro più benestante della zona. Crescendo e passando sempre più tempo con i Gagi, Damian sembra fuggire dalle proprie radici alla ricerca di una nuova identità.

Marco Truzzi è nato nel 1975 a Correggio, dove vive e lavora come addetto stampa.

L'incontro, gratuito, fa parte del ciclo "Racconti e poesie migranti" che la biblioteca organizza insieme al Centro territoriale permanente di Modena.

di Alberto Lepri

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da U Velto

L'Autorità per l'energia e per il gas con Delibera 38/2012 ha sospeso la Delibera 67/2010 che abrogava la possibilità di stipulare contratti a forfait a favore delle famiglie sinte, rom, giostraie e circensi.

La Federazione Rom e Sinti Insieme è soddisfatta di una decisione che riconosce le argomentazioni e le richieste serie fatte in questi mesi per evidenziare la grave situazione vissuta da tante famiglie sinte, rom, giostraie e circensi.

Dal 9 febbraio 2012 è possibile stipulare contratti annuali a forfait in media e bassa tensione, sulla base della potenza richiesta e di una durata di utilizzo pari a 6 ore/giorno.

In queste ore abbiamo verificato che molti gestori, a partire dall'ENEL, non si sono ancora adeguati alle nuove disposizioni e per questo li invitiamo al rispetto della Delibera 38/2012. La Federazione ha attivato uno sportello segnalazioni (telefono 0376 360643, orario ufficio) che si occuperà di fornire le informazioni esatte ed eventualmente segnalare alla stessa Autorità i disservizi che si potessero creare nei prossimi giorni.

La Federazione è già impegnata nel redigere le osservazioni al Documento per la Consultazione deliberato dall'Autorità per l'energia e per il gas per affrontare in maniera seria e definitiva le problematiche rilevate nella Delibera 67/2010.

Ci preme ringraziare il Presidente dell'Autorità e tutto lo Staff della Direzione Tariffe, a partire dal Direttore, per la serietà con cui hanno affrontato la materia e per la loro la capacità di ascolto dimostrata in questi mesi.

Un ringraziamento anche all'Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziale ed Etnica (UNAR), in particolare ringraziamo il Direttore Massimiliano Monnanni, e il Punto di contatto nazionale per la strategia nazionale rom e sinti per il supporto offerto alla Federazione Rom e Sinti Insieme.

Per contatti con la stampa
e-mail: sintirom.insieme@gmail.com - mobile: 345 6123932

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Di Fabrizio (del 17/02/2012 @ 09:04:17, in casa, visitato 1102 volte)

Da Baltic_Roma

CTV News

Vilnius, 13/02/2012 - Parte di un villaggio rom alla periferia della capitale Vilnius è stato demolito lunedì, mentre le autorità lanciavano una campagna per reprimere l'abusivismo edilizio ed il presunto spaccio di droga.

Con l'ausilio di un escavatore, gli operai hanno smantellato tre case nel villaggio di Kirtimai, in gran parte popolato dalla minoranza rom.

Secondo l'amministrazione, a Kirtimai ci sono 100 case, di cui una sola è legale. Le altre potrebbero essere abbattute se il sindaco di Vilnius, Arturas Zuokas, vedesse approvato il suo piano di combattere il traffico di droga nella zona.

Nelle tre case vivevano sei famiglie, 25 persone, ma né loro né i vicini hanno opposto resistenza alla demolizione.

Tuttavia, un leader rom accusa l'amministrazione di Vilnius per l'isolamento e la povertà della comunità.

"Dite che qui siamo tutti illegali, ma cosa avete fatto per aiutarci, per aiutare la nostra gente? Niente, vi limitate a sorseggiare il te, costruire palazzi ed ora mandate gli scavatori nel nostro villaggio," dice Stemonas Vysockis.

Vysockis ha strappato la notifica di demolizione e l'ha gettata nella neve.

Le organizzazioni per i diritti umani hanno criticato la campagna come una grave violazione dei diritti umani.

La comunità rom aveva citato il comune di Vilnius diversi anni fa, chiedendo 5,5 milioni di litai (circa 1,5 milioni di euro) come risarcimento per le case demolite in precedenti campagne simili. Il tribunale aveva stabilito che alla comunità fossero pagati soltanto 100.000 litai (circa 29.000 euro) per danni non materiali.

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Di Fabrizio (del 17/02/2012 @ 09:20:00, in Regole, visitato 1030 volte)

Convegno sulle politiche nazionali d'integrazione della comunità Rom
22 Febbraio 2011 ore 15.00
Fabbrica delle e
Corso Trapani 91
Torino

La sentenza di novembre 2011 ha dichiarato inesistente lo stato d'emergenza rispetto alla questione rom sollevata con il Piano Maroni nel 2008. Il decreto emanato dall'ex- Ministro dell'Interno prevedeva la realizzazione di progetti volti a controllare la presenza e l'esistenza dei Rom sui territori delle città italiane maggiormente colpite dal fenomeno: Milano, Roma e Napoli e subito dopo Torino e Venezia; censimenti, commissari speciali, campi con video sorveglianza le misure previste per ridurre il pericolo e dare sicurezza ai cittadini italiani all'alba delle elezioni.

Ora è il momento di porre la vera questione di emergenza per le comunità Rom.

Noi crediamo che sia l'inclusione sociale, sia ridare dignità a donne, bambini e uomini che vivono in campi nomadi senza servizi igienici, a rischio alluvione e senza i più diritti elementari. Vogliamo mettere insieme forze e idee per garantire lo studio ai bambini, per l'inclusione abitativa delle famiglie e per l'inserimento lavorativo degli adulti.

Abbiamo vissuto l'esperienza del Dado a Settimo, non solo una comunità di accoglienza, ma un più ampio percorso sociale.

Oggi, anche in seguito alla recente visita al Dado del Ministro Fornero, vogliamo confrontarci con le altre realtà, in particolare con le esperienze delle città oggetto del decreto per scambiare buone pratiche, con la politica locale e con la società civile, discutendo con chi vive con la comunità Rom tutti i giorni, siano essi insegnanti, operatori sociali o mediatori, per capire come andare avanti.

Dibattito moderano i giornalisti Gianluca Gobbi e Sara Strippoli
Quali proposte per il futuro?

Interverranno:
Antonio Ardolino, Progetto Controcampo e Cooperativa Berenice di Roma
Sergio Bontempelli di Africa Insieme di Pisa
Don Massimo Mapelli per Casa di Carità di Milano
Pietro Cingolani, FIERI
Arch. Guido Lagana Ex docente Politecnico Torino
Oliviero Alotto per Terra del Fuoco
Aldo Corgiat, Sindaco di Settimo Torinese
Elide Tisi, Comune di Torino

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Di Fabrizio (del 18/02/2012 @ 09:30:08, in media, visitato 1073 volte)

NotiziarioItaliano Giovedì, 16 Febbraio 2012 16:53

Un viaggio attraverso le regioni montuose della Bosnia centrale dove vivono alcune comunità di rom kaloperi: famiglie stanziali che possiedono una casa, guardano con sospetto gli zingari dediti al nomadismo e non parlano volentieri la lingua romanì. Di villaggio in villaggio, vengono scrutate attentamente tutte le abitudini più ordinarie dei membri delle varie famiglie e vengono registrate alcune testimonianze: esperienze e pensieri di differenti generazioni che cercano di aprire un nuovo sguardo sulla diversità e la ricchezza dei popoli rom.

Di ciò che risponde all'idea comune di "zingaro", ci sono solo le immagini. Frutto di un viaggio invernale nel cuore della Bosnia compiuto nel 2004, il documentario di Massimo D'orzi vive di immagini libere e fluide colte nell'intimità di quei piccoli gruppi di rom bosniaci che trovano nella dimensione quotidiana degli affetti familiari e del lavoro la loro condizione ideale.

Questa carattere "erratico" e in divenire della ripresa è evidente nella condizione temporale che impone da subito il lavoro: privilegiando i tempi morti, uno sguardo da documentario antropologico e una dimensione evocativa attivata dall'accompagnamento costante della fisarmonica di Hazdovic Ruzdija. La vocazione naturalista del lavoro non preclude tuttavia che il suo obiettivo sia quello di raccontare attraverso una serie di testimonianze dirette una storia differente rispetto alle idee e ai luoghi comuni sui gitani. Obiettivo evidente fin dal titolo, che privilegia il carattere della piccola Adisa, la più giovane fra le protagoniste intervistate, e la mette a confronto con l'esperienza di una nonna particolarmente vivace ed emancipata, ma soprattutto con una cultura nata mille anni fa nell'India d'epoca medievale. Un confronto fra generazioni nel quale emerge anche un certo disagio per l'identità del popolo rom e per tutti quei sottogruppi dediti al nomadismo e al brigantaggio.

È vero che c'è una certa discrasia fra il modo di condurre le interviste (che, per quanto informali, appaiono in più momenti pilotate, animate dalla volontà di far emergere i pensieri pacifisti e quelli anti-tradizionalisti delle famiglie kaloperi) e quello di guardare al paesaggio. Ma, preso come un'unica, lenta e lunga panoramica, il film trova una temporalità personale che riesce a dare un ritmo anche a questa dialettica fra immagini entranti e immagini contemplative. Fra ottica di studio e ottica di poesia.

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Di Fabrizio (del 19/02/2012 @ 09:52:21, in sport, visitato 1460 volte)

Precisazione per i lettori che non masticano di sport: quel tipo allegro ritratto qui sopra è un calciatore (fin qui ci arrivavate da soli), pure bravino, sino a qualche mese fa molto amato dai tifosi bergamaschi. Non mi risulta che abbia cromosomi "zingari", come è successo ad altri campioni..

Seconda precisazione: anni fa ho linkato con Google Alert la parola "zingari" per ricevere segnalazioni puntuali sull'attenzione dei media. Ebbene, da qualche mese le segnalazioni sono aumentate notevolmente, ma Rom e Sinti c'entrano una beata cippa. Riguardano, ad ondate regolari, storie legate ad una nuova Calciopoli.

Sintesi: prima o poi qualcuno doveva scriverlo, è toccato a Ticinonews:

    "Voglio però aggiungere una cosa", prosegue Giulini. "Qui si sente parlare di "zingari" e di "slavi" e queste sono reminiscenze che mi ripugnano. E che non fanno bene a nessuno. Secondo me bisogna usare nomi e cognomi".

E se cercate altre notizie di sport, eccovi una settantina di segnalazioni DOC.

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Di Fabrizio (del 20/02/2012 @ 09:19:22, in lavoro, visitato 966 volte)

Tzigania Tours (TzT) è un'organizzazione senza scopo di lucro, che porta il turismo nelle comunità rom tradizionalmente ostracizzate di Romania. Il nostro prodotto ed il suo lavoro sono rom al 100%, anche se esiste un forte interesse internazionale sui Rom.

Siamo la prima e unica agenzia turistica in tutta Europa specializzata in questioni rom.

TzT presenta la vita reale. Invitiamo a vedere i Rom come sono realmente. Non troverete "arte performativa" nei nostri piani Tzigania, ma soltanto forti dosi di realtà traboccante di zingari che indulgono nel loro naturale stile di vita bohemienne.

La nostra ricerca ha trovato che mentre quasi tutti sanno dei Rom - pochi sanno qualcosa su di loro al di là delle immagini poco lusinghiere o altrimenti romantiche, veicolate dagli schermi televisivi. Ancora più scoraggiante che nove turisti su dieci che visitano la Romania, sono soggetti ai molti livelli degli stereotipi negativi, dei miti e/o esagerazioni che circolano sui Rom: che sono sporchi, rubano, che detestano il lavoro, ecc. I nostri programmi offrono ai turisti l'opportunità di incontrare e di conoscere per gradi i Rom in un rapporto uno-a-uno, nel loro ambiente naturale e prendendo le loro decisioni... Quello che troverete potrebbe sorprendervi.

Però, il nostro programma non è disegnato esclusivamente a vendere divertimenti e riscoprire ricordi; la nostra forza propulsiva è più profonda. I nostri obiettivi a lungo termine e ciò che ci aiuta a motivarci nel far progredire lo status-quo attuale della segregazione sociale dei Rom, è di aiutare a cambiare la mentalità di entrambe le parti in causa. Non è soltanto la prospettiva dei non-Rom ad essere negativamente influenzata dagli stereotipi, ma i Rom stessi soffrono di paura e diffidenza verso i "gagé" (i non-Rom). Tutti hanno da guadagnare da queste esperienze uno-a-uno.

Quella è metà dei nostri obiettivi... I nostri progetti intendono anche contribuire al miglioramento delle comunità fiscalmente prosciugate con l'introduzione di una nuova forma di reddito: il turismo. Oggi, le entrate nelle comunità zingare marginalizzate in Romania provengono principalmente dal sistema assistenziale. Anche se nei quartieri zingari c'è abbondanza di manodopera e di competenze, non ci sono investimenti, per cui i risultati sono la stagnazione e la sopravvivenza giorno per giorno. Portare il turismo nelle comunità è il nostro trampolino per stimolare l'economia zigana e suscitare nuovo interesse per queste comunità abbandonate, la sua gente, le loro abilità ed i prodotti romanì.

Ci vediamo in Tzigania!

il video

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Giornalismi.info L'avvocato del ragazzo italiano: "rispetto per la vittima, ma va fatta giustizia, è competente il tribunale dei minori".
Hanno puntato il dito contro Rom, Slavi, Nomadi e "Zingari": ma l'arrestato e' italiano, come anche suo padre. Hanno detto che il ragazzo e' maggiorenne basandosi sull'approssimazione di un esame radiologico, ma il test del DNA e i certificati di nascita dicono il contrario. Quando la sete di giustizia si trasforma in voglia di vendetta e "caccia allo straniero". 18 febbraio 2012 - Carlo Gubitosa

(clicca per ingrandire)

Rom, rom di etnia sinti, zingaro, nomade di origine slava, slavo nato in Germania. Sul ragazzo recluso a San Vittore per l'omicidio del vigile urbano Nicolò Savarino è stato detto di tutto, ma ora sappiamo che Remi Nikolić è un cittadino italiano nato a Parigi il 15 maggio 1994, fratello di Gojko Jovanović (cittadino italiano nato ad Hamm, Germania), figlio di Snežana Nikolić (cittadina serba nata a Rašanac) e di Zoran Jovanović (che nonostante il suo nome straniero è un cittadino italiano nato a Busnago, nel cuore brianzolo della Padania).



Mentre la comunità Rom di Milano attende invano delle scuse per il trattamento da "caccia allo zingaro" riservatole dalla stampa quotidiana nel corso di questa vicenda, la procura di Milano sarà chiamata nelle prossime ore a misurarsi con questi dati, che oggi noi possiamo confermare in esclusiva dopo aver esaminato i documenti del nucleo familiare e Il test forense del DNA datato 10 febbraio 2012 che ne certifica gli effettivi legami di sangue.

Dati che sembrano consegnare alla cronaca un ulteriore dramma che si aggiunge al lutto della famiglia Savarino: la possibilità molto concreta che un ragazzo minorenne sia recluso in un carcere per adulti tra i più "duri" d'Italia, con la giustizia che si trasforma in vendetta negando quel supporto educativo, psicologico e assistenziale che la legge prevede anche per gli assassini, quando hanno meno di 18 anni.

Un pasticcio aggravato dalle false generalità fornite dal ragazzo, che attualmente è registrato a San Vittore con il nome del fratello ventiquattrenne Gojko, a cui si aggiunge l'ondata di sdegno che ha attraversato il paese in seguito all'omicidio Savarino, aumentando il "peso" sul tavolo del Gip dell'esame radiologico che attribuiva al ragazzo una età approssimativa di diciotto anni.

In assenza dei riscontri che oggi il test del DNA è in grado di fornire, la competenza del caso è stata quindi attribuita al tribunale ordinario, e sono serviti a poco il certificato di nascita rilasciato dalla quarta circoscrizione del comune di Parigi (dichiarato inammissibile in quanto prodotto in copia) e il documento d'identità rilasciato al ragazzo dal comune di Albignasego, che a sua volta aveva provveduto alle opportune verifiche con le autorità francesi.

(clicca per ingrandire)

Per confermare la competenza del tribunale dei minori sul caso del vigile ucciso a Milano, l'avvocato David Russo, che assiste il minore Remi Nikolić, ha richiesto e ottenuto che si procedesse ad un test del DNA per verificare gli effettivi legami di parentela tra le persone coinvolte nella vicenda. Dai risultati delle analisi forensi effettuate dalla sezione dipartimentale di Medicina Legale dell'Università degli studi di Milano, il ragazzo arrestato risulta figlio della signora Nikolić con una probabilità del 99,999% il che dimostra al di là di ogni ragionevole dubbio che è proprio lui quel ragazzo nato a Parigi "domenica quindici maggio 1994, alle ore ventuno e trentacinque minuti, in rue D'Arcole n.2" e registrato dalle autorità francesi diciassette anni e nove mesi fa come figlio di Snežana Nikolić.

Anche il legame di paternità risulta confermato dalle analisi con valori che "consentono di ritenere i rapporti di maternità, paternità e genitura come praticamente provati".

Le prove sono state presentate nel corso dell'udienza che si e' svolta il 15 febbraio presso il tribunale del riesame di Milano, dove David Russo, l'avvocato del ragazzo, ha invocato ancora una volta la competenza del tribunale dei minori per questo caso.

"Siamo ben consapevoli che è stata stroncata una vita umana - ha dichiarato l'avvocato Russo - e non possiamo che essere vicini al dolore dei familiari. Ma quello che chiediamo è che venga fatta giustizia, e non possiamo condannare questo ragazzo se prima la giustizia non accerta chi è e quanti anni ha. E' prioritario effettuare questo accertamento - prosegue Russo - perché c'è il rischio che tutti gli atti processuali raccolti finora possano essere considerati nulli in quanto prodotti da un tribunale incompetente".

Analisi di maternita' e paternita' (clicca per ingrandire)

Ma il 17 febbraio il tribunale del riesame di Milano ha deciso: al collegio giudicante basta un semplice esame radiografico (e non una perizia legale) per determinare che quel ragazzo è maggiorenne con assoluta certezza, e valgono a poco certificati di nascita e test del DNA, di cui potete visionare degli estratti in questa pagina.

Le motivazioni di questa maggiore età "assegnata d'ufficio" sono piuttosto kafkiane. Di fronte a quell'unico esame radiografico, a detta dei giudici Martorelli, Taccone e Corte il dubbio sull'età del nomade "sfuma, ed appare evidentemente superfluo, foriero di inutili costi per la collettività".

E qui l'interpretazione si fa difficile: il dubbio sfuma o è superfluo? Perché se sfuma bisogna capire cosa lo fa sfumare, e quali documenti di prova lo fanno sfumare perfino di fronte ad un test del DNA eseguito dall'Università di Milano. Se invece il dubbio sembra superfluo, allora state violando i diritti di un minore perché il codice penale prevede che in caso di dubbio si facciano degli accertamenti affidando il soggetto al tribunale dei minori fino alla determinazione della sua età, e quindi il dubbio sarà superfluo per il collegio giudicante, ma è fondamentale per il codice penale.

Alle motivazioni incomprensibili si aggiungono quelle risibili: per il tribunale del riesame il ragazzo "in più occasioni, ha dichiarato date di nascita che ne attestano la maggiore età", e poco importa che poi sia stato indagato con l'accusa di false generalità.

Per il collegio giudicante i documenti prodotti dalla difesa si basano su "dichiarazioni di sedicenti parenti e testi", ma la parentela "sedicente" è in realtà biologica, visto che i giudici non hanno in alcun modo confutato il test del DNA eseguito dalla sezione dipartimentale di Medicina Legale dell'Università degli studi di Milano. Semplicemente non lo hanno preso in considerazione.

Inquietante poi l'affermazione in base alla quale sarebbero "costi inutili" quelli sostenuti dalla collettività per la tutela legale dei minori o dei "non certamente maggiorenni", anche quando sono assassini. Chi se ne frega se ha 17 anni e 9 mesi o 18? Lo buttiamo in galera, gettiamo la chiave e risparmiamo anche dei soldi.

Ma la vera motivazione di questa negazione dell'evidenza documentale sembra trasparire da un'altra frase del collegio giudicante, che attribuisce al ragazzo "assoluto spregio per la vita umana", e probabilmente è questa la ragione per cui "si merita" di stare a San Vittore, indipendentemente dalla sua età e da quello che prevede la legge per ragazzi della sua età.

Ma questo non è diritto, è vendetta. Una vendetta che a qualcuno potrà dare una forma di macabra soddisfazione, appagamento o sollievo, ma che di fatto aggiunge una nuova vittima a questa tragedia: lo stato di diritto. Se abbandoneremo la giustizia per passare al giustizialismo, all'elenco delle vittime di questo dramma umano, familiare, cittadino e sociale andrà aggiunta anche la nostra civiltà democratica, che si manifesta anche anche in quel rispetto della persona umana e dei suoi diritti riconosciuto dal codice penale e dalla costituzione anche ai criminali.

Se cederemo all'odio, alla vendetta e alle reazioni di pancia che portano alla negazione dell'evidenza documentale perfino quelli che indossano una toga, su quel maledetto asfalto non avremo perso solo la vita di un vigile, ma anche lo stato di diritto, che un tempo nel nostro paese veniva fatto valere anche per capimafia come Riina e Provenzano, senza processi sommari e con un puntiglioso esame delle carte. E questo nonostante l'"odiosità dei crimini commessi" e il più che assoluto disprezzo per la vita umana attribuito agli imputati.

Oggi questo stato di diritto sembra sospeso per questo ragazzo a cui le carte rifiutate dal tribunale attribuiscono 17 anni e 9 mesi, un ragazzo che possiamo odiare quanto ci pare in quanto assassino o presunto tale, ma che almeno in teoria non possiamo privare di quei diritti che lo stato riconosce "perfino" agli assassini minorenni, a meno di non voler sostituire il codice penale con l'"occhio per occhio".

E noi adulti non dovremmo essere migliori dei ragazzi a cui pretendiamo di insegnare la morale e la giustizia? Vogliamo davvero che l'omicidio che ha portato in galera questo ragazzo trascini a fondo anche noi, in un sonno della ragione che porta i tribunali ad azioni che negano la realtà documentale e il diritto penale? Cedere alla giustizia sommaria non è in fin dei conti una sconfitta per chi cede alla tentazione della barbarie e della vendetta? La giustizia chiara, limpida e cristallina al di sopra di ogni dubbio o sospetto sui diritti negati all'imputato non è anche un dovere di rispetto verso la famiglia della vittima?

Domande, queste, destinate a perdersi nei corridoi del palazzo di Giustizia di Milano, dove il ventennale di "Mani Pulite" verrà macchiato da una grave ingiustizia che nega elementi chiave di fatto e di diritto. Ma questa macchia la vedrà soltanto chi avrà la mente abbastanza aperta da capire la differenza tra la tolleranza verso un omicidio e l'intolleranza verso l'ingiustizia.

La famiglia di questo ragazzo se ne faccia una ragione: la civilissima Italia ha deciso che non merita gli stessi percorsi di recupero riconosciuti agli assassini minorenni, l'ha fatta troppo grossa, ha dato troppo scandalo. E' "maggiorenne ad honorem", perché Milano ha deciso che il Beccaria è un carcere troppo leggero per lui. Che rimanga pure a San Vittore.

La "caccia al Rom" sui media italiani

L'omicidio dell'agente di polizia municipale Nicolò Savarino e' stato arricchito nella cronaca da molti particolari "etnici", con la comunita' Rom di Milano nel mirino dei titoli di giornale.

"Vigile ucciso, è caccia a due slavi" (La Repubblica), "Incastrati dal cellulare: sarebbero due rom sinti" (Corriere della Sera), "I Rom finiscono sotto torchio" (Il Giornale), "Blitz nel campo rom ma gli assassini erano appena fuggiti" (Il Giornale), "Basta fare favori ai Rom" (Libero): E' stato questo il tenore dei titoli apparsi nei giorni immediatamente successivi all'uccisione del vigile.

A partire da questi titoli, l'ondata di intolleranza si e' propagata, con articoli a sostegno della pena di morte e vere e proprie istigazioni al linciaggio che hanno attraversato per giorni i blog e i social network.

Ma ora la cittadinanza italiana di Remi Nikolic, attualmente recluso a San Vittore, e' un dato consegnato alla cronaca, come le origini "padane" del padre Zoran Jovanović, che nonostante il suo nome straniero è un cittadino italiano nato a Busnago, nel cuore della Brianza.

Di fronte al trattamento riservato dalla stampa alla comunità rom in occasione dell'omicidio del vigile Savarino, c'e' chi ha chiesto ragione di quello che a posteriori appare come un "accanimento mediatico". Tra questi c'è Dijana Pavlovic, membro della "Consulta Rom" del Comune di Milano e vicepresidente della Federazione "Rom e Sinti Insieme", che ha stigmatizzato il ruolo giocato dai media e dalla politica in questa vicenda.

"E' l'ennesima volta che si strumentalizzano fatti di cronaca - afferma la Pavlovic - con vere e proprie istigazioni all'odio razziale che hanno portato a situazioni violente come quelle che si sono verificate a Torino. Sin da subito abbiamo invocato il rispetto della carta di Roma, chiedendo che la vicenda di Milano non venisse cavalcata politicamente e mediaticamente, ma questo e' avvenuto nonostante i nostri inviti".

Dopo essere stata trascinata suo malgrado sulle prime pagine dei giornali, la comunita' Rom di Milano adesso presenta il conto della disinformazione. "Di fronte alla provata falsita' di tutte le etichettature etniche dell'omicidio Savarino - ha dichiarato Dijana Pavlovic - valuteremo con l'Osservatorio sulla discriminazione la possibilita' di intraprendere opportune azioni legali a tutela della comunita' Rom di Milano".

Ndr. considerazioni del mese scorso:

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