Rom e Sinti da tutto il mondo

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\\ Mahalla : VAI : scuola (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Fabrizio (del 11/03/2010 @ 09:05:24, in scuola, visitato 1213 volte)

Segnalazione di Alessandra Meloni

Bambini rom con la loro insegnante, in una scuola elementare speciale a Pavlovce nad Uhom, Slovacchia, marzo 2008. © Amnesty International

(9 marzo 2010) Amnesty International ha denunciato che la realizzazione di collegi per bambini e bambine rom e "il distacco graduale dal loro attuale stile di vita negli insediamenti" sono provvedimenti discriminatori e rappresentano un evidente attacco al modo di vivere dei rom.

Secondo quanto dichiarato l'8 marzo dal primo ministro slovacco Robert Fico, il governo proporrà un piano per cui i bambini e le bambine rom saranno prelevati dagli insediamenti e messi in collegi.

"L'idea che i bambini rom debbano essere sottratti alle loro famiglie e messi in collegi, quando potrebbero ricevere un'istruzione in scuole normali vicine alle loro case, va chiaramente contro il miglior interesse del bambino" - ha dichiarato Halya Gowan, direttrice del Programma Europa e Asia Centrale di Amnesty International.

Il fatto che alcune famiglie rom, come altre non rom in Slovacchia, vivano in insediamenti e abbiano difficoltà nel portare avanti l'istruzione dei bambini a causa di povertà, barriere linguistiche e altri fattori, mette in evidenza la necessità che il governo garantisca supporto e assistenza a tutti per superare queste barriere.

Amnesty International già in precedenza aveva espresso grave preoccupazione per la discriminazione e segregazione dei bambini rom nelle scuole slovacche, compreso il loro inserimento in scuole speciali e in classi per alunni con "disabilità mentali".

L'organizzazione per i diritti umani chiede al governo slovacco di affrontare il punto centrale del problema, vale a dire la persistente discriminazione dei bambini rom nell'accesso all'istruzione, che deve essere superata attraverso una riforma del sistema educativo che assicuri realmente l'istruzione di tutti i bambini. Il governo deve fornire adeguato sostegno alle famiglie e agli alunni che ne hanno bisogno, in modo che possano effettivamente partecipare e sviluppare il loro massimo potenziale all'interno del sistema elementare principale.

Maggiori informazioni sono disponibili online

 
Di Fabrizio (del 10/03/2010 @ 09:21:09, in scuola, visitato 1017 volte)

AgoràVox

Mettetevi nei panni di chi educa: alla puntualità. In aula non si entra in ritardo. A Savona i ragazzi che accumulano troppi ritardi sono indirizzati a lavori socialmente utili per capire che il rispetto dell’orario è importante. Intanto si dice che essere in orario vale per tutti, ma non per i politici di Lazio e Lombardia. Lo dice il governo, cioè quello che dovrebbe essere l’esempio civile più alto da seguire.

Mettetevi nei panni di chi educa: si invita allo studio, alla fatica dell’attenzione, alla gioia della conoscenza.

Poi si vedono e si sentono politici che non sanno nulla di storia, che a mala pena sanno scrivere, che non sanno formulare un pensiero logico e non sanno niente della Costituzione italiana.

Mettetevi nei panni di chi educa: si dice “non drogatevi, non fumate, non bevete, vi rovinate la vita”.

E poi ci sono politici che si sottopongono ai test e risultano positivi alla di cocaina. Però se un ragazzo come ad esempio Stefano Cucchi viene sorpreso con la “roba” può morire in carcere, se un parlamentare consuma coca non si può nemmeno sapere chi sia.

Mettetevi nei panni di chi educa: si afferma “siamo solidali col più debole, commemoriamo il Giorno della Memoria, rispettiamo chi viene da un altro paese, accogliamolo, in greco e in latino la parola straniero è anche ospite, mai clandestino”.

E poi arrivano le leggi xenofobe (in quell’asilo possono andare solo bambini cattolici), arrivano i tetti di 30% di alunni stranieri nelle classi, arrivano le epurazioni dei Rom coi bambini zingari (sporchi zingari) che non possono andare a scuola perché continuamente cacciati.

Mettetevi nei panni di chi educa: si fanno giornate contro la mafia, si parla di onestà (se non hai fatto i compiti devi dirlo, mica imboscarti), poi i politici e i loro conniventi (imprenditori, sottosegretari, amministratori locali ecc.) sono servi della criminalità organizzata, sono schiavi del denaro, sono proni davanti al miraggio di chi sa quale potere, di chi sa quale ricchezza, comunque transitoria.

Mettetevi nei panni di chi educa e parla di merito e valuta i compiti, le interrogazioni e cerca di dare un minimo di cultura, di senso critico. Poi si vede che l’igienista dentale del premier entra nel listino della Regione Lombardia. Per quali meriti? Forse i denti del premier sono più importanti dei problemi concreti dei precari? La fanciulla è bella non c’è che dire e dunque le allieve belle perché mai dovrebbero studiare? I ricercatori precari sono licenziati, le escort, le igieniste ecc. ecc. entrano in politica.

Mettetevi nei panni di chi educa e difende la libertà di parola, di informazione, la libertà della conoscenza.

Poi si censurano i giornalisti “dissidenti”, i cortigiani prezzolati, invece, si censurano da soli, le voci discordi sono infangate, il pensiero diventa uniforme come una grigia cappa di smog sulla testa di tutti (o quasi).

Mettetevi nei panni di chi educa e aiuta i giovani a preparare il futuro loro e nostro, di tutti. Mettetevi nei panni di chi cerca di insegnare il rispetto: dell’altro, delle regole, della legge, del più debole, il rispetto di se stessi.

E poi si guarda intorno e non può fare a meno di chiedersi: quale rispetto di sé avranno mai queste persone che, per interessi personali così piccoli, così a breve termine – sono tutti vecchi - distruggono il nostro futuro?

La scuola (e ogni istituzione educativa compresa la famiglia) sta andando allo sfascio, non serve una riforma (di cui non parlo per non deprimermi ancor di più), servono esempi e cultura tanta cultura ormai così fuori moda, soprattutto così scomoda.

Eppure la brace dell’intelligenza non si spegne mai del tutto, questa è l’unica rara e preziosa consolazione di chi cerca di educare a dispetto e contro ogni logica, contro mille ostacoli, contro una realtà, soprattutto politica, soprattutto in Italia, soprattutto di questo governo, veramente incapace, ignobile, impresentabile.

“Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare ». (Marco, 9)

E’ il Vangelo non qualche filosofo anarchico o comunista!

 
Di Fabrizio (del 06/03/2010 @ 00:55:42, in scuola, visitato 5509 volte)

Ricevo da Agostino Rota Martir

Circa una settimana fa un incendio al campo ha distrutto 3 baracche abitate da famiglie Rom, nell'incendio è andato perso tutto, i Rom coinvolti si sono trovati con niente, tutto è andato distrutto, anni di fatica per sistemare, abbellire le loro confortevoli "baracche" in poco più di mezz'ora..tutto in cenere. Nessun ferito, grazie a Dio.
Molti si sono dati da fare, compreso il comune che ha fatto pervenire alle famiglie delle roulotte, gli stessi Rom del campo hanno dato quello che potevano, aiutando a dare alloggio ai bambini, offrendo coperte, materassi, stoviglie..incoraggiamento e vicinanza.
Anche delle persone di Pisa e Livorno hanno fatto sentire la loro vicinanza portando al campo vestiti, letti, coperte, materassi.

Emina è un'adolescente e questa sera è venuta nella mia roulotte per mostrarmi gli abiti nuovi che indossava che ha avuto come dono dai suoi compagni di classe, era felice e orgogliosa nello stesso tempo per questa amicizia.
I suoi compagni di classe sapendo che Emina aveva perso tutto si sono dati da fare per aiutarla e far sentire la loro amicizia.
Lo dimostra molto bene la lettera che le hanno inviato, che con il suo permesso e dei genitori divulgo (in allegato file .gif ndr), perché nonostante quello che i Rom stanno subendo in Italia: sgomberi, discriminazioni, razzismo..forse stanno anche sbocciando silenziosamente dei fiori che profumano di comprensione, amicizia, convivialità.
E' un gesto che aiuta a sperare e a credere che è possibile cambiare.

Ago

 
Di Fabrizio (del 04/03/2010 @ 09:03:15, in scuola, visitato 1434 volte)

Segnalazione di Gabriel Segura

HOI.es I gitani più universitari
Guadalupe Fernández e Antonio Vázquez frequentano un master in Navarra
27.02.10 - 00:25 - M. ÁNGELES MORCILLO | MÉRIDA.

Donna, gitana e frequenta un master. Sino a qualche anno fa, queste tre condizioni in una sola persona era qualcosa di impensabile. Nell'attualità, non è soltanto qualcosa di reale, ma, inoltre, la donna viene dalla frontiera. Guadalupe Fernández vive a Mérida. Ha 32 anni, è madre di due figli e, da anni, lavora con la comunità gitana dell'Estremadura. Attualmente lo fa tramite la Fundación Secretariado Gitano. Diplomata in magistero si è impegnata, assieme al suo compagno Antonio Vázquez, a laurearsi in un master dell'Università Pubblica di Navarra.

Guadalupe Fernández e Antonio Vázquez, sul loro posto di lavoro :: BRÍGIDO

Quando finiranno il corso, a maggio, otterranno il titolo di esperti in Intervento Sociale con la Comunità Gitana. Sarà l'equivalente di una certificazione accademica per alunni che non contino studi medi. Per quanti abbiano già un diploma o una laurea, equivarrebbe al titolo di specialista. Prima dovranno preparare un lavoro finale ed assisteranno ad una sessione in Navarra. Qui avranno la possibilità di conoscere di persona tutti i loro compagni di master. Il master sarà certificato con un totale di 30 crediti, 28 di formazione "online" e gli altri due di presenza ai seminari.

Fernández assicura che per loro due è molto importante, non solo il titolo, ma anche il contenuto del master. "Questo significa che si sta professionalizzando il lavoro con i gitani. Credo che sia necessaria una specializzazione per lavorare con questa comunità, perché è un tema complicato e difficile".

L'essere "online" facilita conciliare gli impegni della famiglia, del lavoro, del tempo libero... Anche Antonio, 35 anni, è sposato ed ha quattro bambini. Sua moglie ha un'attività in proprio. Per questo cerca di conciliare tutto con il master, per cui non sono necessari studi superiori. "Anche se costa molto sforzo, frequentare questo master è un'esperienza molto soddisfacente. Crediamo che il fatto che nell'università si parli di gitani sia un'esperienza pioniera e nuova", afferma Fernández.

Materie interessanti

Dicono che la materia che più ha richiamato attenzione è la Storia del Popolo Gitano. "Il suo studio ci ha fatto comprendere molte cose della situazione attuale che vive la comunità gitana in Spagna", affermano.

Istruzione, alloggio, impiego, sanità... Sono questi, secondo loro, i principali problemi attuali della comunità. Inoltre, in un modo o nell'altro, sono tutte relazionate tra loro".

Sono coscienti che, per esempio a Merida, sono ancora pochissimi i gitani che contano studi superiori. Sanno anche di essere gli unici che hanno potuto frequentare un master. Assicurano di sentirsi dei privilegiati per poter frequentare questi studi che apriranno loro più porte al momento di lavorare con quanti sono della loro stessa etnia, che definiscono come "la grande minoranza europea".

 
Di Fabrizio (del 25/02/2010 @ 09:00:23, in scuola, visitato 2589 volte)

Ricevo da Tommaso Vitale

Milano, 24 febbraio 2010 - Sono un’insegnante di scuola elementare, lavoro nel quartiere Bovisa, nella prima periferia milanese. Il quartiere è vivace e multietnico e la mia classe, una prima, ne rispecchia le caratteristiche. A gennaio si è aggiunto a noi un nuovo bambino, Romeo.

Romeo è un bambino Rom, nei suoi sei anni di vita ha vissuto varie volte l’esperienza dello sgombero. È giunto nella nostra scuola dopo essere stato allontanato dal Rubattino ed aver interrotto la sua frequenza scolastica alle elementari di via Feltre. Avvisata del suo arrivo ho contattato la sua maestra, che conosco personalmente per aver lavorato tre anni in quella scuola. Ho recuperato i suoi libri e i suoi quaderni e glieli ho fatti trovare sul banco quando è arrivato nella sua nuova classe, in via Guicciardi. Per due settimane ha frequentato la scuola, arrivando sempre puntuale e motivato. In pochi giorni ha conquistato tutti noi con la sua allegria ed il suo affetto, anche la famiglia è sempre stata disponibile e rispettosa.

Un giovedì mattina, appena entrata in aula, sono stata letteralmente trascinata in corridoio da Romeo che, parecchio preoccupato, continuava a ripetermi “polizia, sgombero”. Speravo che si trattasse di un fraintendimento e invece era tutto vero: il lunedì successivo lui, un’altra bambina che frequentava la quarta e le loro famiglie sono stati sgomberati dal capannone in cui vivevano. Ho avuto notizie di loro tramite gli operatori che da anni li seguono: per qualche notte sono stati ospitati in un centro di accoglienza, si è parlato di un possibile rientro a scuola… invece ho saputo che saranno a breve sgomberati dal luogo in cui hanno trovato riparo, in fondo a via Bovisasca. E tutto questo a distanza di poche settimane dal precedente sgombero.

Non ho parole. Non posso continuare a sentir parlare di ‘emergenza Rom’ se non pensando che l’emergenza è il degrado in cui costringiamo a vivere queste famiglie. Per me la vera emergenza ha il volto di un bambino di sei anni che – me l’hanno raccontato pochi giorni fa – non vede l’ora di tornare a scuola e non può farlo. È facile continuare a vendere la storiella dei Rom che non rispettano le regole e non vogliono integrarsi, limitandosi a ragionare per stereotipi. Nemmeno io mi sento immune dai pregiudizi, ma posso semplicemente raccontare quello che ho visto: una famiglia continuamente cacciata nonostante la sua evidente volontà di iniziare un percorso nuovo, un bambino a cui sono negati dei diritti fondamentali (la casa, l’istruzione), un percorso scolastico e affettivo continuamente interrotto. E dietro la storia di una singola famiglia intravedo quella di troppe altre, colpite da un accanimento che odora di persecuzione. La roboante retorica securitaria potrà nascondere ancora a lungo il totale fallimento di queste scelte politiche nonché l’immane spreco di denaro pubblico che ne deriva? Possibile che le cifre spese per sgomberare in continuazione le solite famiglie non possano essere investite per seri progetti di integrazione sociale? Possibile che la volontà di una famiglia di mandare con costanza il proprio figlio a scuola sia un dato da non prendere minimamente in considerazione in sede istituzionale? Leggo sui giornali di volontari, insegnanti e famiglie che si attivano per aiutare, protestare, informare: in città le voci di dissenso si stanno allargando a macchia d’olio, ora è il momento che anche dal Comune di Milano arrivino segnali forti di un cambiamento di rotta.

Romeo, quaderni e pennarelli sono sotto il tuo banco e la foto del tuo primo giorno nella nuova scuola è ancora sulla porta dell’aula. Ti aspettiamo, torna presto a imparare, giocare, fare amicizia con i tuoi compagni. A sei anni ci sono parole più belle da ripetere di ‘sgombero’.

Silvia Borsani

 
Di Fabrizio (del 21/02/2010 @ 09:27:53, in scuola, visitato 1736 volte)

Da Romano Lil


L'assessore all’Istruzione Piron fornisce i dati: "Gli studenti che attualmente frequentano gli istituti padovani sono 129, mentre lo scorso anno erano 114. I progetti di integrazione sono stabiliti per legge"

PADOVA – L’integrazione e il successo scolastico degli alunni sinti e rom sono possibili: lo dimostrano i dati diffusi oggi dal comune di Padova, in risposta alle recenti polemiche sollevate dall’opposizione – soprattutto leghista – sul costo dei progetti per questa parte di popolazione studente. Secondo i dati, infatti, oltre l’85% degli iscritti sinti e rom ha concluso l’anno scolastico 2008/2009 con l’ammissione alla classe successiva. Se si guarda all’anno precedente, la percentuale di successo era ferma a 74,26%. “L’opposizione deve capire che non si può fare campagna elettorale ogni giorno dell’anno – è il commento dell’assessore comunale all’Istruzione Claudio Piron – e deve chiedersi quanto costerebbe tenere questi bambini in strada, da un punto di vista non solo economico, ma anche sociale e della convivenza”.

Ricordando che i progetti di integrazione di questo tipo sono stabiliti per legge e la loro attuazione non è dunque a discrezione del comune, Piron fornisce alcuni dati sull’entità e il costo dei servizi: le associazioni Opera nomadi e Aizo (associazione italiana zingari oggi) lo scorso anno hanno garantito 3.750 ore di assistenza agli studenti all’interno delle scuole, cui vanno aggiunte altre ore di difficile quantificazione destinate al contatto con le famiglie e con i servizi sociali. La spesa prevista per queste attività è di 85 mila euro, cui ne vanno aggiunti altri 26 mila per i servizi di trasporto dal campo San Lazzaro e € 400 di contributo annuale economico alle famiglie.

Complessivamente, gli studenti che attualmente stanno frequentando gli istituti padovani sono 129, mentre lo scorso anno erano 114 e l’anno ancora precedente 101. Secondo quanto sostenuto dal comune, non ci sarebbero sul territorio bambini che non ottemperano all’obbligo scolastico: l’aumento delle presenze sarebbe quindi spiegato con l’aumento di famiglie rom e sinti a Padova. Nel dettaglio, sono 11 i bambini inseriti nella scuola dell’infanzia, 73 in quella primaria, 37 alle medie e 8 in scuole superiori o in centri per la formazione professionale. “L’obiettivo – spiega Lucia Fantini, responsabile del settore Servizi scolastici – è di incrementare le presenze nelle scuole dell’infanzia e soprattutto alle superiori, per poter offrire agli studenti una prospettiva lavorativa migliore”.
E l’assessore Piron conclude: “E’ importante ricordare, in questo quadro, che la maggior parte di questi studenti sono italiani a tutti gli effetti, spesso da generazioni, e che sono stanziali. Ed è fondamentale chiedersi quali alternative ci possono essere a quanto fatto finora secondo l’opposizione: le deportazioni? Le liste? Le impronte digitali? Io non ci sto”. (gig)

 
Di Fabrizio (del 20/02/2010 @ 09:09:10, in scuola, visitato 1469 volte)

I continui spostamenti che hanno costretto i nomadi a girare per tutta la città hanno impedito alla comunità di poter proseguire in maniera efficace il proprio percorso di integrazione: lo denunciano non solo loro, ma anche le maestre che si sono occupate dei piccoli alunni rom

Il piccolo Marius, un rom di 10 anni, ha cambiato sette campi nomadi in un anno. Marius vive da alcuni anni nelle baraccopoli di Milano, insieme a una decina di altri bambini con le loro famiglie. Sono stati sgomberati sette volte, ma alla fine sono rimasti sempre nella stessa città.

Il primo campo di Marius nel capoluogo lombardo è stato quello situato presso il Cavalcavia Bacula: lui è arrivato insieme ai genitori e alle tre sorelline nel febbraio del 2009, ma il campo è stato sgomberato un mese più tardi.

Poi si sono trasferiti nell’insediamento di via Rubattino: vi hanno vissuto da aprile a novembre del 2009. Il 20 novembre sono passati nel campo di via Caduti di Marcinelle: un breve soggiorno, visto che le ruspe dello sgombero sono arrivate il 22 novembre.

Il giorno successivo c’è stato l’approdo al campo di Viale Forlanini: è stato un altro soggiorno-lampo, visto che i nomadi sono stati cacciati dopo sole 24 ore. Il “balletto” degli spostamenti ha spinto allora i rom fino al campo della Bovisaca, nella zona popolare della Bovisa. Qua hanno resistito un po’ più a lungo, fino allo sgombero del 30 dicembre.

Il pellegrinaggio è andato avanti, la “tappa” del Capodanno 2010 è stata il campo situato tra via Umbria e via Redecesio. Dopo un mese e mezzo, il 16 febbraio i nomadi hanno fatto le valigie anche da qua per spostarsi al capannone delle “Lavanderie di Segrate”. Ma lo sgombero è avvenuto nella stessa giornata.

Tutta questa “via crucis” ha creato a Marius e agli altri bambini notevoli problemi di integrazione, specie per quanto riguarda l’inserimento a scuola. A denunciarlo sono le maestre delle scuole elementari di via Pini e via Feltre: come ha spiegato un’insegnante dell’istituto di via Feltre, i continui spostamenti hanno provocato ostacoli nei percorsi di integrazione cominciati da docenti e genitori di alunni italiani.

I piccoli alunni rom sono stati dipinti come studenti desiderosi di imparare: ad esempio, sono stati quasi sempre in regola con i compiti. E proprio questa reputazione aveva aiutato i genitori italiani a superare le iniziali diffidenze nei confronti della comunità rom.

Partendo dai bambini, le famiglie italiane avevano cominciato a prendersi cura anche dei loro genitori: molte mamme nomadi hanno infatti ricevuto aiuti per poter andare dal dentista e dal ginecologo.

Le continue peregrinazioni della comunità rom milanese ha però interrotto questo processo di integrazione. I reiterati sgomberi hanno avuto anche ripercussioni economiche sugli enti locali: un volontario della comunità di Sant’Egidio ha spiegato che ogni sgombero costa al Comune fino a 30 mila euro.

 
Di Fabrizio (del 28/01/2010 @ 09:25:15, in scuola, visitato 2870 volte)

Ricevo da Paolo Ciani

Lettera Istituto Comprensivo “via dell’Archeologia” Scuola frequentata dai bambini Rom di Via di Salone portati al "Cara" di Castel Nuovo di Porto
AL SINDACO DI ROMA Gianni Alemanno
AL PREFETTO DI ROMA
AL V DIPARTIMENTO Politiche sociali
AL XV DIPARTIMENTO politiche educative
AL CAPO DEI VIGILI URBANI Di Maggio

p.c. Alla Comunità di S. Egidio
Alla Casa dei Diritti sociali
A Ermes

Agli organi di stampa

“ Portati via! ”
I diritti degli invisibili
I docenti dell’Istituto Comprensivo di via dell’Archeologia, in considerazione degli esiti dell’attuazione del piano nomadi del comune di Roma - che implica in particolare lo spostamento di famiglie di alunni frequentanti l’Istituto dal campo di via di Salone al CARA di Castelnuovo di Porto - si interrogano, nello specifico scolastico, sull’opportunità di una azione che vanifica i risultati positivi conseguiti negli anni e gli sforzi delle parti coinvolte nell’obiettivo di un progressivo miglioramento dell’integrazione.

Le motivazioni sottese a quanto affermato sono le seguenti:
la distanza fra il CARA di Castelnuovo di Porto e l’istituto è tale da costituire impedimento alla fruizione del diritto allo studio dei bambini;
il trasferimento in altra scuola interromperebbe la fruizione di un percorso scolastico continuativo, predisposto ed attuato sin dalla scuola dell’infanzia, e potrebbe dar luogo a regressioni nell’apprendimento e nella relazione;
la progettualità di continuità richiede un’azione costante e lungimirante che si costruisce attraverso il confronto costante e la mediazione;
essere una comunità scolastica significa superare i limiti imposti dalle storie personali, attenti alla crescita degli alunni, promuovere progettualità di continuità, favorire una integrazione che lungi dall’essere omologazione sia conoscenza ed arricchimento reciproco

I docenti possono affermare che gli alunni oggi “portati via” dalle loro scuole hanno frequentato regolarmente, hanno maturato un atteggiamento positivo e motivato nei confronti della scuola, instaurando sereni e proficui rapporti con i compagni e con gli insegnanti; molti dei famigliari, inoltre, si sono sempre interessati al loro andamento scolastico.

Negli anni sono stati attuati percorsi, rivolti a tutti gli alunni, che hanno consentito, nel tempo l’instaurarsi di un clima di fiducia reciproca e l’acquisizione di risultati significativi nella crescita globale della personalità. Tutto ciò senza avvertire il bisogno, da parte dei docenti, di attirare l’attenzione sugli ottimi risultati raggiunti perché questo è il lavoro normale di una scuola che funziona.

I docenti notano con dispiacere che la scuola è chiamata in causa per ogni problematica, ma non è stata neanche presa in considerazione come interlocutore nell’attuazione del piano nomadi; è convinzione comune che interventi efficaci, soprattutto nel sociale, si realizzino attraverso azioni coerenti e sinergiche di più istituzioni. Perché allora la scuola non è stata consultata prima di procedere con le azioni predisposte? Ovviamente nella parte che riguarda le proprie competenze e cioè per valutare le possibili conseguenze e le ricadute di uno spostamento che avviene a metà anno scolastico e a metà di un percorso di vita per molti degli alunni iscritti.

I docenti chiedono che, nel tutelare i diritti umani di tutti, sia in particolare garantito il diritto dei minori alla frequenza scolastica in una situazione di continuità.

Ricordano che si parla di alunni, persone, esseri umani, non pratiche da sbrigare, nomi da depennare semplicemente da un elenco: sono sentimenti, emozioni, percorsi di una storia condivisa, che all’improvviso scompaiono. La scuola con loro ha conosciuto la diversità di un differente stile di vita, le difficoltà di inverni passati al freddo nei container, la dignità e lo sforzo fatto ogni giorno per stare insieme, e l’uguaglianza come quella di essere bambini come altri bambini, niente di più niente di meno.

Lungi dall’esprimere un giudizio politico o fare politica, i docenti vogliono unicamente essere messi in condizione di fare bene il proprio lavoro.
E’ in fondo un’esigenza normale. Niente di più e, viene da dire, “non uno di meno”.

Roma, 25 Gennaio 2010
Istituto Comprensivo
“via dell’Archeologia”
Roma

 
Di Fabrizio (del 27/01/2010 @ 09:47:24, in scuola, visitato 1647 volte)

Ancora da Reggio Emilia

La Gazzetta di Reggio di Linda Pigozzi

Sono circa 200 i bambini sinti che frequentano la scuola dell’obbligo negli istituti reggiani. Molti di loro con frequenza regolare e risultati soddisfacenti. Un passo importante, quello della scolarizzazione, nel percorso d’inclusione.

Il percorso viene costantemente monitorato da operatori socio-educativi che a frequenza regolare si recano nei campi e si occupano di tenere i contatti con gli insegnanti. Per facilitare l’a ccesso scolastico, poi, il Comune mette a disposizione i libri di testo e, in alcuni campi, anche un servizio di trasporto verso la scuola.

Solo un esempio, quello relativo alla scolarizzazione di bambini e ragazzi sinti, di un progetto organico sul quale l’amministrazione comunale sta puntando ormai da tempo. E che punta al superamento della logica del confino che per decenni si è concretizzata con il «campo nomadi». Lo sforzo del Comune non riguarda soltanto bambini e ragazzi. In corso sono infatti progetti di formazione dei giovani e d’inserimento lavorativo per gli adulti. In tutto sono circa 800 i sinti che risiedono nel reggiano.

«Abbiamo adottato importanti politiche d’inclusione - sottolinea Matteo Sassi, assessore alle politiche sociali -. Il Comune porta quotidianamente avanti progetti e iniziative tramite operatori che ogni giorno si confrontano con questa realtà cercando di comprendere quali siano i bisogni reali e le strade più opportune da percorrere. Il percorso d’eccellenza è quello del superamento della logica del campo. Il nostro progetto della microarea è stato una scelta precisa in tal senso, che non siamo stati gli unici in Italia ad aver adottato. Microaree sono state allestite, ad esempio, nei comuni di Mantova, Venezia, Modena. Lo scopo è quello di superare un’anomalia tutta italiana e cioé quella del campo nomadi che non è presente in nessun altro paese europeo. Ora, a distanza di tempo dall’allestimento della prima campina, possiamo affermare come il bilancio sia positivo. Ci teniamo particolarmente a confrontarci con la cittadinanza, visto come era stata accolto il progetto della campina in un primo momento. Nella fase iniziale, infatti, si speculò molto e non dimentichiamo che ancora oggi c’è una parte politica che dice che i campi vanno superati e poi fa di tutto per mantenerli, per tenere in piedi un’assurda paura delle zingaro».
Il bilancio sulla microarea di via Felesino verrà steso nel corso del convegno organizzato per martedì 26 allo spazio Gerra di piazza XXV aprile dal significativo titolo «Percorrere strade nuove», proprio per indicare che esistono «percorsi nuovi e modalità di relazione fra la città e i sinti».

La campina è stata assegnata a una famiglia allargata che in precedenza era sistemata in un campo affollato. L’esperienza di questa famiglia, che in collaborazione con gli operatori del Comune ha colto la possibilità di modificare la propria condizione abitativa e sociale, è stata documentata attraverso immagini e parole nel libro «Dal campo alla città» che sarà presentato nel corso del convegno. Una seconda pubblicazione dal titolo «Percorrere strade nuove» dà invece voce a sinti e operatori coinvolti nei progetti di mediazione culturale promossi dal Comune negli ultimi 5 anni.

(24 gennaio 2010)

 
Di Fabrizio (del 14/01/2010 @ 09:15:51, in scuola, visitato 1286 volte)

Segnalazione di Maria Grazia Dicati

Secondo un rapporto pubblicato oggi da Amnesty International, le autorità della Repubblica Ceca continuano a inserire i bambini e le bambine rom in scuole per alunni con "lieve disabilità mentale"

«Nonostante le denunce a livello nazionale e internazionale, persiste nella Repubblica Ceca una discriminazione sistematica nel campo dell'istruzione ai danni dei rom. Le autorità devono porre fine alla segregazione scolastica dei bambini e delle bambine rom e agire per affrontare in modo deciso le cause profonde di questa discriminazione»,  ha dichiarato Nicola Duckworth, direttrice del Programma Europa e Asia Centrale.

Il rapporto di Amnesty International, intitolato "Ingiustizia rinominata. Persiste la discriminazione nell'istruzione dei rom nella Repubblica Ceca", esamina la discriminazione ancora esistente nel campo dell'istruzione, nonostante una sentenza emessa nel 2007 dalla Corte europea dei diritti umani.

La Corte, in quella circostanza, aveva stabilito che la Repubblica Ceca aveva discriminato i bambini e le bambine rom inserendoli in "scuole speciali" per alunni con disabilità mentale in cui ricevevano un'istruzione inferiore agli standard.

Prima della sentenza dell'organo di giustizia europeo, la nuova legge in materia di educazione emanata nel 2005 aveva semplicemente rinominato le "scuole speciali" in "scuole elementari per attività pratiche". Il sistema tuttavia era rimasto ed è tuttora essenzialmente lo stesso.

"Anche le recenti misure annunciate lo scorso novembre, per agevolare la carriera scolastica dei rom, risultano insufficienti in quanto solo parziali e neanche legalmente vincolanti" – ha aggiunto Duckworth.

Amnesty International ha visitato diverse scuole di Ostrava, dove nel 1999, per conto di 18 bambine e bambini rom, aveva avuto origine la causa che ha portato alla sentenza della Corte europea.

L'organizzazione per i diritti umani ha verificato che i bambini e le bambine rom sono ancora ampiamente presenti nelle cosiddette "scuole per attività pratiche" (in alcuni casi, costituiscono fino all'80 per cento degli iscritti) e nelle classi per alunni con "lieve disabilità mentale".

I bambini e le bambine rom sono inoltre segregati in scuole per soli rom, che forniscono un'istruzione di qualità inferiore, limitando il loro futuro sia nel campo educativo che in quello del lavoro.

L'inserimento dei bambini e delle bambine rom nelle "scuole per attività pratiche" e nelle classi per alunni con "lieve disabilità mentale" si basa su test di entrata che non tengono conto delle differenze linguistiche e culturali dei rom e che possono essere ulteriormente inficiati dal pregiudizio degli operatori che conducono i test.

"Il dovere di assicurare una positiva inclusione dei rom nel sistema educativo spetta alle autorità ceche, che hanno l'opportunità unica di invertire la rotta, dopo decenni di discriminazione e segregazione" – ha commentato Duckworth.

"L'istruzione è la via per uscire dal circolo vizioso di povertà ed emarginazione che colpisce gran parte della popolazione rom. Se il governo della Repubblica Ceca non darà uguali opportunità ai bambini e alle bambine rom, negherà loro la possibilità di avere un futuro migliore e di partecipare pienamente alla vita del paesa" – ha concluso Duckworth

Amnesty International chiede alle autorità ceche di:

1) congelare tutti gli inserimenti nelle "scuole elementari per attività pratiche" e nelle classi per alunni con "lieve disabilità mentale" per l'anno scolastico 2010/11, in vista di un riesame dell'opportunità di questi istituti;
2) rafforzare con atti legislativi la fine della segregazione nel campo dell'istruzione e adottare un piano d'azione complessivo per eliminare la segregazione scolastica dei bambini e delle bambine rom;
3)garantire sostegno aggiuntivo immediato ai bambini e alle bambine rom che ne necessitano, per favorire la loro partecipazione attiva e sviluppare nel modo più ampio possibile le loro potenzialità, integrandoli nel sistema educativo principale.

 
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