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Conoscere non significa limitarsi ad accennare ai Rom e ai Sinti quando c'è di mezzo una disgrazia, ma accompagnarvi passo-passo alla scoperta della nostra cultura secolare. Senza nessuna indulgenza.

La redazione
-

Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Fabrizio (del 18/02/2013 @ 09:10:14, in media, visitato 1681 volte)

Lunedì 25 febbraio, ore 18.00
Biblioteca Crescenzago via don Orione 19 - 20132 Milano
Introduce e modera: Paolo Melissi (associazione Pluriversi)

Fabrizio Casavola (autore di Vicini Distanti) con alcuni abitanti del campo rom comunale di via Idro, tutti nei panni degli imputati, risponderanno alle vostre domande su perché gli zingari siano colpevoli di ogni malefatta. Se avanza tempo, si racconterà anche come si vive e cosa si fa in un campo rom, e sul rapporto che si è creato col mondo intorno.

    Vicini Distanti (edizioni Ligera - 2012) è la cronaca di 20 anni di vita di una comunità rom da sempre presente a Milano. Attraverso interventi di mediatrici culturali, insegnati, giornalisti, dei Rom stessi, scorrono i vari aspetti della loro vita: infanzia, scuola, lavoro... con gli innumerevoli tentativi, alcuni riusciti e altri meno, di instaurare un dialogo e un modo di convivere con la città attorno.
    Dello stesso autore:
  • Luoghi comuni, guida turistica semiseria ai segreti, le bellezze, i monumenti del campo rom comunale di via Idro.
  • Cocci: viaggio nell'Italia del 2012

PluriVersi è una associazione di promozione sociale che dedica le sue attività al benessere psicofisico delle persone, e alla qualità dell'abitare e del fruire di un luogo. Si occupa di promozione della culture e di valorizzazione del patrimonio, ma anche di servizi per il benessere della persona, organizzando servizi di supporto. L'associazione opera utilizzando un approccio pluridisciplinare e pluriculturale.

 
Di Fabrizio (del 16/01/2013 @ 09:05:56, in media, visitato 870 volte)

di Daniele Mezzana

Trasversale, inconsapevole, supponente: il razzismo verso i rom miete vittime, ma sempre si professa innocente. Un libro, pubblicato solo on line, ci aiuta a comprendere questo fenomeno e il suo intreccio "con le migliori intenzioni".

Questo libro parla del nostro razzismo verso i rom. Quello che esplode dalla rabbia repressa della gente comune, quello che trapela dalla voglia di scoop dei giornalisti, quello che le buone intenzioni di tanti politici non riescono a eliminare, perché è troppo radicato, troppo profondo per essere affrontato a chiacchiere. Fabrizio Casavola, questa volta, non si sofferma sulle vittime, ma su di noi, o meglio sul "razzismo fatto in casa", in un libro pubblicato solo online e disponibile gratuitamente. Un testo breve (41 pagine), scritto con intelletto ed emozione, che produrrà sicuramente un forte impatto sui lettori.

Casavola è uno che parla con cognizione di causa, perché da oltre quindici anni vive e opera insieme ai rom a Milano, in collegamento con associazioni e reti di rom in tutta Europa. Cura un portale, Mahalla, che è una miniera di informazioni e punti di vista critici sulla situazione delle comunità rom e sinti europee. Insomma, è uno che queste cose le vive e le sa capire. Ha già scritto altri volumi, ma in questo approfondisce in particolare la genesi del razzismo e la costruzione negativa dell'altro, anche a partire da fatti apparentemente minimi; ad esempio, le parole usate nel discorso comune ("abusivi", "tollerati", ecc.): le parole qui pesano, misurano il grado di dignità attribuita alle persone che indicano, influenzano negativamente l'azione di una minoranza di esaltati e di una maggioranza che il più delle volte preferisce non sapere, non vedere, o comunque non risolvere i problemi.

L'autore svolge questo suo approfondimento sulla base della propria personale esperienza e di un'analisi attenta e appassionata dei resoconti e degli strafalcioni dei media e degli intellettuali, in occasione di una serie di eventi-chiave che hanno coinvolto specificamente la comunità rom e gli abitanti di alcuni quartieri di città italiane come Torino, Milano, Vicenza, Roma, Pescara. Come rileva Casavola, l'ignoranza e la sostanziale incapacità, o non volontà, di capire la realtà dei rom sono un fenomeno trasversale rispetto alle varie ideologie e ai diversi approcci politici. Questa non è una sorpresa per i pochi che sul campo ci stanno quotidianamente, ma che si dica nero su bianco è importante e istruttivo: quel che conta sono le persone, gli attori e la loro volontà di fare.

L'autore mette in risalto la gigantesca dis-informazione rispetto alla condizione dei rom, e i meccanismi profondi, direi psicoanalitici, su larga scala, alla base di una discriminazione che si fa fatica a concepire, soprattutto dopo le sofferenze e le trasformazioni che il nostro continente ha vissuto nell'ultimo secolo, e che evidentemente non hanno insegnato abbastanza. Cocci si legge tutto d'un fiato, anche se non è un testo facile. Parlando in termini cinematografici, è un "corto" secco, duro, ellittico e a tratti poco digeribile. Personalmente non sono riuscito a recepire, o a cogliere, fino in fondo tutte le analisi, le proposte (o le invettive) di Casavola, e forse questo capiterà anche ad altri lettori. Ma leggere questo libro vale decisamente la pena, perché in poche, preziose, pagine si presentano informazioni e giudizi da cui difficilmente si può prescindere per conoscere la situazione dei rom nel nostro Paese, e per mettere sul tavolo qualche proposta seria d'intervento. Come quelle di "tavoli-consulta", proposti dall'autore, che vedano riunite, nelle varie città, tutte le parti in causa e tutti gli attori locali interessati, per parlare (finalmente) e discutere di soluzioni concrete. Gocce, forse, nell'oceano del pregiudizio, ma comunque passi avanti per produrre una trasformazione silenziosa, magari lenta, ma sperabilmente efficace.

 
Di Fabrizio (del 07/01/2013 @ 09:08:55, in media, visitato 1307 volte)

APERTURA - ANNA CURCIO

Il libro collettivo "La lingua del colore tra Italia e Stati Uniti" Un'analisi comparata su come cinema, fumetti e letteratura veicolano il razzismo in Italia e negli Usa
Portare la razza al centro del dibattito italiano su razzismo e antirazzismo. Questo il meritorio obiettivo di Parlare di razza. La lingua del colore tra Italia e Stati Uniti a cura di Tatiana Petrovich Njegosh e Anna Scacchi (ombre corte, pp. 318, euro 25), volume che si inserisce in un filone di studi, ancora relativamente giovane in Italia, rivolto soprattutto a sfatare il tabù della razza.

Dismessa dal dibattito politico e dal linguaggio di tutti i giorni da quello che è stato definito "il paradigma antirazzista dell'Unesco" che negli anni Cinquanta del Novecento reinterpretava il razzismo alla luce della violenza nazifascista e riconduceva i conflitti razziali a nozioni scientificamente false proliferate nell'ignoranza, la razza come categoria scientifica e analitica per leggere il razzismo ha solo di recente trovato nuova legittimità in Italia e nell'Europa continentale. In particolare grazie all'iniziativa di editori sensibili - tra questi senz'altro ombre corte - e il contributo di studiosi e studiose che, riprendendo gli insegnamenti di Frantz Fanon e delle correnti più radicali del movimento per i diritti civili americano, hanno assunto nello studio del razzismo una dimensione di attivismo volta al cambiamento.

In questo senso la razza, finalmente dismessa la sua supposta connotazione biologico-naturalista è stata assunta come costruzione sociale capace di ridefinirsi al mutare delle congiunture storico-politiche. È una categoria sociale "simbolica" ricorda Petrovich Njegosh, che mostra al contempo indiscutibili ricadute materiali pesando sulla vita dei soggetti in termini di opportunità, condizioni di vita e aspettative. Stabilisce cioè privilegi e forme di subordinazione che investono l'intero corpo sociale. Sebbene, dunque, socialmente costruita, la razza si presenta come concreto dato di realtà che occorre "nominare" per svelarne il potenziale di violenza. Così facendo diventa possibile rovesciare l'idea ancora oggi dominate del razzismo come vizio ideologico o patologia sociale legata all'ignoranza, da "curare" attraverso l'istruzione e l'educazione.

Il volume, all'interno di un approccio teorico eterogeneo complessivamente riconducibile all'americanistica, riflette sulle significazioni del termine razza tra Italia e Stati Uniti. Più precisamente, all'interno di una dimensione comparata assume la traduzione tra sistemi linguistici e culturali differenti come punto d'osservazione privilegiato per cogliere i punti di contatto tra un paese storicamente attraversato dal razzismo come gli Stati Uniti e l'Italia che dietro la vulgata di un "colonialismo minore" e degli "italiani brava gente" ha per lungo tempo rimosso dalla narrazione nazionale il passato colonial-razzista.

I saggi - che si occupino di letteratura, fumetti, cinema, poesia, linguaggio romanzesco o più complessivamente della cultura di massa - si concentrano sulla funzione svolta dal linguaggio nella strutturazione delle relazioni sociali e dell'identità razziale in Italia. In questo senso, mostrano la razza in traduzione come strumento di mediazione culturale, come dispositivo di addomesticamento che riporta personaggi, linguaggi e modi di fare all'interno di stereotipi riconoscibili nel nostro paese (è il caso di alcune traduzioni di poesia afroamericana, del doppiaggio cinematografico o della reazione italiana al fenomeno Obama che ha dato origine al volume). Nello stesso tempo vengono evidenziati esempi storici che testimoniano una continuità nella costruzione del racial thinking tra Italia e Stati Uniti. Il Dictionary of Race or People che per tutta la prima metà del Novecento ha orientato le scelte statunitensi in materia di immigrazione e naturalizzazione, sulla base di una precisa differenziazione razziale che insisteva sull'inferiorità degli europei meridionali e orientali, trovava fondamento "scientifico" nella teoria delle "due Italie" di Alfredo Niceforo e negli studi della scuola italiana di antropologia positivista da Sergi a Lombroso.

L'intera storia italiana e la costruzione della sua identità nazionale, sin dagli anni immediatamente successivi all'unificazione, è dunque opportunamente reinterpretata in relazione alla categoria di razza, intesa precisamente come supremazia "inalienabile" della bianchezza assunta quale principio dell'ordine sociale. È "Il capitalismo razziale moderno", per riprendere l'efficace definizione di Cedric Robinson che, dentro la più complessiva costituzione coloniale della modernità capitalistica e della costruzione degli stati nazionali, funziona, anche in Italia, come dispositivo strutturante della narrazione nazionale.

Peccato che il volume trascuri quasi del tutto questo aspetto. La costruzione dell'italianità e i connessi processi di "sbiancamento" non vengono infatti qui legati al piano più complessivo dei rapporti sociali e produttivi, cosicchè la razza è assunta esclusivamente "come rappresentazione culturale, linguistica e identitaria". Viene cioè perso di vista il nesso inscindibile tra classe e razza che connette il razzismo e i processi di razzializzazione con i rapporti di produzione e le loro trasformazioni storiche. E non si tratta, in questo senso, di assumere un punto di vista economicista, né di rimandare a un approccio deterministico; al contrario tale sguardo permette di ripensare i rapporti di produzione a partire dal processo di razzializzazione insistendo sulla loro inevitabile "articolazione" o "surdeterminazione" nel contesto sociale capitalistico. Si tratta, seguendo Marx, di analizzare il capitale come rapporto sociale e fare della lotta al razzismo un progetto complessivo contro lo sfruttamento e dunque di liberazione.

È la costruzione di un comune terreno di lotta fra coloro che sono "razzialmente neri" e la più ampia composizione del lavoro vivo contemporaneo. E fare, riprendendo l'insegnamento delle lotte anticoloniali e di quelle antirazziste in America, degli studi su razza e razzismo, non un progetto di educazione universale, ma un terreno di militanza politica per la trasformazione radicale.

 
Di Fabrizio (del 06/01/2013 @ 09:08:46, in media, visitato 890 volte)

immagine da Quotidiano.net

Leggevo a Capodanno un articolo su MicroMega di Barbara Befani: Quel che non si dice della Montalcini, in cui la tesi grossomodo era che sulla stampa e sugli onnipresenti social network non ci si dimentica mai di indicare se l'autore di una malefatta sia (a torto o ragione) di etnia-religione ebraica, ma se si tratta della morte di un premio Nobel da tutti osannato e rispettato (se escludiamo Grillo, Storace e gente di solito poco politically correct), nessuno ricorda che questa premio Nobel, scienziata, senatrice a vita e altro ancora era non solo di origine ebraica (per quanto atea), ma in più riprese aveva pagato il suo essere ebrea.

Noto dai commenti (i commenti sono sempre indispensabili, anche quando si ha niente da dire) che da una parte c'è la rimozione del fatto che IN QUESTO CASO la sua origine sia scomparsa, dall'altra (i commentatori non sono tenuti a rispondere nel merito, sono un po' come il sale nella minestra, basta non abbondare) non sapendo che dire, si ritorni al vecchio argomento (ho detto vecchio, non che sia giusto o meno) dei crimini israeliani.

Non prendete la mia chiusa come irriverenza verso un morto, ma mi torna in mente un fatto di cronaca di un paio di mesi fa: Audace colpo dei soliti ignoti - cioè quando c'è un furto spesso e sovente appare la nota "si sospetta che il furto sia stato commesso da un gruppo di zingari..." In quel caso dove forse i ladri sarebbero potuti risultare simpatici, quella nota STRANAMENTE mancava.

 
Di Fabrizio (del 30/12/2012 @ 09:03:27, in media, visitato 1487 volte)

Amisnet.org A cura di Marzia Coronati - 13 dicembre 2012 (Immagine di Napoli Monitor)

Alla fine degli anni '80 Danilo Dolci, educatore, poeta e attivista della nonviolenza italiana, lanciò un'iniziativa per la costituzione di un manifesto sulla comunicazione. Spaventato dal nuovo modo di comunicare dei media e del potere da essi generato, Dolci propose di ridefinire il significato di comunicazione, intesa come possibilità aperta a tutti di parlare e strumento di crescita e creatività di una persona. Il manifesto sulla comunicazione non violenta di Dolci ci guiderà nell'approfondimento di Terranave di questa settimana, dedicato al comunicare e alle alternative alla comunicazione di massa. In particolare parleremo di due scuole di pensiero: la comunicazione non violenta e la comunicazione ecologica. In chiusura Lianka Trozzi nella sua rubrica "A testa in giù" ci darà alcuni suggerimenti per realizzare regali di natale sostenibili.

"Oggi più che mai saper distinguere trasmettere da comunicare è un'operazione non solo mentalmente essenziale alla crescita democratica del mondo: la creatività di ognuno, che si esplicita nel comunicare, se comunitariamente valorizzata, acquista un enorme potere ora per grandissima parte sprecato". Comunicare, legge della vita. Bozza di manifesto. Danilo Dolci

Quando nel 1988 Danilo Dolci lanciava l'idea della costituzione di un manifesto sulla comunicazione, al suo appello risposero moltissimi personaggi della cultura internazione, da Chomski a Freire, da Levi Montalcini a Don Ciotti. La necessità di contrastare una comunicazione a senso unico, incapace di suscitare partecipazione e creatività, era palese a tutti. Era più che mai indispensabile fare qualcosa, prima che ci si abituasse del tutto a subire passivamente le proposte del sistema. Insomma, per riprendere in mano le nostre vite bisognava riniziare a comunicare, e non semplicemente a fare da ricettori di informazioni veicolate dall'alto. "Senza comunicare non si può pianificare democraticamente, organicamente, affrontando con
responsabilità, in modo salubre, i problemi" si legge nel Manifesto "non si devono dare responsabilità civili, soprattutto nazionali e internazionali, a persone non esperte nel vero comunicare".

Sono molti gli studiosi che oggi lavorano sulla comunicazione e sull'interazione. Nei suoi viaggi per l'Italia Terranave è atterrata a Upacchi, in provincia di Arezzo. Qui ha conosciuto Eva Lotz, facilitatrice in comunicazione ecologica. Inventata dal terapeuta Jerome Liss, il fondatore della scuola italiana di biosistemica scomparso solo poche settimane fa, questa metodologia di basa sul presupposto che per raggiungere degli scopi collettivi è necessario sapere gestire sia l'ascolto che il modo di mandare messaggi.

La comunicazione ecologia ha molti punti inc omune con la comunicazione non violenta dello psicologo statunitense Marshall Rosenberg. Con questa definizione Rosenberg intende il modo naturale di comunicare degli esseri umani. Secondo questa teoria tutti gli esseri umani vengono al mondo comunicando in un modo legato alla vita, ai propri bisogni, ai propri sentimenti, ma con il trascorrere degli anni perdono questa capacità, confondendo sempre più l'osservare con l'interpretare, il comunicare dal trasmettere.

Clicca qui per ascoltare la puntata di questa settimana di "A testa in giù", curata da Lianka Trozzi.

Ospiti della puntata:
Eva Lotz, Ecovillaggio Upacchi
Vilma Costetti, Centro Esserci

In redazione: Lianka Trozzi, Ciro Colonna

Terranave è un programma a cura di Marzia Coronati

Proponete la vostra alternativa a radioterranave@gmail.com

Terranave è trasmesso da:
Radio Popolare Roma (Roma, 103.3) domenica 9,30
Radio Flash (Torino, 97.6) giovedì 20,00
Radio Kairos (Bologna, 105,85) venerdì 15,30 – replica sabato 20,30
Radio Città Fujiko (Bologna, 103.1) domenica 13,30
Radio Indygesta (Web Radio)
Radio Onda d'urto (Brescia, cremona, Piacenza, 99.6) mercoledì 13,00

 
Di Fabrizio (del 18/12/2012 @ 09:05:53, in media, visitato 925 volte)

Osservatorio Balcani e Caucaso di Federico Sicurella | Belgrado 14 dicembre 2012 (in foto: Off-frame www.off-frame.org)

Il teatro come strumento di inclusione sociale. E' questo il tema sul quale ha lavorato quest'anno il festival "Fuori dagli schemi" di Belgrado. Affrontando la tensione tra il promuovere l'integrazione dei gruppi marginali e il rischio che la loro 'rappresentazione' possa invece rafforzare lo stigma

Van okvira, fuori dagli schemi. Si chiama così il festival regionale del teatro sociale che si è svolto in questi giorni a Belgrado. È un nome che si presta a un curioso bisticcio linguistico, che è ricorso spesso nei discorsi di contorno suscitando più di qualche risolino. 'Nell'ambito del festival Van okvira' si dice infatti 'u okviru festivala Van okvira', che è una specie di contraddizione in termini, traducibile come 'nella cornice del festival Fuori dalla cornice'.
È un bisticcio rivelatore, perché mette in luce la tensione fondamentale sottesa al teatro sociale: quella tra la volontà di promuovere l'integrazione dei gruppi marginali della società e il rischio che la loro 'rappresentazione' possa invece contribuire a rinsaldare i margini e rafforzare lo stigma. Una questione che le persone coinvolte nel festival hanno avuto la saggezza e il coraggio di affrontare apertamente.
Persone con invalidità, non-vedenti e ipovedenti, sordomuti, utenti di servizi psichiatrici, veterani delle guerre jugoslave, minoranze etniche (tra cui i rom), individui LGBT, anziani, lavoratrici sessuali, donne vittime di violenza. Sono queste le categorie di persone con cui gli organizzatori e le organizzatrici del festival Van okvira di quest'anno hanno provato a elaborare il tema del teatro come strumento e campo di inclusione sociale.
L'incontro tra arte e marginalità ha preso varie forme. Ovviamente quella teatrale, con spettacoli che hanno visto la partecipazione di persone appartenenti ai suddetti gruppi emarginati. Ma anche quella didattica e informativa, con lezioni e presentazioni tenute da esperti sia locali che internazionali. E infine quella esplorativa, con un ciclo di incontri partecipativi sulle forme attuali e possibili dell'arte socialmente impegnata nella regione post-jugoslava.

'La sensualità delle vite disperate'
Gli spettacoli messi in scena nell'ambito di Van okvira sono soprattutto produzioni indipendenti, nate dalla collaborazione tra professionisti del teatro e le associazioni e i movimenti che rappresentano gruppi soggetti ad esclusione sociale.



Lo spettacolo Cabaret dietro lo specchio (Kabare "Iza ogledala"), ad esempio, ha come protagoniste delle lavoratrici sessuali transgender di Belgrado, e si propone di descrivere senza eufemismi le norme sociali, ma anche politiche e legali, che determinano la loro esistenza e ne influenzano il benessere. SS e più in alto ancora (SS and above) rappresenta invece le sfide con cui le persone con invalidità si confrontano ogni giorno, a partire dalla difficoltà di entrare in una relazione alla pari con le persone cosiddette 'normali'. I due personaggi, un uomo e una donna, si muovono a fatica sotto lo sguardo clinico di un osservatore esterno e invisibile, come due cavie da laboratorio. Prendono gradualmente confidenza con il proprio corpo, e poi con il corpo altrui, ma l'agognato incontro finale, invece che essere liberatorio, genera ancora più sofferenza e frustrazione.
Lo spettacolo Maschioni (Muškarčine), vero successo di pubblico, vede otto ragazzi poco meno che ventenni prendersi gioco delle definizioni di 'maschio vero' dominanti nella società serba. La trasgressione è rappresentata come un continuo entrare e uscire da degli scatoloni di cartone, i gender box.
Alla leggerezza e al tono canzonatorio di Maschioni fa da contrappunto la forte inquietudine che suscita la rappresentazione Spettacolo (che non s'intitola fighe con le palle girate) [Predstava (koja se ne zove "pičke u kurcu")]. Due ragazze sedute a un tavolo leggono composte un testo femminista. All'improvviso una delle due ribalta il tavolo, e la situazione degenera in una spirale di sfoghi emotivi, oscenità corporee e momenti disturbanti. Ciò che lo sguardo conformista tende a congedare come 'scenata isterica' qui diventa confronto ineludibile con la natura problematica della posizione della donna nella società attuale. E quando alla fine dello spettacolo si spengono le luci, le cose non sono più come prima.
Il teatro sociale è, per propria natura e vocazione, un teatro 'senza censura', proprio perché ambisce a rendere visibili e mettere in discussione proprio le forme di censura e discriminazione cui sono soggetti tutti coloro che si discostano dalla 'tirannia della normalità'. Tuttavia, portare in scena la marginalità e la 'stranezza' (ovvero ciò che non aderisce alle convenzioni) porta con sé un pericolo. Quello che la rappresentazione diventi attrazione (da parata o da circo), e che all'intento pedagogico e politico si sostituisca la curiosità morbosa del pubblico. Ed è forse proprio qui che entra in gioco l'arte, chiamata a mediare tra la volontà di esprimere un messaggio e il rischio che la visibilità si riduca a voyeurismo.
Marko Pejović, uno degli ideatori di Van okvira, mi invita a considerare anche un altro aspetto: 'Sono successe cose che non ci aspettavamo. Ad esempio una lavoratrice sessuale transgender, protagonista del primo spettacolo in scaletta, era presente tra il pubblico degli spettacoli dei giorni seguenti. Questo significa che qui si è sentita al sicuro, al riparo dalle discriminazioni'. Come a dire che l'inclusione avviene anche, e forse soprattutto, fuori dai riflettori.

Il teatro sociale nel contesto post-jugoslavo
Chiedo a Marko quale sia per lui il senso di fare teatro sociale. In particolare, lo invito a riflettere proprio sul rischio che la rappresentazione della marginalità possa avere effetti controproducenti, in un contesto segnato da forti discriminazioni come quello post-jugoslavo. La sua risposta è lucida e misurata: 'La società si evolve per gradi. Il primo passo è l'identificazione del problema, ovvero la consapevolezza dell'esclusione sociale e della privazione di diritti. Noi ci troviamo ancora in questa fase. In questo senso, il festival ha come proposito quello di offrire ai gruppi emarginati uno spazio per esprimersi artisticamente. Nel passato siamo riusciti a dimostrare che anche una persona paraplegica può fare danza contemporanea. È quello che questo festival fa anche oggi: rompe le barriere'.



Il progetto Van okvira coinvolge persone ed associazioni provenienti da vari paesi della regione, in particolare Croazia e Bosnia Erzegovina. Mi interessa sapere se ci siano energie sufficienti per stabilire una collaborazione efficace a livello regionale. O se invece la dimensione regionale del festival non sia soprattutto l'effetto delle politiche dei donatori, che spesso la impongono come requisito imprescindibile.
Marko precisa subito che la decisione di coinvolgere soggetti provenienti da altri paesi non è il risultato di una pressione esterna, ma scaturisce invece dalla volontà di raccogliere esperienze diverse. Ammette poi che nell'ambito del teatro sociale le reti di collaborazione non sono molto sviluppate. Ma aggiunge: 'Non sono particolarmente interessato alle produzioni teatrali socialmente impegnate che si sono già 'istituzionalizzate' e che circolano per la regione. Trovo più interessanti le iniziative minori e indipendenti, le organizzazioni che raccontano cose nuove e fresche, e che anzi spesso non sanno neanche bene che cosa raccontano. È a loro che ci rivolgiamo'.

Come avviene il cambiamento?
Prima di congedarci, Marko mi spiega cosa lo ha portato ad occuparsi della promozione del teatro sociale. La sua passione è nata a seguito di due eventi: un'operazione agli occhi, che lo ha costretto a un periodo di cecità temporanea durante il quale si è accorto degli enormi ostacoli che segnano la vita delle persone non-vedenti. E un incontro con dei veterani delle guerre degli anni '90 (anche il fratello di Marko è un veterano) che hanno espresso il desiderio di esprimersi attraverso il teatro. Due momenti che per Marko hanno costituito una specie di illuminazione.
C'è un concetto, sviluppato dalla filosofa sociale Nomy Arpaly, che descrive bene l'esperienza di Marko: dawning (alba, epifania). Scrive Arpaly (2003): 'L'epifania è forse il modo principale in cui le persone cambiano idea, specialmente riguardo ai temi che ritengono importanti. [...] Sono poche le persone che abbandonano pregiudizi razzisti, per esempio, a seguito di un processo di deliberazione. È più frequente che l'irrazionalità dei loro pregiudizi appaia loro 'come un'alba' dopo aver trascorso abbastanza tempo con persone della razza in questione, ed essersi accorti, passo a passo, di assomigliarsi molto'.
Il senso del teatro sociale è forse soprattutto questo: creare occasioni di incontro tra persone che 'normalmente' conducono esistenze separate e spesso segregate. E favorire così il manifestarsi di qualche piccola alba.

 
Di Fabrizio (del 16/12/2012 @ 09:09:47, in media, visitato 1018 volte)

"La Sangaj Rom" Est Ovest 09-12-2012.

Servizio di Nada Cok e Renato Orso su "Sangaj", un film sloveno che di cinese non ha nulla tranne il richiamo nel titolo, eppure è pervaso da un forte elemento esotico radicato nella cultura europea: i rom. � la storia di una famiglia, che attraverso l'ingegnosità del suo capo, che avrà qualche interesse di cuore e di affari, riuscirà a creare un villaggio dal nome Sangaj. Girato interamente in lingua rom, il film diretto da Marko Nabersnik ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura al festival di Montreal e sta riempendo le sale cinematografiche slovene e dell'ex Iugoslavia. A breve sarà distribuito anche in Francia e Germania.

 
Di Fabrizio (del 15/12/2012 @ 09:04:57, in media, visitato 852 volte)

La notizia e' di qualche giorno fa ma, scusate, e' piu' forte di me... : - D

Osservatorio 21 luglio La "giubba rom" della Gazzetta di Modena - 6 dicembre 2012 - Fonte: La Gazzetta di Modena

L'articolo in questione, che tratta di un furto in abitazione, stabilisce un nuovo "parametro" dal quale il giornalista presuppone l'appartenenza del ladro alla comunita' rom: "Una signora ha visto la fuga e ha dato l'allarme, ma ormai i ladri (quello entrato in casa indossava una giacca rossa, probabilmente si tratta di un nomade) si erano allontanati". La divagazione del giornalista, oltre a stabilire un nesso che lascia sconcertati, e' priva del supporto di qualunque dato fattuale e difficilmente di rilievo ai fini dell'informazione, con l'esito di contribuire ad alimentare un clima ostile e veicolare stereotipi negativi e penalizzanti per le comunita' rom.

L'Osservatorio accoglie positivamente il messaggio di scuse del direttore della Gazzetta di Modena.

 
Di Fabrizio (del 30/11/2012 @ 09:07:42, in media, visitato 1189 volte)

  • Perché Pirlo si incazza quando scrivono che è Sinto?
  • Perché negli articoli sul calcioscommesse la parola evidenziata è ZINGARI, quando di zingari non c'è ombra?

Vorrei chiederlo ai vari Osservatori sul razzismo, se il RAZZISMO sia una parolaccia da appioppare al solito noto di turno (di preferenza un politico) o non una tara che riguarda l'informazione generale. In Italia si mastica tanto POLITICA che SPORT (anzi, più SPORT che POLITICA) e sarebbe il caso di essere meno "aristocratici" nel scegliere di cosa scrivere.

    Altra domanda: Chi ci informa?

Non mi riferisco ai Corriere, Giornale, Repubblica, o canali televisivi nazionali... intendo l'informazione diffusa degli ultimi decenni, con portali internet, televisioni locali, social network ecc. Cosa significa informazione diffusa: tante voci diverse o essere circondati dall'omologazione?

    Se di omologazione si tratta, l'omologazione è razzista?

Non mi interessano qua gli esempi eclatanti di razzismo, di quelli tutti sanno scrivere.

    Facciamo un esempio terra-terra, quotidiano direi:

Uno dei tanti problemi della nostra bella Italia è la scarsa attenzione ambientale della grande maggioranza dei cittadini. Un altro problema è l'atteggiamento "disinvolto" degli Italiani di fronte a leggi, regole, doveri... (salvo prendersela con gli altri quando le infrangono, perché lo vorremmo fare noi).

Questa primavera è entrato in vigore il SISTRI, cioè il sistema informatico di tracciabilità dei rifiuti. Al solito c'è chi si è adeguato e chi no.

Se parliamo di legge, non è importante se chi non si è adeguato l'ha fatto per impossibilità finanziarie o per la solita furbizia italiota, perché la legge prevede anche punizioni per chi non la rispetta. Ma è un dato di fatto che molti Rom e Sinti da sempre campano con la raccolta del metallo e dei rifiuti, e che non tutti hanno le possibilità finanziarie di adeguarsi alle nuove regole.

Il risultato naturale di questo stato di cose è l'aumento dell'attività repressiva delle forze dell'ordine contro i traffici illegali di rifiuti. Che altro potrebbero fare?

    A questo punto, entra in ballo il ruolo dell'informazione:

Quando viene fermato un camion con contenuto sospetto, non ci si dimentica mai di aggiungere "rom e sinti" se per caso risultano alla guida o il furgone è di loro proprietà. Etnicizzazione del reato? Anche, ma la domanda è: se qualcuno trasporta sostanze inquinanti, qualcun altro gliele avrà pure fornite. Che differenza c'è tra i due reati? Che il fornitore di veleni resta sempre anonimo.

    Ragionamento di chiusura: si parla di piccoli reati, che ottengono l'onore della cronaca solo su quelle pagine e quei siti locali di cui accennavo sopra. Ve la immaginate una simile redazione, che mette il nome (italiano) di qualche stimato concittadino, o (addirittura!) di un possibile finanziatore locale? Potrà avere un futuro questo mezzo d'informazione?

Finisce così che il reato di uno ZINGARO nasconda l'omertà mediatica su un sistema che fa campare zingari e no.

    E, qua chiudo veramente, se torniamo al discorso precedente su informazione diffusa ed omologazione": tra le fonti che consultiamo quotidianamente, esistono media ZINGARI? Sono mai esistiti? Cosa si può fare per cambiare un panorama così squilibrato?
 
Di Fabrizio (del 29/11/2012 @ 09:08:37, in media, visitato 1097 volte)



Nel riportare la notizia di un furto, o di una rapina, quanto conta la cittadinanza di chi compie il reato? La risposta giusta sembra essere "dipende", almeno da quanto abbiamo potuto constatare facendo una rapida ricerca negli archivi di alcune agenzie.

Abbiamo inserito le parole "furto" e "rapina" nell'archivio dell'agenzia relativo all'ultimo mese, e i risultati, relativi solo a questo ultimo periodo - metà ottobre, inizio novembre - evidenziano una diversità di comportamento: se il crimine è compiuto da un cittadino straniero, l'indicazione della nazionalità è sempre presente, molto spesso nel titolo; ma se il reato è ad opera di un italiano, allora la nazionalità appare raramente nel testo, e mai, o quasi, nel titolo.

"Tre nomadi arrestate in A14 dopo furto" (20 ottobre), "Furti, arrestate due polacche" (21 ottobre), "Romeno e bosniaco in manette dopo un colpo fallito" (23 ottobre), "Tre slavi arrestati per furto a Jesi" (29 ottobre), "Furto alcolici in bar, arrestato romeno" ( 31 ottobre), "Furto in cantiere, arrestati 3 romeni" (3 novembre), "Bosniaco arrestato per rapina ad anziana" (9 novembre) "Nomade ucciso, arrestati i tre complici" (9 novembre), "Furto in azienda, arrestati 2 romeni" (13 novembre), "Rubano in villa, arrestati due serbi" (16 novembre), "Bottino wurstel e pomodori, ventenne romeno condannato a Bolzano" (19 novembre): ecco i titoli con cui l'agenzia Ansa riporta alcune notizie. E gli esempi di questo tipo sono diversi, anche monitorando altre agenzie: "Ladro col ‘gesso' a Catania, arrestato figlio dell'Imam", (29 ottobre), a "Roma: Carabinieri, rubava nelle auto in sosta. Arrestata 42enne rom" (20 novembre), entrambi pubblicati dall'agenzia Asca, oppure "Roma, cc arrestano due nomadi per furti in automobili" (14 novembre), "Deposito AMA: 44enne romeno arrestato da cc" (16 novembre), "Roma, ruba nelle auto in sosta: arrestata da cc 42enne nomade" (20 novembre), pubblicati da Il Velino.

Non sono assenti i casi in cui viene indicata la nazionalità delle persone coinvolte anche quando è italiana, ma sono più rari.

Emblematico il titolo di una notizia Ansa del 29 ottobre: "Furto e truffa, badante denunciata da Cc" (29 ottobre): nel titolo non viene citata la nazionalità, che si evince solo proseguendo la lettura dell'articolo. La signora è italiana, ma il lettore leggendo solo il titolo potrebbe pensare che si tratti di una cittadina straniera, essendo la parola "badante" utilizzata prevalentemente per identificare le assistenti familiari straniere.

L'Asca il 7 novembre scrive "Roma: poliziotto libero da servizio sventa rapina alle poste", e solo nel testo si indica che il ladro è "un 43enne romano"; il 9 novembre titola "Roma: Quarticciolo passato al setaccio dai Carabinieri. Due arresti", specificando poi che i fermati sono un cittadino italiano e uno russo, e il 15 novembre riporta "Roma: ladri in azione negli uffici VIII Municipio. Due arresti", e nell'articolo scopriamo che sono "entrambi romani".

Il 3 novembre l'agenzia Il Velino scrive "Roma, arrestato 50enne che rubava I-Phone5 aggredendo dipendente", e nel testo si specifica che è un "50enne romano", così come nella notizia del 7 novembre "Roma, carabinieri sventano rapina a sala bingo: 3 arresti".

In due casi, Il Velino riporta la nazionalità italiana anche nei titoli (3 novembre, "Torino, cc denunciano sei italiani per furto aggravato", 20 novembre, "Roma, tenta rapina e picchia trans: arrestato 39enne romano").

Ma non è riportando la nazionalità, italiana o straniera che sia, che si andrebbe nella giusta direzione. Il percorso da prendere è stato già indicato nelle Linee guida elaborate dalla associazione Carta di Roma che sottolinea la necessità di "usare con maggiore responsabilità e consapevolezza rispetto a quanto avviene attualmente la nazionalità per nominare il/la protagonista di un fatto di cronaca". E prosegue affermando che "Informazioni quali l'origine, la religione, lo status giuridico -immigrato, richiedente asilo, rifugiato, regolare/irregolare ecc.- non dovrebbero essere utilizzate per qualificare i protagonisti se non sono rilevanti e pertinenti per la comprensione della notizia". E la nazionalità, nel caso di un furto, o di una rapina, non sembra essere un dettaglio rilevante.

 

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