Un viaggio attraverso le regioni montuose della Bosnia centrale dove vivono
alcune comunità di rom kaloperi: famiglie stanziali che possiedono una casa,
guardano con sospetto gli zingari dediti al nomadismo e non parlano volentieri
la lingua romanì. Di villaggio in villaggio, vengono scrutate attentamente tutte
le abitudini più ordinarie dei membri delle varie famiglie e vengono registrate
alcune testimonianze: esperienze e pensieri di differenti generazioni che
cercano di aprire un nuovo sguardo sulla diversità e la ricchezza dei popoli
rom.
Di ciò che risponde all'idea comune di "zingaro", ci sono solo le immagini.
Frutto di un viaggio invernale nel cuore della Bosnia compiuto nel 2004, il
documentario di Massimo D'orzi vive di immagini libere e fluide colte
nell'intimità di quei piccoli gruppi di rom bosniaci che trovano nella
dimensione quotidiana degli affetti familiari e del lavoro la loro condizione
ideale.
Questa carattere "erratico" e in divenire della ripresa è evidente nella
condizione temporale che impone da subito il lavoro: privilegiando i tempi
morti, uno sguardo da documentario antropologico e una dimensione evocativa
attivata dall'accompagnamento costante della fisarmonica di Hazdovic Ruzdija. La
vocazione naturalista del lavoro non preclude tuttavia che il suo obiettivo sia
quello di raccontare attraverso una serie di testimonianze dirette una storia
differente rispetto alle idee e ai luoghi comuni sui gitani. Obiettivo evidente
fin dal titolo, che privilegia il carattere della piccola Adisa, la più giovane
fra le protagoniste intervistate, e la mette a confronto con l'esperienza di una
nonna particolarmente vivace ed emancipata, ma soprattutto con una cultura nata
mille anni fa nell'India d'epoca medievale. Un confronto fra generazioni nel
quale emerge anche un certo disagio per l'identità del popolo rom e per tutti
quei sottogruppi dediti al nomadismo e al brigantaggio.
È vero che c'è una certa discrasia fra il modo di condurre le interviste
(che, per quanto informali, appaiono in più momenti pilotate, animate dalla
volontà di far emergere i pensieri pacifisti e quelli anti-tradizionalisti delle
famiglie kaloperi) e quello di guardare al paesaggio. Ma, preso come un'unica,
lenta e lunga panoramica, il film trova una temporalità personale che riesce a
dare un ritmo anche a questa dialettica fra immagini entranti e immagini
contemplative. Fra ottica di studio e ottica di poesia.
Nell'articolo non un solo fatto ma una tesi finalizzata ad alimentare l'odio
razziale: i rom sono omertosi e delinquono proteggendosi tra loro.
Un articolo tanto più odioso quando a Torino sono la magistratura e le forze
dell'ordine che si rendono conto che la possibilità di chiamare alla propria
responsabilità gli italici autori del pogrom della Cascina Cantinassa è impedita
da:
Un muro di omertà sul rogo delle Vallette - stampa.it
(vedi anche
QUI ndr.)
Ma occorre entrare nel merito dell'articolo di Andrea Cuomo per rendersi conto
di come, per il giornale, vada versato veleno sulla base di niente se c'è una
campagna di disinformazione da mandare avanti.
L'articolo ovviamente parte dalla giusta ondata di sdegno derivante dalla
barbara uccisione del vigile Savarino con l'evidente proposito di alimentare
l'odio razziale, ma invece di raccontare i fatti di milano rinvanga l'episodio
simile dell'omicidio stradale di Quarto Oggiaro di qualche mese fa.
Al giornalista non passa proprio per la testa di ricordare che nel doloroso caso
di Milano gli omicidi sono stati assicurati alla giustizia in tempi rapidissimi
proprio grazie alla collaborazione del uomo investito per primo, rom calabrese,
e degli altri della comunità di giostrai che erano presenti.
LA TESTIMONIANZA - Gli investigatori sono arrivati ai sospettati anche grazie
alla testimonianza dell'anziano giostraio colpito di striscio dall'auto poco
prima della tragedia di giovedì. Agli agenti della polizia locale avrebbe
fornito il numero di un cellulare di uno dei due. Hanno messo sotto controllo le
celle telefoniche e hanno intercettato alcuni messaggi importanti per
l'indagine.
Ma prima di approdare ad Aosta, nel garage dove era nascosta la Clio modello
Ventesimo Anniversario, gli agenti della polizia municipale hanno seguito tante
piste fasulle. Almeno quaranta controlli a vuoto: segnalazioni anonime ma
«potenzialmente attendibili». E «informazioni confidenziali». Blitz in campi
nomadi, carrozzerie, sfasciacarrozze, discariche. Dopo l’incidente sono arrivate
4 lettere misteriose. Una firmata da «Anonimo 66», spedita da fuori Torino. Una
signora di Grugliasco, convinta di aver trovato il pirata, «denuncia» il suo
vicino di casa: «Ha un ritmo di vita anormale, dorme di giorno e vive di notte.
Ha un amico con una Clio nera». Tutti vicoli ciechi.
Ma la vera chicca dell'articolo è ritirare in ballo l'episodio della Caffarella
ed i nomi di
Alexandru Isztoika Loyos e
Karol Racz.
Al giornalista mica viene in mente di controllare l'esito del giudizio o gli
archivi del suo giornale. Gli basta RI-SBATTERE il MOSTRO in prima pagina.
Allora ricordiamo al giornalista che i due poveri diavoli da lui tirati in ballo
erano INNOCENTI e sono stati assolti per l'episodio.
Ed anche ai fini delle tesi razziste del giornalista l'episodio non va bene, il
povero Karol Racz fu ritrovato dalla polizia quando tutti lo indicavano come il
"mostro faccia da pugile" proprio in base
alla civica segnalazione della
comunità rom di Livorno che gli dava ospitalità.
All'ombra dell'ultimo sole
s'era assopito un pescatore
e aveva un solco lungo il viso
come una specie di sorriso.
Venne alla spiaggia un assassino
due occhi grandi da bambino
due occhi enormi di paura
eran gli specchi di un'avventura.
E chiese al vecchio dammi il pane
ho poco tempo e troppa fame
e chiese al vecchio dammi il vino
ho sete e sono un assassino.
Gli occhi dischiuse il vecchio al giorno
non si guardò neppure intorno
ma versò il vino e spezzò il pane
per chi diceva ho sete e ho fame.
E fu il calore di un momento
poi via di nuovo verso il vento
poi via di nuovo verso il sole
dietro alle spalle un pescatore.
Dietro alle spalle un pescatore
e la memoria è già dolore
ed è il rimpianto di un aprile
giocato all'ombra di un cortile.
Vennero in sella due gendarmi
vennero in sella con le armi
chiesero al vecchio se lì vicino
fosse passato un assassino.
Ma all'ombra dell'ultimo sole
s'era assopito il pescatore
e aveva un solco lungo il viso
come una specie di sorriso
e aveva un solco lungo il viso
come una specie di sorriso.
Di Fabrizio (del 17/01/2012 @ 09:54:04, in media, visitato 708 volte)
Immagine da chupacabramania.com. Precisazione necessaria: le indagini sono
ancora in corso e lo scritto che segue è di ieri pomeriggio.
La storiaccia dell'omicidio del vigile Nicolò Savarino l'ho
seguita sin dall'inizio: troppo fresco il ricordo del
rogo alle Vallette solo un mese fa; confesso che la mia paura era che si
ripetesse quel meccanismo che aveva trasformato un articolo di giornale in
una
miccia accesa gettata in quartiere periferico, probabilmente non più brutto
di molti altri ma pronto a trasformarsi in polveriera sociale.
Responsabilità giornalistiche a parte (le vedremo in seguito), la mia
disillusa conclusione era che tra carta stampata e lettori non ci fossero
differenze: uno alimenta l'altro complici nel linguaggio, nelle ripetizioni, nei
luoghi comuni, nella voglia di distinguersi... nel mostrare e richiedere
INDIGNAZIONE a breve termine.
I giornali di per sé, non farebbero più danno di tanto, ma avevo assistito
(praticamente in presa diretta) allo schierarsi dei vari lettori, nei commenti
alle testate e sui social network. Da lì è iniziato tutto: i primi due giorni
sono stati una cartina di tornasole per chi fa informazione, è emerso cosa si
voleva ottenere da questa vicenda, dove in seguito tutti si sono scatenati.
Ammesso che vogliate continuare la lettura, ricordate quella che è stata una
costante di tutte queste indagini: NON SAPPIAMO ANCORA CHI SIA L'ASSASSINO. E'
stata fermata una persona, la cui reale identità è TUTTORA IGNOTA.
La certezza è che è stato commesso il crimine. Che in una maniera o
nell'altra erano coinvolti degli ZINGARI. Ho usato apposta quella parola, perché
da sola è bastata a scatenare una reazione simile in due fasce opposte di
lettori: chi si batte per il miglioramento delle condizioni di vita di Rom e
Sinti, e chi all'opposto è razzista a prescindere. La reazione possiamo
sintetizzarla in poche parole: "E' INUTILE DARSI DA FARE! C'E SEMPRE QUALCUNO
CHE ROVINERA' TUTTO IL LAVORO FATTO IN PRECEDENZA!"(1) e a qualcun altro non parrà
vero di poter ripetere "VOI ZINGARI..."
Purtroppo, sono i razzisti e gli intolleranti a nutrirsi di certezze, di
solito chi è antirazzista vive continuamente nei dubbi. A tutti e due,
risponderei con quello che ha scritto sabato un giornale che non è certo
sospetto di simpatie per i rom:
"L’uccisione di ieri è il terzo caso in pochi mesi di follia al volante in
Lombardia. Il 19 novembre, a Cremona, un pensionato di 76 anni, Guido Gremmi,
era stato travolto e ucciso dopo una lite per un parcheggio destinato alla sua
compagna disabile, Bruna Dondi, 79 anni. L’investitore, Angelo Pelucchi, ex
imprenditore di Bassano Bresciano, incensurato, si era costituito l’indomani ai
carabinieri.
Cinque giorni dopo, il 24 novembre, è stato condannato a sedici anni di
carcere per omicidio volontario Vittorio Petronella, il 71enne pensionato che,
il 25 luglio scorso inseguì, travolse e uccise il 35enne Alessandro Mosele. I
due litigarono a un semaforo in Via Andrea Doria per motivi di viabilità, e
Petronella, ex direttore commerciale di un’azienda, si gettò all’inseguimento di
Mosele che era in sella al suo scooter. Il pensionato ha sempre detto di non
aver avuto intenzione di uccidere e di non avere urtato il 35enne, a differenza
di quanto dichiarato dai testimoni sentiti dalla Procura." vedi IL GIORNALE
Insomma, chi è rom e chi non lo è, sembra
"integrato" allo stesso livello, senza differenze di razza o nazionalità. Può
non piacere, ma questo è un altro discorso.
Le indagini proseguono e, ripeto, comprendo il riserbo degli inquirenti nel
far trapelare le notizie. Ma come fare, in assenza di dati certi, a vendere
giornali? Provate a pensare, sapendo quante poche copie si vendono in Italia, se
voi foste un redattore rinuncereste a sguazzare nel fango con una storia simile?
E' così che la nazionalità e la razza dei presunti colpevoli sono diventate un
ingrediente indispensabile di ogni articolo: di volta in volta: rom, sinti (a
volta assieme, oppure separati), tedeschi, slavi, italiani...
E qua comincia il gioco sporco, a cui hanno partecipato TUTTI i quotidiani,
ben sintetizzato in questo pezzo di
Giornalismi.info. Nel frattempo, il
maggior giornale italiano ieri esordiva così:
Vigile ucciso, le mille identità del serbo fermato in Ungheria per omicidio
MILANO - Goico Jovanovic, tedesco di 24 anni o Reni Nicolic, di 17 anni
francese? O forse Goico Nicolic di 21 anni? O invece si tratta del palermitano
Davide Jovanovic di 26 anni?...
C'è un'evidente contraddizione tra titolo ed apertura. Questo SIGNOR
NESSUNO potrebbe essere contemporaneamente tedesco, francese o palermitano, ma
nel titolo chissà come, diventa serbo. Altri giornali, dopo le iniziali
incertezze, hanno invece martellato sul fatto che la sua identità sarebbe
tedesca, ma di origine "slava".
C'è dietro tutto un gioco per dipingerlo differente da "noi": ma allora
denominiamolo pregiudicato, europeo, di nazionalità non ancora identificata...
Sfugge a molti la natura CULTURALE (nel senso più ideologico del termine)
di un'operazione simile: per questioni di "correttezza politica" nessuno vuole
usare la tanto disprezzata parola ZINGARO (quella viene lasciata ai commentatori
plebei), però si vuole lasciarne il senso di alterità, di estraneità: uno
zingaro non può essere italiano, tedesco, francese (o palermitano); e visto che
stavolta la
Romania non può essere tirata in ballo, dev'essere slavo per forza, anche se
non sappiamo ancora chi sia.
Dico CULTURALE per diverse ragioni: zingari (continuo apposta ad usare un
termine dispregiativo) italiani esistono da secoli, lo stesso vale per quelli
tedeschi e francesi. La loro continua richiesta dal II dopoguerra è stata di
essere "integrati" (termine alquanto ambiguo) come qualsiasi altro cittadino.
No, ci dicono le cronache, se si tratta di delinquenti noi MEZZI DI
INFORMAZIONE, smetteremo di essere buoni, e torneremo ai vecchi stereotipi come
nel fascismo, dello slavo, rumeno, albanese che per forza è sanguinario,
irrecuperabile e di sangue zingaro.
Ma visto che da allora è passato qualche decennio, cambiano i termini:
zingaro è diventata una parola tabù, come ebreo. E difatti le prime cronache
parlavano di due persone di etnia rom-sinti. Molti sono insorti dicendo che o si
uno o si è l'altro e che era come descrivere una persona come un
tunisino-peruviano. Io invece credo che rom-sinti sia stato usato in piena
coscienza, sapendo che i due termini assieme avrebbero richiamato la parola
proibita: ZINGARO.
Ad un certo punto, per non destare più dubbi, accanto a "tedesco di origine
slava" appare un terzo termine: "nomade", che tra tutti è il più ipocrita. Che
significa? Che nazionalità o razza è? E se il colpevole avesse per caso una casa
(è probabile, ancora non siamo certi chi sia in realtà, l'unica cosa che
sappiamo di lui è che i soldi gli girano e di case può permettersene più di
una), perché usare "nomade"?
Abbiamo poche certezze, in questa storia, una di queste è che comunque la
persona fermata è "un poco di buono". Non lo difendo di sicuro, mi spaventa però
questo AUTOMATISMO MEDIATICO per cui se sei un malfattore, ancora prima di
essere identificato sarai rom o sinto (quindi perderai il diritto a vederti
riconosciuta una nazionalità) e se lo sei sarai per forza un "nomade"
(sorvolando sul fatto che rom e sinti in Germania da decenni hanno riconosciuto
il diritto alla casa). Dimenticando in un sol colpo, prima della deontologia
professionale, che gli assassini esistono dappertutto, spesso abitano in case
del tutto simili alle nostre, senza simili processi di stigmatizzazione.
Mi capita sempre, a questo punto, qualche anima candida che dice che la mia è
una difesa ad oltranza di chi fa di tutto per meritarsi una cattiva fama. Se
anche fosse, non vi sentireste presi in giro da chi invece di ragionare a fatica
(e sapeste che fatica...) vi sta sfruttando come cavie mediatiche da
laboratorio, sapendo quali sono i vostri punti deboli e volendo a forza
solleticare i vostri peggiori istinti?
1: sempre ieri un grande ha compiuto 70
anni. Me lo ricordo a Kinshasa, un'intervista prima della sfida contro un
campione più giovane e potente: "Io," diceva pressappoco così,
"sono già andato al tappeto altre volte, lui mai. Io so rialzarmi, lui non si
sa. E' per questo che penso di avere un'arma in più di Foreman."
Di Fabrizio (del 14/01/2012 @ 09:11:36, in media, visitato 592 volte)
Foto ANSA
Qualcuno potrebbe spiegare a questo
Michele Focarete, redattore del più importante quotidiano italiano, che
"rom" e "sinti" non sono due sinonimi intercambiabili da usare a cazzo?
Letto su Facebook
Le distinzioni non sono per i giornali, che si chiamino Libero, Corriere
oppure Repubblica. A fare distinzioni c'è sempre il rischio che qualcuno si
faccia domande, ed allora meglio vendere certezze.
Se poi qualche lettore esaltato si fa prendere la mano, come il mese scorso nel
rogo torinese, allora ci si spargerà il capo di cenere e si farà i bravi per
qualche mese; così nel nome della "libera concorrenza in libera informazione" ci
sarà qualche
altro foglio a scrivere articoli altrettanto irresponsabili. Magari,
basterebbe poco, ad esempio riscoprire la vecchia regoletta "le notizie separate
dai commenti".
Ma in fondo i giornali in Italia li leggono in pochi, e la maggior parte dei
lettori si fermano al titolo.
E questi lettori, che sono pure democratici, istruiti ecc. assomigliano molto ad
un titolista: solo un po' più frustrati di non essere un giornalista, anche se
sfruttato e sottopagato. Cercano titoli da ripetere: alla suocera, al bar, su
Facebook o su Twitter... dove mostrare quanto siano sensibili, aggiornati,
attenti (insomma: esattamente il contrario di ciò che sono in realtà).
Vogliono mostrarsi indignati, non importa per che cosa. I primi lanci della
notizia li ho letti giovedì sera tardi: a molti non è sembrato vero di avere un
motivo per prendersela contro gli odiati SUV che occupano la città. Questo il
commento alla notizia di una persona che conosco come molto civile ed impegnata: "Prima di metterlo in galera e buttare la chiave, lo farei anche rotolare
nudo in un campo di ortiche, lo porterei al ponte sull'Adda e lo appenderei a
quell'elastico, lo lascerei così a testa in giù una notte intera....e molto,
molto altro ancora, si lo torturerei, ecco!"
Il giorno dopo salta fuori quello che molti nei campi temevano: sono
coinvolti degli "zingari". Cambia il "focus", ma resta l'indignazione
artificiale di avere qualcosa contro cui scagliarsi. Basta scorrere i commenti
su
Il Giornale o anche sul
Corriere, altrettanto superficiali ed uniformati di quelli del giorno prima,
anche se di segno opposto.
Insomma: SUV e ZINGARI come monete intercambiali di indignazione.
La ricerca di un nemico necessario per ribadire la propria presenza.
C'era una volta un Rom piccino picciò, ma così piccolo che non era neanche
Rom.
Ma lui, testardo, non si arrendeva a questa sfortuna e ripeteva sempre a se
stesso che bravo Rom sarebbe stato.
Così guardava sotto i ponti, nei tombini, dentro la dispensa a cercarli, per
poter dire loro con la mano sul cuore, IO VI SALVERO'.
Non se lo filava nessuno tra i vecchi crociati di cento battaglie, et
male fecerunt. Perché già dal primo scontro, perso alla grande, contro
Converso (un signorotto con 2 kg. di pelo sullo stomaco), il nostro eroe, che
aveva fretta di trovare uno spazio suo, imparò due cose fondamentali:
in Italia, chiunque può parlare, agire, fare il campione dei
Rom. Non servono esperienze o studi, basta rimestare qualche
concetto preso in prestito. Basta ripeterlo all'infinito come un
mantra. E... se non sei un Rom, è meglio.
vuoi ottenere attenzione? L'avrai: ci sarà sempre chi cerca
il personaggio nuovo, meglio se sopra le righe, meglio se espone
due idee in croce... perché è più facile da descrivere. Perché i
media non cercano altro che la banalizzazione: da un lato i
ladri, gli zozzoni, i criminali, dall'altro le povere vittime
della nostra malvagità.
Rimaneva un terzo concetto su cui lavorare, tutto sotteso all'evoluzione di
questa Italia negli ultimi decenni: il VITTIMISMO. Tanto più si ottiene
l'interesse dei media, tanto più si deve recriminare di essere da soli,
censurati, ma PURI. Perché? Ma perché gli altri, i vecchi crociati, ovviamente
non vogliono ascoltare questo guerriero della domenica o peggio, complici devono
essere della situazione attuale. Distinzioni? Vedere il punto 2. - è meglio non
farle, col rischio di perdere la purezza e l'attenzione mediatica.
Qualche comparsata davanti alla telecamera, in fondo questa è l'epoca di
youtube, e comunicati su comunicati su comunicati (che se li leggi sono tutti
identici), ma inviati alle persone "giuste": cioè a chi mai si sognerebbe di
rispondervi (anche se al momento non risultano all'appello l'ONU e la IV
flotta). Ma almeno si porteranno a casa due risultati:
ci sarà sempre qualcuno, che vuole sembrare più (o almeno)
antirazzista del nostro campione, che gli darà credito. Un
trafiletto su questo o quel sito-giornale-blog si rimedia
sempre;
solleverai comunque l'invidia (e magari la curiosità) dei
vecchi crociati, a cui poter dire "Visto come le canto? Visto a
chi so rivolgermi? Dilettanti voi foste."
E se nessuno rispondesse, se ci fosse un convegno dove non si sarà invitati,
si potrà sempre dire (mi raccomando: petto in fuori) RAZZISTI, RAZZISTI,
RAZZISTI, E' TUTTO UN COMPLOTTO... (IO VI SALVERO')
Un fenomeno mediatico, non durerà ancora molto. Che si stia già preparando il
suo successore?
PS: io però al posto suo non mi sarei limitato a Nazione Rom, se davvero
volevo fare impressione perché non IMPERO GALATTICO? (OK, mi son fatto prendere
la mano)
Di Fabrizio (del 23/12/2011 @ 09:48:28, in media, visitato 440 volte)
18 dicembre 2011 18:04 - Il Giornale di Berlusconi dileggia il
Ministro Riccardi e la Comunità di S.Egidio. "Tecnico improvvisato, salottiero,
amico di zingari e islam". Meglio Mara, Maria Stella e Nicole
I pogrom non nascono perché un bel giorno la gente impazzisce e se la prende
con il diverso. I campi di sterminio non si costruiscono perché un folle
ritiene che bisogna sbarazzarsi degli ebrei, che hanno troppi soldi e fanno il
bello e il cattivo tempo, e per giunta rovinano la razza ariana. Il Ku Klux Klan
non trae origine dalla pensata di quattro idioti che si sentono "appestati" dai
negri portati in America in catene per farne schiavi nei loro campi di cotone,
ma dal bisogno di braccia gratuite. L'oscurantismo talebano non viene fuori dal
nulla, perché il loro capo storico, pieno di soldi e di mogli, si annoiava, ma
dalla voglia di mettere a ferro e fuoco l'Occidente. .
Dietro ogni odio etnico, razziale, sociale ci sono teste pensanti, che
servendosi di ignoranti e idioti, predicano odio, spargono pregiudizi, inventano
menzogne e giorno dopo giorno instillano paure, creando le ragioni delle
persecuzioni e delle violenze. Basta attendere il momento giusto, come quello
che attraversiamo, per annientare i neri, gli zingari, gli ebrei, i gay.
Oggi Il Giornale di Berlusconi apre con questo titolo in prima pagina:
"Proposta choc del Ministro Riccardi. Case gratis ai rom. Agli italiani arriva
il conto della stangata, ma il governo pensa agli zingari". Una ignobile
menzogna. Se gli italiani non hanno la casa, ora sanno con chi prendersela.
Il Giornale dedica due articoli al Ministro Riccardi e lo fa a pezzi e dileggia
gli zingari che restano in Italia perché "hanno trovato il terreno fertile per
l'accattonaggio, lettura della mano, furti e furtarelli, recupero forzoso d'ogni
pezzo di rame in circolazione ed altre attività che appartengono, come ci è
stato insegnato, alla loro grande cultura".
Senza gli zingari, insomma, l'Italia non avrebbe ladri, cartomanti, accattoni.
Il Ministro per l'integrazione, Andrea Riccardi, è il presidente della Comunità
di Sant'Egidio, un fiore all'occhiello dell'Italia nel mondo. La Comunità ha
registrato straordinari successi laddove è stata chiamata, o è intervenuta, per
fare cessare le armi e costruire una cultura di pace.
Quali le ragioni del furibondo attacco e della sfilza di insulti? Il Ministro ha
visitato a Torino il campo Rom incendiato da un manipolo di razzisti, che hanno
creduto allo stupro denunciato da una ragazzina, costretta a controlli di
verginità mensili. Riccardi ha ragionato sulle cause del pogrom e al pensiero di
donne e bambini privi di tutto a causa dell'incendio ha proposto di farli vivere
come gli altri, non più da emarginati. Mettendoli nelle condizioni di avere un
tetto? Così come avviene con gli indigenti, qualunque sia la loro origine, in
ogni città d'Italia.
Il Ministro non ha annunciato un decreto o una proposta di legge, ma invitato ad
affrontare il tema dell'emarginazione e dell'integrazione, nell'interesse del
Paese, non solo dei rom, allo scopo di superare disagi sociali che sono, in ogni
comunità emarginata, all'origine della devianza sociale. E' questa la colpa del
"prete laico, più prete che laico".
Il Giornale trasforma la volontà di Riccardi, che è un docente universitario, in
una "proposta choc", una discriminazione degli italiani a favore dei rom "ladri
per cultura".
Quando qualche disperato subisce lo sfratto del padrone, sa ora con chi
prendersela, con i rom e con il Ministro Riccardi. Del trattamento Boffo
s'incaricano Paolo Granzotto e Giancarlo Perna. Granzotto rimprovera al Ministro
di "dividersi fra i sospiri per la pace nel mondo e dialoghi con i suoi
beneamati zingari". Cogliendo le sue abitudini più deteriori, lo descrive come
un signore che pratica "giulivo, l'impegno sociale nei salotti buonisti… fra un
frizzantino e un teuccio con i Pavesini". Pesante sarcasmo.
Giancarlo Perna ricorda che "nelle pause della sua attività con tonache ed
infelici Andrea Riccardi si laureò in legge" e, successivamente "s'infarcì un
po' alla rinfusa di date e battaglie", guadagnando il posto in facoltà. Riccardi
passa per uno storico ed un saggista, ma nella botte non c'è vino buono. Sarebbe
solo un salottiero che fa sfoggio del suo buonismo, sprovvisto di profonde
convinzioni. "Tutte le religioni gli vanno a fagiolo", è "intimo con gli
ortodossi, compagno di scuola del rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni,
commensale di Hassan al Tourabi, fondamentalista islamico sudanese".
Che cosa avremmo potuto aspettarci da un tipo così, se non che ci invitasse ad
affrontare la questione dei rom all'indomani dell'incendio del loro campo da
parte di un manipolo di razzisti torinesi? Il Ministro rispetta tutte le fedi,
avverte Giancarlo Perna, "ma contesta la Lega, sostenendo che non esiste una
identità padana".
L'elenco delle colpe, imperdonabili, di Riccardi non si ferma qui. "Il prete
laico s'improvvisa tecnico", titola Il Giornale , riassumendole tutte. "La sua
specializzazione sono i guai del mondo". Quali sarebbero le sue qualità, le
virtù, le competenze?
Gli manca l'essenziale, non ha mai compiaciuto Silvio Berlusconi. Non si è
sdraiato sul lettone di Putin, come Nicole Minetti. Quale pedigree gli da il
diritto di sedere sulle poltrone che furono di Mara Carfagna e Maria Stella
Gelmini a uno storico un po' confuso infarcito di date e di battaglie,
specializzato ad occuparsi dei guai del mondo, un pretonzolo spogliato dalla
dubbie amicizie? Uno che toglie le case agli italiani per darle gratis ai rom,
come recita il titolo, uno dei tanti, dedicati al Presidente della Comunità di
Sant'Egidio.
E' una pagina, ancora una, di cattivo giornalismo. Ingiusta e bugiarda nella
sostanza, incivile nella forma. Ignobile, insomma. L'editore dovrebbe avere il
coraggio civile di assumersene le responsabilità - morali, politiche - della
linea del suo quotidiano piuttosto che rifugiarsi nell'autonomia della redazione
e ostentare distacco.
RomaTodayIl ministro Riccardi vuole dare case ai rom: è polemica
sul web Il ministro della cooperazione e integrazione Andrea Riccardi si ripromette
di affrontare con decisione il problema dei campi rom. Sul web è polemica per le
sue dichiarazioni
di Redazione 19/12/2011
Stanno scatenando un putiferio sul web le dichiarazioni rilasciate nei giorni
scorsi dal ministro della cooperazione e integrazione, Andrea Riccardi, rispetto
allo spinoso tema dell'integrazione delle minoranze rom e sinti nel tessuto
sociale del nostro paese.
Il ministro è accusato da blogger e da qualche articolista di voler regalare
una casa a tutti i nomadi presenti sul territorio italiano (circa 140.000
persone). Ma è veramente questo che Riccardi ha dichiarato?
Una breve ricerca tra gli archivi dell'Ansa ci dice che nell'ultimo mese il
ministro ha semplicemente dichiarato: "Come ministro dico che la situazione dei
Rom non e' delle più brillanti, come cittadino mi sono vergognato della loro
condizione in Italia. Dobbiamo agire per il superamento dei campi rom".
"Superamento dei campi rom" uguale "casa a tutti gli zingari presenti nel
nostro paese"? Forse, anche se questa è una deduzione logica e non certo il
pensiero manifesto di Riccardi. E soprattutto, quello del superamento dei campi
nomadi è un tema sul quale da anni si riflette nel mondo della politica e, a
parte movimenti estremisti e xenofobi, tutti concordano sulla necessità di
fornire ai rom presenti nel nostro paese abitazioni nelle quali sia garantito un
livello minimo di sicurezza igenico-sanitaria.
Perchè allora questo accanirsi contro Andrea Riccardi?! Tutto (più o meno)
nasce dall'editoriale
di Paolo Granzotto su Il Giornale, che si scaglia contro il ministro
accusandolo appunto di voler regalare la casa a 140.000 zingari nello stesso
momento nel quale il governo reintroduce le tasse sulla casa.
Torniamo alle parole del ministro: "Ci sono fondi europei utilizzati solo al
10%" che permetterebbero la realizzazione di un grande progetto edilizio a
favore dei nomadi. Si tratterebbe quindi di una grande operazione di civiltà che
non graverebbe in alcun modo sui conti italiani, e che permetterebbe a tanti rom
e sinti presenti sul territorio italiano di veder migliorate la propria vita, e
allo stesso tempo libererebbe tanti comuni cittadini italiani "non zingari"
dalla presenza, oggettivamente difficile, dei grandi campi rom. Se finora non è
stato fatto è solo per la mancanza (più o meno deliberata) di una strategia
nazionale sul problema.
Un'altra falsa notizia riguarda i numeri: Granzotto parla di dare le case a
140.000 persone. Peccato però che di questi oltre 70.000 sono cittadini
italiani, e quasi 50.000 sono rom e sinti che da secoli vivono nel nostro paese,
integrati e già tutti forniti di casa (essì, perchè quando gliene viene data la
possibilità i rom e i sinti sono generalmente ben felici di vivere in abitazioni
sicure).
Come si può vedere la polemica è stata creata ad arte, e sta facendo breccia
grazie ai pregiudizi che riguardano le popolazioni rom e sinti.
Non ci vogliamo nascondere che tanti siano i problemi nella convivenza tra
nomadi e "sedentari" in Italia. Ma sfruttare per polemiche strumentali un tema
che, invece di veder rinfocolare le tensioni, avrebbe bisogno di pacatezza e
riflessione è un'operazione bieca e da esecrare.
"Salutiamo invece con piacere le volontà del ministro Riccardi di voler
affrontare in maniera pragmatica e positiva quella vergogna tutta italiana che è
l'esclusione e ghettizzazione sociale delle minoranze nomadi"
BOLOGNA – "Mi piace andare a trovare i Rom. Di solito non è un'esperienza
piacevole, perché non scelgo mai le comunità più floride. Vado nelle cloache.
Non per il gusto perverso della miseria, al contrario. Semplicemente perché in
Europa ce ne sono troppe ed è giunto il momento di fare qualcosa. Sono posti in
cui la miseria è allucinante. Mi viene da dire, fuori dal mondo. Sono posti
fuori dal mondo". Queste paroole sono del fotografo Alain Keler, che ha
attraversato l'Europa sulla sua Skoda per visitare i campi Rom di diversi Paesi,
compresa l'Italia. Al suo ritorno ha raccontato le sue esperienze all'amico
disegnatore Emmanuel Guibert che, insieme a Frédéric Lemercier, ne ha fatto un
reportage a fumetti e fotografie uscito a puntate in Francia sulla rivista XXI e
poi in Italia nel volume "Alain e i Rom" (Coconino Press). "Alain tornava dai
suoi viaggi e me li raccontava – spiega Guibert – è un momento cruciale quello
del ritorno, pieno di storie e aneddoti e del bisogno di raccontarli e, se non
c'è una pubblicazione immediata, il calore si perde". E rispetto ai recenti
fatti di cronaca, commenta: "Quello che è successo a Torino fa paura, ma non è
un caso isolato, il mio amico Alain mi ha raccontato episodi simili accaduti in
Repubblica Ceca, purtroppo l'odio cresce nelle situazioni di crisi". Ecco
perché, continua, "dobbiamo parlare, non lasciare che le cose avvengano nel
silenzio e mostrare gli esempi di persone che fanno qualcosa a livello locale:
la risposta è qui".
Il libro "Alain e i Rom" si apre con una prefazione di don
Luigi Ciotti, fondatore del gruppo Abele e di Libera, in cui si legge: "Le foto
di Alain Keler ci aiutano a gettare luce su quella che spesso sentiamo
etichettare come ‘emergenza', ma è invece una situazione ormai consolidata di
degrado e marginalizzazione". I Rom, insomma, fanno "notizia" solo nel caso di
eventi drammatici, come nel caso di Torino di qualche giorno fa, altrimenti
nessuno si ricorda di loro e delle condizioni in cui vivono. Lo dimostra anche
il caso del fotografo Alain Keler che ha girato il mondo, lavorando per le
agenzie di stampa, ma quando ha smesso e ha deciso di occuparsi di ciò che lo
interessava, non ha più venduto nemmeno una fotografia. Perché si tratta di
soggetti difficili. "Ai quotidiani interessano i fatti drammatici – dice Guibert
– mentre il ruolo delle riviste e dei libri è diverso, si prendono il tempo e lo
spazio per raccontare le cose: è anche l'ambizione di questo libro, dare l'idea
di un posto, delle persone che ci abitano, far sentire le loro voci, mostrare i
loro volti". Conoscerli, in una parola. "Non abbiamo fatto altro che ripetere
cose che tutti sanno – continua Guibert – che la maggior parte dei Rom non è più
nomade e che, quando se ne va da un posto, è per l'impossibilità di viverci".
Il libro di Keler, Guibert e Lemercier ha anche questo pregio, di mostrarci i
campi Rom a poca distanza dalle nostre case, alle periferie delle nostre città,
di farci incontrare le persone che ci vivono e quelle che con loro lavorano per
cambiare le cose. "Quando abbiamo iniziato a lavorare insieme, Alain aveva già
fatto la maggior parte dei suoi viaggi, ma l'ho accompagnato a Parigi – racconta Guibert – e sono entrato in posti di cui conoscevo l'esistenza ma in cui non mi
ero mai fermato, ho conosciuto le persone che ci vivono e i volontari che
lavorano per cambiare la situazione". Tra loro c'è anche Ivan Akimov, slovacco
che ha vissuto per molti anni in Francia e che, insieme alla moglie Helena, ha
creato i Kesaj Tchavé, un gruppo di giovani musicisti, ballerini e cantanti Rom.
Come racconta Alain Keler nel sesto capitolo del libro, ogni giorno, Ivan,
insieme alla moglie Helena, fa il giro dei villaggi e delle baraccopoli di
Kežmarok in Slovacchia per portarli a suonare e ballare. Grazie a Ivan Akimov, i
Kesaj Tchavé hanno suonato anche in Francia, a Parigi. "Ho assistito a uno di
quei concerti e fa un bene incredibile" dice Guibert.
Ivan è una di quelle persone che cercano di cambiare le cose. E racconta Guibert,
"anche se il suo lavoro non durerà per sempre, almeno è riuscito a modificare la
prospettiva del mondo esterno per quei ragazzi". Ma non è l'unico. Insieme a lui
ci sono Jeanne, Colette, Antonio e altri di cui veniamo a conoscenza leggendo
"Alain e i Rom". "Ho un'ammirazione senza limiti per loro – dice Guibert – Sono
persone che non fanno un discorso convenzionale sui Rom, che parlano con voce
franca senza nascondere i problemi, che, dopo generazioni di pregiudizi,
violenza e sfiducia, cercano di cambiare la situazione, dedicando la loro vita,
o solo una parte, a lavorare con queste persone". Ed è quello che ha fatto con i
suoi reportage Alain Keler. "Alain ha deciso di raccontare come vivono i Rom
d'Europa perché ha origini ebree e i suoi nonni sono morti nei campi di
sterminio nazisti – spiega Guibert – Per questa ragione non può sopportare la
discriminazione e il razzismo che colpisce i Rom: per lui è un dovere e anche io
ho sentito di dovermi mettere a sua disposizione per far conoscere il lavoro
paziente e segreto che fa, come si dice in Francia, contro il vento".
Di Fabrizio (del 18/12/2011 @ 09:14:50, in media, visitato 436 volte)
Filippo Facci come scrivevo
più di un anno fa, è uno scribacchino atipico: voltagabbana, a tratti
servile, e con un ego sovradimensionato, ma ammettevo che quando scrive del
tormentato rapporto tra rom, popolazioni autoctone e razzismo lo fa con una
lucidità rara.
Un suo nuovo scritto pubblicato da
Il Post mi conferma questa impressione, e vi invito a leggerlo con
attenzione.
Ma qua, partono i necessari distinguo:
Neanche a me piace l'abitudine, tutta italiana, di schierarsi per forza
tra guelfi e ghibellini. Però... se nell'arco di pochi giorni le
piccole, quotidiane violenze che segnano il NOSTRO rapporto con chi
percepiamo come straniero, hanno due picchi violenti come quelli di Torino e
Firenze, è doveroso interrogarsi sulle cause politiche di quel titolo:
Siamo razzisti? Sì. I vari Berlusconi, Borghezio e
compagnia, avranno pure delle responsabilità nel cambiamento antropologico
in senso razzista dell'Italia. Provo a spiegarmi meglio: il razzismo non può
essere una scusa per giustificare le colpe di chi ha avuto ruoli di
responsabilità negli ultimi decenni, casomai ne è una delle cause.
Non si tratta del gesto di un folle: che sia un corteo di incendiari
(come a Torino, a Ponticelli, a Opera), o si tratti di responsabilità singole (Carreri a Firenzi,
Breivik a Oslo). Si è formato in tutta Europa un quadro che giustifica la
follia, la noia, il bisogno di distinguersi, ad esprimersi in atti violenti
verso determinate categorie, guardacaso Rom, Sinti, stranieri, portatori di
handicap.
Facci scrive "la ragazzetta di Torino è una mitomane che sconfina
nel cretinismo: il contesto disegnatelo voi." Chi reggeva le torce
accese, chi minacciava i giornalisti a Torino, gente matura magari, faceva
parte dello stesso contesto di quella ragazzina. Per comodità li
classifichiamo come mostri, ma i mostri veri sono la camorra, che per
liberare un'area edilizia appetibile ha mandato
in riformatorio senza prove una ragazza madre, e dato fuoco a rifugi di
poveracci. Mostro è chi a Opera aizzò la folla già scalmanata di suo, e
l'anno dopo incassò la carica di sindaco.
Essere zingari è un'aggravante? Ho paura di sì. Facci ha il coraggio di
ricordare come l'immagine della zingara rapitrice di bambini sia una
colossale bufala storica. Se di coraggio di uno scrittore vogliamo parlare,
in fondo non gli costa niente, ma di sicuro non è una posizione comoda per
chi si rivolge a lettori di destra.
Smontato uno stereotipo, però ricade (preso dal suo eccesso di realismo)
in un altro: quello dello zingaro ladro. Si dimentica che di ladri in
circolazione abbiamo un vasto campionario, e che senza scomodare i suoi
compari di casta/classe (non di schieramento, il fenomeno riguarda tanto destra che
sinistra), c'è chi lo fa in maniera
più o meno furba. Sfugge a Facci, come a tanti altri, che non è l'etnia,
ma la condizione di vita. Nel comodo delle nostre case con porte blindate ed
antifurto, siamo pronti ad idealizzare la Palestina, l'Egitto, il Sud Africa
o la Colombia... un giro in quegli slum ci mostrerebbe un'umanità dolente e
piene di speranze che ruba, figlia, si ammala e muore con
percentuali del tutto simili ai Rom e Sinti nostrani. Ma senza andare nel
"terzo mondo", un giro in qualche quartiere USA del "primo mondo"
restituirebbe la medesima realtà. Ma quelli, sono i poveri lontani, i loro
odori e le loro grida diventano innocuo esotismo.
Allora, quello che scandalizza il benpensante, di destra e di sinistra,
non è il furto, ma la sua necessità (che deve anche essere prossima,
altrimenti non se ne accorge). Perché tutti amiamo crederci buoni,
democratici, autosufficienti. Ma il pensionato beccato al supermercato con
due scatolette di tonno nascoste nella giacca, ci porta la miseria allo
specchio, chi ruba per fame in un mondo di prosperità lo fa perché ha sua
volta è stato deprivato (derubato) dei valori occidentali di vita, compreso
il pieno accesso ad istruzione, casa, lavoro, sanità. Invece, fiduciosi nel
NOSTRO progresso, non solo vogliamo essere ricchi, ma pure amati dai poveri, perché così la NOSTRA coscienza (di classe?) non ci pone domande scomode.
Paradossalmente, diventiamo cattivi quando questo ci è negato.
Facci cita il Porrajmos, un olocausto dimenticato e tutto particolare.
Lo fa, sapendo quanto la nostra sia una bontà di facciata, per cui VOGLIAMO
DIMENTICARE i nostri antenati che fecero del Porrajmos, della Shoa, ma anche
dei massacri in Africa e nelle Americhe: non un isolato episodio di
razzismo, ma un sistema pianificato di arricchimento, sterminio e terrore. Ci stupiamo
che qualcuno sia sopravvissuto, emigri perché non abbia più di che vivere e
soprattutto abbia l'ardire di presentare il conto. Cosa che possono fare gli
Israeliani, forti di uno stato e di un esercito mica male, non i Rom e Sinti
che vivono tuttora in eterno dopoguerra. E allora, dagli allo zingaro!
VOGLIAMO DIMENTICARE, e l'abbiamo fatto, come eravamo nel dopoguerra o
quando si emigrava, perché nuovamente ci vergogniamo della povertà. Razzismo
ha tanti significati e radici, questo è quello attuale. Ma ricorda un
articolo del
Corriere (uscito in concomitanza con quello di Facci) che c'è un
ulteriore differenza: il nomadismo. Che secondo il Corriere
può aprire le porte dei cieli (spero che qualche zingaro si sia fregato la
chiave per tempo) e secondo il più realista Facci non ha più ragione di
essere. Il Corriere ricorda come furono nomadi anche gli Ebrei, ma
dimentica che tutti i popoli che diedero vita agli stati moderni lo sono
stati, finché non fecero a botte per trovare una terra dove potersi fermare.
Potersi fermare, non dimentichiamolo, significa avere la possibilità di
cacciare qualcun altro. Non chiamiamolo NOMADE, allora, chiamiamolo
SGOMBERATO. Se ci intendiamo sulle parole, forse saremo già in grado di
intravedere le soluzioni.
Scusate la banalità: un giornale dovrebbe SEMPRE fare attenzione a ciò che
scrive, perché se vuol mantenere un minimo di credibilità, rischia sempre di
dover ritrattare e chiedere scusa (se ci tiene, alla credibilità - e magari anche ai lettori).
Vale per il bollettino della FIAT e anche per chi ha fatto della
provocazione fascista la propria bandiera. Almeno, così credevo.
Invece la cosa vale a metà: può dipendere anche dall'avvocato che ha il
vilipeso.
Domenica 11 dicembre, titola (tra gli altri)
il Giornale in cronaca: "Guerra di bande rom..." in
assenza di uno straccio di prova. Se qualcuno vuole un falò anche a Milano, lo
dica chiaramente, faccia una dichiarazione di guerra con tutti crismi, ma non il
gioco infame dell'ARMIAMOCI E PARTITE!
Oppure faccia il giornalista, che è un modo per campare anche quello, ci
metta anche le sue opinioni, ma lo faccia con serietà. Dato che tra via Idro e
Morgagni ci sono un 4 km. buoni, qualcuno potrebbe spiegarmi la logica del
catenaccio: "LA CITTÀ INSICURA Il regolamento di conti. Scontro a fuoco alle
10 a due passi dal commissariato Poi nel campo di via Idro restano solo donne e
bambini"?
Invece CronacaQui, i pasdaran torinesi, continuano come se non fosse successo niente
Un film da girare con pochi soldi, che potrebbe persino uscire per Natale (non lo so... i buoni sentimenti funzionano sempre).
Niente studios, non è neanche necessario girarlo proprio alle Vallette, perché la storia potrebbe essere accaduta ovunque, e magari andando a fare le riprese in Europa dell'est c'è da risparmiare.
Niente attori conosciuti: piuttosto gente comune e qualche figurante. Attenzione però: per quanto comuni, le facce e le storie che ci stanno dietro sono importanti, sono la base della storia che si vuole raccontare.
I nostri protagonisti non sono facili da identificare: una volta li avremmo trovati nei bar, sull'autobus, ora di solito vivono confusi nella marea di macchine che ci assediano ogni giorno, anonime come i loro conducenti; oppure stanno rintanati in casa, davanti alla televisione o al computer.
Non sono neanche un gruppo coeso: in mezzo a loro qualche
tifoso, il disoccupato di lungo periodo, un lavoratore in proprio che difende coi denti i suoi miseri guadagni, una signora che va a messa e fa volontariato per i più poveri, persino un ingegnere rumeno che qui ha aperto un laboratorio di riparazione computer...
Non sono per forza bravi o cattivi, è questa la loro forza: sono esattamente come noi. Forse qualcuno di loro ha anche rischiato di avere problemi con la legge, ma possiede un istinto atavico nel sapersi trarre d'impaccio in caso di pericolo. Ha imparato a chinare la testa, nascondersi, lamentarsi sempre ma esporsi mai. Per questo sono INVISIBILI anche se li abbiamo costantemente sotto gli occhi.
Dove vivono? E' un quartiere come tanti (anche qui gli indizi sono pochi), che non amano. Quando han visto arrivare anche gli zingari, hanno sbuffato (come sempre), qualcuno avrà persino manifestato, ma in cuor loro lo sapevano che gli zingari finiscono sempre in quartieri simili. Hanno chinato la testa, come sempre e "speriamo che questi qua non facciano qualche guaio..."
(Apro una parentesi: avete notato come tanto gli odiati zingari quanto gli altri abitanti siano simili, egoisti e parimenti rinchiusi nei loro ghetti fisici e mentali?)
Il guaio prima o poi doveva succedere (vero o immaginario, per lo sceneggiatore non ha nessuna importanza), e chi ha già visto tanti film simili sa che il GUAIO, quello grosso che mette in discussione le certezze dello spettatore, non verrà commesso dagli zingari, ma dagli ex INVISIBILI.
Questi cittadini, che mai hanno avuto in vita loro il coraggio di ribellarsi, che non hanno mai avuto altra identità se non quella massificata dell'omologazione, riscoprono d'un tratto nel loro quartiere mai amato un'idealizzata palanka minacciata dal nemico, si guardano in faccia come fosse la prima volta, realizzano d'improvviso di essere in tanti e di condividere un'incazzatura che hanno sempre tenuto a freno.
Hanno vissuto come ubriachi il loro momento di gloria, senza pensare alle conseguenze, senza pensare se per l'ennesima volta c'era qualcuno a manovrarli... L'importante era che per una volta, in mezzo ad un branco, non hanno più avuto la paura di sempre... ed avevano qualcuno disarmato ed indifeso su cui scaricare anni di sopportazioni.
Col fuoco, sicuramente, come ogni sacro rito che voglia dirsi tale. Ed i poliziotti che li guardavano senza fare niente, nella scomoda situazione del leone che si trova nel mezzo di una carica di bufali impazziti.
Poi il ritorno a casa, col fumo che aleggia pesante per strada e le volanti che girano. Tornare a nascondersi, pulire le mani, telefonare alla mamma. Ma dentro, sentire per una volta i battiti del proprio cuore.
Non so, il film non lo dice, se a distanza di anni i nostri protagonisti proveranno orgoglio o vergogna di quel che è successo, e del fatto di essere rimasti impuniti, nuovamente incatenati al solito tran-tran. Rimane un mistero. Per tutti NON E' SUCCESSO NIENTE.
Di chi non parlato?
I miei amici hanno spento la TV e la cosa sembra strana perché, che ci fosse o meno la corrente elettrica, hanno continuato sempre a guardarla. Hanno paura per i bambini: che facciano domande sulle fiamme che la televisione può trasmettere al posto dei cartoni animati; che perdano presto anche loro la residua fiducia in ciò che sta fuori dal campo. Qualche genitore è combattuto se mandare o meno i figli a scuola ed il campo torna ad essere la terra di nessuno dove potersi difendere ed isolare dal mondo esterno; ma anche qualcosa da cui vogliono fuggire, perché se si abitasse in quei condomini tanto odiati, forse sarebbero al riparo dagli incendi. Bevono, male e senza nessuna gioia. Anche loro vorrebbero illudersi che NON E' SUCCESSO NIENTE, ma è il DNA a dire che non è così.
Disclaimer - agg. 17/8/04 Potete
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