Rom e Sinti da tutto il mondo

Ma che ci fa quell'orologio?
L'ora si puo' vedere dovunque, persino sul desktop.
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Richiediamo chiarezza. Di Rom si parla poco e male, anche quando il tema delle notizie non è "apertamente" razzista o pietista, le notizie sono piene di errori sui nomi e sulle località

La redazione
-

Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Fabrizio (del 13/06/2013 @ 09:00:01, in media, visitato 1333 volte)

Rileggevo quanto diceva un Romanichal (uno che non conviene contraddire): "Sono irlandese d'origine, nato a Manchester, ma non sono Irlandese o Inglese, sono uno zingaro. Vi dirò cosa rende Traveller: è come nascere neri. Per me è irrilevante dove vivere: in una casa, un caravan o una tenda."

Settimana scorsa ero ad una performance artistico-letteraria-teatrale: esecuzioni di brani di Charlie Mingus alternati alla recitazione della sua biografia, o meglio la ricostruzione cronachistica di momenti comuni della sua vita privata e d'artista. Spettacolo potente: mentre sentivo la musica, in testa mi si accavallavano gli accordi del contrabbasso (che comunque non so suonare!), e la recitazione dava un senso tra disperazione e grandezza: lacrime, gloria e vanagloria, polvere e ricerca di un dio.

Mingus: un grosso borghese, simile "dentro" a tanti giovani neri senza arte né parte, magari magri e col berrettino da basket. Quando la tua voglia di mondo, il suo contemporaneo rifiuto, la fame e l'insoddisfazione diventano un tratto comune che lega il benestante Mingus al giovane sottoproletario, forse quella è la cultura.

    Parlerò di cultura (FORSE, dipende da qual è il nostro vocabolario mentale): cosa lega l'artista nero, il cameriere sotto casa mia, quella ragazzina con la minigonna, il rom che non sa più a quale mondo appartiene? E cos'è quell'insicurezza che leggi tanto negli occhi di un professionista magari ebreo, come in quelli di un teppistello da strada, se non il ricordo di un isolamento che ti porta COMUNQUE, a prescindere, a diffidare?

Cultura che nasce dalla pelle, dallo schiavismo, dal ghetto... Tutte cose che porti fuori anche quando nel ghetto non ci abiti più e puoi concederti due settimane all'anno di vacanza come il bianco che ti sei sempre immaginato (che molti bianchi ormai le vacanze se le sognano, è un particolare irrilevante).

I ghetti fanno pensare ai modi di vivere (la cui immagine speculare sono le ricorrenti rivolte urbane), tipici degli USA e dei paesi anglosassoni: c'è posto per tutti, ma per favore ognuno stia per conto suo e si risolva le sue beghe per conto suo (gli altri, non devono sapere, non devono interessarsene).

Ma i ghetti sono un'invenzione nostra: la testimonianza più antica resiste a Venezia, col ghetto ebraico. Gli ebrei, da anni ne hanno valicato i confini, ma i ghetti sono proliferati lo stesso: cosa sono altrimenti i campi nomadi, o certi quartieri di periferia lasciati da decenni a se stessi?

Non importa che nel nostro immaginario il ghetto debba essere un posto schifoso (come è in effetti la maggior parte delle volte), o che invece possa "anche" essere un posto con una sua dignità, con modi di vivere che non trovi altrove. Il ghetto è comunque il frutto di un isolamento, imposto con le buone o con le cattive.

Cioè: nel ghetto puoi finirci perché ti viene imposto (i nativi americani), o puoi capitarci a tua insaputa: ad esempio andando ad abitare in un quartiere di "bianchi" o inizialmente misto, ma poi i bianchi per varie ragioni, si trasferiscono altrove e lo spopolano. Allora, per tornare all'attualità NOSTRA, richiedere case per Rom e Sinti non basta a superare il ghetto, gli esempi sono GIA' sotto gli occhi.

Però, perché durante quello spettacolo vedevo davanti a me le facce di Mingus e del resto dello zoo, le note mi risuonavano in mente, riconoscevo una scala musicale nell'alternarsi di preghiere, bestemmie, bisogni espressi o meno, modi di dire? E perché, quando sono in un campo nomadi, dovunque sia, mi sento a casa?

Ecco: tu (scusa se passo al TU così diretto) il ghetto da fuori lo vedi popolato da facce preoccupanti, oppure preoccupate (a seconda della tua sensibilità), comunque conciate male. Messi assieme, non li valuteresti 10 euro... Però, se provi a considerarle PERSONE, trovi che persino quella vecchia semianalfabeta, lurida e cenciosa, potrebbe stare ore o ore a raccontarti la storia del mondo, MA NON VUOLE! Che persino quel ragazzino più bravo col coltello che con la matita, sa ripeterti ad orecchio tanto Mozart che Puf Daddy, MA NON VUOLE! Tu, proprio tu così civile ed istruito, vieni escluso da questa cultura!

Il ghetto, non è solo cultura (minoritaria), ma è soprattutto la sua condivisione, il codice per trasmetterla ai propri simili. La capacità di "esportarla" o di "preservarla". Vedi (scusa se continuo con il TU), creare ghetti e confini comporta un gioco strano: alla fine ci si ritrova tutti, anche noi, in un ghetto; ma se il gioco diventa quello di "escludere il diverso", alla fine il risultato che non c'è più nessuno con cui comunicare, e anche la più centenaria della culture, se diventa solo una caratteristica identitaria, è destinata a sparire.

Difatti noi, i bianchi, finiamo a vivere in ghetti che ci autoimponiamo, ma non siamo in grado di riprodurne la cultura. Le nostre pulsioni, i nostri bisogni, non ci appartengono, al limite appartengono ai media, che oscillano nello strano equilibrio tra una perduta identità e mode che assumono dai ghetti altrui.

Se continuiamo ad essere vincenti, è solo perché siamo in tanti, e perché (questo devo ancora capirlo bene) abbiamo la proprietà dei mezzi d'informazione - o forse sono loro che ci posseggono.

 
Di Fabrizio (del 07/06/2013 @ 09:00:19, in media, visitato 1070 volte)

(Immagine da Mundiromani)

Giovedì 13 giugno 2013 alle 21,00, ingresso ad offerta libera
CGIL Salone Di Vittorio - Piazza Segesta 4, con ingresso da Via Albertinelli 14 (discesa passo carraio) a Milano

Rassegna di minidocumentari, girati da romnià e con le loro interviste e testimonianze. Sarà presente una delle protagoniste: Ruzika Stojanovic, per rispondere alle domande del pubblico,

  • Evento di chiusura della rassegna HO INCONTRATO ANCHE DEGLI ZINGARI FELICI V Edizione, dedicata alle donne Rom, organizzata dall'Associazione La Conta in collaborazione con: l'Associazione "Aven Amentza - Unione di Rom e Sinti", Associazione "ApertaMente di Buccinasco" e la Redazione di Mahalla - Rom e Sinti da tutto il mondo
 
Di Fabrizio (del 02/06/2013 @ 09:08:50, in media, visitato 1100 volte)

Come provocare l'odio razziale: i Rom, Sun TV e le responsabilità delle emittenti BY KARL NERENBERG | MAY 21, 2013

Il documentario che porta il lurido titolo di "Zingari ladri di bambini", originariamente commissionato dalla BBC, è stato scritto da Liviu Tipurita, ed è uscito nel 2009.

Dal titolo si penserebbe ad un pezzo di estrema destra, di propaganda razzista.

Tuttavia il regista non aveva intenzioni razziste.

Tipurita insiste che la sua intenzione era di dare una equa considerazione alla vite dei bambini rom rumeni, che vengono sfruttati come schiavi e mendicanti in città come Milano e Madrid.

Nella sua mente, lo scrittore-regista si preoccupa di questi bambini, anche quando li mostra mentre molestano le persone davanti ai bancomat e quando sfilano i portafogli dalle tasche di pendolari e turisti.

Però, quali siano state le intenzioni di Tipurita, per molti spettatori vanno perse.

Il film è disponibile su YouTube e lo scrivente ne è venuto a conoscenza dopo aver postato qualcosa su un suo documentario a costo inferiore sui Rom, Non tornare mai più. Il film è disponibile qui.

Non tornare mai più tratta dei rifugiati rom arrivati in Canada dalla metà degli anni '90, e ritrae le tristi situazioni dell'Europa Centrale che li hanno spinti a cercare rifugio. E' stato trasmesso sulla rete canadese OMNI-TV e finora ha attratto diverse centinaia di visualizzazioni su YouTube.

Uno spettacolo dell'orrore di commenti odiosi e violenti

Zingari ladri di bambini di Tipurita - che è stato trasmesso, tra gli altri, da CBC News Network - ha attirato oltre 150.000 visualizzazioni su YouTube. Ha anche provocato un gran numero di commenti su YouTube.

Quei commenti danno anche un senso del vero messaggio che un gran numero di spettatori hanno colto dal film - per quanto "umanistiche" e "compassionevoli" fossero state le intenzioni del regista.

Eccone un esempio, e scusate il linguaggio violento e osceno. (E' interessante notare che YouTube dice che i commenti possono essere cancellati in caso di linguaggio inappropriato. Difficile immaginare quali di questi potrebbero essere più "inappropriati" di questi):

  • Quelle fighe consanguinee puzzolenti non hanno stato, perché sono così fottutamente stupidi. Nel mio paese tutti li odiano. Io tolleri tutti Africani, Asiatici, tutti! eccetto questi subumani!!!
  • Questa gente è assolutamente disgustosa e ripugnante. Si dovrebbe sparargli a vista. Espellete questi parassiti da Italia, Spagna e Francia.
  • E' il più spregevole gruppo di persone su questa terra, non sono i soli poveri, ma sono i soli poveri che non hanno moralità di base. molti altri poveri hanno almeno un briciolo di moralità, non gli zingari.
  • I campi di concentramento sarebbero la soluzione migliore per questi porci. Rubano sempre, spacciano anche se gli dai lavoro e benefici. Sono parassiti.
  • Davvero, non sono differenti dai Cani o dai Topi per quanto riguarda il loro comportamento.
  • Sporchi zingari. Pensateci, da dove arriva la frase "what a Gyp" [Ndr. slang adoperato per rubare]?

Altri commentatori sono stati meno violenti nel senso di genocidio, anche se difficilmente empatici con la sofferenza dei bambini rom. Alcuni hanno persino espresso gratitudine a Tipurita per aver tolto loro le fette di salame dagli occhi riguardo ai Rom:

  • Grazie al regista per aver soppresso ogni sentimento di simpatia che avevo per i Rom. Dato che tutta la cultura è complice nella vendita di minorenni per sfruttamento sessuale e accattonaggio, loro tutto sanno e vi prendono parte - è giunto il momento di arrestare gli adulti, venderli alle prigioni americane "for-profit", e dare ai bambini una possibilità di essere cresciuti da genitori adottivi, che li crescano come persone decenti. In mancanza di ciò, i poliziotti saranno presi in giro. Smantellare anche la "cultura" rom.
  • Sono degli USA, e non sapevo nulla sugli zingari , prima di vedere ciò. Ero un fermo sostenitore che non ci sono razze davvero malvagie, ma solo cattive persone in determinate razze. Questo video prova che avevo torto. Questa gente è soltanto terribile e una gigantesca macchia sulla società.

Un commentatore si mostra abbastanza aperto circa la connessione del bigottismo anti-rom sino all'antisemitismo genocida del Terzo reich. Assume lo pseudonimo di Federico Barbarossa, dal nome in codice dell'invasione dell'URSS nella II guerra mondiale, e di sé posta una foto di un'ufficiale della Wehrmacht del 1940. Il messaggio di Barbarossa è succinto:

  • I Rom sono come gli Ebrei!

Altri sono similarmente schietti e concisi, ed esprimono sentimenti che appaiono quasi nostalgici per l'odio dell'era nazista, specialmente quando invocano la nozione hitleriana di subumanità:

  • Gli zingari non sono umani. Anche gli Europei più progressisti odiano gli zingari. [Il commentatore ha ragione, tragicamente, riguardo ai progressisti europei]
  • La loro cultura si basa sull'inganno. Non hanno posto in una società civilizzata.

La retorica di Levant e ciò che è stato detto a Wannsee

Paragonate quei commenti a questa lamentela - non da YouTube e non recente - su "portatori di malattie; operatori al mercato nero e [popolo] inabile al lavoro."

Erano le parole di un alto funzionario nazista nella Polonia occupata, pronunciate nella famigerata conferenza del 1942 nel sobborgo berlinese di Wannsee, dove la gerarchia nazista prese la decisione sulla "Soluzione Finale del problema Ebraico".

E già che ci siamo, non dimentichiamoci il canadese Ezra Levant, uno dei fari illuminanti il Sun News Network. Queste sono solo alcune delle parole scelte dal discorso di Levant, in onda lo scorso settembre:

  • Sono zingari e una delle caratteristiche della loro cultura è che l'economia principale si basa sul furto e l'accattonaggio. Dispiace, ma è così!

Levant e Sun News recentemente si sono scusati per quei commenti. Ma era una scusa abbastanza tiepida ed ipocrita.

Teneycke pensa che il mercante d'odio locale sia un "guerriero felice"

In "Cosa Succede" su Radio CBS, Carol Hof diceva ai microfoni che lei sarebbe stata licenziata in tronco se avesse detto in onda parole simili, e chiedeva al capo trasmissione di Levant, Kory Teneycke, già responsabile per la comunicazione del primo ministro, perché Levant avesse ancora il posto.

In realtà Teneycke non aveva una risposta, e poteva solo ribattere che, secondo lui, Levant poteva considerarsi una sorta di "felice guerriero".

Magari il documentario Zingari ladri di bambini ha solo inavvertitamente, e non deliberatamente, provocato simili sfoghi di razzismo e odio feroce, comunque lo ha fatto.

La BBC e il regista dovrebbe avere saputo che l'approccio sensazionalista e surriscaldato del film avrebbero avuto quel tipo di impatto, ed hanno mostrato scarsa capacità di giudizio nel trasmetterlo così, specialmente con quel titolo offensivo.

La CBC ha ugualmente mostrato scarsa capacità di giudizio, nel dare a questo film un posto d'onore sulle sue frequenze, anche se la corporation Naleh Ayad ha fatto qualche segnalazione più equilibrata sui Rom ungheresi in cerca di asilo in Canada.

Come Sun News ed Ezra Levant - non possono nascondersi dietro la pretesa di buone intenzioni andate storte.

Le parole di Levant - parole estreme che sembrano quasi direttamente prese in prestito dal discorso apertamente e orgogliosamente nazista del 1940 - sono state espressamente progettate per provocare odio.

Ed hanno avuto quell'effetto.

Fin quando Sun non li ha bloccati, molti dei commenti su Levant erano - come quelli su Zingari ladri di bambini - apertamente violenti, sostenendo, in alcuni casi, che le autorità dovrebbero "sparare agli zingari" che hanno il coraggio di venire in Canada.

Quando Sun News ha visto che una massa di discorsi incitanti all'odio, come quelli di Levant, avrebbero portato a conseguenze negative nel sistema via cavo di tutto il Canada, è apparsa la luce e con lei le tiepide scuse.

Se Sun avesse tenuto una posizione ferma e corretta sin dall'inizio, non ci sarebbe stato bisogno di scuse.

Mike Duffy and Sun TV

E c'è persino un collegamento tra tutto ciò e l'attuale scandalo in Senato.

Settimana scorsa, CTV news riportava che il senatore Mike Duffy ha cercato di usare la propria influenza perché la radio e la televisione canadese e la Commissione Telecomunicazioni (CRTC) approvassero dei finanziamenti per Sun News network.

Ora Sun dice che Mike Duffy non stava lavorando per il network. Sembra che il senatore possa avervi collaborato come freelance - è ironico come al Sun non gradisse continuare a stipendiare un ultra-razzista come lui, ma che ora non voglia aver niente a che fare col senatore "Novantamila-dollari".

E non dimentichiamo che Sun News è tuttora in ottima salute - con o senza il non riconosciuto aiuto del senatore.

 
Di Fabrizio (del 29/05/2013 @ 09:05:41, in media, visitato 1023 volte)

Dopo l'azione di sistema TRE ERRE (3R) - comunicazione-formazione-istruzione, la Fondazione romanì Italia avvia l'azione di sistema "ROMA cultural magazine", un marchio registrato per sviluppare articolate azioni di informazione/formazione, di promozione/produzione culturale e politica, di produzione lavoro.

Nei prossimi giorni in dieci città Italiane, presso alcune stazioni della Metro, piazze e semafori, 13 persone rom distribuiranno il cartaceo di n. 10.000 copie della rivista ROMA cultural magazine, co-finanziata dal Programma Fundamental Right and Citizenship dell'Unione Europea (progetto: just/2011/FRAC/AG/2743).

E' possibile chiedere il recapito postale della rivista: email: romaculturalmagazine@gmail.com - oppure info@fondazioneromani.it
oppure al numero verde 800587705 (telefonata gratuita anche da cellulari).

Sostieni la Fondazione romanì Italia con un contributo o una donazione
C/C postale n. 1007507740 IBAN: IT 47 S 07601 15300 001007507740

1^ di copertina

 
Di Fabrizio (del 26/05/2013 @ 09:02:59, in media, visitato 1134 volte)

Recentemente, mi è stato chiesto un parere su Rom, Sinti e la loro percezione da parte dei media. TRANQUILLI, non intendo ammorbare anche voi con le mie considerazioni... solo coinvolgervi nella lettura di due pezzi che guardacaso ho letto proprio qualche giorno dopo quella richiesta.

  1. Aeroporto di Catania invaso nel 2012 dagli zingari: per Sac 90% passeggeri percepisce livello sicurezza ok
  2. TURISMO? TRA VENDITORI ABUSIVI, ACCATTONAGGIO E VANDALISMO, SORRENTO SEMPRE PIU' TERRA DI NESSUNO.

Premessa: per chi ha già estratto dal cassetto il formulario delle denunce, non c'è scritto niente di apertamente razzista in quei due pezzi, e gli autori magari sono anche bravissime persone. Non c'è nessuna rilevanza penale in quanto scrivono, ma giorno dopo giorno questo tipo di cronaca permette che gli articoli razziali possano proliferare. In pratica, i (metaforici) tiri in porta di un Borghezio vengono resi possibili dal lavoro di squadra delle cronache da Catania e Positano (note metropoli di origini celte).

E gli zingari? Sono ingrediente indispensabile della ricetta!

Passiamo agli articoli, e ricordate, può darsi che il mio sia il parere di una persona prevenuta, che vede razzismo e pregiudizi dappertutto, ma quanto scriverò è rivolto, ripeto, a quanti giudicano il razzismo soltanto come una forma di violenza esibita, senza curarsi del retroterra culturale che lo genera.

  1. In realtà si tratta di una non-notizia: l'aeroporto di Catania (come tutti gli altri) è tenuto ad autocertificare annualmente il livello della "sicurezza percepita" da parte di pubblico e passeggeri. E, secondo voi, chi doveva intervistare? Pubblico e passeggeri, appunto. I risultati di questa inchiesta sono stati "stranamente" soddisfacenti, e questo non va giù ad AvioNews che in passato aveva denunciato come l'aeroporto si fosse via via riempito di "zingari". Quindi, contrattacca la testata, l'indagine non ha valore, e sarebbe stato meglio sentire polizia o altri mezzi di informazione (questi ultimi, probabilmente, avevano ripreso per solidarietà il lancio giornalistico di AvioNews, senza neanche controllare). E il pubblico, i passeggeri, gli interessati insomma? Il bravo giornalista forse si è lasciato sfuggire LA VERA NOTIZIA: nonostante i vari appelli securitari, la gente si dimostra più civile dei mezzi d'informazione, e non si ritiene minacciata da questa ipotetica "invasione zingara".
  2. Sì, mi direte, ma se non fosse proprio così? "Che ne so?", tocca rispondervi, per questo passiamo al secondo articolo. Sorrento, perla turistica, è invasa dai zingari e poco di buono; questa la tesi dell'articolo che fornisce anche dei suggerimenti su cosa dovrebbe fare l'amministrazione.

Andrò per punti, cercando di spiegare perché, RAZZISMO O NO, questo è esattamente quello che un giornalista NON DEVE FARE.

  • Esordisce l'articolo scrivendo che i problemi sono tanti, e c'è anche... Quali sono gli altri problemi, così per curiosità? Può sembrarvi una richiesta arrogante, ma andando avanti con la lettura capirete che, a me, sembra un articolo dove le cose non scritte sono più di quelle scritte.
  • Ad un certo punto salta fuori, a proposito di chi viene accusato, il termine "personaggi". Personaggi??? Ma come scrivi? Se proprio vuoi fare l'originale, usa: marziani, robot, cercopitechi o elefanti gialli a pallini rosa!!
  • Andando avanti, cito letteralmente: "sotto gli occhi dei nostri Vigili Urbani e delle Forze dell'Ordine, che raramente intervengono" E se intervenissero? Concedete una malignità quasi-razzista anche a me: ma se le gloriose FdO intervenissero (o meglio si dessero una mossa), non è che tra i tanti problemi, potrebbero avere a che fare con scontrini non dati, evasione fiscale diffusa, mercato delle seconde case? Insomma, i problemi, altrettanto veri, di una qualsiasi località turistica in Italia.
  • Cito ancora: "I cittadini, sebbene mal sopportano..." ho capito (ettecredo!) ma, porta pazienza, in assenza di dati o dichiarazioni, potrebbe essere una ripetizione dell'effetto Catania: magari i cittadini sopportano...
  • "Bisogna agire in tal senso, soprattutto i cittadini non si devono lasciare ingannare dal loro stato pietoso, dietro al quale si nasconde in genere una organizzazione malavitosa che sfrutta tali persone..." Chiusa obbligata dei pensieri del nostro giornalista. Che l'organizzazione criminale può anche starci (non conosco persone innocenti a prescindere), ma se la stessa affermazione SENZA UNO STRACCIO DI PROVA fosse stata rivolta a qualsiasi altro cittadino, chissà quanti griderebbero allo scandalo o alla cattiva informazione. E, per favore, se esistono anche solo SOSPETTI in tal senso, li si denunci a queste benedette FdO, ai propri amici giornalisti, a chi deve intervenire. Altrimenti, si sta zitti e si lavora ad un'inchiesta.
 
Di Fabrizio (del 02/05/2013 @ 09:03:46, in media, visitato 1181 volte)

Commenti: Come produrre disinformazione sui media cechi - Prague, 8.4.2013 20:48, (ROMEA) Zdenek Ryshavy, translated by Gwendolyn Albert

"Spiacenti, ci siamo bevuti una bufala..." - un famoso titolo dal giornale britannico The Daily Mirror.

"-Quando crescerò, voglio avere l'assistenza sociale- si augura un povero bambino dai ghetti romanì". Così recita il titolo di un particolare articolo pubblicato sul news server iDNES.cz qui in Repubblica Ceca alcuni giorni fa.

Il pezzo entra immediatamente nei dettagli. "Cosa vorrebbero fare i bambini dei ghetti romanì a Liberec, una volta cresciuti? L'assegno di disoccupazione o l'assistenza sociale, hanno risposto in molti durante un recente sondaggio di People in Need (Clovek v tisni). Va di male in peggio nella città in cui sono in 100.000 a vivere nei ghetti, soprattutto a causa della loro estrema povertà e mancanza di istruzione, secondo una ricerca di un gruppo speciale del municipio di Liberec, guidato dal consigliere David Vaclavik."

Poi l'articolo continua con una descrizione piuttosto precisa della vita negli ostelli residenziali. Con l'aiuto degli inquilini poveri (la cui maggior parte sono romanì) i proprietari di questi posti imboscano ogni mese migliaia di corone a spese dei contribuenti, attraverso i sussidi agli alloggi erogati a favore di chi si trova in difficoltà materiali. Tuttavia, titolo e inizio dell'articolo sono completamente estranei al resto del contenuto.

L'informazione di base fornita dai primi due capitoli dell'articolo in questione è la seguente: C'è stato un sondaggio dell'organizzazione People in Need che ha stabilito che l'x % dei bambini nei ghetti romanì in futuro vuole campare di welfare, esiste anche un rapporto del municipio di Liberec condotto dal consigliere comunale David Vaclavik.

Ho iniziato a cercare questi materiali, dato che sono davvero interessato sui dati concreti dei desideri dei bambini nei ghetti romanì. Cosa ho trovato? Non esiste nessun sondaggio di People in Need a riguardo. C'è solo il rapporto del gruppo del consigliere David Vaclavik, che non menziona niente su tale indagine. Titolo e parte introduttiva dell'articolo sono, quindi, disinformazione e menzogna.

In che maniera queste informazioni, menzognere e fuorvianti, diventano notizia? E' facile.

L'autore ha ricevuto, come "velina" per il suo articolo, un rapporto dal comune di Liberec sugli ostelli residenziali. Tale rapporto li descrive in maniera similare a come vengono illustrati in un recente rapporto di Life Together sulla insostenibile situazione degli ostelli a Ostrava.

Alla fine di queste tre pagine, l'autore ha letto quanto segue: "Un segno tipico dei luoghi coperti da questo rapporto, è la mancata scolarizzazione dei residenti. Non dobbiamo sorprendercene, date le condizioni in cui vivono. Questa gente deve affrontare situazioni di base riguardo i propri bisogni e l'istruzione è tra queste. Il valore dell'istruzione in queste località è molto basso. La gente che vive lì basa le decisioni sulla propria esperienza che, sfortunatamente, è quella dei loro vicini che non lavora o non trova lavoro. L'opinione generale è che se anche i loro figli raggiungessero un determinato livello di scolarità, non troverebbero comunque lavoro. Un altro problema è che l'ambiente in località simili non ispira, per esempio, neanche le famiglie i cui figli dovrebbero frequentare le scuole primarie e secondarie. I bambini in questo ambiente spesso non riescono, non tanto per ragioni intellettuali, quanto a causa dell'influenza ambientale in cui vivono. Sono da considerare anche le influenze spaziali, dato che la maggior parte non ha un posto proprio dove studiare. Quando studiano, devono farlo nelle aree comuni, come la cucina."

L'autore dell'articolo non era pigro - prese il telefono e chiamò la sezione a Liberec di People in Need, da cui apprese, tra l'altro, che i bambini poveri mancavano di modelli positivi nel loro quartiere, che vedevano la gente attorno a loro dipendere dal welfare e che l'impressione che potevano ricevere da tutto ciò era che vivere di assistenza fosse normale. E' chiaro che alcuni bambini allora dicano che una volta cresciuti, vogliono l'assistenza. Personalmente, li ho sentiti anch'io. Tuttavia, niente di tutto questo può essere definito un "sondaggio"!

Com'è consuetudine in internet, questa disinformazione, questo titolo, questa voce ed i due capitoli d'apertura si stanno diffondendo a valanga. Una blogstar su iDNES.cz, Bretislav Olsher, ha scritto un post dal titolo: "Conoscono il significato della vita, Per vivere, come i loro padri, di assistenza." (Maji svuj smysl zhivota; zhit jako jejich otcové ze socialnich davek)

Il pezzo di Olsher spinge un passo oltre l'originale. Non si tratta più soltanto del ghetto a Liberec, ma dei bambini romanì in tutta la Repubblica Ceca. "Raramente vanno a scuola, non si lavano quasi mai, la maggior parte di loro sono analfabeti, e l'unica cosa che sentono e vedono attorno a loro è parlare di assistenza e di come imbrogliare i burocrati. Cosa vorranno diventare una volta cresciuti, questi bambini dei ghetti di Chanov, Janov, Liberec, Ostrava, Varnsdorf o Vsetin? Diventeranno percettori di assistenza...," scrive Olsher.

Un altro blogger su iDNES.cz, Martin Pipek, ha scritto un articolo con un titolo simile: "Piccoli romanì: Voglio essere come papà! Pigro, mai lavorare, vivere di welfare!" (Mali Romové: "Chci byt jako tata! Linej, nemakat, zhit z davek!"). In questo pezzo traboccante d'odio, Pipek dichiara nel secondo paragrafo quanto segue: "Non so quanti di voi si siano persi il rapporto di People in Need sui ghetti romanì e vi abbiano trovato ciò che si aspettavano. I bambini romanì locali hanno confessato che una volta cresciuti vogliono campare di assistenza. Da che aktro posto avrebbero preso ispirazione? Se fossero sinceri, cosa ci aspettiamo da questa minoranza?"

Il rating "karma" del post di Pipek su iDNES.cz, che arriva ad un massimo di 50, indica una valutazione di 40,99 quando l'ho controllato l'ultima volta. Oltre 2.500 persone l'hanno letto.

Ancora una volta: Non esiste nessuna ricerca di People in Need. Interessa a qualcuno? Disinformazioni e menzogne continuano a diffondersi.

Il codice dei blogger su iDNES.cz recita quanto segue: "Al blogger non è permesso pubblicare informazioni che siano incomplete, false o non verificabili, specialmente se così facendo si possano danneggiare gruppi o individui." I lettosi giudichino da sé, allora, cosa fare dell'autore dell'articolo originale e dei blogger su iDNES.cz.

 
Di Fabrizio (del 18/04/2013 @ 09:04:04, in media, visitato 806 volte)

La cronaca è di una settimana fa, ma vale la pena rileggerla: Tenta di strappare Bambina dalle braccia della madre, Arrestato "Prova a rapire una bambina di 5 anni, ma i passanti intervengono" da MILANOTODAY

Un episodio di (probabile) follia, per fortuna terminato bene.

Quello che mi colpisce, sono una serie di considerazioni fornite dall'autore del pezzo ("...senza ragione", "...si sospetta abbia problemi psichici", "...Secondo quanto raccontato dalla donna"), magari giustificate, ma senza uno straccio di prova oggettiva.

Sarò sfigato o distratto, ma non le ho mai trovate in nessun articolo, di destra o sinistra, quando viene accusata una romnì per lo stesso (tentato) crimine.

 
Di Fabrizio (del 10/03/2013 @ 09:04:23, in media, visitato 823 volte)

Inserzionisti si ritirano da giornale ungherese dopo le dichiarazioni anti-rom - Budapest, 5 marzo 2013

Cinque compagnie hanno detto che non daranno più pubblicità al giornale ungherese che ha pubblicato dichiarazioni estreme contro i Rom.

Il ritiro è la conseguenza della campagna di 24 OnG, che hanno contattato 15 compagnie che pubblicavano annunci pubblicitari su Magyar Hirlap, giornale ungherese di destra. Le OnG hanno chiesto di considerare la sospensione delle loro attività pubblicitarie fintanto che il giornale non avesse preso le distanze dai punti di vista razzisti, omofobi ed antisemiti espressi da Zsolt Bayer, che paragonava i Rom ad "animali" e, chiedendo una soluzione, diceva "Devono essere affrontati - immediatamente e con ogni mezzo necessario."

Erste Bank ha messo Magyar Hirlap in lista nera dopo la lettera delle OnG, riportando espressamente la motivazione di "agire con più prudenza la prossima volta" con la propria pubblicità. Ha inoltre sottolineato che la banca non farà pubblicità su qualsiasi media i cui contenuti "feriscano l'altrui dignità, o usino toni infiammatori verso qualsiasi minoranza, etnia o gruppo religioso." I leader di CIB Bank hanno detto che il gruppo CIB si asterrà dalla pubblicità su Magyar Hirlap e sul suo portale "fino a quando la redazione non condannerà categoricamente lo scritto di Zsolt Bayer e non assicurerà che le sue pubblicazioni siano libere da testi che includano espressioni di odio." Anche IKEA, FedEx e GDF Suez hanno preso le distanze dall'articolo, dichiarando che non prevedono per il futuro ulteriore pubblicità sulla versione online del giornale.

Di solito le compagnie mettono i loro annunci su Internet tramite pacchetti di un media buyer, ed alcune non erano a conoscenza che la loro pubblicità fosse apparsa su Magyar Hirlap.

Altri inserzionisti hanno risposto in maniera interlocutoria o non rispondendo affatto. Ora le Ong hanno contattato le case madri e le sedi delle multinazionali, incluse Telekom e Sodexo, chiedendo loro di prendere seriamente i loro impegni sulla responsabilità sociale.

Le campagna delle OnG manda un chiaro segnale che le dichiarazioni razziste contro i Rom non saranno tollerate dal mondo del businesses, e sul rischio di alienarsi i clienti continuando a sostenere i media che pubblicano materiale provocatorio o offensivo.

Pubblicato da:

  • Amnesty International Hungary
  • Artemisszio Foundation
  • Autonomia Foundation
  • Chance for Children Foundation
  • Child Chance Association (GYERE)
  • Csillagfény Starlight Foundation
  • Dignity for All Movement (coMMMunity)
  • Eger Branch of the Fund for the Poors (SZETA)
  • Eoetvoes Karoly Institute
  • European Roma Rights Centre
  • Golden Lily Foundation
  • Hattér Support Society for LGBT People in Hungary
  • Hungarian Anti Poverty Network
  • Hungarian Civil Liberties Union
  • Hungarian Helsinki Committee
  • Hungarian LGBT Alliance (seven member organisations)
  • Hungarian Women’s Lobby
  • Krétakoer Foundation
  • Labrisz Lesbian Association
  • Legal Defence Bureau for National and Ethnic Minorities
  • Nograd County Alliance of Gipsy Minority Representatives and Advocates
  • Partners Hungary Foundation
  • Polgar Foundation
  • Romaversitas Foundation
  • Regional Social Welfare Resource Centre Budapest
  • Terne Cserehaja Association

Ulteriori informazioni:
Sinan Goekcen
Media and Communications Officer
European Roma Rights Centre
sinan.gokcen@errc.org
+36.30.500.1324

 
Di Fabrizio (del 06/03/2013 @ 09:05:11, in media, visitato 872 volte)

Corriere Immigrazione di Stefania Ragusa

Giornali, radio, soprattutto tv: alimentano i pregiudizi verso gli stranieri. Molti gli studi che lo provano. Ma perché accade? Lo abbiamo chiesto a Jeroen Vaes, coordinatore di una ricerca sul tema presentata dal dipartimento di Psicologia dello sviluppo e della socializzazione dell'Università di Padova.

Professor Vaes, i media hanno un ruolo nella costruzione di miti come la pericolosità degli stranieri?
"Sì, e la nostra ricerca lo conferma. E' una responsabilità che si palesa, per esempio, nella scelta di sottolineare la nazionalità dell'autore di un fatto criminoso, nella ricerca di titoli a effetto e nell'uso di un linguaggio approssimativo e scorretto, ma anche in una rappresentazione stereotipata dei paesi di provenienza dei migranti, raccontati quasi sempre come sottosviluppati e pericolosi. Da luoghi del genere che cosa può arrivare se non persone da temere e che non hanno nulla da perdere?".

Ma perché succede, secondo lei?
"Non ho una risposta "scientifica", tanto più che, durante la ricerca, abbiamo focalizzato la nostra attenzione sui giornali, in particolare i quotidiani, senza interpellare i giornalisti. Ma un'ipotesi possiamo farla. In alcuni casi, tra l'altro facilmente individuabili, il ricorso allo stereotipo e dunque il rafforzamento del pregiudizio rispondono a un obiettivo politico e ideologico preciso. C'è un'agenda politica che vuole che i migranti siano rappresentati in un certo modo perché questo è funzionale a precise strategie. E i giornalisti che lavorano per testate correlate a questa agenda eseguono gli ordini. Da un punto di vista deontologico ci può essere molto da dire, per quanto riguarda la linearità dell'azione molto poco. A meno, certo, che il giornalista in questione sia in privato dissidio interiore con la sua testata (ma qui apriamo un altro fronte). In tutti gli altri l'uso degli stereotipi e la costruzione dei pregiudizi ricorrono quasi sempre in modo del tutto inconsapevole e sono la conseguenza di una discreta ignoranza di base mescolata a supponenza o alla fretta imposta da un certo tipo – ormai prevalente – di organizzazione del lavoro. Non c'è il tempo o la voglia di capire di più , in particolare in un ambito come questo, poco esposto alle querele e alle richieste di rettifica".

Come si potrebbe intervenire rispetto a questo "segmento"?
"Per quanto riguarda gli aspetti formali potrebbe essere utile una norma sociale che sanzionasse la scelta di questi linguaggi (un po' come è avvenuto negli anni 70 a proposito delle espressioni sessiste). Spinge in questa direzione l'associazione Carta di Roma . C'è un osservatorio, non ancora ufficializzato, che dovrebbe occuparsi di questo. Ci sono gli sportelli dell'Unar a cui ci si può rivolgere per segnalare abusi e discriminazioni. Questo tipo di azione non produce dei risultati immediati ma nel tempo potrà essere un efficace agente di cambiamento. Per quanto riguarda l'ignoranza, l'unico modo è combatterla con la cultura. Ma in questo caso diventa davvero difficile, dal momento che le vittime – i giornalisti che non sanno – dovrebbero essere loro stesse artefici di cultura. Sicuramente un maggior contatto reale con le persone immigrate potrebbe essere utile. Il contatto diretto infatti riduce i pregiudizi. Vale per tutti, giornalisti e no".

Ma lei non ha anche la sensazione che a volte il problema sia legato a una mancanza di parole adeguate? Pensiamo al termine seconde generazioni, correntemente usato, però decisamente improprio...
"Questo è vero. Spesso mancano le parole per parlare di un'identità che va oltre l'italianità. Mancano le parole e i concetti per parlare della trasformazione in corso nella società. La mancanza di parole adatte a dire quel che sta accadendo riflette l'inadeguatezza dell'idea dominante di immigrazione. Molti continuano a pensare che l'immigrazione sia qualcosa a cui si possa dire sì o no. Non riescono a riconoscere la sua dimensione strutturale e globale".

Quali sono gli svarioni più grossi emersi dalla vostra ricerca?
"Ci siamo focalizzati sulla cronaca, nel periodo 2008-2012, abbiamo confrontato il modo in cui venivano trattati i migranti e gli autoctoni coinvolti in situazioni analoghe e abbiamo visto che il trattamento differisce notevolmente. Viene dato un rilievo incredibile alla nazionalità, come avveniva trent'anni fa con i meridionali. La nazionalità viene sostantivata. E' una cosa che in altre lingue non avviene, che non si può proprio fare. In molti casi poi le generalità della persona immigrata vengono date in modo incompleto, con la scusa che il cognome è difficile. E' vero: certi cognomi sono difficili da pronunciare e trascrivere, ma questo non può in nessun modo rappresentare una valida ragione per ometterli in un contesto in cui si starebbe facendo informazione".

Ma perché sradicare i pregiudizi è così difficile?
"Questo non può stupire perché il pregiudizio ha una funzione adattativa importante. Tutti noi abbiamo bisogno di dare per assodate alcune cose, non potremmo ogni volta passare attraverso le verifiche empiriche Non ne potremmo fare a meno. Servono a vivere. Il problema nasce quando il pregiudizio resiste all'evidenza, non viene scalfito dai fatti. Un classico è il meccanismo della sottocategorizzazione: di fronte a qualcosa che contraddice il mio pregiudizio reagisco definendo eccezionale quel qualcosa. Per superare i pregiudizi che offuscano la nostra visione bisogna procedere alla loro decostruzione. E' un processo impegnativo, che richiede informazioni, esperienza e soprattutto la disponibilità reale di chi lo mette in atto".

Qual è il modo più efficace di interagire con chi è abbarbicato a pregiudizi razzisti?
"La pazienza, la fermezza, la disponibilità al dialogo e... un filo di speranza! Colpevolizzare e attaccare invece non serve a nulla. Il muro contro muro porta a un rafforzamento delle convinzioni di base".

 
Di Fabrizio (del 19/02/2013 @ 09:07:44, in media, visitato 933 volte)

La rabbia civile di Danis Tanovic' di Nicola Falcinella | Berlino 15 febbraio 2013 - Osservatorio Balcani & Caucaso

Un'immagine tratta dall'ultimo film di Danis Tanovic'

Si chiude domani la 63esima Berlinale. E tra i premiati potrebbe esserci il bosniaco Danis Tanovic', con una storia che racconta il dramma di una famiglia rom bosniaca. Lo abbiamo incontrato a Berlino

Tanovic' perché ha scelto di fare un film su questa storia?
Ero arrabbiato. E la rabbia mi ha fatto tornare a quando facevo i documentari durante la guerra. Come può succedere che in un Paese dove durante la guerra si rischiava la vita per salvare degli estranei, una donna rischi di morire e nessuno la aiuta? Sono padre e marito e mi chiedo come possa succedere. Che siano rom è casuale. Ci sono tante famiglie così in Bosnia. Là tanti sono discriminati. Io non lo sono e sono fortunato. Ma in Bosnia non si può fare niente, non ci sono strategie, non si pensa al futuro, non c'è un sistema sanitario.

Come ha girato?
Ho avuto la folle idea di far recitare loro due. Avevo 10.000 euro e mi sono detto: con un budget così piccolo, se funziona bene, se no pazienza. Ero totalmente libero, non avevo produzione o limiti. Ho chiamato il mio direttore della fotografia Erol Zubcevic', il suo assistente e pochi altri. Filmavo la loro vita, li seguivo mentre mangiavano, gli dicevo di fare quel che dovevano senza fare caso a me. Non c'è stata quasi messa in scena, quando dovevano ricostruire l'episodio accaduto lo giravamo una o due volte, perché alla terza avrebbero iniziato a recitare. Per il resto non c'erano luci, non c'era trucco, non c'era catering: sul set solo con il direttore della fotografia e il fonico. Il resto della piccola troupe stava in una stanza di fianco al freddo o fuori.
Purtroppo anche nel fare un film sono sempre i soldi a fare la differenza. Non volevo aspettare due anni per mettere insieme una produzione, volevo girare subito, così ho scelto questa soluzione. Ho fatto un film da boy-scout, il primo sorpreso di essere in concorso a Berlino sono io. Zubcevic' [direttore della fotografia di "Snijeg" e "Buon ano Sarajevo" e a Berlino anche con "A Stranger" di Bobo Jelchic'] quando ha saputo che era presidente di giuria Wong Kar-Wai si è arrabbiato perché lo ama e non voleva fargli vedere questo film.

I protagonisti del film sono tutti quelli reali?
Tutti tranne i dottori, per ovvi motivi, che ho preso tra i miei amici. Non ci sono effetti, non c'è nulla, è tutto reale. Nazif aveva davvero fatto a pezzi la sua auto per vendere i rottami così abbiamo dovuto comprare un'auto molto simile per smontarla. Sono rimasto sbalordito quando l'ho visto. Non avevo mai assisto alla scena di uno che taglia la sua auto con l'accetta.

Com'è lo stato d'animo dei bosniaci ora secondo lei? C'è ancora l'energia del dopoguerra?
Il mood è sul depressivo, ma anche altrove non è che ci sia allegria. Però c'è ancora una grande vitalità nella gente. Nazif mi piace perché combatte: i protagonisti non sono per niente patetici perché lottano, ed è il motivo che me li fa amare. Penso di essere una persona aperta, sono di sinistra, ma il mio contatto con i rom era limitato agli incontri per strada quando mi lavavano il vetro dell'auto o mi chiedevano soldi. Sono grato a questa famiglia per avermi fatto entrare nel loro mondo: sono persone orgogliose, buone. Da noi le persone sopravvivono perché si aiutano, ci sono ancora le relazioni familiari e di vicinato. Un po' come accadeva in Italia prima che diventaste ricchi. Ma ora state tornando indietro.

Aveva qualche modello di altri film mentre girava?
I miei film preferiti sono italiani, quelli vecchi, i classici. In questo caso ho pensato a "Ladri di biciclette". Piango ogni volta che lo rivedo.

Il film uscirà in sala?
È difficile distribuirlo, ne sono consapevole. Il pubblico chiede intrattenimento, non vuole andare al cinema per vedere la vita reale, purtroppo.

Quanto aiuta vincere l'Oscar?
Aiuta molto se sei a Hollywood. A me al massimo danno un posto migliore in aereo. Sono uno straniero, sono un regista bosniaco, uno si aspetta che sia milionario e faccia film che costano milioni. Invece ogni volta è difficile e bisogna ricominciare.

Su cosa sarà il prossimo film?
Non dico nulla, se non che sarà diverso. Già venerdì (oggi, ndr) inizio a girare qui a Berlino per qualche giorno. È una città molto affascinante, per me è come New York, è bella, ha un'atmosfera impressionante, soprattutto la notte. È l'unico posto in cui mi sento a casa già prima di essere sceso dall'aereo.

E il suo impegno politico? Continuerà con il suo partito?
Mi sono dimesso dal Parlamento un mese fa perché dovevo fare il film. La politica prende tempo, è un impegno grosso, richiede energie e io sono un filmmaker. Ma la Bosnia è piccola, si è tutti vicini, per me la politica è essere cittadino, far parte della comunità. E i miei amici e compagni di partito continuano a lavorare per cambiare il paese, per estendere i diritti, anche ai rom. Oggi se non sei musulmano o serbo o croato non hai rappresentanza e dobbiamo cambiare.

Si sente ottimista o pessimista sulla Bosnia?
Sono profondamente ottimista e profondamente pessimista. Ho una relazione di amore e odio con il mio paese, ci sono tornato a vivere da cinque anni, ho i miei genitori, i miei amici. Anche i caffè sono importanti, a volte parliamo, altre volte stiamo in silenzio e ciascuno legge il giornale per conto suo. Sono un modo per stare insieme. Mia moglie è francese e si sorprende, ma noi stiamo zitti senza che sia un problema puoi rimanere in silenzio solo con la gente con cui stai bene.

    Il festival e Tanovic

    Danis Tanovic'
    Una storia realmente accaduta, interpretata dagli stessi protagonisti della vicenda reale. È la soluzione adottata dal bosniaco Danis Tanovic' per raccontare il dramma vissuto da una famiglia rom bosniaca. "Epizoda u dzivotu beracha dzeljeza - An Episode in the Life of an Iron Picker" è il quinto lungometraggio del regista di "No Man's Land" e "Cirkus Columbia" ed è in concorso alle 63 Berlinale che si conclude domani sera. Al fianco di quello Tanovic' vi è un altro film dei Balcani, il romeno "Poziţia Copilului - Child's Pose" di Cialin Peter Netzer. Entrambe pellicole che hanno chance di premio, il romeno soprattutto per l'interpretazione di Luminita Gheorghiu madre assillante di un trentenne che ha causato un incidente stradale.
    Tanovic' racconta invece di Senada e Nazif, che vivono con due figli piccoli nel remoto villaggio di Polijce. È inverno, fa freddo, c'è un po' di neve. In casa i bambini guardano la televisione ma non c'è legna per la stufa. Il padre, che lavora raccogliendo rottami di ferro con un parente, va nel bosco, taglia un albero, lo fa a pezzi e ne porta alcuni per riscaldare la piccola abitazione. Una scena semplice che dichiara tutto: la famiglia vive di pochissimo, non ha nulla da parte, non può programmare, la coppia deve continuamente risolvere i problemi quotidiani man mano che si presentano. Senada da parte sua prepara da mangiare, accudisce i bambini, lava a mano i vestiti. Mentre stende il bucato, la donna si sente male, cade, si rialza, è sola, raggiunge il divano e si mette a riposo. A quel punto lo spettatore scopre che Senada è incinta per la terza volta. I dolori non passano, il marito rientra, si interessa a lei, che resiste stoicamente. Solo quando è troppo tardi salgono tutti sull'auto scassata per raggiungere Tuzla.
    Dall'ambulatorio la mandano all'ospedale, il bambino è perso, ma è necessario un intervento chirurgico. Per chi non è coperto da assicurazione sanitaria l'operazione costa 980 marchi (490 euro) e va pagata in anticipo. I medici sono impermeabili alle richieste e alle preghiere dell'uomo, preoccupato per la moglie. Ai due non resta che tornare mestamente a casa tra mille sofferenze di lei. Nazif si mette a raccogliere ferro più che può, ma recupera pochi marchi. Fanno un secondo tentativo in città ma va a vuoto, neppure l'intervento dell'associazione che aiuta i rom può nulla. Non resta che chiedere a una parente che ha la polizza e tentare all'ospedale di Doboj.
    È un film molto bello, molto intenso, che fa sentire allo spettatore, fisicamente, la dedizione e l'affetto di lui, vero protagonista, e la sofferenza di lei. Un film minimale e aderente ai personaggi, uno stile che sembra documentaristico ma non lo è, Tanovic' si discosta molto dai precedenti per cercare l'essenziale, il nocciolo del rapporto tra i due, fatto di piccoli gesti, intese tacite, una relazione rafforzata dalla condivisione delle sofferenze. E in più le discriminazioni e soprattutto l'esclusione sociale: i soldi salvano la vita.
    Un film che ha qualcosa del Vittorio De Sica di "Ladri di biciclette" e "Umberto D", che ricorda "La morte del signor Lazarescu" di Cristi Puiu per l'odissea sanitaria, il cinema del pedinamento dei fratelli Dardenne e la testardaggine dei ragazzini dei film iraniani anni '90 di Abbas Kiarostami o Jafar Panahi. Nazif chiede aiuto ma non pietà, ha una grande dignità, una caparbietà senza pari. E il regista lo mostra tal quale, nella sua vita reale, senza orpelli e senza ricatti morali. Non c'è commiserazione ma c'è compassione, nel senso che l'ora e 20 scarsa di film è di sofferenze insieme ai protagonisti. E il finale è un ricominciare nella sopravvivenza.
 

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