Rom e Sinti da tutto il mondo

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\\ Mahalla : VAI : conflitti (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Fabrizio (del 15/04/2012 @ 09:00:13, in conflitti, visitato 1246 volte)

Da Roma_ex_Yugoslavia

Sarajevo il 2 aprile, visto attraverso il foro di uno shrapnel di 20 anni fa
The New York Times Sarajevo delle tensioni permanenti - by EMMA DALY*

SARAJEVO, Bosnia and Herzegovina - Visitare un insediamento rom a nord di Sarajevo settimana scorsa è stato come tornare al tempo di guerra - cinque persone in piccola stanza, la legna accatastata in un angolo, la stufa in un altro, un consunto divano che serve da letto.

Elettricità fornita da un sistema improvvisato, una "finestra" di teli di plastica col logo dell'ONU e l'acqua fredda che scorre in un bagno comune. Ovviamente, niente armi e nessuna esplosione, ma una familiare litania di lamentele: "Non abbiamo cibo, lavoro, niente di niente."

La guerra che rese popolare il termine "pulizia etnica" iniziò 20 anni fa, quando i cecchini serbi  spararono contro pacifici manifestanti a Sarajevo. In poche settimane, la città fu assediata e le immagini televisive di europei che morivano scioccarono l'occidente - anche se non abbastanza da agire prima che fossero passati quasi quattro anni e decine di migliaia fossero i morti.

Ma nel 1995, ii leader delle fazioni in guerra si riunirono nella base militare USA di Dayton, Ohio, per concordare un accordo di pace che ponesse fine ai combattimenti - e condannando la Bosnia ad un futuro basato su politiche etniche.

Gran parte della città è stata ricostruita, anche se i segni dei proiettili e degli incendi ancora marcano come cicatrici strade ed edifici, come i parchi dove furono seppelliti i morti parlano del costo umano.

Nonostante la pace, la Bosnia Erzegovina rimane un paese profondamente diviso lungo linee etniche, basate non solo su dispute preesistenti, ma anche sulla separazione per etnie nella vita pubblica e politica. Secondo la costituzione del dopoguerra, i cittadini "costituenti" sono identificati in Bosgnacchi (conosciuti come Bosniaci musulmani durante la guerra), Croati e Serbi. Non c'è spazio per le minoranze di Bosnia.

Ho passato due anni a Sarajevo per trasmettere la guerra, e sono tornata settimana scorsa per il XX anniversario e lanciare il rapporto Human Rights Watch, "Cittadini di seconda classe" che precisa la discriminazione contro le minoranze nazionali, o "altri". Si pensa rappresentino sino al 5% dei 4 milioni di abitanti di Bosnia - soprattutto Rom, ma anche Ebrei, Ucraini ed altri originari dai paesi dell'est e sud-est Europa.

Molta di questa discriminazione deriva dalla costituzione del 1995, redatta in inglese dai negoziatori di pace americani, che ha istituito un sistema di governo basato sull'appartenenza etnica e che esclude questi gruppi dalle alte cariche politiche.

I Rom, che sono di gran misura la più grande minoranza nazionale in Bosnia Erzegovina,  soffrono sproporzionalmente questa discriminazione etnica. La discriminazione diretta contro i Rom presente nella struttura politica, rafforza la discriminazione indiretta cui spesso si trovano di fronte nell'accesso a sevizi come alloggio, cure sanitarie, istruzione ed impiego.

"Durante la guerra era dura per tutti," dice Muljo Fafulic, che gestisce un'organizzazione rom. "Nessuno aveva cibo o elettricità, si viveva nella paura, eravamo tutti nello stesso fango. Oggi non è così, ma per i Rom le condizioni rimangono davvero difficili."

Di certo non sono solo le minoranze a vivere ancora come rifugiati - circa 5.600 degli oltre 100.000 rimanenti sfollati rimangono in centri collettivi squallidi ed angusti, assistiti dall'ONU. In un quartiere periferico di Sarajevo, tenuto dai Serbi durante la guerra ed ora parte dell'entità "Repubblica Serba" all'interno della Bosnia, incontriamo dei Serbi di Sarajevo che ancora non sono tornati nelle loro case d'anteguerra, ad un paio di chilometri di distanza.

Una donna che vive in una stanza con i suoi genitori e i due bambini, sarebbe felice di andare nel settore bosniaco-croato, se trovasse un appartamento e un lavoro, cosa non facile quando il tasso nazionale di disoccupazione viaggia sul 40%.

"Non avrei problemi a vivere in un quartiere misto - sono nata a Sarajevo e prima della guerra non sapevamo chi fosse cosa," dice. "Questa è la Bosnia Erzegovina, un unico paese."

Secondo la costituzione, non ci sono "Bosniaci". Ma provate a dirlo a chi proviene da matrimoni misti o non vuole essere etichettato come Bosgnacco, Croato o Serbo, perché non crede nelle politiche etniche.

Jakob Finci, Ebreo, e Dervo Sejdic, Rom, (vedi QUI ndr) hanno provato a candidarsi alle alte cariche, ma sono stati rigettati su base etnica ed hanno portato il caso alla Corte Europea dei Diritti Umani. Il tribunale ha riconosciuto che l'esclusione politica delle minoranze nazionali costituisce un'illegittima discriminazione etnica. Nonostante questa sentenza del 2009, la costituzione non è stata cambiata.

Sarajevo appare certamente come una moderna città europea, nuove torri di vetro, ingorghi e luccicanti centri commerciali si mischiano con le strade acciottolate dei vecchi quartieri ottomani e lo splendore austro-ungarico. C'e persino un evento del tipo Occupy Sarajevo, una manciata di tende piantate di fronte all'edificio del parlamento, dove furono sparati i primo colpi della guerra 20 anni fa.

E' un raduno dei veterani di tutte e tre le fazioni combattenti, alcuni ancora in uniforme, uniti in una protesta comune per chiedere le pensioni che furono loro promesse per il loro servizio in tempo di guerra. Un segno di speranza, è uno dei pochi luoghi in Bosnia dove tutte le parti lavorano assieme. Ma finché la Bosnia non riscriverà la sua costituzione per togliersi le etichette etniche, sarà dura vedere come si riunirà il resto del paese.

Emma Daly is communications director at Human Rights Watch. She covered the war in Sarajevo for the Independent.

 
Di Fabrizio (del 13/04/2012 @ 09:38:58, in conflitti, visitato 1229 volte)

La Stampa Quattro mesi fa l'assalto alle baracche della Continassa. Le prime foto la ritraevano in lacrime. Ora lavora con i bimbi
09/04/2012 - MARIA TERESA MARTINENGO - TORINO

Andriana, al centro Vides Main delle Vallette, i bambini ormai la chiamano «maestra». Ogni pomeriggio pulisce, mette in ordine, fa giocare i piccoli mentre i fratelli grandi fanno i compiti e le madri chiacchierano nel salone. Č una «maestra» con le trecce lunghe, la gonna colorata fino ai piedi. E la pazienza di chi di bimbi ne ha cresciuti parecchi e sa che cosa li fa divertire o annoiare. Andriana Tudor è la giovane mamma rom che la sera del rogo della Continassa, e nella desolazione dei giorni seguenti, è stata fotografata con la sua bellissima Maria tra le braccia davanti alle rovine dell'accampamento abitato da una cinquantina di persone.

Quando l'odio razzista è esploso come a Torino non era mai successo, Andriana si è nascosta dietro ad un cespuglio di rovi ed è rimasta lì per un tempo incalcolabile, con la mano premuta sulla bocca di Maria perché non piangesse. Perché gli esaltati che stavano appiccando il fuoco ad ogni baracca apparentemente abitata, non sentissero la loro presenza. In quel momento, la paura di Andriana era doppia: delle fiamme e di soffocare la sua bambina.

L'incubo che ritorna
«Uscite che vi bruciamo», sono le parole che le rimbombano nella testa. Quattro mesi dopo, questa donna di 29 anni sta entrando - assistita da uno psicologo - in un nuovo capitolo della sua vita. Attraverso la rete di solidarietà che si è creata intorno agli abitanti del campo, l'associazione Idea Rom e la Comunità di Sant'Egidio sono riusciti a darle la speranza di una svolta con un lavoro e una casa. «Ho sempre desiderato lavorare, uscire dal campo, dare una prospettiva di vita diversa ai miei figli. Ma non sapevo come fare, a chi rivolgermi», spiega Andriana nel salone delle Figlie di Maria Ausiliatrice, frequentato ogni pomeriggio da oltre cento bambini e ragazzi italiani e si origine straniera assistiti nello studio da educatori e volontari.

La solidarietà
«Paradossalmente, da un grande male è nato per qualcuno un po' di bene», dice Vesna Vuletic, presidente di Idea Rom, la mediatrice culturale che ha conosciuto Andriana subito dopo il rogo e non l'ha più abbandonata. La sera del 10 dicembre e nei giorni seguenti le famiglie della Continassa avevano ricevuto molta solidarietà espressa con numerose visite: il ministro Riccardi, l'arcivescovo, don Ciotti e don Fredo Olivero, padre Lucian Rosu, il rabbino capo, volontari di tante associazioni. La Comunità di Sant'Egidio è rimasta, insieme ad altre e ad alcuni singoli. «La Compagnia di San Paolo aveva dato immediatamente un contributo di cinquemila euro - ricorda Vesna Vuletic -: con la sottoscrizione pubblica curata e vigilata dal Centro Sereno Regis sono arrivati alla fine poco meno di novemila euro. Con questo denaro sono state assistite sette persone con contributi mensili, sono stati rifatti all'estero documenti andati distrutti, si è avviato l'inserimento lavorativo di Andriana». Ancora: «Č stata la Comunità di Sant'Egidio a trovare, sul mercato, il monolocale dove Andriana spera di accogliere anche il più piccolo degli altri quattro figli che vivono in Romania. Nei prossimi giorni, poi, un'altra donna della Continassa dovrebbe entrare in una casa».

Diversi ma uguali
«Al lavoro - dice Andriana tutti mi trattano bene, nessuno fa caso ai miei vestiti. Sento che qui le persone mi accettano per quello che sono, per quello che posso dare». Nel salone dove i bambini mangiano le fette di pane e marmellata preparate da nonna Lucia, aggiunge: «Purtroppo tanta gente non si fida dei rom. Eppure, chi ci dà lavoro sa tutto di noi, ha i nostri documenti. Perché dovremmo tradire la sua fiducia, mettendoci nei guai da soli? Tanti giovani, vogliono fare una vita diversa da quella dei nostri genitori, sperano davvero di lavorare. A me piacciono i bambini, credo che sarei una brava baby sitter».

Ogni pomeriggio suor Carmela apre il centro che si popola via via di bambini che escono da scuola. Prima del loro arrivo, Andriana riordina. «I bambini la chiamano "maestra" - dice suor Carmela - ed è normale... Nessuno sottolinea le differenze: le Vallette sono cambiate da quando, vent'anni fa, noi suore siamo arrivate. Ora sono il mondo».

Il monolocale azzurro
Finito il lavoro, Andriana fa salire Maria sul passeggino e dopo un lungo viaggio in autobus, mamma e figlia ritornano nel minuscolo appartamento azzurro che la Comunità di Sant'Egidio ha trovato. «Per me è un po' strano vivere sola, ma col tempo, se potrò avere qui anche un altro dei miei figli, mi abituerò». «Noi di Sant'Egidio - racconta Daniela Sironi - siamo andati alla Continassa dopo aver appreso la notizia dell'incendio. Andriana era l'unica con una bambina così piccola. Occuparci di lei ci sembra una restituzione, saldare un debito che la città ha. Cerchiamo di farla uscire dalla marginalità: ce la può fare, ha volontà e intelligenza. La accompagneremo per il tempo necessario, il salto che deve fare è grande».

Trovare soluzioni
Giulio Taurisano di Idea Rom: «Anche altri possono sperare in una vita meno misera, sono tantissime le persone che chiedono di uscire dai campi. Eliminare i campi vorrebbe anche dire attenuare l'esasperazione dei residenti, perché è innegabile che un campo porti dei problemi. Oggi alla Continassa sono rimaste 19 persone, 19 che hanno rischiato di morire. Per loro non solo la società civile, ma anche il governo del territorio dovrebbe trovare soluzioni».

 
Di Fabrizio (del 09/03/2012 @ 09:32:48, in conflitti, visitato 1357 volte)

nuova Agenzia Radicale lunedì 05 marzo 2012 di FLORE MURARD-YOVANOVITCH

Strano come, nell'indifferenza generale, i "campi rom" vadano a fuoco in questo Paese. Ultimo di una lunga catena, da Ponticelli a oggi, l'incendio del 2 marzo scorso (valutato come accidentale ma avvenuto a poca distanza da una manifestazione organizzata dal Pdl contro i "nomadi") del campo del Parco della Marinella a Napoli, con due feriti; dopo i ripetuti incendi di gennaio nel insediamento di viale Maddalena.

Una ripetizione che fa dichiarare a Rodolfo Viviani, presidente dell'associazione radicale "Per la Grande Napoli": "Assistiamo a una drammatica catena di fatti che è impossibile ricondurre a casualità. Campagne stampa, interventi repressivi, incendi".

A seguito del tentato pogrom di Torino, nel dicembre scorso, un embrione di reazione anti-razzista sembrava nascere nella società civile, ma sembra, a posteriori, più un'onda emotiva in reazione alla strage dei senegalesi a Firenze che vera presa di coscienza della drammatica crescita in Italia dell'antiziganismo, dell'odio contro questa minoranza specifica.

Anche da vittime, i Rom sono trattati in secondo piano. Invece è allarmante l'escalation dal 2008 a oggi, che spesso non viene nemmeno raccontata dai media, di aggressioni e attacchi razzisti particolarmente gravi contro i campi rom nelle vicinanze di grandi città come Milano, Napoli, Pisa, Roma e Venezia; con incendi dolosi che hanno talvolta messo in pericolo la vita dei loro abitanti, in certi casi costretti ad andarsene sotto la protezione della polizia.

Atti di violenza collettiva, a volte quasi pianificata, come a Torino. Quei roghi vengono ad aggiungersi alle gravi forme di emarginazione e di discriminazione che subiscono la maggior parte dei Rom e Sinti, nel loro quotidiano. Circa un terzo, siano essi cittadini italiani o meno, vive in campi "nomadi" praticamente segregato dal resto della società e senza avere accesso ai servizi più basilari, come educazione e salute.

Senza parlare della questione alloggio, mai davvero affrontata dalle autorità locali. Anzi, su di loro e come gruppo, sono piovute le cosiddette misure di "emergenza" del "pacchetto sicurezza", alcune riguardanti esplicitamente i Rom o i "nomadi" e utilizzate in modo discriminatorio: censimenti effettuati in insediamenti abitati esclusivamente da Rom, raccolta, spesso non volontaria, delle impronte digitali; e strapotere conferito ai Prefetti nella gestione di uno pseudo "stato di emergenza in relazione agli insediamenti di comunità nomadi".

Leggere: sgomberi forzati e abusi quotidiani. Non a caso, la maggior parte delle denunce di presunti maltrattamenti commessi dalle forze dell'ordine riguarda atti compiuti nei confronti di Rom. Tutte politiche che rafforzano l'impressione che i Rom siano presi di mira proprio dalle autorità e che legittimano l'intolleranza popolare invece di contrastarla.

Una deriva chiaramente xenofoba in Italia, che invece non è stata passata sotto silenzio dalla Commissione europea contro il razzismo e l'intolleranza (ECRI), organo indipendente di monitoraggio istituito dal Consiglio d'Europa per la tutela dei diritti umani. Nel Rapporto sull'Italia 2012 (che rispecchia la situazione fino a giugno 2011), dichiara: "Si respira un clima generale fortemente negativo rispetto ai Rom: i pregiudizi esistenti nei loro confronti si riflettono talvolta negli atteggiamenti e nelle decisioni adottate dai politici, o sono da queste rafforzati".

O, ancora, è "in aumento il discorso razzista e xenofobo in politica, che prende di mira neri, africani, rom, romeni, (…) immigrati in generale; in certi casi, certe dichiarazioni hanno provocato atti di violenza contro questi gruppi". L'Ecri punta il dito sulla radice del problema: la relazione che esiste tra discorso razzista e violenza a sfondo razziale. E' infatti nel linguaggio che si opera la progressiva disumanizzazione dell'altro. Nell'uso improprio della parola "nomadi", per etichettare cittadini che per la metà sono italiani e appartengono a gruppi che vivono in Italia da secoli.

O nell'uso di termini che suggeriscono una minaccia, una presunta pericolosità. Perché le parole sono armi. L'ECRI intanto è convinta che il contesto attuale richieda una reazione urgente, molto più incisiva, da parte delle autorità italiane.

"Adottare fermi provvedimenti per combattere l'uso di discorsi xenofobi da parte dei partiti politici o dei loro esponenti o di discorsi che costituiscano un incitamento all'odio razziale e, in particolare, ad adottare delle disposizioni legali finalizzate alla soppressione dei finanziamenti pubblici per i partiti politici che fomentano il razzismo o la xenofobia". Si potrebbe iniziare ad applicare le leggi in materia. Ogni riferimento a un partito politico in particolare, è puramente casuale.

 
Di Fabrizio (del 27/02/2012 @ 09:11:49, in conflitti, visitato 1623 volte)

nuova Agenzia Radicale - martedì 21 febbraio 2012 di FLORE MURARD-YOVANOVITCH

intervista allo storico Luca Bravi*

- Perché il genocidio dei Rom sotto il nazismo - il Porrajmos - che fece circa mezzo milione di vittime tra questo antico popolo europeo, è ancora oggi in parte uno sterminio dimenticato?

I Rom continuano oggi a subire stereotipi culturali simili a quelli che hanno subito nel corso della Storia. Nella mentalità comune, lo "zingaro" è ancora percepito come "asociale" o "nomade", presunte "tare" su cui i nazisti imbastirono la loro teoria della "razza zingara". La rimozione del genocidio dei Rom ha varie cause, storiografiche ma anche politiche. La Germania post-bellica ha fatto di tutto per cancellare la radice razziale della persecuzione degli "zingari", derubricandola a una semplice operazione di pubblica sicurezza per via della loro presunta "pericolosità" (mistificando la legislazione nazista). Cioè, ai sopravvissuti rom e sinti furono negati i risarcimenti e questa rimozione durò fino alla fine degli anni '80, quando alcuni studiosi tedeschi rivalutarono gli archivi del regime nazista che facevano chiari riferimento alla "razza zingara". Il Porrajmos fu riconosciuto solo nel 1989 dalla Germania come genocidio di stampo razziale. La legge relativa al Giorno della Memoria in Italia attualmente ricorda correttamente la specificità della Shoah ma per adesso non è stato inserito alcun riferimento al Porrajmos (il Parlamento ha ricordato l'internamento dei rom e dei sinti nei campi di concentramento solo il 16 dicembre 2009).

- Gli storici non si sono interessati alla questione della persecuzione dei Rom sotto il Terzo Reich, nemmeno dopo la fine della guerra?

Sì, ma solo tardivamente, tanto in Germania quanto in Italia. Anche tra gli storici erano ed a volte sono presenti clichés sui nomadi pericolosi. Il genocidio dei Rom è inoltre una questione storiografica complessa. Studiare il Porrajmos a fianco della Shoah, senza con questo banalizzare o tanto meno negare la centralità e la specificità di quest'ultima, significa rischiare di entrare in attrito con chi propone l'idea di una unicità della Shoah; (e della sua incomparabilità con qualsiasi altro fatto storico). La mia tesi è che esiste invece un parallelismo nel totale annientamento che i nazisti riservarono a questi due popoli considerati "razzialmente inferiori"; Porrajmos e Shoah sono, purtroppo, tasselli dello stesso evento, l'uno getta luce sull'altro, ed entrambi sono crimini contro l'umanità intera.

- Parallelamente alla "razza ebraica" i nazisti avevano infatti teorizzato una "razza zingara", anch'essa "geneticamente inferiore" e da eliminare. Ci spiega meglio come questa "classificazione" razzista fu elaborata?

La legislazione nazista si nutre della percezione popolare negativa dello zingaro nomade. Già nel 1935 le Leggi di Norimberga, anche se non li menzionano, furono applicate anche agli "zingari" (termine allora usato per chiamare i rom e i sinti), deprivati dalla loro cittadinanza tedesca. Dal 1936, tutti gli zingari vengono internati nei campi di sosta forzata e poi dal 1938 allontanati e deportati in massa all'Est, in vagoni speciali aggiunti a quelli degli ebrei. In quei campi di concentramento lavorava l'Unità di Igiene Razziale (e di Ricerca biologica) del Reich, diretta dallo psichiatra infantile Robert Ritter, che effettuava pseudo "studi zingari". Da misurazioni antropometriche sui circa 20.000 internati, la sua squadra faceva derivare delle caratterizzazioni di tipo morale e psichico dell'intero gruppo. Gli "zingari" sarebbero stati razzialmente "inferiori" perché portatori del carattere ereditario dell'"istinto al nomadismo" che causava la loro consequenziale "asocialità", una "piaga" da sradicare. Nel 1938, sulla base delle ricerche di Ritter, Himmler equipara la Zigeunerfrage, la "questione zingara", a quella ebraica, per via della radice razziale. Tra il 1938 e il 1942, il Reich pianifica le tappe cruciali per "risolvere" la questione con la stessa logica razionalista del "trattamento speciale" degli ebrei. Prigionia nei campi di concentramento, esecuzioni di massa dalle Einsatzgruppen, ricorso ai gaswagen (camion della morte), fino al decreto del 16 dicembre del 1942 (Decreto di Auschwitz), che progetta la deportazione e lo sterminio di chiunque risultasse di "sangue nomade". Nel vernichtungslager (campo di sterminio) di Auschwitz prende il via la "soluzione finale" dei 23.000 Rom detenuti e si chiude la fase finale della persecuzione razziale dei Rom, che mirava al loro annientamento totale. I nazisti sterminarono circa mezzo milione di rom e sinti, circa un terzo degli Zingari che vivevano in Europa, l'80% nell'aerea dei paesi occupati.

- Durante tutto il regime nazista, dunque, sugli zingari usati come cavie, furono effettuati atroci sperimenti pseudo-scientifici, particolarmente atroci, dai medici nazisti; come mai questi non furono mai processati?

Su quelle "vite indegne di essere vissute" furono attuati dal 1934 alla fine del regime (in particolare nell'operazione eutanasia T4) mostruosi esperimenti, come sterilizzazione coatta, esperimenti eugenetici e test dei primi gas, su donne e soprattutto bambini zingari. Quegli pseudo-scienziati non solo non vengono processati nella nuova Germania, ma vengono lodati come "esperti zingari" e continuano ad esercitare in cliniche private. Non processarli andava di pari passo con la rimozione ufficiale del genocidio di stampo razziale. Rare sono state le voci di sopravvissuti rom o non furono credute né ascoltate. Inoltre, per alcuni gruppi rom e sinti, non si deve parlare dei morti, perché parlarne sarebbe trattenerli in vita; questa scelta di non raccontare deriva da questo specifico rapporto con la morte, ma questo è vero solo per alcuni gruppi ed è comunque un tratto in evoluzione recentemente. Ma in nessun modo si può accollare la dimenticanza di questa tragedia a quel popolo; bensì a qualcosa di profondamente radicato nella cultura delle società tecnologicamente avanzate nei confronti degli zingari.

- Anche il fascismo italiano istituirà campi di internamento riservati ai Rom?

La ricerca sui campi fascisti è relativamente recente; venne avviata meno di 20 anni fa, quando fu rintracciata la circolare del Ministero dell'Interno dell'11 settembre del 1940 che ordinava il rastrellamento e l'internamento di tutti gli zingari, in vari campi sul territorio italiano. Oggi, grazie alle liste degli internati, sappiamo che furono tre i campi fascisti "riservati" agli zingari (Agnone, oggi in provincia d'Isernia, Tossicia, provincia di Teramo, e Prignano sulla Secchia in provincia di Modena). L'internamento si basava sulla ricerca razziale fascista, elaborata in particolare da Renato Semizzi (un docente di Medicina Sociale) e dal giovane antropologo Guido Landra: lo stesso che elaborò, su indicazione di Mussolini, il manifesto della razza. In alcuni articoli comparsi su La difesa della Razza, i due studiosi affermavano la pericolosità dei rom e dei sinti in relazione alla loro componente psichica deficitaria, un elemento legato anch'esso a connotazioni di stampo razziale che si richiamavano ancora una volta al nomadismo e all'asocialità insiti nel "sangue zingaro".

- Oggi il "Piano Nomadi" non mostra una sconcertante continuità con questo passato di emarginazione?

Affronto questo tema in "Tra inclusione ed esclusione. Una storia dell'educazione dei rom e dei sinti in Italia" (Unicopli, 2009), dove studio la continua rieducazione etnica di questa minoranza, dal fascismo all'odierno decreto Sicurezza. Oggi ovviamente i campi rom non sono in sé campi di internamento. Ma continuare a parlare di "campi", applicare a queste persone gli stessi concetti di asocialità e nomadismo di allora, significa pianificare soluzioni di emarginazione. Fuori dalle città, dai servizi, dai collegamenti: e più sono allontanati, più vengono usati dalla politica come capro espiatorio su cui indirizzare le colpe dei mali della società odierna. Quello che si intendeva allora per "razza", si sostituisce oggi per la loro presunta "cultura" di gruppo, con ragionamenti che non sono molto diversi dal passato. La soluzione è progettare l'uscita dai ghetti, e progettare, insieme a loro, soluzioni abitative diverse. Loro sono organizzati e auto rappresentati, devono essere coinvolti nei progetti che li riguardano.

- Teme la riapparizione di fenomeni di razzismo anti-Rom, in tutta Europa, che da noi hanno il volto dei tentati pogrom di Ponticelli e Torino?

Ovunque nel continente europeo cresce l'antiziganismo. In Italia, quando un rom o un sinti viene incolpato, prima ancora del processo, il campo viene distrutto o spostato ed esplodono proteste popolari. Nella società serpeggia quella paura del diverso, che si traduce in forme estreme di violenza, i Rom essendo la diversità in assoluto. Considerati, agli occhi della società maggioritaria, non-cittadini da fare vivere ai margini: ogni azione nei loro confronti viene considerata quasi lecita. La nostra cultura dovrebbe finalmente confrontarsi con i Rom e con la rimozione della loro tragedia; la conoscenza del Porrajmos (ancora assente dai manuali scolastici) permetterebbe di combattere l'antiziganismo.

* ricercatore presso Università Telematica L. Da Vinci di Chieti), ha pubblicato, tra gli altri, il volume "Altre tracce sul sentiero per Auschwitz" (Ed. Cisu)

 
Di Fabrizio (del 24/02/2012 @ 09:31:14, in conflitti, visitato 1483 volte)

Domenica 26 febbraio alle ore 19.30, presso l'Obra Cultural, il Cantiere Sociale de l'Alguer presenta "Qualche Rom si è fermato italiano".

Sono oltre 10 milioni i Romà d'Europa, la più grande minoranza etnica transnazionale, formata da varie etnie accomunate dall'uso del romanésh, antichissima lingua di origine indiana. Dieci milioni di persone di cui i due terzi vivono al di sotto della soglia di povertà, confinati soprattutto in Italia nei "campi nomadi", recinti suburbani senza strade, acqua corrente, luce elettrica, con difficoltà e discriminazioni nell'accesso al lavoro, all'assistenza sociale e sanitaria. La parola zingaro è carica di connotazioni negative e rimanda a rappresentazioni stereotipate di un intero popolo a cui vengono associati comportamenti sociali fuorvianti, veri o presunti. Spesso i romà diventano i capri espiatori dei malfunzionamenti e delle perversioni della politica e dell'economia dei nostri paesi.
Della lunga e sofferta storia di questo popolo, un tempo nomade ora sempre più sedentarizzato, abbiamo scelto la pagina più tragica: lo sterminio da parte dei nazifascisti. Porrajmos (distruzione) è la parola in lingua romanì corrispondente all'ebraico Shoà: si stima che quasi 500.000 tra romà, sinti e camminanti siano stati uccisi nei campi di concentramento tedeschi, con la solerte collaborazione dei fascisti di Mussolini che in Italia e in Jugoslavia provvedevano a rastrellare e caricare nei vagoni piombati ebrei e figli del vento. Una storia a lungo dimenticata ma che aggrava il bilancio della follia nazifascista: due, e non solo uno, furono i popoli perseguitati per motivi razziali e destinati alla "soluzione finale": romà ed ebrei.

Durante la serata saranno proiettati i documentari "Porrajmos" di Paolo Poce e Francesco Scarpelli, e "Un rom italiano ad Auschwitz"di Francesco Scarpelli ed Erika Rossi (tratti dal dvd "A forza di essere vento" edito da A rivista anarchica), e l'intervista a Pashana, realizzata dal Cantiere Sociale de l'Alguer nel 2003.

Bica (nonna) Pashana, anziana capostipite degli Hadzovich, famiglia rom khorakhanè che vive ad Alghero da quasi 40 anni, racconta la storia dei suoi due fratelli, partigiani di Tito durante la II Guerra Mondiale (e di cui conserva gelosamente un attestato al merito), le stragi che ha patito il suo popolo in Jugoslavia per mano di tedeschi e ustasha, e poi la povertà, i lutti, la semplice dignità di una vita sempre in viaggio. Con il solo desiderio della serenità per se, ormai ultraottantenne, e la sua famiglia: speranza delusa dalla sorda burocrazia italiana che gli ha negato "la pensia", l'agognata pensione sociale. Per tutti noi un'occasione mancata per sentirci parte di una società del diritto, prima che Pashana lasciasse la sua sempre più numerosa discendenza per riprendere il suo viaggio.

La proiezione dei filmati si alternerà alle letture tratte dal libro "Màskar e Borori", a cura di Joan Oliva.

«fuggi luna, luna, luna se verranno i gitani faranno del tuo cuore collane e anelli bianchi» Federico Garcia Lorca, 'Romancero Gitano'

 
Di Fabrizio (del 09/02/2012 @ 09:28:52, in conflitti, visitato 1410 volte)

Da Czech_Roma (con una chiusa personale)

Romea.cz PHOTO: Repro Česká televize
La bambina rom bruciata ha subito oltre 100 anestesie, in seguito ci sarà un intervento chirurgico - Budišov nad Budišovkou (Opava district), 4.2.2012 21:00

Natálie Siváková (5 anni) si sta gradualmente riprendendo dalle ferite patite nell'aprile 2009, quando fu vittima di un assalto di neonazisti, poi conosciuti come i piromani di Vitkov. Lo scorso ottobre, i medici hanno effettuato la ricostruzione delle dita e dell'avambraccio destro, che erano inutilizzabili a causa del tessuto cicatrizzato dalle ustioni. La televisione ceca riporta che ora è in attesa di un'operazione al collo ed alle ascelle.

Alla bambina non è permesso di uscire, a causa del gelo intenso nella regione. "Il tessuto cicatriziale è più sensibile della pelle sana, si asciuga più velocemente e può rompersi," ha detto alla televisione Iva Zámečníková, vice direttrice del Centro Ustionati dell'ospedale di Ostrava.

L'intervento a cui sarà sottoposta presso il centro ustionati sarà il ventesimo in sequenza. "Non riesce a reggere la testa in maniera corretta, quindi [i dottori] la opereranno al collo e alle ascelle. Ho molta paura," ha detto alla televisione sua madre Anna Siváková. La bambina è già stata sotto anestesia un centinaio di volte.

Durante l'ultima operazione ad ottobre 2011, i dottori avevano fissato la cicatrice sul collo della bambina. Allora, una specialista in chirurgia alle mani, Alena Schmoranzová, l'aveva operata al dito indice ed all'avambraccio, che a causa delle cicatrici la bambina non era in grado di muovere. "Prima non li usava per niente," conferma Anna Siváková. "Ora ha scoperto che va meglio e lo usa tutto il tempo," ha detto alla televisione, aggiungendo che la figlia deve ancora indossare plantari speciali.

Natálie venne ferita alle prime ore del mattino del 19 aprile 2009, durante un assalto incendiario a sfondo razziale, commesso da quattro neonazisti contro la casa della famiglia. Il tribunale ha condannato David Vaculík e Jaromír Lukeš a 22 anni di carcere, e Václav Cojocaru e Ivo Müller a 20 anni per tentato omicidio a sfondo razziale ed atti vandalici.

ryz, Czech Television, translated by Gwendolyn Albert


E' dal 2009 che seguo passo passo la storia di Natálka. All'inizio mi era rimasta impressa l'efferatezza del gesto: in una casa come tante, abita una famiglia come tante. Ma è una famiglia rom, e così una notte 3-4 teste rasate buttarono una molotov attraverso la finestra. Natálka, di neanche tre anni, rimase ustionata sull'80% del corpo. Dichiarata quasi morta, cominciò invece un lento recupero, che vide coinvolti in una gara solidale non solo i suoi genitori, ma i medici, le autorità dello stato, tanti cittadini anonimi di quella stessa Repubblica Ceca che invece è nelle cronache europee per gli atti di violenza quotidiana contro la minoranza rom.

Da una parte facevo il tifo per i piccoli miglioramenti di Natálka, dall'altro seguivo le cronache del processo ai piromani, interrogandomi su cosa avesse portato dei ragazzi a un gesto simile, e se mai sarebbero stati in grado di capirlo, e cosa avrebbero pensato quando anche loro avessero generato una prole. Ed assieme tentavo di capire cosa significasse sopravvivere, ricostruirsi pezzo a pezzo, per una bambina di quell'età, per i suoi genitori ed i fratelli e sorelle.

Quel fuoco, non arde solo nella remota Repubblica Ceca. Sentiamo il crepitare delle fiamme anche a Opera, a Ponticelli, a Torino.

E' passata da poco (e già mi sembra vecchia) la memoria del Porrajmos, tra il ricordo di 500.000 morti e le risate di scherno dei negazionisti.

Per me  non è il Porrajmos il marchio di questo popolo, con tutto il rispetto per la tragedia di quegli anni. Il marchio sono le storie di violenze grandi e piccole di OGGI, del tempo dove NOI viviamo. A costo di essere retorico, è la piccola storia di una bimba bruciata, che NON E' MORTA, che attraverso le sue ustioni riflette la nostra immagine allo specchio.

Lo scorso 11 ottobre, così Nicolae Gheorghe chiudeva il convegno per i 40 anni dell'AIZO:

"L'Olocausto ancora non è stato riconosciuto come fatto politico.
La povertà del nostro popolo, la capisco sino ad un certo punto, non oltre: non siamo a chiedere l'elemosina agli altri. La nostra miseria da forza ai nuovi nazisti, dobbiamo averne conoscenza per combatterli.
La nostra terra, il ROMESTAN, ci è stato copiata ed è diventato patrimonio dei discorsi della destra. Ricordatevi: in Germania la prima misura dei nazisti fu di togliere la cittadinanza ai sinti, e la loro prima richiesta a guerra finita fu di riaverla. Allora: la cittadinanza EU, richiesta da molti, non può essere una riparazione per la mancata cittadinanza nazionale.
Siamo una nazione culturale:
IL NOSTRO SIMBOLO NON E' LO STERMINIO, MA LA SOPRAVVIVENZA."

 
Di Fabrizio (del 02/02/2012 @ 09:26:21, in conflitti, visitato 1410 volte)

Da Czech_Roma

Romea.cz Uzhhorod, Zakarpattia, Ukraine, 25.1.2012 19:25 - František Kostlán, Lukáš Houdek, translated by Gwendolyn Albert

L'uomo nella foto da tempo era malato ed è morto dopo il raid della polizia. Romea.cz non è in grado di confermare se il raid sia stato o meno la causa della sua morte. Photo: Lukáš Houdek

La mattina dell'11 gennaio si è svolto nella città di Uzhhorod un intervento della polizia contro la popolazione rom. Il commando "Berkut" dei reparti speciali di polizia del ministero degli interni, ha fatto irruzione nelle abitazioni rom in due località, Radvanka e Telman, ed in altri siti attorno a Uzhhorod.

Secondo i Rom del posto che hanno assistito al raid, i poliziotti hanno brutalmente malmenato uomini e donne dentro le loro case di fronte ai bambini, gridando insulti razzisti e minacce. La polizia nega che sia avvenuta qualsiasi brutalità durante il raid, descritto come un'azione normale nell'indagine e prevenzione del crimine. Recentemente i media ucraini e l'European Roma Rights Centre (ERRC) hanno discusso l'incidente.

Diversi uomini picchiati sono finiti all'ospedale, alcuni con serie ferite alla testa. La maggior parte non era accusata di alcun crimine, per cui ha potuto tornare a casa. Un uomo da tempo sofferente di tubercolosi non ha resistito al raid. Romea.cz non è in grado di stabilire se l'azione poliziesca sia stata la causa o meno della sua morte.

Un abitante di Uzhhorod che preferisce rimanere anonimo, per paura di rappresaglie della polizia, ha confermato le informazioni riportate dai media nella regione di Zakarpattia, durante un'intervista telefonica con Romea.cz. Secondo questo testimone  si è svolto un raid anche nel quartiere Shachta: "I poliziotti non sono stati così brutali ed i residenti sono riusciti a nascondersi al commando."

Il testimone ha detto di ritenere che lo scopo del raid fosse investigare su un omicidio, ma la polizia non ha arrestato l'autore. "I poliziotti hanno accusato dell'omicidio collettivamente tutti i Rom. Fanno sempre così quando si commettono crimini simili, anche se nessun Rom è necessariamente coinvolto."

Il portale Chas Zakarpattia, in un articolo dal titolo "Berkut attacca insediamento rom a Uzhhorod" (disponibile solo in ucraino) riprende quanto detto da Miroslav Horvát, leader dell'organizzazione giovanile rom Romaňi čercheň, quando afferma che non si trattava della solita indagine. Horvát dice che Berkut ha adoperato i lacrimogeni ed i manganelli contro persone pacifiche e disarmate "senza alcun riguardo per bambini, disabili, anziani, e donne incinte presenti."

Chas Zakarpattia ha messo online un video che include le testimonianze dei residenti dell'insediamento di Telman a proposito della condotta dell'unità speciale. "I poliziotti hanno invaso l'insediamento e picchiato mia madre nella sua casa. Mi hanno picchiato e mi hanno preso per i capelli. Ci hanno detto che avremmo dovuti tutti essere massacrati. Qui uno zingaro non ha nessun diritto," dice una delle residenti nelle riprese.

Un altro testimone intervistato dice: "Erano le 7.20 di mattina, stavo dormendo ed improvvisamente la gente ha iniziato a gridare che c'era la polizia. Hanno invaso casa, mi hanno afferrato ed ordinato di inginocchiarmi a terra. Ho detto che non potevo farlo, a causa di una gamba ferita. Hanno iniziato a gridarmi: -Ti taglieremo l'altra!- Poi mi hanno picchiato sulla schiena e sulla testa." I Rom che hanno reso testimonianza nel video, hanno anche detto che la polizia ha minacciato di compiere perquisizioni domiciliari simili ogni giorno, se qualcuno avesse raccontato ai media cosa stava facendo Berkut.

L'azione di polizia ha coinvolto due autobus del commando Berkut. Il ministero degli interni afferma che l'operazione era di routine, allo scopo di "stabilizzare la situazione, migliorare la prevenzione e lavorare per combattere il crimine, rilevare ed arrestare le persone coinvolte in furti e commercio illegale di armi e droga, identificando elementi criminali," riporta Chas Zakarpattia.

La polizia dice che le loro analisi mostrano che "i furti sono commessi per lo più da persone di nazionalità rom. Nel 2011 ci sono stati 14 furti di recinzioni e chiusini in ghisa, 12 furti di parti di ascensori, tre furti di luci e quattro di parte di forni."

L'informativa della polizia dichiara anche che nel 2011 "25 persone di nazionalità rom" sono state processate a Uzhhorod. "Erano soprattutto processi per furto, 20 rapine e uno per spaccio di stupefacenti." La polizia aggiunge che il raid era "assolutamente legittimo, ordinario, un lavoro investigativo globale. Indagini simili vengono eseguite dalla polizia anche in altre città oltre a Uzhhorod e non sol nella comunità rom," si legge nel rapporto.

Il testimone di Uzhhorod ha detto a Romea.cz che gli abitanti rom hanno paura e che per loro è inconcepibile cercare giustizia presso le istituzioni. Dice "Hanno paura che la polizia li prenda e li picchi."

I residenti rom dicono che le minacce della polizia sono molto frequenti, gli ufficiali arrestano la gente senza motivo e poi la picchiano nelle stazioni di polizia. Quanti sono coinvolti non vedono nessuno nel loro ambiente in grado di fare richiesta di giustizia.

L'European Roma Rights Center ha redatto rapporti sulla situazione in Ucraina negli anni recenti, che confermano queste ripetute minacce della polizia contro i Rom. Secondo questi rapporti e testimonianze raccolte in loco, il problema per i Rom nella regione di Zakarpattia non è dato dai greppi neonazisti o di estrema destra, come accade altrove. La loro paura maggiore è quella della polizia. Un altro problema è che nella regione la società civile è debole, particolarmente, c'è assenza di centri di consulenza sui diritti umani o di organizzazioni in grado di proteggere le minoranze, a cui i Rom possano dare fiducia e rivolgersi.

Dopo il raid della polizia dell'11 gennaio, ERRC ha scritto una lettera al comandante della polizia di Uzhhorod ed al pubblico ministero (vedi QUI). Nella lettera, l'organizzazione chiede alle autorità competenti di investigare con urgenza sul "violento raid della polizia" ad Uzhhorod. Si sottolinea anche che, dato l'alto numero di testimonianze sull'accaduto, è probabile che i poliziotti abbiano violato le regole durante il raid.

Principalmente ERRC protesta contro il fatto che tanto la polizia che il ministero degli interni colleghino i crimini commessi da individui all'intera comunità rom di Uzhhorod. "Ciò solleva serie questioni sull'imparzialità e la legalità dell'azione," afferma ERRC nella sua lettera.

 
Di Fabrizio (del 27/01/2012 @ 09:14:31, in conflitti, visitato 1690 volte)

Franzmagazine.com
Il racconto di Zijo Ribic è agghiacciante ma a colpire chi lo ascolta sono soprattutto le conclusioni a cui è giunto questo ventisettenne bosniaco musulmano di etnia rom, a cui i nazionalisti serbi hanno sterminato l'intera famiglia. «Non so se li odio – dice – forse perché non mi hanno insegnato a odiare e allora questo sentimento non mi appartiene». A chi gli obietta dopo quello che gli è accaduto l'odio a prima vista sembrerebbe la reazione più naturale Zijo risponde in modo lucido: «Il fatto che venga fatta giustizia per me è secondario, mi interessa invece che venga affermata la verità, che si sappia quello che è successo perché noi rom non siamo animali ma persone». In questi giorni Zijo Ribic è a Bolzano su invito della Fondazione Langer, da anni impegnata nell'ambito dell'iniziativa Adopt Srebrenica, non solo a sostenere il ricordo del genocidio avvenuto negli anni'90 nella ex Jugoslavia, ma anche nell'aiuto concreto di chi come Zijo ha avuto la vita segnata in maniera indelebile da fatti che hanno poco di umano, ma che sono avvenuti a poche centinaia di chilometri da noi. Zijo Ribic sarà protagonista domani 13 gennaio (ore 20, Sala Giuliani del Teatro Cristallo) di un incontro pubblico in cui verrà anche presentato un documentario inedito sulla sua storia. Incontriamo Zijo nella sede della Fondazione Langer ed iniziamo la nostra intervista cercando di immaginare che razza di vita sia quella delle persone che, come lui, per poter trovare aiuto sono condannate a ricordare quotidianamente gli orrori che stanno scritti nella propria storia.

Dove vive oggi Zijo Ribic?
«A uzla, in Bosnia. Per un paio di stagioni ho lavorato anche in Italia, a Rimini. A Tuzla lavoro come cuoco in un albergo ma c'è la crisi e allora da quasi un anno non mi pagano lo stipendio. Vivo in una stanza in affitto che non riesco a pagare. Oggi come oggi non cerco altro che un lavoro qualsiasi che mi permetta di costruirmi una vita normale, una famiglia».

Lei è stato il primo il primo rom ad aver portato in tribunale la questione del genocidio del suo popolo. Un genocidio dimenticato, passato in secondo piano sia durante l'Olocausto della Seconda Guerra Mondiale, che durante le guerre jugoslave degli anni'90.
«Nel 2005 un mio parente mi ha messo in contatto con Natasha Kandic, una sociologa che ha vinto il Premio Langer nel 2000 e che ha fondato a Belgrado un centro attivo fin dal'92 con lo scopo di fare luce sui terribili eventi accaduti durante la guerra. Ho deciso di raccontare la mia storia e denunciare gli autori dello sterminio della mia famiglia e del mio villaggio. Grazie al sostegno e all'assistenza della Kandic e del suo staff sono state quindi avviate delle indagini che hanno portato nel 2009 all'inizio di un processo, tutt'ora in corso, contro gli autori materiali del massacro nella mia città di Skocic».

Quelle persone sono oggi in libertà?
«No. Parte di loro sono in carcere in attesa della sentenza, altre sono agli arresti domiciliari».

Quale forza ci vuole per prendere parte ad un processo contro coloro che hanno assassinato tutta la propria famiglia?
«Innanzitutto bisogna avere i soldi per comprare il biglietto del treno per Belgrado, fatto tutt'altro che scontato. Per fortuna in patria c'è la signora Kandic che mi aiuta e, come vedete, mi sta sostenendo anche la Fondazione Langer».

Cosa accadde quel 12 luglio del 1992?
«Anche dopo tanti anni mi ricordo tutto, come se fosse successo ieri. Mi ricordo quando sono arrivati e ci hanno presi. Prima ci hanno picchiati, cercando oro e armi e dicendo che non avrebbero fatto niente alle donne e ai bambini. Poi invece ci hanno raggruppati tutti davanti alla casa dove hanno violentato mia sorella maggiore Zlatija davanti ai miei occhi. Sono quindi arrivati due camion che ci hanno portati in campagna dove ci hanno fatto scendere uno alla volta conducendoci verso una fossa appena scavata. Io piangevo, chiedendo di vedere mia madre e loro mi rispondevano che l'avrei vista subito. Quando è arrivato il mio turno ho sentito degli spari e il fendente di una lama sul collo. Ho fatto finta di essere morto e mi hanno gettato nella fossa insieme agli altri che avevano appena ammazzato».

Come ha fatto a sopravvivere?
«Dopo un po' sono riuscito a risalire dalla fossa e sono scappato nel bosco. Lì ho trovato una casa abbandonata dove mi sono fermato a dormire. Il giorno ho incontrato un soldato che indossava l'uniforme dell'Esercito Popolare Jugoslavo. Il soldato e un suo commilitone mi hanno aiutato».

Dunque dei serbi le hanno sterminato la famiglia ed altri serbi l'hanno invece aiutata…
«Non sono stati i soli. Mi hanno portato in un'infermeria dove ho visto le stesse persone che la sera prima hanno ucciso i miei familiari. Mi sono aggrappato ai due soldati che mi hanno salvato e non li ho più mollati. Mi hanno allora condotto all'ospedale di una località che si chiama Zvornik, dove sono rimasto per tre anni, protetto da coloro che volevano portarmi via per uccidermi. Ero pesantemente traumatizzato per quello che avevo vissuto e sono stato curato».

E poi?
«Grazie ad un progetto dell'Unicef, sono stato portato in un orfanotrofio in Montenegro. Dopo 5 anni trascorsi lì sono tornato in Bosnia, a Tuzla, ospite di un altro orfanotrofio e mi sono diplomato poi alla scuola alberghiera».

Com'è oggi la situazione in Bosnia?
«C'è la crisi economica anche lì, molto più grave che in Italia. Per quanto riguarda la pacificazione i passi in avanti sono stati molto pochi. In ogni caso la situazione è diversa tra una località e l'altra. A Tuzla dove vivo oggi la situazione è migliore perché anche durante la guerra c'era stato un atteggiamento migliore da parte dei serbi nei confronti dei musulmani. Ma in altre località come Srebrenica è tutto ancora completamente diviso tra le etnie. La pulizia etnica ha fatto il suo corso e ricordare quanto è avvenuto negli anni Novanta è ancora molto doloroso per tutti. La politica poi fa la sua parte, sia in Serbia che in Bosnia, per allungare i tempi all'infinito. Ed il genocidio di noi rom è ancora immerso nell'oblio, quasi come fossimo delle vittime di serie B, di cui non è importante occuparsi. Č per questo che ho deciso di raccontare quello che mi è successo a differenza di molti altri».

Intervista pubblicata dal quotidiano Alto Adige il 12 gennaio 2012

Luca Sticcotti è autore di musiche, giornalista ed operatore culturale. Come musicista è attivo nei campi della classica, del jazz e dell'elettronica, ma ha realizzato anche colonne sonore. La sua attività giornalistica si sviluppa sia attraverso media tradizionali, con collaborazioni con testate sia locali che nazionali, che utilizzando social network e blogs. Come operatore culturale collabora in veste di consulente con diverse istituzioni ed associazioni culturali altoatesine. Il sito web dove condivide parte del suo lavoro è raggiungibile all'indirizzo www.paupau.it

 
Di Fabrizio (del 07/01/2012 @ 09:16:05, in conflitti, visitato 1510 volte)

Se permettete, dopo alcune considerazioni al volo

TorinoOggiNotizie.it

Torino - Proseguono, ma senza grosse novità, le indagini sul raid al campo rom della Continassa a Torino, avvenuto il 10 dicembre scorso. Secondo quanto riportato da Repubblica.it il sostituto procuratore Laura Longo, che conduce le indagini, è amareggiata per il "muro d'omertà" in cui si sono abbattuti finora gli inquirenti: "Non so se la gente abbia davvero paura o se ci sia dell'altro. I carabinieri hanno sentito moltissime persone, interrogato testimoni e persino chiesto ad associazioni di volontariato. Eppure nessuno ha avuto il coraggio di dire nulla".

A quasi un mese dal fatto sono state arrestate solamente due persone e nessuno degli aggressori - tra cui pare vi siano diversi ultras della Juventus - è stato individuato. Secondo quanto scritto dai giudici sembrerebbe che il quartiere delle Vallette si sia chiuso a riccio per per proteggere i responsabili di tale spedizione punitiva.

Il raid, nel quale cento persone avevano incendiato baracche e roulotte dei rom, era stato infatti scatenato dalla denuncia di stupro, poi rivelatasi inventata, di una ragazzina torinese.


La notizia circola ormai da qualche giorno. Ho notato che qualcuno se n'è stupito, come se non sapesse già come pensa e come agisce il suo vicino, il giornalaio sotto casa... l'italiano medio, insomma.

Vi è mai capitato, visto che di solito i giornali non si lasciano sfuggire una notizia che sia una, di leggere delle indagini in una comunità rom, quando è uno di loro ad essere protetto dall'omertà dei suoi simili?

Se l'argomento non fosse serio, verrebbe da pensare che stiamo assistendo ad un caso di INTEGRAZIONE AL CONTRARIO: noi, quelli che vorrebbero dare il buon esempio a questi selvaggi, quando siamo messi alle strette ci comportiamo al loro medesimo modo. Peggio, se possibile. Ed ammesso che abbia senso questa gara su chi abbia scoperto prima l'omertà, i Rom da una parte ed il paese che ha inventato mafia e camorra dall'altra.

In fondo, NON E' SUCCESSO NIENTE

 
Di Fabrizio (del 28/12/2011 @ 09:35:15, in conflitti, visitato 1592 volte)

Il cuore d’Europa from Linkiesta.it on Vimeo.

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