Rom e Sinti da tutto il mondo

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Richiediamo chiarezza. Di Rom si parla poco e male, anche quando il tema delle notizie non è "apertamente" razzista o pietista, le notizie sono piene di errori sui nomi e sulle località

La redazione
-

Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Fabrizio (del 02/04/2009 @ 09:24:19, in casa, visitato 1241 volte)

Da British_Roma

Secondo un nuovo rapporto della Commissione per i Diritti Umani e l'Eguaglianza, basterebbe un miglio quadrato di terra in tutta l'Inghilterra per fornire a tutte le famiglie Zingare e Viaggianti di un numero sufficiente di siti. Investire in misura adeguata genererebbe reddito per i consigli, migliorerebbe le relazioni tra comunità e fornirebbe una sistemazione decente. Lo studio mostra che siti autorizzati e ben condotti potrebbero esistere in armonia nelle comunità, aggiungendo che i comuni stanno spendendo ogni anno 18 milioni di sterline dei contribuenti, per sgomberare Zingare e Viaggianti da siti non autorizzati.

Read more on http://www.themovechannel.com/news/f53541cd-2667/

 
Di Fabrizio (del 01/04/2009 @ 09:38:54, in casa, visitato 1694 volte)

Da Roma_Daily_News

Sulukule per noi era Parigi, questa è una prigione: i Rom raccontano

ISTANBUL - Nel progetto per salvare Sulukule, l'Amministrazione per lo Sviluppo dell'Alloggio ha offerto case pubbliche per sistemare i Rom dal loro quartiere. Tuttavia, sino ad oggi soltanto 27 delle famiglie vivono nelle nuove case costruite a Taşoluk perché gli altri non potrebbero permetterselo.

La maggior parte delle 300 famiglie rom che sono state spostate da Sulukule a Taşoluk non sono state capaci di adattarsi al loro nuovo ambiente a causa di difficoltà finanziarie. Dopo sei mesi, restano solo 27 famiglie.

Le famiglie rilocate nelle nuove case, costruite dall'Amministrazione per lo Sviluppo dell'Alloggio (o TOKI), hanno di fronte un debito di 15 anni. Rate accumulate ed elettricità, gas ed acqua non pagate li hanno messi sulla strada degli uffici di riscossione del debito.

Le famiglie stanno trasferendo i loro diritti su case i cui prezzi variano da 3.000 a 35.000 lire turche e stanno andandosene. Ci sono solo 27 famiglie Rom rimaste a Taşoluk.

Vivendo alla soglia della fame

Normalmente, TOKI include nei suoi contratti standard una clausola che impedisce il trasferimento degli alloggi per un anno, ma i contratti stipulati con le famiglie rom non la contengono, aprendo la strada a trasferimenti a basso costo.

F. A., un Rom che ha vissuto alla soglia della fame prima di essere spostato a Sulukule, ha detto: "Ci hanno portato qui, dicendo che siamo poveri, ed ora ci stanno trattando come se fossimo ricchi. Non potremmo pagare i nostri debiti; vengono dall'ufficio riscossione. Così di giorno stiamo a Fatjh e non verranno a prendere la nostra roba."

Un'altra donna ha detto, "Sulukule per noi era Parigi. Questa è una prigione. Diventiamo nevrotici. Moriamo lentamente."

Gürkan Tokay, un altro residente, ha descritto la morte di suo padre.

"Qui non c'è un centro sanitario; è a 2 km. da qui. Mio padre si è ammalato pochi mesi fa. Penso fosse un attacco di cuore. Siamo corsi al centro sanitario, che era chiuso perché era notte. Così l'abbiamo portato ad Arnavutköy. Là c'è un ospedale, privato. Mio padre è morto prima che potessero intervenire. Hanno voluto 250 lire. Ci hanno chiesto dei soldi per il morto e non hanno rilasciato il corpo."

TOKI ha costruito le case per gente in difficoltà finanziarie nel 2008. Di 1.402 case, 450 sono state riservate ai Rom rilocati da Sulukule. E' stata organizzata una lotteria e sono state scelte 300 famiglie sono state scelte per vivere negli appartamenti da 280 a 425 lire al meseper 15 anni. Il comune di Fatih ha sistemato due autobus di linea per il trasporto: uno da Taşoluk a Fatih, che arriva alle 7 di mattina ed uno da Fatih a Taşoluk che arriva alle 8.

Non è lasciata nessuna solidarietà

Sükrü Pendük, presidente della Fondazione per lo Sviluppo della Cultura di Sulukule, ha detto: "La mia gente è stata bandita dalle proprie case, dove vivevano assieme al vicinato, per questi edifici di cemento. Avevamo una cultura di quartiere con solidarietà sociale che teneva in piedi le famiglie."

C'è una sola drogheria a Taşoluk, che non vende a credito. L'unico posto dove socializzare è la casa del tea condotta da Göksel Küçükatasayan, che ne aveva una anche a Sulukule. Ma è vuota anche nei fine settimana.

"Non posso fare affari, sono in debito," ha detto Küçükatasayan."Ce ne andremo da qui. E' fuori dalle nostre mani."

Non ci sono scuole superiori. I bambini che hanno iniziato la scuola primaria con due mesi di ritardo, stanno avendo problemi di adattamento. Alcuni di loro non sono stati accettati a scuola con la giustificazione che erano sotto programma.

 
Di Fabrizio (del 29/03/2009 @ 09:29:24, in casa, visitato 1572 volte)

Da Roma_Benelux

PresseOcean.fr Nantes, martedì 24 marzo2009, Società Il dispositivo dei terreni convenzionati comincia a dare i suoi frutti

Una casa per i Rom

Dumitru e Maria approfittano al massimo della loro piccola casa e dell'orto che hanno sistemato

Una trentina di persone sono state rialloggiate. Esempio con una di queste famiglie installata a Bellevue, Nantes.

Sorride e ringrazia il cielo. "Questa casa, è un sogno che si realizza", ripete Dumitru, come per convincere se stesso. Da due mesi, questo padre di famiglia rom è stato rialloggiato dai servizi della metropoli di Nantes. Con sua moglie e gli otto figli, occupa il piano di un edificio nel quartiere Bellevue a Nantes.

Sala da pranzo, soggiorno, cucina, bagno e tre camere. Non un gran lusso, "ma è bella davvero" si rallegrano Dumitru e la sua sposa Maria. "Abbiamo la nostra camera, i ragazzi ne condividono una, le ragazze un'altra", descrive il padre. "Ci hanno donato dei mobili, abbiamo tutto il necessario". Un reale sollievo per una famiglia che ha vissuto oltre cinque anni in roulotte.

Cinque anni nei campi

Dopo un passaggio in Italia, Dumitru era venuto in Francia per curare suo figlio maggiore.  "Gli avevano diagnosticato una grave malattia, in Romania non aveva alcuna possibilità", racconta. Finalmente, l'adolescente si rimetterà. "Ma ho deciso di restare. Mi son detto che qui c'erano più opportunità". Dumitru prende rapidamente un tono più basso. Con la sua famiglia, ha assaggiato la feccia dei campi selvaggi dell'agglomerato. "Siamo stati a lato di Beghin Say, sul lungofiume Wilson, in una casa a Cheviré poi sul terreno della Meuse", espone nei dettagli Dumitru che si rammarica di "questa logica di espulsione" contro i Rom. Il padre di famiglia concatena piccoli lavori giornalieri, spesso stagionali. "E' dura vivere così. Ci si preoccupa per i figli", prosegue. Poi, arriva il 2007 e la messa in atto dei terreni sistemati dalla metropoli di Nantes e dal Consiglio Generale. Dumitru e Maria sono integrati in questo dispositivo che prevede un accompagnamento verso il lavoro e l'alloggio. Un percorso che non è senza chiedere sacrifici.

Comunità

"La vita in comunità è molto importante nella nostra cultura. Alcuni hanno preso male l'installarsi in casa, molti sono gelosi", spiega Dumitru che, senza tagliare i contatti con i suoi, ha messo da parte certe tradizioni. "Occorre per integrarsi. Per esempio, non mi rivolgo più al tribunale della comunità, ma credo nella giustizia francese".

Evoluzione che gli ha aperto le porte di questo alloggio. Anche se resta temporanea, si tratta di una casa precedentemente svuotata dalla metropoli di Nantes, in attesa della sua distruzione. Oggi il padre moltiplica gli sforzi per trovare un contratto a tempo indeterminato. Ed ha ritrovato il gusto di accogliere: "Soprattutto, ritornate a prendere un caffè o a mangiare un barbecue. Quando il nostro orto sarà pronto, sarò pieno di frutta e legumi da assaggiare":

 
Di Fabrizio (del 17/03/2009 @ 09:28:22, in casa, visitato 1634 volte)

Da Czech_Roma

The Prague Post, 12 marzo 2009

Foto Michael Heitmann: La madre single Helena Koňová attende la rilocazione forzata verso quelle che chiama unità "sporche ed in rovina" come parte della proposta di Chomutov.

By Curtis M. Wong and Sarah Borufka, Staff Writers
Chomutov, North Bohemia

Situata in una delle aree più indigenti del paese, la città di Chomutov trasuda un'aria di profondo sfinimento. Appartamenti sbriciolati si allineano ciascuno sulle vie principali, e persone dall'aria poco rassicurante bighellonano fuori da trasandati bar con slot-machine e take-away asiatici.

Le industrie locali hanno lasciato i residenti senza lavoro, ed il municipio di Chomutov spera di riaccendere la propria immagine con una complessa proposta che ha avuto effetto a febbraio. Chiamato "Záchranný kruh" (Salvavita), il piano ha lo scopo di rimuovere quelli a cui la sindaca Ivana Řápková si riferisce come "gente che crea confusione" - incluse prostitute e percettori di previdenza che non pagano l'affitto - dalle aree centrali e dai quartieri residenziali lì attorno.

"Il nostro scopo è aiutare i cittadini decenti", ha detto Řápková. "Per la prima volta nella storia della nostra città, tutti i dipartimenti municipali stanno lavorando assieme... E' un sistema complesso di misure che si indirizza a tutta la gente inadattabile di Chomutov".

Le statistiche di Řápková sono sconcertanti. Le registrazioni del municipio di Chomutov indicano che gli sono dovuti un totale di 240 Kč di affitti arretrati, come pure dalle susseguenti multe, soprattutto da parte di percettori di previdenza. La popolazione di Chomutov attualmente si aggira sui 50.000 abitanti, e si stimano in 8.000 quanti attualmente ricevono sussidi statali, di cui circa l'80% secondo quanto riferito è di origine Rom.

Nonostante la lodi del Ministro degli Interni Ivan Langer e dei residenti dell'area (in oltre 10.000 hanno firmato una petizione online di appoggio alla nuova legislazione in un periodo di otto giorni), l'iniziativa è stata largamente bocciata a livello nazionale, sollevando le critiche dei locali gruppi umanitari e anche di Michael Kocáb, Ministro per i Diritti Umani e le Minoranze. Tra le molte preoccupazioni c'è la nuova procedura che permette agli incaricati comunali di pubblicare i permessi di chi riceve la previdenza, come pure il piano di rilocazione, che trasferisce chi non ha pagato l'affitto dagli appartamenti comunali a blocchi di container in un'area periferica di Chomutov che la città ha comprato quattro anni fa.

Foto Michael Heitmann: I gruppi dei diritti umani considerano l'alloggio in container un piano inadeguato e populista.

Gli incaricati comunali dicono che il 60% degli avvisi di sgombero saranno consegnati entro le prossime due settimane a chi non ha pagato l'affitto. Poco dopo, i primi residenti si sposteranno nei container, poveramente isolati. Precedentemente usati come magazzini, alcuni di questi attualmente mancano di adeguato riscaldamento ed impianto elettrico, ed i residenti avranno l'accesso solo alle docce ed ai ricoveri comunali. Una volta lì, i residenti dovranno pagare 400 Kč ($18) al mese più i servizi.

"Il piano di Řápková è completamente demagogico", ha detto Jarmila Kuchárová, assistente sociale presso il ramo di Chomutov di Člověk v tísni (Gente in Difficoltà), una OnG. "Semplicemente non sono politiche sociali appropriate quelle di rimuovere i residenti dalla loro casa e mandarli in appartamento -di rimpiazzo- che sono così inadeguati."

Tra quanti stanno aspettando la rilocazione c'è Helena Koňová, madre single di tre figli, che attualmente vive provvisoriamente in un appartamento lungo il blocco dove sono situati i container. "Voglio solo vivere come chiunque altro, in un appartamento con l'acqua calda ed il riscaldamento centralizzato," ha detto Koňová, il cui marito è attualmente in prigione. "Non penso che sia troppo chiederlo per una madre con tre figli. Quelli nuovi sono sporchi ed in rovina."

I gruppi umanitari locali hanno fatto un paragone tra le proposte di Řápková e l'altrettanto criticata operazione dell'ex Ministro allo Sviluppo Regionale, Jiří Čunek. Nel 2006, Čunek, che era allora sindaco di Vsetín, Moravia orientale, spostò diverse famiglie rom dai quartieri centrali in case scadenti ai margini della città.

"Politicamente favorevole"

A differenza di Čunek, che espressamente rivendicava che lo scopo del suo piano era di "allontanare il pus dalla ferita", Řápková non fa riferimento esplicito ai cittadini rom nel descrivere la sua proposta ma, dato che la maggior parte di chi riceve assistenza sociale è di origine rom, i gruppi umanitari locali dicono che sono certi la cosa sia implicita.

"E' ovvio che la gente dovrebbe essere obbligata a pagare i propri debiti, indipendentemente dalla sua razza", dice Jan Šipoš, altro assistente sociale di Gente in Difficoltà. "Spostare i residenti in questi blocchi non è differente dal creare un altro ghetto... E' un modo di raggruppare gente di razza simile e creare uno stigma che rimarrà con loro per il resto della vita".

Continua suggerendo che il piano municipale sia ampliamente motivato politicamente. "E' un periodo politicamente favorevole a Řápková per portare [le tematiche rom] in prima linea e nascondere le altre urgenze della città".

Řápková ha rifiutato queste proteste, notando che molti dei residenti che saranno mandati nei container hanno causato molestie domestiche ed hanno, in qualche caso, danneggiato altre proprietà immobiliari cittadine.

"Questa diventerà, naturalmente, una sistemazione di base, e non augurerei a nessuno di viverci", ha detto Řápková. "Non ci siamo preoccupati del colore della pelle, ma se qualsiasi persona pagasse l'affitto e se disturbasse qualcuno nei paraggi. Le stesse politiche saranno applicate a normali famiglie che lavorano e che possono aver contratto debiti".

Šipoš ha detto che la città dovrebbe assumere un approccio più individuale nell'affrontare i debitori che dovrebbe includere il regolare pagamento delle bollette, ed ha detto che la sua organizzazione ha suggerito di sviluppare una politica cittadina che dovrebbe permettere a chi riceve previdenza per estinguere i debiti tramite programmi di servizio comunitario, che prevedano un graduale rientro.

"Come fornitore di servizi sociali, posso dirvi che queste persone di solito non vedono i debiti nella stessa maniera degli altri cittadini", dice. "Non penso che siano state esplorate tutte le opzioni... Questi debiti avrebbero dovuto essere risolti prima, invece di permettere il loro accumulo e poi di portare via tutto a questa gente".

- Naďa Černá contributed to this report.

The writers can be reached at news@praguepost.com

 
Di Fabrizio (del 04/03/2009 @ 08:55:21, in casa, visitato 1183 volte)

Da Roma_Francais

La Gazzette.fr - 28-2-09

Con un aumento, per l'anno 2008, del 110% dei suoi interventi in favore di famiglie che vivono in carovane private di elettricità, l’Association nationale des gens du voyage catholiques (ANGVC) suona il campanello d'allarme. "L'abitare in carovana non è riconosciuto come alloggio e non è protetto da alcuna tregua invernale, così dobbiamo evocare -motivi umanitari- per evitare tagli o riattivare gli allacciamenti a -5 o -10 gradi, per persone che vivono su terreni famigliari da molti anni", sottolinea Marc Beziat, delegato generale dell'associazione.

L’Association nationale internationale tsigane (Asnit) e l’Union française des associations tsiganes (Ufat) confermano questa constatazione e rimarcano che la tendenza in aumento del numero dei conflitti si ripete nel 2009.

[...]

Spesso presi di sorpresa da iniziative dell'Electricité réseau distribution France (ERDF) chiedono di assumersi la responsabilità se rinnovare o meno degli allacciamenti provvisori finora a rinnovati tacitamente, le comunità vivono male l'obbligo di prendere decisioni con una mannaia sulla testa.

"Chiediamo un chiarimento dei rapporti tra i comuni e la ERDF, perché per il momento le regole e le responsabilità non ci sembrano ben stabilite", ha dichiarato lo scorso 26 febbraio il sindaco di Brie-Comte-Robert, sollecitato da alcune famiglie residenti su quel territorio da quattro anni.

Nella Sarthe diversi comuni, tra cui Ruadin Changé, si sono impegnati dalla fine del 2008 per le revisione dei piani locali d'urbanizzazione (PLU). Di fronte a proprietari o locatari di terreno non edificabile che vivono in carovane, i comuni si trovano di fronte a obblighi contraddittori.

Si trovano, da un lato, nell'obbligo di permettere l'accesso di tutti gli abitanti ai servizi fondamentali dell'elettricità e dell'acqua, e dall'altro, devono applicare il codice dell'urbanismo che non riconosce l'abitare in carovane solo su terreni attrezzati. Queste ultime costrizioni necessitano di lunghe procedure tenendo conto del diritto di proprietà, delle possibilità di regolarizzazione dei lotti utilizzati, delle possibilità di scambio di terreno o di rialloggio delle famiglie.

Pour en savoir
Téléchargez la présentation de la législation des branchements par ERDF lors d'un réunion de l'AMF dans l'Isère le 9 juin 2008 (pdf in francese ndr)

Olivier Berthelin

 
Di Fabrizio (del 27/02/2009 @ 09:25:05, in casa, visitato 1815 volte)

Da Roma_Daily_News

ISTANBUL, 24/02/2009 - I residenti di Sulukule che sono spinti ad allontanarsi dalle loro case dalla Municipalità di Fatih ad Istanbul, hanno ottenuto un'udienza per dar voce alle loro preoccupazioni.

Oltre 20 residenti hanno reiterato di essere stati trattati in maniera ingiusta dalla Municipalità di Fatih, nel suo piano di sviluppo di un'area ad alto valore immobiliare.

Il progetto di rinnovamento urbano di Sulukule ha lo scopo di bonificare uno dei quartieri più poveri di Istanbul di cui è una significativa area storica. I residenti di Sulukule sono soprattutto Rom poveri che vivono in appartamenti in affitto.

La maggior parte dei residenti hanno ottenuto sussidi governativi per case popolari a Taşoluk, che costano 750 lire turche di iscrizione ed affitti mensili di 320 lire turche, esclusi gas, elettricità e fatture dell'acqua.

Bassi redditi

Il 50% dei residenti ha redditi mensili inferiori a 500 lire, secondo Neşe Ozan, portavoce di un'organizzazione d'appoggio chiamata La Piattaforma di Sulukule. "Per poter vivere in queste case ha bisogno di un reddito di almeno 1.000 lire, che questa gente non ha", dice Ozan. Dato che la maggior parte dei residenti non può permettersi di abitare nelle case di Taşoluk, sono inadempienti ed hanno occupato case più grandi.

E questi sono i fortunati. Circa 100 famiglie rimangono in un limbo burocratico non avendo garantito il diritto di traslocare a Taşoluk, mentre rimane l'incertezza su quando le loro case a Sulukule verranno demolite. Queste famiglie stanno chiedendo che venga chiarito il loro status.

Mustafa Ustaoğlu, capo del dipartimento di progetto della Municipalità di Fatih, ha detto di aver ascoltato le preoccupazioni dei residenti di Sulukule, e passerà il rapporto ai suoi capi. Ustaoğlu ha anche promesso alle 100 famiglie in attesa che verrà notificato loro entro la fine della settimana la loro qualifica di assistenza governativa.

 
Di Fabrizio (del 20/02/2009 @ 09:33:22, in casa, visitato 2052 volte)

Da British_Roma

Jo Siedlecka - Una parrocchia nell'Essex si sta preparando per sistemare dozzine di donne e bambini Viaggianti nella sua chiesa, dopo che il locale consiglio comunale ha deliberato per lo lo sgombero del loro campo. Alle famiglie sono stati dati solo 45' di preavviso per sgomberare, prima dell'arrivo degli incaricati.

La decisione della Corte d'Appello del 22 gennaio ha aperto la strada al Consiglio di Basildon per demolire le case di Dale Farm, con un'operazione di 1,9 milioni di £. Con oltre 350 residenti, Dale Farm è il più grande sito di Viaggianti in Europa.

Le famiglie acquistarono la terra abbandonata della cintura verde circa dieci anni fa. Pagano le tasse comunali ed hanno costruito lì case semi-permanenti. I bambini sono iscritti alle scuole locali. Ma il Consiglio di Basildon hanno negato i permessi di progettazione. Ogni volta che venivano richiesti, la loro domanda veniva rifiutata.

La comunità ha il forte appoggio delle chiese locali. Maggio scorso, il vescovo cattolico Thomas MacMahon di Brentwood e quello anglicano di Chelmsford, John Gladwin, hanno inaugurato San Cristoforo a Dale Farm, un locale usato come cappella e centro comunitario sponsorizzato dal Consiglio per l'Eguaglianza Razziale dell'Essex.

Il vescovo MacMahon ha detto che la minaccia di sgombero adesso sta causando molta afflizione. Ha aggiunto: "Inoltre focalizza il fatto che il consiglio locale ha la responsabilità di individuare un numero adatto di siti per la comunità viaggiante."

Kathleen McCarthy, della Dale Farm Housing Association ha sottomesso una richiesta a nome dei 300 residenti coinvolti. Ma una richiesta simile è già stata rigettata l'anno scorso sulla base che si erano resi intenzionalmente senza casa.

L'assistente sociale Catherine Riley ha detto di essere molto preoccupata. "Non voglio pensare a cosa succederà quando arriverà lo sgombero. Al momento sono molto demoralizzati. Molti uomini sono all'estero in cerca di lavoro così le donne hanno paura perché non sanno quando gli incaricati verranno a distruggere le loro case."

Frate John Glynn, della parrocchia cattolica di Nostra Signora del Buon Consiglio a Wickford, ha detto: "Tutto quello che ora possiamo fare è aspettare."

"Le famiglie hanno bisogno di un posto dove mandare i bambini quando si muoveranno i bulldozer. Abbiamo offerto posto nella nostra chiesa e anche la Chiesa d'Inghilterra ha offerto spazio."

"Avremo solo 45' di preavviso, così la gente sta aspettando ventiquattrore su ventiquattro. Ci sono 86 famiglie, circa 350 persone,incluso un parto trigemino."

"Sono membri attivi della nostra parrocchia. Per loro è difficile con questa minaccia sopra di loro. Sono gli ultimi indigeni del paese. Se ci sarà lo sgombero, sarò con uno striscione con sopra scritto PULIZIA ETNICA IN CORSO."

Malcolm Buckley, leader del consiglio comunale, ha ammesso che lo sgombero potrebbe essere un'operazione molto traumatica ma si è impegnato ad assicurare che tutto proceda per il verso giusto. D'altra parte, il Consiglio Zingaro ha prove filmate che gli incaricati della Constant & Co, contrattata da Basildon per precedenti sgomberi, ha spesso ignorato le regole di sicurezza ed agito con brutalità verso donne e bambini. Le carovane sono state bruciate e molte proprietà personali distrutte senza motivo.

Gli avvocati che difendono la comunità ha inviato un appello alla House of Lords  e stanno considerando un'istanza alla Corte Europea dei Diritti Umani. Ma tutto ciò potrebbe impiegare due anni e le famiglie hanno paura che non sia garantito loro un posto dove stare.

La parlamentare Julie Morgan ha firmato un appello della comunità all'agenzia della Protezione Civile UE per evitare quello che chiama "un disastro umanitario".

© Independent Catholic News 2009

 
Di Fabrizio (del 11/02/2009 @ 09:22:47, in casa, visitato 1212 volte)

Da Roma_ex_Yugoslavia

B92 Piano d'azione per accampamento Rom

BELGRADO - Un piano d'azione per evacuare l'accampamento Rom illegale di Gazela sarà firmato entro la fine della settimana, dice il vice sindaco di Belgrado Milan Krkobabić.

Lo sviluppo del piano d'azione è previsto non oltre il 31 agosto, ha aggiunto. Ha detto Krkobabić, parlando a B92, che 114 famiglie della zona potranno ricevere una nuova sistemazione, mentre il resto ricadranno sotto la giurisdizione del governo e delle comunità locali da cui provengono.

Il sindaco ha spiegato che il problema verrebbe risolto secondo i modelli delle città europee, così da non creare un'altro quartiere-ghetto, dato che invece agli abitanti verranno fornite nuove sistemazioni in diversi punti di Belgrado.

Ha detto: "Questo è l'inizio. Ma per separare le due cose, questa gente deve spostarsi, devono socializzare, i bambini devono andare a suola e [gli adulti] ottenere un lavoro. Ma i cittadini di Belgrado devono anche essere coscienti del fatto che non possono opporsi ed impedire agli abitanti dell'accampamento sotto il ponte Gazela che verrà abolito, dall'arrivare nel loro quartiere."

Ha aggiunto che simili discriminazioni "non saranno più tollerate."

"Questa amministrazione non le tollererà. Questo significa che i quartieri di Belgrado non saranno più autorizzati a dire che non li vogliono qui o là. Tutti i cittadini di Belgrado sono uguali per questa amministrazione ed hanno pari diritti, ma anche pari obblighi," ha sottolineato Krkobabić.

 
Di Fabrizio (del 07/02/2009 @ 09:30:09, in casa, visitato 1575 volte)
Questo lungo articolo mi è stato segnalato da Betty un po' di tempo fa. Per cause non dipendenti dalla mia volontà posso ripubblicarlo solo adesso, mi scuso con l'interessata.

Tratta dal blog del circolo pasolini di pavia che a sua volta lo mutua da internazionale

L'intelligenza che si sporca le mani
Francesco Careri e una casa vera per i Rom  di Michael Braun

[Architetti pavesi che scrivete lettere firmate in massa per sostenere colleghi progettisti di brutture senza appello, vi invito a leggere quest'articolo e valutare un po' quale sia il miglior e più adeguato contributo che potreste dare a questa città. Anche in termini di civiltà, dello spazio si intende. E quale occasione sarebbe stata se qualcuno di voi si fosse fatto vedere alla ex Snia durante quel lunghissimo 2007 (irene campari)]

Campi nomadi, vecchie fabbriche, casali diroccati. Un architetto romano studia le aree degradate della città per riqualificarle. Rispettando le persone che ci abitano.

"Non aspettarti niente di che!”, dice Francesco Careri al telefono spiegando la scelta del locale. E infatti il ristorante Al biondo Tevere, sulla via Ostiense a Roma, è uno di quei posti popolari e senza pretese dove si mangia con pochi soldi. Una scelta adatta – penso tra me e me – a un architetto che, invece di partecipare ai grandi concorsi, lavora nei campi rom della capitale. Careri m’incuriosisce proprio per questo. Non avevo mai sentito parlare di un architetto che andasse nei campi rom, tra misere baracche e squallidi container, con il progetto di costruire delle case vere, belle, spaziose e funzionali, spendendo poche migliaia di euro. “Vengo spesso a mangiare qui”, spiega Careri mentre cerca inutilmente di dare un ordine ai suoi capelli arruffati, “perché è a due passi dalla sede dell’associazione Stalker”.
E poi non è un posto qualunque: qui Elsa Morante ha scritto La storia, qui hanno girato alcune scene di Bellissima con Anna Magnani, qui Pasolini si è fermato a cena con Pino Pelosi il giorno prima di essere ucciso a Ostia. Nomi che raccontano un’epoca in cui i grandi intellettuali si interessavano alle vicende di chi viveva ai margini della società, di chi abitava nelle baracche, nelle borgate. Oggi gli intellettuali, gli artisti, gli studiosi guardano altrove. A parte qualche rara eccezione, tra cui Francesco Careri. Si mette a ridere quando gli chiedo se è vero che come architetto non punta a costruire niente. Certo, mi spiega, non progetta palazzine per ricchi, non ha voglia di finire sulle riviste di architettura e non è neanche interessato a costruire delle “sculture senza significato”, come definisce i lavori dei grandi architetti. “Ma non m’interessa neanche battermi contro tutto questo”, precisa.

Un nucleo indipendente

Quando racconta la sua vita da studente cambia soggetto, usando il “noi”. Per “noi” intende chi ha partecipato al movimento della Pantera nel 1990, che ha portato alle occupazioni di molte università in tutto il paese: “Il nostro movimento è stato sottovalutato, ma ha segnato tutta una generazione”. Pochissimi sono entrati nei circuiti della politica istituzionale, alcuni sono finiti nei centri sociali, altri – come lui – non hanno preso tessere di partito, ma hanno continuato a essere critici e a parlare in modo indipendente. Da questo nucleo di studenti di architettura nasce Stalker. Careri indica l’altra sponda del Tevere, che vediamo dalla finestra del ristorante. “Lì, nel 1993, Stalker ha fatto la sua prima azione”. A quei tempi la riva del fiume era coperta da cespugli, rovi e spine. I ragazzi di Stalker occuparono il terreno per creare un parco abusivo, “un parco wild”, dice Careri con gli occhi che gli brillano. Poi, invitarono degli artisti e organizzarono delle feste. Una prima esperienza che si ripeterà nel tempo. Dopo aver capito che c’erano delle parti di Roma ancora da sfruttare, altri hanno copiato l’idea. In seguito quel tratto di riva del fiume è stato disboscato e ci hanno costruito la pista ciclabile: il paesaggio wild amato da Careri non c’è più. Da allora il collettivo Stalker non si è più fermato, nel vero senso della parola. Scoprire la città camminando è il motto dell’associazione. Scoprire quella parte di Roma sconosciuta a molti romani, ma dove abitano molti emarginati, e fatta di aree abbandonate, di casali diroccati, di fabbriche dismesse. Il campo Boario, un grande spazio di fronte all’ex mattatoio di Roma, è vicinissimo al centro, ma nel 1999 era completamente abbandonato, come “un buco nero nella città”. Questa volta Careri e gli amici di Stalker non si accontentano di “andare, vedere, capire”. Decidono di intervenire sul tessuto sociale di quel luogo, dove c’è già un centro sociale, una baraccopoli di senegalesi e marocchini, e un grande campo dove i rom kalderash tengono le roulotte. Insieme a un gruppo di curdi creano il centro culturale Ararat. I romani, così, scoprono il mattatoio. E il comune ci mette le mani. L’ex sindaco di Roma, Walter Veltroni, trasforma l’area in una Città delle arti e inaugura, ironia della sorte, una Città dell’altra economia. Ma prima manda via i rom. “Come se loro non fossero l’altra economia per eccellenza”, fa notare con rabbia Careri, perché la comunità di rom istriani era perfettamente integrata nel quartiere. Veltroni avrebbe fatto meglio a valorizzare quest’esempio positivo di insediamento rom nella città, invece di cacciare i nomadi in periferia. Ancora una volta, Stalker e quelli che gravitavano intorno al campo Boario sono espropriati delle loro idee per trovarle realizzate da qualcun altro e, allo stesso tempo, snaturate. Il bilancio per Stalker è negativo: “Siamo stati l’elemento attraverso cui la città è entrata in una realtà per mandare via tutti quelli che ne facevano parte”. Ma Careri non si arrende: “Noi siamo già altrove”. Altrove è dalle parti di Corviale, un palazzone mostruoso lungo un chilometro, dove vivono diecimila persone. Completato nel 1983, fu presentato come un esempio di “architettura moderna, sociale, rivoluzionaria”.
Ma fu subito dimenticato da politici e architetti, e lasciato senza servizi. In poco tempo è diventato sinonimo di degrado urbano. “La gente si vergognava di dire che abitava al Corviale perché tutti pensavano che lì vivessero solo ladri e drogati”, racconta Careri. Con l’aiuto degli abitanti, Stalker mette su una tv di quartiere per raccontare l’altro Corviale, quello di chi ci vive, “gente normalissima” ma percepita come lontana dal modello sociale dominante.

Passeggiata istruttiva

Oggi gli esclusi per eccellenza sono i rom. Careri li incontra di nuovo nel 2005. Nel frattempo è diventato ricercatore del Dipartimento di studi urbani dell’università Roma Tre. Organizza un seminario itinerante e porta i suoi studenti sulle sponde del Tevere. Fa camminare i ragazzi per più di cinquanta chilometri da Ostia a Prima Porta, scoprendo 54 insediamenti piccoli e grandi. Più di duemila persone vivono in tende o in baracche poverissime. Tre anni fa “l’emergenza rom” era ancora lontana e il sindaco Veltroni negava l’esistenza dei campi lungo il fiume. Non sono lontani invece i piani per risolvere definitivamente il problema della sistemazione dei rom in città. Careri fa una smorfia quando parla di “campi della solidarietà”, lasciando intendere l’ipocrisia linguistica che si nasconde dietro i progetti dell’amministrazione Veltroni. Un esempio è il megacampo di Castel Romano, fuori Roma: “Milleduecento persone chiuse in container, intorno a loro neanche un albero, solo ghiaia e polvere”. Da qui nasce l’idea del Savorengo Ker (“casa di tutti”, in lingua romanes), come alternativa radicale alla politica che vuole rinchiudere i nomadi in insediamenti spostati sempre più nelle estreme periferie. Per il suo progetto Careri sceglie il campo Casilino 900, dove da decenni centinaia di rom vivono nelle baracche in mezzo al fango. Careri fa i calcoli in un minuto: un container di 32 metri quadri, che secondo le norme vigenti è sufficiente per sei persone, costa 22mila euro. La “casa di tutti” può costare molto meno e offrire molto di più. Una decina di rom e altrettanti studenti si mettono al lavoro. “Non abbiamo progettato niente”, ride Careri, “la casa è venuta fuori così”. Stalker si è limitata ad ascoltare. “I rom sanno costruire le case”, dice Careri, sottolineando la loro capacità di riciclare i materiali per farne lavandini, finestre, pavimenti. Le foto mostrano una costruzione in legno a due piani, un ampio terrazzo, una scala esterna, “un po’ stile Dallas, come una telenovela”, scherza l’architetto. Comunque è (o meglio “era”) molto più bella del container: è una vera casa in legno di 70 metri quadri, che è costata solo ottomila euro. Savorengo Ker potrebbe diventare un modello, se solo qualcuno fosse interessato a considerare i rom come qualcosa di diverso da un “problema da risolvere”. La casa ha provocato subito reazioni negative. Nessun rappresentante delle istituzioni ha partecipato all’inaugurazione e il municipio (il cui presidente è dei Comunisti italiani) ha fatto fermare i lavori a causa delle proteste degli abitanti del quartiere.
Alla fine la casa è stata misteriosamente incendiata. “Destra, sinistra… quando si parla di rom l’odio è trasversale”, afferma Careri. Di Savorengo Ker è rimasto solo un mucchio di legno annerito. Ma Careri è sicuro che il progetto ha dimostrato molte cose: “La maggior parte dei rom non è nomade ma vuole una casa vera. L’integrazione si raggiunge con la cooperazione tra rom e gagé (i “non zingari”) e non con i progetti che ghettizzano i nomadi. I campi devono essere chiusi. E sostituiti da programmi che aiutino i rom a costruirsi le case da soli”. Il sindaco Gianni Alemanno è deciso ad andare avanti sulla strada “spianata da Veltroni”, che prevede la creazione di nuovi grandi campi. “Magari li faranno con le case in legno, costruite dai rom. Ma non sarebbe la nostra soluzione”. Careri teme solo una cosa: che, ancora una volta, le sue idee vengano prese e snaturate.

Michael Braun è il corrispondente dall’Italia della Tageszeitung di Berlino.

"Internazionale", n. 778
venerdì, 16 gennaio 2009 -
alle ore 15:07 *** link al post *** commenti

 
Di Fabrizio (del 15/12/2008 @ 09:20:51, in casa, visitato 1536 volte)

Come promesso ieri, CityRom va in via Impastato a Milano

(@2008 google - Immagini @2008 digitalGlobe, Cnes/Spot image, GeoEye)

Il piccolo campo comunale di via Impastato occupa un "vuoto" di forma quadrata tra via Rogoredo, la tangenziale Est - nei pressi dello svincolo per l’autostrada del Sole - e l’anello di prova per i treni del deposito di Rogoredo della Metropolitana 3.
Il campo è costituito da un piazzale di terra battuta con tre piccole case prefabbricate e alcuni container ed è situato dietro un terrapieno che ne nasconde la vista dalla strada. È occupato interamente dai membri di una stessa famiglia, quella dei Bezzecchi, in tutto una quarantina di persone. Giorgio Bezzecchi, vice-presidente nazionale dell’Opera Nomadi, che ha lavorato 23 anni all’Ufficio nomadi del Comune, racconta come la sua famiglia si è dovuta trasferire in questo campo comunale cinque anni fa dopo vare vissuto per ventanni in affitto su un terreno demaniale nelle vicinanze. Secondo Pasquale Maggiore dell’Ufficio nomadi del Comune per la famiglia Bezzecchi essere spostata in un campo comunale anziché pagare l’affitto per il terreno che occupavano costituisce una regressione. Goffredo Bezzecchi, patriarca della famiglia, infatti, aveva scelto di non vivere in un campo nomadi, rifiutando l’assistenzialismo del Comune e questo era un segno di responsabilità e autonomia che avrebbe dovuto essere sostenuto anziché frustrato.
Il 6 giugno 2008 all’alba il campo nomadi fu oggetto di un "blitz" della polizia per effettuare il "Censimento dei rom" voluto da valerio Lombardi, super commissario per i rom con gli ampi poteri previsti dall’ordinanza della Presidenza del Consiglio. Fu il primo e l’ultimo effettuato nei campi autorizzati di rom cittadini italiani, dopo che la vigorosa protesta degli interessati e dell’opinione pubblica mise in evidenza gli aspetti discriminatori e anticostituzionali dell’iniziativa.



Giorgio Bezzecchi
Siamo rom harvati, cittadini italiani anche se la mia famiglia è di origine slovena, che vuol dire che fino alla prima guerra mondiale aveva la cittadinanza austriaca e poi abbiamo scelto di essere italiani. Mio nonno, il padre di mio padre, era un militare italiano. È andato in guerra e non è più tornato. Mio padre è stato in campo di concentramento durante il fascismo… Girava con la giostra ma ha deciso di fermarsi e nel 1966 ha affittato con un regolare contratto un terreno demaniale, in via Bonfadini, nei pressi di quello che è ora il campo comunale dei rom abruzzesi, su cui ha posizionato delle strutture facilmente rimovibili: prefabbricati, case mobili. Pagavamo un regolare affitto, l’acqua e la luce. Abbiamo dovuto lasciare l’area perché era interessata a lavori pubblici: doveva passare il Tav, il treno ad alta velocità. Non volevamo stare nello stesso campo dei rom abruzzesi, che il Comune aveva costruito nel 1987 e abbiamo chiesto un’altra soluzione. Ci hanno dato quest’area di risulta. L’area non é stata attrezzata e nemmeno pavimentata. L’unico intervento strutturale fatto dal Comune è stato quello di costruire questa montagna alta oltre due metri per nascondere il campo alla vista del quartiere. C’è l’allacciamento all’acqua, alla fogna e all’elettricità e vengono pagate tutte le utenze, perché ogni famiglia ha un contratto privato con l’Enel e l’AEM, cosa che non accade negli altri campi. Abbiamo firmato una specie di contratto e il Comune ha dato un tot di metri quadri a famiglia e alla casa abbiamo dovuto provvedere noi. Nei campi nomadi c’è il regolamento che vale per il circo e si possono posizionare solo strutture non ancorate a terra, facilmente rimovibili. Questa casa dei miei genitori è un prefabbricato. Era in via Bonfadini, è stata divisa in due, caricata e trasportata coi "trasporti eccezionali". Una casa di questo tipo quando è nuova si può trasportare anche più di una volta, ma quando ha trent’anni come questa, nel trasporto, si rompe…vedete le crepe? L’ho detto anche a mio fratello che ne ha comprata una da poco: se tra quindici anni la devi spostare, si rompe tutta…
Gli altri stanno nei container perché non possono permettersi queste casette, che sono a norma ma costano molto. Se si chiede ai Rom dove preferirebbero abitare, non si ottiene una risposta univoca. In questo campo, alcuni ragazzi giovani hanno fatto domanda di alloggio popolare; uno o due ha anche occupato abusivamente un alloggio popolare, come molti italiani. Mio padre vuole continuare a vivere in questo modo, mia sorella anche, l’altro mio fratello anche… Una mattina di giugno alle cinque si sono presentati 70 agenti – da notare che in questo campo vivono 40 persone –: Carabinieri, Polizia di Stato, Polizia Municipale e furgone della Scientifica. Hanno circondato il campo e hanno svegliato tutti. In base all’ordinanza di Berlusconi, siamo stati censiti, fotografati, sottoposti a rilievi dattiloscopici dalla Polizia Scientifica. Anche i bambini. Si è istituito per noi un archivio speciale in Prefettura, nonostante siamo cittadini italiani, residenti in via Impastato, regolarmente registrati all’anagrafe civica. Un intervento istituzionale differenziato. Sarebbe bastato andare in anagrafe per rilevare le presenze. Per fortuna la nostra è rimasta l’unica famiglia italiana che è stata censita. Per ora in questo archivio parallelo ci sono solo la mia famiglia e i Rom stranieri. Siamo riusciti in qualche modo, sembra, a fermare il censimento attraverso la Procura. Abbiamo presentato un esposto citando il capo del Governo, il Sindaco e il capo della Polizia…




Goffredo Bezzecchi
O fai lo zingaro e giri o quando ti fermi ti devono dare la possibilità di farti una casa, comprartela, sennò sei fuori… Prima io giravo perché avevo le giostrine. Non mi sarei fermato con la mia giostrina, anche se mi avessero regalato un posto io non ci sarei stato. Andava bene così: mi fermavo due o tre giorni e non davo fastidio. Poi me ne ne andavo e il posto rimaneva pulito. Allora era diverso: avevi la giostrina e ci vivevi, non c’erano tante esigenze. Oggi fare lo zingaro non è facile. Mi sono fermato perché avevo otto figli e ho preferito per loro la scuola e il lavoro. Mi sono fermato in via Bonfadini. Ero in affitto su un terreno e non volevo vivere nel campo nomadi. Il funzionario era una brava persona, adesso è in pensione. Lui e la moglie mi hanno aiutato molto, anche per il lavoro. Io ho detto "pago l’affitto" e sono andato avanti per tanti anni, e i ragazzi andavano a scuola. E dalla scuola sono passati al lavoro: uno ha fatto per 19 anni il portinaio; mio figlio Paolo da 30 anni lavora sempre sotto lo stesso padrone; Giorgio è stato assunto dal Comune. Alcuni fanno i lavori che trovano: mia figlia stamattina è partita alle cinque per andare a lavorare in un’impresa di pulizie… Io sono scappato dal campo e mi sono accorto che i miei figli hanno una testa, non sono stupidi e possono farcela. A molti invece il campo fa comodo, specialmente ai furbacchioni. A molti piace scroccare, ma non solo ai rom. Anche nelle case popolari ci sono i furbacchioni. Ma se non puoi andare fuori dal campo, dove vai? Se non ti lasciano, non hai scelta… Io ormai alla mia età non ci andrei più a vivere in una casa e ci sono alcuni ragazzi che continuano a preferire vivere qui, nella casetta o nel container, ma con mio figlio Giorgio, che ha sposato una gagia ho insistito. Gli ho detto "per amor di Dio, tu non devi più stare qui con la tua signora, lei è abituata a stare in una casa…".

(Il sopralluogo al campo e le interviste a Goffredo e Giorgio e Bezzecchi sono stati effettuati il 22 ottobre 2008, l’intervista a Pasquale Maggiore il 16 ottobre 2008 )

 

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