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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Fabrizio (del 13/07/2008 @ 09:28:39, in Kumpanija, visitato 1153 volte)

Da Roma_Francais

La Provence Gli evangelici non vogliono più essere mostrati a dito

Occupano tre siti ad Istres ma dicono di rispettare la legge. Quando ci sono le aree

Espulsi da un altro terreno proprio prima di arrivare ad Istres, questo gruppo della missione "Vie et Lumière" s'è installato da più di una settimana su di un terreno privato delle Tartugues. Foto J.R.

Pubblicato lunedì 7 luglio 2008 alle 07H55 - Come distinguere a colpo sicuro gli evangelici dal resto della gens du voyage? Facile. Appena installati, rivestono un capitello che serve loro da tempio, la loro "cattedrale di tela".

Questo perché la religione è al centro del loro accampamento come lo è al cuore del loro modo di vita. E la Bibbia accompagna spesso le tavole del camping. Tre gruppi - è il termine consacrato - della missione "Vie et lumière" si sono installati nei giorni scorsi a Istres, su dei terreni appartenenti alla SAN, alla Città e ad un privato.

Si tratta senza dubbio di occupazioni illegali - che hanno d'altronde dato luogo a procedure per direttissima per gli accampamenti di Deven e dello stadio Audibert - gli evangelici non vogliono più passare per "ladri di polli, ladri di bambini, mangiatori di ricci che vivono in mezzo ai rifiuti" dice il portavoce del gruppo installato alle Tartugues, per gli altri pastori.

Per provarlo, ricorda che chiunque è il benvenuto, cristiano o no, perché "Vie et Lumière" è prima di tutto una missione evangelica aperta al dialogo, con statuto di associazione culturale e membro della federazione protestante di Francia.

"Occorre vedere che l'evangelo ha portato enormemente al nostro popolo e ci comanda di vivere nel dritto cammino, di avere un lavoro, prosegue il pastore. Occorre osservare da vicino prima di esprimere un giudizio. Noi siamo zigani ma siamo tutti francesi e soprattutto, lavoriamo. Io, impaglio le sedie, molti sono commercianti e fanno i mercati, ecc. Ma è vero che in "Vie et Lumière", come dappertutto, può esserci chi non rispetta la legge, esistono pure dei gendarmi che sono ladri la notte!".

A capo di qualche settimana - meno a d' essere sloggiati prima - "Vie et Lumière" finisce sempre col levare il campo. La prossima tappa di questo viaggio ininterrotto potrebbe essere la convenzione annuale, che sarà organizzata in un luogo ed una data ancora sconosciuti.

E' lo Stato che ogni anno decide dove si svolgerà questo grande incontro, che riunisce in agosto dozzine di migliaia di evangelici.


Le carovane hanno lasciato Audibert

Ieri pomeriggio tardi, le carovane che occupavano lo stadio Audibert da più di una settimana hanno impacchettato i bagagli ed lasciato il luogo, in convoglio, poco dopo le 18.00. Questa riunione evangelica s'era installata di forza sul prato dello stadio e non sul parcheggio, perturbando le colture e causando danni all'erba.

Par Joël Rumello (jrumello@laprovence-presse.fr)

 
Di Fabrizio (del 10/07/2008 @ 09:14:59, in Kumpanija, visitato 1619 volte)

Da British_Roma

The Independent di domenica 6 luglio 2008
"No blacks, no dogs, no Gypsies"

Le insegne razziste non sono così lontane, dicono i Viaggianti, mentre si uniscono per combattere il pregiudizio e difendere i loro diritti

By Rachel Shields: Zingari e Viaggianti nel Regno Unito si stanno unendo per formare una coalizione nazionale per combattere quello che descrivono come una rapida crescita dei livelli di razzismo e discriminazione.

I leader della più grande organizzazione di Zingari e Viaggianti una riunione che non ha precedenti per la fine del mese con lo scopo di mettere assieme i 300.000 Rom, Zingari Irlandesi Gallesi e Scozzesi ed i Viaggianti del paese in una federazione nazionale.

Due tra le più grandi associazioni di Zingari e Viaggianti - il Gypsy Council ed il Southern England Romany Gypsy and Irish Traveller Network - sono coinvolti nell'iniziativa.

Gli studi negli anni recenti hanno mostrato che Zingari e Viaggianti sperimentano più razzismo di ogni altro gruppo nel Regno Unito, incluso i richiedenti asilo. I più recenti sondaggi Mori sull'argomento rivelano che un terzo dei residenti ammettono di avere pregiudizi contro Zingari e Viaggianti, mentre un rapporto della Commissione Europea pubblicato settimana scorsa dimostra che milioni di persone di origine Rom è tuttora soggetto a discriminazione persistente.

I Viaggianti sono viaggianti, non importa la loro etnia - siamo tutti marginalizzati e incatramati alla stessa spazzola," ha detto Richard Sheridan, presidente del Gypsy Council.

"Non penso che la situazione nel Regno Unito sia cambiata molto dagli anni '60 - i cartelli "No neri, no cani, no Zingari" non sono così lontani.

"Unirci ci farà proseguire - se a bordo siamo di più sarà più facile alzarci per i nostri diritti," ha detto Sheridan.

John Johnson, presidente del Southern England Romany Gypsy and Irish Traveller Network, ha aggiunto: "Vogliamo essere visti come una comunità coesa."

Secondo l'Associazione Medica Britannica, la comunità ha la più bassa aspettativa di vita ed il più alto tasso di mortalità infantile nel Regno Unito.

Gli Zingari nomadici pagano un prezzo particolarmente alto quando si tratta di assistenza sanitaria, dato che l'assenza di un indirizzo permanente rende più difficile la registrazione nel Sistema Sanitario. Vengono anche riportati bassi livelli di scolarizzazione ed alti tassi di analfabetismo tra i bambini Viaggianti, dovuti ad interruzione scolastica e bullismo.

Il British National Party ha affermato nella precedente campagna elettorale che sgombererà i Viaggianti, mentre l'organizzazione Minority Rights Group International riporta che ci sono stati attacchi razzisti contro campi di sosta nel Regno Unito, molti dei quali non sono stati denunciati alla polizia.

"Per la mia esperienza il razzismo contro i Viaggianti è definitivamente peggiorato negli ultimi 40 anni. In alcuni punti d'Europa, questo è dovuto alla caduta del comunismo e al crescere del nazionalismo, ma nel Regno Unito è probabilmente collegato con l'opposizione all'immigrazione," ha detto Grattan Puxon, fondatore del Gypsy Council ed autore di numerosi libri sulla comunità dei Viaggianti, il più recente dei quali è il racconto del 2007 Freeborn Traveller.

"In questo momento stanno succedendo molte cose nella comunità Zingara. L'unificazione ci permetterà un'azione di lobbying più efficace," ha detto.

 
Di Fabrizio (del 05/07/2008 @ 19:38:57, in Kumpanija, visitato 1739 volte)

Questa notte è morto Andrea Bertol, amico personale e figura storica dell'Opera Nomadi Milanese e Nazionale.

Una malattia che non lascia speranze se l'è portato via e con lui un po' di tutti noi.

Andrea fu uno dei maestri "Lacio Drom" ad occuparsi in prima persona della scolarizzazione dei bambini rom, insieme ad alcuni che compaiono in questo stesso indirizzario e da allora non aveva più abbandonato i problemi che attanagliano la vita di queste comunità, rimanendoci vicino e seguendoci in ogni occasione.

Il suo ricordo, così come il peso della sua assenza, rimarrà sempre parte di noi.

Giorgio Bezzecchi - Maurizio Pagani

 
Di Fabrizio (del 24/06/2008 @ 09:01:09, in Kumpanija, visitato 1215 volte)

Da Roma_Daily_News

Indo-Asian News Service

Giovedì 19 giugno 2008 (Mumbai) -Per secoli sono stati temuti, disprezzati ed invidiati. Gli zingari, una minoranza etnica europea, continuano ad affrontare una discriminazione che non è molto differente da quella che i Dalit in India devono contendersi.

Una squadra di funzionari ungheresi, nazione che ha un'alta popolazione di zingari itineranti, è stata a Mumbay per studiare il lavoro fatto per migliorare la vita dei Dalit e portare a casa qualche lezione.

"Gli Zingari sono stati considerati uno strano popolo quando erano nomadi, e questo fu 200 anni fa. L'alienazione continua." dice Timea Borovzsky, capo del Direttorato Generale per le Pari Opportunità (DGEO) del Ministero Ungherese per l'Istruzione e la Cultura.

"E' come la discriminazione di casta contro i Dalit in India," dice Borovzsky.

Borovzsky assieme ad altri due membri del DGEO ha visitato a lungo le asciutte alture interne della regione del Vidarbha nel nord est della Maharashtra.

Durante la loro tranquilla visita, hanno studiato come i Dalit vivono in capanne illuminate dei lampi degli uragani e fanno fronte a pregiudizi di casta.

"Volevamo vedere di persona che tipo di progetti sono stati implementati in India per aiutare i Dalit a rialzarsi," dice Gabor Sarkozi, vice direttore generale di DGEO.

"In Europa ci sono 15 milioni di Zingari ed in Ungheria, la popolazione è tra i 600.000 e  700.000. Sono la più grande minoranza etnica e la comunità più oltraggiata," aggiunge Sarkozi.

Suri Szilivia, ricercatrice ed interprete di DGEO, dice. "Gli Zingari o Cigan come sono chiamati in Ungheria, hanno una connessione millenaria con l'India. Le semantiche del loro linguaggio è simile al Sanscrito."

"Ma oltre a ciò, il riformatore sociale indiano Babasaheb Ambedkar è una figura riverita da loro come pure da noi ricercatori in Ungheria," dice Suri.

"Nei posti pubblici, i membri della maggioranza comunitaria vorrebbero andare via piuttosto che essere visti con un Cigan. I Rom sono serviti con riluttanza negli hotel e raramente vengono offerti loro lavori rispettabili. Persino il tono verso di loro ha una tinta derogatoria." aggiunge Suri.

Sarkozi puntualizza che in Ungheria, "gli zingari (una parola politicamente scorretta) o Rom o Cigan sono costretti a vivere con mitici stereotipi sociali come quelli che da voi (India) hanno le cosiddette tribù criminali."

"Sono scuri di pelle ed hanno i più alti tassi di abbandono scolastico. Sono guardati dall'alto in basso e la gente li evita. Vivono in ghetti, anche se questi slums non sono così male come quelli che abbiamo visto nei villaggi vicino a Nagpur,'' dice Sarkozi.

Sarkozi dice anche che il governo ungherese negli ultimi anni ha tentato di sollevare questa comunità che, attualmente ha i più alti tassi di disoccupazione e campa di lavori stagionali nel campo delle costruzioni o di lavori agricoli dallo stipendio quotidiano.

Secondo Borovszky, ''Una delle ragioni per cui abbiamo selezionato l'India è stata precisamente per la natura della discriminazione che è tanto simile tra loro e i Dalit."

"Abbiamo trovato diversi progetti estremamente interessanti, innovativi e socialmente rilevanti nel portare un cambio a comunità depresse e marginalizzate," dice Borovszky.

Sarkozi ha detto che la discriminazione è diventata più aperta negli ultimi 20 anni. "Durante il regime comunista non era così. Ma ora stanno emergendo strutture parallele di discriminazione. Vogliamo che siano assorbiti nella società maggioritaria e siano trattati con equità."

Quindi cosa dire sull'apartheid per questa comunità nelle istituzioni?

"Benché non ci siano politiche simili, un progetto simile è stato a suo tempo introdotto, ma senza successo. Negli ultimi 20 anni, sono cresciuti diversi gruppi come i neonazisti e gli skinhead. Finora non sono diventati violenti, ma sono estremamente virulenti riguardo tali politiche," dice Sarkozi.

Parlando dei progetti che questo gruppo di studio intende introdurre in Ungheria, dice Szilivia, "Intendiamo sviluppare il progetto ed inoltre introdurre laboratori per gli insegnati, così che possano imparare come entrare in empatia con questi popoli marginalizzati."

"Nel nostro giro, abbiamo trovato associazioni caritative ed OnG che lavorano con i Dalit, unendosi empaticamente con forza irreprimibile. E' una cosa che vogliamo infondere tra gli insegnanti che lavorano in scuole per gli zingari," aggiunge Sarkozi.

 
Di Fabrizio (del 19/06/2008 @ 09:27:20, in Kumpanija, visitato 1999 volte)

Da Mundo_Gitano

Por: Terra Actualidad - EFE GITANO E PALESTINESE, DOPPIA DISCRIMINAZIONE

[05-06-2008] A Gerusalemme, dove le identità hanno una rilevanza speciale, circa 170 famiglie coniugano le loro radici Gitane con la loro condizione di palestinesi in un esercizio di equilibrismo che li lascia nella terra di nessuno.

Le autorità israeliane li trattano come qualsiasi altro arabo, mentre la maggioranza dei palestinesi li percepisce con gli stessi stereotipi che perseguitano i Gitani ovunque siano.

Serva come esempio che il termine arabo per Gitano, "nawar", è peggiorativo e di solito accompagnato da uno sputo a terra.

Loro, i Gitani dell'est del Mediterraneo e del Medio Oriente, si autodenominano Domari (da "Dom" che significa uomo nella loro lingua nativa) e sono in maggioranza musulmani, a differenza dei Rom, che si stabilirono in Europa e professano il cristianesimo.

La loro presenza a Gerusalemme è documentata dal XIX secolo, dove oggi si ripartiscono tra Bab Hutta - un umile quartiere dentro la cittadella murata -, Ras Al-Amud o Silwan.

A prima vista, niente li distingue dai loro vicini: parlano arabo, vivono nella parte palestinese della città ed non si sono neppure liberati dall'esilio nei conflitti bellici con Israele.

Durante la Guerra dei Sei Giorni del 1967, arrivarono in Giordania non meno che 34.000-35.000 gitani che risiedevano a Gerusalemme.

Il Centro d'Investigazione Domari riconosce la difficoltà di dare il numero di Gitani che oggi vivono nei territori palestinesi perché molti rifiutano di definirsi come tali.

Si calcola, tuttavia, che siano circa 7.000 tra Israele ed i territori palestinesi, più della metà di loro nella striscia di Gaza, dove storicamente hanno tenuto molti contatti coi loro compagni di origine e diaspora egizi.

"Abbiamo lo stesso problema del resto dei palestinesi: l'occupazione israeliana", sentenzia Abdelhakim Salim, il muktar (una specie di notabile) di questa comunità a Gerusalemme.

Non è del tutto così. I Gitani si confrontano con danni sociali specifici che vanno oltre gli arresti, registri all'alba e barriere al movimento, che racconta il muktar.

Per iniziare, i Domari della cittàsanta viveno in media in locali di otto persone dove entrano solamente 700 dollari (450 euro) al mese.

Inoltre, lamentano indici di analfabetismo (circa il 40%) ed assenteismo scolare molto superiore a quello dei palestinesi, uno dei popoli più capace di leggere e scrivere nel Medio Oriente.

Le droghe inoltre causano stragi tra i giovani, si suppone il 75% dei Gitani di Gerusalemme, spiega Imad Jauny, direttore esecutivo di Burj Al Luq Luq, un'istituzione che tenta di evitare che i bambini e gli adolescenti che non vanno a scuola passino tutto il giorno per la strada.

"La loro autostima come collettivo è molto bassa. Lo vediamo nella gente  con cui lavoriamo", aggiunge Jauny prima di indicare che il 90% dei frequentatori del suo centro sociale sono Gitani.

Per cambiare questo ordine di cose, Amoun Sleem creò nel 1999 il Centro Domari, col quale prova a migliorare il livello di vita della comunità Gitana e frenare la progressiva sparizione della loro cultura.

Sleem teme che l'eredità Gitana muoia schiacciata tra l'indifferenza delle autorità israeliane, "che rifiutano di considerarci come minoranza in una città che ne è piena", e l'assimilazione interessata dei palestinesi.

Tutto questo con il tempo contro, così che solo alcuni anziani sono capaci di esprimersi in Domari, mentre i balli e i vestiti propri sono quasi finiti nell'oblio.

"Io non mi considero palestinese. Non mi vergogno a definirmi Gitana di Gerusalemme. Viviamo qui da duecento anni e stiamo perdendo le nostre tradizioni", lamenta la fondatrice di questa società che l'anno scorso visitò lo scrittore israeliano e Premio Principe delle Asturie Amos Oz.

E' una delle ultime sfide di un collettivo discriminato per partita doppia - tanto come Gitano che come palestinese - che cerca il suo posto come minoranza dentro una minoranza.

 
Di Fabrizio (del 17/06/2008 @ 11:44:30, in Kumpanija, visitato 1666 volte)

Ricevo da Maria Grazia Dicati

La rivincita gitana : Col circo capirete la nostra anima

Repubblica - 13 giugno 2008 - PARIGI

Roulotte sgangherate e tutte con le porte aperte. Una capra legata a un albero. Bambini che sgambettano ovunque. Due ragazzi lavano una automobile assai più nuova delle loro case su ruote. Sullo sfondo, un silenzioso tendone di circo. Nel piccolo campo nomadi alla Porte de Champerret - nord ovest di Parigi, a pochi minuti di automobile dai Campi Elisi - si entra spostando una transenna di ferro. Ci viene incontro Delia, la quarantina con un viso di venti, capelli lunghi e denti d' oro. È la moglie di Alexandre Romanès, poeta, ex acrobata e domatore, ex liutista barocco con la passione di Monteverdi, creatore e direttore del circo che porta il suo nome. Un vero circo tzigano, con veri musicisti tzigani, con acrobati e giocolieri tzigani. Zingari con le stesse facce di quelli che, da noi, se si avvicinano ci allontaniamo.

Dal 14 al 22 giugno il piccolo campo del Cirque Romanès si installerà a Brescia perché il nuovo spettacolo "La regina delle pozzanghere" sarà ospite della nona edizione della Festa Internazionale del Circo Contemporaneo.

Dal 26 al 29 si sposterà a Mantova, nella rassegna "Teatro - Arlecchino d' oro".
Nel paese che vuole cacciare gli zingari, in terra di Lega, i bambini delle province più ricche si delizieranno sotto il tendone rattoppato e allegro di tessuti indiani; applaudiranno bambini come loro che però non vanno a scuola e già hanno un mestiere; e alla fine dello spettacolo - un gioiello di semplicità e poesia - chiederanno alla mamma un bombolone appena uscito fresco di frittura da una roulotte, e la mamma penserà che per una volta va bene dare soldi agli zingari, perché hanno lavorato e se li sono meritati.

«Quello che sta accadendo nel vostro paese ha un colpevole: l' Europa" esordisce Alexandre Romanès.

Sputa fuori il concetto e si vede che lo rimugina da tempo. «Dal 1989, anno della caduta del Muro, tutti i governi della Comunità sapevano che prima o poi la Romania e la Bulgaria sarebbero entrate in Europa. Hanno avuto decenni per mettersi d' accordo tra loro e dirsi: sappiamo che in questi due paesi ci sono due minoranze che versano in condizioni terribili.

Un problema così non di risolve nel momento in cui si pone. E adesso la casa brucia perché i responsabili politici di destra e di sinistra non sono stati previdenti: potevano comprare estintori e non l' hanno fatto».

Alexandre Romanès appartiene alla grande famiglia circense dei Bouglione, gitani piemontesi francesizzati (si pronuncia Boug-lione). «Veniamo dall' India, poi Afghanistan, Turchia, Grecia: siamo della tribù dei Sinti piemontesi e il cognome Bouglione l' abbiamo preso in Italia.

Quasi tutte le famiglie circensi italiane sono gitane». Romanès lascia il circo di suo padre («Mi sembrava un hangar, avevamo quaranta camion, e tutti in famiglia avevano diamanti al dito e Rolls Royce. Non era per me») poco più che adolescente e si mette a fare l' acrobata sulle "scale libere" per la strada. A vent' anni incontra una poetessa francese, Lydie Dattas: per lei e grazie a lei impara a leggere e scrivere, e inizia a leggere la poesia. Un giorno del '77, mentre sta facendo il numero in equilibrio sulle scale a pioli, lo avvicina Jean Genet. Insieme progettano un circo poetico. Avrebbe dovuto durare quattro ore. Genet voleva un cavallo arabo e un cigno nero. «Non l' abbiamo mai montato, quel circo: era troppo presto per me, dopo il rifiuto del tendone di mio padre. Di Genet sono stato amico, mai amante. Fino alla fine, quando l' accompagnavo a Villejuif, nell' ospedale dei tumori. E' morto a 76 anni nell' 86».

Nel frattempo Alexandre Romanès comincia a scrivere poesie. Nel '98 esce "Un peuple de promeneurs", un popolo di "passeggiatori". Nel grande e disperato campo nomadi di Nanterre (oggi smantellato) ha incontrato Delia, gitana rumena-ungherese, che ha già tre figli da un marito che se ne è andato.

Avranno altre due bambine e Alexandre adotterà gli altri tre. Nel '94 montano un tendone dietro alla Place Clichy (per sei anni e fino alla morte il terreno glielo darà gratis una ricca aristocratica signora, madame Carmignani) e il piccolo Cirque Romanès inizia ad essere un punto di incontro di artisti. «Di molti non voglio fare nomi» dice Alexandre Romanès, «ma posso dire che Yehudi Menuhin veniva spesso e una volta mi disse: "Fino all' ultimo dei miei giorni non smetterò di pensare a voi"». Verso il 2003 Romanès invia a Gallimard un quaderno con le sue poesie scritte a mano. «Hanno riunito una commissione straordinaria di lettori.

Ben quattro. Erano poesie di uno zingaro!». Nel 2004, la grande casa editrice le pubblica con il titolo "Paroles perdues" e la prefazione di un altro poeta amico: Jean Grosjean (morto due anni fa).

Nel prossimo inverno uscirà una nuova raccolta. «Se non si crede nella poesia, se non si ha un' idea poetica della vita, allora non si potranno mai capire i gitani» dice Romanès. - LAURA PUTTI

Se volete saperne di più visitate il sito: www.festadelcirco.it 

 
Di Fabrizio (del 17/06/2008 @ 10:09:43, in Kumpanija, visitato 1456 volte)

Ricevo da Marta Pistocchi

ciao,
questa è una lettera aperta a tutti gli amici dei Muzikanti ed in particolare di Jovica Jovic.
Fatela girare se lo ritenete opportuno e se credete che possa aiutarci.

Alcuni di voi già sanno che Jovica sta attraversando un difficile periodo della sua vita nel quale, tra le altre cose, sta cercando di regolarizzare la propria posizione in Italia.
Il momento politico, ahinoi si sa, non è è favorevole e le difficoltà che il nostro fisarmonicista sta incontrando sono molte; nonostante ciò crediamo nella possibilità di riuscire nel nostro intento.
La richiesta inoltrata tempo fa al Ministero della Cultura per avere il musicista Jovica in Italia è difatti andata a buon fine e il ministero ha rilasciato il Nulla Osta che permette l'ingresso alla frontiera italiana; questo ottimo risultato viene vanificato però da un altro provvedimento nei confronti di Jovica, un mandato di espulsione dovuto all'accertamento della sua posizione irregolare sul territorio italiano, precedente al Nulla Osta.

Per proseguire sulla strada della regolarizzazione Jovica ha bisogno del sostegno di uno studio legale, il che implica delle alte spese che la sua famiglia non può permettersi.
Per questo ci stiamo rivolgendo a voi, nella speranza di riuscire a creare una rete di persone che vuol bene a Jovica, che ne riconosce il valore di uomo e musicista ed è disponibile a dare il proprio contributo (economico ma non solo) per sostenere la causa del miglior fisarmonicista serbo di Milano.
Vi propongo di venirci a trovare venerdì 20 giugno (questo) alle Pecore -via fiori chiari 21- noi suoneremo dalle 22, ma vi aspettiamo anche da prima. Sarà un'occasione per incontrarci, informarci, raccogliere suggerimenti e forze, ed infine ringraziarvi a suon di musica e balli.
Per chi non potesse venire venerdì ma vorrebbe comunque aiutare Jovica, e per tutti quelli che vogliono saperne di più e meglio vi invito a scrivere a questo indirizzo: Ivana ivanak011@tiscali.it, che come sempre ci aiuta e ci sostiene e ci ama e che io ringrazio con tutto il cuore.
Spero di avere una calorosa risposta da tutti voi
a venerdì
marta

 
Di Fabrizio (del 12/06/2008 @ 09:15:50, in Kumpanija, visitato 1623 volte)

Ricevo da Gianluca Carmosino

Ecco una piccola iniziativa per mandare a quel paese l’ondata di razzismo di questi giorni e sostenere una bella occupazione rom a Roma [Quintiliani], ma anche un gruppo di donne indiane...
CLICCA QUI

Un saluto a tutti
Gianluca Carmosino, CARTA

 
Di Fabrizio (del 22/05/2008 @ 21:34:56, in Kumpanija, visitato 1336 volte)

Il Consejo Estatal del Pueblo Gitano intende manifestare di fronte all'ambasciata italiana in Spagna entro la prima settimana di giugno, per i gravi successi accaduti contro le comunità Rom. Vogliamo avere informazione concreta in quanto ai fatti accaduti, luogo, numero di persone vittime di questa situazione, ecc. Per questo motivo, vogliamo contattare delle organizzazioni Rom e Sinti, per comunicare loro la solidarietà dei Gitani spagnoli, e per proporre loro un appoggio alla manifestazione. Ci servono numeri di telefono ed e-mail dei rappresentanti Rom e Sinti in Italia.
Grazie e saluti,

Mariano González

per contatto in italiano: Alessandro
tel. +34 649089190

MARIANO GONZALEZ
PORTAVOZ DEL
MOVIMIENTO GENUINO
GITANO DE MADRID

 
Di Fabrizio (del 22/05/2008 @ 08:54:52, in Kumpanija, visitato 1630 volte)

Da Info-Palestine

lundi 19 mai 2008
Marie Medina - BabelMed

I Gitani di Gerusalemme sono così poco numerosi che se ne conosce a malapena l'esistenza. Di fronte all'analfabetismo ed alla discriminazione, questa comunità ultra-minoritaria rischia a breve di perdere la propria cultura.

"Da qui a qualche anno, la cultura dom può sparire se non si fa niente per proteggerla" si inquieta Amoun Sleem, che dirige l'associazione Domaris: società dei gitani di Gerusalemme.

Photo Zohar Mor

Settimana scorsa ha organizzato uno spettacolo di danze gitane: Ayameni Goldeni (Quei belli occhi), a Gerusalemme e Tel Aviv. Qualche bambino zigano vi ha fatto una breve apparizione ma nessuno degli artisti adulti in scena erano dom: tre erano di origine americana, la quarta israeliana. "Non ci sono più artisti professionisti nella comunità dom di Gerusalemme", ricorda Michaela Harari, una delle quattro danzatrici.

Come la maggior parte della comunità, gli artisti sono emigrati in Giordania al tempo della guerra dei Sei Giorni (1967). Restano oggi qualche musicista e danzatore che vivono nella Striscia di Gaza e che, prima del blocco israeliano, si produceva nei matrimoni in Egitto.

Secondo Amoun Sleem, si contano oggi 7.000 Dom in Israele e nei Territori palestinesi , contro oltre 42.000 sull'altra riva del Giordano. Questa immigrazione massiva s'è rivelata "dannosa per la cultura" di Gerusalemme, rimarca.

"La danza ed il canto sono la nostra ricchezza" osserva Abdelhakim Salim, mouktar (capo) della comunità dom di Gerusalemme, ricordando come il divertimento è una delle maniere dei gitani per guadagnarsi il pane.

È del resto questo talento che sarebbe all'origine dell'emigrazione dei gitani, secondo un resoconto che è fra le diverse - e contradittorie - spiegazioni, teorie e leggende. Nel Libro dei Re (verso l'anno 1000), il poeta Firdousi narra che un sovrano persiano aveva invitato migliaia di artisti di una tribù indiana a prodursi alla sua corte.

Abdelhakim Salim

Abdelhakim Salim racconta un'altra storia, quella di un ragazzo molto povero che era cresciuto vicino ad un fiume ed aveva adottato un coccodrillo come animale di compagnia. Un giorno, per mostrare ad un amico che aveva domato il sauro, il giovane aveva messo la sua mano nella bocca dell'animale, che lo divise. Morale: "la gente della nostra Comunità farebbe non importa cosa per divertire la platea e guadagnarsi la vita", conclude il mouktar.

Dopo la Persia e la penisola arabica, dove sarebbero arrivati come anfitrioni pubblici o valorosi guerrieri, secondo le diverse versioni, gli zigani hanno proseguito la loro strada. Alla fine, alcuni hanno guadagnato la Palestina e l'Africa del Nord (i Dom),  altri hanno superato il Caucaso ed il Bosforo per raggiungere l'Europa (i Rom). I primi sono diventati musulmani, i secondi cristiani.

Le prime prove scritte della presenza dom a Gerusalemme risalgono al XIX secolo. La Comunità si è resa sedentaria inizialmente fuori dalla Città Vecchia. Ma oggi, vive principalmente dentro le mura, nella zona svantaggiata di Bab Hutta. Secondo il centro sociale di Burj Al Luq Luq, 170 famiglie vi abitano, composte da sette persone in media, con 700 dollari (450 euro) mensili per focolare.

Molti adulti sono illetterati e numerosi allievi abbandonano la loro scolarità in corso. "Molti nostri bambini sono per strada", deplora il mouktar Abdelhakim Salim. Tre mattine alla settimana, Burj Al Luq Luq accoglie i bambini da 7 a 15 anni che non vanno più a scuola; il 90% di loro è costituito da Dom, indica Imad Jaouny, direttore esecutivo del centro sociale.

Quest'accoglienza, come pure le attività sportive (calcio, basket), tenta di sottrarre i giovani "dalla cultura di strada", che li espone numerosi rischi, fra cui la droga. La dipendenza è un problema che riguarda particolarmente la Comunità dom, afferma Imad Jaouny.

Quando cercano lavoro, i membri della Comunità pagano il prezzo dei loro studi accorciati, ma anche dei pregiudizi di cui sono oggetto. La parola araba che designa un gitano, "nawar", è di solito utilizzata come un insulto.

La loro dignità ne non esce indenne. Rari sono coloro che rivendicano la loro identità dom.

Tutti parlano l'arabo, pochi maneggiano il domari. La "nostra lingua non è in buono stato ora", sottolinea Amoun Sleem. Gli oratori dom scivolano fino a tre o quattro parole arabe per frase. La "nostra lingua può scomparire da qui ad alcuni anni", si preoccupa il direttore della Società dei gitani di Gerusalemme, che ha organizzato corsi di domari.

Anche le espressioni artistiche sono deprezzate. La musica, ad esempio. "La gente la vede come musica al ribasso", rileva Amoun Sleem. "I dom hanno vergogna a promuoverla".

"Stanno perdendo la loro cultura", nota la danzatrice Michaela Harari. Per incoraggiare i bambini a riappropriarsi della loro cultura, la Società dei gitani ha approntato dei corsi di danza. Sono frequentati da una mezza dozzina di ragazze, dai 5 ai 12 anni. È questa piccola troupe che ha fatto una breve comparsa in Ayameni Goldeni. Ha interpretato una danza chiamata El-Gazawi.

Come la maggior parte delle arti zigane, questa coreografia adotta un elemento del folclore locale - in questo caso palestinese - e lo adatta interamente instillandovi là uno stile proprio. Michaela Harari distingue due particolarità della danza domari: schemi ritmici sofisticati, che sono forse un'eredità indiana, e movimenti segnati delle anche, che si trova in tutte le danze orientali.

Amoun Sleem auspica che i Dom trovino il loro orgoglio in questa cultura della fusione, che sia con le arti o con l'artigianato. Poiché appaiono in generale fra le comunità più povere, - infine, soprattutto le donne - hanno sviluppato un certo talento per il riciclaggio. "Le donne hanno il regalo per fabbricare qualcosa a partire da nulla", spiega senza scherzare il direttore della Società dei gitani.

Le generazioni precedenti utilizzavano questo "savoir-faire" per decorare il loro interno e fabbricare gioielli. Il centro domari situato a Shuafat, nel sobborgo di Gerusalemme, incoraggia la nuova generazione a ricollegarsi a questa tradizione. Le donne possono vendere le loro produzioni per migliorare i redditi del loro focolare. Con pezzi di vecchi abiti, preparano ad esempio delle borse o dei plaids in patchwork.

Un modo, ben modesto, di riparare una cultura che si sta perdendo.

 
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