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Israele e Palestina
Di Fabrizio (del 22/05/2008 @ 08:54:52, in Kumpanija, visitato 197 volte)

Da Info-Palestine

lundi 19 mai 2008
Marie Medina - BabelMed

I Gitani di Gerusalemme sono così poco numerosi che se ne conosce a malapena l'esistenza. Di fronte all'analfabetismo ed alla discriminazione, questa comunità ultra-minoritaria rischia a breve di perdere la propria cultura.

"Da qui a qualche anno, la cultura dom può sparire se non si fa niente per proteggerla" si inquieta Amoun Sleem, che dirige l'associazione Domaris: società dei gitani di Gerusalemme.

Photo Zohar Mor

Settimana scorsa ha organizzato uno spettacolo di danze gitane: Ayameni Goldeni (Quei belli occhi), a Gerusalemme e Tel Aviv. Qualche bambino zigano vi ha fatto una breve apparizione ma nessuno degli artisti adulti in scena erano dom: tre erano di origine americana, la quarta israeliana. "Non ci sono più artisti professionisti nella comunità dom di Gerusalemme", ricorda Michaela Harari, una delle quattro danzatrici.

Come la maggior parte della comunità, gli artisti sono emigrati in Giordania al tempo della guerra dei Sei Giorni (1967). Restano oggi qualche musicista e danzatore che vivono nella Striscia di Gaza e che, prima del blocco israeliano, si produceva nei matrimoni in Egitto.

Secondo Amoun Sleem, si contano oggi 7.000 Dom in Israele e nei Territori palestinesi , contro oltre 42.000 sull'altra riva del Giordano. Questa immigrazione massiva s'è rivelata "dannosa per la cultura" di Gerusalemme, rimarca.

"La danza ed il canto sono la nostra ricchezza" osserva Abdelhakim Salim, mouktar (capo) della comunità dom di Gerusalemme, ricordando come il divertimento è una delle maniere dei gitani per guadagnarsi il pane.

È del resto questo talento che sarebbe all'origine dell'emigrazione dei gitani, secondo un resoconto che è fra le diverse - e contradittorie - spiegazioni, teorie e leggende. Nel Libro dei Re (verso l'anno 1000), il poeta Firdousi narra che un sovrano persiano aveva invitato migliaia di artisti di una tribù indiana a prodursi alla sua corte.

Abdelhakim Salim

Abdelhakim Salim racconta un'altra storia, quella di un ragazzo molto povero che era cresciuto vicino ad un fiume ed aveva adottato un coccodrillo come animale di compagnia. Un giorno, per mostrare ad un amico che aveva domato il sauro, il giovane aveva messo la sua mano nella bocca dell'animale, che lo divise. Morale: "la gente della nostra Comunità farebbe non importa cosa per divertire la platea e guadagnarsi la vita", conclude il mouktar.

Dopo la Persia e la penisola arabica, dove sarebbero arrivati come anfitrioni pubblici o valorosi guerrieri, secondo le diverse versioni, gli zigani hanno proseguito la loro strada. Alla fine, alcuni hanno guadagnato la Palestina e l'Africa del Nord (i Dom),  altri hanno superato il Caucaso ed il Bosforo per raggiungere l'Europa (i Rom). I primi sono diventati musulmani, i secondi cristiani.

Le prime prove scritte della presenza dom a Gerusalemme risalgono al XIX secolo. La Comunità si è resa sedentaria inizialmente fuori dalla Città Vecchia. Ma oggi, vive principalmente dentro le mura, nella zona svantaggiata di Bab Hutta. Secondo il centro sociale di Burj Al Luq Luq, 170 famiglie vi abitano, composte da sette persone in media, con 700 dollari (450 euro) mensili per focolare.

Molti adulti sono illetterati e numerosi allievi abbandonano la loro scolarità in corso. "Molti nostri bambini sono per strada", deplora il mouktar Abdelhakim Salim. Tre mattine alla settimana, Burj Al Luq Luq accoglie i bambini da 7 a 15 anni che non vanno più a scuola; il 90% di loro è costituito da Dom, indica Imad Jaouny, direttore esecutivo del centro sociale.

Quest'accoglienza, come pure le attività sportive (calcio, basket), tenta di sottrarre i giovani "dalla cultura di strada", che li espone numerosi rischi, fra cui la droga. La dipendenza è un problema che riguarda particolarmente la Comunità dom, afferma Imad Jaouny.

Quando cercano lavoro, i membri della Comunità pagano il prezzo dei loro studi accorciati, ma anche dei pregiudizi di cui sono oggetto. La parola araba che designa un gitano, "nawar", è di solito utilizzata come un insulto.

La loro dignità ne non esce indenne. Rari sono coloro che rivendicano la loro identità dom.

Tutti parlano l'arabo, pochi maneggiano il domari. La "nostra lingua non è in buono stato ora", sottolinea Amoun Sleem. Gli oratori dom scivolano fino a tre o quattro parole arabe per frase. La "nostra lingua può scomparire da qui ad alcuni anni", si preoccupa il direttore della Società dei gitani di Gerusalemme, che ha organizzato corsi di domari.

Anche le espressioni artistiche sono deprezzate. La musica, ad esempio. "La gente la vede come musica al ribasso", rileva Amoun Sleem. "I dom hanno vergogna a promuoverla".

"Stanno perdendo la loro cultura", nota la danzatrice Michaela Harari. Per incoraggiare i bambini a riappropriarsi della loro cultura, la Società dei gitani ha approntato dei corsi di danza. Sono frequentati da una mezza dozzina di ragazze, dai 5 ai 12 anni. È questa piccola troupe che ha fatto una breve comparsa in Ayameni Goldeni. Ha interpretato una danza chiamata El-Gazawi.

Come la maggior parte delle arti zigane, questa coreografia adotta un elemento del folclore locale - in questo caso palestinese - e lo adatta interamente instillandovi là uno stile proprio. Michaela Harari distingue due particolarità della danza domari: schemi ritmici sofisticati, che sono forse un'eredità indiana, e movimenti segnati delle anche, che si trova in tutte le danze orientali.

Amoun Sleem auspica che i Dom trovino il loro orgoglio in questa cultura della fusione, che sia con le arti o con l'artigianato. Poiché appaiono in generale fra le comunità più povere, - infine, soprattutto le donne - hanno sviluppato un certo talento per il riciclaggio. "Le donne hanno il regalo per fabbricare qualcosa a partire da nulla", spiega senza scherzare il direttore della Società dei gitani.

Le generazioni precedenti utilizzavano questo "savoir-faire" per decorare il loro interno e fabbricare gioielli. Il centro domari situato a Shuafat, nel sobborgo di Gerusalemme, incoraggia la nuova generazione a ricollegarsi a questa tradizione. Le donne possono vendere le loro produzioni per migliorare i redditi del loro focolare. Con pezzi di vecchi abiti, preparano ad esempio delle borse o dei plaids in patchwork.

Un modo, ben modesto, di riparare una cultura che si sta perdendo.

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