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L'essere straniero per me non è altro che una via diretta al concetto di identità. In altre parole, l'identità non è qualcosa che già possiedi, devi invece passare attraverso le cose per ottenerla. Le cose devono farsi dubbie prima di potersi consolidare in maniera diversa.

Wim Wenders
-

\\ Mahalla : VAI : Europa (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Fabrizio (del 21/06/2011 @ 09:00:12, in Europa, visitato 957 volte)

Da Roma_ex_Yugoslavia

Budapest, 16 giugno 2011: ERRC ha inviato una lettera alle autorità serbe, riguardo lo sgombero forzato del 7 giugno 2011 e il trasferimento di 12 famiglie rom dall'insediamento sotto il ponte Pančevo a Belgrado ed il susseguente attacco ad un donna rom nel nuovo insediamento.

ERRC ha espresso la propria preoccupazione che lo sgombero sia stato condotto senza il rispetto delle norme internazionali: ale famiglie coinvolte non hanno ricevuto alcun preavviso, non hanno ricevuto alcun avviso di sgombero e sono state portate in un comune diverso a vivere in container vuoti che non incontrano gli standard minimi per un alloggio adeguato. Le famiglie sfollate sono senza mobili e non hanno collegamento ad elettricità, acqua o fognature. Inoltre, nella notte tra l'11 e il 12 giugno, una delle donne trasferite a forza è stata attaccata da uno sconosciuto entrato nel suo container, dimostrando che i residenti non sono sicuri nella nuova sistemazione.

For further information, contact:
Sinan Gökçen
Media and Communications Officer
sinan.gokcen@errc.org
+36.30.500.1324

© ERRC 2011. All rights reserved

 
Di Fabrizio (del 25/06/2011 @ 09:05:38, in Europa, visitato 1884 volte)

Osservatorio Balcani e Caucaso Bernardo Venturi 21 giugno 2011

Sono una parte importante della popolazione moldava, e guardano più alla Russia che all'Europa occidentale. Č la comunità rom. Andiamo alla sua scoperta in compagnia di Ion Duminica, ricercatore, a volte "gagè", a volte "zingaro"

Ritratto, Moldavia - Silvia Biasutti

"Sono cresciuto subendo una doppia discriminazione: per i rom ero un gagè, un non-zingaro, mentre i compagni di scuola mi apostrofavano come "zigano". Ion Duminica è oggi uno dei più grandi esperti della storia e cultura rom in Moldavia. Da quando lavora per l'Accademia delle Scienze della Moldavia ha girato per villaggi, ascoltando tantissime storie e racconti tramandati oralmente, le uniche fonti per ricostruire storia e tradizioni rom.
La sua doppia origine – "sono rom al 50%" – gli ha permesso ricerche storico-culturali muovendosi da angolature diverse, ma gli ha anche creato non pochi problemi. Per Ion non è stato facile guadagnarsi la fiducia degli abitanti di tanti villaggi e non essere considerato come "altro".
All'Accademia delle Scienze oggi lavora presso il Centro del Patrimonio Culturale dell'Istituto di Etimologia, impegnato dal 2004 a comprendere la cultura e la storia rom in Moldavia, un lavoro mai fatto prima in modo organico: l'unico testo ad ampio respiro sull'argomento risale al 1837. "Ricercando sulla cultura e la storia rom in Moldavia facilitiamo la loro integrazione sociale e politica nella società democratica", racconta ancora Ion.

Fotogallery: Viaggio a Chisinau, Moldavia - Silvia Biasutti

I rom in Moldavia
Le prime tracce di presenza rom in Moldavia risalgono all'inizio del 1400. La loro storia è caratterizzata dalla sopravvivenza di alcuni modelli etnici, linguistici e culturali, perdurati per secoli. Un popolo che ha fatto della diversità una delle sue caratteristiche e che viene qui chiamata "rom" solo per convenzione.
In un censimento del 2004, i cittadini dichiaratisi rom erano oltre 12 mila, equivalenti allo 0,36% della popolazione moldava. Stime di questo tipo, comunque, sono del tutto parziali ed è difficile avere un'idea più precisa: chi ha lavorato al censimento del 2004 non era di etnia rom e ciò ha portato molti rom a non dichiararsi tali. "Un dato realistico potrebbe essere trai 200 e i 250 mila" sostiene Ion Duminica.
In Moldavia, Ion ha individuato 11 gruppi rom, differenziandoli a seconda delle professioni, della tipologia abitativa, dell'organizzazione familiare e sociale. Vi sono per esempio i "linguarari", artigiani che producono cucchiai nella regione di Calaraşi, o i "lautari", violinisti, a Chişinău. "La loro posizione, le relazioni sociali e le specifiche occupazioni tradizionali di queste comunità sono rimaste quasi sconosciute alla comunità scientifica fino a qualche anno fa", sostiene Ion non senza un pizzico di orgoglio.
Al momento Ion si sta dedicando con particolare attenzione allo studio delle professioni e a come sono mutate nel tempo.

Ion Duminica

Uno dei lavori in espansione tra i rom in Moldavia è ad esempio comprare vecchie auto e pullman dalla Germania e dalla Russia, risistemarle e rivenderle, anche se la povera economia moldava non offre grande spazio a queste iniziative commerciali.
"Che ne pensano i rom della Moldavia? Č percepita come un Paese molto povero, l'Europa occidentale è vista come più ricca, ma avida e ostile". Molti rom della Moldavia negli ultimi anni si stanno spostando in Russia. Vi sono infatti legami storici che risalgono al periodo sovietico della Moldavia, che li legano a Russia, Ucraina e Bielorussia. Molto più radi sono invece i rapporti con i rom della Romania.
Spesso i rom amano abitare nelle fratture sociali, negli spazi tra confini, nelle terre di mezzo. La Moldavia, in un certo senso, ha rappresentato anche questo, una terra di mezzo, zona di confine tra la Romania e il mondo sovietico. "I rom moldavi comprendono sia i rom della Romania che quelli dell'area ex sovietica" spiega Ion "ma invece tra le comunità ex-sovietiche e i rom romeni non c'è nessuna lingua in comune".

La collina dei rom
Soroca è famosa anche fuori dai confini moldavi per la forte e stravagante presenza rom. Con oltre 5 mila rom su una popolazione totale di 20 mila abitanti, questo antico avamposto austroungarico ha incuriosito tanti giornalisti e fotografi più per la "collina dei rom" che per la sua fortezza. Situata nel nord della Moldavia e sul confine con l'Ucraina, Soroca è in posizione ideale per commerciare e tessere rapporti verso est. I giornalisti che hanno cercato di descrivere Soroca sono stati sfidati dallo sfarzo e dalla ricchezza delle abitazioni, in netto contrasto con il resto della città, ma, soprattutto, in controtendenza per molti versi rispetto agli stereotipi classici nei confronti del mondo rom.
"Passando di notte la collina appare buia? Sì, molti vivono all'estero e costruiscono la loro casa un po' alla volta, tantissime case sono ancora in costruzione. Inoltre non pochi vivono in roulotte accanto alle case sontuose che tengono per status sociale e per gli ospiti", chiosa Ion Duminica. Di certo, il kitsch architettonico rende la collina unica e, a modo suo, affascinante.

Un partito etnico
In Moldavia le minoranze etniche ricevono sulla carta molte tutele, a partire dalla stessa Costituzione. In più, negli ultimi anni, sono stati istituiti alcuni strumenti specifici, quali l'Ufficio per le relazioni interetniche, la Commissione parlamentare per le minoranze nazionali e i diritti umani e il Centro di etnologia all'Accademia delle scienze della Moldavia, dove lavora Ion. Il governo dal 2006 ha anche definito un piano d'azione pluriennale per la tutela e promozione dei rom.
Nella vita di tutti i giorni la Moldavia non appare divisa da profonde fratture etniche ma non è certo così dal punto di vista istituzionale. I rom in Moldavia non sono mai entrati in Parlamento e, a parte l'esperienza di un sindaco rom, non hanno mai partecipato attivamente alla vita politica. Dall'inizio degli anni Novanta alcuni sono stati inclusi nelle liste elettorali, ma come gesto di facciata e senza successo. Ha suscitato quindi interesse la nascita nel marzo 2010 del "Movimento Socio-Politico dei Rom nella Repubblica di Moldova" (Msrp), di cui Ion Duminica è vicepresidente. Il partito voleva essere un modo per favorire la partecipazione diretta dei rom alla vita politica del Paese. Il Msrp, però, l'unico partito su base etnica della Moldavia, alle elezioni parlamentari del 28 novembre 2010 ha riscontrato scarso successo ottenendo soltanto lo 0,14% dei voti e il progetto sembra essersi sciolto come neve al sole.
Sono comunque molte le sfide del presente per i rom in Moldavia per arrivare ad una reale integrazione e il rispetto dei diritti umani e civili. Il 20% circa della popolazione rom, per esempio, è analfabeta e soltanto il 4% è laureata. Il governo moldavo negli ultimi anni ha fatto molto, ma la strada è ancora lunga. Di certo, un aspetto su cui consolarsi c'è: tanti Paesi dell'Unione europea hanno legislazioni e strumenti che, per quanto riguarda i rom, sono molto più arretrati e discriminatori.

 
Di Fabrizio (del 05/07/2011 @ 09:51:31, in Europa, visitato 1436 volte)

Segnalazione di Alberto Melis

Città Nuova 01-07-2011 di Chiara Andreola
 
Una rom bulgara e una macedone hanno approfittato del loro stage alla Commissione Europea per far conoscere il loro popolo ai piani alti di Bruxelles

Ricredetevi: i Rom non sono soltanto nei campi. Guarda un po' te, si possono pure laureare, ed aspirare ad entrare nel mondo degli eurocrati bruxellesi. Č il caso della bulgara Alexandra Tsankova e della macedone Senada Lamovska, che da ottobre 2010 a marzo 2011 sono state tra i 600 prescelti – su oltre 10 mila aspiranti provenienti non solo dagli Stati membri, ma anche da quelli candidati, come appunto la Macedonia – per uno stage alla Commissione europea. Senada e Aleksandra sono state inserite presso il Direttorato generale per gli Affari regionali, dove, al di là del lavoro quotidiano, hanno dato il via ad una serie di iniziative rivolte a stagisti e non solo per far conoscere il proprio popolo e la propria cultura, in un momento in cui nella stanza accanto si discuteva della “questione rom” in seguito alla situazione delicata creatasi in Francia. Una mossa coraggiosa che chiediamo loro di raccontare.

Che cosa vi ha spinto a fare domanda per uno stage alla Commissione europea?
Alexandra: «In Bulgaria, purtroppo, le possibilità di trovare lavoro per una giovane rom neolaureata non sono molte, per cui ho deciso di puntare su Bruxelles. Ma al di là di questo, ho sempre desiderato fare qualcosa per aiutare l'integrazione del mio popolo».
Senada: «Studio relazioni internazionali a Budapest, e quindi volevo vedere in prima persona come ciò che leggo nei libri viene messo in pratica e capire come funzionano le istituzioni europee».

Come vivete il vostro essere allo stesso tempo rom e bulgara – nel caso di Aleksandra – o macedone – nel caso di Senada?
Alexandra: «Non le vivo come due identità opposte. Mi considero semplicemente una rom bulgara, anche se mi rendo conto che per altri non è così facile: soprattutto se si sentono trascurati dallo Stato in cui vivono, possono arrivare a mettere in discussione la propria nazionalità».
Senada: «Nemmeno io riesco a separare il mio essere rom dal mio essere macedone, sono parte della stessa “identità complessa”. Noi rom non abbiamo uno Stato: siamo arrivati dall’India nel XIV secolo, quindi viviamo in Europa da oltre settecento anni. Non ho altra patria che la Macedonia, e credo che la stessa cosa valga per i rom che vivono negli altri Stati europei. Purtroppo siamo ancora discriminati e considerati stranieri, o addirittura visti come “non europei”: ma che cosa significa, oggi, essere europeo?».

Il vostro essere rom ha in qualche modo dato un valore aggiunto al vostro lavoro alla Commissione? Quali sono state le sfide principali?
Alexandra: «La cosa che più mi ha colpita è stata che i miei colleghi mi hanno detto di non aver mai parlato con una “vera” rom fino a quel momento, e che man mano che mi hanno conosciuta la loro percezione negativa dei rom è cambiata. Mi sembra che ora abbiano una maggiore consapevolezza dei problemi che ci troviamo ad affrontare».
Senada: «Sono stata inserita nel dipartimento per l’inclusione sociale, dove mi sono occupata soprattutto del mio popolo. Diversi miei colleghi avevano già lavorato con dei rom o perlomeno avuto contatti con loro, e anche il mio tutor era un rom ungherese: per cui posso dire di essermi sentita a mio agio. Al di fuori del mio dipartimento, invece, mi sono dovuta confrontare con persone che non avevano mai incontrato un rom, non avevano nessuna conoscenza della nostra storia e della nostra cultura: alcuni credevano che fossimo una tribù con tanto di re e regina, e si meravigliavano che potessimo addirittura studiare. Purtroppo, gli stereotipi si mantengono ben saldi anche tra coloro che poi prendono le decisioni che contano».

In Europa si parla spesso della “questione rom”: come avete vissuto e vivete questa situazione?
Alexandra: «Non mi piace che la mia gente venga presentata come “una questione” o addirittura “un problema”. Come ogni popolo, i rom hanno le loro potenzialità, e se le utilizzano bene possono contribuire attivamente al bene della società in cui vivono».
Senada: «I rom non sono una questione: c’è la questione della povertà, dell’istruzione, della salute, della casa e del lavoro, e i rom che le devono affrontare. Ma i rom non sono una questione».

Il Papa ha incontrato i rom il giorno di Pentecoste. Ritenete che la Chiesa possa aiutare l'integrazione?
Alexandra: «Credo di sì. Fin dall'infanzia la fede ha giocato un ruolo importante nella mia vita, e le persone della mia comunità cristiana mi hanno sempre incoraggiata ad andare avanti con gli studi e non mollare. Inoltre compravano il materiale scolastico ed aiutavano nello studio i ragazzi rom del mio quartiere. C'è ancora molto da fare, e indubbiamente la Chiesa può dare un contributo fondamentale».
Senada: «Nel mio Paese la maggioranza dei Rom è musulmana, così come lo sono io: non ho quindi esperienza diretta di come la Chiesa potrebbe aiutare, ma solo di come può farlo il gioverno. A livello europeo, però, la maggioranza dei rom è cristiana, delle varie confessioni».

Tra le iniziative che avete organizzato alla Commissione europea, una delle più apprezzate è stata la serata di musica e danze rom: che impressioni ne avete ricevuto?
Alexandra: «La cosa che mi ha fatto più piacere è stata vedere come anche gli altri stagisti si sono sentiti coinvolti nell'organizzarla, e non ci hanno lasciate sole. Questi momenti di musica e danza, in cui tutti si incontrano e si sentono sullo stesso piano, sono degli ottimi strumenti per favorire l'integrazione e combattere i pregiudizi».
Senada: «Se riteniamo che i pregiudizi vengano dalla mancanza di conoscenza diretta e quindi vadano combattuti incontrandosi, allora l’iniziativa ha funzionato: più di duecento persone, rom e non, hanno partecipato. Il ricavato della serata è andato alla scuola elementare Brakja Ramiz-Hamid di Skopje, in Macedonia, dove il 99 per cento degli studenti è rom. Insomma, abbiamo fatto qualcosa di buono».

 
Di Fabrizio (del 06/07/2011 @ 09:52:34, in Europa, visitato 1332 volte)

Ebrei, musulmani, gay, russi, zingari: l'odio corre in rete - di Rudolf Stefanicki - Articolo pubblicato su Il manifesto il 2 luglio 2011

VARSAVIA, 4 luglio 2011 (IPS) - «Quello che ha cominciato Hitler lo porteremo fino in fondo. Che finiscano nelle camere a gas, nei forni». Quando il ministro degli esteri Radek Sikorski ha letto questo e altri commenti simili in un foro di discussione di Internet, ha deciso di andare dal giudice. «Il grado di razzismo e di odio sui siti Internet polacchi è incredibile. Chiunque può leggerli e farsi un'opinione sulla Polonia», ha detto.

Il ministro ha denunciato due gruppi mediatici, Ringier Axel Springer, proprietaria del giornale Fakt, e Bonnier Business Polska, padrone di Puls Biznesu. Ha chiesto un indennizzo di circa 7mila dollari e delle scuse pubbliche sui siti Internet coinvolti.

Sikorski si è sentito personalmente colpito perché alcuni commenti attaccavano in modo volgarissimo lui (i più leggeri erano «traditore» e «manovrato a distanza da ebrei statunitensi») e sua moglie, Anne Applebaum, editorialista del quotidiano Usa Washington Post. La legge prevede, per quanto in forma un po' vaga, che i responsabili siano obbligati a cancellare commenti illeciti o a rispondere per essi.

La reazione dei responsabili è stata di disabilitare i fori di discussione, ciò che però ha provocato critiche di censura. Così li hanno rimessi rete, pur depurati. Hanno anche presentato le loro scuse al ministro, ma Sikorski ha mantenuto la denuncia alla magistratura.

Dopo la denuncia la procura ha aperto un'indagine. Tuttavia in genere l'80% di questi casi termina con l'archiviazione perché «è impossibile scoprire gli autori». Molti utilizzano cybercaffè per conservare l'anonimato e di solito usano server di paesi stranieri in cui le leggi in materia sono più liberali.

In Polonia su ogni 100 messaggi inviati a un foro di dibattito su qualsiasi argomeno, uno contiene un atteggiamento negativo verso le minoranze, stando al rapporto di quest'anno della Fondazione per la conoscenza locale. E il 60% ha un contenuto discriminatorio.

I più criticati sono gli ebrei, seguiti dai russi, gli omosessuali, gli zingari, i tedeschi e i musulmani. A volte i commenti che attizzano l'odio sfociano in episodi di violenza fisica (è capitato contro rifugiati ceceni).

La maggior parte delle persone consultate in un sondaggio del febbraio scorso, afferma che bisognerebbe controllare Internet. il 72% ritiene che bisognerebbe eliminare i contenuti che incitano all'odio contro minoranze nazionali, religiose, sessuali.

Il Rapporto sulle minoranze è un possibile strumento e prevede di realizzare «una mappa» dei siti che «favoriscono l'odio» che serva per orientarsi e intervenire. «Quando gli attivisti che difendono i diritti delle minoranze si presentano dal giudice, questi rifiuta di intervenire con l'argomento che si tratta di pochi commenti isolati - dice Marek Troszynski, direttore del progetto -. Bene, adesso ne avrà a disposizione più di 130 mila».

Le autorità polacche ora sembrano più sensibili all'antisemitismo, ma non alla situazione delle minoranze sessuali. La Fondazione di Helsinki sui diritti umani ha chiesto al ministero della giustizia riforme legislative.

«Le posizioni discriminatorie sono difficili da sradicare perché non riguardano solo le minoranze», dice il sociologo dell'università di Varsavia Antoni Sulek. E non basta una legge per risolvere il problema. © il manifesto

 
Di Fabrizio (del 12/07/2011 @ 09:25:02, in Europa, visitato 1271 volte)

Famiglia Cristiana Il nomadismo è solo una necessità. Lo dimostra questo reportage a Draganesti, Romania, la baraccopoli da cui vengono i nomadi dei campi di Milano e dove opera la S.Egidio.
10/07/2011

Una delle baracche di Draganesti, in Romania.
Claudia, 8 anni, vive nella stessa casa di Draganesti in cui sono nati suo padre Ionut e suo nonno Marius. Il suo bisnonno, invece, viveva a soli 500 metri di distanza; è tipico delle ziganie dell'Oltenia, regione rurale della Romania a 80 chilometri da Craiova. Le ziganie sono i quartieri rom dei villaggi romeni: una strada con una fila di case sui due lati. La storia della Romania del Novecento è stata anche all'insegna della sedentarizzazione dei tanti gruppi rom che non hanno più nulla a che fare con un ideale di vita all'insegna del "nomadismo": la famiglia di Claudia si è spostata di mezzo chilometro in quattro generazioni. "Il tetto della nostra casa crollava, i mattoni di fango e paglia avevano troppi anni. Nel 2004 siamo partiti per Milano con un sogno: lavorare e mettere da parte i soldi per costruire la casa", spiega Ionut. L'Oltenia è la regione di provenienza della maggior parte delle famiglie che abitano le baraccopoli abusive di Milano.

La scuola di Draganesti, costruita con i contributi della S.Egidio.
Č molto chiaro: il nomadismo non c'entra niente, si tratta di una migrazione per cause economiche. Nei primi anni a Milano, la moglie chiedeva l'elemosina, Ionut ha lavorato nell'edilizia. Per i primi tre anni, mai un contratto: "Un italiano ci chiamava "a giornata": in alcuni periodi, eravamo pagati anche tre euro e mezzo all'ora. Quando il capo aveva un cantiere, si lavorava dieci ore al giorno, poi, per un po', non si lavorava fino alla commessa successiva. Abbiamo lavorato tantissimo alla costruzione della Fiera di Rho." Poi, nel 2007, finalmente un contratto accompagnato da un pratica diffusa tra alcune cooperative edili milanesi: nello stesso momento, si è obbligati a firmare anche un foglio in bianco senza data. Č la lettera di dimissioni. A inizio del 2009, quando la crisi edilizia blocca i cantieri, il capo della cooperativa rispolvera dal cassetto il foglio firmato aggiungendo la data: Ionut ha perso il lavoro. Per due anni, con la moglie Maria cerca di garantire una vita decente ai tre figli. La Comunità di Sant'Egidio iscrive a scuola Claudia, mentre i due più piccoli, di tre e cinque anni, non possono andare all'asilo: a Milano, senza residenza, non è possibile. Resistere non è facile: dal 2007 ad oggi, avvengono 500 sgomberi di baraccopoli rom nel solo capoluogo lombardo. Capita di dormire per strada, sotto la neve, riparandosi con una piccola tenda. Così, a febbraio 2011, Ionut, Maria, la maestra di Claudia e la Comunità di Sant'Egidio pensano ad un progetto di ritorno in Romania. Alcune donazioni di privati permettono di restaurare la casa di Draganesti e attivare una borsa di studio in collaborazione con la scuola locale. La nuova casa di Giulia ora è in muratura, coloratissima: il corridoio azzurro, la cucina rosso fiammante, la stanza dei genitori verde e quella dei bambini rosa. Sul retro, l'aia con tacchini e galline e un terreno in cui la famiglia potrà coltivare pomodori e peperoni. La camera di Claudia è decorata con peluches, al centro la sua foto con la maestra e la classe italiana. Dell'Italia rimane anche la paura della polizia. Racconta il padre: "Anche qui, quando passa un vigile, Claudia mi si avvicina e trema. A Milano, spesso succedeva che durante i controlli, si faceva la pipì addosso per la paura."

La vecchia casa di Claudia, a Draganesti.
Il problema rimane il costo della vita, che è uguale a quello italiano. Al Penny Market di Draganesti un paio di calze costa un euro e mezzo, un salame quattro, un litro di olio di semi di girasole quasi due. In questi villaggi rurali, il lavoro non c'è. La depressione economica è palese, l'emigrazione in Italia o nelle grandi città romene è spesso la sola opportunità. La presenza di investitori italiani è comunque forte anche nella regione: a Slatina, il capoluogo dell'Oltenia, c'è un importante fabbrica della Pirelli. Mirela, anziana con 4 figli emigrati, si commuove mostrando la foto del nipote di 8 anni che ha cresciuto e che ora vive in una casa a Milano. Racconta: "Durante il regime di Ceausescu, eravamo pagati poco, ma il lavoro c'era. Qui a Draganesti, c'erano cinque industrie alimentari e due di scarpe. I primi anni dopo l'89 si stava bene, ma poi tutte le fabbriche hanno chiuso, non reggevano la concorrenza." Nella zigania di Lalosu, uno dei paesi vicini, c'era un enorme allevamento dove, fino ai primi anni Novanta, lavoravano più di cento persone. Fallito, è stato acquistato da un "italiano di Bucarest": ha rivenduto il ferro e il materiale con cui era costruito e se ne è andato. Negli ultimi due anni, anche la crisi economica ha duramente colpito la Romania, molto più che l'Italia. Dal 2008 al 2009 il PIL romeno è passato dal +8% al -7,1%, il Governo ha varato un piano di austerità che taglia drasticamente la spesa sociale, le pensioni e i salari pubblici. Mirela può comprare le medicine solo grazie al figlio che manda i soldi da Milano. Nella zigania di Draganesti – 1300 abitanti sui 12.000 dell'intero villaggio – le case sono molto diverse tra loro, spesso abitate da famiglie allargate. Le più povere sono baracche fatte di paglia e fango, costituite da un'unica stanza fatta di mattoni di terra a vista. Altre sono caratterizzate dai tetti decorati con lamiera intagliata e un corridoio d'ingresso illuminato da ampie finestre; poi ci sono le "ville" di Bercea Mondial, il più ricco della zona, che ha fatto fortuna in maniera per nulla chiara e che certo non ha dovuto vivere nelle baraccopoli milanesi. A Draganesti non ci sono fogne e i servizi per la maggior parte sono costituiti da una piccola baracca in un angolo del cortile. Pochissime case hanno l'acqua corrente, mentre la maggior parte ha il pozzo in cortile. Era così anche in Italia; in Veneto, nel 1961, il 72% delle case non aveva il bagno.

Mirela con la foto del nipote, che è a Milano.
Ciò che colpisce sono gli squilibri e le contraddizioni della zigania. Da un lato, resiste una tradizione rurale e arcaica che ricorda in parte alcuni villaggi italiani prima del boom economico dello scorso secolo. Le ragazze si sposano presto, spesso ancora minorenni; la scuola è frequentata dai ragazzi rom del villaggio, ma le femmine raramente superano la quinta classe, mentre i maschi arrivano fino alla settima. Spesso è anche ignoranza: Marieta spiega che la varicella si cura vestendo di rosso i bambini. Dall'altro, la società tradizionale si scontra con le distanze che si accorciano e la globalizzazione. Così, le trasmissioni più seguite dai rom sono le telenovelas indiane di Bollywood. La connessione web con il cellulare costa pochissimo. L'emigrazione e il collegamento con l'Italia sono in questo senso travolgenti. Ogni weekend parte un pulmino che trasporta persone, posta, bagagli dalla zigania al capoluogo lombardo in entrambe le direzioni. Simona, 14 anni, ha frequentato a Milano fino alla terza media: è una delle uniche ragazze rom di quell'età a portare i pantaloni a Draganesti. Ma l'incontro-scontro con il mondo esterno alla zigania trasformerà inevitabilmente questa società, che ora è in mezzo ad un bivio. Bisogna puntare sulla scolarizzazione, da cui dipende il futuro di molti bambini. Nella zona più povera della zigania abita la famiglia di Daniel, 10 anni, che ha una forte disabilità. A Milano, nella baraccopoli di Rubattino, aveva iniziato la quarta elementare; travolto da un'ondata di solidarietà delle maestre, dei compagni di classe e dei loro genitori, ha fatto notevoli progressi. Ma cinque mesi fa, dopo un anno e mezzo di scuola e lo sgombero, la famiglia è dovuta tornare a Draganesti. Percorso scolastico interrotto perché, come spiega il padre, "sarebbe dovuto andare in una scuola speciale, molto lontano, a Slatina, e noi non abbiamo i soldi per portarlo". Il suo progetto è chiaro: tornare a Milano a breve, perché "i soldi e la carne del maiale ammazzato a gennaio sono finiti, il lavoro non c'è e Daniel non può andare a scuola".

Maria nella sua nuova serra.
Torneranno a breve a Milano anche Lenuta, Marin e i loro 5 figli; sono una delle famiglie più povere e da anni alternano alcuni mesi in Italia, dove Lenuta chiede l'elemosina e il marito lavora saltuariamente "a giornata", e altri a Draganesti. Qui, vivono raccogliendo la plastica e altri scarti da riciclare; un sacco enorme pieno di bottiglie viene pagato cinque euro. I bambini sono seduti a mangiare la mamaliga con strutto, l'unico pasto che per la giornata la famiglia può permettersi. La mamaliga, insieme al sarmale di verze e carne, è il piatto più diffuso nelle ziganie: è la polenta. La scena sarebbe potuta accadere anche nelle cascine lombarde del secolo scorso, ma molti padani sembrano essersene scordati. Marin spiega che i suoi figli in Romania non mangiano la frutta, costa troppo. In Italia, invece, ne mangiano tantissima: le maestre della scuola regalano ai bambini i frutti avanzati dalla refezione. Ora i bambini non vanno a scuola, perché tradurre in romeno i nullaosta per il trasferimento costava troppo. Lenuta invece mi mostra l'ultima multa per accattonaggio da 500 euro ricevuta a Milano e il conseguente provvedimento di allontanamento dall'Italia. Nel verbale, si dispone anche il sequestro delle monetine. Lenuta mi dice che tra qualche settimana devono ripartire per l'Italia perché sono finiti anche i soldi per la polenta. Le chiedo se ha saputo che a Milano siamo arrivati a 500 sgomberi e che la baraccopoli di Bacula è stata nuovamente distrutta. "Non conto più quante volte ci hanno sgomberato, è bruttissimo, ma cosa devo fare? Cosa do da mangiare ai miei figli?" mi risponde. Effettivamente, vista da questa baracca di fango e paglia di Draganesti, Milano, che ha festeggiato con la precedente amministrazione i 500 sgomberi raggiunti, sembra una città che, anziché combattere la povertà, fa la guerra ai poveri.

Stefano Pasta

 
Di Fabrizio (del 14/07/2011 @ 09:05:49, in Europa, visitato 994 volte)

Da Czech_Roma

Pardubický deník, translated by Gwendolyn Albert

Pardubice, 10.7.2011 08:40 - Quando non aveva ancora 14 anni, Maruška sottrasse da una gioielleria una catena d'oro del valore di 16.000 corone. "Il tribunale giovanile la condannò a diversi mesi di sorveglianza da parte di un incaricato," dice Marek Demner, coordinatore del progetto Rom Aiutano Rom (Romové pomáhají Romům) a Pardubice. Il progetto intende espandere e migliorare i servizi di "mentoraggio" rivolto a membri della minoranza rom che hanno avuto problemi con la legge e sono ammissibili a pene alternative.

Durante il processo si è scoperto che il suo arresto per taccheggio non era stata l'unica difficoltà incontrata da Maruška nei mesi recenti. Aveva anche problemi a scuola, secondo il giornale locale Pardubický deník.

Dice Demner: "Aveva decine di ore d'assenza ingiustificata e gli insegnanti si lamentavano della sua mancanza di disciplina e di progressi. A quel tempo, sua madre se ne era andata in un quartiere vicino con la sorella di Maruška, e adesso viveva sola con suo padre."

La collaborazione di Maruška con l'addetto alla sorveglianza non ebbe un buon avvio. Lei frequentava solo occasionalmente gli incontri e i suoi problemi scolastici continuavano.

"All'inizio della libertà vigilata, Maruška rimase incinta. L'assistente chiese a Eva, un mentore esperto, di lavorare con Maruška. Assieme decisero le priorità da affrontare. Lo scopo era che Maruška frequentasse scuola regolarmente e che si diplomasse. Anche suo padre ed il ragazzo da cui aspettava un figlio vennero coinvolti," racconta Demner.

Eva visitò Maruška a casa. Gradualmente la ragazza iniziò a fidarsi del suo mentore e a confidarle i suoi problemi. Dopo diverse settimane, la disciplina ed il rendimento scolastico di Maruška migliorarono. Fu anche in grado di gestire meglio la vita con suo padre ed il rapporto col suo ragazzo.

"Il ruolo del mentore è diventato ancora più significativo dopo che Maruška ha dato alla luce sua figlia. Eva ha insegnato a Maruška come gestire il ruolo di madre e prendersi cura di sua figlia. Qualche settimana dopo il parto, Maruška tornò a scuola," dice Demner. "Sua figlia adesso ha sei mesi. Eva visita Maruška a casa due volte a settimana. La aiuta e la consiglia su come curarsi della figlia, sulle faccende domestiche e sulla situazione finanziaria della famiglia, sul contatto con le autorità, la richiesta di benefici sociali, ecc."

Il mentoraggio tra Rom è stato ampliato nella regione di Pardubice tra il 205 e il 2008. Da maggio 2006 ci sono stati otto mentori rom che hanno collaborato con i centri dei servizi di mediazione e libertà vigilata a Pardubice, Ústí nad Orlicí e Chrudim.

 
Di Fabrizio (del 18/07/2011 @ 09:25:35, in Europa, visitato 1155 volte)

Da Hungarian_Roma

Romagazine.eu di Beatris Joó - 9 luglio 2011

"Non uso il concetto della cosiddetta integrazione rom. Lo trovo compulsivo. Non hanno bisogno di essere integrati... quello che dobbiamo ottenere è che la società rom e quella ungherese lavorino e vivano assieme" - dice Vilmos Kozáry, fondatore del Romaster Program, che opera dal 2007, e sostiene che la soluzione del problema risiede nel sostenere all'interno la formazione accademica rom.

Che idee ha lanciato il programma e come è stato impostato il corso?

Il programma Romaster è fondamentalmente una mia idea. Ho registrato il nome e l'ho dato al Forum Leader d'Affari Ungheresi (HBLF), un'istituzione che ha operato in Ungheria negli ultimi venti anni, principalmente si occupano di responsabilità sociale. I suoi membri, incluso un centinaio di compagnie e imprese ungheresi e straniere, ritengono che una buona resa economica non sia sufficiente di per sé. Il loro legame con la società dovrebbe caratterizzarle quanto il profitto che producono. Questa responsabilità appare anche nella loro appartenenza, perciò vengono supportati diversi tipi di programmi collegati a donne e genere, ambiente, volontariato e pari opportunità. L'ultimo gruppo di lavoro citato è guidato da me, dove viene enfatizzato il collegamento tra Rom e resto della società. Il nostro scopo è che i Rom siano riconosciuti in generale, o almeno i nostri membri, componenti importanti della società ungherese - che diviene evidente solo quando vengono offerte più opportunità ai lavoratori rom.

Il programma nasce con lo scopo di aiutare altri giovani Rom ad entrare nel mondo del lavoro. Chi sostenete in primo luogo?

Sosteniamo giovani Rom svantaggiati dai 14 anni sino al diploma, che vadano bene a scuola, abbiano buone capacità linguistiche e tendono a proseguire gli studi in economia, ingegneria, legge o scienze mediche. Lo scopo della formazione è massimizzare le loro opportunità di impiego immediato. Dopo tutto, chi li appoggia li adopererà per fornire opportunità d'impiego alla propria compagnia. Per esempio, la banca Raiffeisen supporta gli studenti della facoltà di economia.

Da dove vengono i fondi?

I 20.000 fiorini della borsa di studio che forniamo loro mensilmente vengono dalla compagnia d'appoggio. Il programma non fruisce di sovvenzioni statali. HBLF funge da coordinatore. L'anno scorso è stata istituita una fondazione, attraverso cui avvengono i trasferimenti. I ragazzi ricevono la somma totale, i costi amministrativi sono coperti da HBLF.

20.000 fiorini al mese non risolveranno tutti i problemi, ma se vengono spesi secondo i bisogni degli studenti, l'aiuto dato vale ogni centesimo. Possono iscriversi a corsi di lingua, viaggiare all'estero, comprare libri, ecc.

Ci sono altre compagnie che forniscono ulteriori sostegni in natura. Tuttavia, forse l'aiuto più grande proviene dai mentori.

Che ruolo ha un mentore?

I nostri mentori sono a disposizione degli studenti 24 h. al giorno, 7 giorni su 7, e forniscono aiuto per qualsiasi tipo di problema. Visitano l'azienda data su base regolare, garantiscono stage estivi e supervisionano lo sviluppo degli studenti. Essendo sempre accessibili, i mentori servono come un collegamento costante.

Il programma è popolare?

E' difficile ottenere l'appoggio delle compagnie e dei loro leader. Anche se non si richiede loro molti sforzi per supportare un ragazzi, questi ultimi possono (probabilmente) non raggiungere il profitto atteso. Il finanziamento annuale di un alunno costa 1.000 euro all'anno, una somma trascurabile. Le spese per i mentori sono significativamente più alte, ma difficili da definire in termine di tempo e denaro.

Attualmente sono supportati 50 studenti, 2 dei quali si sono recentemente diplomati ed hanno già un lavoro. Non è facile attrarre costantemente attenzione, dato che in Ungheria non abbiamo ancora un programma simile. Speriamo che i giovani rom coinvolti diventino ambasciatori di questo programma. L'unica possibilità per l'avanzamento sociale è l'istruzione, perché apre le porte. Con l'aiuto di psicologi, puntiamo a prepararli anche al loro ritorno, dato che il loro ambiente spesso tende a trattarli come estranei o alieni.

Perché il ritorno è così difficile?

L'ambiente da cui provengono non valorizza il lavoro e l'istruzione. Di chi sia la responsabilità, individuale o della società, è una questione complessa. Credo che da entrambe le parti bisogni iniziare ad avvicinarsi.

Cerchiamo anche di aiutarli anche con il coinvolgimento di esperti; per loro è assolutamente essenziale preservare la loro identità, nonostante il cambio di ambiente. Tuttavia, rimane la questione: come si comporteranno nella vita di ogni giorno dopo la fase di supporto, è qualcosa a cui solo loro potranno rispondere.

I ragazzi che sostenete, sono in contatto l'un l'altro?

C'è un elemento all'interno del programma, chiamato Romaster Alumni, che è una comunità sociale per chi si laurea nella medesima istituzione. Fornisce loro la possibilità di rimanere in contatto, condividere esperienze ed incoraggiarsi l'un l'altro, ed in quanto tale, gioca un ruolo importante nella loro vita.

Le persone coinvolte quali prospettive hanno in programma?

Se qualcuno è incline a credere che questo lo toglierà dalla povertà, ho paura che si sbagli. Noi cerchiamo di dare una visione realistica. Ciò che offriamo è un piccolo sostegno finanziario, mentoraggio, relazioni e migliori possibilità di impiego. Tutto ciò può contribuire al beneficio degli studenti se sono capaci e vogliono impegnarsi tramite duro lavoro e sforzi. Così potrebbe funzionare per arrivare alle compagnie se i loro sforzi si rivelassero nonostante tutto insufficienti. Diamo loro l'opportunità di orientarsi più facilmente nel mondo del lavoro. Motivandoli a studiare e lavorare, qui è il fattore chiave. (Lo so) C'è una grande quantità di idealismo alla base del concetto, ma senza questo non nascerebbe niente.

Alla luce di quanto detto, possiamo considerare di successo questo programma?

Anche se il programma è stato lanciato non molto tempo fa,  i risultati sinora ottenuti son estremamente positivi. Nel bilancio includiamo tanto le risposte dei Rom che pubbliche, ed in entrambe i casi, l'accettabilità è piuttosto alta. E' un regalo ed un'opportunità perché i giovani rom migliorino ulteriormente le loro motivazioni. Naturalmente sono costantemente monitorati e posti di fronte a (certe) esigenze didattiche, ma le regole non sono così rigorose. Quanti sono coinvolti nel programma, apprezzano molto di far parte della comunità.

Anche le compagnie coinvolte hanno grandi benefici. Si verificano cambiamenti significativi di prospettiva, soprattutto quando vengono supportati ragazzi rom. Possono esserci molti discorsi sociali e conferenze per affrontare il problema, ma la reale comprensione avviene solo quando si agisce assieme.

Secondo me gli intellettuali rom sono un media che (potenzialmente) hanno un'influenza dominante sulla loro società. Credo che la soluzione chiave sia che la società rom guadagni conoscenza nella cultura maggioritario, abbracciandosi l'un l'altra. Non uso il concetto della cosiddetta "integrazione rom". Lo trovo compulsivo. Non hanno bisogno di essere integrati, non è questa la soluzione. Ciò che si deve ottenere è che le società rom e ungherese lavorino e vivano assieme. I processi di alienazione, il declino del ruolo della famiglia, la perdita del senso di amicizia, non possono essere percepiti all'interno delle comunità rom. Difatti, ci sono molti controesempi: sono famiglia-centrici, ricchi di emozioni, innamorati della musica. Loro trasmettono anche questi valori, che vale la pena di adottare. Quindi, di nuovo, adattarsi a noi in tutte le aree della vita ed aspettare che abbandonino i loro costumi non è la soluzione.

Il programma Romaster è stato mutualmente lanciato dal Forum Leader d'Affari Ungheresi (HBLF) e da IBM Ungheria a febbraio 2007. Intende aumentare la comunità di quanti nella società rom posseggono adeguate competenze linguistiche e titoli di studio.

Il programma è gestito dalla fondazione Romaster in conformità alle compagnie di sostegno. Il supporto è costituito da tre pilastri: finanziamenti aziendali, tutor nominati dalle aziende e stage.

 
Di Fabrizio (del 20/07/2011 @ 09:04:34, in Europa, visitato 1154 volte)

Da Bulgarian_Roma (i link sono in inglese, ndr)

East of Center - BY BARBARA FRYE - JULY 11TH, 2011

11/07/2011 - Un amico mi ha appena inviato una dichiarazione riguardo ad una recente visita in Bulgaria di una funzionaria ONU, per vedere cosa sta facendo Sofia per migliorare il miserabile destino dei Rom nel paese. Persino le persone che hanno molto a cuore questo problema, potrebbero essere perdonate per non essere tentate di leggerla. Dopo tutto, quante volte sentiamo di un'altra condanna di un paese est-europeo da parte di un osservatorio dei diritti umani, per aver lasciato languire nella miseria e nell'ignoranza una parte della sua popolazione - ed ancora mantenere l'illusione che forse quel governo si impegnerà?

Ma questa versione è particolare. Potete sentire Gay McDougall, esperta ONU su questioni delle minoranze, stracciare i confini del linguaggio diplomatico, mentre cerca di esprimere disgusto e frustrazione dopo una settimana in Bulgaria.

Sofia potrebbe dire le cose giuste, ma lo fa poco, dice essenzialmente McDougall. "In gran parte molte politiche sembrano rimanere solo promesse retoriche rivolte ad un pubblico esterno - impegni ufficiali non soddisfatti nella pratica. ... Le discussioni con le agenzie responsabili, come il Ministero dell'Istruzione e quello del Lavoro e delle Politiche Sociali, hanno rivelato un impegno superficiale con scarse programmazione, controllo e valutazione," dice l'esperta indipendente.

Il governo troppo spesso lascia a qualcun altro il lavoro pesante:

"Le iniziative che sono state intraprese per trasportare giornalmente i bambini a frequentare le scuole miste fuori dai ghetti rom, fornendo pasti e servizi di supporto agli studenti, sono state in gran parte realizzate da un piccolo numero di OnG rom con scarse risorse, la parte del leone di questi finanziamenti viene da fonti internazionali, accompagnati da una piccola percentuale di contributi governativi. Queste OnG sopportano gran parte del carico di attuare le politiche di desegregazione che il governo approva ma non riesce a mettere in pratica."

Anche i funzionari locali che McDougall loda per aver tentato di migliorare il destino dei Rom e di altre minoranze, sono spesso ostacolati da mancanza di fondi o di supporto da parte di Sofia.

Dovrebbe essere irrilevante, lo so, ma Gay McDougall è una donna di colore degli Stati Uniti. Secondo la sua biografia su Wikipedia, è nata nel 1947 ad Atlanta e "fu scelta per essere la prima studentessa nera ad essere integrata nell'Agnes Scott College di Decatur, Georgia."

C'è qualcosa di sorprendente per come lei descrive i giorni più bui nel Sud di Jim Crow in un'intervista del 2008, apparsa sul sito web della facoltà di legge dell'università della Virginia:

"Abbiamo creduto allora che la nostra situazione fosse unicamente tragica," scrive McDougall. "Spesso guardavamo alla comunità internazionale con la speranza che in qualche modo il mondo al di là di questo paese operasse con regole diverse. Avevamo torto e ragione nel contempo."

Non è passato così tanto tempo da quando la gente nel paese natale di McDougall (e nel mio) si sentiva libera di fare le sue osservazioni sui neri americani, che oggi si fanno sui Rom: che sono criminali, non puliti, non interessati nell'istruzione, più adatti a lavori o traffici di fatica, ecc.

Riguardo il suo viaggio in Bulgaria, si legge nella dichiarazione: "L'esperta indipendente è profondamente preoccupata per i commenti, per esempio, di alcuni funzionari di alto livello, che indicano chiaramente il loro punto di vista sulle comunità rom come elementi prevalentemente criminali nella società bulgara."

Ho raccolto confidenze di molte persone bianche dell'Europa dell'Est, che si sentivano libere di condividere con me la brutta "verità" sui Rom (e probabilmente si sentiranno in dovere di rispondere a questo post). Ma mi succedeva anche negli USA. Sono bianca, così si suppone che debba essere d'accordo. McDougall non è bianca, ma non è una Romnì, quindi forse riguardo ai "funzionari di alto livello" si riferisce alla Bulgaria. Ma a chi si pensa che stia parlando? Che dire della "gente" di questa donna soltanto 50 anni fa? Lei è una lezione di storia che vive e respira loro in faccia, se riuscissero a vederla per tempo.

 
Di Marylise Veillon (del 16/08/2011 @ 09:13:14, in Europa, visitato 1163 volte)

Da Roma_Francais (i link sono in francese, ndr)

Le Monde

Forum con Laurent El-Ghozi, président de la Fnasat (Fédération nationale des associations solidaires d'action avec les Tsiganes) - Mis à jour le 29.07.11 | 19h28

"PER METTERE FINE ALLA QUESTIONE ROM, BISOGNA APRIRE LORO L'ACCESSO AL MERCATO DEL LAVORO"

Eric: quali sono le differenze tra viaggianti e Rom?
Laurent El-Ghozi: si intende, con il nome Rom, il quale significa "uomo adulto" in lingua romanì, una popolazione tra i 10 e i 12 milioni di abitanti, presenti in tutti i paesi europei e uniti da un'origine storica, una cultura, una lingua e dovunque vittime di discriminazioni.
Sono gli zingari, i sinti, i gitani. In Francia non c'è una minorità etnica, ma la designazione di una categoria amministrativa: les gens du voyage (i viaggianti) definiti dal loro modo di vivere itinerante. Tutti i "viaggianti" sono francesi, la maggior parte di loro sono zingari, o rom.
Coloro che chiamiamo "viaggianti" si riconoscono, per la maggior parte di loro, sotto il termine "rom" ma sono definiti dal loro modo di vita itinerante e una categoria amministrativa. Sono tra i 400.000 e i 600.000 in Francia, e subiscono anche loro numerose discriminazioni: diritto di voto, titolo di circolazione da fare timbrare dalla polizia ogni tre mesi, difficoltà di stazionamento e di accesso agli alloggi... Sono rappresentati da diverse associazioni nazionali: UFAT, ANGVC, ASNIT. La FNASAT riunisce un centinaio di associazioni, le quali lavorano con e per i "viaggianti" su tutto il territorio francese.

Anais: come giudicate l'influenza dell'Unione Europea sulla situazione dei rom in Francia?
L.El-G: l'Unione Europea aveva deciso sei anni fa, che entravamo nel decennio degli rom, 2005-2015, avendo come priorità il miglioramento della loro situazione dovunque in Europa. Per 10-12 milioni con come priorità il miglioramento della loro situazione dovunque in Francia e in Europa per 10 a 12 milioni di rom. Sei anni dopo, in tutti i paesi Europei, compresa la Francia, la situazione si è aggravata.
Le dichiarazioni del presidente Sarkozy un anno fa, stigmatizzando i rom, "viaggianti" supposti essere delinquenti, vanno nel senso di questa stigmatizzazione in aumento. La posizione della S.ra Reding è perfettamente legittima. Punta al lato deliberatamente razzista di una politica che designa una popolazione su basi etno-razziali, reali o presunte.
Oggi, tutte le istituzioni europee e internazionali si aspettano dalla Francia e da tutti i paesi europei, un piano per migliorare la situazione di rom e "viaggianti".

Anais: secondo Lei, quindi, l'Unione Europea, per via della sua (in)attività, avrebbe dunque un'influenza piuttosto dannosa sulla sorte dei rom in Europa, e il decennio dei rom non avrebbe avuto altro effetto che quello di stigmatizzarli?
L.El-G: La politica europea, da anni, è inefficace. C'è attualmente una volontà riaffermata di migliorare la situazione dei rom in tutti i paesi europei: in Ungheria, in Romania, nel Kosovo, in Italia, in Francia. Finanziamenti sono sbloccati, ma mancano operatori di fiducia, in particolare nei paesi d'origine, e una volontà politica di questi stati.
Bisogna ricordare che, fino al 1856, i rom erano schiavi in Romania. Da qui nasce l'idea che ne ha la popolazione.

David: La disfatta di Sarkozy in 2012 sarà un sollievo per la vostra comunità? Il programma del PS è migliore?
L.El-G: Non sono rom, ma gadjo. I gadjè sono tutti coloro i quali non sono né rom, né zingari, né gitani. Sono ugualmente un eletto socialista da vent'anni. Sono convinto che un governo socialista avrà la volontà, dal 2012, di mettere fine alle misure transitorie, permettendo così ai rom rumeni di essere considerati come cittadini europei, e di accedere normalmente al mercato del lavoro. Non ci sarà quindi più la "questione rom".

Bruno: Dall'estate scorsa, il governo non parla più di rom, ma di cittadini rumeni. E' una risposta positiva alle critiche delle associazioni?
L.El-G: Certo. Ricordo di una conferenza stampa nella quale il ministro dell'interno parlava di rom mentre il questore parlava solo di rumeni. In un caso, propositi razzisti; nell'altro, semplicemente propositi xenofobi. Il fatto sta che, parlando di rumeni migranti, il governo attuale fa riferimento soltanto ai rom.

Julien: Si percepisce sempre la stessa ipocrisia, da parte degli eletti del PS, i quali insorgono davanti ai propositi del presidente, ma i quali una settimana prima inviavano delle circolari chiedendo l'evacuazione dei campi rom?
L.El.G: Da una parte, la richiesta di evacuazione dei campi dei rom migranti, risponde a degli imperativi d'igiene e di sicurezza, i quali non si possono spazzare via con un manrovescio. D'altra parte, la questione dell'immigrazione dei rom rumeni è evidentemente una questione di responsabilità nazionale, la gestione della quale però, ricade inevitabilmente sulle collettività locali, quali siano i loro colori.
Sempre più città di sinistra tentano di mettere in opera dispositivi d'accoglienza meno disumani. Questo resta come un cauterio su una gamba di legno, in quanto l'unica soluzione, è l'abolizione delle misure transitorie, le quali vietano ai rom e ai bulgari di lavorare legalmente in Francia.

Thomas: Alcuni vengono per trovare aiuto, altri sono organizzati per truffare i turisti. Quando vediamo questi ogni mattina, capisco la voglia di alcuni di cacciarli nei loro paesi. Ma quale sarebbe la soluzione migliore?
L.El.G: Le cose sono due: quando la gente viene in Francia sia per motivi economici, sia per reali persecuzioni subite nei loro paesi, e che non possono lavorare legalmente nel paese che li accoglie, da una parte sono costretti a provare a guadagnarsi da vivere come possono, per esempio vendendo giornali, mendicando, svolgendo lavoretti al nero, e d'altra parte sono come tutti i poveri indigenti, vittime di banditi che sfruttano la loro miseria.

David: Appunto, perché non hanno diritto di lavorare?
L.El.G: Le misure transitorie che la Francia ha instaurato al momento dell'ingresso della Romania e della Bulgaria nell'Unione Europea, fatte per proteggere il mercato del lavoro, vietano in realtà ogni accesso al lavoro salariato normale per i rumeni e i bulgari. Queste misure ricorrono fino a fine 2011.
Il governo ha già annunciato che le avrebbe prolungate fino a fine 2013, data limite. In realtà, ci sono 15.000 rom migranti in Francia, ovvero da tremila a quattromila persone suscettibili di cercare un impiego. Sono 20 anni che tutti i rom che hanno avuto un titolo di lavoro, permettendo loro di lavorare legalmente, hanno trovato lavoro, pagano le tasse, si sono accasati, hanno scolarizzato i loro figli e non sono più un peso per la Francia.
Bisogna aggiungere che sono considerati come delinquenti dalla polizia, tutti i rom che non si trovano più in situazione regolare sul territorio.

Thomas: In Francia, è loro vietato lavorare normalmente?
L.El.G: Le misure transitorie, rimaste attive soltanto in dieci paesi europei, impongono per avere un permesso di soggiorno, di ottenere un contratto di lavoro. Questo è sottomesso a tre condizioni: rientrare nel quadro dei mestieri cosiddetti "sotto tensione", per i quali si manca di manodopera; trovare un datore di lavoro disposto a pagare tasse tra i 800 e i 1600 euro; ottenere l'accordo della direzione del lavoro, il che richiede tra i due e i sei mesi di tempo.
E' quindi alquanto eccezionale trovare un datore di lavoro che sia disposto ad accettare queste condizioni, al di fuori dei datori di lavoro militanti o facenti parte di associazioni.

Voisine: cosa permetterebbe l'eliminazione delle misure transitorie? Anche perché altri migranti anno delle condizioni di accesso ancora più dure, e trovano ugualmente lavoro. Per esempio i migranti dell'Africa sub-sahariana. Possono esserci altri motivi che spiegano le difficoltà di accesso al lavoro, come per esempio una mancanza di reti?
L.El.G: Da una parte, rom rumeni e bulgari sono europei e beneficiano del diritto di libera circolazione e di libera installazione, garantiti dalle convenzioni europee. Dovrebbero quindi potere, come i polacchi, gli spagnoli o gli inglesi, accedere al mercato del lavoro e vivere decentemente.
Effettivamente, hanno poche reti a disposizione, sono poco numerosi e soprattutto soffrono di un rigetto da parte dei loro concittadini non rom. Del resto, anche i migranti africani, vivono in condizioni altrettanto pietose, e lavorano al nero, senza copertura sanitaria, e senza alcun diritto sociale.

Pierre: Dite che queste misure transitorie sono applicate in dieci paesi. Com'è la situazione dei rom negli altri paesi?
L.El.G: Prendiamo ad esempio la Spagna, la quale ha tolto le misure transitorie l'anno scorso, e non ha registrato nessun flusso massivo di rumeni o bulgari. I rom rumeni presenti in Spagna, molto più numerosi che in Francia, trovano lavoro altrettanto difficilmente come gli altri migranti europei, ma non di più. Non c'è quindi nessuna questione specifica rom, ma è il divieto fatto loro, ancora una volta, di guadagnarsi da vivere legalmente.

Voisine: La Spagna, la quale vuole ora ristabilire le misure transitorie...
L.El.G: Non per quanto mi risulta, ma tutto è possibile. Sarebbe spiacevole e contrario alle raccomandazioni europee.

David: Vi è un "interesse" per lo stato francese, nel mantenerli nella marginalità?
L.El.G: Le misure transitorie permettono di avere una popolazione di alcune migliaia di persone, capri espiatori ideali, per focalizzare le paure, l'odio, e giustificare leggi sempre più securitarie. Così la "Loppsi 2" inizialmente fatta per lottare contro le installazioni illecite dei rom, autorizza oggi i prefetti ad espellere senza misure giudiziarie, tutte le occupazioni, comprese quelle su terreni privati o municipali.
La creazione, tramite le misure transitorie, di questo gruppo di capri espiatori, giustifica i discorsi xenofobi e razzisti e libera questa parola da parte della destra dell'UMP. La sua funzione politica è quindi evidente.

David: I rom hanno ancora voglia di venire in Francia, nonostante questi discorsi xenofobi e le misure adottate dalle forze dell'ordine?
L.El.G: Il fatto è che l'immigrazione dei rom rumeni prosegue allo stesso ritmo, malgrado le espulsioni – più di diecimila nel 2010 – e le condizioni di vita riservate loro. Come dicono: "c'è più da mangiare nella vostra spazzatura che da noi".
Ciò non toglie che il numero di rom rumeni presenti sul territorio, è stazionario intorno ai quindicimila, da diversi anni.

Thomas: Ma cosa fare? Ogni giorno al Palazzo Reale a Parigi, ci sono decine di minori di 16 anni. Non è vero che per i rom esiste una cultura della mendicità?
L.El.G: Esiste una cultura della povertà e quando si è poveri, tutti i mezzi sono buoni, soprattutto quando vi si vieta di lavorare normalmente. In Romania, i rom non chiedono l'elemosina e non vivono né in roulotte né in campi nomadi. Eppure sono molto discriminati, in particolare nell'ambito del mercato del lavoro.

Pierre: I veri responsabili della situazione difficile dei rom in Europa non sono quindi i governanti romeni, ai quali incombe a priori di accettare ed integrare questa fascia della sua popolazione? Perché l'UE, la quale versa importanti aiuti per lo sviluppo alla Romania, non impone ai dirigenti rumeni di fare uno sforzo?
L.El.G: Certo, la responsabilità della Romania è intera. Ma è un paese ancora disorganizzato, povero, con molteplici priorità, che considera – a torto per quanto mi riguarda – come superiori alla situazione dei rom. Costoro sono circa due milioni in Romania. Perciò la Francia, quinta potenza economica mondiale, dovrebbe potere accogliere quindicimila rom originari di Romania senza difficoltà, se vuole farlo. Non è altro quindi, ancora una volta, che una questione politica.

David: Cosa pensate del rapporto sanitario drammatico, pubblicato questa settimana da Médecins du monde?
L.El.G: Dal 1993, Médecins du monde, grazie alla sua missione "Banlieue", tenta di facilitare l'accesso alle cure per i rom migranti. La situazione descritta oggi mostra un aggravio in confronto agli anni precedenti, legato in particolare alla moltiplicazione degli sgomberi di campi.
Impossibile infatti assicurare la continuità delle cure, della prevenzione, della vaccinazione, quando le persone vengono spostate ogni tre o sei settimane.
Questo ha ugualmente conseguenze negative per l'insieme della popolazione presente sul territorio.

Pierre: Il modo di vita itinerante non è un freno all'accesso a un'attività professionale stabile?
L.El.G: I rom della Romania non sono nomadi. Non vivono in roulotte, ma in case da decenni. Se si sono installati in roulotte marce in Francia, in mancanza di un altro riparo. Non c'è quindi nessun motivo di considerare che il fatto di essere rom, implichi una qualsiasi difficoltà per accedere a un impiego stabile.

David: Gli avvenimenti di Nimes tra comunità gitane e del Magreb (violenze, vendette) non favoriscono i "cliché" riguardo agli zingari, perfino sedentari. Come lottate contro questo?
L.El.G: Gli avvenimenti di Nimes non hanno nulla da vedere con i rom, ma riguardano gitani francesi. Che ci siano frizioni tra le diverse comunità non concerne soltanto i gitani, ma anche degli africani, dei magrebini... Quindi non credo che bisogna fare di questa storia una generalità.
La questione della pessima immagine dei gitani è essenzialmente legata ad una cultura del diverso, e in particolare in periodo di crisi, tutto ciò che è diverso viene facilmente rigettato.

Pierre: Siete a favore dell'occupazione illegale dei terreni da parte dei rom, o per delle proposte di alloggi legali alternativi? Cosa proponete?
L.El.G: E' evidente che i rom, come tutti i cittadini europei, devono potere accedere al mercato del lavoro da una parte, e a quello dell'alloggio da un'altra, senza particolari discriminazioni.
L'occupazione illegale di terreni, che sia autorizzata o meno dai comuni, è evidentemente un peggioramento indegno.

Voisine: I francesi vi sembrano maggiormente informati sulla situazione dei rom?
L.El.G: L'unico effetto positivo del discorso di Grenoble, è stato una mobilizzazione di un numero importante di cittadini militanti, collettivi di sostegno, associazioni dei diritti dell'uomo o antirazziste. A livello francese come a livello europeo.
Il fatto che oggi ancora, un forum de le Monde.fr obbliga a rispondere a delle domande delle quali le risposte sono state date da circa un anno, mostra che il lavoro sulle rappresentazioni negative e le discriminazioni non è mai concluso. Informazione: il primo ottobre 2011 avrà luogo in un certo numero di capitali europee, la prima "Roma Pride", manifestazione della fierezza del popolo rom.

Amaury: I re autoproclamati dei rom hanno fatto qualcosa per la loro comunità?
L.El.G: I re autoproclamati sono dei capi di comunità più o meno estese, ma non rappresentano molto agli occhi dei rom stessi, e soprattutto nei confronti delle istituzioni.
Altri responsabili rom s'impongono progressivamente nelle istituzioni nazionali ed europee, in particolare il Forum Europeo dei Rom, il quale riunisce da un anno i rappresentanti rom di tutti i paesi europei, e tenta di fare peso sulle politiche europee.

Chat moderata da Eric Nunès

 
Di Fabrizio (del 18/08/2011 @ 09:56:38, in Europa, visitato 1293 volte)

Da Hungarian_Roma

The Jerusalem Post By JEREMY SHARON - 02/08/2011

Photo by: Bernadett Szabo/Reuters

Ebrei e Rom parlano di alleanza in Ungheria

Voci sempre più radicali e racconti anti semiti che diventano sempre più forti, dice il capo delle OnG; i Rom in Europa da tempo affrontano discriminazioni e persecuzioni

La gioventù rom si è incontrata [...] in un piccolo villaggio, Bánk, nell'Ungheria settentrionale, per discutere e formulare piani per una migliore cooperazione tra le due comunità in Europa.

Il progetto, chiamato Volunticipate, ha avuto luogo assieme al più vasto evento chiamato Bankito Festival, ed è stato organizzato da numerosi gruppi, incluso Marom, organizzazione culturale ebraica in Europa, la fondazione pubblica educativa informale ebraica Haver e diversi gruppi di pressione rom.

Lo stesso Bankito Festival è una stravaganza musicale e culturale organizzata da diverse OnG ebraiche e no, che si prevede attragga centinaia di persone dall'Ungheria e dall'estero.

 "In Ungheria al momento c'è un alto livello di intolleranza e mancanza di pensiero critico," dice Mircea Cernov, amministratore delegato di Haver. "Le radici di ciò affondano nella scuola e sono profondamente ancorate nella società. Quello che stiamo tentando di fare è affrontare la mancanza di dibattito su questi temi."

Dice Cernov: "Le voci radicali si sono rafforzate in Ungheria negli ultimi anni."

"Ci sono segni concreti e casi di discriminazioni contro la comunità rom e il rafforzamento della retorica antisemita."

Il programma Volunticipate, che inizia lunedì e dura sino a domenica, si focalizzerà su seminari formativi in OnG e gestione di progetti, budget, raccolta fondi e reclutamento di volontari. Lo scopo, secondo Marom, è di far condividere tra i vari gruppi rom ed ebraici le esperienze su problemi e sfide comuni che le due comunità affrontano, e per facilitare un migliore sviluppo organizzativo.

I Rom in Europa da tempo affrontano discriminazioni e persecuzioni e continuano ad affrontare discriminazioni e marginalizzazioni strutturali, secondo ternYpe International Roma Youth Network, un altro degli organizzatori di Volunticipate.

European Roma Rights Center afferma che negli ultimi tre anni, nove Rom sono stati uccisi e dozzine feriti in attacchi a sfondo razziale, attraverso sparatorie, molotov, accoltellamenti e pestaggi.

"Penso sia chiaro come in tutta Europa l'estrema destra si stia rafforzando e come i suoi discorsi e retorica siano molto popolari tra certi gruppi in Europa," dice Cernov. "Le OnG ed il settore non-profit stanno facendo un grande lavoro, ma le elite politiche egli opinion maker devono davvero sviluppare empatia verso questi temi. L'attitudine della maggioranza cambierà soltanto quando queste persone si impegneranno realmente su questi problemi."

 

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