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\\ Mahalla : VAI : Europa (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Fabrizio (del 30/04/2010 @ 09:41:46, in Europa, visitato 2074 volte)

Da Czech_Roma (leggi anche QUI)


Firma questa carta o morirai Ingannate nell'autorizzare la propria sterilizzazione, un gruppo di donne romanì si sono unite nel combattere per i propri diritti riproduttivi. by Sophie Kohn 20 aprile 2010

OSTRAVA, Repubblica Ceca | Elena Gorolova aveva un gran dolore. Le infermiere e i dottori gridavano attorno a lei, cercando di inserirle un pallone tra le gambe per fermare l'uscita del suo bambino e così utilizzare un parto cesareo. Gorolova e suo marito, Bohus, una coppia con altri due bambini a casa, erano eccitati alla prospettiva di un altra aggiunta alla loro giovane famiglia.

Ma per i dottori, il nuovo arrivo significava che Gorolova finiva nella terza sezione-C. Le dissero che un altro parto sarebbe stato fatale.

Le misero semplicemente un foglio in mano ed improvvisamente le dissero: firma o morirai. Non c'era tempo per domande, spiegazioni, riflessioni.

Elena Gorolova

"Non lo lessi," spiega con calma Gorolova, abbassando i vividi occhi marroni. "Non c'era nessuno con me. Nessuno mi disse cosa stava succedendo. Ero totalmente fuori di testa e così firmai."

E lì, mentre stava per dare alla luce, le capacità riproduttive di Gorolova furono interrotte. Poco dopo aver partorito suo figlio col taglio cesareo, i dottori sterilizzarono irreversibilmente Gorolova tagliandole le tube di fallopio. Era il settembre 1990.

Come Gorolova scoprì più tardi, si stima che 90.000 donne romanì nella Repubblica Ceca sono passate per la stessa esperienza negli scorsi 40 anni, molte di loro terrorizzate nel firmare l'autorizzazione alla sterilizzazione, dopo che i dottori dissero loro che partorire nella sezione-C era a rischio della loro vita.

Due giorni dopo che Gorolova diede alla luce il suo terzo figlio, il direttore dell'ospedale di Ostrava, una città industriale a 15 km. ad est dal confine polacco, spiegò che la sterilizzazione era l'unica maniera per essere sicuri che lei non avrebbe più partorito. Era medicalmente necessario, disse. In quel momento Gorolova arrivò a negare che l'ultimo nato fosse suo.

Lei e l'offeso marito Bohus hanno dubitato che la spiegazione razionale che avevano appena ricevuto fosse il motivo reale Gorolova era stata sterilizzata. Andarono al tribunale di Ostrava a chiedere una spiegazione. Furono immediatamente cacciati fuori.

Ancora nessuna scusa

Per oltre 15 anni, Gorolova ha pazientemente lottato con la vergogna. Bohus frequentava un pub del posto dove gli altri rom gli dicevano che sua moglie non serviva a nulla.

Vlasta Holubova

La maternità è importante nella cultura romanì, dice Vlasta Holubova - 45 anni, un'altra romnì di Ostrava sterilizzata senza il suo consenso nel dicembre 1988, mentre stava partorendo il quarto figlio. Dice "La gente che ha più figli in famiglia è ricca. Avere tanti bambini è come un tesoro."

Negli scorsi quattro anni, Gorolova ed altre sterilizzate contro volontà si sono unite come una singola voce per i diritti riproduttivi. Spalleggiate da avvocati di spicco, le donne si sono lanciate in una campagna di testimonianza dentro la Repubblica Ceca ed attraverso campagne all'estero. Il loro lavoro è stato recentemente riconosciuto dal governo.

A novembre, l'amministrazione ceca ha espresso rammarico sulle sterilizzazioni, senza però arrivare ad una piena ammissione di colpa. Il governo ha quindi ordinato al Ministero della Salute di revisionare le proprie pratiche per assicurarsi che non avvengano più in futuro sterilizzazioni senza un consenso propriamente informato.

Secondo la legge, il consenso senza informazione è da considerarsi una base insufficiente per qualsiasi intervento medico, inclusa la sterilizzazione. Eppure, soltanto una manciata di queste sterilizzazioni è arrivata ai tribunali, col risultato di isolate scuse ed alcune compensazioni finanziarie. I dottori responsabili non hanno subito alcuna punizione.

Controllo della popolazione

Otakar Motejl, difensore civico ceco e convinto sostenitori dei diritti romanì, dice di non essere pienamente soddisfatto della risposta governativa e chiede che i Rom continuino a battersi per una piena compensazione. Però "a causa della natura personale [dei reclami], non possiamo aspettarci grandi folle di donne che si rivoltano nelle strade," spiega in un'intervista telefonica dal suo ufficio nella città orientale di Brno.

Ottenere scuse ufficiali dal governo è ancora più complicato perché "il governo che ora si sta scusando ha davvero poco a che fare con l'organizzazione che iniziò il programma di sterilizzazione," dice Motejl, riferendosi al fatto che gli operatori sanitari dell'epoca lavoravano sotto istruzione dell'ex regime comunista.

Le prime emozionanti azioni iniziarono nel 2005, quando Motejl fece pressioni sul governo perché il governo investigasse sui numerosi reclami di sterilizzazioni forzate che crescevano sulla sua scrivania, la maggior parte da donne romanì di Ostrava.

Spiega che quando la Repubblica Ceca era uno stato comunista, la pratica che descrive come "controllo della popolazione" era che gli operatori sociali obbligavano alla sterilizzazione i Rom. In quei tempi, minacciavano di portare via i bambini se le donne non consentivano alla procedura.

"Stavano infrangendo la legge durante il sistema comunista perché non volevano far far nascere altri Rom," dice Gorolova.

Con la caduta del comunismo, la pratica apparentemente ebbe termine, ma il caso di Gorolova è la prova che i responsabili semplicemente usarono metodi differenti per ottenere i medesimi risultati. I dottori allora presenterebbero la procedura alle romnià come una urgente necessità medica, scegliendo gli intensi, paurosi e disorientanti momenti del travaglio come il periodo migliore per estorcere l'accordo.

Anche alcune donne ceche non-rom sono state vittime di sterilizzazioni involontarie; Holubova parla di donne che lo stato considerava "socialmente più deboli", scarsamente istruite o disabili, come obiettivi tipici.

Imparare a parlare

Le mani di Gorolova ostentano anelli d'oro su ogni dita. Siede calma mentre racconta la sua storia, sul luogo di lavoro negli uffici di Ostrava di Life Together, un gruppo dedicato ai diritti romanì.

Gorolova arrivò in Life Together nel 2006, quando un rapido notiziario apparve una sera sullo schermo della sua televisione. Sorride e dice, "Ho capito che vi appartenevo."

Molto presto, altre donne rom sterilizzate provarono a bussare alle porte dell'organizzazione. Le donne si sedevano attorno ad un lungo tavolo e, per la prima volta, offrivano le loro storie. Da questi inizi lanciarono un progetto chiamato "Non sei sola". Mandarono Gorolova, eletta portavoce, nella comunità ad incoraggiare altre vittime della sterilizzazione a farsi vive.

Ma le donne avevano paura di parlare. Alcune vittime non romanì delle sterilizzazioni rifiutarono di partecipare agli incontri perché non volevano mescolarsi con gli stigmatizzati Rom. Molti pensarono che Gorolova avesse parlato della sua storia per ottenere soldi dal governo. Così, quando le donne non volevano andare da lei, Godolova le visitava a casa loro. Lentamente, le approcciò.

"La principale ragione per cui le donne mi hanno creduto, è che io stessa sono passata per la sterilizzazione, e so come si sentono. Non sono un'estranea," dice dolcemente.

Le donne rom tradizionalmente hanno molti bambini già da giovani e restano a casa a crescerli. Possono passare decenni tra il primo figlio e l'ultimo. Inoltre, dato che i Rom incontrano una significativa ostilità fuori dalle loro comunità, le donne possono finire abbastanza isolate negli anni in cui crescono i figli. Per molte di loro, il coinvolgimento in Life Together ha svegliato abilità sociali atrofizzate, riaccendendo un senso di scopo. Gorolova attribuisce persino al suo attivismo la decisione di prendere un diploma di scuola superiore.

"Per 15 anni sono stata disoccupata," dice. "Ho dimenticato totalmente come comunicare con la gente. Non avrei mai pensato che sarei stata capace di comunicare con gente a questo livello, e che avrei dovuto farlo col governo."

Gorolova elenca con semplicità le realizzazioni di cui è più orgogliosa nel suo lavoro con Life Together. L'organizzazione ha organizzato una consulenza psichiatrica per le donne, un'esposizione fotografica delle case e delle famiglie romanì, in palazzi del governo e musei in tutto il paese, ed iniziato dei forum di discussione con ginecologi. Gorolova viaggia spesso assieme a Gwendolyn Albert, attivista romanì americana che ha tradotto i discorsi di Gorolova nelle presentazioni a New York, Strasburgo, Grecia e Svizzera.

Nonostante gli sforzi delle donne, Holubova dice che l'ammissione del governo è più un contentino alle pressioni internazionali che una sincera espressione di scusa. Tutti e quattro i figli di Holubova hanno trasferito le loro giovani famiglie in Inghilterra e Canada per fuggire dalla discriminazione che sentono come Rom nella Repubblica Ceca. Mentre osserva il quieto, fumoso appartamento che ora condivide solo con suo marito, il suo disappunto per la propria patria è palpabile.

"I ragazzi sono già cresciuti. Volevamo ancora un figlio o una figlia, per non rimanere così da soli," dice.

Mentre parla, i suoi tre curiosi nipoti, in visita assieme ai genitori dalla GB, attorniano la poltrona, ridendo. La più piccola, Natalia, sorride con malizia, dondolando le gambette bardate di stivaletti d'argento.

Quando le si chiede cosa la fa andare, Holubova sorride pensosamente e pone un braccio protettivo attorno a Natalia. Risponde "questi bambini".

Sophie Kohn is a writer in Toronto. Photos by Valter Ziantoni.


Continuo con la mia personale antologia delle poesie di Paul Polansky. Un'anticipazione, sarà a Milano il prossimo 27 maggio. A presto i particolari

UN VESTITO NUOVO

Una infermiera continuava a venire a casa mia
per convincermi.

"Eva", diceva
"hai già troppi figli.
Fai questa operazione e potrai
avere belle cose in cambio."

Avevo ventidue anni.
ero incinta del mio quinto figlio.
Mio marito era in prigione.

Acconsentii all'aborto,
ma non ero sicura riguardo all'altra cosa.

Dopo essere tornata a casa dall'ospedale,
l'infermiera mi diede dei soldi
per un vestito nuovo.

Fu allora che seppi
di essere stata sterilizzata.

"Certo che hai acconsentito," disse lei.
"Sul tavolo operatorio... hai annuito."

 
Di Fabrizio (del 27/04/2010 @ 09:20:38, in Europa, visitato 1546 volte)

Segnalazione di Paolo Ciani

santegidio.org

Su invito della Comunità di Sant'Egidio, il 22 e 23 aprile, a Budapest e a Pannonhalma, in Ungheria, si sono tenute due importanti conferenze della scrittrice austriaca Ceija Stojka, sopravvissuta al porrajmos, l'olocausto dei rom durante la II guerra mondiale.

Il primo incontro ha avuto luogo nel liceo dei benedettini a Pannonhalma, dove la signora Stojka è stata salutata calorosamente anche dall'abate Asztrik Várszegi. Il secondo, nella capitale, è stato organizzato insieme alla Facoltà di Teologia dell'Università Cattolica Pázmány Péter di Budapest e al vescovo ausiliare János Székely, responsabile della pastorale degli zingari nella Conferenza episcopale ungherese.

In entrambe le occasioni, la signora Stojka è stata ascoltata da un pubblico numeroso ed attento, per lo più giovani studenti universitari e liceali.

Ceija Stojka ha raccontato la persecuzione, la sua deportazione e la sua prigionia nei campi di sterminio ad Auschwitz, Ravensbrück e Bergen-Belsen che lei ha vissuto da bambina rom insieme alla sua grande famiglia cui molti membri furono uccisi. Oltre ai fatti narrati in maniera acuta e emozionata, ha offerto anche una riflessione approfondita sull'attualità della sua testimonianza.

"Come mai anche oggi – si è chiesta - all'inizio del nuovo secolo, in paesi europei, gli zingari, solo perché tali, specie bambini ed altri innocenti vengono umiliati, maltrattati e – come è successo in Ungheria - persino uccisi?" Con grande fermezza, ha rivolto un invito al suo pubblico giovane: "Lasciate che i miei nipoti vivano. Anzi aiutateli a vivere. Voi siete il mio manto protettore . Se voi difendete gli zingari, i piccoli, difenderete anche voi stessi. Così diventerete un manto protettore per voi stessi."

 
Di Fabrizio (del 18/04/2010 @ 09:48:20, in Europa, visitato 1300 volte)

Da Czech_Roma

La piccola Natálka, la bambina di due anni seriamente ustionata in un attacco doloso contro la sua casa a Vítkov, sta reimparando a camminare. Sua madre, Anna Siváková, ha detto all'Agenzia Stampa Ceca che la bambina non è più in grado di camminare se qualcuno non la tiene per mano. Presto seguirà la riabilitazione per i problemi col suo piede destro, che non vuole camminare. Poi affronterà un'altra operazione, alle dozzine che ha già subito. Il 19 aprile sarà passato esattamente un anno da quei tragici eventi che hanno cambiato le vite di così tante persone.

L'11 maggio andranno a processo gli accusati di aver causato la disgrazia della piccola bambina e dei suoi genitori, che pure furono feriti dalle fiamme. I genitori di Natálka si ritroveranno di fronte agli assalitori. "Non faccio previsioni. Non ho idea di come risponderò quando li vedrò," dice Siváková.

Recentemente la madre di Natálka ha ricevuto una copia delle accuse, circa 50 pagine, e ne ha letto i dettagli. "Dicono che Lukeš organizzò tutto. Chiamo gli altri e li aspettò ad Opava. E' anche accusato di aver scelto la nostra casa," dice, aggiungendo che gli accusati si rimpallano le loro responsabilità. Però, tutti si giustificano dicendo di non aver saputo che la casa fosse abitata. "La polizia ha interrogato la ragazza di Lukeš a Vítkov. Lei ha detto che avevano guidato diverse volte sino a casa nostra e di avervi visto giocare i bambini," dice Siváková.

Ha anche letto che un'altro accusato, Müller, si bruciò la mano lanciando le molotov. L'accusa dice che un'ora dopo cercò di curarsi a casa di un amico. Dice anche che il gruppo intendeva commettere l'attacco una settimana prima, ma che non trovarono una macchina per farlo.

Gli incendiari, tutti estremisti di destra di Bruntál e Opava, lanciarono tre molotov piene di benzina attraverso le finestre della casa. Natálka, che non aveva ancora due anni, soffrì di ustioni di secondo e terzo grado sull'80% del corpo. I genitori furono ustionati più lievemente.

L'attacco cambiò completamente la vita della famiglia. Anche dopo che Natálka tornò a casa dopo otto mesi di ricovero, niente era più lo stesso. "Pensavamo che sarebbe stato meglio dopo il ritorno a casa. Sbagliavamo. Era solo l'inizio," dice Siváková. La piccola Natálka ha subito dozzine di operazioni ed ora ha paura dei dottori. Urla disperatamente quando vede l'ospedale, e presto dovrà sottoporsi ad un'altra degenza. "Tra due settimane dobbiamo iniziare la riabilitazione. Poi sarà operata alle mani. Starà in ospedale per un mese. Non so come farà," dice la giovane madre.

David Vaculík, Jaromír Lukeš, Ivo Müller e Václav Cojocaru affronteranno il processo in mezzo a straordinarie misure di sicurezza. Sono accusati di aver commesso un tentato omicidio multiplo, tra cui una bambina, a sfondo razziale. Rischiano l'ergastolo. "Per me sarebbe giusto se ricevessero la pena più dura possibile. Ci hanno condannato ad una pena che durerà tutta la vita. Penso che debbano soffrire come sta soffrendo la nostra famiglia," dice Siváková.

Czech Press Agency, translated by Gwendolyn Albert

 
Di Fabrizio (del 17/04/2010 @ 09:16:55, in Europa, visitato 1404 volte)

di Piero Ignazi - 15 Aprile 2010

Tra le due guerre, fascismo e nazional-socialismo attecchirono vigorosi in Ungheria. I movimenti che si richiamavano a quelle esperienze ammontavano a un centinaio e solo la morte del leader del fascismo ungherese Julius Gömbös nel '36 impedì una piena fascistizzazione del regime autoritario instaurato nel '32 dall'ammiraglio Miklós Horthy. L'alleanza con la Germania portò poi nel '44 all'instaurazione di un regime nazional-socialista vero e proprio incentrato sul Partito delle Croci frecciate. E da quel momento iniziò la deportazione in massa dei 500mila ebrei ungheresi. L'Ungheria ha quindi una storia cupa alle spalle.

Non meno travagliati sono stati i primi dieci anni del dopoguerra, culminati con la rivolta del 1956. In seguito, il "comunismo al gulasch" aveva pacificato il paese. Anche la riabilitazione delle vittime delle repressioni staliniane degli anni bui come Laszló Rajk, o della rivolta del 1956, peraltro già avviata prima dell'89, indirizzava il paese su un binario solido di transizione e consolidamento democratico. Così è stato, finora, grazie a una serie di alternanze al governo tra socialisti e moderati. Anche la presenza di partiti di estrema destra non preoccupava più di tanto.

Diverso, invece, il quadro emerso dalle elezioni parlamentari di domenica scorsa. Il Movimento per una Ungheria migliore (Jobbik), che alle elezioni del 2006 aveva raccolto appena il 2%, ma che già alle europee del 2009 era schizzato al 14,8, a quelle parlamentari di domenica è arrivato al 16,7. Risultati che fanno di questo partito uno dei più significativi di tutta Europa.

Come nella Fpö austriaca degli anni 90, guidata da Jorg Haider, anche Jobbik alterna richiami più o meno mascherati ed eufemistizzati al passato delle Croci frecciate con interventi sui temi d'attualità. Da un lato, agisce sulla nostalgia animando un movimento paramilitare - la Guardia ungherese - con tanto di divise, bandiere e organizzazione gerarchica che richiama le Croci frecciate; riprende i toni antisemitici con espliciti attacchi a personalità ebraiche e allusioni alle "forze occulte della finanza internazionale" che dissanguano la nazione; difende criminali di guerra come Sandor Kepiro considerati dal Centro Wiesenthal come il principale ricercato del 2010; e invita alla "soluzione finale" (sic) del problema degli zingari.

Dall'altro si presenta come un partito nazionalista che vuole restaurare i fasti dell'antica nazione magiara, i mille anni della "Sacra Corona" di Santo Stefano, che predica di una politica aggressiva di law and order ma nulla più, e che si dichiara ferocemente antisocialista e anti-establishment.

Jobbik è un altro partito dell'estrema destra populista che mescola abilmente richiami alla storia nera ungherese con l'agitazione dei problemi attuali, reali e meno, dell'Ungheria. La campagna anti-zingari e contro le influenze straniere si sviluppa lungo due piani: nel primo si criminalizza la minoranza Rom (il 6% della popolazione); nel secondo si accusano la Banca centrale e il governo socialista di consentire con la nuova legge sulla proprietà agraria che la terra ungherese possa "finire in mano straniere", e d'impedire una tassazione più elevata sulle multinazionali. Dietro a tutto questo, ovviamente, c'è la responsabilità della Ue che impone norme contrarie ai "veri" interessi della nazione e del popolo.

Un tale armamentario ideologico si ritrova in molte parti d'Europa. Di fronte a movimenti di questo genere sono possibili due strategie: quella francese, dell'isolamento assoluto dell'estrema destra costi quel che costi in termini elettorali; quella austriaca e olandese dell'inclusione dei partiti estremisti al governo per ridimensionarli o modificarli. L'unica strada da non percorrere è quella di far finta di niente, di considerare irrilevanti o folkloristiche le posizioni xenofobe antisemite e nazionaliste. Perché hanno grande appeal in momenti di crisi e di trasformazione, soprattutto presso le componenti più spaventate e più esposte. E, quando si rompe la diga, queste posizioni possono dilagare.

15 Aprile 2010

 
Di Fabrizio (del 14/04/2010 @ 09:38:45, in Europa, visitato 1166 volte)

Da Hungarian_Roma

Brno, 7.4.2010, 22:10

Un nuovo memoriale commemorerà il sacrificio di 12.000 Ebrei e centinaia di Rom a Brno che perirono nei campi di concentramento della II guerra mondiale. La città intende erigere il memoriale delle vittime dell'Olocausto in Náměstí 28. října (piazza 28 Ottobre). Secondo il vicesindaco Daniel Rychnovský (cristiano democratico), la città sta formando la commissione che giudicherà i progetti. Rychnovský ha detto ai giornalisti che la città spera di ricevere i progetti per il memoriale entro la fine di settembre.

Un gruppo di esperti che include rappresentanti delle comunità ebrea e romanì sta valutando la composizione della commissione. Il memoriale sarà eretto nel parco sulla piazza, che recentemente è stata modificata. "Lì c'è una stanza per una scultura," ha detto Rychnovský. La data dell'installazione, la dimensione del memoriale ed il suo costo dipenderanno dai risultati del concorso. Il risultato dovrebbe essere noto per la fine dell'anno.

Attualmente non esiste un monumento alle vittime dell'Olocausto a Brno, anche se quegli eventi sono scritti nella storia della città e nella vita dei suoi abitanti. Dopo la guerra, 12.000 Ebrei non sono più ritornati a Brno dai campi di concentramento, e vi rimasero lì solo poche centinaia. "Ogni volta che ci inorgogliamo della villa Tugendhat, che è un monumento patrimonio dell'UNESCO, dobbiamo sempre ricordare che venne costruito da proprietari ebrei," ha detto il vicesindaco.

Negli anni recenti sono stati eretti diversi memoriali che commemorano storie e personalità del XX secolo. Questa settimana verrà svelata alla facoltà di legge una statua del presidente cecoslovacco Edvard Beneš. L'anno scorso in occasione del 17 novembre, il quartiere Bohunice ha svelato un memoriale sulle vittime del dispotismo comunista. Il memoriale commemora le sofferenze dei residenti che persero le loro case quando lo stato gli rese la terra per costruire appartamenti. Tre anni fa venne eretta una piramide di bronzo in via Roosevelt in onore tante delle vittime della II guerra mondiale che del totalitarismo comunista.

Czech Press Agency, translated by Gwendolyn Albert

 
Di Fabrizio (del 03/04/2010 @ 09:44:12, in Europa, visitato 2042 volte)

Da Hungarian_Roma

Reuters 29-3-2010 By Marton Dunai

OZD, Ungheria (Reuters) - Lo scenario è classico. L'economia ungherese è in crisi, la sua vista minoranza rom è un facile capro espiatorio ed un partito di estrema destra che protesta contro i "truffatori zingari" ed i "parassiti del welfare" è previsto come il grande vincitore.

Se i sondaggi hanno ragione, il partito nazionalista Jobbik ha la possibilità  di diventare il secondo partito più grande dopo le elezioni dell'11 e 25 aprile, negando al favorito Fidesz di centro-destra la possibilità  di ottenere i due terzi della maggioranza.

"Con la sua retorica ultrapopulista, lo Jobbik potrebbe influenzare le politiche del prossimo governo," ha detto l'analista politico Andras Giro-Szasz. "Lo Jobbik può limitare il mandato popolare del prossimo governo."

I Rom compongono tra il 5 e il 7% della popolazione ungherese e diffamarli si è dimostrata la tattica di maggior successo di Jobbik da quando un crollo economico di oltre il 6% l'anno scorso ha lasciato disoccupato un Ungherese su 10.

Le sue vittorie più grandi sono state in posti come Ozd, nel povero nord-est ungherese, una città  dell'acciaio piombata in tempi bui, dove sono stati sconfitti i Socialisti che lì avevano un seggio da 16 anni.

E' cresciuta la disoccupazione

La disoccupazione a Ozd da anni è oltre il 20%, ed un terzo della popolazione è rom. Jobbik (Movimento Per un'Ungheria Migliore) lì ha quasi battuto il Fidesz nelle elezioni del 2009 per il Parlamento Europeo, e la sua popolarità  da allora è sempre cresciuta.

"Molti di noi sono stufi di come gli Zingari pensano dell'assistenza sociale come modo di vita," dice Andras Kemacs - meccanico, 27 anni di Ozd - "Jobbik mi ha impressionato per la sua apertura su ciò."

Jobbik ha anche capitalizzato il risentimento popolare contro l'elite politica, incluso il Fidesz, che ritiene corrotta.

Ha demonizzato l'Unione Europea ed il Fondo Monetario Internazionale, che insistevano su un doloroso taglio delle spese come condizione di risanamento delle finanze pubbliche ungheresi.

E con un uso attento dei media, usando Internet per raggiungere i giovani - incluso gli studenti delle superiori, ha sorpassato tutti gli altri partiti eccetto il Fidesz.

I sondaggi mostrano che a livello nazionale lo Jobbik è vicino al 20% tra chi ha deciso di votare. Questo lo porta spalla a spalla con i Socialisti al governo, mentre il Fidesz ha circa il 60% delle proiezioni di voto.

Questi successi, monopolizzando il voto di destra e rubandone a sinistra, ha eroso le possibilità  del Fidesz di ottenere la maggioranza dei due terzi che sarebbe quella piattaforma di una vasta riforma auspicata dagli economisti.

L'Ungheria per anni ha lottato per migliorare il suo gonfiato settore governativo ed assestare la spesa pubblica. I tagli alla spesa hanno posto il deficit sotto controllo, ma la maggior parte delle riforme strutturali di settore ritardano.

La riforma chiave richiedente una maggioranza dei due terzi è la razionalizzazione dei 3.200 governi locali, da cui dipendono scuole ed ospedali e sono i maggiori percettori del budget statali.

Fidesz potrebbe anche provare una riforma del finanziamento al partito notoriamente corrotto.

Decadimento e disperazione

Ad Ozd, i problemi che assalgono l'Ungheria, e specialmente i Rom, sono terribilmente evidenti.

Dopo il 1989 il collasso del comunismo ha portato alla chiusura delle acciaierie di Ozd, la principale fonte di lavoro, rigettando fuori dal mondo del lavoro 14.000 persone. I Rom, manodopera non specializzata, sono stati i primi ad essere tagliati fuori, la maggior parte non ha più lavorato da 20 anni.

Decadimento e disperazione nei villaggi del circondario ha portato migliaia di persone a Ozd. Oggi, un terzo dei 39.000 residenti sono Rom, dice Lajos Berki, leader del Consiglio Comunitario Zingaro.

"Circa 1.000 di noi hanno più o meno un lavoro regolare," dice Berki. "Il resto vive con il welfare. Ci sono problemi, inutile negarlo. Qualche migliaio di Zingari ha causato problemi reali."

La baraccopoli rom ai margini di Ozd, conosciuta come Hetes, ferve di attività , ma nessun lavoro salariato. I ragazzi giocano a calcio fuori da case in rovina, mentre gli adulti tagliano legna raccolta illegalmente o vagano senza scopo.

"Non sono fissato col welfare," dice Gyula Budai, in piedi accanto all'unico rubinetto funzionante che si dividono 500 Rom.

"Portateci via, dateci lavoro, e vedrete chi vuole lavorare e chi no."

Tensione prolungata

Il candidato di Ozd per il Fidesz, Gabor Riz, riconosce in un'intervista i problemi, ma rifiuta di chiamarli "questione Rom".

"Non c'è ragione di temere un conflitto etnico Rom-Ungheresi," dice. "Ma potrebbero esserci tensioni prolungate tra percettori di reddito e beneficiari di welfare."

Però, il membro socialista di Ozd del parlamento, Istvan Toth, dice che i politici hanno evitato la questione.

"Abbiamo percepito i problemi, ma pretendendo che potessero sparire se non e parlavamo," dice alla Reuters. "Abbiamo solo cercato di dividere (i Rom) lungo linee di partito, ed ora d'improvviso scopriamo che... Jobbik ha giocato la carta Zingara."

Il candidato Jobbik di Ozd, Andras Kisgergely, non ha avuto problemi nel riempire il più grande teatro della regione durante il suo rally.

"Per 500 anni, gli Zingari non sono stati capaci di adottare le norme culturali per vivere in pace con la maggioranza," ha detto al pubblico.

"Nove criminali su 10 sono Zingari... Dobbiamo porvi un fine. Dobbiamo aumentare la sicurezza pubblica, e creare lavoro. Farli lavorare. Dobbiamo legare il benessere al lavoro della comunità ."

Gli 800 spettatori nella sala applaudivano entusiasti ad ogni punto.

Peter Borbas, 40 anni - impiegato in ufficio, era uno di loro.

"Infine, dobbiamo parlare del crimine zingaro," dice. "La gente ne avuto abbastanza. Nessun metodo è troppo radicale per finirla col crimine zingaro."

(Editing by Krisztina Than and Kevin Liffey)

 
Di Fabrizio (del 28/03/2010 @ 09:01:56, in Europa, visitato 1881 volte)

Segnalazione di Gabriel Segura

LaOpinionDeMurcia.es

Il caso di Isabel Heredia è poco comune. Questa gitana di 28 anni da qualche mese è segretaria all'immigrazione nell'esecutivo municipale del PSOE di Murcia, e lei stessa riconosce che "non è abituale incontrare gitani in politica e tantomeno donne". Senza dubbio, ha la politica nel sangue, dato che suo padre è stato militante socialista per tutta la vita e "la mia famiglia è sempre stata molto vicina al partito, per cui ho sempre prestato attenzione a questo mondo".

Riguardo al Giorno contro il Razzismo, celebrato ieri, Heredia afferma che resta ancora molto da fare e "ora con la crisi stanno crescendo le attitudini xenofobe, perché la gente non ha lavoro e cerca qualcun altro a cui dar la colpa della sua situazione". Riguardo ai gitani, [...] assicura che "anche se siamo in Spagna da oltre seicento anni, continuiamo ad essere degli sconosciuti", tanto da sottolineare che "la discriminazione viene sempre dal disconoscimento, dal non sapere chi sono i nostri vicini".

Isabel Heredia dice di non aver mai avuto problemi per la sua etnia, né dentro né fuori dalla politica, e qualifica come "gratificante" l'appoggio ottenuto tanto dai suoi amici come dalla famiglia e dai compagni di partito. Inoltre, sottolinea che "il governo sta impegnandosi per la conoscenza della cultura gitana, per questo ha creato l'Istituto di Cultura Gitana ed il Consiglio Statale del Popolo Gitano, misure molto positive".

 
Di Fabrizio (del 27/03/2010 @ 09:43:53, in Europa, visitato 1986 volte)

Da British_Roma



19/03/2010 - Abbracciare vecchie e nuove culture aiuterà l'Irlanda del Nord a prosperare nel futuro, ha detto ieri agli studenti dell'Università dell'Ulster l'Alto Commissario Canadese.

Il dottor Jim Wright era intervenuto come lettore della "Esperienza del Canada sul Multiculturalismo" all'Istituto di Ricerche Politiche e Sociali dell'Ulster (SPRI) nel campus di Jordanstown.

"L'Irlanda del Nord sta cambiando e per il meglio. Ma mentre stanno sparendo i vecchi problemi, possono emergere nuove sfide," ha detto il dottor Wright.

"L'anno corso tutti noi abbiamo letto sul trattamento di una piccola comunità Rom a Belfast (vedi QUI ndr). C'è la preoccupazione che in alcune parti dell'Irlanda del Nord quel razzismo possa diventare il nuovo settarismo. In un certo modo bisognava aspettarselo. L'Irlanda del Nord è un paese con una storia recente e senza collegamento con i nuovi immigrati - le Difficoltà hanno avuto il sopravvento. Ma mentre l'Irlanda del Nord abbracciava la pace e cercava la prosperità, diventava più attraente per gente di tutto il mondo che volevano farne la loro casa. Mentre la gente dell'Irlanda del Nord ha preso una chiara posizione contro il razzismo, possono esserci alcuni che si sentono incerti sui nuovi arrivati. Creare una società coesiva, tollerante e multiculturale non avviene in una notte, ma credo che l'esperienza canadese possa offrire all'Irlanda del Nord alcuni punti di comprensione utili. Almeno cinque-sei milioni della nostra popolazione sono nati fuori dal Canada ed ogni anno accogliamo oltre 250.000 nuovi immigrati. Siamo sotto ogni punto di vista una nazione di immigrati. Ma il Canada non pretende di essere perfetto. Siamo aperti a riconoscere le nostre continue sfide ed abbiamo imparato molte lezioni, alcune difficili, lungo la nostra strada. E siamo lieti ci condividere queste lezioni con gli altri. In questo villaggio globale in cui viviamo oggi, c'è un movimento crescente di gente attorno al mondo. Cercano opportunità di crescita per loro e le loro famiglie. Ed i paesi e le società che sono aperte alle nuove idee e talenti, avranno l'opportunità di prosperare ed essere competitivi."

Come laureato onorario dell'Università dell'Ulster, Jim Wright, la cui famiglia è originaria di Warrenpoint, ha dal 1980 uno stretto interesse con l'Irlanda del Nord. Per molti anni ha lavorato col Programma Marie Wilson Voyage of Hope attraverso il ruolo del Canada nel Fondo Internazionale per l'Irlanda.

La dottoressa Susan Hodgett, Direttrice degli Studi Canadesi presso l'Istituto di Ricerche Politiche e Sociali, ha detto:

"La democrazia multiculturale del Canada è uno dei principali argomenti di studio di diversi ricercatori dell'università. Il dottor Wright ha parlato delle tante sfide che il Canada ha dovuto affrontare negli anni. Se il Canada accoglie circa 250.000 nuovi immigrati ogni anno, siamo curiosi di conoscere come hanno gestito questo successo."

Il professore Bob Osborne, direttore dello SPRI, ha aggiunto:

"Come le istituzioni incaricate in Irlanda del Nord prendano uno sguardo più fermo su come si possano abbattere le barriere tra le due comunità etno-religiose ed assieme assicurare che i recenti immigrati divengano qui pienamente integrati nella società, diventerà una questione importante. Guardando a come le altre società hanno affrontato questioni simili, dovrebbe permettere ai chi elabora le politiche di avere un vasto contesto in cui sviluppare le loro idee e opzioni politiche. Lo SPRI è lieto di giocare il ruolo di facilitatore nello scambio di idee tra politici ed accademici."

For further information, please contact:
Press Office, Department of Communication and Development
Tel: 028 9036 6178
Email: pressoffice@ulster.ac.uk

 
Di Fabrizio (del 24/03/2010 @ 09:44:02, in Europa, visitato 1567 volte)

Osservatorio Balcani e Caucaso (leggi anche QUI ndr)

Risto Karajkov da Skopje

Quello che sembrava un esodo di massa da Serbia e Macedonia verso l'Unione europea, grazie alla liberalizzazione del regime dei visti, si è rivelata una truffa in grande stile. False agenzie di viaggio trasportavano migranti verso Bruxelles in cambio di poche centinaia di euro

Le tensioni causate dalla notizia del crescente numero di cittadini macedoni che hanno richiesto asilo politico in vari paesi dell'Unione europea dall'inizio del 2010, soprattutto in Belgio, sembrano essersi lentamente smorzate.

Giovedì 11 marzo sono arrivati a Skopje i primi autobus carichi di delusi “aspiranti rifugiati” provenienti da Bruxelles. Il Belgio è stato uno dei paesi più segnati dall'onda di migranti che hanno sperato di assicurarsi un futuro migliore nella ricca Unione attraverso la richiesta di asilo. Gli autobus, pagati dal governo belga e con a bordo funzionari degli uffici addetti alle questioni migratorie, hanno riportato a casa anche molti cittadini serbi.

Nei prossimi giorni si aspetta la partenza di nuovi autobus non solo dal Belgio, ma anche da altri paesi europei. Gli sviluppi della questione sembrano aver calmato le acque, dopo che nelle settimane scorse i media avevano surriscaldato il panorama politico europeo con notizie che parlavano di ondate massicce di emigranti richiedenti asilo dalla Macedonia a dalla Serbia.

A inizio marzo, dopo essere stata sollecitata dal governo belga, la Commissione europea ha reso nota l'esistenza del fenomeno. La stessa Commissione ha poi richiesto esplicitamente ai governi dei paesi balcanici che hanno recentemente beneficiato della liberalizzazione del regime dei visti (Macedonia, Serbia e Montenegro) di spiegare ai propri cittadini non solo i diritti, ma anche gli obblighi che derivano dal nuovo regime senza visti.

Michele Cercone, portavoce della direzione Giustizia, Libertà e Sicurezza della Commissione ha fatto il punto sulla situazione, parlando di fenomeno migratorio dovuto a motivi economici, sottolineando poi che le reali chance di ottenere asilo sono estremamente basse per la maggior parte dei richiedenti.

Dall'inizio del 2010 le autorità belghe hanno registrato un netto aumento delle richieste di asilo da parte di cittadini macedoni e serbi. Vari i numeri tirati in ballo dai media: secondo alcune stime sarebbero circa 400 i macedoni ad aver chiesto asilo in Belgio dall'inizio dell'anno, un numero nettamente maggiore se confrontato con le statistiche dell'anno scorso.

Altre fonti stampa hanno scritto di 300 richiedenti asilo dalla Serbia solo a febbraio, soprattutto albanesi e rom provenienti dalle regioni meridionali del paese. Richieste di asilo sono aumentate anche in altri paesi dell'Ue. Sarebbero state 160 quelle presentate a febbraio da cittadini macedoni in Svizzera, un numero tre volte maggiore a quelle sottoposte nell'intero 2009. Secondo i media macedoni, un migliaio di rom provenienti soprattutto dalla Serbia meridionale, ma anche da Macedonia e Montenegro sarebbero entrati in Svezia via autobus. In questo caso, però, molti sarebbero riusciti ad ottenere asilo e assistenza da parte del paese ospitante.

Fin da subito, comunque, la vicenda ha mostrato molti aspetti poco chiari e difficilmente spiegabili. Senza il regime di visti, infatti, i migranti potrebbero semplicemente entrare in Unione europea come semplici turisti, scegliendo poi di restare illegalmente nel paese prescelto e nascondendosi alle autorità, magari per anni.

Quello che invece è successo in queste settimane, con decine di “aspiranti rifugiati” pronti a dichiarare immediatamente la propria presenza in Belgio alle autorità di Bruxelles per sottoporre la richiesta di asilo, non sembra la situazione tipo dell'emigrazione clandestina spinta da motivi economici.

Una serie di indagini giornalistiche in Macedonia ha cominciato a portare un po' di luce sull'inspiegabile fenomeno. Gli “aspiranti rifugiati”, persone provenienti dalle fasce più deboli della popolazione, poveri e spesso analfabeti, sono stati ingannati da truffatori che li hanno convinti che, con la richiesta di asilo, avrebbero potuto godere dell'assistenza sociale del paese di arrivo. A molti dei migranti era stato detto che i ricchi paesi dell'Ue avrebbero garantito loro un appartamento dove vivere e un assegno mensile.

I giornalisti che si sono occupati del caso sono presto arrivati a individuare delle “agenzie di viaggio”, spesso senza alcuna licenza, che hanno trasportato i disperati verso Bruxelles e altre destinazioni europee per 100 euro. Il prezzo, oltre al biglietto, comprendeva un ricco assortimento di bugie, ritagliato su misura per convincere i propri clienti a partire in cerca di un'opportunità di vita migliore.

Per molti degli sfortunati “aspiranti rifugiati” 100 euro rappresentavano i risparmi di una vita. In seguito alle reazioni provenienti dall'Ue e ai reportage pubblicati sui media, il governo di Skopje ha reagito in fretta, mettendo fine all'attività delle “agenzie di viaggio” implicate.

Il premier belga Ives Leterme è arrivato in Macedonia l'8 marzo, per aiutare le autorità locali a fare chiarezza sulle mistificazioni diffuse nel paese. Leterme ha ribadito che il suo paese non concede asilo politico per motivi economici. Il premier belga ha poi chiesto al suo omologo macedone, Nikola Gruevski, di diffondere informazioni precise ai propri cittadini. Il giorno seguente funzionari belgi, guidati dal Segretario di stato per l'immigrazione Melchior Wathelet, hanno visitato la regione di Lipkovo, nel nord della Macedonia, luogo di origine di molti richiedenti asilo.

Il governo macedone ha iniziato una campagna sui media per mettere i propri cittadini in guardia da false promesse. Per molti giorni vari ministri hanno fatto dichiarazioni a riguardo sui media nazionali. L'azione ha portato presto a risultati visibili, e il flusso di autobus diretti a vari paesi dell'Ue si è interrotto.

Come detto, il primo autobus in direzione opposta è arrivato l'11 marzo. Le autorità giudiziarie hanno già cominciato le indagini: la speranza è che si arrivi a punire chi ha approfittato delle speranze dei più poveri tra i poveri.

Quello che all'inizio è stato descritto come un esodo di massa, in grado addirittura di mettere a rischio l'appena ottenuta liberalizzazione dei visti, si è rivelato una truffa in grande stile. I governi della regione balcanica, così come quelli dell'Ue combattono contro il traffico di persone da anni. E' una lotta difficile, contro avversari organizzati e scaltri. Vista la natura di quanto accaduto, i severi ammonimenti di Bruxelles sulle possibili future ripercussioni sul regime dei visti sembrano esagerate.

I media hanno avuto il merito di portare alla luce la natura truffaldina di quanto accaduto, indicando gli organizzatori e aiutando le possibili future vittime a orientarsi e ad evitare di essere sfruttate. C'è però anche chi, come Alexandra Stiglmayer dell'European Stability Initiative (ESI), ha sottolineato come molti media abbiano in realtà gonfiato irresponsabilmente la vicenda.

“Ci sono stati abusi in tempo di visti, ed è chiaro che ce ne saranno anche in regime di liberalizzazione. E' un peccato che alcuni media abbiano esagerato nei toni nel raccontare questa vicenda”, ha dichiarato la Stiglmayer.

“Si tratta di un problema amministrativo, non politico”, ha dichiarato in un'intervista alla tv macedone “A1” Pavel Gantar, presidente del parlamento sloveno. La Slovenia è stato uno dei più convinti sponsor della nuova politica di liberalizzazione verso Macedonia, Serbia e Montenegro.

Di certo la vicenda ha rappresentato il primo test importante per la politica di liberalizzazione, che per i tre paesi sopra indicati è cominciata a partire dallo scorso 19 dicembre. Bosnia Erzegovina e Albania dovrebbero essere i prossimi paesi a godere della possibilità di viaggiare senza visto già nel 2010. Sempre che le polemiche di queste settimane non si riflettano negativamente su un'ulteriore apertura da parte dell'Ue.

 
Di Fabrizio (del 22/03/2010 @ 09:14:33, in Europa, visitato 1580 volte)

Da Roma_Daily_News

14 marzo, Incontro Rom, - Abdi Ipekci Spor Salonu, Istanbul 12:00-16:00

Oggi, circa 16.000 Rom di tutte le parti della Turchia sono stati letteralmente stipati nel Centro Sportivo Abdi Ipekci per ascoltare il Ministro Faruk Çelik, Eleni Tsetsekou (Programma di Gestione del Consiglio d'Europa - Unità Roma e Viaggianti), il Dr. Ivan Ivanov (Direttore di ERIO) ed il Primo Ministro Recep Tayyip Erdogan, riguardo la situazione del popolo rom ed il loro desiderio di un cambio positivo per il futuro. L'impegno del governo AKP nel raggiungere cambi significativi nel campo della salute, delle opportunità educative, dell'impiego e dell'alloggio in Turchia per i Rom del paese, è una delle priorità del governo con la sua "apertura democratica".

Erdogan ha raccontato la sua infanzia nel quartiere rom di Kasimpasha (Istanbul), crescendo con i Rom come "fratelli e sorelle" e imparando presto la loro situazione da questa esperienza. In particolare è stata importante la sua amicizia con Balik Ayhan, che oggi era presente all'incontro col Prima Ministro ed alla sua iniziativa per i Rom. Il discorso di Erdogan è stato accolto con enorme entusiasmo dai Rom, ogni punto sottolineato da fragorosi applausi e dal suono dei tamburi "davul", associati sin dai tempi dell'impero ottomano alla musica rom. Quando Erdogan ha sottolineato la situazione dei Rom in molti paesi europei, menzionando le persecuzioni che affrontano e le sofferenze che hanno provato attraverso deportazioni ed esclusione, stava attirando esplicitamente l'attenzione sulle variazioni nelle politiche che questo incontro annuncia per la Turchia, portando in primo piano la posizione di un approccio positivo verso i Rom, in un periodo in cui crescono le attitudini sempre più negative nel resto d'Europa.

Resta da vedere l'impatto reale dell'iniziativa di Erdogan e "dell'apertura democratica" per il popolo rom, come pari cittadini della Repubblica davanti alla legge e alla Costituzione. Se i recenti attacchi alla comunità rom di Manisa, o la distruzione dei quartieri rom ad Istanbul, Mersin, Diyabakir ed altre città negli ultimi anni cesseranno, particolarmente nel contesto della complessa situazione politica aperta con questa serie di iniziative democratiche (con i popoli Kurdi e degli Alevi), è una questione aperta. L'aumentata polarizzazione della società turca attorno a questi temi ha portato ad un rottura potenzialmente divisoria, dove quanti appoggiano questi cambiamenti sono contrapposti a chi rappresenta la vecchia, tradizionalmente secolarista alleanza politico-militare.

Queste versioni contrastanti della modernizzazione in Turchia stanno lottando per il dominio ed è ancora possibile che i Rom si trovino presi tra due fuochi. L'enorme riunione di oggi indica che le forze per la democratizzazione sono capaci di guidare l'agenda dell'inclusione sociale in questa direzione particolare ed incoraggiare l'appoggio alle altre organizzazioni rom europee ed alle istituzioni che promuovono i diritti dei Rom. D'altra parte, in Turchia queste innovazioni sono spesso state fatte deragliare come insegna la storia del tardo impero ottomano e della Repubblica.

Però oggi l'atmosfera era una delle positive promesse ed il tanto atteso riconoscimento del popolo Rom, come degni di pari diritto e rispetto in Turchia. Oggi, i cittadini rom turchi si sentono così come sono stati descritti dal loro Primo Ministro. Cittadinanza ed eguaglianza in Turchia, "Ille'de Roman olsun!" ha detto Erdogan, e la folla ha ruggito la sua approvazione; "Insisto che questo sarà Romani!"

Dr. Adrian Marsh
Researcher in Romani Studies, Istanbul
adrianrmarsh@mac.com

 

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