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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Fabrizio (del 27/06/2012 @ 09:12:16, in Italia, visitato 3126 volte)

Ciao Fabrizio ti invio la rassegna stampa relativa alla situazione di Tor de Cenci in questi giorni. Davide Zaccheo

Video

Piano Nomadi: Il ministro Riccardi a Tor de' Cenci. I rom: "Non ci mandate a La Barbuta" Una visita, quella di ieri pomeriggio, che appare come un segnale un forte, proprio quando il trasferimento dei 400 abitanti del campo a Ciampino sembra avvicinarsi. Il ministro: "Ho visto diversi problemi, ma anche molti aspetti positivi. Oggi ci sono tanti maestri, operatori, volontari, a testimonianza di una buona integrazione" DI L. FACONDI

La visita del ministro Andrea Riccardi al campo rom di Tor de' Cenci, avvenuta ieri pomeriggio, appare come un segnale forte. Anche se lui ci tiene a precisare subito: "Non sono il sindaco e non posso assumermi responsabilità che non sono le mie, sono venuto in quanto ministro dell'integrazione, perché ho risposto a una lettera di operatori, volontari e insegnanti". Ma in un momento delicato come questo, in cui il trasferimento dei 400 rom nel nuovo villaggio de La Barbuta sembra questione di poco tempo, il suo interessamento potrebbe complicare le cose ad Alemanno e Belviso. Anche perché dal giro fatto dal ministro salta fuori una presa di posizione molto forte degli abitanti del campo: "Vogliamo restare qui, non vogliamo andare a Ciampino".



I PROBLEMI - Il perché lo capisce subito Riccardi e lo ripete più volte: "Ho visto un buon livello di integrazione, tanti maestri, operatori, volontari, cittadini. Certo in questo campo ci sono dei problemi, ma ho constatato soprattutto aspetti positivi". Tra le criticità non si può non notare il cumulo di spazzatura che riempie l'ingresso dell'insediamento. "Non vengono a raccoglierla da due settimane - racconta Paolo Perrini di Arci solidarietà - questo fa pensare che l'amministrazione voglia arrivare all'emergenza sanitaria per motivare poi una chiusura del campo". Un campo voluto dal Comune, come spiega al ministro Valerio Tursi, anche lui di Arci solidarietà: "Ora si vuole farlo passare come "tollerato", ma su questo posto sono stati investiti dei soldi pubblici, si spenderebbe meno a riqualificarlo che a bonificare l'area".

L'INTEGRAZIONE - Il ministro ascolta e annuisce. Vuole verificare di persona e quindi parla con le due comunità presenti a Tor de' Cenci (bosniaca e macedone), fa domande, scherza con i bambini. "Come sono i rapporti tra voi?", chiede. "Sono buoni", replica Asko, rom bosniaco, e aggiunge: "Stiamo bene anche con il quartiere, ormai ci conoscono tutti, i nostri figli vanno a scuola, mia figlia fa la parrucchiera".

ROM ITALIANI - E tra la folla che segue Riccardi ci sono anche diversi ragazzi che hanno la cittadinanza italiana. Come Simone che racconta al ministro con un marcato accento romano: "Ho fatto il servizio civile, sono nato qui, parlo poco il serbo bosniaco". Sono tanti i ragazzi nati e cresciuti a Roma "che si sentono romani", ribadisce Riccardi. Ma che non vengono trattati come tali. "Nel foto segnalamento rivolto ai rom - spiega Paolo Perrini di Arci solidarietà - sono stati inseriti anche loro, sebbene avessero la cittadinanza italiana".

SCUOLA, SALUTE, CASA, LAVORO - Non è l'unica anomalia del Piano Nomadi del Campidoglio. Ci sono i ripetuti sgomberi, condannati più volte dalle associazioni per i diritti umani, oltre che dall'Onu che lo scorso 15 marzo li aveva ritenuti "deplorevoli". Ma sulla questione il ministro non si sbilancia e evita una risposta diretta: "Non ho studiato a fondo il Piano Nomadi del sindaco", ma comunque ribadisce la strategia nazionale del Governo in materia di rom: "Puntiamo su scuola, salvaguardia della salute, lavoro e casa". Una linea che, a prima vista, prende comunque le distanze dalla politica dell'attuale giunta. Sebbene il ministro chiarisca di non avere mire nei confronti del Campidoglio. Alla domanda di Paese Sera "Pensa di candidarsi come sindaco per il 2013?", risponde senza lasciare margini per le interpretazioni: "Non l'ho fatto quando avevo barba e capelli neri, ora sono troppo vecchio. E poi mi sembra ci siano già tanti candidati". E subito dopo aggiunge: "Del resto cominciare la mia campagna elettorale in un campo rom non sarebbe stata una grande mossa". Lo sa bene chi, come la Belviso, la credibilità politica se la sta giocando proprio su questo terreno.
di Lara Facondi



La Barbuta, prime case assegnate tra le polemiche: «E' un ghetto per i rom» Polemiche sulle inferriate che circondano il primo grande villaggio del Piano Nomadi, costato 10 milioni; 5 associazioni di volontari si autosospendono: «No alla segregazione»

ROMA - Da quattro giorni arrivano alla spicciolata: non un esodo, ma un trasloco a tappe. Sono i rom che il Campidoglio ha voluto trasferire nel nuovo «villaggio attrezzato» realizzato dall'amministrazione comunale a La Barbuta. Il grande campo nomadi, destinato ad accogliere circa 650 persone, è situato tra il Gra, la ferrovia Roma-Cassino e l'aeroporto di Ciampino ed è un'area recintata e videosorvegliata. Si tratta del primo mega-campo costruito ex novo a Roma negli ultimi 7 anni. Ed è una delle 13 enclavi in cui il Comune di Roma ha previsto, nell'ambito del cosiddetto Piano Nomadi, di alloggiare tutti i rom e sinti della Capitale.

Le inferriate alle nuove case del villaggio rom a La Barbuta

TENSIONE SULLA SORVEGLIANZA - I primi rom giunti alle porte di Ciampino, lunedì mattina, si sono visti assegnare le casette. Ma la tensione è alta. Non mancano le polemiche e non piacciono quei recinti «che sanno di segregazione», come denuncia l'associazione «21 Luglio», che parla di «lutto della civiltà» per le «condizioni di vita eccessivamente restrittive per l'intera comunità». Non piace l'idea di orari di entrata e uscita dal campo che sanno di «modello casa circondariale». Sandro Medici, presidente del X municipio, denuncia un atteggiamento «forzato» dell'amministrazione capitolina sulla questione di chi realmente accederà a La Barbuta, e promette battaglia «qualora venissero utilizzate procedure eccessivamente dure, per quanto riguarda il regolamento che sancisce le regole di vita nel campo». Con una sorveglianza-vigilanza che costerà circa 3 milioni di euro l'anno.

Sbarre all'ingresso di La Barbuta

NIENTE GIOCHI PER I BAMBINI - Sono stati spesi più di dieci milioni di euro per la costruzione di questo campo. All'interno ci sono 160 moduli abitativi di 24 e 32 metri quadri. Ma non c'è nessuno spazio ricreativo per bambini, con un regolamento che verrà fatto sottoscrivere ai futuri abitanti, in cui viene menzionato anche l'orario di entrata ed uscita dal villaggio. L'associazione 21 luglio, da sempre affiancata dall'Errc (European roma rights centre) lo definiscono un «vero e proprio “ghetto”», ricordando che fu chiesto a sindaco e prefetto - in una lettera del 29 maggio - di fare un passo indietro. 
«Ci hanno detto che questo campo serve per creare integrazione - racconta un ragazzo Rom di fronte all'inferriata che lo separa dal vecchio insediamento - ma a me sembra che vogliano solo costringerci in un piccolo spazio, sorvegliati e con orari da galera che vanno rispettati».

Un aereo sorvola il campo allo scalo di Ciampino (Altimari)

I VOLONTARI: «E' ANTIZIGANISMO» - L'associazione 21 luglio, insieme ad altre cinque organizzazioni di volontari, dopo l'inaugurazione de La Barbuta, ha scritto una lettera aperta e indirizzata alle realtà sociali che lavorano dentro i campi nomadi intorno alla Capitale, chiedendo l'«obiezione di coscienza». «Concordiamo con molti operatori - recita la lettera - nel definire ogni "villaggio attrezzato" della Capitale, e quindi anche l'ultimo, quello costruito a La Barbuta, un ghetto concepito dall'antiziganismo dei nostri giorni, l'ennesimo prodotto di un pregiudizio etnico, il risultato della istituzionalizzazione della segregazione e della discriminazione che si consuma nella nostra città». Con queste motivazioni, gli operatori hanno deciso di «auto sospendersi» dal lavoro svolto finora all'interno di tutti gli insediamenti.

Sandro Medici

X MUNICIPIO: LA POSIZIONE DI MEDICI - Da sempre a sostegno del progetto de La Barbuta, il presidente del X municipio di Roma, ora che il campo è in fase di assegnazione, esprime delle forti preoccupazioni. «Con il prefetto Pecoraro avevo raggiunto un accordo ben definito sulla destinazione di questo campo - spiega Medici - il fatto che la gestione sia passata al Comune di Roma mi crea forte preoccupazione, soprattutto se penso alla determinazione con cui si cerca di trasferire proprio qui gli abitanti del campo di Tor de Cenci».

Un campo rom abusivo ai margini di La Barbuta

LA RIVOLTA DI TOR DE CENCI - E proprio gli abitanti del campo sulla via Pontina - che mercoledì 20 giugno hanno ricevuto la visita del ministro per l'Integrazione Andrea Riccardi - rifiutano di traslocare a La barbuta perché - dicono - il loro arrivo sarebbe accolto da una guerra: «Siamo bosniaci e le altre etnie sono pronte a scatenare una faida se andremo a vivere laggiù». 
La scelta dell'amministrazione capitolina, secondo Medici, punta a «risanare una promessa elettorale fatta a suo tempo», ma è una decisione che influirà «negativamente sugli equilibri del campo». Pensiero che trova credito anche tra i Rom de La Barbuta e gli amministratori di Ciampino.

Una videocamera di sorveglianza sulle case di La Barbuta

IL TAR DA RAGIONE A CIAMPINO - Intanto il Tar del Lazio ha dato ragione al sindaco di Ciampino, Simone Lupi, garantendogli voce in capitolo nel confronto con Alemanno e il prefetto di Roma. Lupi ribadisce all'ex commissario straordinario per l'emergenza nomadi, che il Tar sancisce per i Comuni interessati il diritto di accesso agli atti, da sempre negato da parte del ministero dell'Interno. 
«Mi rendo conto che ormai probabilmente è tardi, ma se salta fuori un solo tassello posto male per la costruzione di questo campo, non mi tirerò indietro - spiega Lupi - il Tar ci ha dato ragione, avremmo dovuto partecipare al tavolo decisionale che ha predisposto La Barbuta, proprio in virtù del fatto che, malgrado sia territorio di Roma, influisce sulla città di Ciampino».

Veronica Altimari 21 giugno 2012 | 8:24

Riccardi al campo di Tor de' Cenci gli abitanti rischiano il trasferimento Il ministro per la cooperazione e l'integrazione ha visitato il campo rom alla periferia sud della città. "Ci sono problemi ma c'è integrazione con il territorio"



"In questo campo ci sono problematicità ma anche cose positive, e cioè una discreta integrazione dei rom all'interno del territorio" lo ha detto il ministro per la Cooperazione e l'Integrazione, Andrea Riccardi, visitando questa sera il campo rom di Tor de' Cenci, alla periferia sud di Roma.

Nella giornata mondiale del rifugiato Riccardi, accompagnato dal presidente di Caritas Roma, monsignor Enrico Feroci, ha visitato l'insediamento dopo la sollecitazione di alcune associazioni ed educatori, che nei giorni scorsi avevano inviato una lettera a lui, al ministro dell'Interno Annamaria Cancellieri e a quello dell'Istruzione Francesco Profumo. Nella lettera, si racconta la situazione dei residenti nel campo, circa 400 persone di cui oltre 200 minori, che vivono da qualche anno "l'incubo" di essere trasferiti in un altro insediamento, lontano dalla città, "rompendo la faticosa integrazione che si era riusciti a creare in questi anni".

Incubo, sottolineano le associazioni, che sembra si debba materializzare nei prossimi giorni. Il campo rom di Tor dè Cenci è stato al centro di polemiche l'anno scorso, dopo la morte di un bambino a causa di un filo elettrico scoperto; in seguito a questo tragico incidente, il sindaco Alemanno aveva deciso il trasferimento dei rom altrove.
"Non sono il sindaco di Roma, non posso decidere, sono solo venuto per vedere e rendermi conto" ha spiegato Riccardi, che ha ricordato il piano nazionale sui rom approvato poco tempo fa dal Consiglio dei ministri.

Il ministro Riccardi visita Tor de Cenci I volontari: questo campo rom va salvato Il titolare dell'Integrazione nell'insediamento sulla Pontina: alla vigilia di un osteggiato trasferimento dei bosniaci. «A La Barbuta ci farebbero la guerra»

ROMA - Arriva all'attenzione del Governo il caso del campo nomadi di Tor de Cenci. Nel giorno in cui nel nuovo campo de La Barbuta iniziano i nuovi trasferimenti e mentre i nomadi del vecchio campo sulla Pontina ribadiscono il no a futuri traslochi, il ministro per la cooperazione internazionale e per l'integrazione, Andrea Riccardi, ha visitato mercoledì pomeriggio il campo nomadi a ridosso della Pontina. Il ministro è stato il primo rappresentante dell'esecutivo a raccogliere l'invito fatto dalle associazioni di volontari che si occupano della scolarizzazione dei minori del campo. «Non sono il sindaco, non posso decidere - ha detto Riccardi - non posso assumermi responsabilità che non sono le mie. Qui ci sono vari problemi da risolvere ma c'è anche un buon livello di integrazione e questa è una ricchezza».

La visita del ministro Andrea Riccardi a Tor de' Cenci (Proto)

LA LETTERA DEI VOLONTARI - Riccardi ha aggiunto di essere venuto in visita perché pochi giorni fa una serie di associazioni e onlus - fra cui Arci Solidarietà e Agesci - avevano inviato una lettera aperta a lui e ai ministri dell'Interno e dell'Istruzione, spiegando i disagi a cui potrebbero andare incontro i ragazzi se il campo dovesse chiudere. Fra i firmatari dell'appello figura anche la Comunità di Sant'Egidio, fondata nel 1968 proprio da Riccardi. Con il ministro, al campo è giunto anche monsignor Enrico Feroci, direttore della Caritas di Roma, il quale ha affermato di aver parlato con il sindaco Alemanno una ventina di giorni fa chiedendogli di tenere il campo aperto e di ripulirlo: «Mi ha detto che prenderà in considerazione questa richiesta e che mi farà sapere».

DUE ANNI DI ABBANDONO - Nei piani del Campidoglio, il campo nomadi di Tor de Cenci - un fazzoletto di terra a ridosso della Pontina in cui vivono più di 400 persone, in maggioranza bosniache - doveva chiudere già due anni fa. Ora invece è tornato al centro di un braccio di ferro tra istituzioni, residenti e associazioni. Con una lettera aperta, Arci, Comunità di Sant'Egidio e Agesci hanno chiesto ai tre ministri di intervenire «per non mandare a monte il lavoro fatto negli anni per scolarizzare i circa 200 minori che vivono nel campo».

Bambini rom a Tor de Cenci

«BISOGNA TUTELARE I BAMBINI» - «Oggi si prospetta un trasferimento in un altro quadrante di Roma - si legge nella lettera - che andrebbe a rompere la faticosa integrazione creata negli anni. Tutti i bambini e gli adolescenti frequentano la scuola e parte dei ragazzi dai 14 ai 18 anni le superiori. Il loro trasferimento sarebbe molto dannoso ai fini della scolarizzazione». 
Nel campo ormai si respira l'aria di fine scuola. In tanti hanno chiuso l'anno con una promozione. C'è chi sta facendo gli esami di terza media e chi quelli delle superiori. Qualcuno studierà anche quest'estate ma tutti vivono con l'incognita del prossimo anno scolastico.

Spazzatura nel campo nomadi (Proto)

UN'ORA E 30' PER ANDARE A SCUOLA - «Ci hanno garantito che se questa comunità sarà spostata - spiega Paolo Perrini, da anni punto di riferimento del progetto di scolarizzazione dell'Arci - I minori potranno continuare a frequentare le scuole vicine a Tor de Cenci. Ma questo creerebbe gravi disagi, innanzitutto negli spostamenti, con viaggi di almeno un'ora e mezza per raggiungere i vari istituti. Inoltre si strapperebbero i ragazzi dal tessuto sociale in cui sono nati e cresciuti».

Federica Mancinelli, della Comunità di Sant'Egidio

LA STORIA DELL'INSEDIAMENTO - La maggior parte degli abitanti di Tor de Cenci non vuole abbandonare questo campo. Molti di loro sono arrivati qui nel 1995. Nel 2000 il villaggio fu inaugurato ufficialmente e vennero realizzate fognature, rete elettrica e idrica. A ogni nucleo familiare fu assegnato un modulo abitativo. «Il campo fino al 2004 era in ottime condizioni - ricorda Federica Mancinelli, della Scuola della Pace della Comunità di Sant'Egidio -. Una volta c'erano un presidio sanitario permanente, il controllo dei vigili urbani e anche un servizio di ludoteca. Negli anni, però, è stato progressivamente abbandonato dalle istituzioni». 
Quello che era un villaggio attrezzato e funzionale, «costruito dal Campidoglio su un terreno del Comune di Roma, raggiungibile con tanto di indicazioni stradali - ricorda Perrini - è diventato un campo tollerato da chiudere».

I rom del campo di Tor de' Cenci

CHIUSURA E TRASFERIMENTO - Come confermato dalla lettera inviata il 1° aprile 2010 ai residenti dei quartieri limitrofi dal vicesindaco Sveva Belviso, «il piano nomadi del Comune di Roma prosegue con la chiusura del campo rom di Tor de Cenci, come da impegni assunti dalla giunta Alemanno.[…] Attraverso questo processo potremo dare soluzione, in termini di legalità e di inclusione sociale, ai problemi causati dalla presenza sul territorio dei campi nomadi non autorizzati». 
«Sappiamo che il trasferimento di questa comunità a La Barbuta costerebbe al Comune circa 1 milione di euro - spiega Perrini -. Ma per rendere Tor de' Cenci pienamente vivibile ne basterebbero 500 mila, visto che i servizi idrici ed elettrici già ci sono e dovrebbero essere solo sostituiti gli alloggi».

Il ministro Andrea Riccardi ascolta una nomade (Proto)

«NON VOGLIAMO UNA GUERRA» - Tra le ragioni di chi non vuole abbandonare questo luogo non c'è solo il problema della frequenza scolastica o dell'integrazione. La maggioranza degli abitanti di Tor de' Cenci ha paura del possibile confitto che potrebbe scatenarsi con gli altri nomadi che verranno trasferiti a La Barbuta. «Da pochi anni siamo fuggiti da una guerra nei nostri paesi di origine - racconta Mario - non abbiamo nessuna intenzione di farne un'altra. Piuttosto preferisco dormire in un furgoncino qui vicino». «Quel campo è una prima linea di guerra - dice esasperato Fuad - non ci possono trattare come palloni da calcio e farci rotolare da un posto all'altro».

AL CENTRO DI UNA FUTURA FAIDA - «Qui mi conoscono tutti - confessa Serbo - lì non saprei come integrarmi. Chi ci garantisce che se venissimo spostati non saremmo al centro di una nuova faida?». «Io non voglio lasciare questo campo - spiega Romina, diventata cittadina italiana da un anno e mezzo - Qui ho fatto tutte le scuole e qui voglio crescere la mia bambina». «Non vogliamo andare a La Barbuta perché saremmo in troppi e quel posto potrebbe trasformarsi in una polveriera. Se ci lasciano in pace nel nostro campo inviteremo il sindaco Alemanno e suoneremo per lui tutta la notte», sorride Asco.

Sofia Capone e Giuseppe Cucinotta 20 giugno 2012 (modifica il 21 giugno 2012)

In città: Tor de' Cenci, Riccardi visita il campo nomadi L'incontro del ministro dell'Integrazione, accompagnato da monsignor Feroci, direttore della Caritas, con i residenti dell'area. La lettera delle associazioni che lavorano con i rom della zona di Nicolò Maria Iannello



Una visita che ha creato grande entusiasmo tra gli abitanti del campo nomadi di Tor de' Cenci, quella che ieri, il ministro della Cooperazione e dell'Integrazione, Andrea Riccardi, accompagnato da monsignor Enrico Feroci, direttore della Caritas diocesana, ha voluto fare agli abitanti della struttura comunale a sud della Capitale, che rischiano di essere trasferiti nell'area attrezzata La Barbuta, nei pressi di Ciampino. 

Una visita per rispondere a una lettera inviata dalle associazioni che lavorano con i rom del campo al ministro dell'integrazione, dell'istruzione e degli interni, per descriverne le condizioni di degrado e lanciare l'allarme sul «trasferimento dei residenti in un altro villaggio, lontano dalla città». Un trasferimento di cui «abbiamo sentito dire che gli abitanti del villaggio “sarebbero consapevoli e consenzienti”, ma non è ciò che hanno detto a noi la maggioranza delle persone», spiegano nella lettera le associazioni. 

A raccontare la realtà del campo, dove abitano 400 persone, tra cui 200 bambini, è una delle firmatarie, Federica Mancinelli, responsabile della Scuola della Pace di Spinaceto - Tor de' Cenci della Comunità di Sant'Egidio, il doposcuola che da anni si svolge nel quartiere e accoglie bambini italiani e rom: «I residenti del campo vivono una situazione di instabilità da diversi anni, in seguito al progressivo abbandono da parte delle istituzioni». Eppure, nonostante «l'area di proprietà comunale, indicata anche nella segnaletica stradale, adesso sia considerata una realtà “tollerata”, cioè un insediamento spontaneo», nel tempo intorno agli abitanti «si è creata una rete fatta da associazioni, abitanti del quartiere e insegnanti». Con loro «si è creata un'amicizia - continua Mancinelli - e tra i bambini rom e quelli italiani che vengono alla Scuola della Pace c'è un legame forte».

In merito al trasferimento, «un incubo che sembra si debba materializzare nei prossimi giorni e che sarebbe molto dannoso ai fini della scolarizzazione dei bambini e dei ragazzi» è chiara la proposta delle associazioni, soprattutto a fronte delle spese che richiederebbe lo sgombero: «Se il campo non chiudesse si potrebbe evitare lo sperpero di denaro pubblico e lo sradicamento della popolazione dai rapporti instaurati con il territorio».

Ma sono gli stessi abitanti a dire di non volere andare via da Tor de' Cenci. Come Ismett, 37 anni, residente nel'area sin da quando è stata inaugurata nel 2000: «I miei bambini sono cresciuti qui e io lavoro qui». Ed è qui che «ci troviamo bene ma vorremmo che non ci lasciassero soli, che venissero a pulire per fare crescere i nostri figli in un ambiente sano». Anche per Giuliano, 39 anni, padre di 5 figli, il trasferimento non è una soluzione. «E il motivo è semplice perché noi siamo integrati qui a Spinaceto». Ma se proprio «ci devono mandare via, a noi cosa cambia spostarci da un container all'altro? Sarebbe meglio avere una casa». E anche lui, come Ismett, chiede «un ambiente pulito, nuovi container, e la sistemazione delle fogne».

E al ministro i residenti hanno raccontato le paure legate al trasferimento, come i possibili conflitti che potrebbero insorgere con gli abitanti de La Barbuta o i problemi legati all'integrazione e all'inserimento dei bambini nelle scuole, visto che, affermano alcuni di loro, «noi ormai siamo abituati a stare qui». Con loro il ministro ha passato circa un'ora, ascoltando le loro storie e parlando con i bambini e con i ragazzi. 

A margine della visita, oltre a ringraziare gli abitanti del campo per l'accoglienza e l'ospitalità, Riccardi ha detto di essere rimasto molto colpito «dal vedere tanta gente e tanti insegnanti presenti». Poi il ministro ha anche aggiunto che «in questo campo ci sono diverse problematicità ma anche cose positive e cioè un buon livello di integrazione e che questa è una ricchezza». A fargli eco monsignor Enrico Feroci, che ha affermato di avere parlato con il sindaco Gianni Alemanno, una ventina di giorni fa, «per chiedergli di tenere il campo aperto e di ripulirlo». La sua risposta, ha concluso il direttore della Caritas, è stata che «prenderà in considerazione questa richiesta e che mi farà sapere».

21 giugno 2012

Italian Minister Riccardi visits the camp of Roma Tor de Cenci Foto di probabilmente Stefano Montesi. Articolo in inglese, errori e imprecisioni.

Video dal Corriere della Sera

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Di Fabrizio (del 26/06/2012 @ 09:06:36, in Kumpanija, visitato 1592 volte)

Segnalazione di Alberto Maria Melis

Oggi, davanti al piccolo campo rom di Monserrato (Cagliari) è stata scoperta una statua in memoria del Porrajimos - Samudaripen, lo sterminio dei sinti e dei rom da parte del nazismo.

L'opera è di Armandino Lecca, scultore sardo.

(Altre foto su Flickr)

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Di Fabrizio (del 25/06/2012 @ 09:13:21, in Italia, visitato 1274 volte)

OPERA NOMADI DI REGGIO CALABRIA - COMUNICATO STAMPA

Pochi giorni fa abbiamo appreso che nella nostra città il fenomeno dell'emarginazione sociale è "scomparso". A dichiararlo è il Comune nel primo documento del Piano Strategico Sociale pubblicato sul sito dell'ente. Il piano che dovrebbe portare ad una programmazione unitaria ed efficace del welfare cittadino, alla cui redazione ci sta lavorando da mesi un gruppo di cinque esperti.

Nella seconda pagina del documento redatto dagli esperti (dal titolo "Prime indicazioni per la costruzione del Piano Strategico Sociale") alla tabella utenti viene dichiarato che i destinatari dei servizi sociali che rientrano nella categoria "Emarginazione e disagio adulti" (rom, detenuti, ex detenuti, donne in difficoltà e indigenti) per gli anni 2010 e 2011 erano : 29 nel 2010 e 27 nel 2011.

Questa notizia, se fosse vera, sarebbe veramente eccezionale. La nostra città diventerebbe una sorta di "paradiso terrestre". Ma sappiamo che, purtroppo, non è così.

Nella categoria "Emarginazione e disagio adulti", della classificazione (Nomenclatore interregionale degli interventi e Servizi Sociali- NISS) adottata dal tavolo degli esperti, dovrebbero rientrare tutti i cittadini che,secondo la definizione scientifica di emarginazione sociale, hanno un reddito al di sotto della soglia di povertà, ma hanno subito pure altre deprivazioni come il vivere in un habitat non inclusivo, una bassa istruzione, difficili condizioni di salute, ecc.

Partendo da questa definizione multidimensionale dell'emarginazione sociale, le persone che, nella nostra città, negli anni 2010 e 2011, si trovavano in questa condizione (tra i rom, i detenuti, gli ex detenuti, le donne in difficoltà e tra altri soggetti), purtroppo, erano molte di più di quelle riportate nel documento. Solo nella comunità rom di cittadinanza italiana, gli emarginati residenti nei quartieri di Modena (Ciccarello palazzine e Ciccarello ex Polveriera) e di Arghillà nord negli anni 2010 e 2011 erano almeno 800 persone. Ai rom bisogna aggiungere molte altre persone che si trovavano in condizioni simili di emarginazione sociale e di disagio. I dati dell'Istat sull'esclusione sociale in Calabria in quel periodo si attestavano intorno all'8% delle famiglie. Il che significa che, orientativamente, nella città di Reggio Calabria negli anni 2010 e 2011, le persone che si sono trovate nella condizione di grave deprivazione ed emarginazione sociale sono state qualche migliaio. Il fenomeno dell'emarginazione sociale con l'avvento della crisi economica si è incrementato al punto che la Comunità Europea ha dedicato l'anno 2010 alla lotta contro l'esclusione sociale. Alla luce di tutto questo, non riusciamo a comprendere come è stato possibile che siano stati pubblicati dati tanto errati. Anche se non tutti i casi di emarginazione raggiungono i servizi sociali, è vero che le assistenti sociali comunali, nei diversi quartieri, seguono moltissimi soggetti emarginati. Ma il documento non riporta nemmeno una piccola parte dei casi trattati dai servizi sociali. Per fortuna il testo in questione non è il Piano strategico sociale definitivo, anche se è il prodotto di un tavolo di esperti che, già da circa otto mesi, lavorano per costruire la base per la programmazione futura delle politiche sociali della città. E' evidente che, nonostante le competenze e la buona volontà degli esperti, esiste il pericolo che i soggetti più deboli, quelli che sono poco rappresentati nella comunità e nello stesso Terzo settore, possano, di colpo "scomparire" dalle tabelle. Così facendo si aumenta l'intensità del loro stato di emarginazione, penalizzandoli ulteriormente. Se il piano Strategico, come è stato presentato, intende essere uno strumento di programmazione delle politiche sociali e quindi un mezzo per contrastare l'esclusione sociale è necessario raccogliere con maggiore attenzione e con metodo diverso i dati, visto che questi costituiscono le basi fondamentali con le quali redire un programma di welfare efficace. Questa nostra nota non intende essere una critica al gruppo degli esperti, ma vuole essere la segnalazione libera di un grave errore nei dati, errore che potrà essere corretto facilmente se il lavoro di redazione del programma verrà continuato consentendo, la partecipazione autentica di tutti i soggetti del Terzo Settore e di quella degli stessi utenti.

Reggio Calabria, 22 giugno 2012
Il presidente Sig. Giacomo Marino

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Di Fabrizio (del 25/06/2012 @ 09:11:37, in media, visitato 916 volte)

Immagine dell'Africa

Uno degli effetti principali della comunicazione umana è quello di non farsi capire. Ne è prova il fatto che, quando comunichiamo (o proviamo a farlo), passiamo almeno la metà del tempo a cercare di spiegare cosa intendevamo dire veramente con i nostri messaggi. Molto spesso, l'incomprensione è un risultato puntuale anche di tanta comunicazione su argomenti seri e complessi, come è quello dell'immigrazione. Il manuale "Comunicare l'immigrazione" prova a fornire, a quelli che lo desiderano, qualche importante strumento per attenuare questo rischio. Il manuale, realizzato dalla Cooperativa Lai-momo (editrice della rivista Africa e Mediterraneo) e dal Centro Studi e Ricerche Idos (Roma), è rivolto agli operatori dell'informazione. Il volume contiene dati aggiornati sui fenomeni migratori nel nostro Paese e numerosi esempi di buone pratiche di comunicazione in questo campo.

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Di Fabrizio (del 24/06/2012 @ 09:24:18, in Regole, visitato 1257 volte)

Immagine da biografieonline: Hermann Göring, Rudolf Hess e Joachim von Ribbentrop al Processo di Norimberga, obbedirono soltanto agli ordini.

Sono passati una decina di giorni da quando si è saputo dell'aggressione ad una coppia rom a Bologna. Forse potevo anch'io scriverne prima, ma sarebbe stata una copia di quanto già altri esprimevano. Indignazione, soprattutto. E io:

  • Sospetto dell'indignazione, come di una fiammata che si esaurisce subito.
  • Sospetto dell'indignazione perché, peggio ancora, diventa un artificio dialettico dove le vittime c'entrano poco, ma la cosa importante è ribadire quanto gli altri siano cattivi e noi invece siamo i buoni.
  • Sospetto delle cascate di aggettivi, che mascherano il vuoto delle idee e delle proposte.

Eppure, come è possibile non indignarsi di fronte a fatti simili? Riassumo la vicenda nella sua brutale (e burocratica) semplicità:

  1. Due ragazzini bivaccano all'aperto, dopo diversi sgomberi, e già da qua capiamo, senza che nessuno lo spieghi, che probabilmente sono rom. Lui viene picchiato a sangue da una banda, lei (incinta) viene violentata.
  2. In commissariato la loro denuncia si trasforma in un decreto di espulsione per lui perché, anche se nati in Italia, non hanno documenti, e la legge in questa storia di "clandestini", tutela solo la madre.

Esempio di come il RAZZISMO VIOLENTO e quello ISTITUZIONALE cozzino contro ogni elementare norma di diritto.

RAZZISMO VIOLENTO: cambiano le maschere, ma sono sempre loro: chi altro farebbe un atto di coraggio e dignità nel pestare e violentare in quattro due ragazzini di 15 e 20 anni? Sapendo che le vittime non sono due pupilli di una italianissima famiglia, ma due piccoli rom (ed un terzo in arrivo) di cui quasi nessuno si è mai occupato e si occuperà?

Leggo martedì (QUI e QUI) che gli aggressori sarebbero quattro nazionalisti rumeni. Per una volta non mi preoccupa quanto possiamo essere razzisti noi italiani: la destra estrema (o radicale), già in passato ha dimostrato di avere gli strumenti per coordinarsi a livello sovranazionale. Ad esempio, razzisti e neonazisti di Germania, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia da anni operano congiuntamente nei diversi territori, tanto in maniera "istituzionale" che con marce, cortei, pestaggi, devastazioni di quartieri e proprietà di minoranze etniche e religiose.

Non erano mai scomparsi, ma oggi sono nei parlamenti, nei salotti buoni (ma anche negli stadi e nelle periferie urbane) di un'Europa che non è soltanto in crisi finanziaria, ma anche in crisi culturale e d'identità. Operano assieme ovunque con le medesime parole d'ordine.

RAZZISMO ISTITUZIONALE: immaginate... di essere voi che hanno picchiato e a cui hanno spaccato il naso, immaginate che gli stessi hanno violentato la vostra donna incinta. Però, che siate nati in Italia o meno, la vostra colpa è che non avete documenti, ed allora: niente da fare, sarete trattati peggio di un animale.

Perché, nel momento della denuncia scatta automaticamente la procedura d'espulsione. Potrete mai fidarvi di una legge che stabilisce che non potrete avere giustizia o che vi impedisce di testimoniare?

E' una cosa talmente assurda, che ho passato una mezza mattinata a studiare tutte le possibili scappatoie in casi simili. Non ho trovato niente. Ho chiesto aiuto a due avvocati che conosco. Non mi hanno ancora risposto.

Qualcuno sa darmi una mano?

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Di Fabrizio (del 23/06/2012 @ 09:04:08, in lavoro, visitato 1196 volte)

RiminiToday

Mercoledì mattina nella sede della Provincia di Rimini si è svolta la presentazione della neonata cooperativa sociale, Metalcoop, per la raccolta e il recupero di materiali ferrosi, creata da un gruppo di Sinti e di Rom

[...] Erano presenti l'assessore ai Servizi sociali della Provincia di Rimini Mario Galasso, il presidente della cooperativa Marcello Spada, il vicepresidente Davide Gerardi e il segretario nazionale di Confesercenti Davide Ricci.

Un gruppo di Sinti e di Rom hanno formato una cooperativa sociale di 18 persone con lo scopo di fare la raccolta del materiale ferroso, adeguandosi alle normative, e dimostrare così la loro volontà di integrarsi in modo corretto nella nostra comunità nel pieno rispetto della legalità.

Nella cooperativa sono stati accolti anche 3 "residenti", come vengono definiti gli italiani non SINTI non ROM, perché da soli non riuscivano a fare questo lavoro secondo le nuove normative. La cooperativa è formata da 18 persone dai 20 ai 60 anni che lavorano in tutta la Romagna e risiedono nella provincia di Rimini.


Anche su:

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Di Fabrizio (del 22/06/2012 @ 09:15:49, in blog, visitato 2330 volte)

Lo scorso febbraio il professor Dimitris Argiropoulos mi chiese un contributo scritto per la rivista Educazione Democratica. Senza l'assillo della sintesi da blog, diedi sfogo alle mie turpi voglie di scrivano logorroico. Ora che il pezzo è (finalmente) online, potete leggerlo e farmi sapere cosa ne pensate.

I Rom ed i blog, o più precisamente, la galassia romanì e la comunicazione via web... potrebbe sembrare un argomento simile a quello dei cavoli a merenda.
Mi rivolgo a quanti hanno di queste popolazioni un'immagine immutabile: gente che ancora gira il mondo a bordo di variopinti carrozzoni, vestita in maniera abbastanza "casual" e di cui non sappiamo cosa fa per vivere. Dimenticandosi, che proprio il DOVERSI spostare (più per obbligo che per libera scelta), il sapersi adattare e ritagliare nicchie di sopravvivenza in ambienti tendenzialmente estranei, sono il volano per recepire i cambiamenti esterni con più velocità rispetto alle cosiddette società maggioritarie.
Un altro aspetto di cui tener conto, è che nonostante le chiusure reciproche, il nostro ed il loro mondo si sono mischiati e continuano a farlo, per cui anche tra Rom, Sinti, Kalé, Romanichals troviamo individualità che sono emerse, come anche fasce (tuttora minoritarie) di medici, giornalisti, avvocati, o altri professionisti.
Per non perdere il filo di questo discorso già dopo queste poche righe:

    dobbiamo quindi prestare attenzione ad un ipotetico Rom medio, senza sapere in partenza chi sia, se sia mai andato a scuola e dove, se abbia una casa o meno, che tipo di relazioni abbia con gli altri appartenenti alla sua comunità estesa (Kumpanija). Insomma, tutte questioni che diamo per scontate ed assodate come base delle NOSTRE comunicazioni sociali che attualmente deleghiamo ANCHE alla rete telematica.

Aggiungo infine che da decenni l'informatica pervade vari aspetti tanto del lavoro, che del tempo libero o della vita quotidiana, e già vent'anni fa un Rom, magari senza casa o corrente elettrica, cominciava ad interagirvi, anche solo con un videogioco nel bar accanto al campo, oppure nel cantiere edile o nella cava dove lavorava.

Verso la metà degli anni '90, tramite un progetto comunale, coordinavo una piccola redazione rom del campo di via Idro a Milano, nel realizzare un bollettino scolastico su carta, dal nome IL VENTO E IL CUORE. I primi tentativi di scolarizzazione di quel gruppo risalivano a 10 anni prima, il problema allora sul tappeto era di recuperare uno storico gap di comunicazione.
Non c'erano molti mezzi: un vecchio computer 386 e casa mia come redazione, con colazione e riunioni mattutine al bar sotto casa (nessuno dei vicini ebbe mai niente da dire).
Usare un computer da parte di chi a malapena sapeva leggere e scrivere, poteva sembrare un azzardo: viceversa scoprii che anche per loro era più facile esprimersi così che con carta e penna. La grammatica mentale dei Rom, abituati ad esprimersi con concetti semplici ma evocativi, la mancanza di timore nel rivolgersi agli estranei, era un linguaggio ideale per rivolgersi ai bambini, anche quando si scriveva di teatro, di lavoro, di leggi o di tradizioni. Il fatto poi che nel nucleo famigliare Rom le generazioni parlino tra loro costantemente, aiutò parecchio a trovare gli argomenti e i testimoni.
Quel giornale divenne un importante strumento di aggregazione:

  • INTERNO- man mano anche gli altri componenti dei campi partecipavano alla raccolta delle notizie, a piegare le pagine fotocopiate, a farsi fotografare, a chiedere quando sarebbe uscito il prossimo numero. Arrivarono col tempo i contributi di altri campi, di Rom di passaggio... Le pagine, da 4 dovettero passare ad 8.
  • ESTERNO- Una tiratura di quattrocento copie (ma probabilmente la divulgazione era più ampia), e corrispondenze con scuole, giornali, anche TV, facemmo di tutto per girare e farci conoscere. Scoprimmo che avevamo lettori in tante città d'Italia e anche all'estero.

Ricevevamo corrispondenza da tutta Italia e dalla Spagna, come non lo so. Non c'era ancora internet, ma la rete c'era già, per niente virtuale: discendeva dal sistema di comunicazioni informali che sempre hanno legato i vari gruppi sparsi nel continente. Insomma, la diaspora li aveva resi più "moderni" (più reattivi al cambiamento) di noi, ed avevamo solo trovato il media per dimostrarlo.
Quel bollettino chiuse dopo un paio d'anni, quando il comune smise di finanziarlo, in preda ai suoi ricorrenti mal di pancia politici.

Nel frattempo internet stava diventando un fenomeno di massa in tutto il mondo (nella sola Italia tra il 1998 ed il 2000 raddoppiavano i collegamenti alla rete), ed in modo del tutto autonomo, ignari del nostro giornalino scolastico, anche alcune elite intellettuali di Rom e Sinti cominciavano a comunicare tra loro via web, colmando la distanza geografica.
Nel 1999 un Rom di origini ucraine, Valery Novoselsky, diede vita al primo nucleo di un network che tramite internet comprendeva le varie comunità sparse nel pianeta, quello che attualmente è il Roma Network, oggi strutturato come una vera e propria OnG, che raggruppa diversi siti, innumerevoli gruppi di discussione su Google e Yahoo ed anche un canale Youtube.
Questo network, grazie all'impegno di Valery Novoselsky che non è mai calato negli anni, è proseguito col contributo di nuove figure, e con il supporto finanziario della Fondazione Soros, la tal cosa gli ha anche alienato le simpatie di alcuni settori romanì contrari a questa presenza USA mascherata, sulle questione continentali. Difatti col tempo il network si è caratterizzato non solo come agenzia informativa dalle molte teste, ma anche come il tentativo di creare una lobby in grado di condizionare le politiche dei paesi dell'Europa Orientale e di fare pressione sulle organizzazioni comunitarie dell'Europa Occidentale.
Considerazioni politiche a parte, Roma Network si è però sempre caratterizzato per la sistematicità quotidiana delle informazioni fornite, la professionalità e serietà negli argomenti trattati ed anche per la varietà dei giudizi e delle opinioni riportate.
Se qualcuno volesse conoscere di più su questa galassia, nel 2009 Aggiornamenti Sociali pubblicò un articolo dedicato ai principali siti europei, con una breve appendice sul panorama italiano del momento.

Verso la fine degli anni '90 in Italia su internet non si trovava molto materiale su Rom e Sinti. C'era dal 1997 O Vurdón di Sergio Franzese e forse il sito di Alberto Melis, che resistono tuttora. Prendendo esempio da loro, anch'io feci una piccola pagina web. Precisazione necessaria: al di là della qualità delle notizie riportate e delle rispettive esperienze, né Franzese, né Melis né io siamo rom o sinti.
Tramite le notizie pubblicate, mi trovai a corrispondere con altra gente in Italia, che stava sperimentando esperienze simili. Quando la corrispondenza fu tanta, decidemmo di renderla pubblica, prima in una nuova pagina web (che oggi non c'è più), poi in due gruppi di discussione (uno esiste tuttora) e nel 2004 in un primo blog. Infine con un secondo blog (questo, ndr.), che diede più possibilità di organizzare un lavoro creativo e collettivo.
Inizialmente cercavo informazioni, ma a parte i siti di Franzese e Melis non trovavo molto. C'erano invece molte pagine in inglese, francese, talvolta in spagnolo o romanés... e le storie che raccontavano potevano interessare. Le tradussi per metterle online.
Mi chiedevo: perché di queste notizie non circolava niente in Italia? Perché era più facile sapere cosa facevano i Rom in Romania, in Germania, e non cosa succedeva in Italia? Diversi? Ancora troppo selvatici?

Qual era la situazione generale in Italia su Rom e Sinti, una decina circa di anni fa?
Da un lato, andava esaurendosi la stagione, iniziata negli anni '70-'80, di attenzione da parte delle istituzioni, e al riformismo andava pian piano subentrando l'abbandono. Dall'altro quella stagione aveva creato un soggetto forte: l'Opera Nomadi nazionale, ed una rete di esperienze associative, piccole ed attive a livello locale, a base soprattutto volontaria.
Il dibattito interno a queste organizzazioni era anche di buon livello, ma assolutamente non condiviso a livello nazionale, per non parlare di livello europeo. Erano, a mio giudizio, gruppi impermeabili ed autoreferenziali.
In quel periodo, più che la forma (sito, gruppo telematico di discussione, diario o blog) mi interessava la possibilità di far circolare informazioni fuori dai soliti gruppi ristretti. Per questo, il primo passo fatto di comune accordo con i pochi corrispondenti di allora, fu di uscire allo scoperto e mostrare che scambiarsi informazioni tra realtà distanti tra loro, potesse dar vita ad un dibattito aperto e continuativo.
Come scelta conseguente: quella di fornire anche in italiano notizie su quanto avveniva - si discuteva, nelle comunità rom e sinte all'estero, che sul piano comunicativo erano più avanti dell'Italia.
Dietro questa scelta c'erano motivazioni diverse:

  • Le cronache estere danno meno occasioni di polemica di quelle italiane.
  • Contribuiscono anche ad allargare la propria visuale, ci sono problemi simili e ci sono rom/sinti, associazioni e stati che provano ad affrontarli.
  • Le varie comunità rom e sinti stanziate da tempo in un territorio, hanno via via maturato una propria storia autonoma, che a sua volta presenta similitudini e differenze con altre esperienze locali, ma che valgono anche come "laboratorio" per le future politiche di integrazione dei gruppi arrivati in tempi più recenti.
  • E' la dimostrazione di essere in tanti. A dire il vero in Italia SI DICE che siano appena 150.000, quindi per la legge dei numeri, se si volesse fare qualcosa, sarebbe possibile. Ma, questi 150.000 possono (volendo) farsi forza della presenza di 8, 10, forse 12 milioni di rom/sinti nel mondo (in pratica un paese come l'Austria o la Danimarca).
  • Infine, che non esiste la sola visuale nazionale; determinate questioni sono affrontabili più facilmente a livello locale, altre necessitano di un progetto complessivo sovranazionale.

Ovviamente, difficoltà e diffidenze reciproche rimangono, ma la possibilità di scambiarsi opinioni ed esperienze anche a lunghe distanze in tempo quasi reale, ha secondo me contribuito (tra le tante altre ragioni) alla creazione del Comitato Rom e Sinti Insieme nel 2007, la prima esperienza unitaria e federativa gestita dai diretti interessati (parlando sempre di difficoltà e divergenze: il comitato si sdoppiò presto in due federazioni separate).
Oggi ovviamente le varie organizzazioni ed associazioni sono presenti su internet con siti istituzionali ben strutturati. Esiste un'attenzione crescente da parte dei media locali e nazionali. Ci sono diversi blog (qualcuno con pochi articoli, altri aggiornati regolarmente - ma questa è una caratteristica propria dei blog) che in questi ultimi anni sono nati prima per volontà di qualche "testimone illuminato", poi vedendo la presenza di un ristretto gruppo di intellettuali rom e sinti, infine col coinvolgimento di parti (ancora minoritarie) di quei "Rom e Sinti medi" di cui accennavo all'inizio.

Nel frattempo, in Italia e altrove, l'informatica sta lentamente diffondendosi anche nei campi-sosta o negli insediamenti più deprivati. Anche dove mancano i collegamenti telefonici via cavo, ogni tanto capita di trovare computer, magari di seconda mano, e collegamenti internet tramite chiavetta. A volte, la rete viene adoperata solo per scaricare musica (magari dal paese di provenienza, qualcosa di simile alle trasmissioni estere captate dal televisore) o per la ricerca di lavoro e altre informazioni. A volte internet, chat e posta elettronica servono per mantenere i contatti con parenti lontani. O letteralmente per salvare la pelle: ad esempio l'estate scorsa in Repubblica Ceca e in Bulgaria ci sono state violente manifestazioni ed attacchi fisici alle comunità rom in diversi luoghi di quei paesi; esattamente come i gruppi razzisti coordinavano le proprie azioni via web, così le comunità rom si tenevano in contatto, per aggiornarsi sulla situazione, nella paura costante di uscire dai propri quartieri.
Più recenti e meno drammatici: i recenti "sbarchi" su Twitter e Facebook, soprattutto da parte della fascia più giovane della popolazione rom e sinta. Mi sembra che il motivo principale sia la curiosità e la necessità percepita di intrecciare relazioni con i coetanei della società maggioritaria, relazioni che nei secoli sono sempre state osteggiate tanto dalle NOSTRE che dalle LORO famiglie. La neutralità dello schermo, unita al fatto che su internet la comunicazione è prevalentemente multidirezionale, favorisce questo tipo di approccio, anche se il rischio di FLAME è sempre dietro l'angolo. Credo che più delle tematiche prettamente politico-sociali, un tipo di approccio maggiormente disimpegnato come questo, possa essere uno degli aspetti chiave di coesioni future; anche se occorre capire come ciò possa evolvere in forme di conoscenza e rapporto meno virtuali.
Intanto, sulla spinta dei primi "pionieri" sul web, nei vari blog e gruppi di discussione, oltre che sui massimi sistemi, si inizia anche a confrontarsi su questioni pratiche, con timidi interventi di qualcuno che vive nei campi: non è un "intellettuale" nel senso comune del termine, ma quantomeno è cosciente di essere parte in causa di questioni che lo riguardano direttamente. Quel "Rom o Sinto medio" senza il cui contributo e coinvolgimento non si andrà da nessuna parte.

Oggi siamo al paradosso che tutti possono parlare di/per Rom e Sinti, quindi sarebbe importante discutere anche di come lo si fa. Non mi riferisco agli argomenti da trattare, perché questo "Rom o Sinto medio" sfugge ancora alle definizioni: Cos'è?

  • Parte di un popolo?
  • Cittadino?
  • Minoranza nazionale o sovranazionale?
  • Disadattato cronico?
  • Fonte di guadagno del nostro associazionismo?

Tutti gli argomenti possono andare bene, non è il COSA, mi riferisco esattamente al COME.

A tal proposito, spesso mi è capitato di fare questo esempio:
A Roma ho un amico, lui si occupa di informazione sull'Africa e io su Rom e Sinti. Qualche anno fa, per farci due risate, gli segnalai un articolo in inglese di di Binyavanga Wainaina, scrittore e giornalista keniano, articolo che in seguito venne tradotto in italiano sulla rivista Internazionale. Citando tutti i possibili luoghi comuni che si riferiscono all'Africa, il tono era simile:

    Usare sempre la parola "Oscurità" e "Safari", Primordiale e Tribale. Usare i termini Tragedie ed immutabilità dell'Africa. Ma parlare dei Tramonti, della Musica che hanno nel sangue. I bambini devono essere sempre nudi, meglio se sottopeso.
    Parlare dell'Africa come se fosse un unico grande paese, senza città, senza industrie e università, ricco solo di animali feroci e guerre tribali.
    Poi c'è bisogno di un nightclub chiamato Tropicana, da condividere con mercenari, guerriglieri, prostitute ed Africani arricchiti. Terminare citando Nelson Mandela, o dire qualcosa sull'arcobaleno, perché voi siete persone sensibili.

Sarò sintetico: c'è chi è convinto di fare giornalismo "scomodo" (o addirittura d'inchiesta), mostrando distese di roulotte, bambini seminudi, donne vestite con le gonne lunghe.
Io credo che quella sia cronaca, spesso doverosa ma cronaca. Nel senso che non cambia la nostra percezione e non aumenta la conoscenza. In effetti libri, giornali, internet stessa traboccano di immagini simili.
Una volta che l'immagine è stata digerita, tutto torna come prima, anzi è come essere vaccinati. Però sono immagini vere, mi direte... Lo so, come sono vere le immagini di un incidente ferroviario, o del fondoschiena di una qualche cantante... si suppone che, diritto di cronaca a parte, la maggioranza di noi non viva in roulotte, non sia scampata ad incidenti ferroviari e non abbia il fisico di Jennifer Lopez...
Da una parte c'è un sistema dei media che privilegia la notizia più vendibile. Dall'altra, la reazione del "lettore medio", che per comodità dividerà le notizie che gli arrivano a quintali, tra storie di cui ha esperienza o viceversa in una sorta di mondo alieno.
Alieno, appunto: Il problema del conoscere, è che nessuno ha bene idea di dove partire. Ad esempio, prima accennavo alla mancanza di cifre su quanti siano in Italia i Rom e i Sinti. La confusione aumenta quando il Consiglio d'Europa rimprovera all'Italia di non fornire dati esatti, che invece mancano anche a livello europeo. Mi capita, nell'arco della stessa giornata, di leggere che sono 8 milioni, anzi 10, o 12. In alcuni paesi, come ad es. la Slovacchia, le cifre variano da 200.000 a 1 milione.

Comunque, ...l'80% dei Rom è concentrato in Europa, in condizioni simili quasi ovunque. Quindi, se è giusto sapere che la loro origine probabilmente è indiana, possiamo lo stesso considerarli uno dei popoli fondanti del nostro continente, dove sono presenti dal tardo medioevo, quando non esisteva quasi nessuno stato nazionale di oggi. Inoltre il nomadismo, l'artigianato e l'assenza della scuola erano diffusi (come il nomadismo economico e politico del resto) e solo con il formare degli stati nazionali sono declinati.
In realtà, la loro storia va paragonata alle tante minoranze, che in 1000 anni di storia europea si son trovati a scegliere tra assimilazione o sterminio. Apposta, ho usato la parola assimilazione, che è una parola brutta quasi quanto sterminio. Perché sono le alternative che l'Europa offre da quando ha coscienza di essere continente, diciamo dalle crociate. Faccio notare che in questi secoli ce ne sono di Rom che si sono assimilati, si sono annullati, e quindi non ha senso chiedere "quando saranno assimilabili"? Cosa sappiamo di loro? Attraverso i media conosciamo di più degli ultimi arrivati che di quelli che sono qui da 50 anni, o da secoli, come ad esempio i Rom abruzzesi.
Tutto il meccanismo informativo ne viene distorto. Perché va da sé che chi sia arrivato da poco, porti situazioni più problematiche di chi è già insediato da tempo. Sia chiaro, non lo affermo per un malinteso razzismo, la mia è solo un'osservazione logica
Di chi è arrivato in quei campi prima di loro, oggi si parla poco - se non si parla affatto. Non so cosa sia meglio tra il terrore o il silenzio delle cronache. Cosa fanno? Quello che posso testimoniare, è che se qualcuno volesse informare in maniera "corretta", può farlo anche in una situazione estrema come quella dei Rom rumeni a Milano. Dieci anni fa rappresentavano l'Italia ad un concorso musicale in Grecia, o volevano instaurare una scuola di musica a Milano.
Una squadra di calcio che è nata nell'ex campo-inferno di Triboniano, si è allargata ad immigrati di altri paesi, per due anni consecutivi ha vinto il campionato mondiale di calcio a 5 per senzatetto. Hanno scritto un libro sulla loro storia, e restano ignorati lo stesso. Oppure, parliamo dello sportello sindacale che ha funzionato lì per oltre 2 anni? Notizie che sfuggono: se anche tra chi è arrivato per ultimo e ha sempre vissuto in situazioni "estreme", possiamo trovare "buone cronache", cosa ci impedisce di farlo con chi è in Italia da una vita?
Logica vorrebbe che se gli ultimi sono tanto attivi, a maggior ragione lo saranno gli altri, chi è arrivato prima. Invece, man mano che questi Rom si stabilizzano (o si assimilano), diventano realmente INVISIBILI.

La storia europea si ripete. Non è un'emergenza: da almeno 30 anni è in atto una migrazione di altri popoli nel nostro continente, come nel tardo medioevo o nel II dopoguerra. Lo stravolgimento dei confini e dei parametri economici, coinvolge anche i Rom. Queste nuove popolazioni, che per lo più contribuiscono alla nostra economia sommersa, non troveranno risposta se non sapremo prima affrontare il rapporto da creare con quei Rom che in Europa da secoli, vivono come se fossero in un eterno dopoguerra.
La responsabilità dell'informazione, è di aiutare a formare il quadro in cui interagiremo con gli 8 o 12 milioni di persone e quando finirà l'eterno dopoguerra dei Rom e dei Sinti. Partendo da qualcosa che è sotto gli occhi di tutti e nessuno vede: c'è tra loro il muratore, il giardiniere, la babysitter, l'imprenditore, magari li conoscete e vi hanno sempre nascosto la loro identità. Non sapete se vivono in un campo o in casa. Chiediamoci perché la maggior parte di loro si nasconde anche se non ha commesso nessun reato.
Il conto per l'informazione è molto più salato di come l'ho presentato. Esiste un lato apertamente razzista dell'informazione, che a volte diventa mandante o correa degli atti di razzismo e di intolleranza che si scatenano contro i Rom. Atti che si ripetono continuamente. Potremmo parlarne a lungo: questo è solo il lato visibile di un'opera di occultamento e disinformazione, che sta SEMPRE alla base del razzismo.

Le associazioni pro-Rom, nonostante la crescente attenzione, hanno tuttora scarsissimo spazio sui media, e mancano completamente i diretti interessati. Ecco perché la rete internet è diventata un antidoto così importante, e le sue modalità di comunicazione sono state man mano mutuate da Rom e Sinti (o forse è internet stessa che ha adottato le loro competenze comunicative).
Oggi la priorità non è più tanto creare poli di informazione indipendenti, che già ci sono, quanto renderli autorevoli e (vorrei dire) professionali. Ma mi rendo conto che "professionale" è un termine ambiguo: intendetelo più come "parere di chi vive determinate situazioni sulla propria pelle, per questo è più titolato di altri a descriverle", che come professione vera e propria. Proprio quel parere che è sempre l'ultimo ad essere ascoltato. Se attualmente i codici espressivi di queste persone sono "limitati" rispetto alle nostre esigenze, possono crescere esclusivamente con un confronto, magari critico, quotidiano e prolungato. Fin quando non saremo noi, fuori dai campi e dalle riserve, a riconoscere dignità e ricchezza a quei codici espressivi, che non sono "limitati", ma semplicemente "altri" da quelli che abbiamo adottato a nostra volta.

Il problema che si pone è la visibilità, nel mare di informazioni che ci circondano (se cerco blog su google ottengo due milioni di risposte). Secondo me le possibilità sono 2: il sensazionalismo e il folklore deteriore (ricordate? distese di roulotte, bambini seminudi, donne vestite con le gonne lunghe). Oppure coinvolgere i propri lettori: cioè affrontare il discorso di quanto i destini dei Rom e della società maggioritaria siano intrecciati: in parole povere, quanto possano fare i Rom per il mondo attorno a loro. Magari, con un piccolo (piccolo, mi raccomando, la carità pelosa è sempre in agguato) aiuto perché dall'assimilazione si passi all'interazione comune.

C'è chi descrive il mondo telematico come fulminante e semplice da raccontare, senza rendersi conto di quanto distanti affondino le sue radici. Sono passati anni da quando si è iniziato, forse si tratta solo di essere costanti e di osservare come evolve il mondo della comunicazione (e anche quello dei rom e dei sinti). In tutto questo tempo, in tanti e con progetti ed idee diverse, si è lavorato per aggiunta, senza rinnegare quello che era stato fatto prima, come un sassolino che cresce rotolando dalla montagna.

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Di Fabrizio (del 21/06/2012 @ 09:16:24, in casa, visitato 967 volte)

Da Roma_Daily_News

13 giugno 2012: Un tribunale di Istanbul si è pronunciato ieri in favore della cancellazione del progetto di rinnovamento urbano a Sulukule (vedi QUI ndr.), il più antico insediamento rom in Europa. La quarta corte amministrativa di Istanbul ha stabilito che il progetto su Sulukule del comune di Fatih "non è di pubblico interesse". Si sono avuto tre casi distinti sollevati dalla Camera di Istanbul degli Architetti, la Camera di Istanbul degli Urbanisti e l'Associazione Rom di Sulukule. ERRC ha avviato e sostenuto il caso dell'Associazione Rom di Sulukule.

Il tribunale ha trovato il progetto comunale in violazione della legge 5.366 sulla "Conservazione tramite rinnovamento ed utilizzo per rivitalizzazione degli immobili storici deteriorati e delle proprietà culturali" nonché dei criteri UNESCO sulla conservazione del patrimonio storico.

Il progetto di rinnovamento urbano a Sulukule venne inizialmente lanciato nel 2005 e vide le famiglie rom obbligate a vendere le loro case a basso prezzo e spostarsi lontano dal centro cittadino per permettere la costruzione di un quartiere di lusso. Circa 3.500 residenti rom che vivevano a Sulukule videro le loro case demolite.

Il testo della sentenza non è ancora stato reso pubblico, ma secondo i media e gli avvocati coinvolti nel caso, il comune potrà presentare appello. Comunque, entro un mese dalla comunicazione della sentenza il comune dovrà interrompere lo sviluppo del progetto attuale, e predisporne un altro in linea con la sentenza. Se il comune non dovesse attuare la sentenza, potrà essere obbligato ad un risarcimento.

ERRC è stato attivamente coinvolto negli sforzi per preservare Sulukule, reagendo subito quando iniziò il progetto di rinnovamento urbano. ERRC si è incontrato con i funzionari del comune di Fatih ed ha inviato lettere, inclusa una al Primo Ministro, per ricordare gli obblighi della Turchia riguardo le leggi nazionali ed internazionali. Il 31 dicembre 2007, ERRC ha avviato e sostenuto un'azione legale dell'Associazione Rom di Sulukule di fronte al tribunale amministrativo di Istanbul, che chiedeva l'immediata sospensione della campagna di demolizione a Sulukule e la cancellazione del piano di rinnovamento urbano. Da allora, le case di molti Rom ed il quartiere storico, riconosciuto come patrimonio mondiale dell'umanità, sono state demolite. Tuttavia, ERRc accoglie con favore la decisione della corte di Istanbul, come una rivendicazione delle proteste dei Rom e della comunità internazionale contro l'illegalità dell'azione comunale e come apertura alla possibilità di ovviare ai danni inflitti ai Rom coinvolti.

Per ulteriori informazioni, contattare:

Sinan Gökçen
Media and Communications Officer
European Roma Rights Centre
sinan.gokcen@errc.org
+36.30.500.1324

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Di Fabrizio (del 20/06/2012 @ 09:41:14, in Europa, visitato 1066 volte)

Da Aussie_Kiwi_Roma

GREEK REPORTER Australia La questione degli immigrati rom dalla Grecia nel 1898 ritorna attuale - By Stella Tsolakidou on June 12, 2012

Sali Ramadan, sua moglie Rose e loro figlia Sherezada

Nel 1898 un gruppo di 26 Rom greci dalla Tessaglia arrivò a Largs Bay, nell'Australia del sud e qualche giorno dopo ripartì a piedi verso le colonie orientali. Questi primi migranti di origine greca furono tra le ragioni dell'introduzione delle prime leggi razziali nell'Australia del sud, a cui seguì l'Immigration Restriction Act del 1901. Fatto che in seguito marcò le relazioni diplomatiche tra Grecia ed Australia.

La storia dietro questi primi 26 migranti e le loro gesta è nuovamente emersa ed ha assunto un ruolo centrale nel quadro del dialogo continuo su come gestire il problema dell'immigrazione di massa e dei richiedenti asilo in Australia.

La storia di questi migranti comincia in Grecia nel 1897, dopo che i Greci avevano perso una guerra contro i Turchi. La tregua a maggio 1898 aveva creato un'ondata di migliaia di migranti, forzati ad abbandonare la loro terra per migrare all'estero o cercare rifugio nei territori rimasti alla Grecia. Come molti altri, i 26 Rom furono obbligati a lasciare le loro case nei villaggi della Tessaglia, scappare a Volos e prendere una nave diretta in Australia, senza avere idea di ciò che il futuro aveva in serbo per loro.

Ascoltando i racconti dei commercianti e dei proprietari di barche a Volos sulla vita prospera in Australia, i Rom decisero di rinunciare agli ultimi loro fondi per pagarsi il viaggio sulla nave francese "Ville de la Giotat", il 20 giugno 1898.

Per errore, i 26 sbarcarono ad Adelaide invece di Sidney, e presto divennero il centro di attenzione negativa ed impopolare nel paese per lungo tempo. Le autorità locali erano allarmate per l'arrivo di questo neo venuti, inaspettati, non voluti, pericolosi e vestiti di stracci. Il loro ingresso nel paese non era autorizzato, fatto che ben presto accese la fiamma contro gli immigrati di colore, che si estese in tutta l'Australia.

I giornali locali dipinsero l'arrivo e l'aspetto dei 26 Rom con le tinte più fosche, pubblicando anche le loro foto. Venne enfatizzato che questi Rom non erano greci, ma piuttosto erano nati e cresciuti in Grecia e che l'unico mestiere che conoscevano era quello di calderai. Il loro arrivo nell'area attirò sin dall'inizio molti visitatori: alcuni diedero loro del denaro, altri li presero in giro ed altri ancora diedero loro cibo e vestiti. Però la maggior parte dei cittadini, guidati dal sindaco di Adelaide, iniziarono una campagna per cacciarli dalla città. Persino l'ambasciatore greco visitò il piccolo accampamento e fu sorpreso di sapere che i 26 migranti parlavano solo il greco.

Nel frattempo, l'argomento era arrivato al Parlamento dell'Australia del sud, dove un deputato aveva suggerito da ora non poi non si doveva permettere l'ingresso di nessun Greco, Hindu o Cinese.

Ma quegli immigrati rom avevano problemi più seri da risolvere: sopravvivere. Senza mezzi di sostentamento, dovettero ricorrere al vagabondaggio ed all'accattonaggio, o mettendo in scena spettacoli di strada per i residenti locali. Iniziarono a ballare e cantare per far quadrare il bilancio. Ma questo modo di vivere non venne apprezzato dalla stampa e dall'aristocrazia.

Le autorità di Adelaide fecero di tutto per espellere i 26 migranti verso Melbourne, ma il loro viaggio non terminò lì. Prima vennero trasportati col treno sino alla periferia di Norwood, sempre nell'Australia del sud, dove la gente si radunò alla stazione e li fece ripartire col treno successivo. Nelle altre stazioni, gli abitanti gettavano pietre e non li facevano neanche scendere dal treno. Quando riuscivano a scendere, piazzavano le loro tende distanti dal villaggio e cercavano cibo dai contadini. Ci fu chi li aiutò in diverse maniere, prima che alla fine arrivassero a Serviceton, Victoria, il 23 giugno 1889.

I media annunciarono il loro arrivo descrivendoli come rifugiati greci o semplicemente zingari. 94 Greci protestarono pubblicamente perché i media e le autorità australiane "li avevano classificati come Greci" ed insistettero che si trattasse di un gruppo di Rom dalla Serbia, che sapevano il greco. Tuttavia, l'allora ministro della Giustizia negò quella storia, perché tutti e 26 i migranti avevano passaporti greci rilasciati dal consolato greco d'Egitto.

La stampa continuò con i suoi articoli a base razziale contro i Rom dalla Grecia. Nuovamente i migranti vagarono da un villaggio all'altro. Il governo del Nuovo Galles del Sud ordinò alla polizia di impedire ai Rom di entrare nella contea. Affamati e vestiti di stracci, i 26 sognavano di raggiungere Melbourne, dove speravano che la comunità greca li avrebbe aiutati. Il 17 agosto, arrivarono a Ballarat, uno dei pochi posti dove furono trattati come esseri umani. Vi passarono una settimana, prima di partire nuovamente verso Melbourne, guadagnandosi da vivere con esibizioni nei villaggi vicini. Alla fine, le autorità di Melbourne non permisero loro di entrare in città, facendoli accampare alla periferia di St. Kilda, fuori dalla giurisdizione cittadina.

Le loro avventure e vagabondaggi non finirono lì e invece continuarono per decenni.

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