Rom e Sinti da tutto il mondo

Ma che ci fa quell'orologio?
L'ora si puo' vedere dovunque, persino sul desktop.
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Fabrizio (del 21/05/2010 @ 09:57:21, in Italia, visitato 1714 volte)
Segnalazione di Marco Brazzoduro

XXIII Convegno Nazionale A.I.Z.O. rom e sinti

    Rom, sinti e gagè: culture in dialogo?

28-29 MAGGIO 2010

Fondazione “Opera Campana dei Caduti”, Largo Padre Eusebio Iori Colle di Miravalle

Rovereto (TN)

28 MAGGIO

Ore 9.00: Saluto delle autorità
Lia Beltrami Giovanazzi Assessore alla Convivenza Internazionale Solidarietà Integrazione provincia di Trento
On. Prof.ssa Letizia De Torre Deputato già Vice Ministro della Pubblica Istruzione
Sen. Alberto Robol Reggente Campana dei Caduti
Sindaco di Rovereto
Presentazione del Convegno: Jonko Jovanovic Vicepresidente Nazionale A.I.Z.O. rom e sinti
La via Europea all’inserimento Juan De Dios Ramirez Heredia Già Eurodeputato gitano, Presidente Romani Union (Spagna)
Aspetti identitari della cultura romanì: Jovan Damianovic
Bajram Haliti
Deputato rom, Repubblica Serba
Avvocato rom, Kossovo
Parlare romanè Marcel Courthiade Linguista rom, Francia

Cantare le radici

h 13:00

Santino Spinelli

Pranzo

Università di Chieti


Società e valori sinti


giovani sinti



Rom e sinti: tradizioni e progresso

Kasim Cizmic

Georghita Caldararu

Osmani Bajram

U.N.I.R.S.I.

Delegato nazionale rumeni A.I.Z.O.

Giornalista I.R.U.
Conservazione e cambiamento: il ruolo delle donne
Esma Halilovic
Prof.ssa Marcella delle Donne



Università “La Sapienza” di Roma

Emergenze educative: soluzioni possibili?

On. Prof.ssa Letizia De Torre

Prof.ssa Maria Luisa Manfredi Chiarini




Presidente A.I.Z.O. - Sezione Provinciale di Cremona
Esperienze di inclusione sociale Graziano Halilovic Romà Onlus - Italia
Rom, sinti e gagè: dialogo possibile? Pierluigi Casotto

Ettore Gialdi

Don Beppino Caldera
Assessore alle Politiche Sociali Casalmaggiore

Assessore alla Cultura Casalmaggiore

Migrantes di Trento
CARITAS



Dibattito

Interventi di :
      • Ass. Sinti del Trentino
      • Nevo Drom (Trento)
      • Ass. Rom del Kossovo


Ore 20.30

Cocktail Tzigano con i Vagane Sinti

29 MAGGIO

Ore 9.00

Quando un’identità significa morte: ricordo dello sterminio Nazista e della ex Jugoslavia

VIDEO-interviste
Interviste di Carla Osella

Gnugo de Bar

Branko Sulejmanovic

Presidente Nazionale A.I.Z.O. rom e sinti
Conclusioni del convegno
Ore 11.00 Inizio cerimonia innalzamento della bandiera romani Sen. Alberto Robol Reggente Campana dei Caduti
Dott. Francesco Squarcina
Commissario di governo
Delegazione ufficiale rom e sinti
Innalzamento della bandiera del popolo romanì

Inno internazionale rom “Gelem, Gelem” eseguito da Alexian Ta Le Chave

Inno nazionale Italiano

I cento rintocchi di Maria Dolens


Ore 13.30 Pranzo

      Ore 14.30 Premiazione

      Concorso di pittura per le scuole elementari e medie “Se fossi nato zingaro”

Ore 14.30 Chiusura dei lavori


Dal 24 maggio al 6 giugno verrà allestita la mostra fotografica

Rom e sinti, il popolo degli uomini (80 fotografie)

Per informazioni:

011.749.6016 011.740.171 cellulare 348.825.7600

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Segnalazione di Giancarlo Ranaldi

Video di C6.tv (purtroppo non riesco a caricarlo)

Milano. Sono ormai settimane che il campo rom di Triboniano aspetta di sapere il suo futuro e per questo gli abitanti di via Barzaghi avevano organizzato un presidio davanti a Palazzo Marino. Sono le 16.15 quando dal campo nomadi cento cinquanta persone circa si muovono per raggiungere il Comune. La polizia blocca il corteo ed effetua una carica di alleggerimento all'angolo di via Barzaghi. Dopo il primo contatto i rom rientrano al campo barricandosi nelle loro case. Le forze dell'ordine isolano Triboniano bloccando gli accessi, impedendo anche ai giornalisti di entrare. Inizialmente da lontano si vedono le fiamme di una macchina che brucia e un enorme nube nera. In centinaia le forze dell'ordine in tenuta anti sommossa fronteggiano la situazione. Tre i feriti tra i rom al termine degli scontri: un bambino con il volto irritato dal gas lacrimogeno, una bambina di 7 anni colpita da una manganellata al braccio destro e un uomo colpito alla testa. Quattro i feriti tra gli agenti di plizia. Noi siamo riusciti, nel tardo pomeriggio, ad accedere e raccogliere alcune testimonianze dirette degli abitanti. Qui vi proponiamo una PRIMA parte delle immagini dei disordini e tutte le interviste realizzate nel campo. Tra queste anche quella di una signora (che ha scelto di non farsi riprendere in viso) che dall'esterno ha cercato di entrare nel campo rom per portare soccorso ed è stata bloccata. Servizo di Teo Todeschini (milanox.eu) e Angela Nittoli (c6.tv)

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Di Fabrizio (del 22/05/2010 @ 08:56:02, in Kumpanija, visitato 1743 volte)

IL PAESE DELLE DONNE online

di Angelica Bertellini, Eva Rizzin Edizione speciale della Newsletter di Articolo 3 Osservatorio contro le discriminazioni di Mantova

Da tempo pensavamo al viaggio ad Auschwitz. Le occasioni sono state molte, ma non lo abbiamo mai fatto, ognuna di noi per i propri motivi; infine entrambe abbiamo deciso di partire: il momento era arrivato.

Non abbiamo mai parlato tra noi delle ragioni più profonde che ci hanno spinte ad andare, come del resto di quelle che ci avevano trattenute dal farlo in passato, se non per la parte che riguarda la nostra professione, come consulenti di Articolo 3, l’Osservatorio sulle discriminazioni nato a Mantova proprio al Tavolo permanente per le celebrazioni del 27 gennaio.

Siamo arrivate ad Auschwitz il primo maggio, con una trentina di altre persone e il presidente della Comunità ebraica di Mantova e dell’Osservatorio, Fabio Norsa. Siamo arrivate con l’esperienza del nostro lavoro – il contrasto alle discriminazioni –, con il nostro passato, ma soprattutto con quella parte della nostra identità che ci fa appartenere a minoranze colpite dal nazifascismo.

All’ingresso del campo ci aspettava una guida, a lei abbiamo chiesto di anticiparci le tappe della visita e, con grande dispiacere, abbiamo appreso che le aree dedicate al ricordo del Porrajmos o Baro Merape – il genocidio delle persone sinte e rom – non erano (e non sono) comprese. Alcune persone hanno mostrato insofferenza: “Guardiamo le cose principali, non c’è tempo”. La guida non sapeva che fare, noi insistevamo; “Dovete andare là” e ha indicato un punto che a noi pareva perso nel vuoto, il campo è grande. Abbiamo iniziato il percorso guidato e dopo un po’ ci è arrivata una traccia: “Ecco, quelle che cercavano gli ‘zingari’ possono andare al blocco 13, laggiù”.

Anche qui la minoranza sinta e rom resta a margine. Eppure sappiamo che proprio ad Auschwitz esisteva lo Zigeunerlager, un complesso di baracche destinate alle famiglie rom e sinte sterminate il 2 agosto 1944. La liquidazione del lager era stata programmata per il maggio di quell’anno, ma uno straordinario episodio di resistenza, da parte delle mamme e dei papà sinti e rom, riuscì – forse per la sua imprevedibilità – a bloccare, purtroppo solo momentaneamente, il proposito. Queste persone raccolsero le ultime forze per resistere alle SS, si lanciarono a mani nude o con piccoli oggetti contro di loro per salvare i bambini: «Abbiamo molte testimonianze anche di ebrei italiani, che hanno assistito sia allo scoppio della rivolta, sia alla liquidazione del 2 agosto. Tutti ricordano questi fatti come i più tristi e tragici [...] perché la presenza dei bambini sinti e rom dava vita all’intero campo e dopo il 2 agosto non c’era davvero più vita» 1. [1] Presso il blocco 13 di Auschwitz 1 è stata aperta al pubblico un’esposizione permanente sul genocidio dei Sinti e Rom. Il progetto è stato ideato e realizzato sotto la supervisione del Centro culturale e di documentazione sinti e rom di Germania in collaborazione con il Memoriale di Auschwitz, l’associazione dei Rom di Polonia e altre organizzazioni rom di vari paesi. A vederla eravamo in sei, mentre centinaia di persone percorrevano le stradine in mezzo agli altri blocchi, in silenzio, ognuno con le cuffie sintonizzate per sentire nella propria lingua spiegazioni e descrizioni: un aiuto tecnologico che evita di ammassarsi intorno alla guida, di farla parlare ad alta voce, e permette un ordinato flusso di persone dentro e fuori dai blocchi. Noi ci siamo dovute staccare dal nostro gruppo, rinunciare a parte della visita guidata, percorrere le stradine controcorrente, per poterci recare al blocco 13. Ci hanno seguite Fabio Norsa e Cesare, il compagno di Eva. Rabbia, angoscia e tristezza: anche lì escluse, esclusi, quasi fosse un genocidio di secondaria importanza. Nessun altro si è unito, nessuno ha sentito il bisogno (e il dovere) di includere il blocco 13 nel suo viaggio della Memoria, come se non lo riguardasse, come se sinti e rom non fossero stati perseguitati e sterminati per ragioni razziali (a qualche guida sfugge ancora un “asociali...”).

Questo è un gradino della storia che il nostro Paese ha saltato: non si può comprendere l’attuale situazione di emarginazione, esclusione e discriminazione subìta dalle minoranze rom e sinta in Italia se non si comprende quello che è avvenuto nei secoli più bui, se non si scoprono le radici dell’antiziganismo. Il genocidio dei sinti e dei rom fa parte della storia di Italia e d’Europa, tutti abbiamo il dovere di ricordare, perché è la storia di tutti. Stefano Levi Della Torre lo scorso gennaio, a Mantova, ci diceva a proposito di un grande scritto di Primo Levi: «La tregua è invece un esplicito avvertimento per il futuro. La fine dell’orrore più grande è solo una tregua. Ciò che è stato introdotto irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, proprio perché è stato potrà più facilmente prodursi di nuovo». Per i rom e per i sinti la tregua non c’è mai stata.

Il 10 luglio 2008 il Parlamento europeo ha emanato la risoluzione sul “censimento dei rom su base etnica in Italia”, che esortava le autorità italiane ad astenersi dal procedere alla raccolta delle impronte digitali, in quanto atto di discriminazione diretta su base razziale. Il censimento, però, era nel frattempo già iniziato e con una schedatura contenente etnia e credo religioso (newsletter n°4 e Rapporto 2008, p.40). Solo successivamente è stato bloccato.

Centinaia sono gli sgomberi senza soluzione alternativa avvenuti nella sola città di Milano, modalità in netto contrasto con la normativa internazionale (vedi newsletter di Articolo3 n°7/2010). Dal 2008 le regioni Lombardia, Campania, Lazio, Piemonte e Veneto sono state dichiarate ufficialmente in “stato d’emergenza in relazione agli insediamenti delle comunità nomadi”. In molte città italiane alcuni dei cosiddetti ‘campi nomadi’ autorizzati istituzionalmente sono recintati, video sorvegliati 24h, presidiati da punti di controllo di entrate e uscite. La vita delle persone rom e sinte è regolamentata da vere e proprie leggi speciali, i “patti di legalità”. Non sono mancati casi di cittadini italiani sinti che hanno subìto censimenti etnici nelle proprie case, costruite su terreni privati (newsletter n°69).

Siamo tornate da Auschwitz con la sensazione profonda di una memoria mutilata. [n.d.r. v. i Cenni storici di Eva Rizzin che riportiamo in nota] [2]

La notizia che ci ha accolte al rientro in Italia e al lavoro è stata quella di un modulo con intestazione di Trenitalia, gruppo Ferrovie dello Stato, Direzione regionale Lazio, ad uso del personale per rilevare la frequentazione di una fermata (Salone – Roma), che contiene una nota: “nella sezione destra della casella indicare anche eventuali viaggiatori di etnia ROM”. Le Ferrovie hanno inizialmente dichiarato di non averlo mai utilizzato, come se questo ne cancellasse l’esistenza, e dopo pochi giorni la direzione ha ammesso l’utilizzo, ma non la responsabilità: sarebbero stati alcuni non meglio specificati funzionari ad aver preso l’iniziativa; non viene detto né chi e neppure perché. Treni, binari, schede, etnia... Dentro di noi si associa, violentemente, l’immagine del binario di Birkenau visto pochi giorni fa: è così vicino a quel pezzo di terra, la zona B2, su cui rimane solo qualche camino, dove sorgevano le baracche di legno dello Zigeunerlager.

Questa memoria parziale corrisponde ad una ingiustizia totale, i cui malefici frutti siamo costretti a cogliere oggi, senza tregua. L’Italia deve fare i conti con il proprio passato e le istituzioni – politiche e culturali – devono dare pieno riconoscimento a tutte le persone colpite dal programma di persecuzione e sterminio nazi-fascista. Nessuno, mai più, deve sentirsi in alcun modo legittimato a schedare, contare, colpire un’altra persona sulla base della sua appartenenza.

E nessuno dovrebbe sentirsi libero di ignorare queste vessazioni, ma questo è un conto che ognuno deve fare con se stesso.

Angelica Bertellini - Laureata in filosofia del diritto all’Università di Bologna con uno studio sul processo di Norimberga.
Eva Rizzin - Ha conseguito un dottorato di ricerca in geopolitica all’Università di Trieste sul fenomeno dell’antiziganismo nell’Europa allargata.

Note

[1] 1. Marcello Pezzetti, docente università di studi sulla Shoah dello Yad Vashem, in A forza di essere Vento, dvd documentario curato da Paolo Finzi, A edizioni..

[2] CENNI STORICI SUL GENOCIDIO DEI ROM E DEI SINTI

Furono più di 500.000 le persone rom e sinte vittime dello sterminio pianificato e commesso dal nazi-fascismo. Questa è una storia spesso dimenticata e per lungo tempo narrata con omissioni o imprecisioni. I sinti e i rom furono perseguitati su base razziale: molti di loro furono classificati come ‘asociali’ (era il triangolo nero quello che nei lager contrassegnava le persone che, nella teoria nazista, venivano definite tali), ma in realtà, come scrive Giovanna Boursier, “furono perseguitati, imprigionati, seviziati, sterilizzati, utilizzati per esperimenti medici, gasati nelle camere a gas dei campi di sterminio, perché “zingari”, e secondo l’ideologia nazista, razza inferiore, indegna d’esistere” [Boursier 1995]. Il triangolo di colore marrone identificava questa “razza”. In Italia solo di recente, grazie agli studi di storici come Boursier e Luca Bravi, è stata intrapresa una rigorosa ricerca su questa tragedia, per troppo tempo taciuta.
La cosiddetta asocialità venne attribuita alla popolazione rom e sinta sulla base di presunti studi nazisti, che la volevano connessa al ‘gene dell’istinto al nomadismo’, il Wandertrieb, e molti scienziati – tra i quali ricordiamo Robert Ritter (psichiatra infantile), la sua assistente Eva Justin e, non da ultimo, il famigerato dottor Mengele, che aveva il suo studio proprio accanto allo Zigeunerlager così da accedere agevolmente ai bambini per i suoi esperimenti – si impegnarono in attente ricerche volte a dimostrare questa ributtante teoria. «La presenza di questo gene nel sangue è la dimostrazione che questi zingari sono esseri irrecuperabili», sostenne Eva Justin nella sua tesi di laurea, e da questo assunto prese l’avvio la seconda parte del ‘programma’, ossia la distinzione e separazione tra ‘puri’ ed ‘impuri’. I ‘puri’, il 10% circa, erano quelli da salvaguardare perché vivendo ancora allo ‘stadio primitivo’ – come sostenevano i nazisti – rappresentavano un patrimonio antropologico da preservare. I mischlinge, i misti, risultarono invece essere gli elementi più pericolosi, non solo perché portatori di un’ulteriore anomalia – e quindi un’imperfezione – ma anche perché, ritenendoli meno facili da individuare, rappresentavano un rischio maggiore di contaminazione. I nazisti presero così la decisione di eliminarli, una decisione dettata da motivazioni esclusivamente razziali.

Talvolta penso che se avessi avuto la sfortuna di nascere in quell’epoca le mie sorti, forse, sarebbero state fra le peggiori, visto che anche io sono una ‘meticcia’.
Dopo lo sterminio dei rom e dei sinti, il dottor Robert Ritter, che fu a capo delle ricerche scientifiche che portarono allo sterminio tornò indisturbato ad esercitare la sua professione come psichiatra infantile. Fu anche lodato dal nuovo governo tedesco per la sua profonda conoscenza in fatto di rom e sinti. Eva Justin, assistente di Robert Ritter, fu processata ed assolta.
Una sola guardia semplice di Auschwitz è stata condannata per crimini contro i sinti e i rom.
Il riconoscimento dello status di vittime della persecuzione nazi-fascista e la conseguente possibilità di ottenere i risarcimenti previsti sono state per lungo tempo ostacolati, quando non impediti. Il governo tedesco riconobbe soltanto nel 1980 che i rom e i sinti avevano subìto una persecuzione su base razziale.

La persecuzione fascista

I campi di concentramento non furono solamente un fenomeno nazista, ma anche fascista italiano, su questo penso sia importante riflettere.
Il nostro paese, l’Italia, assieme alla Germania nazista si rese responsabile della concentrazione, deportazione e sterminio di centinaia di migliaia di rom e sinti.
Non molti sanno che anche in Italia c’erano i campi di internamento dove i sinti e i rom furono imprigionati e che erano più di 50 (Agnone, Arbe, Boiano, Cosenza, Perdasdefogu, Frignano, Tossicia, Le Isole Tremiti, Vinchiatauro) .
Anche nella mia regione, il Friuli, c’è ne erano due: a Gonars e a Visco, in provincia di Udine. I campi rientravano in un’operazione pensata scientificamente, definita in ogni dettaglio organizzativo, di pulizia etnica nella ex Jugoslavia e di italianizzazione dell’area oggi compresa tra Slovenia e Croazia, autorizzata personalmente da Mussolini durante un incontro appositamente organizzato a Gorizia nel 1941. Il campo di concentramento e di sterminio di Gonars era stato pensato inizialmente per i militari russi, ma alla fine vi trovarono la morte anche civili sloveni tra i quali anche molti rom e sinti – principalmente dell’area di Lubiana – e croati [Kersevan, 2003].

Noi non ne parliamo

Molti appartenenti alla mia famiglia durante l’epoca nazi-fascista furono perseguitati e costretti ad emigrare.
Durante la stesura della mia tesi di laurea, una tesi inerente alla cultura della mia comunità, pensai di scrivere un capitolo sul genocidio, cercando di raccogliere alcune testimonianze di familiari che subirono il dramma delle persecuzione, come la zia che avevo deciso di intervistare.
Quell’intervista non si realizzò mai: parlare dei morti non era buona cosa, mi rispose che dei morti bisogna avere rispetto e che quindi non si poteva e non si doveva parlarne.
Mi trovai a vivere un forte conflitto: da una parte c’era l’esigenza di ricordare, di raccogliere le testimonianze, di scrivere quelle pagine vergognose della nostra storia; dall’altra dovevo rispettare la mia cultura, ricordare il genocidio avrebbe significato anche affrontare il delicato tema della morte, una realtà considerata sacra all’interno della mia comunità, aspetto di fronte al quale bisogna mostrare il più autentico e doveroso riguardo, un rispetto che si concretizza con il silenzio.
Il rispetto dei morti per noi sinti è uno degli aspetti fondamentali della nostra credenza religiosa e visto che il momento della morte rappresenta una situazione molto delicata, molte volte si preferisce non parlarne.
Ci tengo a sottolineare che questa è stata l’esperienza della mia comunità: non vale quindi per tutti i sinti e rom, molti sono quelli che oggi hanno deciso di raccontare.
Spesso il termine Porrajmos, traducibile come ‘divoramento’, viene utilizzato per indicare la persecuzione e lo sterminio dei rom e dei sinti, molti però sono i sinti che non si riconoscono in questo termine, tant’è che parecchi ne ignorano il significato e quando parlano del genocidio utilizzano il termine Baro Merape che il lingua ròmanes/sinto significa grande morte, sterminio.

Il genocidio dei sinti e dei rom meriterebbe un pieno riconoscimento commisurato alla gravità dei crimini commessi. E’ vergognoso, ad esempio, che nell’ex campo di internamento di Lety u Pisku (Boemia del sud, attuale repubblica Ceca) – dove i rom e i sinti subirono torture feroci identiche ai lager tedeschi – sia stata costruita un’azienda di allevamento suino, anziché un degno memoriale.
Nella risoluzione del 27 gennaio 2005 emanata dal Parlamento Europeo si invitano la Commissione Europea e le autorità competenti ad adottare tutte le misure necessarie per rimuovere tale azienda. Una risoluzione questa che condanna le opinioni revisioniste e la negazione del genocidio come vergognose e contrarie alla verità storica ed esprime preoccupazione per l’aumento di partiti estremisti e xenofobi e la crescente accettazione delle loro opinioni da parte dei cittadini.
I recenti fatti nazionali dimostrano che il sentimento anti-rom, e i numerosi pregiudizi razziali che stanno investendo massicciamente l’Italia, rappresentano una gravissima minaccia non solo per i sinti e per i rom, ma anche per i valori europei e internazionali della democrazia, dei diritti dell’uomo e dello stato di diritto e pertanto per la sicurezza di tutti in Europa.
Per l’Unione Europea il 2007 e il 2008 dovevano essere rispettivamente l’anno delle pari opportunità e del dialogo interculturale, dovevano essere anni fondamentali per promuovere la percezione della diversità come fonte di vitalità socioeconomica, una grande occasione per cambiare la percezione generale che si ha delle comunità rom e sinte.
Questi anni verranno invece ricordati dai sinti e i rom come gli anni in cui l’insofferenza diffusa, la violenza e l’intolleranza contro il diverso, l’immigrato, lo ‘zingaro’ hanno assunto i connotati espliciti della xenofobia e del razzismo. Per noi rimarranno gli anni delle schedature, degli sgomberi, dei commissari speciali e delle impronte digitali. La marginalizzazione dei rom e dei sinti ha attraversato i secoli, dalle violente persecuzioni di ieri alla ghettizzazione imperante di oggi, passando per lo sterminio, dimenticato, della seconda guerra mondiale. La nostra cultura è riuscita a sopravvivere a secoli di persecuzioni. Io non mi stanco di credere nella possibilità di una società che rispetti le differenze, che le tuteli le minoranze come patrimonio fondante di tutti e di tutte.
La memoria del genocidio dei rom e sinti è essenziale in questo processo di presa di coscienza sociale, poiché fa parte della storia comune.
Non suoni questo superfluo o retorico, in quanto la rimozione della memoria e il revisionismo sono spesso il primo passo verso nuove catastrofi.

Eva Rizzin

Bibliografia minima:

Boursier G., Lo sterminio degli zingari durante la seconda guerra mondiale, in Studi storici n.2, Roma, 1995
Boursier G., Gli zingari nell’Italia fascista, in Italia Romaní, vol.1, a c. d. L. Piasere, Roma, 1996
Boursier G., La persecuzione degli zingari nell’Italia fascista, in Studi storici, n.4, Roma, 1996
Boursier G., Zingari internati durante il fascismo, in Italia Romaní, vol.2, a c. d. L. Piasere, Roma, 1999
Boursier G., Rom e sinti sotto nazismo e fascismo, in Rivista anarchica, n°319, a 36, 2006
Bravi L., Altre tracce sul sentiero per Auschwitz, Roma, 2002
Bravi L.,Rom e non-zingari. Vicende storiche e pratiche rieducative sotto il regime fascista,Roma, 2007
Bravi L., Tra inclusione ed esclusione. Una storia sociale dell’educazione dei rom e dei sinti in Italia, Milano, 2009
Kersevan A, Un campo di concentramento fascista. Gonars 1942 – 1943, Udine, 2003
Williams P., Noi non ne parliamo. I vivi e i morti tra i Manuš, Roma, 2003 _ Porrajmos. Altre tracce sul sentiero per Auschwitz, mostra documentale curata dall’Istituto di cultura sinta, scaricabile all’indirizzo www.nevodrom.it
A forza di essere Vento, dvd documentario curato da Paolo Finzi, A edizioni

Sul web: Porrajmos La persecuzione e lo sterminio nazifascista dei Rom e dei Sinti, audio documentario prodotto da Opera Nomadi e Radioparole, (2004): http://www.radioparole.it/porrajmos...

University of Minnesota Driven to discover, a c. d. Ian F. Hancock: http://www.chgs.umn.edu/histories/v...

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Di Fabrizio (del 22/05/2010 @ 09:01:21, in casa, visitato 1462 volte)

Negli ultimi anni, le autorità italiane hanno adottato una serie di misure discriminatorie, che hanno contribuito alla stigmatizzazione dei rom residenti nel paese. Gli sgomberi forzati sono diventati più frequenti dopo la conclusione di accordi in materia di sicurezza tra il governo centrale e le municipalità, a seguito dei quali alcuni poteri sono stati trasferiti dal ministero dell'Interno alle autorità locali.
Nell'ambito della sua campagna "Io pretendo dignità", Amnesty International www.amnesty.it chiede ai governi di prendere tutte le misure necessarie, compresa l'adozione di leggi e procedure in linea col diritto internazionale dei diritti umani, per proibire e prevenire gli sgomberi forzati.

Per chiarire l'argomento sabato 29 maggio alle ore 21.00 all'Auditorium 'Aldo Moro' (Viale Santuario 13) di Saronno si terrà un incontro di approfondimento sul 'Piano Nomadi' varato dal Governo nella capitale. Verranno analizzati anche gli sgomberi in corso nella città di Milano e sarà presentata la situazione dei rom e sinti nel resto d'Europa. Verrà trattata la questione importante della comunicazione nei mezzi di informazione e si discuterà di quali risposte potrebbero essere fornite dalle politiche pubbliche in merito all'accesso al lavoro e alle questioni abitative.

Introduce e modera l’incontro:

  • Davide Franchi, responsabile gruppo 135 Saronno Amnesty International.

Intervengono:

  • Alessandra Meloni – Coordinatrice per il diritto all’abitare Amnesty International Sezione Italiana;
  • Dijana Pavlovic – Federazione Rom e Sinti insieme;
  • Fabrizio Casavola – Redazione Mahalla;
  • Saranno presenti testimoni rom che hanno subito l’esperienza degli sgomberi forzati.

Nel corso della serata verranno proiettati dei filmati.

Ingresso libero

Per informazioni:
gr135@amnesty.it
Cell: 3479282282

L'appuntamento su Facebook

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Di Fabrizio (del 22/05/2010 @ 09:11:07, in Regole, visitato 1308 volte)

In seguito ad alcuni commenti di amici su Facebook, e a questo articolo del Corriere, volevo fare alcune considerazioni a mente fredda sui fatti del Triboniano di due giorni fa:

La storia di Triboniano, come polveriera sempre pronta ed esplodere, risale indietro negli anni. Non può essere liquidata da un articolo di giornale.

I Rom PROTESTANO, occorre ricordarlo, perché da un anno quegli stessi giornali riportano notizie sul fatto che devono andarsene, ma ancora nessuno ha scritto quando, come e dove. Alcuni di loro sono a Milano da 10/15 anni, abbastanza da NON ACCETTARE di essere trattati come pacchi postali. Magari possono essere stati strumentalizzati, ma che scelta avevano?

Interpretando le cronache odierne: ALCUNI COMPONENTI dei centri sociali (metterli tutti nello stesso calderone aumenta la confusione) hanno un rapporto decennale col Triboniano, quasi dello stesso  periodo la presenza di Casa della Carità, prima su base volontaria e poi istituzionale.

Se Casa della Carità ha da sempre perseguito il rapporto col comune, individuandolo come un interlocutore NECESSARIO per affrontare i problemi, "i centri sociali" individuano nei Rom i soggetti da sempre vittime della VIOLENZA delle istituzione. Quindi, due posizioni tra loro inconciliabili.

I Rom di Triboniano vivono queste due spinte opposte in maniera ambivalente, rivolgendosi da sempre ora a questo ora a quello, col rischio perenne di finire come CARNE DA CANNONE dei diversi equilibrismi politici.

Nel merito: la proposta che loro hanno fatto al Comune (di cui non trovo traccia nelle recenti cronache), e che era alla base del presidio di ieri, era: "Tramite i fondi europei stanziati per le comunità rom e gestiti dal Comune la concessione di aree abbandonate dentro il territorio del comune di Milano, autorecuperabili a costo zero, e garantendo la continuità scolastica ai bambini."

Una proposta che se il Comune volesse mantenere le proposte di chiudere i campi per integrare gli occupanti, POTREBBE TRANQUILLAMENTE DISCUTERE (non ho scritto "accettare", ma "discutere"), e che mi ricordo era già stata avanzata più di 10 anni fa da Carlo Cuomo. Ma evidentemente è più facile sgomberare i campi e caricare gli occupanti se questi protestano. Certo, non si può più pretendere che la cosa passi sotto silenzio, ma bisogna allora fare in modo che gli aggrediti passino per aggressori.

Riguardo alla questione se il presidio avesse o no un'autorizzazione: Secondo me: in seguito a regolare richiesta, è stato fatto intendere (ma non in maniera chiara), che il presidio fosse autorizzato. Visto la risposta di massa, la polizia si è mostrata pronta a caricare (evidentemente allertata) per due ragioni:

1) Un presidio di 4 gatti poteva essere tollerato ed ignorato, non altrettanto centinaia di persone (Rom e gagé uniti) in piazza Scala. Troppe, per la pace sociale che deve regnare su Milano.
2) In questa maniera, non solo ai Rom veniva fatto capire che a loro era vietato manifestare, ma anche che i destinatari delle manganellate erano proprio loro, e non i loro amici gagé dei centri sociali. Insomma, un modo pratico per dividerli.

Cosa può succedere adesso: temo che il comune cercherà un'altra prova di forza (per sgomberare PARZIALMENTE il campo) ad agosto, quando i vari paladini sono al mare. Casa della Carità, nonostante le minacce di ritirarsi dalla gestione del campo, non lo farà e cercherà di alzare il prezzo della propria collaborazione. I "centri sociali" cercheranno nuovi momenti di contrapposizione, ma bisognerà vedere se i Rom li seguiranno ancora: dipende se il comune riuscirà ad uscire dalle parole d'ordine di repressione e sicurezza, per proporre soluzioni magari impopolari ma realistiche.

Rimane il fatto che per tutti il tempo stringe (a giugno potrebbero iniziare i primi trasferimenti) e con un'amministrazione cieca e sorda la soluzione non può risiedere nell'ennesimo convegno.

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Di Fabrizio (del 23/05/2010 @ 09:03:32, in casa, visitato 1396 volte)
Varese News - Martedì 18 Maggio 2010 14:51 Valeria Deste

Il comune: il tempo è scaduto GALLARATE - Il campo sinti in via Lazzaretto sta per essere smantellato. Pare proprio che per fine giugno gli occupanti saranno sfrattati dal suolo comunale. La zona, visibile dall'alto percorrendo il tratto autostradale Gallarate-Varese, conta 16 nuclei familiari, circa 50 tra bambini e ragazzini, dai 3 mesi ai 16 anni, e 5 o 6 anziani.

Ogni famiglia è più o meno composta da circa 6 persone; in totale si contano 15 case mobili e 1 roulotte. Per circa 20 anni i sinti italiani di Gallarate erano dislocati a Madonna di Campagna, poi sono stati trasferiti in via De Magri, e da 3 anni si trovano al numero 50 di via Lazaretto.

 UN CAMPO AD HOC

L'area a loro adibita, oggi appariva ordinata e pulita. Diversi bambini giocavano con la sabbia o si dondolavano sopra altalene in plastica. Le donne stavano cucinando e gli uomini chiacchieravano sul percorso asfaltato che mette in comunicazione le varie abitazioni. Alcuni di loro si sono costruiti verande, altri piccoli cortiletti in erba. I presenti sono educati e cordiali e dicono no allo sfratto.

LE MOTIVAZIONI

"Siamo sinti italiani, a Gallarate da sempre". Questo è ciò che ribadiscono, presentando la signora più anziana del campo che ha 72 anni e un volto particolarmente segnato dal proprio vissuto. "C'è gente che ha realmente bisogno di una casa – rispondono all'alternativa, proposta dall'amministrazione comunale, relativa all'assegnazione di case popolari -. Noi le nostre case mobili le abbiamo, sono dei mini appartamenti. Paghiamo l'affitto di un euro al mese per metro quadro e vogliamo poter conservare le nostre tradizioni e la nostra cultura". Pare che la proposta di una soluzione abitativa fissa e in cemento non sia condivisa dalla comunità. "Siamo stati a casa di amici, non cambieremmo mai la nostra dimora". E di fronte all`ipotesi di spostarsi in un altro comune, loro rispondono: "Non e` questa la soluzione. I sinti sono in tutta Italia, solo qui a Gallarate ci sono problemi. Mandarci in un`altro comune significa scaricare la problematica a carico di un`altro sindaco". I disagi che sottolineano, relativi al trasloco sono soprattutto legati ai più piccoli: "Spostandoci di nuovo, i bambini non potrebbero più frequentare le loro scuole. Se al comune serve l'area che ce ne dia, però, un'altra sempre pagando l'affitto". L'appello che fanno è rivolto al sindaco:"Che si metta una mano sul cuore. I sinti ci sono in tutta Italia, solo a Gallarate ci contestano. Paghiamo anche l'acqua e il gas, non diamo fastidio a nessuno. Lavoriamo in nero, raccogliendo il ferro, e ci automanteniamo".

UNA CAUSA APERTA

La comunità racconta di avere un avvocato di fiducia che ha aperto una causa contro la decisione di sfratto dell'amministrazione Mucci. "Lo sfratto di un campo nomadi non si è mai visto. Non sappiamo come andrà a finire. Non sappiamo ancora nulla da parte del nostro avvocato, al momento tutto è in mano al giudice. Abbiamo l'appoggio anche di qualche associazione locale: speriamo in bene".

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Di Fabrizio (del 23/05/2010 @ 09:15:59, in casa, visitato 2115 volte)

Segnalazione di Stojanovic Vojislav

Serana Potenza, al centro, e i ragazzi con i quali ha realizzato lo striscione di benvenuto alla famiglia rom - Repubblica Palermo

Iniziativa del Partito democratico a favore dei rom che andranno ad abitare in un alloggio confiscato alla mafia. È la stessa famiglia che il mese scorso non aveva potuto prendere possesso di un altro appartamento perché sgradita ai residenti

"Benvenuti! La Quarta circoscrizione è contro il razzismo". Sarà questa la scritta dello striscione che il Partito democratico, su iniziativa della capogruppo Serena Potenza, appenderà sulla facciata del palazzo di corso Catalafimi dove nei prossimi giorni andrà ad abitare una famiglia rom. È la stessa famiglia alla quale il mese scorso era stato assegnato un appartamento confiscato alla mafia in via Bonanno. Ma gli inquilini del palazzo si ribellarono e la consegna dell'alloggio saltò.

Ora la nuova assegnazioni, sempre di un appartamento confiscato a Cosa nostra. Lo striscione vuole essere una risposta ai cartelli "Palermo ai palermitani", esposti nei giorni scorsi dai condomini di via Bonanno, nella zona "bene" di Palermo.

(20 maggio 2010)

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Di Fabrizio (del 24/05/2010 @ 09:35:49, in casa, visitato 1312 volte)

Da Hungarian_Roma

immagine tratta da fn.hu

Cari amici,

  • Tenendo conto che è passato oltre un anno dall'ondata di omicidi contro i Rom in Ungheria e niente è stato fatto per i parenti delle vittime,
  • Testimoniando il loro dolore quotidiano e le difficoltà,
  • Sapendo che mai hanno ricevuto un aiuto psicologico professionale,

Abbiamo dato inizio ad un'azione di solidarietà civile!

Le famiglie delle vittime devono vivere in case semi-distrutte che hanno visto l'assassinio a sangue freddo dei loro cari ...

Così abbiamo deciso di costruire nuove case per loro, per rendere le loro vite sopportabili.

Adesso stiamo ricostruendo la casa della famiglia del piccolo Robert Csorba a Tatárszentgyörgy.

L'azione di ricostruzione [...] è partita dal 16 marzo a Tatárszentgyörgy.

L'organizzazione tedesca Verband Deutscher Sinti und Roma, i volontari internazionali di International Bau Orden (IBO) e l'associazione Rom Indipendente Phralipe di Budapest stanno progredendo rapidamente nella ricostruzione della casa della famiglia Csorba. Sono state rimpiazzate porte e finestre, è stato dato il cemento ai muri per l'isolamento.

Ma c'è ancora molto da fare ed abbiamo bisogno del vostro aiuto.

Abbiamo aperto un conto bancario apposito per ricevere le vostre donazioni:

Phralipe Független Cigány Szervezet (1084 Budapest, Tavaszmező 6.)
OTP Bank
IBAN – HU56-11706016- 20825070-00000000
SWIFT: OTPVHUHB

Vi saremmo anche grati per donazioni di materiale edile o per la partecipazione volontaria diretta!

La prossima tranche di lavori partirà a luglio.

Agite, donate, unitevi a noi! Facciamolo assieme! Ricostruiamo un senso di speranza in Ungheria!

SOLO LA SOLIDARIETA' PUO' ALLEVIARE IL DISPIACERE!

Ágnes Daróczi
Phralipe
daroczia@mmikl.hu
+36 30 21 27 521

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Di Fabrizio (del 24/05/2010 @ 09:46:48, in musica e parole, visitato 1483 volte)

La Federazione romanì tra tanto altro si è posta l'obiettivo di promuovere una politica per la cultura romanì e di riconoscere e valorizzare le professionalità romanì con la finalità di diffondere la conoscenza della cultura e della lingua romanès o romanì chib.

Dal mese di settembre 2010 prenderà il via il primo corso di lingua romanès standard, oggi la Federazione romanì comunica l'avvio di un progetto editoriale “O romanò gi” (l'anima romanì), saggi di letteratura romanì, anche strumento pedagogico del corso di lingua.

Un’opera che vuole essere anche un’antologia letteraria e un valido strumento educativo e divulgativo.

Tanti hanno letto, commentato ed analizzato le opere di autori Rom, Sinti, Kale, Manouches e Romanichals viventi e non, e da questo lavoro di studio ed analisi sono nati dei saggi critici riguardanti la letteratura romaní. 

Si tratta di un analisi sui testi in lingua romanì nei diversi dialetti in cui si ramifica la romanì chib, la lingua romanì o romanès, la lingua di tutte le comunità appartenenti alla popolazione romanì, una popolazione indo-ariana che treae origine dalle regioni a Nord-Ovest dell’India (Punjab, Rajasthan, Valle del Sindh, Pakisthan).

Il progetto editoriale “O romanò  gi” porta all'attenzione del lettore i commenti, le analisi, le critiche delle opere di autori rom, sinti, kalè, manouches, romanichels viventi e non.

Un progetto editoriale ambizioso, originale ed innovativo per la diffusione della conoscenza della cultura e la lingua romanì. 

Un progetto editoriale dal costo sostenibile per la sua realizzazione, avendo già  raccolto e sistemato il materiale, e che vogliamo realizzare con il sostegno volontario di tutti coloro che credono nell'interculturalità.

I sostenitori di questo progetto editoriale saranno mensionati nell'operra, che riceveranno in omaggio. Contributi a sostegno di questa iniziativa possono essere inviati al codice IBAN: IT 20 O 05387 03204 000001892874 intestato a Federazione romanì, causale: Progetto editoriale. Per informazioni inviare email a: federazioneromani@libero.it

La letteratura romanì

 

 
La letteratura romaní, in modo particolare la poesia, è piena di singolari bellezze primitive, di delicato calore umano, di rara fantasia selvaggia che non si può misurare in nessun altro metro se non nella lingua romaní stessa.

 

La letteratura romaní è lo specchio fedelissimo del sentimento di un popolo oppresso nell'anima la cui voce si eleva al cielo per chiedere giustizia.

 

 
Le diverse varianti della stessa lingua rappresentano la ricchezza culturale di un popolo che ha saputo conservare, nel tempo e nello spazio, i suoi tratti essenziali traendo linfa dall’ambiente circostanze e dagli scambi artistici, culturali e linguistici con i popoli che via via ha incontrato lungo il viaggio dalle regioni indiane fino all’Occidente passando per la Persia, l’Armenia e l’Impero Bizantino e attraverso le disumane deportazioni con i popoli delle Americhe e dell’ Australia.

 

 
Questi saggi permettono di penetrare “O Romano Gi”, l’anima dei Rom, Sinti, Kale, Manouches e Romanichals, i cinque grandi gruppi che con le loro infinite comunità costituiscono di fatto la nazione romanì senza Stato e senza territorio dove i confini sono rappresentati proprio dall’estensione sui cinque Continenti della lingua romanì.

 

 
 La letteratura romaní nasce in Serbia grazie a Gina Ranij©i© (nata verso il 1830), le cui poesie furono raccolte nel libro Canti Zingari pubblicato in Svezia nel 1864. È una voce isolata.

 

Nell’Unione Sovietica nel 1925, nasce invece un vero e proprio movimento letterario romanò: si iniziò la pubblicazione del periodico Nevo Drom (nuovo cammino) in lingua romaní da parte di un gruppo di Rom russi che si erano riuniti in una associazione. Sempre in Unione Sovietica nel 1931 fu fondato a Mosca il celebre teatro Romen, tutt’ora esistente, grazie a Anatole Vasilievi© Luna©arskij, inaugurato con un’opera di Alexandr Vie©eslavovi© Germano (1893-1956), il precursore della letteratura romaní in Russia.

 

Bronislawa Wajs detta “Papùshka” è una figura mitica nel moderno panorama letterario romanó.

 

 
Nacque in Polonia nel 1910 in una famiglia girovaga.

 

Papùshka rappresenta per la letteratura romaní quello che il grande Django (Jean Baptiste Reinhardt) rappresenta per la musica: un’artista autodidatta straordinariamente geniale, capace di lasciare agli uomini un’enorme ricchezza umana e culturale, prima che artistica.

 

 
Papùshka fu una grande risorsa di forza e di speranza per i Rom durante la II° guerra Mondiale. Profondamente toccante è la poesia “Lacrime di Sangue” composta per le vittime del folle genocidio romanó ad opera dei nazi-fascisti.

 

Le sue opere, racchiuse in una trentina di collezioni, furono raccolte e pubblicate per la prima volta nel 1956 col titolo Canto di Papùshka dallo scrittore polacco Jerzy Ficowski in versione bilingue Romaní-Polacco.

 

 
 La sua produzione artistica è essenzialmente legata alla sua esistenza e al legame con la natura, alla sua romanipé.

 

Il suo pensiero fu originariamente interpolato e manipolato da Ficowski tanto che fu isolata dalla sua comunità. Delusa e amareggiata, Papùshka brucishk parte dei suoi componimenti letterari.

 

Visse gli ultimi anni di vita malata e sola, morì nel febbraio del 1987. Dalla sua storia personale lo scrittore Colum McCann ha tratto ispirazione per il romanzo Zoli edito in Italia dalla Rizzoli nel 2007.

 

John Bunyan (1618-1688) è autore del famoso The Pilgrim's Progress, un classico della letteratura inglese ed era un Romanichal.

 

 
 La grande produzione letteraria romaní trova il suo pieno sviluppo soprattutto nella seconda metà del novecento e, in particolar modo, negli ultimi trent’anni grazie alla produzione letteraria di autori con una statura artistica internazionale come: Slobodan Berberski (1919-1989) autore di una decina di raccolte, Rajko Diuri© (di origine serba, oggi vive in Germania), Joseph Daroczy detto “Choli” (Ungheria), Nagy Gustav (Ungheria), Bari Karoly (Ungheria), Leksa Manushk, al secolo Alexandr Belugin (Russia, 1942-1997), Matéo Maximoff (Francia, 1917-1999), Veijo Baltzar (Finlandia), Alija Krasnici (Kossovo), Jorge F. Bernal detto “Lòlo” (Argentina), Jimmie Storey (Australia), Lumini†a Mihai Cioabæ (Romania), Margarita Reisnerovà (originaria della Repubblica Ceca, oggi vive in Belgio), Rostas-Farkas György (Ungheria).

 

In Italia ricordiamo Santino Spinelli, Olimpio Cari, Nada Braidich, Paola Schöps, Bruno Morelli, Spatzo Vittorio Mayer Pasquali, Giulia Di Rocco, Demir Mustafa e lo scomparso Rasim Sejdi© di origine serba (1943-1981), ecc.

 

 
L’uso scritto della lingua romaní, tramandato per dieci secoli e fino a pochi decenni fa solo oralmente, è un dato importante: la forte e sicura presa di coscienza porta gli scrittori Rom, Sinti, Manouches, Romanichals e Kalé a cercare il posto che gli compete nelle moderne società rifiutando lo storico e riduttivo ruolo di “liberi emarginati”, quale riflesso delle politiche di annientamento della cultura romaní.

 

 
Sono loro i pionieri eroici della possibilità di esistere senza dover essere né assimilati, né emarginati, ma soggetti attivi e liberi di esprimere le proprie specificità culturali in seno alle società  ospitanti.

 

Lo scrittore romanó si affaccia sulla pagina a specchiarsi ed è proprio il netto contrasto fra le immagini negative stereotipate esterne e la propria interiorità che provoca incertezza e sbalordimento, ma al tempo stesso determina una maggiore presa di coscienza della propria identità.

 

E l’ostinata ricerca d’identità è al tempo stesso ricerca di una mitologia romaní. 

 

 
 Allo specchio della pagina gli stessi letterati chiedono di più di un fedele riflesso.

 

Su di essa si affacciano desideri inespressi, preghiere, incantesimi, volontà di partecipazione che trovano realizzazione nella parola.

 

Ogni pagina, ogni poesia è un diario, una trascrizione di vita, un’epitome di esperienze vissute.

 

Pur nelle loro differenze stilistiche e contenutistiche nella letteratura romanì  si possono rimarcare delle caratteristiche costanti come:

 

  1. l’immediatezza, dovuta alla necessità di stabilire un punto di contatto con gli altri per comunicare;
  2. l’essenzialità del linguaggio, per essere sicuri di non essere fraintesi e per eliminare la frustrazione di non essere capiti;
  3. la spontaneità, per sottolineare le proprie buone intenzioni;
  4. la semplicità, in cui si riflette la desolazione della realtà circostante e il proprio sereno distacco;
  5. l’uso di ritmi e musicalità, dovuti all’esigenza di rilevare un’emozione direttamente.
 Le opere romanès paiono dar luogo ad una lunga ed ordinaria conversazione per rompere il mortale silenzio, per scacciare la solitudine causata dalla mancanza di comunicazione.

 

 
 Sono prodotti artistici vivi, genuini, spontanei con una profonda considerazione dei valori umani, soprattutto l’amore per la vita è grande nonostante le sofferenze e le incomprensioni.

 

 
 I temi sono quelli che riguardano l’uomo universalmente, come ad indicare che esiste un solo essere, quello umano, seppur con tante diverse culture.

 

Sono temi che vanno dal dolore del vivere all’amore, alla famiglia, dalla relazione con il Gagio (non Rom), alla condizione femminile, dall’emarginazione alla festa religiosa passando attraverso una ricca simbologia, come l’albero, il bosco, l’uccello, la pioggia, le stelle. L’albero è simbolo della vita, di fertilità. Il ©iriklò (l’uccello) è l’anima del poeta, la gioventù, il viaggio, la libertà. Il bosco rappresenta la sicurezza, la famiglia, la creatività.

 

 
La pioggia è simbolo di pensieri e di emozioni nascosti.

 

Le stelle rappresentano il subconscio, ma anche un barlume di luce in un mondo ottuso e oscuro.

 

La ricchezza della cultura romaní consiste proprio nella multipla capacità  di espressione e nelle varianti linguistiche maturate in differenti regioni del mondo che esprimono la medesima comune sensibilità in sfumature prismatiche.

 

 
La letteratura romaní, in modo particolare la poesia, è piena di singolari bellezze primitive, di delicato calore umano, di rara fantasia selvaggia che non si pushk misurare in nessun altro metro se non nella lingua romaní stessa.

 

L'anelito supremo ad armonizzarsi e ad identificarsi con la natura libera il poeta da qualsiasi asservilismo materialistico riportando così l'animo umano al candore primitivo.

 

 
Ogni membro appartenente alla comunità romaní è figlio del dolore e dell’incomprensione, ogni poeta è cantore della sofferenza, ogni canto è un intenso lamento però mai disgiunto dalla speranza.

 

Forte è  nel popolo romanó il senso del riscatto e della ribellione, dell'amore e della pace, della fratellanza e della libertà.

 

Neanche la morte è vista con orrore, ma piuttosto come un mezzo per esorcizzare gli eventi della vita.

 

La letteratura romaní è lo specchio fedelissimo del sentimento di un popolo oppresso nell'anima la cui voce si eleva al cielo per chiedere giustizia.

 

 
Federazione romani – il presidente Nazzareno Guarnieri

Federazione romanì
sede legale: Via Altavilla Irpina n. 34 – 00177 ROMA
codice fiscale 97322590585 - tel. E fax 0664829795
email: federazioneromani@libero.it
Web: http://federazioneromani.wordpress.com
Presidenza 3277393570 - Coordinamento 3331486005 - Segreteria 3483915709

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Di Fabrizio (del 24/05/2010 @ 12:21:22, in media, visitato 1616 volte)

Finite le violenze dopo gli scontri nel campo di Triboniano, è già iniziata la guerra sporca dell'informazione. Domenica pomeriggio era previsto un incontro tra gli abitanti del campo e gli antirazzisti, al campo stesso. Domenica sera ricevo questa breve mail dalla Federazione Anarchica Torinese:

Milano. La polizia impedisce l’assemblea e porta via gli antirazzisti

Domenica 23 maggio. La polizia sta cercando di impedire l’assemblea al campo rom di via Triboniano. Dopo le violente cariche http://piemonte.indymedia.org/article/8837 di giovedì 20 gli abitanti della baraccopoli alle spalle del cimitero maggiore avevano deciso di fare oggi un’assemblea. La polizia ha bloccato l’ingresso, imprigionando gli abitanti all’interno dell’area del campo. Gli antirazzisti sono stati tenuti lontani e poi portati via di peso dalla polizia.
Uno dei loro ha cercato invano di resistere, gridando a chi lo allontanava con la forza “fascisti!”.
Difficile trovare una definizione migliore per quanto sta accadendo.
Persino riunirsi in assemblea e discutere è vietato. Se sei rom, povero devi tacere ed accettare in silenzio la deportazione.
Quella che stanno rubando ai rom di Triboniano è la dignità e la libertà di noi tutti.
Seguiranno aggiornamenti.

Sorprendete, per chi ha letto sopra, la ricostruzione del Giornale:

Blitz degli autonomi: ma neanche i nomadi li stanno ad ascoltare
di Enrico Silvestri I no global provano a sfondare i cordoni della polizia. Poi chiedono ai rom un incontro al Torchiera: disertato

Anche ieri Triboniano è finito sotto assedio, causa Centri sociali in missione di agit-prop al campo nomadi dove volevano organizzare una assemblea. Ma si sono trovati davanti a un massiccio schieramento di agenti che li ha respinti al mittente. Di peso. Qualcuno s’era infatti sdraiato a terra ed è stato sollevato e portato via a braccia. Dopo un lungo conciliabolo è stato deciso un incontro al vicino Centro sociale Torchiera. A cui i nomadi, si sono ben guardati dal partecipare.
Dopo i violenti scontri di giovedì dunque, da tre giorni sembra essere tornata la calma allo storico campo nomadi, passato dall’abusivismo selvaggio a una parvenza di legalità. Da anni infatti in quell’area dietro il cimitero maggiore si erano accampati zingari e profughi vari dai Balcani. Arrivati in certi momenti fino a mille. Creando una zona franca, fuori da ogni controllo. Poi nel 2007 il patto di legalità: il Comune organizzava condizioni minime di vivibilità, allacciamenti di acqua, luce, fogne, ma dentro ci sarebbero finiti solo i regolari, incensurati e che mandavano i figli a scuola. E nel momento di trasferimento dal campo abusivo, gli esclusi scatenarono scontri feroci, con incendi, sassaiole e bambini branditi a mo’ di clava.
Poi la situazione si avviò alla normalità, anche se non sono mancati in questi anni i momenti di tensione. L’ultimo la settimana scorsa quando lo sgombero di una famiglia proprietaria di una casa finì in tafferugli. Una tensione destinata a salire. Sul campo ballerebbe infatti uno sgombero da effettuare entro il 30 giugno, perché quell’area è interessata a lavori per l’Expò. Giovedì un gruppo di rom si apprestava a marciare verso Palazzo Marino per chiedere quali fossero le intenzioni della Giunta, trovando la strada sbarrata dalle forze dell’ordine. Subito bersagliate da una fitta sassaiola. Gli agenti hanno risposto serrando i ranghi e ricacciato i nomadi dentro il campo.
In quella, come in tutte le altre occasioni, però non erano mancati i «suggerimenti» di alcuni esponenti dell’area antagonista, in particolare gli «Antirazzisti milanesi» di Fabio Zerbini che anche ieri alle 15 si sono presentati in Triboniano per riprendere la loro azione di «agitazione e propaganda». Venendo rimbalzati da polizia e carabinieri, che ne hanno alzati diversi di peso, portati a 500 metri di distanza e mollati in mezzo alla strada, dove sono rimasti guardati a vista. Ma subito dopo anche dagli stessi rom. Non essendo possibile entrare al campo, i nomadi venivano invitati ad un incontro al Torchiera. «Si, si ora veniamo» hanno risposto. Senza poi farsi vedere. Preferendo rimanere sulle verande dello loro roulotte a fumare e chiacchierare. E verso le 19, dopo quattro ore di attesa sotto un sole cocente, gli «antirazzisti» se ne sono andati delusi. Cacciati alla fin fine non dalla polizia, ma dal «2 di picche» rimediato dagli zingari.

Lascio a voi decidere chi mente e perché, a questo punto riporto un'ulteriore lunga mail di stamattina del gruppo EveryOne

Triboniano: dobbiamo recuperare fiducia e umanità

Milano, 24 maggio 2010. Ieri pomeriggio, dalle 15, alcuni operatori umanitari, difensori dei Diritti Umani ed esponenti del movimenti di critica globale hanno trascorso alcune ore nei pressi dell'insediamento. Era previsto un incontro fra il Comitato Antirazzista Milanese, che da tempo offre il suo sostegno ai Rom di via Triboniano, ed altre ong, fra cui il Gruppo EveryOne. Dopo i recenti scontri, la questura però ha impedito lo svolgersi dell'assemblea all'interno del campo, considerata anche la presenza di bambini e persone malate. L'ingresso dell'insediamento è stato bloccato da un cordone di agenti, ma è stato possibile durante tutto il pomeriggio un dialogo con i rappresentanti delle forze dell'ordine. Alcuni attivisti si sono opposti alle operazioni di blocco dell'accesso al Triboniano attuando una resistenza nonviolenta, che hanno proseguito di fronte all'invito da parte degli agenti ad allontanarsi fino a una distanza di circa 200 metri dall'entrata. Gli attivisti, dietro disposizione del funzionario di polizia che coordinava le operazioni, sono stati spostati a braccia - per amor del vero senza alcuna brutalità - dagli agenti. Roberto Malini, Dario Picciau e Steed Gamero di EveryOne hanno intrattenuto un dialogo sereno con il funzionario della polizia di Stato, finalizzato ad evitare qualsiasi tensione e a prevenire, grazie al confronto di esperienze, futuri tumulti. "Da parte mia," ha detto nel corso della conversazione il funzionario, "mi rendo perfettamente conto che il problema di questo insediamento è la povertà delle famiglie che vi abitano. I Rom chiedono l'elemosina e commettono qualche furto, ma a volte mi chiedo: e se fossi io a trovarmi, con moglie e figli, nelle loro condizioni, come mi comporterei? E' vitale aiutare queste famiglie, che hanno tanti bambini, ad inserirsi. Se potessero vivere in appartamenti e i loro giovani potessero pensare solo a studiare e non a lottare per sopravvivere, avremmo risolto gran parte di questa emergenza".
Non vi era alcuna ostilità, negli sguardi dagli agenti, molti dei quali assai giovani. "Quel ragazzino sembra il mio fratellino," esclamava un poliziotto indicando un monello Rom dagli occhi chiari e vivacissimi. Un clima umano, in cui gli attori di un dramma metropolitano che dura da troppo tempo riuscivano, anche grazie alla presenza di alcuni operatori sociali che seguono da tre anni i bambini e gli adolescenti del campo, a guardarsi negli occhi senza inimicizia. Questa era l'aria che si avvertiva ieri al Triboniano, dove qualcuno, è vero, ipotizzava nuovi scontri e nuove barricate, ma dove è ora tempo di riflettere per ritrovare la via del dialogo e della solidarietà. "Il nostro Gruppo rispetta le scelte effettuate da alcuni Rom del Triboniano," commentano gli attivisti di EveryOne, "ma sta cercando di promuovere il recupero di un clima sereno, perché si formi una piattaforma di fiducia reciproca da cui ricominciare. E' evidente che il progetto del Comune di sbarazzarsi di 600 persone Rom, con tanti bambini e malati, senza attuare tutte le procedure di sostegno sociale necessarie è un progetto disumano, che porterà solo nuova violenza e intolleranza. Sfrattare famiglie inermi con i più disparati pretesti, essere causa di drammi umanitari senza via di uscita, instillare odio nei giovani Rom contro la nostra città e il nostro Paese è una politica palesemente sbagliata, come dimostrano tutte le persecuzioni etniche nella Storia. E' altrettanto evidente che proseguire in una lotta senza quartiere - anche se è comprensibile e giustificato persino dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che sancisce la liceità della ribellione di fronte all'emergenza sociale - è una strada pericolosa e lontana dalle migliori esperienze nel campo della difesa dei Diritti Umani. I Rom sono un popolo, non una classe sociale, e ognuno di loro ha gli stessi obiettivi di tutti gli altri cittadini: essere felici, avere una famiglia, svolgere un lavoro soddisfacente, godere della libertà e dei beni che offre la vita".
Anche qualora si ritenga necessario proseguire con gli squilli di rivolta, vi sono numerosi operatori sociali e difensori dei Diritti Umani convinti che non esista via di uscita se non si prosegue contemporaneamente ogni possibile tentativo di dialogo con le Istituzioni e con tutte le componenti della struttura sociale, politica e umanitaria della città, del Paese e delle realtà oltre i nostri confini.
"Il popolo Rom pone i bambini e le donne in cima ai valori da difendere," prosegue EveryOne. "Ad Auschwitz, dove le famiglie Rom e Sinte potevano restare unite in attesa delle camere a gas, migliaia di genitori morirono di stenti, perché rinunciavano al poco cibo disponibile per nutrire i loro bambini. Nel campo del Triboniano, durante gli scontri, bambini e donne si sono posti in prima fila, armati di sassi e bastoni, come prevedono certe tecniche di guerriglia o resistenza violenta. Ripetiamo che, di fronte alla persecuzione, non possono essere considerate illegittime, tuttavia snaturano la cultura di pace che da ottocento anni caratterizza i Rom e i Sinti in Europa, tanto che gli anziani di questi popoli affermano con fierezza di essere 'l'unico popolo al mondo che non ha mai fatto guerre'. Non è una debolezza, ma una straordinaria virtù di questa gente. Non togliamola loro, neanche per una causa che riteniamo giusta. Non rendiamo i Rom siimili ai loro aguzzini".
Verso le 19.30m i Rom hanno tenuto una riunione all'interno del campo, manifestando timore per il futuro. Gli operatori umanitari e i difensori dei Diritti Umani non hanno potuto incontrare i capifamiglia, per una decisione che nasce da precedenti opzioni e che gli attivisti presenti vicino al campo hanno responsabilmente accettato. "Abbiamo tuttavia parlato con alcuni giovani Rom," conclude EveryOne, "che si augurano di vivere in pace il prima possibile. Non chiedono la luna, ma solo un posto dove vivere, una sicurezza minima da cui partire per trovare un lavoro e avere la possibilità di provvedere alle famiglie. Si sentono traditi da tante promesse e hanno assistito all'espulsione di tanti loro fratelli, colpevoli di aver ospitato parenti 'non autorizzati' o di possedere un rudere inabitabile, definito 'appartamento' da persone in cattiva fede. Si sentono diversi dagli altri cittadini, perché devono obbedire a un regolamento speciale, pieno di norme che non toccano gli altri. Anche un cane può ricevere la visita di un suo simile, ma i Rom del Triboniano no. Se lo fanno e non sono 'autorizzati', vengono messi in mezzo alla strada, condannati al randagismo. Se vogliamo, unendo le forze di tutte le persone di buona volontà, recuperare la fiducia dei Rom e contemporaneamente la nostra umanità, dobbiamo stracciare le regole e gli inganni del passato e ripartire dalla solidarietà. In caso contrario, avremo perso tutti. Avremo perso tutto".

Contatti:
Gruppo EveryOne
+39 393 4010237 :: 39 331 3585406
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