Rom e Sinti da tutto il mondo

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La redazione
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Fabrizio (del 21/09/2009 @ 09:11:54, in Italia, visitato 2348 volte)

Vi giro (col permesso della mittente) una lettera che mi è arrivata. Il fatto è avvenuto a fine agosto. I soggetti della discriminazione raccontata hanno acconsentito a far circolare la loro storia, ma non hanno intenzione di denunciare il fatto, che avviene, lo ricordo, a cavallo di episodi simili a Roma e a Silvi Marina sempre durante l'agosto scorso

Ciao,
ieri ho avuto la conferma di un atteggiamento discriminatorio costantemente attuato presso il Centro Commerciale Vulcano, adiacente alle aree dismesse delle ex Falk (Sesto San Giovanni - MI).

Mi chiedevo se potessi darmi una dritta sul come agire in questi frangenti.
Se hai un po' di tempo a disposizione, s'intende (la vicenda è un po' lunga da raccontare)! Grazie

Mi era già stato raccontato in passato che le guardie giurate del centro commerciale non consentivano l'accesso alla struttura alle persone di etnia rom. Siccome però sono a conoscenza del fatto che alcuni membri del nucleo familiare che mi ha riferito tale fatto sono stati in passato arrestati per furto, avevo inizialmente pensato che non si trattasse di un divieto d'ingresso su base etnica: pensavo che forse avessero tentato di rubacchiare qualcosa nel supermercato e che successivamente fosse stato loro impedito l'ingresso per questo motivo.
Ieri però mi trovavo a Sesto San Giovanni e prima di partire per il giro di commissioni che dovevo svolgere con un'amica (rom), dato il caldo, decidiamo di comperare qualcosa da bere: suggerisco di andare proprio al Vulcano, in quanto ci trovavamo lì a due passi.
Sembrano non esserci problemi, ma a pochi passi dall' entrata la mia amica si rifiuta di proseguire perché afferma che ai rom l'ingresso non è consentito: decido di entrare solo io, ma prima le chiedo di mostrarmi il dente che le fa male, così se trovo una farmacia all'interno del centro commerciale le compero qualcosa per il dolore.
Ora succede qualcosa di totalmente imprevisto: non so se la guardia abbia letto la cosa come gesto talmente "intimo" da significare necessariamente il fatto che fossi parente della ragazza, oppure il fatto che indossassi una gonna l'ha confuso, sta di fatto che pensa che anch'io sia una ragazza rom.

Guardia: Non puoi entrare.
Io: Perché?
G: Perché VOI non potete entrare.
I: Noi chi?
G: Voi.

Colta alla sprovvista, sorpresa del fatto che mi avesse scambiato per una parente della mia amica (in effetti lei ha i capelli piuttosto chiari e mossi come i miei) mi faccio prendere un po' dal panico e gli mostro il tesserino dell'università, che è l'unico "documento" di cui dispongo. A quel punto entro.
Ripensandoci con calma, non mi sarei dovuta sentire in dovere di identificarmi, in quanto la guardia non mi aveva chiesto alcun documento, ma al momento ero molto indispettita.
Quando esco è ancora lì, mi guarda come se volesse dirmi qualcosa (o se volesse capirci qualcosa), ma tanto io ho già intenzione di fermarmi per dirgli che c'è una legge in Italia che vieta di non consentire l'ingresso ad esercizi commerciali aperti al pubblico facendo discriminazione su base etnica. Perché se prima di questo episodio potevo avere qualche dubbio, ora ne sono certa: se sei zingaro lì non entri.
Scambiando qualche parola con la guardia, emerge che si tratta di una "linea guida" data dalla direzione del centro, dalla quale le guardie non possono discostarsi: gli è stato ordinato di non consentire l'ingresso ai rom. Boh.
A questo punto mi chiedo: che cosa fare in questi casi? Chiedo di parlare con la direzione? Mi rivolgo subito alle forze dell'ordine?
E ora? Dovrei lamentarmi con la direzione?

chi volesse contattare la direzione del Centro Commerciale (Gruppo Caltagirone) può cliccare sull'immagine

Comunque chi mi ha scritto si recherà nuovamente sul  posto con alcune ragazze per verificare se consentiranno o meno l'accesso: nel caso in cui venisse negato, chiederà di parlare direttamente con la direzione per conoscere le "motivazioni" di tale divieto (vorrei capire di chi è la responsabilità di tale comportamento e se si tratta di casi isolati dettati dal momento o di una prassi operativa delle guardie). Se ci saranno novità vi terrò aggiornati

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Di Fabrizio (del 20/09/2009 @ 09:21:19, in Europa, visitato 1460 volte)

Da British_Roma (la mia traduzione non è sempre letterale, comunque ho trovato molto coinvolgente la storia di questa donna e dei cambiamenti avvenuti nel suo mondo) 

The Guardian La mia infanzia zingara by Roxy Freeman - 7 settembre 2009

Roxy Freeman e suo fratello Rollin sperimentano il flamenco nel 1990. Photograph: Tam Carrigan

Roxy Freeman non era mai andata a scuola. Ma a 22 anni, ha deciso di ottenere un'istruzione formale, si è forzata ad affrontare i pregiudizi che arrugginiscono la sua comunità zingara - e di incatenare il suo spirito vagabondo

La portiera mi guardava con sdegno mentre camminavo nel Suffolk College per iscrivermi. Non erano richiesti curriculum a noi studenti fuori corso, ma la portiera mi aveva ammonito che era un corso avanzato intensivo, e che sembrava esserci uno spazio vuoto nel mio modulo riguardo "l'istruzione precedente". Quando le ho spiegato che non ero un'emarginata, ma soltanto non ero andata a scuola, mi ha guardato ancora più sdegnosa.

Avevo 22 anni e non avevo mai passato un giorno della mia vita in un'aula scolastica, un concetto alieno per molti ma comune nelle famiglie Zingare e Viaggianti. In GB ci sono oltre 100.000 nomadi Viaggianti e Zingari, e 200.000 che vivono in alloggi permanenti. Molti, come me, non hanno mai frequentato la scuola, mentre altri sono illetterati perché l'istruzione formale non è una priorità nella nostra cultura.

La mia educazione è stata insolita, ma non unica. Sino agli otto anni ho vissuto per strada con la mia famiglia, girando l'Irlanda su di un carro a cavallo. Eravamo sei bambini e bambine, e la nostra famiglia era considerata piccola. Avere 12 o 13 bambini era comune tra Viaggianti e Zingari.

Sposarsi tra cugini è anche comune tra gli Zingari (ed è una potenziale bomba a tempo genetica), i miei genitori vengono da un retroterra davvero differente. Mi madre proviene da una famiglia americana dell'upper-class. Da giovane era letteralmente scappata con uno Zingaro - mio padre, che allevava cavalli. Entrambi sono persone estremamente intelligenti e dalla mente aperta che volevano crescerci in un ambiente stimolante e libero.

Al posto di andare a scuola, con i miei fratelli e sorelle, come molti bambini fummo introdotti alle arti, alla musica e al ballo. La nostra istruzione era imparare sulla vita selvaggia e la natura, come cucinare e sopravvivere. Non conoscevo le tabelline ma sapevo mungere una capra e cavalcare un cavallo. Potevo riconoscere i funghi e sapevo dove trovare il crescione e l'acetosa selvatici. A otto o nove anni sapevo accendere un fuoco, cucinare la cena ad una famiglia di 10 e fare il pane su un fuoco all'aperto.

Non era sempre così idilliaco: la vita sulla strada può essere molto dura. Come bambina con fratelli e sorelle più piccoli, dovevo lavorare duro: la mia routine giornaliera includeva prendere l'acqua, cucinare e cambiare i pannolini. Lottavamo anche per le finanze, la passione di mio padre è sempre stata allevare cavalli zingari. Qualche volta la vendita andava bene, ma il più delle volte eravamo senza un penny. Così la nostra famiglia lavorava alla raccolta della frutta. Un'estate, mi ricordo, praticamente siamo vissuti a funghi, perché lavoravamo in una fattoria di funghi. Raccoglievamo anche giunchiglie, dopo circa cinque stagioni sviluppai un'allergia al liquido dei gambi e al loro contatto la mia pelle si riempiva di bolle. Tutto il denaro andava dritto a mia madre e papà.

La nostra vita scorreva all'aperto; lavorare, giocare e socializzare, tutto avveniva attorno al fuoco, o nei boschi e nei campi. Il tempo piovoso era una maledizione e ci accalcavamo attorno ad una stufa in uno dei carri. Per molti anni non abbiamo avuto elettricità, televisione, radio, niente di elettrico. Avevamo bambole di porcellana e nessun altro giocattolo. E giocavamo a carte - grazie a Dio per le carte! Non fosse stato per loro, non avrei avuto nessuna abilità matematica.

A differenza dei miei fratelli e sorelle, ho imparato a leggere abbastanza giovane. Mia madre ed i nonni mi comprarono dei libri e, con l'aiuto di mamma, col tempo potei leggere. A 12 o 13 anni avevo divorato tutto F Scott Fitzgerald, EM Forster, Louisa May Alcott ed Emily Brontë. Li compravo alle vendite di beneficenza o li chiedevo come regali di compleanno; assieme, libri e carte da gioco, mi diedero una comprensione delle parole e dei numeri in assenza di ogni istruzione formale.

Ero, però completamente ignara del modo oltraggioso con cui i media ritraggono la popolazione zingara. Da bambini, avevamo davvero pochi contatti con la gente che viveva nelle case e dato che non andavamo a scuola o guardavamo la televisione, ne ero ignara. Mia madre non ci portava a fare spese, dato che eravamo in troppi. Mi ricordo una volta che eravamo accampati vicino a dei caseggiati periferici, dei bambini attraversarono il campo dove noi stavamo giocando tra gli alberi gridandoci contro e lanciandoci sassi. Ma quando chiesi a mio fratello perché erano arrabbiati, non mi sembrò troppo seccato, dicendo che forse fosse  "perché non avevano capito e pensavano che fossimo pericolosi".

Se non fosse stato per la letteratura, sarei rimasta ignara di come eravamo descritti. Ma l'amore per i libri evolse nell'interesse per le riviste ed i quotidiani, e ciò mi fece scoprire un mondo di pregiudizio ed ignoranza. Da adolescente, capii per la prima volta che c'era un punto di vista comune per cui chiunque vivesse in una carovana o per strada sia uno sporco Zingaro ladro, che mai contribuirà alla società, vivendo gratis sulla terra che non gli appartiene.

Zingari e Viaggianti sono il solo gruppo sociale che è ancora possibile insultare. In parte, penso dipenda dai nostri livelli di analfabetismo e dalla mancanza di coinvolgimento sociale; se la gente non è cosciente di cosa è scritto su di lei, c'è poco da discutere. Se loro non discutono, si continua a farlo.

In Inghilterra, gli Zingari sono iscritti come un gruppo etnico distinto dal Race Relations Act del 1976. I Viaggianti irlandesi hanno questo status garantito dal 2000. Ma questo ha significato poco per l'opinione o l'attitudine pubblica, ed ancor meno per le vite dei Viaggianti stessi. Zingari e Viaggianti hanno tuttora la più bassa aspettativa di vita, il più alto tasso di mortalità infantile e sono il gruppo "a maggior rischio" sanitario in GB, e sono inoltre esclusi da molte delle strutture basiche sociali e legali.

Anche se io non sono andata a scuola, alcuni tra i miei fratelli e sorelle l'hanno fatto. E come molti altri bambini zingari, si sono trovati di fronte al bullismo. Spesso li trovavo in fiumi di lacrime ai cancelli dell'istituto perché gli altri bambini ce l'avevano con loro.

Può essere dura raggiungere il proprio pieno potenziale senza essere andati a scuola, ma a confronto delle altre famiglie tradizionali analfabete di Zingari e Viaggianti, avevamo buone opportunità e non ci si aspettava da noi che ci sposassimo presto, avessimo tanti bambini o seguissimo le impronte dei nostri genitori. Da bambina, la mia passione era stata il flamenco (la musica della comunità zingara in Spagna). Mia madre mi portò ad una scuola di danza dopo che ci stabilimmo a Norfolk quando avevo circa nove anni, e ne fui stregata.

Avevamo affittato un pezzo di terra per i nostri carri e ci erano stati garantiti dal consiglio i diritti speciali di residenza. Ci eravamo spostati nelle case mobili ed alla fine avevamo costruito una struttura in legno per ospitare bagno, cucina ed un'area comune. Tutto ciò significava che potevo avere lezioni regolari e diventare una ballerina professionista di flamenco. Ma a 17 anni, fui sopraffatta dal desiderio di lasciarmi alle spalle il caotico comfort del campo. Dopo aver messo da parte il denaro ottenuto con piccoli lavori, girai il mondo per anni, ballando il flamenco nei bar in Australia, nelle scuole in Spagna e sulle spiagge in India.

Ma anche quando ero in viaggio, non ho mai accennato alla mia istruzione o alla famiglia, per paura di risposte negative o ignoranti. Senza la scuola è difficile fare amicizie durevoli, e so che soltanto la mia famiglia capiva le mie paure, emozioni e retroterra. La mia famiglia era così vasta e vicina che non ho mai sentito di avere bisogno di amici. Ma quando ero lontana, crebbe dentro me un senso di insoddisfazione che sapevo non sarebbe andata via.

In passato avevo accarezzato l'idea di andare al collegio, ma poi non mi sembrava necessario, era difficile e qualcosa di inottenibile. Ora, all'età di 22 anni, ero pronta - ma non sembrava essere facile. Prima di essere ammessa, dovevo scrivere un pezzo di 3.000 parole sul perché volevo entrare così tardi nel sistema educativo - quasi una sfida per chi non aveva mai scritto prima una lettera. Ma ebbi quel posto e, per i novi mesi seguenti del corso, passai le notti nella casa mobile leggendo testi sul livello GCSE (vedi QUI ndr), cercando disperatamente di ottenere la conoscenza di base che ci si aspettava da me. Non sapevo nulla degli atroci crimini di cui Hitler era colpevole, né di quando fosse avvenuta la Battaglia di Hastings. Non avevo idea di cosa fosse il sistema respiratorio e non sapevo punteggiare una frase. Ma avevo un buon vocabolario, molta determinazione ed una famiglia che mi appoggiava in toto. Cercare di studiare con loro era un'altra questione.

Trovare pace e quiete era sempre stato impossibile. Quando ero piccola, sognavo di vivere in una casa con terrazzo in una strada acciottolata, perché nei carri e nelle case mobili non c'è mai pace. Si vive uno sull'altro, la privacy è inesistente e l'unico posto dove trovare la solitudine è nascondersi sotto un albero o camminare per un campo. Da piccola avrei voluto vagabondare da sola se avessi potuto, trovare un pezzo di muschio dove sedermi e passare il pomeriggio a guardare le coccinelle e cercare fiori da far schioccare.

Muoversi da una cultura all'altra è incredibilmente difficile, e rompere le barriere e le concezioni sbagliate è ancora più dura. Forse non avrei dovuto essere sorpresa - c'è stata una lunga storia di persecuzione degli Zingari in Europa: l'Egyptians Act del 1530 li bandiva dall'Inghilterra, mentre regolamenti posteriori li forzava ad abbandonare la loro esistenza nomade pena la morte. I nazisti li consideravano "non-persone", ed alcuni esperti ritengono che circa 600.000 Zingari europei furono sradicati, la maggior parte gassati ad Auschwitz.

Ci sono diversi gruppi differenti nella comunità nomade. I Rom, che hanno origine dal subcontinente indiano circa 1.000 anni fa ed ora diffusi in tutta Europa; i Viaggianti irlandesi, che hanno una lingua comune (Shelta) e si ritiene siano diventati nomadi nel XVI o nel XVII secolo, inoltre i viaggianti new age, gli hippy e i vagabondi. Alcuni hanno scelto una vita nomade perché volevano essere più a contatto con la natura, altri di vivere ai margini della società senza una polizza di assicurazione o un indirizzo fisso.

Tuttora, quando Zingari e Viaggianti vogliono stabilirsi, ci sono complicazioni extra. Oltre il 90% dei permessi di edificazione sottoposti dalle famiglie zingare vengono rifiutati, comparato al 20% di quelli di chi non è nomade. Così, gli Zingari possono comprare appezzamenti di terra sulla green belt ed hanno poca o nessuna conoscenza del sistema amministrativo. Una richiesta di permesso di edificazione di una famiglia zingara incontra sempre un numero estremo di obiezioni dai residenti locali (ne ho esperienza). Ed è un fatto che avere Zingari in un quartiere abbassa il prezzo delle proprietà.

I miei fratelli, le mie sorelle, io, siamo nati in questo stile di vita, ma non ci hanno insegnato a intagliare bambole e vendere erica fortunata. Siamo cresciuti con rigide morali e valori. Non sembriamo o agiamo in modo particolarmente differente da chiunque altro. Abbiamo avuto un percorso differente e non eravamo portati per vivere in una casa.

Dopo aver completato il mio corso d'accesso (grazie ad un tutor magnifico, ho avuto distinto in tutte le materie), ho ottenuto una laurea con l'Open University, che mi ha cambiato completamente la vita. Novembre scorso, a 30 anni compiuti, mi sono spostata a Brighton a vivere in un appartamento col mio uomo, che è completamente diverso da me. La mia famiglia, ormai, non è più nomade da tempo, e i miei genitori hanno appoggiato la mia decisione di trasformare la mia vita, ma non ho mai vissuto prima tra mattoni e cemento, e ora mi sento completamente allontanata dalla natura.

Non posso più vedere o sentire il cambio da una stagione all'altra, desidero il fogliame e lotto costantemente con l'emozione di sentirmi intrappolata. Passo metà del mio tempo ad aprire porte e finestre, tentando di uscire dalla claustrofobica sensazione di essere rinchiusa. Sono svegliata dal gas di scarico dei camion, dal traffico dell'ora di punta, dalle grida dei vicini, invece che dal canto degli uccelli e dal vento tra gli alberi. Non riesco più a sentire quando pioverà perché non annuso più l'aria, e quando piove non la sento cadere sul tetto.

Vivo vicino al mare perché mi da un senso di apertura e libertà, ma non penso che qui - o altrove - mi sentirò mai a casa. Il mio istinto è di viaggiare, e quando sei cresciuta svegliandoti ogni giorno con uno scenario differente, è facile sentirsi in trappola. Ma per raggiungere il mio sogno, devo mettere radici.

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Di Fabrizio (del 20/09/2009 @ 09:06:44, in casa, visitato 1236 volte)

Ricevo da Marco Brazzoduro

(cliccare sull'immagine per vedere la galleria fotografica)

Venerdì 11 settembre 2009, si è svolta a Roma una manifestazione per il diritto alla casa e contro i recenti sgomberi di alcune occupazioni a scopo abitativo. Abbiamo deciso di prendervi parte perché crediamo nel diritto ad avere una sistemazione degna e non possiamo accettare di rimanere in silenzio di fronte le incoerenti e scellerate politiche abitative delle giunte capitoline che si sono alternate negli ultimi decenni. Crediamo che in una città come Roma, dove quotidianamente sorgono interi nuovi quartieri per il profitto dei soliti pochi, non sia più accettabile che decine di migliaia di persone non abbiano un tetto sotto cui ripararsi. In questo contesto ci è sembrato anche giusto essere fortemente critici verso quella che è e sarà la politica dei “villaggi della solidarietà” per noi rom. Non possiamo accettare che si continui sulla strada dei ghetti etnici che, negli ultimi vent’anni, è stata peculiarità della sola Italia nell’intero contesto europeo.

Abbiamo diritto alla casa, non a inaccettabili container recintati.

Esprimiamo qui la nostra totale solidarietà a quanti sono stati sgomberati in questi giorni e ai movimenti di lotta per la casa che oggi sono al centro di un’odiosa campagna denigratoria. Crediamo che non possano esistere sgomberi di esseri umani senza una garanzia di alternative degne.

La casa è un diritto di tutti e tutte, anche di noi rom e romnì.

Associazione POPICA ONLUS
Rom e Romnì di via di Centocelle

POPICA ONLUS - www.popica.org
http://www.myspace.com/popicaonlus

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Di Fabrizio (del 19/09/2009 @ 08:58:29, in Europa, visitato 1361 volte)

Dell'abbattimento dello storico quartiere di Sulukule qui se n'è scritto parecchio. La motivazione addotta dalle autorità turche è il "piano di rinnovamento urbano" di Istanbul. Ma le recenti piogge che hanno inondato diversi quartieri della città, scoprono luci ed ombre su questo contestato piano e sugli appetiti immobiliari che sta sollevando

La terra e il cielo 18.09.2009 scrive Fazıla Mat Istanbul si risveglia dall'incubo delle inondazioni. Le autorità maledicono la pioggia, ma secondo gli esperti il disastro è stato causato dagli interventi edilizi sui letti dei fiumi all'interno della città. Sotto accusa il piano di trasformazione urbana voluto da Erdoğan

Le province di Istanbul e di Tekirdağ faranno fatica a riprendersi dalle inondazioni causate dalle piogge torrenziali dell’8 e 9 settembre scorsi. Le precipitazioni, che normalmente si sarebbero distribuite in un periodo di quattro mesi, hanno sommerso nel giro di due giorni numerose circoscrizioni delle due città. Il bilancio resta molto pesante. Sono morte 32 persone, diverse sono ancora disperse, e si stima una perdita in beni di circa 100 milioni di dollari.

L’alluvione ha avuto i suo effetti più devastanti laddove erano presenti dei torrenti sui cui letti e nei cui dintorni sorgono costruzioni e autostrade. A İkitelli, nei pressi del torrente Ayamama, il viale Basın Ekspres, una delle strade più trafficate e commercialmente attive di Istanbul, è stato letteralmente inghiottito dalle acque. Mentre molte persone hanno trovato rifugio sui tetti degli autobus, sette donne sono morte asfissiate dentro un furgone merci privo di finestre che veniva utilizzato da una nota società tessile come mezzo di trasporto per portarle al lavoro. Sei autisti di TIR, che dormivano a bordo dei mezzi nella stazione per TIR Osmanlı, sono morti annegati dopo essere stati travolti dalle acque. Tutte le fabbriche nei dintorni sono state allagate. Si sono aperte inoltre le chiuse della diga sull lago Büyükçekmece, causando l’allagamento della costa e dei centri di ricreazione sulle sponde.

La Municipalità di Istanbul è stata la prima a esser criticata dalla stampa, per l’incapacità di prevenire gli effetti dell’inondazione e di gestire la successiva situazione d’emergenza. Il servizio meteorologico aveva infatti lanciato, diversi giorni prima, l’allarme per l’alluvione, ma le autorità non avrebbero ritenuto di dover chiudere al traffico il viale Basın Ekspres, dove si era verificato un episodio analogo di inondazione anche nel 1995 a causa dello straripamento dello Ayamama.

Intanto continuano a venire alla luce dei particolari su come la Municipalità di Istanbul abbia gestito finora le aree circostanti i torrenti. La İSKİ (Direzione idrica di Istanbul) avrebbe ammesso di aver realizzato l’ultima bonifica del torrente Ayamama nel maggio scorso e di non aver più ripetuto l’operazione nonostante le piogge autunnali in arrivo. Inoltre un credito di 322 milioni di dollari preso in prestito dalla Banca mondiale, finalizzato alla realizzazione di infrastrutture per il risanamento di quindici torrenti, sarebbe fermo da due anni nelle casse del comune di Istanbul (İBB). Il vicesegretario generale del comune, Muzaffer Hacımustafaoğlu, ha affermato che l’attuazione dei progetti di risanamento “procede lentamente perché i torrenti sono delle proprietà private e i tempi previsti per renderli pubblici sono lunghi”.

Le autorità hanno cercato di spiegare l’inondazione nei termini di una “calamità naturale”, “inspiegabile” e “incontrastabile”. Una parte di “colpa” è stata però riservata anche ai “cittadini che costruiscono abitazioni fuori norma”. La prima reazione del sindaco di Istanbul, Kadir Topbaş, è stata infatti quella di attribuire la responsabilità dell’accaduto a “l'utilizzo selvaggio della natura e dell’ambiente”. Il premier Erdoğan ha commentato l’accaduto facendo allusioni alla forza della natura con un proverbio turco – “arriva il momento in cui il torrente si vendica” – mentre il presidente della regione Muammer Güler è arrivato a dare la responsabilità dell’accaduto “a tutta la società” e su una scala più ampia “al mondo intero” per “i danni causati dalle persone alla natura”.

Intanto Erdoğan, effettuando un giro d’ispezione aerea sulle località colpite dall’alluvione, ha affermato che fino a quel momento le autorità avevano incontrato “impedimenti legali ed alcune opposizioni” per risanare i torrenti, che “queste opposizioni devono essere superate” e che “i problemi più gravi sono sorti dal fatto che i letti dei torrenti sono stati modificati [dalle costruzioni]”. Erdoğan ha concluso dicendo che “dopo aver condotto dei contatti bilaterali si passerà a demolire le costruzioni qui presenti.”

Eyüp Muhçu, presidente dell’Ordine degli ingegneri e architetti (TMMOB) di Istanbul, lancia un monito rispetto a quello che ritiene essere il vero senso delle parole del premier. “La 'opposizione' di cui parla il Primo ministro è quella dimostrata dai cittadini che si ribellano ai progetti di decentramento della popolazione e di speculazione affaristica imposti sotto il nome di ‘trasformazione urbana’. Erdoğan vuole utilizzare gli effetti dell’alluvione proprio per rendere leciti i suoi progetti di trasformazione urbana”.

Il problema delle costruzioni sui letti dei torrenti non riguarda infatti solo le costruzioni abusive, ma anche quelle “legali”. “Una parte del torrente Ayamama, importante corridoio ecologico di Istanbul, area verde e di ricreazione, è stata aperta alla edificazione di palazzi ad alta concentrazione nel 1997, quando proprio Erdoğan era sindaco della città”, spiega Muhçu.

All’epoca il TMMOB avrebbe presentato a Erdoğan una valutazione sull’impatto ambientale di questo progetto. Nella sua valutazione, l’Ordine avrebbe specificato che con il nuovo progetto il torrente Ayamama avrebbe cessato di essere tale, e che si sarebbe rivolto un aperto invito alle catastrofi naturali. L’appello rimase però inascoltato, e il TMMOB portò il progetto in tribunale. La Corte emise una sentenza a favore dell’Ordine, sottolineando anche “che il progetto non aveva alcuna utilità sociale”. L’amministrazione comunale però non tenne conto del verdetto e accelerò le costruzioni, dando origine a tutta la zona adiacente all’aeroporto Atatürk.

“Erdoğan ha fatto ricorso”, continua Muhçu, “ma il tribunale ha nuovamente confermato la prima sentenza. Le costruzioni però non sono cessate nemmeno dopo questa seconda decisione. Gli edifici così realizzati contro il verdetto del tribunale hanno dato man forte alle costruzioni abusive nell’interno della valle, a nord. E dal 1997 in poi sono stati costruiti numerosi blocchi di edifici abusivi utilizzati quali officine. Questa zona, nel piano urbanistico del 1982, risultava invece essere sede di un cimitero cittadino, di un’area verde, di un’area di ricreazione e letto del torrente. Eppure hanno sempre chiuso un occhio nei confronti delle costruzioni abusive”.

Solo il mese scorso infatti, il sindaco Topbaş avrebbe presentato al consiglio comunale un piano per legalizzare nuove costruzioni abusive e per permettere l’edificazione di altri palazzi nelle ultime aree rimaste a disposizione nel letto dell’Ayamama. Senza un’alluvione di questa portata, il piano edilizio portato avanti dal comune di Istanbul probabilmente avrebbe proseguito indisturbato. E forse non basterà nemmeno l’alluvione a disturbarlo.

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Di Fabrizio (del 18/09/2009 @ 20:07:13, in Italia, visitato 1291 volte)

Dopo l'ordinanza di sgombero del Comune di Modugno nella scorsa settimana, Emiliano e Rana avrebbero trovato un terreno in zona Asi. Questa mattina le associazioni di volontariato hanno manifestato con un sit-in

Molto probabilmente si è arrivati a una soluzione dignitosa per la comunità di nomadi residente a Modugno in via dei Gelsomini. All’ordinanza di sgombero della scorsa settimana, con cui si obbligava i circa 50 ospiti (27 dei quali bambini) ad abbandonare l’appezzamento di terreno nella zona Asi, il presidente e vice presidente del consorzio Asi (rispettivamente Michele Emiliano e Pino Rana) hanno rimediato con una soluzione alternativa. Il sindaco di Bari e di Modugno hanno infatti trovato e promesso una nuova sistemazione, sempre in zona Asi, con tanto di servizi igienici e fognari essenziali, prima mancanti.

Ruolo fondamentale nella vicenda l’hanno svolto le associazioni di volontariato, uniche a essersi interessate da principio alla sorte della più antica comunità Rom in territorio barese. Dalle 9.00 di questa mattina molti dei volontari avevano cominciato una protesta organizzando un sit-in, interrotto dopo mezz’ora grazie all’arrivo di Emiliano e Rana. I due hanno infatti dato l'annuncio che ha evitato il protrarsi della manifestazione e, soprattutto, della condizione di incertezza circa il futuro degli abitanti del campo provenienti dalla Bosnia-Erzegovina.

Arrivarono in Puglia dopo un lungo peregrinare. E dopo che la loro gente era stata martoriata a causa della guerra nei Balcani. Mai davvero assistiti dalle istituzioni, si erano sistemati in via dei Gelsomini. Gli adulti, eccetto qualche piccolo episodio di criminalità, hanno sempre provveduto al sostentamento delle famiglie arrangiandosi come potevano. Il risultato più grande, ottenuto grazie all’impegno delle stesse associazioni di volontariato che si sono mobilitate dopo l’ordinanza di sgombero, è stata la scolarizzazione dei 27 bambini. Senza dubbio sarebbero stati proprio loro a subire le conseguenze più gravi se il campo fosse stato smantellato senza una soluzione alternativa.

Da questa mattina, però, sembra che le cose stiano viaggiando sui giusti binari.

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Di Fabrizio (del 17/09/2009 @ 09:45:53, in Italia, visitato 1471 volte)

Ricevo da Marco Brazzoduro

Venerdì 18 settembre 2009 ore 16:30
"Casilino 900", via Casilina 900 - Roma

Presentazione del numero 19 di "Zapruder. Rivista di storia della conflittualità sociale":

Stranieri ovunque
(a cura di Andrea Brazzoduro e Gino Candreva)

Gitanos, gypsies, kalé, manouches, rom, romanichels, sinti; ma anche caminanti, travellers e viaggiatori: popolazioni, gruppi e persone diverse che in Italia (a differenza della maggioranza degli altri paesi europei) sono comunemente designate come "nomadi", anche dalla stampa progressista che lo ritiene un gesto di particolare sensibilità umana e politica rispetto al più connotato "zingari" (che invece rivela solo quello che "nomadi" cerca maldestramente di nascondere).

A partire dalla questione del nome "Storie in movimento" ha aperto un cantiere di ricerca secondo le modalità di lavoro che lo contraddistinguono come laboratorio storiografico atipico. Tenendo insieme alto e basso, analisi delle fonti e registro divulgativo, attraversando entrambe i territori (spesso reciprocamente ostili) della storiografia universitaria e di pratiche di ricerca meno distanti dalla storia nel suo farsi, questo numero di "Zapruder" si propone come un’indagine – parziale, frammentaria e non sempre consensuale – di una realtà complessa quanto misconosciuta.

A fronte delle grida scomposte contro il "pericolo zingaro" e allarmati dal conseguente manifestarsi di una gamma di fenomeni che va dal micro-fascismo al pogrom (pensato, declamato, desiderato e in qualche caso agito), "Storie in movimento" si è sforzata di capire, di adoperare gli strumenti che le sono propri, quelli della critica storica, per cercare di vedere le cose più da vicino (ma anche più da lontano).

Discuteremo di questo percorso con gli abitanti di uno dei più grandi “campi rom” d’Europa, "Casilino 900", con lo scrittore Najo Adzovic, insieme al collettivo Stalker/Osservatorio nomade e agli autori.

A seguire musica e cucina romanì

Con la speciale partecipazione di Bianca Giovannini alla voce, Ludovica Valori alla fisarmonica.

Organizzano:
Storie in movimento
Zapruder. Rivista di storia della conflittualità sociale
Najo Adzovic (“Casilino 900”)
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Di Fabrizio (del 17/09/2009 @ 09:34:56, in blog, visitato 1238 volte)

La seconda e ultima parte della storia delle famiglie di Rom kosovari del campo Casilino 900, sempre dal blog di Raffaele Coniglio

Nella soleggiata giornata di fine agosto, all'interno del Casilino 900 vengo accolto da Feta. Così dice di chiamarsi un giovane poco più che ventenne che mi fa conoscere i suoi parenti e alcuni connazionali. Erano le cinque in punto del pomeriggio. Lo ricordo perfettamente perché guardai l'orologio nel momento esatto in cui mi disse che aveva degli impegni a partire dalle sei: doveva rendersi disponibile per aiutare i suoi a preparare la cena del Ramadan, il mese di digiuno iniziato da poco.

I rom kosovari che vivono nel campo sono, a quanto sembra, di fede musulmana, anche se è altrettanto frequente trovare in Kosovo rom di fede ortodossa. In quella che era una regione serba i rom, infatti, erano abituati a vivere tra due fuochi -in mezzo all'aspro conflitto tra serbi ed albanesi- e, per la loro stessa sopravvivenza, avevano sempre cercato di adattarsi pur di non scontentare nessuno. E' anche per questa ragione che parlano sia serbo che albanese, e sono di fede musulmana o ortodossa.

Tutto ciò però non è bastato a risparmiarli dal conflitto degli anni '90. Rimanevano sempre rom schierati, consapevolmente o meno, con il nemico, albanese o serbo che fosse. E, per evitare l'odio nei loro confronti, molti di essi, come i parenti di Feta, sono dovuti scappare dal Kosovo, lasciare tutto ciò che avevano -casa, amici, famiglia, lavoro, progetti- nella speranza di trovare un posto in cui poter vivere in pace. Devo ringraziare proprio lui, Feta, o Farum, como poco prima mi aveva detto di chiamarsi, se riesco a superare i loro timori in questa mia giornata nel Campo, la paura e la diffidenza dei suoi abitanti verso tutto quello che viene dall'esterno. Feta era appena un bambino quando è giunto in Italia per la prima volta. A 11 anni è partito da Pristina con i genitori e i fratelli più grandi alla volta di Belgrado. Ricorda però poco di quel viaggio e cerca di ricostruirlo, tappa dopo tappa, con l'aiuto dei suoi genitori. Da Belgrado, dopo una breve sosta da alcuni conoscenti, prendono un altro autobus per una nuova meta. "Non sapevamo quale sarebbe stato il nostro viaggio intermedio" interviene la mamma di Feta nel racconto del figlio, "sapevamo soltanto che volevamo venire in Italia". Così, dopo due settimane di pellegrinaggio "quasi clandestino" riescono a superare la frontiera italiana e a lasciarsi alle spalle la città di Trieste ed il Kosovo, che in quei mesi stava letteralmente bruciando di odio. Sono proprio i genitori di Feta che, rivivendo tutta la fatica del viaggio, doloroso dal punto di vista economico ma anche, e soprattutto psicologico, ricordano date e luoghi, giorni e vie del loro lungo viaggio. Credo che quando un uomo si scontra con "l'assurdo" non può fare a meno di ricordare per filo e per segno ogni cosa di quella circostanza, persino l'odore del posto. E' proprio quello che fanno con me i coniugi Hamdi nel ricostruire la loro fuga.

Mi parlano di una Pristina a me sconosciuta, dove ogni cosa sembra diversa dalla città che ricordo io. Le vie solo con il nome serbo non mi dicono nulla. Riesco a capire il luogo dove vivevano prendendo come riferimento luoghi generali e piazze. Anche la Pristina che io presento è irriconoscibile ai loro occhi. In quel momento, mentre parlo dell'attuale capitale kosovara, la madre di Feta con rapido gesto tira fuori dal suo borsellino il biglietto dell'autobus che l'ha portata qui in Italia. Il biglietto integro e gelosamente custodito riporta, scritto in lingua serba: ore 11, 20 maggio 1999, Pristina. Come un fiume in piena, la signora Hamdi parla allora dei momenti impietosi vissuti alla Questura di via Genova a Roma. "Si, quella di via Genova, numero..." non lo ricorda la moglie di Ismail, ma tiene a precisare che proprio lì ha chiesto asilo politico per lei e i suoi figlioletti. E' da giugno del '99 che tutta la famiglia è rinchiusa, questo credo sia il verbo adatto, all'interno del Casilino 900.

A detta della famiglia Hamdi poco o nulla è cambiato da allora. E' aumentato sicuramente il numero dei rom kosovari. Non sono cambiate per nulla invece le promesse di miglioramento che di volta in volta si sono rinnovate negli anni, e che puntualmente sono state disattese. Le paure e le incertezze, sebbene oggi più di ieri si parli di clima razzista e xenofobo, sono sempre le stesse. Il freddo rapporto con i vicini italiani, idem. I circa 40 rom arrivati al Casilino 900 alla fine degli anni novanta sono diventati oggi oltre 110. Parliamo quindi di almeno 50 bambini nati sul territorio italiano, e quindi, cittadini italiani a tutti gli effetti. Il numero dei bambini è, in effetti, impressionante e balza subito agli occhi.

Tra loro anche qualche adolescente che, pulito e ordinato, mi saluta con pieno accento romano di Roma. Riesco a scambiare qualche parola con i cugini di Feta che frequentano le scuole medie; uno di loro, il figlio di Resat Prekuplja, frequenta invece il secondo anno dell'istituto alberghiero. Sono giovani rispettosi e istruiti che frequentano regolarmente le scuole ed hanno amici italiani. Guardano lontano loro, ma sembrano ancora poche eccezioni, non sufficienti a colmare il gap venutosi a creare con la società italiana al tempo dei loro genitori. Sicuramente, però, sono una testimonianza da considerarsi significativa, che andrebbe sostenuta e rafforzata, perché questi ragazzi dimostrano chiaramente che con l'istruzione le loro condizioni possono migliorare. Forse, quello che dicevo nella prima parte, quando mi riferivo alla pulizia degli spazi in comune per poter vivere bene loro stessi ed i loro bambini, ha radici che iniziano proprio da lì, l'istruzione.

Solo frequentando le scuole italiane i giovani rom hanno l'opportunità di imparare e confrontarsi con i loro coetanei, di superare finalmente quelle odiose barriere alzate dall'ottuso pregiudizio umano. Mentre rifletto su tutto ciò, Feta mi riporta con i piedi per terra, nella realtà che vive ogni giorno lui. Ventuno anni, sposato e con due figli, ha studiato con i salesiani e dopo la terza media ha deciso di trovare un lavoro. Si trova oggi impiegato con un'associazione italiana come intermediario della comunità rom. Ogni mattina, sul pulmino del comune, accompagna i bambini a scuola, si relaziona con gli insegnanti e informa i genitori di conseguenza. Ascolta, assorbe e riferisce. E' lui il primo a credere nell'importanza dell'istruzione, ma è altrettanto consapevole del difficile cammino che bisogna percorrere. I bambini rom frequentano la scuola abbastanza regolarmente, si trovano bene, ma la loro motivazione deve fare a pugni con tanti problemi. "Come puoi vedere", mi dice con fermezza e tristezza negli occhi, "nel campo non c'è elettricità, i servizi igienici e l'acqua non potabile si trovano solo fuori dalle case". Questo significa che "d'inverno, quando fa buio presto, i bambini, pur volendo, non possono studiare né leggere come si deve". In quel periodo dell'anno, "quando fa molto freddo i nostri bambini non riescono a lavarsi giornalmente e quando vado a scuola a volte le maestre sottolineano che i bambini puzzano".

Non fa giri di parole Feta, e con due frasi arriva al nocciolo del problema, che non può certo illustrare con facilità alle insegnanti, senza dubbio ignare, almeno in parte, delle condizioni di vita nel Casilino 900; lo presenta a me, che mi trovo, seppur momentaneamente, insieme a lui a condividere il suo inferno quotidiano. La questione sta qui. Solo se c'è un'intenzione reale da parte delle istituzioni locali e nazionali ad affrontare, seriamente, la questione immigrazione e non in maniera grossolana per pura strumentalizzazione politica, l'integrazione delle varie comunità potrà alla fine essere percepita come carta vincente che arricchisce il panorama italiano, linfa vitale di una società invecchiata. Solo con politiche serie, dove al rigore e alla determinazione seguono i diritti e le opportunità, le varie comunità, siano esse di etnia rom, curda, marocchina, peruviana o cinese che si voglia, potranno acquisire lo spessore e il ruolo che giustamente si meritano dentro una società democratica ed aperta al mondo, che pretende di essere competitiva per avanzare nel terzo millennio.

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Di Daniele (del 16/09/2009 @ 09:31:47, in scuola, visitato 1546 volte)

Da Corriere.it

Vuoi un computer (usato) gratis? Chiedilo all'Agenzia delle Entrate
Inizia la dismissione di Pc non più idonei alla loro funzione ma ancora «in forma»

Volete un computer (usato) gratis? Rivolgetevi all'Agenzia delle Entrate. Non è uno scherzo. Un bando, pubblicato sul sito internet www.agenziaentrate.gov.it (Agenzia/Bandi di gara), (Procedura per la cessione a titolo gratuito di personal computer portatili dismessi) mette gratuitamente a disposizione un primo lotto di pc e spiega tempi e modalità per fare richiesta. Si tratta di «apparecchiature informatiche non più idonee per il proprio utilizzo istituzionale, ma che possono essere ancora utili a scuole ed enti di volontariato». La richiesta può essere al massimo di 10 PC portatili per ogni ente richiedente. Le richieste dovranno essere inviate alla casella di posta elettronica ufficiotlc@pce.agenziaentrate.it dell'Agenzia delle Entrate a partire dalle ore 11:00 del giorno 5 ottobre 2009 e non oltre le ore 11:00 del giorno 16 ottobre 2009 esclusivamente a mezzo Posta Elettronica Certificata, l'equivalente telematico della raccomandata con ricevuta di ritorno. Oltre al nome e al codice fiscale (o partita Iva) dell’ente, nella richiesta dovranno essere specificati anche l’indirizzo Pec per la comunicazione dell’esito da parte dell’Agenzia e il numero e il tipo di computer desiderati, sulla base dell’elenco dettagliato riportato sul bando.

CRITERI PER L'ASSEGNAZIONE - L’assegnazione dei pc avverrà dando priorità agli organismi di volontariato di protezione civile iscritti negli appositi registri, che operano in Italia e all’estero a fini umanitari, nonché agli istituti scolastici pubblici. A seguire avranno spazio gli altri enti pubblici, come ad esempio le strutture sanitarie o le forze dell’ordine. Infine, gli enti non-profit che rientrano nelle categorie delle associazioni, delle fondazioni e delle altre istituzioni pubbliche o private con personalità giuridica, senza scopo di lucro, delle associazioni non riconosciute dotate di un proprio statuto da cui emerga chiaramente l’assenza di finalità lucrative, degli altri enti e organismi che svolgono attività di pubblica utilità. A parità di condizioni, i pc verranno assegnati seguendo l’ordine cronologico di ricezione delle richieste. Ins0mma anche la rapidità ha la sua importanza, grazie al sistema Pec, che permette di certificare, oltre al mittente, anche l’ora dell’invio via e-mail della domanda.

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Di Sucar Drom (del 16/09/2009 @ 09:11:01, in blog, visitato 1279 volte)

Bolzano, l'edizione 2009 de "il presente di un popolo antico"
Anche quest’anno l’associazione Nevo Drom assieme all’Unar, la Provincia e il Comune di Bolzano organizzano la manifestazione socio culturale “il presente di un popolo antico”, dove si vuole offrire occasioni per accrescere la consapevolezza dell’importanza di conoscenza reciproca t...

L'Altro Festival, il programma
L’Altro Festival come proposta di integrazione delle culture e dei nostri territori. Il festival vuole coinvolgere il maggior numero di persone (autoctoni ed immigrati) a partecipare, sia come organizzatori sia come “fruitori”, per iniziare a conoscerci a partire da noi nella speranza, come nella “pr...

Milano, il piano dell'Amministrazione comunale
Una media di 10mila euro a testa. Comune e ministero vogliono persuadere i Rom e i Sinti a trovare una sistemazione, e l’argomento è di quelli convincenti. Oltre 13 milioni di euro per il progetto di Palazzo Marino che punta a risolvere l’emergenza intervenendo sui 12 c...

Milano, le dichiarazioni razziste dell'assessore Boni e del ministro La Russa
A Milano è in atto una “gara”, nel centro destra, su chi fa la proposta più razzista nei confronti dei milanesi, appartenenti alle minoranze sinte e rom, che vivono nei cosiddetti “campi nomadi”. Le ultime proposte, in ordine di tempo, sono quelle di Davide Boni (in f...

Milano, il piano Rom commentato dal Gruppo EveryOne
Il Comune di Milano diffonde una notizia che dovrebbe destare soddisfazione da parte delle organizzazioni per i Diritti Umani: il ministro degli Interni ha stanziato 13 milioni di euro per i Rom. Cè in effetti chi esulta e si spertica in lodi verso l...

Ladra di Profumi. “Lettera aperta” a: Opera Nomadi, Federazione Rom e Sinti Insieme, Federazione Romanì, AIZO Onlus, U.N.I.R.S.I. ed Everyone Group
Ai Presidenti. Con la presente per segnalarvi alcune notizie apparse nella cronaca locale di Varese, ridente cittadina lombarda, consegnata alla “storia italica” per avere dato i natali al Ministro Roberto Maroni...

Reggio Calabria, Opera Nomadi: "colpevoli di essere rom"
Il presidente dell'Opera Nomadi, Antonino Giacomo Marino (in foto), ha inviato alla stampa un comunicato nel quale fa il punto della situazione sull'avvenimento di cronaca dei giorni scorsi, che ha visto coinvolti 3 minori rom. Riportiamo di seguito il comunicato...

Varese, i Sinti chiedono soluzioni per la loro situazione abitativa
I dimenticati di via Friuli dicono basta e chiedono all'Amministrazione varesina di trovargli una nuova sistemazione. Alzano la voce per ottenere una soluzione che sia, a livello igienico sanitario, più idonea per crescere i loro figli. La situazione attuale del campo, secondo loro, non è delle miglio...

Auschwitz, insieme per la pace e la riconciliazione
Hanno varcato insieme l'ingresso del campo di concentramento di Auschwitz, passando sotto la cinica scritta 'Arbeit macht frei' ('il lavoro rende liberi'), camminato fianco a fianco lungo i binari di morte di Birkenau, dove arrivavano i treni carichi di deportati ebrei, sinti e rom...

Pristina (Kosovo), fermare gli attacchi contro i Rom
Human Rights Watch e Amnesty International hanno chiesto alle autorità del Kosovo e quelle internazionali di fermare la nuova ondata di attacchi contro le comunità rom. Le due organizzazioni internazionali hanno sottolineato la necessità di una rapida identificazione e perseguimento dei colpevo...

Bolzano, il presente di un popolo antico
Dopo l'esperienza positiva dei eventi degli anni scorsi : “Il presente di un popolo antico” del 2007 e “Un mondo di mondi” dell'anno 2008 l’Associazione Nevo Drom organizza in collaborazione con la Provincia e il Comune di Bolzano e il partner nazionale UNAR il terzo evento socio-culturale ...

Ue, Barroso: l'Italia e Malta rispettino i diritti umani
Il presidente Barroso ha “esortato i primi ministri di Italia e Malta al rispetto dei diritti umani nel contrasto all'immigrazione clandestina”. Lo ha detto lo stesso Barroso nell'audizione di fronte al gruppo dei Socialisti e democratici dell'europarlamento. Barroso, ch...

7grani: neve diventeremo
I 7grani è una rock band comasca nata nel 2003 dopo lunghi anni di varie esperienze musicali live in tutt’Italia e all’Estero. La band è composta dai tre fratelli Settegrani: Mauro alla chitarra, Fabrizio: voce, tastiere e chitarra e Flavio al basso (fanno parte della band an...

Cracovia, Sant'Egidio: urge un Registro europeo sugli episodi di razzismo, anche per l'Italia
Un registro europeo sugli episodi di razzismo: lo ha chiesto la Comunità di Sant’Egidio nel corso del Meeting internazionale interreligioso di Cracovia. La proposta è nata all’interno del workshop sul "Convivere in un mondo al plurale" dove sono emersi i dati sui 6...

Roma, salute senza esclusione
Si terrà domani a Roma, presso il Polo Formativo Caritas (Via Aurelia 773, ore 9.00 - 17.00), il convegno “Salute senza Esclusione” organizzato dalla Caritas diocesana di Roma in collaborazione con la Società italiana di medicina delle migrazioni (SIMM)...

Napoli, la Gelmini a Nisida per aprire l'anno scolastico
Camicia a righe blu, pantaloni e occhiali in tinta. Per inaugurare il nuovo anno scolastico, questa mattina il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, ha scelto una mise più casual del solito. Lo ha fatto per entrare in punta di piedi, senza avere l'abito delle occasioni ufficiali, nell'"altra" scuola, quella che non va sui giornali semplicemente perchè nessuno, tranne ...

Milano, De Corato continua a "giocare" a rimpiattino con i Sinti siciliani
Li sgomberi, e ritornano. Li cacci con multa, e ritornano ancora. Non gli puoi neanche spaccare la roulotte con le ruspe o minacciare di levargli i bambini, e...loro ritornano. Gente tosta questi siciliani, è storia. Ostinati. Orgogliosi. E anche un po' “zingari”. «Questi nomadi italiani non hanno proprio nessuna intenzione di rispettare le ...

ONU: l'Italia discrimina i Rom
In Italia vi è “abbondante documentazione di discriminazioni e trattamenti degradanti nei confronti della popolazione rom”. A denunciarlo è l'Alto Commissario dell'Onu per i diritti umani, Navy Pillay (in foto), in un discorso al Consiglio per i diritti umani, a Ginevra, di cui è stato a...

Roma, Caritas: basta assistenzialismo e controllo
Basta con l'assistenzialismo che “da sempre caratterizza le politiche” nei confronti dei Rom e dei Sinti, “fondate più sul controllo che sullo sviluppo”. A chiederlo questa mattina è stato mons. Enrico Feroci (in foto), nuovo direttore della Caritas diocesana di Roma, intervenendo alla presentazione del volume “Salute senza Esclusione” che racconta l'esperienza vent...

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Di Fabrizio (del 15/09/2009 @ 09:18:38, in Regole, visitato 1276 volte)

Da Roma_Italia, leggi anche la notizia di riferimento

Egregio sig. Prefetto,

Nel settembre 2008 sono stato tra i 7 membri di una delegazione del Parlamento Europeo in visita in Italia per una missione investigativa. La ragione della nostra visita erano gli eventi nei "campi Nomadi", il censimento e i decreti d'emergenza.

L'idea dell'indagine nasceva a giugno 2008, quando il Parlamento Europeo accettava una Risoluzione contro la profilazione etnica dei Rom tramite raccolta di impronte digitali e di informazioni sulla religione.

L'interesse nella missione era alto: circa 30 Membri del Parlamento Europeo (MEPs) avevano visitato l'Italia, assieme al Presidente del comitato LIBE per la Giustizia. In Italia ci furono incontri col Senato, il Garante, il Ministro Maroni e altri. La nostra delegazione visitò anche campi come il Casilino 900 e Campo Salone.

Nella conferenza stampa della delegazione del Parlamento Europeo, le condizioni dei campi furono descritte come degradanti, dove i "Rom" sembravano essere nomadi che non si muovevano. Ma ad alcuni membri della delegazione era anche sembrato che l'Italia volesse tentare di rendere le proprie leggi nuovamente compatibili con la Legislazione Europea.

La preparazione delle autorità cittadine di Milano a sgomberare di forza circa 200 Rom che vivono nell'area Rubattino ad est della città, sembra la prova del contrario. Gli sgomberi forzati sono illegali. Ogni stato membro della UE e - come uno degli stati fondatori - l'Italia dovrebbe essere d'esempio agli altri, e notificare singole ingiunzioni ai futuri sgomberati, che così possono fare ricorso.

Mi appello urgentemente a lei per il rispetto del diritto dei nostri co-cittadini di opporsi in tribunale alle decisioni su basi individuali, come in ogni stato costituzionale.

In fede,

Els de Groen
MEP from 2004-2009
els.degroen@europarl.europa.eu

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