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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Fabrizio (del 16/07/2008 @ 09:26:54, in Europa, visitato 1464 volte)

Da Osservatorio sui Balcani

Il piombo di Mitrovica 07.07.2008

Campo rom di Osterode

20.000 persone occupate e un benessere diffuso. Erano gli anni '70 e '80 e Mitrovica era un importante polo minerario. Ora rimane poco, se non l'inquinamento. A farne le spese soprattutto i rom. Riceviamo e volentieri pubblichiamo
Di Federica Riccardi e Raffaele Coniglio*


Tra i tanti primati che una volta caratterizzavano Mitrovica vanno annoverati il fiorente indotto minerario che faceva della città e dintorni una delle più fiorenti aree del Kosovo e dell’ex Jugoslavia (per estrazione di minerali, loro lavorazione-trasformazione e successiva produzione di batterie), e il più grande quartiere rom del Kosovo, il Roma Mahala. Questi due aspetti, di valenza indubbiamente positiva, sembrano non avere interconnessioni mentre invece hanno stretti legami e tragiche conseguenze.

Gli impianti di Trepca, il fiorente polo minerario nella ricca regione di Mitrovica, hanno contribuito notevolmente allo sviluppo economico e sociale di questa zona per tutti gli anni ‘70 e ‘80. Erano più di 20.000 le persone impiegate, di cui la metà provenienti dalla sola area di Mitrovica, con salari indimenticabili e tanti benefits per le famiglie degli operai. Sebbene la città fosse prospera e occupata con il lavoro delle miniere, la gente rimaneva comunque un tantino insoddisfatta per via della mancanza di investimenti successivi agli introiti delle miniere. Un detto di quei tempi recitava “Trepca punon Beogradi ndėrrton”(Trepca lavora e Belgrado si costruisce), sintetizzando questo aspetto.

8.000 o forse poco di più era il numero di membri della comunità rom che viveva nel quartiere Roma Mahala di Mitrovica, una striscia di terra a sud del fiume Ibar che sembra interporsi tra i serbi e gli albanesi. I rom anche allora come oggi non erano ben inseriti nelle strutture sociali della città, non godevano di una buona reputazione, e si sono trovati, durante gli anni dello scontro etnico in Kosovo, tra due fuochi, quello serbo e quello albanese.

Oggi la fotografia di Mitrovica è un’altra. L’intero indotto di Trepca è ridotto all’osso, con meno di un migliaio di operai vi estraggono soltanto i minerali. Gli impianti di lavorazione e trasformazione del piombo, rame, zinco sono dismessi e versano in uno stato fatiscente. Insieme al polo turistico di Bresovica, gli impianti di Trepca sono stati un grande fallimento per la KTA, l’agenzia incaricata per le privatizzazioni in Kosovo. Quello che è rimasto dei fiorenti e produttivi impianti minerari, oltre alle obsolete strutture, è l’inquinamento del suolo.

Mitrovica oggi ricopre il triste primato di città più inquinata del Kosovo e dell’ex Jugoslavia. A farne le spese sono tutti i suoi cittadini, i rom più degli altri. Ed oltre al problema dell’inquinamento, che li vede vittime di intrighi politici, i rom sono anche cittadini privi delle loro case. Facilmente manipolati dai serbi e indiscriminatamente percepiti come traditori e nemici dagli albanesi, si sono visti, da questi ultimi, completamente annientare tutto il loro storico quartiere. Inermi, dal lato nord del fiume che oggi divide etnicamente la città in due, hanno assistito alla distruzione delle loro case. Quelli che avevano deciso di affrontare di petto la situazione persero la vita. In tanti sono scappati in Europa, in Montenegro, in Serbia.

Campo rom di Zitkovac

I pochi rimasti a Mitrovica sono stati costretti a vivere, in mancanza di alternative, in posti malsani e inquinati. I campi di Zitkovac, Cesmin Lug e Kablare, tutti nella parte nord di Mitrovica, furono costruiti nel novembre del 1999 per ospitare circa 500 persone di etnia rom scappate dal loro grande quartiere. Da allora e per tutti questi anni il problema dei rom è diventato sempre più grande.

Dovevano restare in questi posti soltanto per 45 giorni. Solo Zitkovac è stato chiuso ma soltanto nel 2006 ed i suoi abitanti sono stati dislocati negli altri campi. Nei tre campi di Zitkovac, Cesmin Lug e Kablare molti bambini mostravano infatti i classici sintomi da inquinamento da piombo: perdita di memoria, mancanza di coordinamento, vomito e convulsioni. Il Prof. Nait Vrenezi dell’Università di Pristina già in un suo studio del 1997, condotto congiuntamente con numerosi esperti internazionali, affermava che l’esposizione continua ad ambienti con alta concentrazione di piombo crea nei bambini danni motori e di percezione permanenti.

Dal 1999 al 2006, 27 persone sono morte a Zitkovac, molte delle quali con ogni probabilità a causa di avvelenamento da metallo pesante, anche se autopsie non sono mai state effettuate. Nel 2000 furono effettuati diversi test e analisi sugli abitanti dei campi dall’allora consulente russo dell’ONU, Dott. Andrei Andreyev, che confermavano fuori da ogni dubbio l’alto livello di concentrazione di piombo nel loro sangue. Andreyev allora inoltrò un report dettagliato contenente dati e cifre all’Organizzazione Mondiale della Sanità e all’UNMIK, chiedendo loro di provvedere ad una immediata evacuazione dei campi. Il suo report, però, che oggi non è disponibile al pubblico, non ha avuto nessun riscontro pratico, se non che molti funzionari internazionali della polizia dell’Unmik, che giornalmente facevano jogging accanto al campo di Cesmin Lug, dovettero fare immediati accertamenti medici, e si scoprì che il loro tasso di piombo era così alto da richiedere il loro rimpatrio. Nel 2004 test capillari su 75 persone dei tre campi, principalmente bambini e donne incinte, mostravano che 44 di loro avevano livelli di piombo nel sangue più alti di quanto il macchinario potesse misurare (65 mg/dl), laddove 10 mg è considerato il punto in cui vi è un serio rischio di danni al cervello o al sistema nervoso.

Le ultime da Osterode Camp

Osterode camp, costruito nel 2005 in quella che prima della guerra era una base militare serba e successivamente una postazione francese, ospita oggi più di 400 persone in container tra stradine asfaltate, ex-capannoni militari ri-utilizzati e un piccolo parco giochi, il tutto circoscritto da filo spinato. Certo Osterode - oggi monitorato dalla Norwegian Church Aid, agenzia che coordina i donors e le attività del campo - appare, al primo impatto, una struttura ben più comoda e pulita rispetto ai capannoni sporchi ammassati sulle rotaie ferroviarie del campo di Cesmin Lug, distante appena poche decine di metri.

Campo rom di Cesmin Lug
 
Tuttavia, il rappresentante rom del campo, il Sig.Habib Haidini, senza tanti giri di parole ci tiene a precisare che cambia poco avere un container mettallico di limitate dimensioni e piccole strutture di divertimento, rispetto alle baracche di lamiera contorte del campo vicino. “Non è una casa, e quelli a Cesmin Lug non vengono da noi perché sono della nostra stessa opinione: stiamo tutti aspettando una casa, una casa vera”. Habib incontra quotidianamente i rappresentanti di enti istituzionali locali e non, per far pressioni e cercare di velocizzare i tempi affinché tutti i rom dei due campi possano essere finalmente trasferiti in una struttura permanente. Osterode doveva rimanere funzionante appena un anno.

Oggi nella vasta area della residenza storica dei rom di Mitrovica, nonostante l’attualità della “minoranza rom” nell’agenda politica delle istituzioni e organizzazioni internazionali, sono stati però costruiti appena un centinaio di case e quattro blocchi plurifamiliari che ospitano non più di 250 persone. Molte delle case ancora non sono state assegnate, probabilmente per via dei complessi criteri che richiedono lunghe procedure burocratiche, e per altri motivi.

Un dato certo è che, alla metà del 2008, non è stato fatto abbastanza per i rom di Mitrovica. Eppure è passato poco più di un anno da quando, nel marzo del 2007, gli alti rappresentanti delle istituzioni internazionali, degli uffici diplomatici e lo stesso primo ministro del Kosovo in una grande giornata commemorativa hanno tenuto un’imponente cerimonia di inaugurazione del quartiere Roma Mahalla a Mitrovica. Grandi parole allora erano state spese da tutti, le più gettonate delle quali erano “multiculturalità” e “integrazione”.

Stando alle testimonianze più recenti, come quella di Sokol Kursumlija, da anni impegnato nel campo Osterode con progetti educativo-ricreativi attraverso l’associazione locale multietnica di cui è presidente, non c’è da stare sereni e tranquilli: anche per Osterode si parla di gravi casi di contaminazione da piombo che colpiscono soprattutto i suoi più giovani abitanti. Tuttavia Sokol ci tiene a precisare, rimanendo fermo sul fatto che effettivamente i rom a Mitrovica vivono da tempo in condizioni a dir poco precarie, che l’argomento contaminazione da piombo non può essere circoscritto al solo discorso che verte sulla minoranza rom, vittima a suo parere di intrighi politici, ma deve essere generalizzato in quanto riguarda l’intera area di Mitrovica. Nel caso specifico di Zitkovac, piccolo villaggio a Nord di Mitrovica, Sokol sostiene, ad esempio, di trovare “assurdo che per la sola opportunità politica soltanto per i rom che vivevano dall’altra parte del binario si è parlato di contaminazione mentre per i serbi che vivono a tutt’oggi lì, a due passi da dove si trovavano i rom, c’è ancora assoluto silenzio e nessuna preoccupazione”.

Forse per via delle scarse condizioni igieniche e del contatto con la terra tipico dei bambini, i piccoli rom sembrano tuttavia particolarmente esposti all’avvelenamento da piombo. Nel campo Osterode di recente sono stati fatti dei test sui bambini dallo staff del WHO. I risultati però sono stati negati ad Habib e gli altri rom, che pure li richiedevano insistentemente. Stando a Sokol, per questioni di privacy i dati del WHO non potevano essere diffusi, neppure ai rappresentanti UNICEF che lavoravano nel campo. “Io volevo sapere almeno il numero o la percentuale di persone contaminate di Osterode, potevo non saperne i nomi; quando quell’organizzazione mi ha negato i dati, mi sono rivolto alle strutture mediche di Mitrovica Nord dove hanno effettuato i test sui bambini. Il risultato è stato chiaro: contaminazione da piombo per la maggioranza di loro”, ricorda Habib.

Un argomento così delicato da un punto di vista etico, morale, sociale e politico non dovrebbe comunque essere lasciato solo alla spicciola cronaca cittadina che spesso, incapace di sortire i necessari effetti, finisce col creare invece soltanto involontaria disinformazione. La comunità internazionale e enti di spessore come l’Organizzazione Mondiale della Sanità, piuttosto che coprire la realtà con il silenzio, potrebbero seguire l’esempio positivo di altre organizzazioni che in Kosovo dedicano tempo, spazio e tanti soldi per pubblicazioni sistematiche di bollettini sui diversi argomenti. È tempo che un dossier ufficiale, onnicomprensivo e chiaro, esca allo scoperto per far luce su tutti questi anni bui. Fino a quando su queste tematiche aleggeranno solo e soltanto strumentalizzazioni di ogni genere, il problema dei rom e della salute pubblica dei cittadini di Mitrovica resterà solo appannaggio dell’agenda politica che potrà continuare ad usarle a propria discrezione.

* Federica Riccardi è stata Project Manager per più di 2 anni in Kosovo per conto di una ONG italiana; attualmente Direttore Esecutivo di una ONG locale

Raffaele Coniglio è Project Manager a Mitrovica per conto della Provincia di Gorizia, in Kosovo dal 2005.

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Di Fabrizio (del 16/07/2008 @ 10:17:40, in scuola, visitato 1243 volte)

Ricevo da Luisa

NON TOCCATE I BAMBINI ROM:
NO ALLA SCHEDATURA DEI BAMBINI ROM!
NO AL RAZZISMO DI STATO!

Domenica 20 luglio
a Lecce in P.tta de Pace
(di fronte scuola C.Battisti)
dalle ore 18,00 in poi
riflessioni, immagini, storie
e suoni dal campo ROM

OPPORSI AL PROVVEDIMENTO LEGISLATIVO DI SCHEDATURA DEI BAMBINI ROM È UN DOVERE CIVICO, MORALE, CULTURALE E POLITICO.

ReteAntiRazzistaSalento
reteantirazzistasalento@yahoo.it
tel.320.0740257 - 329.6931041

RETE ANTIRAZZISTA SALENTINA
NON TOCCATE I BAMBINI ROM:
PERCHE' BISOGNA PROTESTARE CONTRO IL RAZZISMO DI STATO


IL DECRETO LEGGE CHE RISCHIA DI ESSERE RESO EFFETTIVO ANCHE NELLA REALTA' SALENTINA, DISPONE UNA SORTA DI CENSIMENTO DELLE COMUNITA' ROM, COMPRENSIVO DELLA RILEVAZIONE DELLE IMPRONTE DIGITALI, PRASSI CHE COINVOLGEREBBE ANCHE I BAMBINI E I MINORENNI, CON IL FINE FORMALE DELLA IDENTIFICAZIONE E QUANTIFICAZIONE DEL "FENOMENO", COME PRIMA RISPOSTA AD UNA SITUAZIONE DI "EMERGENZA SOCIALE".

QUESTA CONCRETA POSSIBILITA', BOLLATA COME DISCRIMINATORIA DAL PARLAMENTO EUROPEO, RAPPRESENTA PER TUTTI NOI UN GRAVE PERICOLO, POICHE' ESPONE L'INTERA SOCIETA' AD UNA PAUROSA REGRESSIONE DELLE CONQUISTE CIVILI E DEMOCRATICHE:

A LIVELLO GIURIDICO QUESTO PROVVEDIMENTO RIESCE NELLA DIFFICILE IMPRESA DI CONTRASTARE CON LA NOSTRA COSTITUZIONE E CON I RIFERIMENTI LEGISLATIVI INTERNAZIONALI RELATIVI AI DIRITTI UMANI (DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI DELL'UOMO, CONVENZIONE INTERNAZIONALE SUI DIRITTI DELL'INFANZIA).
RIEVOCA E RIPROPONE, IN MANIERA NEANCHE TANTO VELATA, LEGGI RAZZIALI CHE L'ITALIA, MEMORE DEL SUO RECENTE PASSATO STORICO, AVEVA RIPUDIATO ATTRAVERSO LA FORMULAZIONE DELLA COSTITUZIONE REPUBBLICANA E DEMOCRATICA.

A LIVELLO POLITICO APPROFITTA DELLA DISINFORMAZIONE E DEL PREGIUDIZIO.
PRETENDE DI GIUSTIFICARSI CON ESIGENZE DI "CONTROLLO E DI SICUREZZA", CHE IN REALTA' CREANO SOLO UN COMODO E FACILE CAPRO ESPIATORIO, CON LA CONSEGUENZA DI ALIMENTARE IL PREGIUDIZIO E DIFFONDERE INSICUREZZA.
MA QUESTO PROVVEDIMENTO VA ADDIRITTURA OLTRE! COINVOLGENDO IN MANIERA VERGOGNOSA E IMPROPONIBILE BAMBINI E MINORENNI, CONSIDERATI ALLA STREGUA DI PROBABILI E POTENZIALI CRIMINALI DI DOMANI E CONSENTENDO L'ESERCIZIO DI UN POTERE RAZZISTA E DISCREZIONALE SULLE COMUNITA' ROM.

A LIVELLO SOCIALE E CULTURALE DIFFONDE UNA PERCEZIONE DI INSICUREZZA CHE, PER LEGGE, VEDE COME PRINCIPALE RESPONSABILE UNA COMUNITA' PARTICOLARE E CIRCOSCRITTA, INCENTIVANDO ATTEGGIAMENTI E PRATICHE INTOLLERANTI E RAZZISTE GIA' AMPIAMENTE DIFFUSE NEL TESSUTO SOCIALE VANIFICANDO QUALSIASI PASSO AVANTI FATTO NEL SENSO DELL'INCLUSIONE SOCIALE, DEL DIALOGO E DEL CONFRONTO.

PROTESTARE
CONTRO QUESTO PROVVEDIMENTO
ATTRAVERSO LA PARTECIPAZIONE ALLE INIZIATIVE CULTURALI E INFORMATIVE
CHE INTERESSERANNO IN QUESTI GIORNI IL TERRITORIO SALENTINO
È UN DOVERE CIVICO, MORALE,
CULTURALE E POLITICO DI TUTTI

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Di Fabrizio (del 16/07/2008 @ 15:46:23, in Italia, visitato 1396 volte)

Ricevo da Michela

Rom e Sinti cittadini di Pavia. Una serata giovedì 17 luglio, al campo dei Sinti di piazzale Europa Per discutere di questi temi, ma innanzitutto per conoscere direttamente la realtà dei Sinti pavesi, in collaborazione con le loro comunità invitiamo la cittadinanza Giovedì 17 luglio ad un momento di incontro e di socializzazione presso il campo di piazzale Europa, che sia il punto di partenza per un “riconoscimento dal basso” delle istanze e delle motivazioni di questi nostri concittadini. Durante la serata funzionerà un servizio bar a prezzo di costo. L’accesso al campo è sulla destra del Palazzo esposizioni.

GIOVEDI’ 17 LUGLIO – CAMPO SINTI DI P.LE EUROPA

H.21: PROIEZIONE DEL DOCUMENTARIO “SIAMO TUTTI SULLO STESSO FIUME”, sulle comunità dei Sinti pavesi, realizzato da ARCI Pavia, Università di Pavia e Comune di Pavia

H.22: DIBATTITO PUBBLICO.

PARTECIPANO: Paolo Casagrande (Comunità Sinti P.le Europa), Erasmo Formica (Comunità Sinti via Bramante); Giorgio Bezzecchi e Maurizio Pagani (Opera Nomadi Lombardia), Luciano Muhlbauer (Rifondazione Comunista, Milano); Giovanni Vitrano (Ass. FuoriLuogo); Giovanni Giovannetti (Circolo Pasolini); Pablo Genova (Rifondazione Comunista, Pavia); Vito Savino (Arci Comitato Prov. Pavia)
MODERA: Andrea Membretti (Sociologo, Università di Pavia) - (Intervistato da ilticino.net)

Ore 23. MUSICA E BALLI ZIGANI. IL SERVIZIO BAR E' A PREZZI ESTREMAMENTE CONTENUTI

Da molti mesi assistiamo ad una violenta campagna di disinformazione nei confronti delle comunità di Rom e di Sinti che vivono in Italia: l’immagine che i media continuano a trasmettere è quella di un popolo di ladri, di sfruttatori di bambini, di persone che amano vivere nel “degrado”, nella sporcizia, nella mancanza di qualsiasi regola sociale.

Spinti da forze politiche dichiaratamente razziste, ma con l’appoggio di fatto anche di partiti sedicenti democratici, i media lavorano incessantemente le nostre coscienze sopite, per costruire un’idea di “zingaro” che faccia rima con “non umano”. In modo simile, il regime nazista aveva costruito la persecuzione nei confronti degli ebrei e delle stesse popolazioni zigane a partire dal concetto di “sotto-uomini”, ovvero di “non-persone”, con cui venivano etichettati questi soggetti. Ieri erano gli sgomberi a catena dei campi nomadi, organizzati brutalmente e senza prospettive anche nella Roma “democratica” di Veltroni; oggi è l’aberrante iniziativa del governo Berlusconi, finalizzata a schedare in modo poliziesco i bambini Rom e Sinti, tramite la presa delle impronte digitali. Dobbiamo riconoscere che è in atto una progressiva discriminazione razziale, che si accompagna a misure di ghettizzazione di queste popolazioni, sempre più espulse dalle città e relegate nelle aree extra-urbane, spesso senza i minimi servizi e senza politiche di integrazione. La stessa Unione Europea ha mostrato grave preoccupazione per come l’Italia sta affrontando la questione zigana sul suo territorio.

A Pavia abbiamo già assistito, cercando di contrastarla come associazioni, partiti di sinistra e realtà della società civile, alla disastrosa “gestione” del caso Snia da parte della Giunta Capitelli lo scorso autunno 2007: i Rom sono stati buttati in mezzo alla strada, nel sostanziale disinteresse dell’Amministrazione locale, mentre si dava spazio alle proteste razziste culminate nel tentato linciaggio di Pieve Porto Morone e nella manifestazione neo-nazista degli aderenti a Forza Nuova. A distanza di mesi, e nonostante alcune meritorie iniziative di solidarietà (anche da parte di singoli cittadini) i Rom sono perlopiù dispersi sul territorio o hanno migrato a Milano, entrando in gran parte in quella “invisibilità sociale” tipica appunto delle “non persone”.

Oggi si discute, in modo ben poco trasparente, di dove ricollocare i campi dei Sinti di p.le Europa e di via Bramante: in queste aree in disuso, oggetto delle future speculazioni edilizie garantite dal nuovo PRG, vivono da decenni gli oltre 300 Sinti di Pavia. Si tratta di comunità coese, dove i bambini frequentano tutti le scuole locali e la gran parte degli adulti lavora regolarmente. Sono tutti cittadini italiani, residenti a Pavia, iscritti alle liste elettorali.

Chiediamo con forza che qualsiasi ipotesi di ricollocare queste comunità sia discussa con i diretti interessati e che venga avviato un processo di mediazione con gli abitanti del quartiere in cui il nuovo campo verrà insediato, per evitare il sorgere di nuovi e dannosi conflitti. Chiediamo inoltre che sia i Sinti che i Rom di Pavia, indipendentemente dalla loro nazionalità, vengano riconosciuti cittadini a tutti gli effetti, con pari dignità, diritti e doveri rispetto agli altri abitanti del nostro territorio, avviando concrete politiche locali di integrazione e fornendo i servizi necessari affinché Pavia possa davvero fregiarsi di quel titolo di “città dell’accoglienza”, che oggi appare purtroppo grottesco. Non accettiamo “trattamenti differenziali” per etnia, nazionalità o cultura. Per discutere di questi temi, ma innanzitutto per conoscere direttamente la realtà dei Sinti pavesi, in collaborazione con le loro comunità invitiamo la cittadinanza ad un momento di incontro e di socializzazione presso il campo di P.le Europa, che sia il punto di partenza per un “riconoscimento dal basso” delle istanze e delle motivazioni di questi nostri concittadini.

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Di Fabrizio (del 17/07/2008 @ 00:45:58, in musica e parole, visitato 1730 volte)

Da Melting Pot

Intervista ad Antonio Moresco, autore del libro Zingari di Merda

Zingari di Merda racconta il viaggio verso la Romania di due italiani e un rom sgomberato dalla città di Pavia a bordo di una vecchia BMW per “andare a vedere da dove si mette in movimento tutta questa disperazione, l’origine di questa ferita”.

Con il suo autore, Antonio Moresco, abbiamo commentato le recenti misure che stigmatizzano i rom come più criminali di tutti i criminali, calamità naturale d’emergenza a cui far fronte con provvedimenti speciali.

Domanda:
Zingari di Merda è il titolo del libro, un epiteto che si rivolge ad una popolazione che, pur non avendo mai dichiarato guerra a nessuno, è da secoli attaccata - come in una guerra – dal mondo intero. La discriminazione contro i rom negli ultimi mesi in Italia è diventata discorso pubblico, la loro persecuzione oggi è legittima. Dire “Zingari di merda” non è più un’offesa di matrice razzista, ma è considerata quasi un’affermazione oggettiva.

Risposta: Il titolo rappresenta la forza dei popoli perseguitati da secoli che utilizzano gli epiteti offensivi rovesciandoli con fierezza. Il nostro accompagnatore si rivolgeva a se stesso e agli altri rom usando queste parole, che aveva sentito dire contro di sè in Italia. E’ un titolo ambivalente perché rispecchia al contempo la situazione spaventosa dell’Italia di questi anni, dove un popolo dai comportamenti non omologati è di nuovo diventato capro espiatorio di paure ed insicurezze su cui forze politiche fanno leva per nascondere i gravi problemi dell’attualità, ma quando un paese imbocca le strade delle discriminazioni si sveglia poi con le ossa rotte...

D: L’istituzione di un Commissario straordinario per una presunta emergenza incarnata dai rom significa considerare la presenza di questo popolo alla pari di una calamità naturale. E’ forse l’errore macroscopico di un potere che, oggi come ieri, non sa rapportarsi con l’alterità? Tutto il discorso e con esso le politiche prodotte sui popoli rom in Italia, anche quando si agisce in nome dell’integrazione, nascono dall’applicazione di categorie organizzative a loro estranee, si affronta la loro società partendo dal “noi” e dal “nostro” modo di vivere.

R: Si dà sempre per scontato che il nostro modo di vivere sia quello giusto, cosa evidentemente tutta da dimostrare. A volte anche chi accetta in termini generali gli zingari in realtà vorrebbe sempre ricondurli a dinamiche di vita simili alle proprie. In questi ultimi anni gli zingari incarnano l’irriducibilità e la differenza, io ho scelto di rappresentarli senza censure.
Non ho cercato di farne un santino edificante ma ho mostrato degli esseri umani con la loro forza, la loro diversità e il loro mistero. In genere ogni loro comportamento è letto attraverso la deformazione incredibile del paragone. Ad esempio la violenza nei confronti delle donne – che non mi sono sentito di censurare nel mio racconto - sembra maggiormente grave e criminale se compiuta da parte degli zingari, nonostante le cronache rivelino preoccupanti violenze domestiche contro le donne nelle case degli italiani. Nel momento in cui è stato stabilito che quello è il popolo che fa paura tutto viene visto in una maniera deformata. E’ il meccanismo spaventoso che spesso accade nella storia, coltivato e manipolato per coprire altre cose gravi.


D: La persecuzione contro i rom è oggi più che mai quotidiana, ma anche il tuo libro ha inizio con una persecuzione, ossia dopo gli sgomberi dell’ex Snia Viscosa a Pavia nell’agosto 2007, quando vengono lasciati per strada un centinaio di donne, uomini e bambini.

R: Il libro parte dal lavoro di volontariato di Giovanni Giovannetti all’ex Snia Viscosa; dalla lotta e dalla vicinanza profonda con le persone che vivevano accampate lì è nata l’idea di rintracciare queste famiglie nel sud della Romania, dove molti di loro sono andati a ripararsi dopo la cacciata.
Siamo andati quindi fino a Listaeva, un paese dove gli zingari vivevano nelle buche sotto terra, abbiamo visto le condizioni in cui vivevano le persone, facendo a turno le guardie notturne per proteggere i propri bambini da topi di un metro. E’ allora evidente che queste persone non emigrano in Italia perché sono dei profittatori. Eppure a Pavia il Sindaco del Partito Democratico si è comportato in maniera indistinguibile dalle destre che siamo abituati a vedere come razziste e forcaiole. Se hanno creduto che inseguire questi comportamenti xenofobi avrebbe portato ad un incasso elettorale, la dimostrazione della mancanza di lungimiranza storica è stata plateale con il risultato delle elezioni.


D: Nel tuo viaggio in Romania ti soffermi a descrivere la posizione economica imposta a questo popolo dal sistema economico, che pretende che restino immobili a vivere delle briciole del mercato globalizzato basato proprio sugli scambi attraverso le frontiere. Tu sottolinei la contraddizione tra fissità economica imposta e spinta al movimento degli esseri umani, che si spostano per cercare di sfruttare le opportunità dello sviluppo, sottraendosi a ruoli previsti per loro da non si sa bene chi.

R: Il tentativo di ancorarli ad una posizione è una miopia e tradisce la mancanza di lungimiranza storica: i popoli si sono sempre spostati, anche nel recente passato i popoli hanno sempre migrato, è incredibile che l’Italia non riesca ad affrontare in termini equilibrati e giusti le migrazioni e il desiderio di migliorare la propria sorte.
Anche nelle baracchine di Slatina le televisioni scalcagnate delle giovani famiglie rom trasmettevano di continuo quanto è bella, ricca e luminosa la vita in Italia e negli altri paesi.
Queste persone giovani cercano giustamente di avere una piccola parte in questa ricchezza. Poi ci sono i meccanismi economici diseguali che fanno sì che in Italia con l’elemosina in una giornata una zingara possa guadagnare 20-30 euro, che in Romania non guadagna neanche un operaio. Questi meccanismi vanno molto bene quando sono le fabbriche italiane, ad esempio Pirelli, che sfruttano questi salari estremamente bassi ed impiantano in Romania le loro attività. Paradossalmente gli stessi meccanismi che portano le persone a migliorare la propria condizione sfruttando le differenze del valore della moneta romena rispetto a quella italiana e quindi immigrando in Italia, generano invece violenza ed ipocrisia. Le situazioni di vita che ho visto nel nostro viaggio sembravano quelle del Bangladesh post alluvione e non quelle di un luogo così vicino a casa nostra.


D: La schedatura, il tentativo di presidiare e censire i campi nomadi, la folle idea di rilevare le impronte digitali rappresentano forse l’illusione di bloccare e imbrigliare la determinazione degli uomini ed in particolare di questo popolo a partecipare al benessere negato?

R: Io ne sono convinto. Queste iniziative vengono gettate in pasto alle persone galvanizzate dalle campagne politiche e mediatiche, ma non hanno senso perché gli spostamenti umani non si possono fermare.
Persino all’epoca dei romani, che facevano guerre pazzesche ed erano sotto le armi per decenni per tenere fuori i cosiddetti barbari, per secoli e secoli poi quelle stesse popolazioni che loro volevano escludere sono passate sul territorio italiano.
A mio avviso più è determinata ed efficace la capacità di sigillare le frontiere più l’effetto boomerang è devastante. Quello che vediamo oggi è una politica miope oltre che criminale ed inaccettabile su molti piani.


Zingari di merda
di Antonio Moresco
Fotografie di Giovanni Giovannetti
Effigie Edizioni


Neva Cocchi, Progetto Melting Pot Europa - mercoledì 16 luglio 2008

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Di Fabrizio (del 17/07/2008 @ 09:26:10, in Europa, visitato 1002 volte)

Da Roma_Daily_News

Ustiben report from Grattan Puxon

Amnesty International riporta che in un numero di villaggi Romanì in Ucraina, a tutti i residenti sono state prese le impronte digitali.

L'operazione di polizia, già completata in alcune località, include le impronte ai bambini.

Nel contempo, la polizia ucraina sta fotografando ogni persona ed edificio per fare un archivio dei Rom come gruppo etnico.

Il rapporto dice anche che la minoranza Rom nel paese è soggetta a minacce, discriminazioni ed abusi sia da parte dei funzionari statali che da altre persone.

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Di Fabrizio (del 17/07/2008 @ 09:32:27, in musica e parole, visitato 1662 volte)

Da Roma_Daily_News

La diversità culturale è MISTO alla seconda edizione di IRAF

L'Associazione Culturale TURN vi invita a raggiungerci al Cinema Estate in Romania, Timisoara tra il 6 e il 10 di agosto e diventare parte di un enorme fenomeno interculturale. La seconda edizione del Festival di Arte Romani Internazionale - Misto, organizzato sotto l'egida del "Decennio dell'Inclusione Rom 2005-2015" e dell'"Anno Europeo del Dialogo Interculturale Apre i suoi Cancelli".

Come l'anno scorso, IRAF vi porta musica, danza, teatro, film, fotografia, spettacoli pirotecnici e laboratori, presentazioni di libri, fiere artigiane, attività informative, attività per bambini e attività per incarcerati, in un evento che riunisce oltre 150 artisti di origine Rom ed oltre da Romania, Spagna, Ungheria, Francia, Serbia, Repubblica Ceca. Soprattutto, quest'anno una sfilata di venticinque capi di moda e chef ungheresi che vi aspettano con una ciotola di gulash zingareschi pieni di vapore.

I 15 concerti presentano il fenomeno musicale zigano dai suoni dell'antica tradizione alle ultime tendenze: spoon knocking, beatbox, hip-hop, drum and bass, jazz, fanfara, musica classica e flamenco.

  • Boban Marcovic (Serbia), conosciuto come il miglior suonatore di tromba dei Balcani;
  • Puerto Flamenco (Spagna), vincitori di numerosi premi e partecipanti ai più importanti festival di flamenco nel mondo;
  • Félix Lajkó (Ungheria), uno dei più complessi artisti dall'Ungheria;
  • Kal (Serbia), la banda Rom più cool dai sobborghi di Belgrado;
  • Karavan Familia (Ungheria), uno dei nomi più importanti della scena musicale mondiale zingara;
  • Marius Mihalache, "il maestro del cimbalo" ed Ovidiu Lipan Tandarica, "il miglior percussionista Rumeno di tutti i tempi" (Romania);
  • Amaro Del (Serbia);
  • Balkan Fanatic (Ungheria), un originale progetto che inietta il synth-pop, l'hip-hop e la musica elettronica nei suoni tradizionali dell'Est Europa;
  • Gipsy.cz (Repubblica Ceca), l'unica banda zingara hip-hop conosciuta internazionalmente;
  • DJ Click (Francia), promuove un suono autentico che combina la febbre balcanica con l'energia della musica elettronica;
  • Estelle Goldfarb (Francia), il violinista che rompe le barriere tra la musica tradizionale e quella moderna;
  • DJ Vasile (Shukar Collective), uno dei padri fondatori della musica elettronica in Romania;
  • Dj Leizaboy (Romania), Dj K-lu (Romania), Colombo de Niro (Romania),  il più nuovo progetto jazz a Timisoara.

Suona MISTO, non è vero?

Sponsors: Open Society Institute – Budapest, National Agency for the Roma, The Administration of the Cultural Fund, The National Agency for Supporting Youth Innitiatives, The National Youth Authority.

Partners: Banatul Philharmonic, The Maximum Security Penitentiary in Timisoara, Resita Volunteer Center, OSUT, The Students' Cultural House in Timisoara, The National Alliance of the Students' Organizations in Romania, The German Cultural Center in Timisoara, The Resource Center for Ethnocultural Diversity, The Students' Cultural House in Resita, Cesky Rozhlas (Czech Radio).

Media partners: Radio Guerilla, TVR timisoara, 24 FUN, Suplimentul de Cultura, Sunete, Alternativ, Dor de duca, 4elemente – Apollo, Cesky Rozhlas (Czech Radio), Port.ro, studentTM

Questa è l'amicizia di uno splendido inizio!

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Di Fabrizio (del 17/07/2008 @ 10:30:11, in Italia, visitato 1162 volte)

Ricevo da Roberto Malini

Il governo non lo farà. Il ministero dell'Istruzione non lo farà. Ancora una volta, dobbiamo farlo noi, avvalendoci, grazie a internet, dei media liberi, dei portali e dei blog indipendenti, dei forum che si occupano di diritti umani. Dobbiamo fare scuola, contro l'imbarbarimento morale e civile del nostro Paese. E' necessario attivare programmi educativi che consentano alle nuove generazioni di conoscere la Storia, la cultura, la vita del popolo Rom, opponendo la verità alle calunnie discriminatorie portate avanti senza il minimo scrupolo da politici, autorità e media. La deriva razzista coinvolge ormai i giovanissimi, trascinati verso l'odio razziale dalla propaganda che leggono sui giornali e ascoltano in tv. Tornano attuali testi deliranti come il saggio "L'uomo delinquente" (1876) del razzista Cesare Lombroso, fondatore dell'antropologia criminale e propugnatore di bieche teorie relative a legami fra razza e crimine. Anticipando di sessant'anni gli scienziati della razza fascisti e nazisti, Lombroso pose ipotesi pseudoscientifiche a fondamento dell'odio razziale. Secondo lui, gli 'zingari' - "delinquenti antropologici" - possedevano "tutti i vizi e le passioni: l'oziosità, l'ignavia, l'amore per l'orgia, l'ira impetuosa, la ferocia e la vanità. Essi infatti assassinano facilmente a scopo di lucro. Le loro donne sono più abili nel furto e vi addestrano i loro bambini. (...) Hanno tendenze malvagie che ripetono la loro origine da una organizzazione fisica, psicologica diversa da quella dell'uomo normale". I movimenti razzisti italiani, che trovano esponenti, ormai, nelle più alte cariche istituzionali, seguono metodicamente (e diffondono presso i loro adepti) le teorie di Lombroso, finalizzate ad applicare all'interno dello Stato italiano azioni di prevenzione e di purga atte a risolvere la "questione zingara": arresti e condanne pretestuosi, sgomberi dagli insediamenti di fortuna, deportazione, sottrazione di minori ai genitori (persino i neonati Rom, ormai, vengono affidati, poche ore dopo il parto, a famiglie italiane o comunità, perché i genitori non hanno una casa), operazioni punitive; tutto per prevenire e combattere la riproduzione di un "popolo nato criminale". Evitando di perseguire i gruppi organizzati di razzisti - e gli agenti violenti - che attuano periodicamente azioni punitive nei confronti dei Rom, le Istituzioni incoraggiano tali organizzazioni. Non a caso negli ultimi due anni si sono verificati centinaia di casi di aggressione nei confronti di persone di etnia Rom, con numerose vittime, ma nessuno degli autori di tali crimini è mai stato identificato o punito. La censura attuata dai media, naturalmente, è un fattore critico di successo per la campagna razzista in corso in Italia. Per rendersi conto di quanto sia capillare il controllo delle Istituzioni sulla stampa italiana è sufficiente analizzare quanto spazio sia stato dato alla divulgazione della Risoluzione del Parlamento europeo sul censimento dei Rom in Italia, approvata il 10 luglio 2008: brevi note di agenzia, rari commenti e publicazioni di estratti del testo, nessun dibattito significativo, tanto che il popolo italiano non è praticamente a conoscenza di un documento fondamentale nella Storia dell'Unione europea. Al contrario, quotidiani, radio e televisioni hanno offerto il massimo risalto ai commenti del ministro dell'Interno, del primo ministro e di altri esponenti della destra al potere. E' una tattica che il partito nazionalsocialista utilizzava spesso, quando le sue politiche ricevevano critiche dall'esterno, per trasmettere al popolo la sensazione di essere guidati da un governo forte e autorevole, tanto forte da permettersi di snobbare o addirittura ridicolizzare l'Unione europea. Identico trattamento è stato riservato alle dichiarazioni dell'Alto commissario alle Nazioni unite per i diritti umani, che stigmatizzano la persecuzione dei Rom in Italia. Per osservare de visu gli orrori che l'Italia riserva alle famiglie Rom, la Commissione europea aveva deciso di inviare una delegazione, guidata da specialisti (in primis, i leader del Gruppo EveryOne). Ripetendo la mossa della Germania di Hitler - che nel 1941 invitò la Croce Rossa a visitare un campo di concentramento per verificare le condizioni di vita riservate agli ebrei deportati - il ministro Maroni ha preso tempo: l'indagine si farà a settembre e sarà lo steso governo italiano a decidere l'itinerario e a presentare gli insediamenti alla delegazione. I nazisti riuscirono a ingannare il mondo civile con la messinscena di Theresienstadt, il "ghetto modello" che mascherava la persecuzione e lo sterminio. Prima dell'ispezione, a Theresienstadt furono ridipinte le facciate delle case, pulite le strade, piantate aiuole fiorite, inaugurato un teatro musicale sulla piazza del mercato, colmate di prodotti di ogni genere le vetrine delle botteghe. Quindi si provvide a ridurre il sovraffollamento, trasferendo 7500 ebrei ad Auschwitz, verso le camere a gas. La Croce Rossa giudicò umano ed accogliente il ghetto boemo e i nazisti poterono continuare indisturbati ad attuare lo sterminio. L'idea del primo ministro (che ieri ha affermato che le schedature etniche dei bambini Rom servono a... proteggerli dai loro genitori degeneri) e del ministro dell'Interno ricalca quella dei carnefici di Hitler: sistemare un insediamento o due, dotandoli di acqua e servizi igienici, allontanare i Rom che potrebbero rendere dichiarazioni non gradite al governo, organizzare una festa zingara con canti e balli, quindi congedare con il più ampio e rassicurante dei sorrisi i commissari e i loro accompagnatori. Non si illudano i nuovi aguzzini: le cose non andranno così.


segue: Ripartono le schedature etniche

Il governo italiano ignora la Risoluzione del Parlamento europeo sul censimento dei Rom e le ammonizioni dell'Alto commissario ai Diritti Umani delle Nazioni unite e dichiara di voler procedere con la schedatura dei Rom, adulti e minori. "La minoranza Rom si è resa colpevole di reati che hanno colpito negativamente l'opinione pubblica e dunque è necessario procedere," ha commentato il ministro del'Interno. Secondo informazioni di buona attendibilità, un primo censimento sperimentale, con una nuova scheda che prevede rilievo impronte digitali (anche per i minori) foto segnaletiche di fronte e profilo, indicazione dell'etnia, ma non della religione, inizierà domani, 16 luglio, da alcuni dei più popolosi insediamenti abusivi sul Tevere. Ai Rom è stato detto - secondo una testimonianza - che se rifiuteranno la schedatura, saranno espulsi dall'Italia. Per evitare sit in e manifestazioni di protesta da parte degli antirazzisti, le schedature saranno effettuate senza preavviso.

Per informazioni:
Gruppo EveryOne
Tel: (+ 39) 334-8429527 - (+ 39) 331-3585406
www.everyonegroup.com :: info@everyonegroup.com

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Di Fabrizio (del 17/07/2008 @ 22:54:10, in Italia, visitato 2574 volte)

Da L'Unità

di Rachele Gonnelli - I riccioli biondi, gli occhialetti rettangolari un po' scesi sul naso, italiano perfetto con accento "padano". Quando Eva Rizzin si presenta - "sono sinta, piacere" - sindaci, assessori, giudici, assistenti sociali rimangono generalmente a bocca aperta per qualche secondo. È l'antitesi del paradigma che li vuole tutti "brutti, sporchi e ladri".

Trent'anni, laurea a Trieste in scienze politiche sul suo gruppo etnico - i sinti di origine tedesca - , master in geopolitica, quattro mesi di stage al Parlamento Europeo, lavora a Mantova all'osservatorio contro le discriminazioni finanziato da Comune e Provincia. E fa parte del consiglio direttivo della Federazione "Rom e Sinti Insieme", una nuova organizzazione che raggruppa 22 associazioni di diverse comunità di rom e sinti, appunto, che si pone il problema di una nuova interlocuzione con le istituzioni, più fondata sulla partecipazione e la rivendicazione dei diritti finora negati che sulla gestione, un po' magmatica, dell'esistente. "Finora - spiega lei - in Italia non si sa bene come siano stati impiegati i fondi, a parte per la bonifica dei campi, ma tutti gli interventi che ci sono stati avevano comunque un approccio assistenzialista. Lavorando a Bruxelles e avendo modo di confrontare realtà diverse, dove l'integrazione funziona, è chiaro invece che a determinare l'efficacia dei progetti è sempre la responsabilizzazione".

Responsabilità. Per molti il problema è quello della legalità.

"La nostra realtà è molto eterogenea. Ci sono i rom che sono arrivati in Italia intorno al XIV secolo e sono italiani, con cognomi italiani, e votano, come il nostro presidente Nazareno Guarnieri. E ci sono moltissimi che, arrivati bambini durante la guerra nella ex Jugoslavia, vivono qui da decenni senza documenti, senza permesso di soggiorno o asilo, senza neanche la possibilità di richiederlo perché magari l'atto di nascita è andato perso o distrutto con gli archivi dei paesi d'origine. Ci sono i sinti come quelli di Venezia - molti non vivono nei campi ma hanno casomai il problema del mutuo da pagare - e gli ultimi arrivati, dalla Romania o dal Kosovo.

È innegabile che ci sono anche ladri e persone che vivono nel sottobosco della malavita. Anche in Italia non si può negare che ci siano mafiosi e camorristi. Ma la responsabilità penale è personale, no? Non si può processare un intero popolo. Enfatizzare solo il lato negativo, appiattire i giudizi senza verificarli, generalizzando e cavalcando l'onda della paura e soprattutto di una campagna xenofoba costruita ad arte per trovare un capro espiatorio di fronte alle mancanze dello stato sociale, alla riduzione di servizi per tutti, come hanno fatto i mass media più influenti in Italia, è istigazione all'odio. Non è informazione o libertà di espressione, perché anche quella ha dei limiti e delle regole".

Si dice che gli zingari non lavorano e non mandano i figli a scuola.

"Trovare un lavoro è difficile per un italiano, figuriamoci per noi. Ci sono dei lavori tradizionali. Molti bosniaci, macedoni, serbi prima della guerra lavoravano come giostrai, musicisti, nei mercati dell'usato, nell'edilizia, anche nelle fabbriche. Ma è difficile riuscire a ricostruirsi una vita dignitosa quando sei continuamente soggetto a sgomberi forzati o ti rinchiudono in un campo nomadi. Anche l'accesso alla scuola - per noi fondamentale per migliorare le condizioni di chi oggi vive nei campi - non è così facile quando parti da una situazione di degrado. E poi spesso agli insegnanti basta togliere i bambini dalla strada, contenerli, e non hanno strumenti culturali per insegnare loro niente, così alla fine vengono solo umiliati e i genitori finiscono per non mandarceli più. Recentemente, nel '99, sono state riconosciute in Italia 12 nuove minoranze linguistiche ma noi no. Noi chiediamo che venga approvata la proposta di legge presentata il 2 luglio 2007. E il rispetto della Direttiva europea 2043 che stabilisce parità di trattamento delle persone al di là della loro appartenenza etnica".

l'assemblea della Federazione Rom e Sinti

Eppure per integrare i bambini nelle scuole sono stati fatti progetti, stanziati fondi. Anche a livello europeo, no?

"Strumenti anche finanziari ci sono, nel Fondo sociale europeo. Il presidente della Commissione Barroso lo ha ricordato. Il problema è la volontà politica e il sostegno popolare necessario agli amministratori per implementarli. In Europa, ma anche Toscana, con il progetto "città sottili" e la proposta di legge sulle decisioni partecipate, che stabilisce percorsi di confronto e partecipazione delle popolazioni locali, ci sono esempi di buona prassi. Certo se si vuole mandare a scuola i bambini rom non si può cominciare con il prendergli le impronte".

Ma adesso le prenderanno a tutti, nel 2010. Anche agli italiani.

"Sì, intanto però per prima cosa prendono le nostre, quelle dei bambini sinti e rom. Hanno anche detto che non si trattava di una schedatura ma di un censimento. E che lo facevano per noi, per aiutarci. Poi si sono resi conto di aver esagerato, di essere sotto i riflettori dell'Europa, e hanno cercato di correggere. Ma la sostanza di una politica discriminatoria e razzista non cambia. A Napoli tre giorni fa dalla Prefettura fatto girare un questionario in cui si doveva indicare l'appartenenza etnica e religiosa. Poi non ci si può meravigliare se le popolazioni insorgono, danno fuoco ai campi".

Pubblicato il: 17.07.08

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Di Fabrizio (del 18/07/2008 @ 08:55:24, in Italia, visitato 3157 volte)

Da Mundo_Gitano

INTERNACIONAL

RAPPORTO: L'Italia non è per i gitani
"Cara Europa..."
La bambina rumena Rebecca Covaciu resiste ad una vita di persecuzione e miseria. Un viaggio di tristezza da Arad a Milano, Ávila, Napoli ed ora Potenza

MIGUEL MORA - Potenza - 13/07/2008

Tutta la famiglia Covaciu, con Rebecca - CARLES RIBAS

Con i suoi 12 anni, Rebecca Covaciu - occhi grandi, denti bianchi, sorriso splendido - ha vissuto e visto così tante cose, che potrebbe scrivere, se scrivesse, un buon libro di memorie. Rebecca è rumena di etnia romaní, ed ha passato metà della sua vita per strada. Ha dormito in un furgone, in una capanna, per terra. Alcuni giorni ha mendicato con i suoi genitori in Spagna ed Italia. Altri giorni ha visto distruggere la sua baracca, è stata aggredita dalla polizia italiana, ha ascoltato sotto una coperta quando suo padre era picchiato per difenderla, ha visto bambini morire perché non avevano medicine, ha conosciuto la paura dei gitani che fuggivano da Ponticelli (Napoli) quando l'accampamento fu incendiato. Però Rebecca ha resistito. Ed ha commosso l'Italia con la sua storia. Una lettera in cui riassume il suo sogno: andare al collegio e che i suoi genitori abbiano un lavoro.

Con la su semplice lettera, intitolata "Cara Europa", ed una serie di disegni, I ratti e le stelle, innocenti e precari, però speciali come lei, ha dimostrato il suo talento. Rebecca, al posto di deprimersi con questa "vita di tristezza", ha gridato al mondo la sua storia dickensiana in prima persona, convertendola in un appello di giustizia e speranza. Ai suoi sogni privati di andare al collegio e che i suoi genitori abbiano un lavoro "per no chiedere l'elemosina", ne aggiunge un altro più grande: "che l'Europa aiuti i bambini che vivono per strada".

Ora , Rebecca è contenta. Da alcuni giorni vive, sogna e disegna in una piccola casa in campagna, situata vicino ad un paese della Basilicata, una regione montagnosa ed agricola, a 250 km. a sud di Napoli.

Cade la sera e la luce dell'antica Lucana romana è uno spettacolo. Rebecca e suo padre, Stelian, ricevono sorridenti sulla porta, sua madre Georgina prepara un caffè turco ed un dolce, e poi la bambina trae i disegni dalla sua cartella e li mostra. Lentamente, con orgoglio ma senza presunzione: "Degli alberi di colore, un angelo, una spiaggia italiana, dei bambini che fanno il bagno, un principe ed una principessa, una coppia di sposi (pure italiani), due farfalle, un mazzo di fiori, un collier di Versace, frutta, ancora frutta..."

Rebecca Covaciu, una  bambina rumena di 12 anni ed etnia romaní - CARLES RIBAS

Rebecca partì dalla sua città, Siria jud Arad, vicino a Timisoara, circa cinque anni fa, ora parla rumeno, romaní, italiano ed un poco di spagnolo. "Lo imparai ad Ávila quando vivevamo in Spagna, spiega in italiano: "Non avevamo casa e dormivamo nel furgone. Lì feci la terza elementare, mi ricordo molto dell'insegnante. Mi voleva molto bene, le piacevano i miei disegni".

La bambina è il capo della famiglia. E gran parte del suo futuro. A parte il suo talento per la pittura, riconosciuto il maggio scorso dall'Unicef quando ricevette a Genova il Premio Arte ed Intercultura Café Shakerato, Rebecca è dolce, educata e giudiziosa. Mentre parla a ruota libera, come un libro aperto, i suoi genitori, Stelian, di 43 anni, ex contadino e pastore evangelico, e Georgina, 37 anni, i suoi fratelli Samuel (17), Manuel (14) y Abel (9), e la moglie di Samuel, Lazania, incinta di 16 anni, la mirano con un misto di sorpresa e riverenza, come se fosse un'estranea. In un certo modo lo è.

I Covaciu arrivarono qui di notte. Venivano in treno, un lungo viaggio da Milano. Giorni prima, alcuni poliziotti avevano colpito Stelian con dei bastoni. "Mi minacciarono di tornare se li denunciavo", ricorda. Lo fece, e dovette fuggire.

Ora, mentre prova a superare il panico ed il dolore dei colpi, Stelian, un uomo che quando parla sembra sul punto di piangere, si dichiara "felice, grazie a Dio e a questi signori italiani tanto generosi che ci hanno lasciato la loro casa".

Si riferisce a G. e A., una coppia di media età che risiede a Potenza, il capoluogo di provincia. "Conosciamo la storia di Rebecca da Internet, e dalla notte al giorno abbiamo deciso di offrirle rifugio in questa casa che non usiamo", spiegano. In cambio , una firma di un contratto di affitto gratuito per un anno. G. e A. preferiscono non essere identificati. "Non vogliamo convertirci in un prototipo mediatico della famiglia italiana solidale". Però il loro altruismo ha restituito il sorriso alla prole di Stelian.

La famiglia da cinque anni non dormiva sotto un tetto vero. "A Siria jud Arad avevamo casa, ma non avevamo pane",  spiega Rebecca, "e mangiavamo con l'elemosina dei vicini. Invece, a Milano i miei genitori non trovavano lavoro", continua senza drammi, "ed anche lì dovevamo chiedere. Non potevamo andare a scuola perché non avevamo casa. Però ora mi han detto che potremo andarci".

Per poter accedere alla scuola, i Covaciu devono dimostrare un domicilio fisso ed essere registrati nel censimento municipale. Precisamente questa è una delle ragioni che ha invocato il Governo italiano per elaborare il polemico censimento della comunità romaní. Dei 140.000 gitani che vivono nel paese, la metà sono italiani e quasi un terzo sono rumeni. Ed il 50% sono minori. Molti di loro sono senza scolarizzazione.

Come altri compatrioti e fratelli di etnia, i Covaciu attraversarono col loro furgone l'Ungheria e l'Austria per arrivare a Milano compiendo il rito dell'effetto chiamata. Dopo alcuni mesi cercando fortuna, senza successo, decisero di tentare con la Spagna. "Un amico che viveva ad Ávila ci disse che aveva la casa, i documenti ed il lavoro, però arrivammo tardi. Mandammo i bambini  a scuola, però non trovavamo lavoro. Così andammo a Torrelavega, ci stemmo due mesi. Tornammo a Milano".

Georgina parla italiano, qualcosa di spagnolo ed un poco di francese. Ha vissuto anche in Germania. "Fu nel 1990, Samuel nacque lì. Stavamo bene, però dopo due anni nn ci pagarono il sussidio e ci mandarono in Romania. Anche se si definisce "metà rom e metà no", ha dieci denti d'oro."Costano solo 10 € l'uno!" si difende ridendo. "Ce li ha messi un medico di Siria di passaggio a Milano, ora sono di moda in Romania. L'unica che non vuole metterseli è Rebecca."

Al principio, a Milano, tutto andava più o meno bene, ricorda la ragazza: "Ci costruimmo una capanna con cartone e plastica sotto un ponte del Giambellino". Era un piccolo insediamento illegale dove vivevano altre cinque famiglie di Timisoara. "Per mangiare, chiedevamo al mercato degli antiquari. Solo un paio d'ore, perché i bimbi potessero mangiare", assicura la madre abbassando gli occhi. Come si vede in uno dei disegni di Rebecca, anche lei ha mendicato un "triste giorno"; suo fratello Manuel, che chiamano Ioni, suonava la fisarmonica.

Un anno fa, Roberto Malini, un dirigente di EveryOne, una giovane OnG per i diritti umani che segue circa 60 famiglie di origine gitana a Milano, incrociò la vita dei Covaciu. "Vidi un gruppo di gente che insultava un bambino gitano molto magro che li guardava terrorizzato mentre teneva in braccio un cane." Era Abel, il piccolino. "Lo accusavano di aver rubato il cane e volevano linciarlo. Tentammo di riportare la calma, e nel mentre arrivò sua madre con i documenti del cane. Lo avevano portato seco dalla Romania".

EveryOne si fece carico delle necessità basiche dei Covaciu quando iniziavano a capire che una parte del paese andava stancandosi dei gitani. "Noi abbiamo paura della polizia e facciamo paura agli italiani. E' così", dice Georgina.

Secondo l'ultimo Eurobarometro sulla discriminazione, gli italiani sono gli europei che, assieme ai cechi, si sentono più a disagio con i gitani. Un 47% degli intervistati in Italia afferma di non volere un romaní come vicino. La sensazione cresce in Europa, anche se la media di intolleranza nella UE dei 27 è la metà: un 24%.

La paura s'è installata in molta gente per lo meno da otto anni. Già nel 2000, prima delle ultime elezioni vinte da Silvio Berlusconi, la Lega Nord dell'attuale ministro degli Interni, Roberto Maroni, lanciò una furibonda campagna contro i romaní usando gli slogan uditi tante volte da quando nell'anno 1400 i gitani arrivarono in Occidente: violano ed assassinano le nostre donne, rapiscono i nostri bambini, rubano nelle case, non vogliono lavorare ne andare a scuola.

La litania non includeva dati che aiutassero a completare la fotografia. La speranza di vita dei gitani che vivono in Italia è di 35 anni. L'indice di mortalità infantile è 10 volte più alto di quelli dei bambini non gitani. L'ultimo rapimento di un bimbo per mano di un gitano fu registrato in Italia nel 1899.

"Scese la strategia dell'odio e diede molti voti alla Lega ed alla destra", ricorda Malini. "I gitani passarono dall'essere una molestia a convertirsi nel centro dell'emergenza sicuritaria. Ora, la consegna ufficiale è salvare i bimbi gitani dai ratti e dallo sfruttamento dei loro genitori. Per conseguire questo obiettivo tanto lodevole vale tutto: che la polizia li accusi, applicare ordinanze discriminatorie come quella delle impronte digitali, incluso sottrarre bambini alle famiglie accusandoli di mendicità o furto per portarli al Tribunale dei Minori. Abbiamo denunciato al Parlamento Europeo vari casi a Napoli, Rimini e Firenze. Chi ruba i bambini a chi?".

Un'altra opzione consiste nel demolire le baracche illegali e invitare gli abitanti a tornare nel loro paese. Il 24 aprile, il governatore della Lombardia inviò le scavatrici nel quartiere milanese del Giambellino con un gruppo di polizia anti sommossa. Il mini accampamento dove vivevano i Covaciu fu reso sgombero in un minuto. "Fu un'evacuazione brutale", ricorda Malini. "Li obbligarono ad uscire dalle baracche e li posero in fila a contemplare la distruzione". Rebecca: "Ci dissero che non potevamo raccogliere le nostre cose perché con il nuovo Governo non potevamo restare in Italia". I Covaciu e altre cinque famiglie persero tutto. "Restammo alcuni giorni dormendo nella Casa della Carità e Roberto ci mandò a Napoli", aggiunge.

Mentre il treno arrivava al sud, una turba organizzata dalla Camorra attaccava e bruciava gli accampamenti di Ponticelli, dove vivevano 700 persone. "Dormimmo in una scuola, c'erano molti rumeni", ricorda Rebecca. "Le donne raccontavano di aver avuto molta paura. Si avvicinava gente alle finestre e ci gridava: 'Fuori di qui, zingari, tornate al vostro paese!".

Nuovo ritorno a Milano, Rebecca continua a disegnare, il Governo annuncia le misure di emergenza rifiutate questa stessa settimana dal Parlamento Europeo. Oltre alle principesse e alle spiagge immaginate, la ragazza dipinge la sua vita reale. Ritratti di emarginazione, la diaspora, la mendicità. EveryOne li presenta al premio Unicef. Tra 150 candidati, Rebecca vince con I ratti e le stelle. "Prima disegnai Roberto, mi disse che ero un artista. Ne feci un altro, lo mise nella sua pagina web e mi diedero il premio e questa medaglia".

I media la convertono per un giorno nella "piccola Anna Frank del popolo gitano". I suoi disegni viaggiano all'esposizione collettiva Psiche e catene, inaugurata il Giorno dell'Olocausto a Napoli. E sono ricevuti come testimonianza contro la segregazione razziale nel Museo di Arte Contemporanea di Hilo delle Hawai.

Dopola fama effimera, i Covaciu installano la loro tenda nella zona di San Cristoforo. Una mattina, dieci giorni fa, arrivano degli uomini alla tenda e, senza dire parola, iniziano a picchiare Ioni e Rebecca. Il padre tenta di difenderli e anche lui le prende. L'OnG decide di raccontarlo alla stampa. Due auto della polizia arrivano sul posto. "Erano gli stessi del giorno prima, ma questa volta portavano l'uniforme", dice Rebecca. "Mi misi nella tenda è mi coprii con la coperta, i poliziotti presero papà ed iniziarono a picchiarlo. Lo sentivo gridare molto forte".

"Trauma cranico per aggressione". Questo dice il referto medico, che il pastore evangelico ricevette al pronto soccorso. Lì  lo visitarono altri poliziotti. Il messaggio era chiaro: "Se denunci, torneremo". Covaciu decide di denunciare. Questo suppone andarsene dalla città, allontanarsi, nascondersi. Qui appare la coppia di Potenza. "Quando lo Stato maltratta così la gente, quel che segue è che cresce la solidarietà", medita il signor G.

I Covaciu arrivarono di notte a questa preziosa zona d'Italia. A soli due km. c'è un paese tranquillo, una scuola rurale ed un curato, don Michele. "La storia dei Covaciu prova che non abbiamo una politica d'integrazione", spiega. "Tutto dipende dal volontariato della gente. Come la Bibbia è una storia di emigrazione, Dio non ha paura".

Rebecca si congeda regalando disegni a tutti.

- Che farai da grande?

- Voglio curare i bambini poveri e fare la pittrice.

- E credi che in Europa ci sia razzismo?

- Che significa razzismo?

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Di Fabrizio (del 18/07/2008 @ 09:43:40, in media, visitato 1297 volte)

Ricevo da Union Romani

QUANDO I PRETESI INTELLETTUALI SI CONVERTONO IN AGENTI ATTIVI DELLA REPRESSIONE RAZZISTA

Sappiamo che il nostro lamento odierno susciterà polemica. Sappiamo che altre voci si leveranno per dirci che siamo contro gli intellettuali perché dicono cose che non ci piacciono, inclusi quanti dall'alto della loro pretesa cattedra, spacciando dottrina di gitanità perché grazie ai gitani hanno un nome e grazie alla generosità dell'Amministrazione raccontano ai media per realizzare i loro studi reiterati e tendenziosi, dirà che noi, i gitani, siamo contro la libertà d'espressione o contro il sacro principio della libertà di cattedra. Non si confondano. Non siamo contro la libertà d'espressione - senza cui non è possibile la democrazia - ed al contrario apprezziamo gli intellettuali ed i ricercatori che con vero spirito scientifico e generosità verso la nostra causa dedicano tempi e sforzi, generalmente mal pagati, a lottare contro stereotipi e dicerie che da sempre pesano su di noi.

Detto questo, dobbiamo manifestare la nostra ripulsa più forte all'informazione divulgata dall'Università di Granada, estratta dallo studio realizzato sotto la direzione di un gran gitanologo, autore di infiniti articoli sul popolo gitano, direttore di numerosi studi sulla comunità gitana andalusa, esperto nella conoscenza dei comportamenti sessuali delle donne gitane quando si dispongono a contrarre matrimonio, e persona amata ed ammirata dalle donne dirigenti dell'associazionismo gitano in Andalusia e specialmente a Granada.

Quello che è certo è che i mezzi di comunicazione di tutta la Spagna han fatto da eco al più rilevante di questo studio. Davanti alla vista abbiamo questi titoli:

  • "OTTO DI OGNI DIECI STUDENTI VEDE I GITANI COME LADRI".
  • "I BAMBINI CREDONO CHE I LORO COMPAGNI DI QUESTA ETNIA SIANO VIOLENTI O BUGIARDI".
  • "L'82% DEI BAMBINI CHE CONVIVONO CON I GITANI LI CONSIDERANO LADRI".
  • "L'82,1% DEI BAMBINI TRA GLI 11 E I 14 ANNI CHE CONVIVONO CON LORO IN CLASSE CONSIDERA CHE I GITANI SONO LADRI E MALFATTORI".
  • "I BAMBINI CHE CONVIVONO CON I GITANI LI CONSIDERANO LADRI".
  • IL 65,4 DEI BAMBINI  CHE VIVONO NELLA CITTA' CONSIDERA I GITANI COME MALVAGI"...

A partire da qui che ognuno tragga le sue conclusioni. Come hanno agito male sinora i gitani e le gitane compromessi con la lotta per la difesa degli interessi del nostro popolo! Per qualcuno, un risultato come questo, dopo 30 anni di vita democratica in Spagna, può solo dar credito alle idee di chi dice che "i gitani non hanno rimedio, che siamo asociali e fa bene Berlusconi ad identificare i bambini gitani perché nessuno abbia il minimo dubbio di dove siano i piccoli ladri di oggi e potenziali delinquenti e assassini di domani".

Dov'è, ci chiediamo, il limite - se esiste - nella divulgazione di informazioni simili, pretese scientifiche, avvallate dal nome di una università che ha quasi 500 anni e che gode del prestigio di essere una delle università più importanti d'Europa? Cosa ha guadagnato l'Università di Granada ottenendo che il DIARIO DE LEÓN, per citare uno dei più letti in Andalusia, titoli la propria informazione dicendo che "I BIMBI CHE CONVIVONO CON I GITANI LI CONSIDERANO LADRI"?

Noi, dall'Unión Romaní di Andalusia, abbiamo dati che differiscono radicalmente da quelli offerti in questo studio. Noi, che abbiamo fatto uno studio ad Atarfe, Chauchina, Fuente Vaqueros, Granada, Guadix, Loja e Pinos Puente, diciamo che il rifiuto di cui soffrono i bimbi gitani nella scuola è solo dell'11,36% in questi centri e del 12,30% nel totale dell'Andalusia.

Tutti gli studiosi seri sono d'accordo nell'affermare che "La verità nella scienza non solo non è assoluta, ma non è nemmeno (né può essere) permanente". Però questo non vale, per ciò che si vede, per gli autori dello studio. Occorre seguire mantenendo gli stereotipi, anche quando li si addolcisce dicendo - come no! - che il 20% dei bambini intervistati considerano che i gitani "siano allegri". Anche i nazisti la pensavano così. Una delle prime cose che fece il professor Josef Mengele, medico e assassino che fece esperimenti con i bambini gitani incarcerati nel campo di sterminio di Auschwitz, fu creare un'orchestra gitana. Chiaro, noi gitani siamo tanto allegri...!

Noi, gitani e gitane impegnati a cambiare le relazioni di confronto che durante tanti anni hanno marcato "payos" e gitani, reclamiamo l'imperativo dell'etica anche nel campo della scienza. Sappiamo che "l'etica dello scienziato non è differente dall'etica del politico o del giornalista, non è ne più colpevole ne più innocente di tutti gli altri, - dicono con successo alcuni teorici - perché la sua etica non dipende dalla sua attività professionale ma dalla sua partecipazione alla vita della società come qualsiasi altro essere umano".

Dalla prestigiosa Università di Granada qualcuno ha voluto renderci le cose più difficili. Non sappiamo realmente a favore di quale ideologia o progetto remi. Il governo italiano pagherebbe molto di più un'inchiesta come questa di quanto abbiano potuto fare le autorità accademiche o politiche andaluse.

A noi, gitani e gitane di Andalusia, di Spagna e del mondo solo resta da lamentarci, una volta di più, assieme ad un altro scienziato, questo sì di maggior peso, che mai avrebbe pubblicato i dati di questo studio: E' più difficile disintegrare un atomo che un pregiudizio. (Albert Einstein)

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