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"Cara Europa..."
Di Fabrizio (del 18/07/2008 @ 08:55:24, in Italia, visitato 467 volte)

Da Mundo_Gitano

INTERNACIONAL

RAPPORTO: L'Italia non è per i gitani
"Cara Europa..."
La bambina rumena Rebecca Covaciu resiste ad una vita di persecuzione e miseria. Un viaggio di tristezza da Arad a Milano, Ávila, Napoli ed ora Potenza

MIGUEL MORA - Potenza - 13/07/2008

Tutta la famiglia Covaciu, con Rebecca - CARLES RIBAS

Con i suoi 12 anni, Rebecca Covaciu - occhi grandi, denti bianchi, sorriso splendido - ha vissuto e visto così tante cose, che potrebbe scrivere, se scrivesse, un buon libro di memorie. Rebecca è rumena di etnia romaní, ed ha passato metà della sua vita per strada. Ha dormito in un furgone, in una capanna, per terra. Alcuni giorni ha mendicato con i suoi genitori in Spagna ed Italia. Altri giorni ha visto distruggere la sua baracca, è stata aggredita dalla polizia italiana, ha ascoltato sotto una coperta quando suo padre era picchiato per difenderla, ha visto bambini morire perché non avevano medicine, ha conosciuto la paura dei gitani che fuggivano da Ponticelli (Napoli) quando l'accampamento fu incendiato. Però Rebecca ha resistito. Ed ha commosso l'Italia con la sua storia. Una lettera in cui riassume il suo sogno: andare al collegio e che i suoi genitori abbiano un lavoro.

Con la su semplice lettera, intitolata "Cara Europa", ed una serie di disegni, I ratti e le stelle, innocenti e precari, però speciali come lei, ha dimostrato il suo talento. Rebecca, al posto di deprimersi con questa "vita di tristezza", ha gridato al mondo la sua storia dickensiana in prima persona, convertendola in un appello di giustizia e speranza. Ai suoi sogni privati di andare al collegio e che i suoi genitori abbiano un lavoro "per no chiedere l'elemosina", ne aggiunge un altro più grande: "che l'Europa aiuti i bambini che vivono per strada".

Ora , Rebecca è contenta. Da alcuni giorni vive, sogna e disegna in una piccola casa in campagna, situata vicino ad un paese della Basilicata, una regione montagnosa ed agricola, a 250 km. a sud di Napoli.

Cade la sera e la luce dell'antica Lucana romana è uno spettacolo. Rebecca e suo padre, Stelian, ricevono sorridenti sulla porta, sua madre Georgina prepara un caffè turco ed un dolce, e poi la bambina trae i disegni dalla sua cartella e li mostra. Lentamente, con orgoglio ma senza presunzione: "Degli alberi di colore, un angelo, una spiaggia italiana, dei bambini che fanno il bagno, un principe ed una principessa, una coppia di sposi (pure italiani), due farfalle, un mazzo di fiori, un collier di Versace, frutta, ancora frutta..."

Rebecca Covaciu, una  bambina rumena di 12 anni ed etnia romaní - CARLES RIBAS

Rebecca partì dalla sua città, Siria jud Arad, vicino a Timisoara, circa cinque anni fa, ora parla rumeno, romaní, italiano ed un poco di spagnolo. "Lo imparai ad Ávila quando vivevamo in Spagna, spiega in italiano: "Non avevamo casa e dormivamo nel furgone. Lì feci la terza elementare, mi ricordo molto dell'insegnante. Mi voleva molto bene, le piacevano i miei disegni".

La bambina è il capo della famiglia. E gran parte del suo futuro. A parte il suo talento per la pittura, riconosciuto il maggio scorso dall'Unicef quando ricevette a Genova il Premio Arte ed Intercultura Café Shakerato, Rebecca è dolce, educata e giudiziosa. Mentre parla a ruota libera, come un libro aperto, i suoi genitori, Stelian, di 43 anni, ex contadino e pastore evangelico, e Georgina, 37 anni, i suoi fratelli Samuel (17), Manuel (14) y Abel (9), e la moglie di Samuel, Lazania, incinta di 16 anni, la mirano con un misto di sorpresa e riverenza, come se fosse un'estranea. In un certo modo lo è.

I Covaciu arrivarono qui di notte. Venivano in treno, un lungo viaggio da Milano. Giorni prima, alcuni poliziotti avevano colpito Stelian con dei bastoni. "Mi minacciarono di tornare se li denunciavo", ricorda. Lo fece, e dovette fuggire.

Ora, mentre prova a superare il panico ed il dolore dei colpi, Stelian, un uomo che quando parla sembra sul punto di piangere, si dichiara "felice, grazie a Dio e a questi signori italiani tanto generosi che ci hanno lasciato la loro casa".

Si riferisce a G. e A., una coppia di media età che risiede a Potenza, il capoluogo di provincia. "Conosciamo la storia di Rebecca da Internet, e dalla notte al giorno abbiamo deciso di offrirle rifugio in questa casa che non usiamo", spiegano. In cambio , una firma di un contratto di affitto gratuito per un anno. G. e A. preferiscono non essere identificati. "Non vogliamo convertirci in un prototipo mediatico della famiglia italiana solidale". Però il loro altruismo ha restituito il sorriso alla prole di Stelian.

La famiglia da cinque anni non dormiva sotto un tetto vero. "A Siria jud Arad avevamo casa, ma non avevamo pane",  spiega Rebecca, "e mangiavamo con l'elemosina dei vicini. Invece, a Milano i miei genitori non trovavano lavoro", continua senza drammi, "ed anche lì dovevamo chiedere. Non potevamo andare a scuola perché non avevamo casa. Però ora mi han detto che potremo andarci".

Per poter accedere alla scuola, i Covaciu devono dimostrare un domicilio fisso ed essere registrati nel censimento municipale. Precisamente questa è una delle ragioni che ha invocato il Governo italiano per elaborare il polemico censimento della comunità romaní. Dei 140.000 gitani che vivono nel paese, la metà sono italiani e quasi un terzo sono rumeni. Ed il 50% sono minori. Molti di loro sono senza scolarizzazione.

Come altri compatrioti e fratelli di etnia, i Covaciu attraversarono col loro furgone l'Ungheria e l'Austria per arrivare a Milano compiendo il rito dell'effetto chiamata. Dopo alcuni mesi cercando fortuna, senza successo, decisero di tentare con la Spagna. "Un amico che viveva ad Ávila ci disse che aveva la casa, i documenti ed il lavoro, però arrivammo tardi. Mandammo i bambini  a scuola, però non trovavamo lavoro. Così andammo a Torrelavega, ci stemmo due mesi. Tornammo a Milano".

Georgina parla italiano, qualcosa di spagnolo ed un poco di francese. Ha vissuto anche in Germania. "Fu nel 1990, Samuel nacque lì. Stavamo bene, però dopo due anni nn ci pagarono il sussidio e ci mandarono in Romania. Anche se si definisce "metà rom e metà no", ha dieci denti d'oro."Costano solo 10 € l'uno!" si difende ridendo. "Ce li ha messi un medico di Siria di passaggio a Milano, ora sono di moda in Romania. L'unica che non vuole metterseli è Rebecca."

Al principio, a Milano, tutto andava più o meno bene, ricorda la ragazza: "Ci costruimmo una capanna con cartone e plastica sotto un ponte del Giambellino". Era un piccolo insediamento illegale dove vivevano altre cinque famiglie di Timisoara. "Per mangiare, chiedevamo al mercato degli antiquari. Solo un paio d'ore, perché i bimbi potessero mangiare", assicura la madre abbassando gli occhi. Come si vede in uno dei disegni di Rebecca, anche lei ha mendicato un "triste giorno"; suo fratello Manuel, che chiamano Ioni, suonava la fisarmonica.

Un anno fa, Roberto Malini, un dirigente di EveryOne, una giovane OnG per i diritti umani che segue circa 60 famiglie di origine gitana a Milano, incrociò la vita dei Covaciu. "Vidi un gruppo di gente che insultava un bambino gitano molto magro che li guardava terrorizzato mentre teneva in braccio un cane." Era Abel, il piccolino. "Lo accusavano di aver rubato il cane e volevano linciarlo. Tentammo di riportare la calma, e nel mentre arrivò sua madre con i documenti del cane. Lo avevano portato seco dalla Romania".

EveryOne si fece carico delle necessità basiche dei Covaciu quando iniziavano a capire che una parte del paese andava stancandosi dei gitani. "Noi abbiamo paura della polizia e facciamo paura agli italiani. E' così", dice Georgina.

Secondo l'ultimo Eurobarometro sulla discriminazione, gli italiani sono gli europei che, assieme ai cechi, si sentono più a disagio con i gitani. Un 47% degli intervistati in Italia afferma di non volere un romaní come vicino. La sensazione cresce in Europa, anche se la media di intolleranza nella UE dei 27 è la metà: un 24%.

La paura s'è installata in molta gente per lo meno da otto anni. Già nel 2000, prima delle ultime elezioni vinte da Silvio Berlusconi, la Lega Nord dell'attuale ministro degli Interni, Roberto Maroni, lanciò una furibonda campagna contro i romaní usando gli slogan uditi tante volte da quando nell'anno 1400 i gitani arrivarono in Occidente: violano ed assassinano le nostre donne, rapiscono i nostri bambini, rubano nelle case, non vogliono lavorare ne andare a scuola.

La litania non includeva dati che aiutassero a completare la fotografia. La speranza di vita dei gitani che vivono in Italia è di 35 anni. L'indice di mortalità infantile è 10 volte più alto di quelli dei bambini non gitani. L'ultimo rapimento di un bimbo per mano di un gitano fu registrato in Italia nel 1899.

"Scese la strategia dell'odio e diede molti voti alla Lega ed alla destra", ricorda Malini. "I gitani passarono dall'essere una molestia a convertirsi nel centro dell'emergenza sicuritaria. Ora, la consegna ufficiale è salvare i bimbi gitani dai ratti e dallo sfruttamento dei loro genitori. Per conseguire questo obiettivo tanto lodevole vale tutto: che la polizia li accusi, applicare ordinanze discriminatorie come quella delle impronte digitali, incluso sottrarre bambini alle famiglie accusandoli di mendicità o furto per portarli al Tribunale dei Minori. Abbiamo denunciato al Parlamento Europeo vari casi a Napoli, Rimini e Firenze. Chi ruba i bambini a chi?".

Un'altra opzione consiste nel demolire le baracche illegali e invitare gli abitanti a tornare nel loro paese. Il 24 aprile, il governatore della Lombardia inviò le scavatrici nel quartiere milanese del Giambellino con un gruppo di polizia anti sommossa. Il mini accampamento dove vivevano i Covaciu fu reso sgombero in un minuto. "Fu un'evacuazione brutale", ricorda Malini. "Li obbligarono ad uscire dalle baracche e li posero in fila a contemplare la distruzione". Rebecca: "Ci dissero che non potevamo raccogliere le nostre cose perché con il nuovo Governo non potevamo restare in Italia". I Covaciu e altre cinque famiglie persero tutto. "Restammo alcuni giorni dormendo nella Casa della Carità e Roberto ci mandò a Napoli", aggiunge.

Mentre il treno arrivava al sud, una turba organizzata dalla Camorra attaccava e bruciava gli accampamenti di Ponticelli, dove vivevano 700 persone. "Dormimmo in una scuola, c'erano molti rumeni", ricorda Rebecca. "Le donne raccontavano di aver avuto molta paura. Si avvicinava gente alle finestre e ci gridava: 'Fuori di qui, zingari, tornate al vostro paese!".

Nuovo ritorno a Milano, Rebecca continua a disegnare, il Governo annuncia le misure di emergenza rifiutate questa stessa settimana dal Parlamento Europeo. Oltre alle principesse e alle spiagge immaginate, la ragazza dipinge la sua vita reale. Ritratti di emarginazione, la diaspora, la mendicità. EveryOne li presenta al premio Unicef. Tra 150 candidati, Rebecca vince con I ratti e le stelle. "Prima disegnai Roberto, mi disse che ero un artista. Ne feci un altro, lo mise nella sua pagina web e mi diedero il premio e questa medaglia".

I media la convertono per un giorno nella "piccola Anna Frank del popolo gitano". I suoi disegni viaggiano all'esposizione collettiva Psiche e catene, inaugurata il Giorno dell'Olocausto a Napoli. E sono ricevuti come testimonianza contro la segregazione razziale nel Museo di Arte Contemporanea di Hilo delle Hawai.

Dopola fama effimera, i Covaciu installano la loro tenda nella zona di San Cristoforo. Una mattina, dieci giorni fa, arrivano degli uomini alla tenda e, senza dire parola, iniziano a picchiare Ioni e Rebecca. Il padre tenta di difenderli e anche lui le prende. L'OnG decide di raccontarlo alla stampa. Due auto della polizia arrivano sul posto. "Erano gli stessi del giorno prima, ma questa volta portavano l'uniforme", dice Rebecca. "Mi misi nella tenda è mi coprii con la coperta, i poliziotti presero papà ed iniziarono a picchiarlo. Lo sentivo gridare molto forte".

"Trauma cranico per aggressione". Questo dice il referto medico, che il pastore evangelico ricevette al pronto soccorso. Lì  lo visitarono altri poliziotti. Il messaggio era chiaro: "Se denunci, torneremo". Covaciu decide di denunciare. Questo suppone andarsene dalla città, allontanarsi, nascondersi. Qui appare la coppia di Potenza. "Quando lo Stato maltratta così la gente, quel che segue è che cresce la solidarietà", medita il signor G.

I Covaciu arrivarono di notte a questa preziosa zona d'Italia. A soli due km. c'è un paese tranquillo, una scuola rurale ed un curato, don Michele. "La storia dei Covaciu prova che non abbiamo una politica d'integrazione", spiega. "Tutto dipende dal volontariato della gente. Come la Bibbia è una storia di emigrazione, Dio non ha paura".

Rebecca si congeda regalando disegni a tutti.

- Che farai da grande?

- Voglio curare i bambini poveri e fare la pittrice.

- E credi che in Europa ci sia razzismo?

- Che significa razzismo?

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