Rom e Sinti da tutto il mondo

Ma che ci fa quell'orologio?
L'ora si puo' vedere dovunque, persino sul desktop.
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La redazione
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Fabrizio (del 25/02/2011 @ 09:33:50, in lavoro, visitato 1563 volte)

Vintila (o Ventila), vecchia conoscenza per i lettori della Mahalla, ha fatto capolino tra le pagine del Giornale. Cosa avrà mai combinato?

di Maria Sorbi

Nomade, 56 anni, moglie e 5 figli: la sua specialità è fare la ronda lungo i cantieri della metropolitana milanese Risultato: i blitz per rubare rame sono cessati. E così l’assessore provinciale alle Infrastrutture lo ha assunto

Milano Vintila si macina 30 chilometri a piedi ogni notte lungo le rotaie della metropolitana di Milano. «Lo faccio per controllare che i rom non rubino il rame» racconta. Ma anche lui è rom e, a sentire la sua storia, vien da sorridere. Un rom schierato contro i rom.
Il suo vero nome è Marin Costantin, ma si fa chiamare Vintila. «No, non vuol dire nulla, è un soprannome, mi piace e basta» ci spiega. Arriva da uno dei campi nomadi più difficili della città, il Triboniano, ed è stato assunto per fare il guardiano notturno durante i cantieri per il prolungamento fino ad Assago della linea verde. In quella zona i furti di rame da parte dei nomadi sono all’ordine del giorno e i tecnici non fanno a tempo a posare qualche cavo che, zac, nel giro di poche ore è già sparito tutto.

E chi meglio un nomade per tenere d’occhio le imboscate rom? Chi ne conosce meglio le tecniche e le abitudini? Ecco allora che per Vintila è arrivato un contratto di lavoro. Lui, 56 anni, moglie e cinque figli, si era già messo in luce come portavoce della comunità rom e in passato, soprattutto dopo lo sgombero come quello del campo nomadi di via Capo Rizzuto, gli era perfino capitato di sedere ai tavoli delle politici locali per tentare un accordo. Il suo nome tra le istituzioni gira da un po’ di tempo. Finché un giorno l’assessore alle Infrastrutture della Provincia di Milano, Giovanni De Nicola, durante un sopralluogo ai cantieri del metrò, si rende conto che i furti di rame rallentano l’avanzamento dei lavori. E lancia l’idea: «Perché non ingaggiamo Vintila?». Detto fatto.

Marin Costantin firma il contratto per quello che chiama «il lavoretto». «Mi hanno rinnovato il contratto di mese in mese» racconta e ci tiene a dire che lui è «uno a posto», «uno che ha la partita iva», che «paga i contributi» e che in vent’anni in Italia non ha ricevuto nemmeno una denuncia.
Nelle sue ronde notturne, avanti e indietro lungo i 4 chilometri di rotaie, si è perfino imbattuto in qualche vicino di roulotte che se l’è data a gambe non appena l’ha visto. «Non ho paura - racconta - ma per le emergenze sono armato». La sua arma è una fionda e in tasca ha anche qualche bullone da usare come proiettile.

Ma fortunatamente non ne ha mai avuto bisogno: Vintila mette tutti in fuga. «Non si avvicinano nemmeno, sanno che potrei riconoscerli». Lui, rom controcorrente, ha preso la sua mission seriamente e non ha saltato una notte di lavoro. Ora che i cantieri sono finiti e il metrò di Assago è entrato in funzione, Vintila si cercherà un altro «lavoretto». «Sono bravo io, trovo lavoro subito». Intanto il suo nome è stato pronunciato al microfono dall’assessore De Nicola durante il taglio del nastro della nuova tratta metropolitana. E non capita spesso che un politico ringrazi pubblicamente un rom al microfono.

«Ho voluto citare anche Vintila tra le persone da ringraziare - spiega De Nicola - perché ha lavorato bene e da quando c’è lui i furti sono davvero calati. È stato bravo e serio».
E ora che il suo compito è finito, cosa farà Vintila? L’elemosina? «No, per carità, si fa più fatica a fare quello che a lavorare» scherza lui. «Magari mi trasferirò a Genova, o a Napoli o forse resterò qui, dipende da dove troverò un lavoretto». Quel che è certo è che Vintila e la sua famiglia si sentono ormai italianissimi. «Voglio prendere la pensione in Italia - dice lui con voce ferma - e non ho accettato i 15mila euro che il Comune di Milano dà ai nomadi che se ne tornano a casa. Sono regolare e lavoro».

Non solo. Vintila, da capo rom che sa il fatto suo, cerca di convertire la sua comunità a una vita più onesta e integrata. Ha imposto a sua figlia di smetterla di stare ai semafori a chiedere l’elemosina e ora lei lavora in un bar. E ha più volte detto agli zingari del suo campo: «Comportatevi bene, provateci». Lui lo ha fatto e questo gli ha portato pure un contratto in regola.

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Di Fabrizio (del 25/02/2011 @ 09:25:33, in blog, visitato 1449 volte)

Da Roma_Daily_News

Il Fondo Educazione Rom REF ha annunciato che il suo nuovo sito web è pronto ed in funzione. Il sito è stato ridisegnato e ristrutturato per essere più intuitivo. Uno degli obiettivi di REF è di fare informazione sull'istruzione rom, che sia facilmente accessibile e disponibile

Read more on http://www.romaeducationfund.hu/news/ref/news-and-events/refs-new-website

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Di Fabrizio (del 25/02/2011 @ 09:03:07, in Europa, visitato 1629 volte)

Da Roma_ex_Yugoslavia

Cafebabel.com Konik: vita nel più grande campo profughi nei Balcani

(Image: ©Simon Chang/ simon.chinito.com/)

Le case di questo importante campo rifugiati a Podgorica di Rom fuggiti dal Kosovo, sono state definite da The Guardian come "una cima di spazzatura puzzolente". Eppure i giovani ambiziosi che vivono là sono futuri maestri di hip-hop e padroni del loro destino By Emmanuel Haddad

15/02/11 - Siamo in Bratstva i jedinstva 4, un edificio fatiscente situato in un grande viale in Montenegro. La porta si apre e Dijana Uljarevic, incaricata dei programmi del Forum MNE (forum sull'educazione informale giovanile), ci accoglie in un ufficio un po' disordinato, un mix di giochi per bambini, computer e poster di concerti.

Queste case spesso vanno in fiamme

Konik è il più grande campo profughi nei Balcani, di cui pochi conoscono l'esistenza, secondo un articolo del 2009 di The Guardian. Lì vivono oltre 2.000 Rom in baracche di fortuna costruite con scarti di legno, latta ed altri materiali. Queste case spesso vanno in fiamme e, nei giorni di neve come oggi, al freddo e a perdite dai soffitti. Basta andare in case che sono cumuli di spazzatura puzzolente per i rifugiati del Kosovo dimenticati in un angolo, come suggerito dal titolo del giornale britannico. Enorme, specialmente dopo che la simpatia per i Rom è considerevolmente aumentata in Francia, a seguito della politica governativa di espulsione di massa dei Rom dai campi.

"Insegno loro a non vergognarsi"

Pavle Calasan | Il più grande centro commerciale con le foto di Konik

Speriamo di scattare fotografie nello stile di quelle del giovane fotografo montenegrino Pavle Casalan, che vengono esposte in un centro commerciale in città. Poco prima della nostra partenza arriva Osman Mustafaj. E' normale che gli ex partecipanti del progetto si fermino. "Non siamo spesso consapevoli dei progressi raggiunti da un progetto che opera con la gioventù," nota Dijana. "Spesso è quando tornano e ci dicono di aver trovato un lavoro che capiamo quanto ha operato".

Osman è un ragazzo di bell'aspetto, con un sorriso raggiante. Trent'anni, è arrivato dal Kosovo che ne aveva dodici, e non si è mai guardato indietro. La sua casa è qui. Le sue radici in MNE sono così forti che ne è diventato un membro attivo e sta pensando di fondare una propria OnG, "Coinvolgere la gioventù rom, ascali ed egizia nei Balcani" (UM RAE, Ukljuciti mlade Romi Aškalije Egipćani). Vuole far crescere la consapevolezza ed ascoltando Dijana, capisci da dove l'ha presa. "La cosa più importante è il dialogo" dice la giovane mente di MNE. "La comunità internazionale, che sovvenziona la maggior parte delle nostre attività - il governo montenegrino essendo per lo più assente - fornisce cibo ed altri beni, ma questo da solo non è sufficiente a sviluppare la capacità dei giovani. Ecco perché siamo qui. Per aiutare a tratteggiare le capacità degli individui, le loro capacità comunicative, i talenti e così via." Questo si realizza attraverso attività, ed è qui che intervengono Osman e altri educatori. Vividamente racconta il primo set di karaoke da lui organizzato nel campo rifugiati, la prima partita di calcio o quando i bambini sono scesi in centro città per mostrare la loro abilità nella breakdance. "Insegno loro a non vergognarsi di ciò che sono," sorride. "Alla loro età, ho sofferto la discriminazione..."

Hip-hop o piccola criminalità

E' difficile tracciare semplicemente un ritratto delle vittime o lamentare lo stato dei dintorni, anche se ci sono tutti gli ingredienti. "Nel 2003, il 61,3% della popolazione rom non aveva istruzione; il 21,3% non aveva terminato la scuola primaria. Solo il 9,2% l'ha terminata e ci sono solo sei Rom iscritti all'università tra il 2004 e il 2005, di cui quattro hanno abbandonato," osservano Sofia Söderlund e Elin Wärnelid in uno studio del 2009 intitolato Hip-hop and the construction of group identity in a stigmatised area.

Barčić Record ed altri artisti di Konik | storie di successo del Forum MNE

Osman è ottimista, ad esempio sul laboratorio di responsabilizzazione sull'Aids. "Per molti partecipanti è la prima volta che sentono queste informazioni." Nella soddisfazione che segue il suo discorso "molti vanno a fare i test, perché la popolazione rom è la più pesantemente colpita dal virus." Il potenziale dei giovani che prendono parte alle attività del Forum MNE, ispira non solo rispetto ma anche ammirazione. Sulle pareti dell'ufficio sono appesi articoli di giornali dedicato ai Barčić Record, uno dei gruppi di hip-hop emersi da Konik. Tuttavia, nel loro studio sull'impatto positivo dell'hip-hop nella creazione dell'identità rom di Konik, Sofia Söderlund e Elin Wärnelid hanno raccolto storie esemplari sulla povertà nei campi uno e due, dove le famiglie dei rifugiati vivono una sull'altra, tra crimine, prostituzione e problemi di droga. Le origini dei problemi spesso nascono dalla stessa fonte, cioè la mancanza di istruzione. Con i dati del 2007 che mostravano un tasso di disoccupazione dell'82% tra i Rom in Montenegro, l'istruzione era diventata secondaria.

 Barčić Record, Boys in Da Hood e co | Come l'attenzione agli emarginati ha prevalso

Laggiù, la gente "normale"

I giovani rapper le cui voci si sentono nello studio menzionano il confine tra "loro" e la gente "normale"; tra il centro città e "noi". Qualcuno è risentito soprattutto perché sono cresciuti in Germania, prima di essere deportati qui nella periferia. "Non fanno entrare i Rom," ricorda Dijana di quando andò in un pub con giovani Rom e non-Rom. "Poi si sono scusati." E' un inizio.

  Giorno di neve a Podgorica | Giovani nel campo Konik uno

Mi dirigo verso il campo Konik uno, dove ho appuntamento con Osman. La donna che ci accompagna in macchina non sa come arrivarci. Si ferma a chiedere: nessuno lo sa. I bambini stanno giocando nella neve in sandali e si finisce a bere un caffè nel suo ufficio. E' accanto al campo, ma lei non c'era mai passata.

After Sarajevo, Montenegro. This article is part of the Orient Express 2010-2011, a series of articles carried out by cafebabel.com in the Balkans. Read our Orient Express Reporter manifesto to find out more

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Di Fabrizio (del 24/02/2011 @ 10:31:34, in scuola, visitato 1539 volte)

25 febbraio, ore 20.15
Auditorium Quintino di Vona - via Sacchini 34, 20131 Milano


Un'occasione per conoscere da dove nascono e come trovano forza nei secoli pregiudizi e persecuzioni della comunità Rom e Sinti

Dijana Pavlovic - attrice di origine Rom
scene da Rom Cabaret accompagnate al violino da George Moldoveanu

Paolo Finzi - giornalista, storico
Porrajmos: la Shoa zingara

Seminateci bene
documentario di E. Cucca, S. Fasullo, R. Midili e F. Picchi
(menzione speciale al film festival del documentario solidale "L'anello debole")
L'integrazione passa attraverso la scuola: lo mostrano tre scuole del quartiere di Lambrate (via Feltre, via Cima, via Pini)

Anna, Flaviana, Francesca, Garofiza
le mamme e maestre di Rubattino
Storie di bambini Rom a scuola

Stefano Pasta - Comunità di Sant'Egidio
Integrazione o segregazione?
Rapporti tra Rom e comunità cittadina

Una serata aperta a tutti, genitori, ragazzi e insegnanti
per conoscere, per capire e per non voltare lo sguardo

Associazione Genitori della Quintino di Vona
 

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Di Marylise Veillon (del 24/02/2011 @ 09:48:07, in Europa, visitato 1196 volte)

Da Roma_Francais

Nordéclair.fr par FLORENCE TRAULLE'

Documenti inediti tracciano nuovamente la storia delle deportazioni razziali commesse nel Nord Pas-de-Calais durante l'occupazione. Un lavoro di ricerche su iniziativa di amici della fondazione per la memoria della deportazione e del museo della resistenza di Bondues.

La più giovane aveva quattro settimane, il più anziano 81 anni. Arrestati nella regione, sono stati imbarcati a bordo del convoglio Z, partiti dal campo di transito belga di Malines, direzione senza ritorno: Auschwitz, Pologna. Era il 15 gennaio 1944. A bordo di questo treno, 351 persone, di cui quasi la metà bambini, ebrei ma anche tzigani. "Siamo l'unica regione di Francia nella quale ci sono state deportazioni di tzigani. Un triste privilegio..." constata Odile Louage, presidente degli Amici della Fondazione per la Memoria della Deportazione, e ugualmente presidente dell'associazione Ricordo della Resistenza e dei Fucilati del Forte di Bondues, la quale percorre nuovamente la storia di queste famiglie schiacciate dal sistema nazi.

47 TZIGANI ARRESTATI A ROUBAIX
Altrove, le famiglie tzigani sono rimaste nei campi installati sul territorio francese.
Perché il Nord Pas-de-Calais andò oltre nell'orrore? "Non lo sappiamo ancora" riconosce Monique Hennebaut, uno storico che si è chinata prima sulla storia della deportazione degli ebrei nel Douaisis prima di scoprire che gli zigani della zona erano stati assassinati nei campi della morte. Colpa dell'affiliazione del Nord Pas-de-Calais al commando tedesco? Può darsi.
Erano cestai, giostrai, stagionali, artisti del circo, musicisti... "La maggior parte parzialmente sedentarizzati" precisa Monique Heddebaut "e avevano quasi tutti lo stesso itinerario". Ha trovato la traccia di 47 zigani arrestati a Roubaix. Vivevano in via Edouard d'Anseele, via Pierre de Roubaix. C'era stata anche la famiglia Lagrenée (leggere pag. 3), arrestata a Pont-de-la-Deule nel Douaisis. Quindici deportati, solo tre sopravvissuti. Poi questa famiglia di Poix-du-Nord, giostrai ancora. "Un giorno, dopo una conferenza che avevo data sulla deportazione degli zigani della zona, un signore è venuto a vedermi, ricorda Monique Heddebaut. Era di Poix-du-Nord. Mi ha raccontato il ricordo di una roulotte che era rimasta sul ciglio della strada durante anni. Dopo la guerra, pensava che i suoi proprietari sarebbero venuti a riprenderla. Aveva finalmente capito perché era rimasta lì..."

UN SOLO MONUMENTO COMMEMORATIVO PER GLI ZIGANI DELLA ZONA
La deportazione degli tzigani della zona resta una macchia nera della nostra storia. E' sempre mal conosciuta e i lavori degli storici che hanno lavorato per l'esposizione virtuale presentata dal museo della resistenza di Bondues, colmano questa lacuna. E' rivelatore che, nella zona, un solo monumento commemorativo sia stato eretto per ricordarsi di questi zigani, allorché "ci sono 27 o 28 monumenti o targhe in memoria di ebrei o giusti" cifra Odile Louage. Niente a Roubaix per 57 persone arrestate. Possiamo meravigliarci.
A Malines, questo campo di raggruppamento in Belgio, tramite il quale sono transitati la maggior parte degli ebrei deportati, i sopravvissuti hanno fatto installare una targa per gli tzigani, loro fratelli di dolore e di sfortuna.
"Nella zona, abbiamo aiutato e nascosto dei bambini ebrei" ricorda Odile Louage, tra l'altro assistente di storia che ha insegnato fino ad andare in pensione in classi preparatorie al liceo Faid'herbe di Lille "ma non abbiamo fatto nulla per i bambini tzigani". La fondazione per la memoria della deportazione non fa nessuna esclusiva, nessuna distinzione nell'orrore: ebrei, partigiani, tzigani, omosessuali, hanno in comune la loro sorte.

UN GIORNO E' TROPPO TARDI
Di queste scomparse, Monique Heddebaut parla con commozione. Ha ritrovato tracce dei decreti di 1940, i quali vietavano ai nomadi di circolare. "Poi ci fu un'escalation". L'estate scorsa, quando i rom si trovarono tra i fuochi della comunicazione governativa, Monique Heddebaut ha risentito un profondo malessere. "Siamo nel 2010 non nel 1940, ma attenzione, ci sono alcuni atteggiamenti che non si possono tollerare."
Cita quest'altro storico che ha lavorato su le popolazioni rom di Ungheria, Romania, Repubblica Ceca, la quale ha sentito dire là, inorridita: "bisognerebbe gasarli"...
Monique Heddebaut dice ancora: "Il problema è l'escalation. Un giorno, è troppo tardi."
Antoine Lagrenée, è un bambino rom arrestato e deportato qui.
Aveva 14 anni. Come altre 14 persone della sua famiglia, Antoine Lagrenée è stato deportato perché tzigane. Arrestati dai tedeschi con l'aiuto della polizia francese, solo tre di loro ritornarono dai campi nel 1945.
E' oggi un signore di 80 anni, con l'udito un po' difettoso, e dallo sguardo che sfugge talvolta nel vago. Nel gennaio 1944 Antoine Lagrenée ha quasi 14 anni. Vive a Pont-de-la-Deule vicino a Douai, dove la sua famiglia è arrivata dopo una lunga epopea. Una vita di viaggiatori come quella di tanti altri. Lo storico Monique Heddebaut non ha trovato tracce scritte di questi arresti. E' giusto riuscita ha tirare fuori dagli archivi delle schede d'arresto, redatte a posteriori. Sa che questi arresti sono stati compiuti dall'occupante tedesco con "l'aiuto della polizia francese, la quale in zona rendeva sicuri i luoghi mentre i tedeschi intervenivano per gli arresti."
Antoine Lagrenée ha una memoria discreta, il verbo scarso. Parla con poche parole della sua liberazione, "l'11 aprile 1945". Dopo essere transitato nel campo di Malines in Belgio e Auschwitz (il convoglio vi arrivò il 17 gennaio 1944) è inviato a Buchenwald. Antoine Lagrenée viveva nel blocco 31 di questo campo di lavoro, vicino a Weimar in Germania. "Abbiamo avuto la fortuna di stare in un blocco molto organizzato dai partigiani francesi" ricorda. Monique Heddebaut che conosce bene Antoine, racconta anche "che un maestro che si trovava nello stesso blocco, faceva lezione ai bambini."
Antoine Lagrenée è sopravvissuto, malgrado la sua giovane età, nell'inferno di Buchenwald. "Siamo stati liberati dagli americani, ma prima ancora dai deportati stessi" precisa. Secondo le valutazioni di Monique Heddebaut, 148 tzigani sono stati deportati dal Nord Pas-de-Calais. Ne ha contati 351 arrestati in Belgio, anche loro inviati verso i campi della Polonia e della Germania. Ma confessa di non essere certa che non ce ne siano altri. Il lavoro degli storici non è ancora concluso.

ESPOSIZIONE VIRTUALE A BONDUES
E' lì dove 68 persone della zona sono state fucilate, tra 1943 e 1944 che il museo della resistenza di Bondues ha installato delle postazioni, presentando documenti inediti sulle deportazioni razziali dell'ultima guerra mondiale. La maggior parte sono inediti. I documenti sono stati affidati dalle famiglie agli storici, i quali hanno lavorato con il museo della resistenza di Bondues. Ci sono anche fondi degli archivi propri del museo, documenti tratti da archivi dipartimentali, da quelli della caserma Dossin, del museo ebraico di Malines. Una raccolta consultabile su delle postazioni, le quali presentano documenti numerati, i quali raccontano di queste persecuzioni razziali che hanno toccato il Nord Pas-de-Calais durante la seconda guerra mondiale. Alle spalle, ci sono due anni di ricerche per potere tracciare le "grandi fasi di quello che è successo", spiega Danielle Delmaire storico, che ha insegnato all'università di Lille III. "Dalle prime serie di divieti imposti agli ebrei a partire da 1940-1941, i grandi arresti di 1942, i convogli, i ritorni dai campi..." Vi troviamo inoltre la foto di Micheline Teichler, scolara a Faid'herbe a Lille della quale un compagno di scuola – Edgard Leser il quale ha avuto la fortuna di essere un bambino nascosto -, ha voluto onorare la memoria. Con gli Amici della Fondazione per la Deportazione, ha tenuto che il suo ricordo non sprofondi nell'oblio. Il suo nome è stato dato a una classe del collegio Rabelais di Mons-en-Baroeul. "Abbiamo l'intenzione di proseguire con questo lavoro, organizzando una giornata di studi sulla spoliazione dei beni di ebrei e tzigani, il prossimo 12 ottobre, al museo della resistenza di Bondues" precisa Odile Louage, la quale ha presa la presidenza del museo e vuole perfino prendere in considerazione una pubblicazione al riguardo. Un lavoro che risponde esattamente agli obiettivi della Fondazione per la Memoria della Deportazione: la ricerca storica, la trasmissione e la difesa di questa memoria. Odile Louage aggiunge che: "intorno alla Fondazione si è realizzata l'unione di tutti i componenti del mondo della deportazione. Tutte queste strutture, con ognuna la propria sensibilità, lavorano alla trasmissione di valori tali come sono stati definiti all'indomani della guerra, nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo."

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Di Fabrizio (del 24/02/2011 @ 09:36:24, in Italia, visitato 1292 volte)

Repubblica Il Comune ha trasferito i rom un anno fa, ma rimane il degrado - di CECILIA GENTILE

Degrado e rifiuti dopo lo sgombero del campo nomadi

Sedie di plastica, materassi, scarpe, rami secchi, bottiglie, cibo per gatti. Un water, tante carrozzine, tavolacci, schermi di vecchi computer, calcinacci, carcasse di auto. C'è di tutto nelle montagne di rifiuti davanti all'ingresso di quello che fino ad un anno fa era il Casilino 900, il campo rom più grande d'Europa.
Il sindaco Gianni Alemanno celebrò lo sgombero del febbraio 2010 come l'inizio di una nuova era. La rimozione di quella indecente baraccopoli avrebbe consentito la realizzazione del parco di Centocelle ed inaugurato la progressiva scomparsa degli insediamenti abusivi. "Vogliamo che entro quest'anno non esistano più campi nomadi abusivi e tollerati e tra qualche anno neanche gli altri", diceva Alemanno durante il lavoro delle ruspe. E ancora prima, quando nel giugno 2009 il Comune installò gli allacci della luce nell'insediamento, il sindaco dichiarava: "I lavori portati a termine a Casilino 900 resteranno a disposizione dei cittadini che, una volta completata la chiusura del campo prevista per fine anno, avranno un parco pubblico attrezzato dotato di illuminazione".

Ma un anno dopo, il parco di Centocelle non esiste e i 700 rom sgomberati dal Casilino 900 vivono appiccicati ai nomadi dei villaggi attrezzati esistenti, contendendosi spazi e servizi in condizioni di estremo degrado. Nella gigantesca area un tempo occupata dalle case di fortuna di bosniaci, montenegrini e serbi, adesso ci sono un'altissima foresta di erba secca, siringhe vecchie e nuove sparpagliate tra campi e sentieri, cumuli di rifiuti. Un altro monumento al degrado e all'abbandono, che rischia di essere rioccupato da un momento all'altro dai nomadi sgomberati e furiosi. Qualcuno che ci vive dentro c'è già. Ad appena pochi passi dall'ingresso principale malamente chiuso con un muretto basso di cemento e una cancellata arrugginita che è stata forzata, c'è una costruzione in mattoni con un'entrata ad arco, dove sono accumulati materassi e coperte. Tutt'intorno, i resti evidenti di toilette improvvisate.

"Ormai abbiamo capito che sindaco e giunta non hanno alcun interesse a realizzare il parco di Centocelle - dichiara il presidente del VII municipio Roberto Mastrantonio - Il 19 dicembre 2010 una delibera del consiglio comunale ha rimodulato i fondi per Roma Capitale definanziando il secondo stralcio di 18 ettari del parco, per il quale erano stati stanziati quattro milioni e 200 mila euro. Una gran parte di quei fondi, pari a tre milioni, sono stati utilizzati per realizzare la Prenestina bis, che era una promessa elettorale di Alemanno".

Il parco archeologico di Centocelle venne deciso dalla prima giunta Rutelli nel 1993. Il consiglio comunale ne ha adottato il piano particolareggiato con le controdeduzioni il 31 gennaio 2005. La regione Lazio lo ha approvato il 20 ottobre 2006. Ma fino ad ora, dei complessivi 110 ettari, ne sono stati aperti al pubblico soltanto 33, all'epoca del sindaco Veltroni. "Il secondo stralcio definanziato - racconta il presidente Mastrantonio - interessa la cosiddetta area del "Canalone", dove un tempo c'era l'insediamento del Casilino 700, anche quello sgomberato, e prevedeva anche un'area servizi con un teatro, piste di pattinaggio e un gazebo per la guardiania. Ma adesso siamo di nuovo all'anno zero".

(20 febbraio 2011)

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Di Fabrizio (del 23/02/2011 @ 09:39:24, in Italia, visitato 1449 volte)

Leggere anche QUI (17 ottobre 2010), QUI (27 gennaio 2011) e QUI (6 febbraio 2011)

Oggetto: incontro comitato intersettoriale venerdì 18 febbraio pv.

Egregio Sig. Sindaco,
in riferimento all'invito pervenutoci telefonicamente per il tramite dell'assistente sociale in servizio presso l'istituzione dei Servizi Sociali del Comune di Lecce, Le comunico che non presenzieremo all'incontro.
La proposta di contributo comunale dell'ammontare di Euro 500 non ci permette di risolvere il problema abitativo in quanto non è una cifra sufficiente ad acquistare delle roulotte ignifughe a norma di legge.
Questa cifra è stata sufficiente in passato perché coloro che hanno occupato i 16 prefabbricati hanno venduto per 500 euro al comune alcune roulotte ancora in buone condizioni.

Consci che il comitato intersettoriale non ha poteri decisionali all'interno dell'amministrazione comunale ma che si tratta di un organismo puramente consultivo e di razionalizzazione dell'agire amministrativo, rimaniamo in attesa di essere ricevuti in delegazione dalla S.V. ed insieme ad una rappresentanza di associazioni che in questi anni hanno seguito le vicende del campo rom panareo.

Sono trascorsi più di quindici anni dal nostro arrivo nella città. Non siamo nomadi, non lo siamo mai stati. Non possiamo ritornare a vivere nelle roulotte e nel degrado nel quale il campo si trova.
Stante la disponibilità di altri enti e di associazioni di sostegno ad individuare delle strategie di superamento della condizione di estrema emarginazione sociale ed urbana nella quale viviamo, chiediamo di poter essere ascoltati e di poter trovare insieme una speranza di soluzione.

Siamo consci che le diverse problematiche non sono risolvibili nell'immediato, siamo consci altresì che il Comune di Lecce non può farlo da solo, perciò chiediamo di allargare a quei soggetti che si sono resi disponibili.

Tamponare oggi un'emergenza più che annunciata, non risolve i problemi sanitari e abitativi del campo e soprattutto quanto durerà?
Altri quindici anni?
Non possiamo non dare un futuro più dignitoso ai nostri figli, nati e cresciuti qui a Lecce.

Segnaliamo, infine, che l'aria del campo è fortemente malsana, irrespirabile a causa del continuo fluire delle fogne e della mancata raccolta della spazzatura.

Constatiamo con dispiacere che di fronte ai diversi problemi strutturali e sociali che presenta il campo, più volte da noi denunciati in tutti questi anni, non ci si è attrezzati politicamente per ricercare soluzioni capaci di garantire un'effettiva inclusione sociale. Le Istituzioni si sono mosse solo sulla scia delle infinite emergenze che la stessa situazione di vita in un campo ripropone sistematicamente. Questo modo di operare si è rivelato, di fatto, infruttuoso, visto che l'unico
risultato è stato quello di spostare le "risoluzioni" a qualche anno più avanti, senza di fatto mai iniziare alcun processo di emancipazione.

Per questi motivi rimaniamo in attesa di un cortese confronto con la S.V. per avviare un dialogo, che ci auguriamo sia costruttivo e proficuo, capace di affrontare con una prospettiva politica di medio e lungo termine la questione dell'inclusione sociale. Auspichiamo che esista la volontà politica di avviare un percorso concertato in grado di superare definitivamente l'approccio emergenziale con cui sino ad oggi ci si è mossi rispetto al campo.

Ai fini, inoltre, dell'incontro previsto venerdi p.v., ci scusiamo e chiediamo cortesemente di voler far mettere a verbale la presente lettera.

In attesa di cortese riscontro, porgiamo cordiali saluti.

Lecce, 17.02.2011.

Benfik Toska
(Rappresentante Campo Sosta Panareo - Lecce)
Tel. 328.9447057

Al Sindaco del Comune di Lecce
Paolo PERRONE

Al Direttore dell'Istituzione per i servizi Sociali del Comune di Lecce
Antonio CARPENTIERI

Ai Componenti Commissione Intersettoriale dell'Amministrazione Comunale di Gestione dell'Area Sosta Attrezzata per Comunità Rom
Dirigente del Settore Servizi Sociali, Dirigente del Settore Educazione, Formazione e Lavoro,Dirigente del Settore Lavori Pubblici, Dirigente del Settore Igiene, Dirigente del Settore Randagismo, Dirigente del Settore Urbanistica, Dirigente del Settore Polizia Municipale, Equipe socio-assistenziale referente dell'area di sosta

Componenti la V^ Commissione
Sevizi sociali, pari opportunità, emarginazione ed emigrazione, politiche della casa, problematiche giovanili, associazioni, problematiche del lavoro, emergenza abitativa.
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Di Fabrizio (del 22/02/2011 @ 09:56:38, in Italia, visitato 1248 volte)

Dei rom e dei sinti (non chiamiamoli zingari) abbiamo da sempre due opinioni, entrambe sbagliate: tutti straccioni, oppure intrisi di colore romantico. Pensate al rossiniano "stuol di zingarelle" del Turco in Italia. Un compiacimento che affiora ancora di tanto in tanto. Prevale, però, la visione degli zingari "brutti, sporchi e cattivi" che a Pino Petruzzelli, attore e regista, direttore del centro tea­tro Ipotesi di Genova, non piace. Petruzzelli ha così deciso, diversi anni fa, di mettersi sulla strada dei rom per capirli. Per anni ha visitato i loro campi, ha stretto loro la mano, e ne ha raccolto le storie. Tutto è finito in Non chiamarmi zingaro, edito da Chiarelettere (pagine 228, euro 12,60), che è il taccuino vivido e appassionato di questo singolare viaggio.

Cosa l'ha spinto a questo nomadismo culturale?
"Mi sembrava interessante capire come mai di questo popolo si conosca soltanto una sfaccettatura negativa: i furti, il nomadismo... Ho voluto comprendere cosa c'è dietro, partendo da una frase di Eduardo De Filippo. Diceva: 'Un uomo vivo non ruba per morire, ma ruba per vivere'. Me ne sono occupato per circa cinque anni, girando l'Italia e l'Europa, per conoscere questo mondo così sconosciuto. In libreria c'era e c'è ancora poco, se non qualcosa per gli addetti ai lavori. E girando ho scoperto tante cose".

Chi sono, allora, gli zingari?
"Un popolo né migliore né peggiore di tutti gli altri popoli che colorano questo nostro mondo. Hanno problemi con cui devono confrontarsi quotidianamente. Vivere in un campo, per i sinti o per i rom italiani, non è semplice. Non è un campeggio, vivere venti anni in situazioni così estreme è drammatico. In Italia c'è il grande equivoco che i rom siano nomadi geneticamente, e infatti siamo l'unica nazione al mondo che ha messo in piedi i campi nomadi. In tutto il resto del mondo vivono in appartamenti, e solo se sono estremamente poveri finiscono in una baracca, come finiscono così anche i non rom poveri delle periferie delle grandi metropoli. Forse anche in buona fede si è pensato così. Negli anni '70 si diceva: sono nomadi, quindi, facciamo un campo per loro... ".

È la condizione di disagio in cui vi­vono che crea la diversità...
"Sicuramente. I rom hanno una storia molto simile a quella del popolo ebraico, ma nessuno si sognerebbe di dire che un ebreo è un nomade. Invece, nel caso degli zingari, una storia di continue persecuzioni ha creato il nomadismo, a iniziare dal Cinquecento quando – mi riferisco alla Serenissima – si poteva uccidere uno zingaro senza scontare alcuna pena".

I rom entrano nella storia, ma quella degli altri. Sembra un popolo senza storia: non ha avuto la possibilità di scriverla?
"Hanno una storia tramandata in maniera orale. La nostra è una cultura che ha scritto, così sappiamo soltanto quello che noi abbiamo scritto di loro. Oggi sarebbe importante conoscere meglio questa loro storia e la loro cultura per provare a vivere insieme nel rispetto di regole reciproche. Su questo dovremmo lavorare tutti, e naturalmente anche i rom".

Lei non è zingaro. Usando una loro espressione è un gagé. Non crede che la parola sia discriminante almeno quanto la parola zingaro? C'è anche da parte loro una forma di discriminazione?
"Gagé è l'equivalente del nostro zingaro. Effettivamente racchiude tutto ciò che non va bene, in un'accezione abbastanza negativa".

Da dove nasce il solco tra noi e loro, o, se preferisce, tra loro e noi gagé?
"Le radici sono nel Cinquecento. Il fatto che si spostassero ha creato grossi problemi. La nostra società invece si fa sedentaria, sicché loro, con i continui spostamenti, rappresenta­no un problema. Le persecuzioni iniziano proprio in questo periodo. Vivono in un continuo terrore verso il mondo gagé. Nutrono la stessa pau­ra nei nostri confronti. E hanno an­che buone ragioni per temerci. Guardando indietro nella storia, gliene abbiamo fatte di tutti i colori: da ultimo i campi di sterminio nazisti in cui sono morti a migliaia".

Prenda De André: "Con le vene celesti dei polsi anche oggi si va a caritare". È il verso di una sua bella canzone. Non crede però che continui ad offrire un'immagine romantica del mondo rom? Caritare rientra nella cultura?
"No, certo, ma caritare è ben diverso da rubare. Anche il furto va capito. Chi pensa che sia facile per un giovane rom trovare un lavoro anche da cameriere in un bar sbaglia. Diventa difficile venir fuori da una situazione complicata, come un campo rom. Ciò non giustifica il furto, è solo un voler capire cosa c'è dietro".

Lei, nel suo nomadismo culturale, ha incontrato tanta gente che si è integrata. Come è possibile l'integrazione?
"In Italia ci sono tantissimi rom e sinti che ci sono riusciti, nascondendo però la loro origine, per non essere discriminati. L'integrazione comincia con i bambini, e nelle scuole i bambini rom e gagé giocano tra loro. Scuola però non significa entrare in un campo e imporla. Va capito un meccanismo: agli occhi di una società in cui il padre rappresenta la massima autorità, l'imposizione della scuola va a minare questo suo prestigio. Un approccio sbagliato ha soltanto un risultato: quel bambino non dovrà andare a scuola. Non si può da elefanti entrare in una vetreria. In molti, comunque, frequentano la nostra scuola. In tanti la lasceranno dopo le medie, ma questo avviene anche tra i ragazzi... gagé".

Lei, da autore di teatro, ha preso qualcosa dai rom?
"Il mio lavoro è nomade: stare qui e domani là, oppure prendere da questo o da quell'autore. Ho imparato che il bello di tutti i lavori sta nel farli. Nell'arte conta più la persona, l'autore dell'opera, che il risultato finale. Questo a me piace: è un rispetto dell'essere umano, perché non tutti i musicisti e i commediografi diventeranno Mozart o Shakespeare. Però hanno vissuto come se lo fossero. Gli zingari la pensano così".

Giovanni Ruggiero

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Buongiorno,
Le invio un comunicato del "Gruppo di confronto e ricerca sulle politiche locali per i gruppi zigani in Europa" nato all'Università di Milano Bicocca in risposta a quanto affermato dal Ministro degli Interni Roberto Maroni alla puntata del 13/02/2011 del programma "Che tempo che fa" .

Cordialmente,
Alice Sophie Sarcinelli
Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales, Paris

Nella puntata di "Che tempo fa?" del 13/02/2010, il Ministro degli Interni Roberto Maroni ha affermato di aver firmato il piano sviluppato dal Comune di Milano secondo il quale "lo sgombero c'è quando c'è una soluzione alternativa". Egli si è detto "garante della buona attuazione di questo piano".

Come ricercatori sul campo, siamo a diretta conoscenza della concreta situazione relativa agli sgomberi delle baraccopoli costruite a Milano dai rom immigrati dall'Europa sud-orientale. Quanto è stato affermato dal Ministro degli Interni Roberto Maroni non trova alcun riscontro di realtà. Al contrario, nella maggior parte dei casi gli sgomberi, che sono ciclici e reiterati, avvengono in assenza di alternative abitative e senza il rispetto dei diritti fondamentali. Esemplari sono i ripetuti sgomberi delle famiglie che ruotano attorno al quartiere Feltre/Lambrate. Il primo, in data 19/11/2009, prevedeva di separare gli uomini da donne e bambini, e le madri dai figli maggiori di sette anni. Le famiglie sono rimaste in strada, sotto la pioggia, mentre alcuni bambini e anche alcune famiglie sono stati ospitati per qualche giorno da maestre e cittadini del quartiere. Lo stesso campo (con le stesse famiglie) è stato sgomberato a inizio settembre 2010, a pochi giorni dall'inizio delle scuole, che la maggior parte dei minori che vi abitavano frequentano. Dopo molte negoziazioni, alle famiglie rom è stata proposta una soluzione temporanea, che tuttavia prevedeva di separare gli uomini da donne e bambini. Solo una percentuale inferiore al 20% delle madri che avevano fatto esplicitamente richiesta scritta è stata ospitata per un breve periodo in alcune strutture pubbliche o convenzionate di accoglienza. Queste famiglie hanno passato gli ultimi due inverni a subire sgomberi, vivendo in strada: alcuni bambini hanno subito 20 sgomberi in un anno.

Nella stragrande maggioranza dei 170 sgomberi effettuati nel corso del 2010 nessuna alternativa è stata offerta, e sul luogo non erano presenti i servizi sociali. Lo sgombero dei rom è un trattamento differenziale nel duplice senso che è rivolto a una popolazione in particolare, e che aumenta e produce le differenze.

Riteniamo di estrema importanza reagire a quanto detto affinché il Ministro degli Interni si faccia davvero garante della buona attuazione del piano da lui firmato, garantendo il rispetto dei diritti fondamentali di tutte le persone.

A nome del Gruppo di confronto e ricerca sulle politiche locali per i gruppi zigani in Europa

Laura Boschetti Institut d'Etudes Politiques de Grenoble
Raffaele Mantegazza, professore associato Università degli Studi di Milano Bicocca
Chiara Manzoni, Università degli Studi di Milano Bicocca
Oana Marcu, Università Cattolica di Milano
Greta Persico,Università degli Studi di Milano Bicocca
Andrea Rampini, Codici Agenzia di Ricerche
Alice Sophie Sarcinelli, Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales
Tommaso Vitale, Sciences Po

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Di Fabrizio (del 22/02/2011 @ 09:12:04, in Europa, visitato 1250 volte)

Da Roma_Daily_News

17/02/2011 - Un gruppo di 93 Macedoni sono tornati giovedì dalla Francia, dopo che lì era stato negato loro l'asilo, lo riporta la stazione privata TV Alsat.

Il gruppo, Macedoni di origine albanese e rom, è stato rimandato all'aeroporto della meridionale città di Ohrid, prima di essere riportato alle loro case, recita il rapporto.

I richiedenti asilo, intervistati dalla TV, hanno detto di aver cercato lavoro in Francia, la maggior parte illegalmente, prima di essere deportati dopo che la loro richiesta di asilo si era dimostrata senza basi.

Il gruppo è stato il primo di questo genere ad essere ritornato dalla Francia.

Settimana scorsa, un gruppo di 60 persone a cui  era stato negato l'asilo in Germania, ha cercato di attaccare e prendere a male parole un gruppo di giornalisti che seguiva il loro arrivo all'aeroporto di Skopje.

Da quando l'Unione Europea ha abolito l'obbligo di visto per Serbia, Macedonia e Montenegro nel dicembre 2009, alcuni stati membri UE, cioè Svezia, Belgio e Germania hanno registrato un incremento di richiedenti asilo da questi paesi, soprattutto di etnia rom e albanese.

La Commissione Esecutiva Europea ha ammonito Serbia e Macedonia che potrebbero perdere i privilegi di circolazione senza visto, se non fermeranno questo afflusso.

La Germania ha anche deportato 36 persone a dicembre, quando la UE ha esteso gli stessi diritti ad Albania e Bosnia, ma con uno stretto sistema di monitoraggio e la possibilità di sospendere i privilegi in caso di abuso.

© 2010 AFP

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