Rom e Sinti da tutto il mondo

Ma che ci fa quell'orologio?
L'ora si puo' vedere dovunque, persino sul desktop.
Semplice: non lo faccio per essere alla moda!

L'OROLOGERIA DI MILANO srl viale Monza 6 MILANO

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\\ Mahalla : VAI : conflitti (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Fabrizio (del 01/08/2005 @ 16:20:13, in conflitti, visitato 10903 volte)
61 anni fa, il giorno 2 agosto 1944, le truppe sovietiche liberarono Auschwitz. La "sezione Rom" del campo era stata smantellata e in una notte vennero gasati circa 3000 Rom, uomini, donne e bambini. I prigionieri fecero una resistenza, attaccarono le SS, ma fu tutto inutile.
Un articolo sulla memoria di questi 61 anni.


Note a margine per una Storia dell'Olocausto

By Karin WARINGO, in: Index on Censorship 2 2005

I pregiudizi persistenti usati per disconoscere l'Olocausto Rom

A Francoforte, Braubachstrasse è una piccola strada quasi insignificante, che congiunge i due principali assi di comunicazione nel centro della città. Le decine di migliaia di turisti la percorrono inconsapevoli, per raggiungere la Paulskirche, la culla della democrazia tedesca, o il Römer, pseudo-romantica ricostruzione del municipio. Tre volte all'anno quella strada è palcoscenico di uno strano pellegrinaggio: una folla di Rom e di simpatizzanti si raduna si fronte a un grigio edificio sul lato sinistro della strada. Qui dopo tanti anni c'è ancora la sede del Dipartimento di Salute Pubblica, dove lavorarono il biologo nazista Robert Ritter e la sua assistente Eva Justin. Anche quest'anno la folla ricorderà la liberazione di Auschwitz, la liquidazione del cosiddetto "campo Zingaro" ad Auschwitz-Birkenau ed il decreto che stabiliva la deportazione di Rom e Sinti.

Le ricerche di Robert Ritter su quelle che considerava le caratteristiche razziali dei Rom, fornirono le basi alle teorie pseudo- scientifiche della soluzione finale. Vennero distinti i Rom puri dai mezzosangue. Stabilito che erano discendenti, per quanto primitivi, di una casta indiana, ma nel contempo geneticamente proni al crimine e alla devianza sociale.

Ne lui ne la sua assistente furono mai condannati e nel dopoguerra furono usati anche come esperti nel giudicare le cause legali intentate dai Rom. Toccò alla Frankfurt Roma Union richiedere per molto tempo al comune di porre sull'edificio una targa che ricordasse le responsabilità della scienza nel genocidio dei Rom.

Un'indicazione della mancanza di interesse su questi argomenti è l'assenza di dati precisi sui Rom morti sotto il nazismo. Gli attivisti Rom indicano una cifra tra 500.000 e 1,5 milioni di morti, altre stime più modeste danno una cifra di 100.000. Molte delle uccisioni avvennero lontano dai riflettori e non vennero documentate, altre vittime furono elencate come Ebree.

Da parte Rom, mancò un nucleo intellettuale e una diaspora recettiva, per raccontare la loro versione della storia (cfr. Pirori). Inoltre furono pochissimi i sopravvissuti, soltanto 13 Rom fecero ritorno dai campi di sterminio in Belgio [...]

L'etichetta di asociali affibbiata ai Rom dai nazisti e la persistenza degli stereotipi d'anteguerra ha seriamente inibito i pochi sopravissuti dal parlare pubblicamente delle persecuzioni subite, e questo stato un grave deterrente nel momento in cui si è aperta la possibilità di chiedere una compensazione per le sofferenze passate. Sono stati esclusi dalla Wiedergutmachung (la riparazione per i crimini di guerra) adducendo il fatto che non sarebbero stati perseguitati per motivi razziali, ma a causa della loro attitudine antisociale. [Alcuni] Ebrei negano che la persecuzione dei Rom si sia basata su radici razziali, rendendo l'Olocausto esclusivamente ebreo. E' diventato quasi impossibile convincere l'opinione pubblica che anche i Rom hanno sofferto un genocidio. Anche recentemente Yehuda Bauer, direttore dello Yad Vashem Memorial Centre, ha affermato che a differenza degli Ebrei, i Rom non erano un obiettivo centrale della soluzione finale, ma soltanto un "elemento di fastidio".

Lo stesso Tribunale di Norimberga non fece mai menzione sui Rom, e vennero poi classificati, come i popoli di pelle scura, come "razzialmente distinti" e di "sangue alieno". E' vero che sino al 1943, a differenza degli Ebrei, i Rom prestarono servizio militare nella Wehrmacht, da cui furono deportati direttamente ad Auschwitz, come ricorda il sopravvissuto Walter Stanoski Winter (cfr. "Sentivamo la stessa pena") nelle sue memorie.

La discriminazione in Europa nasce ben prima del nazionalsocialismo, e fu comune in tutto il continente. In Francia, un primo censimento per identificare Rom e girovaghi, venne fatto nel 1895.. Nel 1912, venne introdotto un carnet antropometrico per regolare la loro circolazione,completo difotografie e impronte digitali; rimase in vigore sino al 1972. Nel 1899 a Monaco di Baviera venne adottato un "Registro Centrale per la Lotta alla Piaga degli Zingari", che originò squadre speciali all'interno dei commissariati. Dal 1933, i Rom in Germania furono confinati in campi speciali, ripresi poi anche in Austria. Oggi sono sotto attacco aperto di politici che dovrebbero conoscerli meglio.

I ripetuti sforzi di alcuni titolati accademici Rom,come Ian Hancock, autore di "Risposte al Porrajmos: l'Olocausto dei Rom", di riportare il dibattito alla correttezza, poco hanno ottenuto nei confronti del pregiudizio popolare o per contrastare la pubblicazioni come "La persecuzione nazista degli Zingari" di Günter Lewy (Oxford University Press 2001 - edizione italiana Einaudi 2002). Questo testo riprende tutta una serie di vecchi stereotipi, che emergono nella società quando, si discute da annisull'opportunità o meno di erigere a Berlino un monumento che ricordi l'Olocausto dei Rom.

Il riconoscere il destino degli Ebrei europei ha reso coscienti sul percolo del latente antisemitismo e ha profondamente cambiato l'attitudine europea nel dopoguerra. Lo stesso non è accaduto per i Rom, tuttora prigionieri di vecchi stereotipi e di un impunito antiziganismo oggi vigoroso come nell'anteguerra.

Karin Waringo è giornalista indipendente e ricercatrice.

 
Di Fabrizio (del 23/07/2005 @ 14:12:57, in conflitti, visitato 2509 volte)

COMUNICATO STAMPA AMNESTY INTERNATIONAL
AI Index:    EUR 70/011/2005    (Public)
News Service No:     189
13 July 2005

Kosovo: Proteggere il diritto alla vita e alla salute

La salute di centinaia di Rom, Ashkali ed Egizi, attualmente rifugiati in un ex discarica di rifiuti tossici in Kossovo, è in serio pericolo. Dal 1999 sono sistemati nel terreno della compagnia mineraria Trepca a Zvecan, presso Mitrovica, dopo essere stati costretti ad abbandonare il loro quartere a seguito del conflitto. Nel sangue dei 531 adulti e bambini si sono registrati alti livelli di piombo.

Amnesty International ha inviato una richiesta alla missione ONU (UNMIK) e all'autogoverno provvisorio (PISG), perché si ponga rimedio alla seria minaccia che grava su questi tre gruppi minoritari. La mancanza di provvedimenti in tal senso è una violazione del diritto alla vita sancito dalle leggi internazionali.

Sian Jones, collaboratore di Amnesty International per Serbia e Montenegro (incluso Kossovo): "L'alta concentrazione di piombo nell'aria e nel terreno, come pure nel sangue della popolazione locale, erano provati dagli studi condotti ben prima del 1999. L'UNMIK era a conoscenza di questa situazione almeno dal 2000. In tutto questo tempo, niente è stato fatto per trovare una sistemazione altenativa".

In due rapporti del luglio e dell'ottobre 2004, la sezione di Pristina dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) ammoniva che circa in un terzo dei bambini esaminati i livelli di piombo nel sangue erano inaccettabili e in 12 di loro erano addirittura eccezionali. Concludeva "Il caso è urgente. La vita e gli sviluppi futuri dei bambini sono a rischio".

L'alta esposizione all'inquinamento da piombo porta a disfunzioni circolatorie negli adulti e nei bambini a deficit nel sistema nervoso centrale, che possono degenerare in convulsioni, coma, sino al decesso. Anche bassi livelli di esposizione portano a una diminuzione delle facoltà intellettive, alle capacità di crescita e dell'attenzione.

Il rischio per la salute è progressivo e cumulativo. Ma si presume che allontanando i bambini dalla fonte di inquinamento, è possibile ridurre in qualche settimana del 50% l'avvelenamento da piombo.

L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha richiesto la rilocazione dei rifugiati nel campo. [...]

Amnesty International è conscia che nelle comunità di Rom, Ashkali ed Egizi si teme di essere continuamente spostati da un campo all'altro, senza possibilità di tornare alle proprie case. Sappamo anche che molti degli interessati sono stati informati completamente sui rischi che corre la loro salute.

Chiediamo quindi un'azione immediata per:

  • evacuare immediatamente il campo in una posizione più salubre;
  • assicurare la partecipazione della comunità alle decisioni da prendere;
  • controllo dei livelli di avvelenamento e sui conseguenti effetti;
  • attenzione alle donne incinte e ai bambini;
  • assicurare che la rilocazione dei rifugiati non comprometta il diritto alle loro residenze di prima della guerra;
  • assicurare che la rilocazione sia rispettosa dei diritti di vita, libertà, dignità e sicurezza;
  • fare in modo che il reinsediamento della comunità assicuri ai membri stessi possibilità di impiego.

Public Document
****************************************
For more information please call Amnesty International's press office in London, UK, on +44 20 7413 5566
Amnesty International, 1 Easton St., London WC1X 0DW.  web:
http://www.amnesty.org

For latest human rights news view http://news.amnesty.org  

 
Di Fabrizio (del 22/07/2005 @ 01:42:08, in conflitti, visitato 1603 volte)

In vista dei futuri colloqui sullo status, la Germania e altri paesi d’accoglienza aumentano le pressioni per il rimpatrio dei profughi del Kosovo. La difficile situazione delle minoranze, la posizione dell’Unhcr e i protocolli segreti. Da Transitions Online

Di Karin Waringo, Transitions Online, 11 luglio 2005

Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Letizia Gambini
- continua

La petizione

 
Di Fabrizio (del 12/07/2005 @ 17:59:49, in conflitti, visitato 2549 volte)

Daniele Mezzana (visitate il suo blog) è coautore di un libro sulla rappresentazione delle società africane.

Sto digerendolo con molta calma: non è facile comprendere tutti i riferimenti all'organizzazione di un continente così vasto.

Ogni tanto il discorso si fa più esplicito:

[...] Quale fosse il posto dell'Africa in tutto questo non sempre era chiaro. "Come un succube l'Africa pesa sul riposo dell'Europa..." In una stampa ne "Le Rire" (18.iv.1896), l'Europa viene rappresentata come una giovane donna addormentata (La stampa è stata copiata da "Lustige Blätter". E' un pastiche del dipinto Le Cauchemar di Johann Heinrich Füssli (1741 - 1825). Starobinski, 1987, pp. 82, 76). Una particolarità, fra parentesi, è che la didascalia parla di "succube", cioè un demone donna che si riteneva avesse rapporti sessuali con uomini addormentati (Oxford English Dictionary), mentre la figura ritratta è quella di un "incubo", demone maschio, conformemente alle convenzioni del genere,in cui le figure rappresentate sonosempre "unisex". La didascalia parla di "Uno dei numerosi malesseri (ma forse il più pesante) che ora gravano sul vecchio continente.Ogni potenza europea ha qui il suo ostacolo o vespaio". La rappresentazione è singolare. Se il continente è vecchio, allora perché viene rappresentato come una giovane donna? Perché l'Europa viene rappresentata con sembianze umane e femminili e l'Africa come un demone e maschio? E soprattutto, quando l'Africa èvittima dell'aggressione europea, perché viene rappresentata come l'aggressore, come l'incubo di un'Europa che sta svanendo? E' il capovolgimento del mondo: incolpare la vittima.Come immagine dell'Africa si richiama al gargoyle del primo Medioevo.

[...]

Il regime europeo più scellerato in Africa era il Libero Stato del Congo di re Leopoldo. [...] costituito nel 1885 sotto il dominio personale di re Leopoldo, era un'iniziativa finanziaria ed economica più che un'entità politica. Esso rivendicava le terre che non venivano coltivate bene e vietava alla popolazione diiniziare nuove coltivazioni, imponendo al contempo pesanti tributi e prestazioni di lavoro.

[...]

"E' un suicidio per gli europei, notava un osservatore inglese, ammettere che gli indigeni possano fare qualcosa meglio di loro.Devono sostenere di essere superiori in tutto e permettere agli indigeni di svolgere soltanto un ruolo secondario o subordinato" (Symonds, 1966, p. 76;cfr.Memmi 1957/1965) [...]

A poco a poco, l'immagine cambiò e gli africani vennero caratterizzati non più come selvaggi o primitivi, bensì come impulsivi e infantili - la seconda parte del "mezzo diavolo e mezzo bambino".

[pagg. 156, 157, 158]


Società africane. L'Africa sub-sahariana tra immagine e realtà - Anno 2005 - Editore Zelig - Collana Futura - 330 p., brossura (cur. Mezzana Daniele, Quaranta Giancarlo)

Immagine d'Africa
 
Di Fabrizio (del 10/07/2005 @ 15:19:32, in conflitti, visitato 1833 volte)

Da: Rachel Francis - UK Association of Gypsy Women

Ilire Xhama. Home Office Ref: X1032702

Ilire Xhama dopo una vita di persecuzioni lasciò la sua casa in Serbia. Come Rom, musulmana e portavoce della comunità albanese, ha dovuto subire violenze e umiliazioni sia dai Serbi che dai Kossovari.

Una notte di tre anni fa, casa sua fu circondata da uomini armati e data alle fiamme. Durante la fuga, Ilire e suo marito furono malmenati. Ilire era incinta. Suo marito morì per le percosse e lei rimase con sua figlia di quattro anni, testimone anche lei delle atrocità passate.

[Arrivati in Gran Bretagna] sia Ilire che sua figlia mostrarono disordini mentali ed emotivi, conseguenze delle violenze subite. Qui è nato il secondo figlio, pochi mesi dopo il loro arrivo e nonostante tutto, hanno tentato di ricostruirsi una vita. Entrambe i bambini parlano inglese come lingua madre, frequentano la scuola, hanno amici e conducono una vita "normale".

Ora il Ministero degli Interni ha stabilito che per loro è giunto il tempo di fare ritorno da dove sono scappate traumatizzate e dove il bambino più piccolo non ha mai vissuto.

Testimonianze raccolte dalle Nazioni Unite, da Amnesty International e da altri esprimono "grave e profonda preoccupazione" sul futuro dei Rom (in particolare in quella parte d'Europa).

L'Ombudsman in Kossovo ha scritto ai governi europei per ammonire sui rischi che i rifugiati all'estero corrono ritornando in patria.

[...]

Fonte: Romano_Liloro

Petizione on line: http://www.sivola.net/download/kossovo.htm

 
Di Fabrizio (del 08/07/2005 @ 19:59:51, in conflitti, visitato 1639 volte)

Google: ore 18.30

Nipote, non sta bene bere da soli!

 
Di Fabrizio (del 08/07/2005 @ 15:11:48, in conflitti, visitato 3310 volte)

London Underground
Ieri mattina la prima reazione è stata di rivedere i blog di chi so sta a Londra. Qualcuno mi ha tranquillizzato via Skype.
Poi, mi sono quasi vergognato per la mia reazione tipo DEJA VU. Non so voi, ma è successo l'11 settembre e poi Madrid, ed è come se lo spavento, il dolore, la sorpresa che ho provato allora, stessero diventando NORMALI. A ripensarci, in molti han fatto l'abitudine agli eccidi in Medio Oriente, a Beslan, in qualsiasi punto della periferia del nostro mondo. L'impatto di New York, con i serissimi discorsi “mai più, noi non cederemo” che volevano dire: “mai più QUI, noi continueremo ad essere la FACCIA FORTUNATA, e i massacri sono altrove”.
Ci illudiamo di anestetizzarci, ma la fortezza che dovrebbe ripararci, non tiene. “Non cambieranno il nostro sistema di vita e i nostri valori”, dice un Blair affranto e stanco. Chi si illude di poterlo fare con gli altri, con la ragione o con le bombe non fa differenza, sappia che CAMBIERA' IL SUO SISTEMA DI VITA E I SUOI VALORI. Che lo voglia o no.


“Quasi” periferia del mondo:

Da: Haller Istvan

Cari amici,

Nel settembre 1993 nel villaggio di Hadareni si consumò un violento attacco razzista contro la comunità Rom.

La Liga PRO EUROPA (associazione rumena dei diritti umani) offrì immediatamente aiuto alle vittime. Disgraziatamente, le indagini su quanto accadde partirono solo nel 1997 e il processo penale si chiuse nel 1999 con pochi degli imputati condannati, mentre quello civile è terminato nel 2005.

Nel 1997, abbiamo aiutato le vittime a ricorrere alla Corte Europea dei Diritti Umani e nel 2000 abbiamo supportato l'European Roma Rights Center (che forniva assistenza legale) in un ulteriore appello al Tribunale Europeo.

Finalmente, il 6 luglio 2005 il Tribunale si è espresso, riconoscendo i danni patiti durante quell'assalto.

Haller Istvan

Program Director - PRO EUROPA League

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Cari amici,

Vorrei darvi alcuni chiarimenti su quanto scritto da Istvan Haller della Liga ProEurope Romania, suk caso di Hadareni, settembre 1993, quando contro la comunità Rom ci fu un verio e proprio pogrom e non un semplice "assalto a sfondo razziale".

Tre Rom furono uccisi dopo essere stati torturati e un gajio (chi non è Rom ndr) morì, colpito da una coltellata infertagli da mio fratello nel tentativo di difendersi.

Siccome mi sembra che le autorità, le istituzioni o le organizzazione dei diritti umani abbiano dimenticato la realtà scioccante di quanto successe, ma SOPRATTUTTO, che abbiano dimenticato i loro compiti e doveri, mi permetto di ricordare:

Quella notte che non dimenticherò, furono uccisi due miei fratelli, dopo svariate torture. Mio fratelllo di 21 anni ebbe tutte le osse rotte con tutti gli attrezzi da giardiniere immaginabili. Implorò gli assalitori e i poliziotti di smettere, senza che mostrassero alcuna pietà.

L'altro mio fratello di 19 anni, ricevette 81 coltellate prima di morire, dopo che due poliziotti lo avevano rassicurato di poter tornare al villaggio senza timore, messo poi in manette e consegnato ai suoi aguzzini con la promessa che non sarebbero stati perseguiti.

Altri tre arrivarono ancora vivi all'ospedale per farsi curare, morirono lì perché nessuno fece niente...

Mio marito di 31 anni morì soffocato dal fumo dell'incendio di casa nostra. Ma prima i suoi assassini gli tagliarono le braccia e la gambe e lo buttarono vivo nel fuoco. Lo so, perché ritrovai le sue braccia e le gambe in un posto totalmente differente. Nonostante le nostre testimonianze sinora nessuno, istituzioni, associazionie la stessa ERRC, ha voluto FAR LUCE SU QUEL CHE SUCCESSE. Per loro, mio marito perì semplicemente nell'incendio...

Oggi, come allora, ci sono organizzazioni Rom e no, che vogliono mostrare quanto ci aiutano. Disgraziatemente, CI RAPPRESENTANO A DIVERSI LIVELLI, FANNO PROGETTI PER NOI, SULLE NOSTRE CARRIERE E SUI NOSTRI SALARI, CI COPRONO LE SPESE DI VIAGGIO E DI COORDINAMENTO, MA DI NOI A LORO IMPORTA POCO. Non ci hanno mai chiesto, governo e istituzioni, se avevamo da mangiare o dove dormire. Ci hanno usato, ma nessuno ha mai portato un pezzo di pane o cioccolato ai nostri bambini. Nessuno ha fatto pressione sul governo perché ci fosse assicurata almeno l'esistenza...

Infine, oggi... Istvan Haller ci informa sulla decisione di Strasburgo e su quanto la sua organizzazione sisia adoperata per questo risulltato. NON E' COSI'. Si sono impegnati per ottenere visibilità e un compromesso. Se secondo lui il fatto che il governo rumeno abbia dato dei soldi ai parenti dei sopravvissuti è un suo successo, VOGLIO GRIDARE CHE QUESTO NON E' SUCCESSO E NON E' GIUSTIZIA!!

Istvan Haller sostiene che la sua organizzazione ha fornito aiuto immediato alle vittime. Vorrei capire cosa intende per aiuto. Fare domande ai sopravvissuti? Scrivere rapporti? Presenziare alle conferenze?

Dal mio modesto punto di vista e per la mia esperienza, la risposta è NO. [...] E, per favore, non vorrei più sentire nominare in futuro gli avvocati [di ERRC NDR], perché sono tra i peggiori che hoincontrato in tutta la mia vita.

Io non mi sono accorta tuttora che il governo rumeno si sia preso nessuna responsabilità per quanto accadde.Non hanno riconosciuto le loro colpe e quanto sia corrotta la giustizia in Romania. Dicono solo che a loro "dispiace, bla, bla, bla". Tutto ciò che vedo è una dichiarazione di facciata su impegni da rispettare in futuro.

Spero che il futuro possa vedere altre decisioni più obiettive... ma come fare ad averne la certezza?

Florina Zoltan - London, UK

 
Di Fabrizio (del 03/07/2005 @ 14:45:52, in conflitti, visitato 2209 volte)


Bogotá, Junio 28 de 2005 Etnias de Colombia ©

 

Nella foto: Ian Reshetnickov (Sergunin) - Generale Rom della Federazione Russa (1954 - 2004)

Grazie a Boris Muntyanu

NDR: Sull'argomento, ricordo anche un articolo del 5 febbraio, sempre dalla Colombia.

Preciso che non mi interessa il merito se prestare il servizio militare per i Gitani sia legittimo o meno, visto che nelle varie comunità, anche in Italia, ci sono stati diversi esempi in questo senso.

Articolo interessante comunque per conoscere qualcosa sulla vita delle varie comunità nel mondo.

Por: PAULA CAMACHO

El Tiempo

 

I giovani sono riluttanti. Si nascondono dalla polizia, non hanno documenti e non si spostano più nei villaggi vicini per paura dell'esercito. E' il caso di Harold, gitano di 19 anni, che si nasconde da sei mesi. I suoi amici non lo portano più con loro nelle strade del  barrio Bella Vista, a Bogotà, dopo che una sera di aprile, mentre andava a trovare un amico, fu sorpreso da una ronda della polizia. Spaventato e con le mani grondanti sudore, si nascose dietro il banco di un negozio.

 

Vive nel timore del servizio militare, senza uscire di casa o di città, né frequenta più l'Università, perché gli manca il libretto militare. "Noi gitani non abbiamo paura, quello che chiediamo è il rispetto dei nostri costumi. Questo [servizio militare] è una cosa inventata dai gadjé [chi non è Rom NDR] - e noi non siamo abituati a quegli orari definiti, neanche a maneggiare le armi e tanto meno a lasciare le nostre famiglie per tutto questo tempo."

 

Per preservare la cultura

Una situazione simile è vissuta da circa 350 gitani, tra i 18 e i 20 anni, che rappresentano il 17% dei circa 2000 che vivono in Colombia e che considerano il servizio di leva un attentato contro la loro integrità etnica e culturale.

 

Il popolo Rom - come si autodefinisce - è considerato gruppo etnico dal 1998 (col governo di Andrés Pastrana). Migrati dall'India attorno all'anno 1000 si sono dispersi in differenti paesi, senza considerarsi appartenenti a nessuno di questi. Arrivarono in Colombia in epoca coloniale, per sfuggire alle persecuzioni [europee]. Entrarono nel paese dal porto di Barranquilla, e in molti conservano le loro radici linguistiche e abitano in zone geografiche delimitate, che loro chiamano Kumpanías, sparse a Bogotá, Girón, Cúcuta, Medellín e Duitama.

 

Nei secoli i Rom hanno continuato a mantenere distanti i loro figli dai gadjè per preservare la purezza del loro sangue e infine, della loro cultura.

Alexánder Gómez, di 20 anni, è uno di loro che a luglio dell'anno scorso è stato incorporato nel battaglione Plan Energético Vial, di Samoré (nord di Santader).

 

Gitani nell'esercito

Reclutato, racconta, contro la sua volontà a Cúcuta, quando fu trovato senza libretto militare: "Non mi sono abituato ancora al rispetto degli orari che mi impongono e ad obbedire agli ordini, perché i nostri genitori ci hanno educato alla libertà e dover obbedienza solo a loro e alle nostre leggi ed autorità."

 

I  genitori hanno richiesto ufficialmente al Ministero della Difesa e al comandante del battaglione che sia dispensato dal servizio militare, perché hanno paura che così perda le sue credenze e la sua lingua. Ma sinora non hanno ottenuto alcuna risposta.

 

La risposta di Juan Guillermo Rojas, comandante del battaglione, è stata: "Nessuno, tanto meno lui, mi ha detto che fosse gitano. Se è parte di un gruppo etnico, posso anche congedarlo. La cosa è possibile, però necessito di stabilire i parametri che la legge esige. Non ho l'autorità per assumere una simile decisione."

 

La legge non esonera

I portavoce del Ministero della Difesa informano che dal 1999 i gitani sono considerati minoranza etnica, ma che non esiste una legge che dica che debbano essere esonerati dal servizio militare. Soltanto chi si dichiara indigeno tra i gruppi riconosciuti come minoranza etnica (gli altri sono i gitani e gli afrocolombiani),dal 1991 hanno il diritto di non prestare servizio militare "al fine di proteggere la diversità etnica e culturale della Nazione". Ora i leaders gitani, chiedono che anche a loro sia garantito il medesimo diritto.

 

Una legge che li escluda

Secondo la comunità, in tutta la storia dei gitani in Colombia, solo due sono stati arruolati nell'esercito. Il primo fu Yiyo Gómez, reclutato a Villeta e che prestò servizio per 18 mesi a Bogotá. Il secondo è Alexánder Gómez. Sul suo caso il Ministero non si pronuncia, dato che non esiste un registro etnico di quanti prestino servizio militare. Yiyo Gómez è dell'opinione che i membri della comunità dovrebbero prestare servizio: "Vorrei che lo facessero in tanti, è un'esperienza formativa e non interferisce con i gitani che potremo essere."

 

Altri gitani stanno elaborando un progetto che permetta loro di essere esonerati. Il coordinatore generale di Prorom (Proceso Organizativo del Pueblo Rom de Colombia) sta valutando se questo sia possibile. "Il processo è iniziato, stiamo consultandoci con degli avvocati. Non saremmo buoni soldati e poi siamo una minoranza di duemila persone. La leva obbligatoria non cambierebbe con la nostra presenza."

 

La legge dei gitani

I gitani in tutto il mondo sono organizzati secondo leggi proprie, basata sul rispetto e l'ordine famigliare, e il valore della persona si giudica dal mantenimento della parola data.

 

I Rom hanno proprie autorità tradizionali, chiamate "Sere Romengue", che amministrano la giustizia all'interno di una giurisdizione chiamata Kriss Romaní. "Hanno stabilito che ai Rom è vietato dalla loro cultura far parte delle forze armate" ha commentato Véncer Gómez.

In Colombia i gitani si dedicano a lavorare i metalli e sono commercianti nati. Le donne praticano l'arte della divinazione. Parlano una lingua propria chiamata romanés e vivono uniti in gruppi chiamati kumpanías, dove i gadjé non sono ben visti. Questa organizzazione sociale ha permesso loro di mantenersi uniti e poco visibili al resto della società, e per questo sappiamo così poco di loro.

 
Di Fabrizio (del 20/06/2005 @ 15:32:03, in conflitti, visitato 2900 volte)
di: GAIUTRA BAHADUR Knight Ridder Newspapers

BAGHDAD, Iraq - (KRT) Kamalia era noto come un quartiere di peccato, simbolo della decadenza dei costumi degli anni di Saddam Hussein.
Si dice che il deposto dittatore avesse favorito l'insediarsi di danzatrici e degli Zingari. Adesso, i muri sono coperti con le immagini di un altro Hussein: il nipote del profeta Maometto e il più venerato tra i santi Sciiti.
Gli Zingari se ne sono andati e il quartiere ha assunto il nome di Hay al-Zahra, la figlia del Profeta. La maggior parte degli Zingari, una piccolissima minoranza presente da secoli, sono scappati dopo l'invasione USA del marzo 2003; in quanto ritenuti molto vicini al vecchio regime, ma anche perché ritenuti coinvolti nella prostituzione e nel traffico d'alcool e quindi non-graditi in un paese islamico.

L'Iraq era uno degli stati più stabili e più laici in tutto il Medio Oriente, ma la fine della guerra e l'ascesa dei partiti religiosi lo stanno trasformando radicalmente. Donne che giravano scoperte ora indossano la "hijabs," seguendo i dettami dell'Islam. Sono state chiuse con la forze le chiese e le vendite di alcolici, come anche i barbieri che praticavano tagli proibiti dal Corano.

"Ora, gli Iracheni sono diventati Musulmani," dice Akeel Hamid, 34 anni, uno dei pochi superstiti della comunità Zingara, che una volta contava 50.000 persone. "Così per noi è diventato duro rimanere qui."

Hamid si è inventato "squatter", finendo per occupare la ex sede del club dell'aviazione, distrutta dai bombardamenti e in stato di abbandono. Lui e dozzine di altri si sono sistemati in tende costruite con foglie di palma e cartoni. I bambini mostrano infenzioni cutanee e il campo improvvisato è assediato dai rifiuti.

"Una volta avevamo belle case," racconta Nadia Ali Mehsin, grattandosi la testa. "Saddam ci proteggeva... nessuno poteva toccarci o minacciarci."
Mehsin, 35 anni, possedeva un appartamento a Kamalia, con la stanza per gli ospiti, una cucina spaziosa, un telefono, il garage e un giardino. Ma, un mese dopo l'invasione, racconta che una notte si sono presentati degli uomini armati: "Hanno bussato alla porta e ci hanno detto: 'Ora il governo siamo noi. I vecchi capi non ci sono più e possiamo fare quel che vogliamo.' Ci hanno imposto di andarcene."
Mehsin dice che non conosceva quegli uomini. Ma i seguaci di Muqtada al-Sadr, che spesso hanno affiancato le azioni di polizia in quest'anno, rivendicano a loro la decisione di aver svuotato Kamalia e le altre enclave Zingare.
"Il loro comportamento era immorale per la società" dice lo Sceicco Ahmed al-Amshani, rappresentante di al-Sadr a Kamalia. "Le ragazze sedevano per strada con vestiti peccaminosi. Danzavano e cantavano a voce alta. Tentavano di corrompere la nostra gioventù"

Il popolo zingaro data le sue origini nell'India di mille anni fa. Nel loro spostarsi a occidente, generazione dopo generazione, un gruppo si è diretto verso l'Europa dell'Est e un altro verso quelli che oggi sono la Siria e l'Iraq (il termine esatto di quest'ultmo gruppo sarebbe Dom ndr).
Per secoli, si sono guadagnati da vivere come intrattenitori e danzatori. E' una tradizione che persiste, con un'intatta carica di sensualità, anche se molti di loro si sono convertiti all'Islam. L'anno scorso circolava un video in Medio Oriente, che presentava alcuni Zingari iracheni che ballando agitavano i loro capelli e le spalle, mentre il cantante offriva un'arancia a una donna poco vestita.
Gli Zingari sono stati per secoli perseguitati, anche dai nazisti in Germania. Molti iracheni li associano alla prostituzione, così tutti sono indistantemente trattati di conseguenza, anche quelli che non vi hanno niente a che fare.

Il padre di Al-Sadr, un riverito ayatollah fatto assassinare da Saddam, ha dedicato numerosi sermoni agli Zingari perché conducessero una vita più pia, inviando i suoi discepoli nelle eloro enclave per fare opera di conversione.
"Con la fine della guerra, abbiamo finalmente potuto liberarci di loro" dice Amshani.

Un anno fa, la polizia aveva ammonito la milizia di al-Sadr, l'esercito Mahdi, per aver sloggiato 1.000 residenti dal villaggio meridionale conosciuto come Qawliya, che in arabo sarebbe l'abbreviazione tanto di "Zingaro" che di "prostituta". La milizia aveva risposto che ciò era avvenuto durante un loro tentativo di liberare una ragazza rapita e che i vicini ne avevano approfittato per saccheggiare il villaggio. Amshani aggiunge che anche i campi di Abu Ghraib e Hillah sono stati abbandonati, dopo che i leaders religiosi vicini ad al-Sadr lo avevano richiesto.

I sacerdoti parlano di combattimenti tra Zingari e "giovani religiosi armati", avvenuti a Kamalia un mese dopo la caduta di Saddam, ma di non aver offerto protezione agli Zingari che si erano rivolti a loro, perché non volevano abbandonare la prostituzione.

Altri parlano di pressioni da parte dei vicini verso gli Zingari, ma questa volta senza armi spianate.
Dice Hussein Miklif, 25 anni, residente nel quartiere: "I capi clan sono andati da loro e gli hanno chiesto di andarsene, perché davano alla zona una cattiva reputazione. Sapevamo tutti che se fossero rimasti, la loro presenza avrebbe urtato i sentimenti popolari."
Aggiunge che è stata data loro una settimana di tempo per sistemare le loro questioni.
Poi termina: "Adesso siamo tranquilli"

Che ci siano state armi oppure no, i 200 Zingari di Kamalia sono andati via. Di sicuro l'area è tranquilla, non ci sono bande armate o posti di blocco, ma quelli non c'erano neanche "prima".
"Dopo la caduta del regime, le loro case sono state rase al suolo," dice Nadwa Dawood, portavoce del Ministro per Migrati e Rifugiati. "Li consideriamo alla stregua dei rifugiati, perché dopo aver lasciato le loro case, si spostano da un posto all'altro"

Qualcuno di loro ha venduto la casa a poco prezzo, altri l'hanno subaffittata. Altri ancora, hanno rimediato un caravan e si sono spostati in Siria o Giordania, senza troppi rimpianti.
"Il quartiere era disabitato" dice Abdul Mohsin Saahib, che si è trasferito lì due mesi dopo la fine della guerra.
Ha guardato diversi appartamenti senza nessun occupante, prima di sceglierne uno. Sulle pareti delle case, c'erano dipinti di ragazze in tenuta succinta, stanze con separè da teatro, resti dei banchi che si affacciavano sulla via per vendere alcol.

"Non hanno religione" dice Hajj Jassim Mohamed, padre di Saahib, parlando dei loro rapporti con Saddam: "Il governo ha sempre oppresso gli iracheni onesti, così loro potevano fare la bella vita. Ma dopo la guerra, hanno capito che intorno a loro vivevano persone religiose e che sarebbe stato pericoloso rimanere."
La famiglia ha "purificato" la casa con acqua e sapone, dopo averla comprata dagli Zingari. Hanno chiuso la veranda sulla strada dove si vendevano i liquori. E sui muri hanno appeso i poster di al-Sadr e di suo padre.

Un altro acquirente ha ottenuto l'indirizzo dell'appartamento in affitto dalla sede di al-Sadr. Sheikh Ghaith al-Tamimi, che è il portavoce di al-Sadr per i quel quartiere, dice di avere tutti i nomi degli appartamenti abbandonatidagli Zingari, elencati via per via, ma che il suo ufficio ha smesso da tempo di funzionare come se fosse una succursale immobiliare.
"Abbiamo detto loro di lasciare le case, ma che noi non potevamo trattare con i futuri inquilini. Quindi, che era compito loro trovare chi le acquistasse o volesse pagare loro l'affitto."

Anche Mehsin, la "squatter" rifugiata nel club dell'aviazione, è tornata nel suo quartiere. Giunta a quella che era la sua casa, si è trovata sulla porta una donna armata con un coltello da cucina. Poi, è riuscita a farsi dare tre milioni di dinari (circa 2.000 $) per la casa. Un decimo del suo valore, dice.
Lei è arrivata al club abbandonato con tutto il suo gruppo, dopo essere stata cacciati da una scuola e da una base militare.
"Cosa possiamo fare? Non abbiamo soldi" ci dice Mehsin, "Chi poteva permetterselo, ha lasciato l'Iraq; ma dove possiamo andare? Questo è il nostro paese"


Knight Ridder correspondent Alaa al-Baldawy contributed to this report
Originale da: Romano_Liloro mailing list
 
Di Fabrizio (del 19/06/2005 @ 04:40:07, in conflitti, visitato 1725 volte)

E' un argomento ripreso in altri momenti, e mi sembra utile segnalare:

Casa della Cultura - via Borgogna 3 - Milano

giovedì 23 giugno 2005 ore 21.00

vi invitiamo alle prove aperte dello spettacolo

CASA DOLCE CASA

Atto unico sulla violenza domestica alle donne

testo di Fanny Dalla Valle

psicologa e attrice

e di

Samantha Gamberini

formatrice esperta di problematiche di genere

in scena

Fanny Dalla Valle

Paolo Vergnani

musiche originali eseguite dal vivo dagli autori

Marcello Bruno e Pino Pio Arborea

regia di

MARCO MARCHEGIANI

e supervisione di

FRANCESCO BRANDI

Lo spettacolo è stato realizzato dal gruppo Emilia Romagna di Amnesty International insieme a teatrodimpresa nell’ambito della campagna

MAI PIU’ VIOLENZA SULLE DONNE

Si vogliono analizzare i meccanismi culturali, sociali e psicologici sottostanti il fenomeno della violenza domestica. L’obiettivo è di sfatare i luoghi comuni sul tema a partire dal tentativo di circoscriverlo a realtà sociali degradate

 
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