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La redazione
-

\\ Mahalla : VAI : Europa (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Fabrizio (del 30/03/2013 @ 09:06:01, in Europa, visitato 1413 volte)

Politis.fr Il vero volto della "caccia ai Rom"
Ai limiti di Parigi, un campo di rom è minacciato di sgombero senza alternative, mentre gli eletti dell'UMP si mobilitano per impedire la costruzione di un'area d'accoglienza, a 700 metri di distanza. Reportage. (ULTIMORA: sgombero effettuato il 27 mattina)

Alle prime ore del giorno, già si diffonde il fumo dai camini di tubi forati che si alzano da una fila di baracche di fortuna. Da mercoledì 20 marzo, la decina di famiglie rumene accampate su una bretella in disuso dell'autostrada A4, a lato del bois de Vincennes, attendono di essere sgomberate in ogni momento. Raccontano tre genitori, intorpiditi ed ansiosi, in francese rudimentale.

Da un anno e mezzo hanno lasciato la regione di Buzau, Romania, dove sopravvivevano come braccianti agricoli. Poi si sono installati in questi rifugi, e vivono di materiali di recupero, cercando nella spazzatura cibo e oggetti da vendere. Due gruppi elettrogeni e delle stufe a legna forniscono un principio di confort.

Giovedì 21 marzo: ingresso dell'accampamento - E.Manac'h

Mercoledì le forze dell'ordine sono venute ad ingiungere di lasciare il luogo, perché l'intervento era imminente. "Ci hanno dato sino a martedì per andare - racconta un padre alzandosi dal letto. - Mercoledì, sfasciano tutto."

"I Rom sono buttati per strada come cani"

Dal 18 luglio 23 di loro hanno ricevuto l'ordine di espulsione dal tribunale di Parigi. Hanno appoggiato le loro valige su una bretella abbandonata dell'autostrada A4 che la direzione stradale dell'Île-de-France vuole recuperare.

"Da uno o due mesi viene sempre la polizia, - racconta Cosmin, 17 anni, che il francese l'ha imparato a scuola in Romania. - Ma non abbiamo dove andare."

Rientrare in Romania? "Impossibile, - risponde il giovane, - là non troviamo lavoro, neanche col diploma. Qui, almeno possiamo cercare nell'immondizia. In Romania non sempre è possibile." Senza alternative, il gruppo sembra quindi rassegnato a dovere "aspettare l'espulsione".

"Non ci sono mai soluzioni di rialloggio, i Rom sono buttati per strada come cani," s'intromette Evelyne Perrin, pensionata e attivista iperattiva che sostiene queste famiglie assieme ad un piccolo collettivo di Joinville-le-Pont (Val-de-Marne). Da diversi mesi, sta muovendo mezzo mondo - dall'ambasciata rumena ai difensori dei diritti, passando per sindaci locali e parlamentari - per tentare di scolarizzare i 12 bambini dell'accampamento. "Ho provato di tutto, ma non è stato possibile," sospira.

L'UMP vuole salvare il bosco di Vincennes

Nello stesso tempo, a due passi, davanti alla stazione RER di Joinville-le-Pont, un pugno di militanti dell'UMP distribuisce volantini. A 700 metri dal campo, un parcheggio dev'essere trasformato in area di accoglienza per "gens du voyage".

Lo prevede la legge ed il consiglio di Parigi ha approvato il 12 febbraio due progetti dentro i boschi di Vincennes e di Boulogne. Inoltre, il senatore UMP della Val-de-Marne, Christian Cambon, assieme ad 8 città, hanno lanciato una petizione contro questo progetto, che dovrebbe realizzarsi nel primo trimestre del 2014.

Progettate dal 2010 dal sindaco di Parigi, la costruzione di queste due aree di sosta è stata accolta dal rifiuto sistematico degli eletti locali. Nell'aprile 2011, la commissione dipartimentale dei siti, presieduta da Claude Goasguen, sindaco UMP del XVIe arrondissement di Parigi, dichiarava "alluvionale" la zona del bois de Boulogne. Ed il progetto di Vincennes è stato aggiornato a novembre 2011, sulla base del solo parere della commissione superiore di siti: un'area di accoglienza in un bosco non sarebbe conforme ai vincoli paesaggistici.

Ai limiti del bois de Vincennes, l'area di accoglienza contestata dall'UMP e l'accampamento minacciato di sgombero (clicca sull'immagine per vederla a grandezza naturale)

Al giorno d'oggi "l'installazione dei campi non va nel senso dell'ecologia," martella Valérie Montandon, consigliera UMP del XIIe arrondissement di Parigi. Firmatario della petizione sulla "violazione dell'integrità del bois de Vincennes" il suo collega Claude Goasguen minaccia di portare il caso in tribunale: "Se il prefetto di Parigi darà nonostante tutto il suo assenso, la decisione sarà comunque annullata dal tribunale amministrativo."

I primi 60 posti di Parigi

Dal 5 luglio 2000 la legge Besson impone ai comuni di oltre 5.000 abitanti di predisporre aree permanenti di accoglienza per le popolazioni nomadi. Già a giugno 2011 il presidente della commissione nazionale consultiva della gens du voyage, Pierre Hérisson, avvertiva François Fillon dell'inadempienza dei comuni, il 31 dicembre 2010 soltanto il 52% aveva provveduto a mettere in pratica la legge. Il 31 luglio 2012 ripeteva l'allarme al nuovo governo a maggioranza socialista: "Devono essere create nuove strutture."

Sinora Parigi ha approntato 60 aree, quando un accordo del 2004 col prefetto fissava a 200 i posti necessari all'area parigina. La cifra è stata abbassata a 90 posti.

Strana inerzia, nello stesso momento in cui il ministro degli interni - che ha fatto espellere 12.000 Rom nel 2012 - promette di smantellare "più campi insalubri possibile" e che François Hollande sostiene che "spera che quando viene sgomberato un campo insalubre, vengano proposte soluzioni alternative."

Quanti si oppongono al progetto dell'area di accoglienza nel bois de Vincennes, hanno indetto una manifestazione sabato 23 marzo, nel l'area in questione. I militanti che sostengono i Rom hanno già annunciato una contro-dimostrazione.

Volantino distribuito giovedì mattina alla stazione di Joinville-le-Pont

 
Di Fabrizio (del 02/04/2013 @ 09:08:33, in Europa, visitato 1086 volte)

LIVEWIRE Amnesty's global human rights blog - Posted on 28 March 2013 by Livewire Team

Milioni di Rom in tutta Europa sperimentano pregiudizi, esclusioni, sgomberi forzati, segregazione a scuola, mancanza di accessi ai servizi pubblici e odio che può portare alla violenza. Come comportarsi con la discriminazione giornaliera che ancora continua? Cosa li spinge a sperare che il futuro sia migliore? Ecco quattro attivisti romanì che parlano della loro lotta per i diritti umani, i diritti dei loro figli e delle loro comunità.

Peter e Marcela hanno vinto la battaglia perché i loro figli non fossero segregati in classi per soli-Rom. © Private

Lotta contro la segregazione nell'istruzione: "Ci avete dato la forza"

Peter e Marcela vivono a Levocha, in Slovacchia. Grazie ad Amnesty International, hanno recentemente ottenuto che i loro figli non fossero più segrgati in classi epr soli Rom, anche se questa pratica continua tuttora.

Peter: Mi sento Slovacco, ma sono Rom. Non mi piace essere etichettato come Rom o zingaro. Appartengo a questa società, come i miei figli. Il loro fututo sarà migliore. Frequentano classi miste - hanno più opportunità ed hanno un approccio differente alla scuola. Spero che ci sia un cambiamento. Le classi separate vanno abolite. E' giusto che la gente lo sappia - se non se ne parla, non cambierà o non si risolverà niente. Quindi, è stato un bene di sicuro operare con Amnesty, perché a Levocha e altrove le cose ora sono cambiate.

Marcela: Mi sono battuta non solo per i miei figli, ma per tutti i bambini. Sarei così felice se il Ministero dell'Istruzione abolisse tutte le scuole e le classi separate. E vorrei che si battessero anche gli altri genitori, come abbiamo fatto io e mio marito. Lavorare con Amnesty International mi ha dato tanta forza ed energia. Se voi non foste stati con noi, non avrei saputo da dove partire. Per me è stata una grande esperienza. Avete dato la forza per andare avanti con la nostra lotta.

Claudia Greta con altri della sua comunità stanno chiedendo un alloggio adeguato in città, dopo lo sgombero forzato nel2010. © Laurent Ziegler

Combattere gli sgomberi forzati: "Non posso arrendermi"

Claudia Greta e la sua comunità sono state allontanate a forza da Cluj-Napoca, in Romania, a dicembre 2010 e risistemati alla periferia della città, accanto alla discarica municipale. La storia fu descritta nella nostra pubblicazione Write for Rights del 2012. Claudia e gli altri attivisti ora stanno conducendo una campagna con Amnesty International per essere nuovamente riportati in città e con un adeguato alloggio.

Il giorno dello sgombero mi ha segnata per il resto della vita. Da allora ci siamo battuti per mostrare che dovremmo avere gli stessi diritti legali di tutti. Voglio mostrare al mondo intero che non ci arrenderemo, anche se abbiamo la pelle di colore più scuro. Non importa - siamo tutti umani. Non voglio che i nostri bambini passino l'infanzia in un inferno.
Voglio che la gente veda che siamo persone normali: mandiamo i bambini a scuola, andiamo a lavoro, i nostri bambini vanno all'asilo. Facciamo cose normali come qualsiasi etnia. Siamo esseri umani.

Andare a Varsavia con Amnesty International ha avuto su di me un grande impatto. Un bambino di 10 anni mi ha mostrato la lettera che aveva scritto per noi, e mi ha toccato profondamente. Ora sentiamo che non siamo soli. Ogni lettera mostra che altri lottano accanto a noi. Quando vedo così tante lettere di incoraggiamento, non posso arrendermi. Neanche la morte mi fermerà. Qualcuno prenderà il mio posto e continuerà.

Quando la Romania ha aderito all'Unione Europea, erano inclusi Rom e Ungheresi, Ebrei e tutti gli altri gruppi etnici che vivono qui. Quindi, anche noi siamo parte dell'Unione Europea. Se la UE vedesse discriminazioni nel nostro paese, allora dovrebbe intervenire.

Rita Izsak, romnì ungherese ed esperta indipendente ONU sulle questioni delle minoranze. © UN BIH CO

Lotta alle discriminazioni: "Mi sono arrabbiata"

Rita Izsak, è una romnì dell'Ungheria. Ora è consulente indipendente ONU sulle questioni delle minoranze.

Il cognome di mia madre era Orsos, che è tradizionale tra i Rom. Per tutta la vita, quando ho dovuto indicare nei documenti ufficiali il suo cognome, è stato chiaro che appartenevo al gruppo rom.

Quando ero studentessa, lavoravo part-time come organizzatrice d'eventi e fui licenziata senza ragione. Sentii che il mio capo aveva scoperto che mia madre era rom, e non poteva permettersi che la compagnia fosse rappresentata da una Romnì. Non importava che studiassi legge, che parlassi fluentemente due lingue, che fossi pulita e gentile; l'unica cosa importante è che mia madre avesse origine rom.

Mi arrabbiai ed entrai nell'European Roma Rights Centre. Divenni un'attivista per i diritti dei Rom. Ero stata messa di fronte ad una terribile verità e ciò fece di me una combattente.

Vedo segnali positivi - per esempio, la mia organizzazione in Ungheria ha appena fondato un club femminile rom, dove incontro dozzine di Romnià molto promettenti, giovani, altamente istruite e di talento che lavorano per la loro comunità.

Penso che ciò che manca davvero è un linguaggio chiaro su cosa sta succedendo. Non ci sono abbastanza discussioni franche, che permettano alle persone di digerire cosa sta succedendo. I politici spesso hanno troppa paura per usare parole come "segregazione" o "violenza" o "omicidi di Rom". C'è silenzio.

Nell'Europa occidentale l'odio e i discorsi che incitano al razzismo sono in aumento, non solo contro i Rom, ma anche contro altri gruppi come gli ebrei e i musulmani. Ma i Rom si distinguono perché siamo il bersaglio in quasi tutti i paesi dove viviamo. La grande difficoltà è che manchiamo di potere politico, economico o nei media.Così è importante trovare piattaforme per mostrare solidarietà. C'è sempre un modo per entrare in contatto con queste comunità.

Dobbiamo agire ora per evitare la perdita di un'altra generazione di Rom, le cui uniche aspettative siano vivere in povertà, discriminati ed esclusi.

ACT NOW
Il 4 aprile, Amnesty International lancia una nuova campagna in tutta Europa per fermare la discriminazione contro il popolo romanì. Unitevi alla campagna! Visitate amnesty.org/roma

 
Di Fabrizio (del 03/04/2013 @ 09:09:27, in Europa, visitato 1031 volte)

Da Roma_Francais (Augurandovi di essere usciti tutti interi dalla scorsa settimana santa, ho beccato un articoletto a tema)

I Rom sono pericolosi alla salute dei morti - 29 marzo 2013 par Philippe Alain

Il sindaco di Villeurbanne è quello che si dice un socialista disinibito. La scorsa estate aveva firmato su Le Monde una piattaforma a sostegno della politica razzista del governo e chiedendo lo smantellamento mirato degli accampamenti rom. Per lui, l'importante non è la rosa, non è nemmeno l'accampamento, ma proprio il campo rom.

Fine agosto: assegna quindi al tribunale un centinaio di persone che avevano trovato rifugio in fondo ad un parco naturale. Allora, per giustificare la domanda d'espulsione, il sindaco precisava che i Rom minacciavano... le specie protette.

La richiesta in effetti precisa: "Il parco naturale della Feyssine ospita delle specie protette la cui protezione può essere minacciata da questo tipo di occupazione."

In Francia è più importante proteggere gli animali che i bambini rom.

Il giudice ordina l'espulsione immediata e le famiglie si spostano su altri due terreni, sempre a Villeurbanne, tanto per dimostrare l'assurdità di questa politica che sposta senza risolvere assolutamente niente.

Ancora, i due terreni sono oggetto di una procedura d'espulsione, lanciata a fine agosto 2012.

Durante tutti i 6 mesi in cui sono occupati dalle famiglie, nessuno di questi terreni è fatto oggetto dell'applicazione della circolare interministeriale del 28 agosto, inviata a tutti i prefetti.  E' la circolare che prevede la messa in opera, prima dell'espulsione, di una diagnosi e sostegno alle famiglie.

Probabilmente, il prefetto di Lione non riceve le circolari interministeriali. O forse non le legge, troppo occupato, senza dubbio, ad affrontare la questione degli elefanti da sottoporre ad eutanasia, che si trascina da mesi.

Per giustificare la sua domanda d'espulsione, il sindaco di Villeurbanne, in mancanza di specie animali da proteggere trova un nuovo argomento: "Questa occupazione, se dovesse prolungarsi, porrebbe immancabilmente gravi problemi d'igiene tanto per gli occupanti che per gli abitanti attorno."

Bon, mi direte, è un classico, è l'argomento abituale... Salvo che... I vicini delle famiglie installate sul terreno di Villeurbanne non sono dei vicini così comuni. Sono morti.

Eh sì, morti e sepolti. Cacciate da tutte le parti, minacciati dai vicini che a volte bruciano le loro baracche, queste famiglie si sono installate a lato di un cimitero. Pensando, senza ombra di dubbio, che almeno qui non rischiano di svegliare i vicini facendo troppo rumore.

Invece no. Il sindaco di Villeurbanne ritiene che i Rom, dopo aver minacciato specie protette, minaccino l'igiene delle persone sepolte. Forte, vero?

In Francia l'igiene dei morti è più importante di quella dei bambini rom.

Ieri, 28 marzo 2013, sotto una pioggia gelata, il prefetto del Rodano, a seguito della richiesta del sindaco di Villeurbanne, ha dunque provveduto all'espulsione di 80 persone, la metà delle quali sono bambini. Tutto è successo molto in fretta. La polizia è arrivata con i bulldozer che hanno spaccato tutto. Gettate sul marciapiede, le famiglie si sono fermate per un momento a guardare la Francia distruggere tutto ciò che possedevano, cioè: poca roba.

La sera stessa, alla televisione, François Hollande, dall'alto del suo 29% di popolarità, ci spiegava che rinunciava al socialismo. L'avevamo capito, grazie.

 
Di Fabrizio (del 05/04/2013 @ 09:05:12, in Europa, visitato 1627 volte)

Foto di Fulvia Vitale - LE PERSONE e la DIGNITA' di Riccardo Noury
"Riguarda l'Europa. Riguarda te". Questo è lo slogan ufficiale del 2013, Anno europeo dei cittadini.

Circa la metà dei 10-12 milioni di rom che vivono in Europa si trova nei paesi dell'Ue.

Otto famiglie rom su 10 sono a rischio povertà. Solo un rom su sette ha terminato le scuole di secondo grado. A livello dei singoli stati membri, le comunità rom si collocano al di sotto di quasi tutti gli indici di sviluppo sui diritti umani.

No, l'Europa non riguarda i rom. Va detto un'alta volta ancora, all'ennesima vigilia della Giornata internazionale dei rom e dei sinti che si celebrerà lunedì 8 aprile.

Lo dice il fatto che a distanza di oltre un decennio dall'adozione della Direttiva sull'uguaglianza razziale del 2000 e di quattro anni dall'entrata in vigore della Carta dei diritti fondamentali, mai una volta la Commissione europea ha ritenuto di dover avviare qualche azione a sostegno dei diritti dei rom.

Che l'Europa non riguardi i rom, lo pensano anche alcuni cittadini degli stati membri.

In un sondaggio effettuato nel 2012, il 34 per cento degli europei riteneva che i cittadini dei loro paesi si sarebbero sentiti a disagio, e il 28 per cento "mediamente a loro agio" se i loro bambini avessero avuto dei rom come compagni di classe.

In Bulgaria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria, dal gennaio 2008 al luglio 2012, vi sono stati oltre 120 attacchi gravi contro i rom e le loro proprietà, tra cui sparatorie, accoltellamenti e lanci di bombe Molotov.

Gli sgomberi forzati continuano a costituire la regola, e non l'eccezione in molti paesi europei, tra cui Francia, Italia e Romania. L'istruzione è segregata in Grecia, Repubblica Ceca e Slovacchia, in contrasto con le leggi nazionali ed europee che proibiscono la discriminazione razziale.

Ecco la situazione, nel dettaglio, in alcuni paesi:

In Bulgaria si stima che i rom siano 750.000, il 9,94 per cento della popolazione. Più del 70 per cento dei rom dei centri urbani vive in quartieri segregati. In 14 attacchi contro persone rom e/o loro proprietà, portati a segno tra settembre 2011 e luglio 2012, sono morte almeno tre persone e altre 22, tra cui una donna incinta e due minori, sono rimaste ferite.

I circa 200.000 rom presenti nella Repubblica Ceca costituiscono l'1,9 per cento della popolazione. Più o meno un terzo (dalle 60.000 alle 80.000 persone) vive in 330 insediamenti per soli rom, all'interno dei quali la disoccupazione è superiore al 90 per cento. I bambini e le bambine rom costituiscono il 32 per cento del totale di coloro che sono assegnati a scuole per "alunni con lieve disabilità mentale" e che seguono programmi scolastici ridotti. Nel corso degli attacchi violenti verificatisi tra il gennaio 2008 e il luglio 2012 sono stati uccisi almeno cinque rom e almeno 22, tra cui tre minorenni, sono rimasti feriti.

In Francia vivono circa 500.000 traveller, molti dei quali cittadini francesi. Vi sono poi altri 15.000 - 20.000 rom provenienti da Bulgaria e Romania. I migranti rom dei campi e degli insediamenti informali sono oggetto di sgomberi forzati e di espulsione verso i paesi d'origine. Nel 2012 sono stati eseguiti 11.803 sgomberi, l'80 per cento dei quali aventi caratteristiche di sgombero forzato. Ieri, ce n'è stato un altro, che ha coinvolto oltre 200 persone. Solo il 10 per cento dei rom ha completato gli studi secondari.

Dei circa 750.000 rom residenti in Ungheria, il 7,49 per cento della popolazione, solo il 20 per cento ha un'istruzione superiore al primo grado, rispetto alla media nazionale del 67 per cento. Solo lo 0,3 per cento ha conseguito un diploma universitario. Tra gennaio 2008 e settembre 2012, vi sono stati 61 episodi di violenza contro i rom e le loro proprietà, che hanno causato la morte di nove persone, tra cui due minorenni, e decine di feriti, 10 dei quali in modo grave.

I circa 150.000 rom, sinti e caminanti presenti in Italia costituiscono lo 0,25 per cento della popolazione del paese. Le comunità rom comprendono persone provenienti da altri paesi dell'Ue (soprattutto la Romania) e dai paesi dell'ex Jugoslavia, un numero imprecisato di apolidi e circa un 50 per cento di cittadini italiani. Solo il 3 per cento è costituito da gruppi itineranti. Oltre un quarto dei rom presenti in Italia, circa 40.000 persone, vive in campi, informali o autorizzati ma comunque a rischio di sgombero forzato. Negli ultimi sei anni, a Roma e a Milano, ne sono stati eseguiti oltre 1000, quasi uno al giorno e nella stragrande maggioranza dei casi si è trattato di sgomberi forzati. Il 51 per cento della popolazione italiana ritiene che la società non trarrebbe beneficio dalla migliore integrazione dei rom.

In Romania si stima vivano 1.850.000 rom, l'8,63 per cento della popolazione. Circa l'80 per cento dei rom vive in povertà e quasi il 60 per cento risiede in comunità segregate e senza accesso ai servizi pubblici essenziali. Il 23 per cento delle famiglie rom (su una media nazionale del 2 per cento) subisce multiple privazioni relative all'alloggio, tra cui il mancato accesso a fonti d'acqua potabile e a servizi igienico-sanitari così come l'assenza di titoli comprovanti la proprietà dei loro alloggi.

I circa 490.000 rom presenti in Slovacchia costituiscono il 9,02 per cento della popolazione. Un terzo dei bambini e delle bambine rom, il 36 per cento, si trova in classi segregate per soli rom, il 12 per cento è assegnato a scuole speciali. Nello spazio di una generazione, il numero degli alunni rom assegnati alle scuole speciali è più o meno raddoppiato. Tra il gennaio 2008 e il luglio 2012 vi sono stati 16 attacchi contro i rom o le loro proprietà: cinque rom sono stati uccisi e altri 10 feriti.

In Slovenia i rom sono circa 8500 e costituiscono lo 0,41 per cento della popolazione. A differenza della percentuale nazionale che arriva quasi al 100 per cento, i rom che vivono nel 20-30 per cento degli insediamenti nel sud-est del paese sono privi di accesso all'acqua. Mentre i litri d'acqua per uso personale sono in media 150 al giorno (con punte del doppio nei centri urbani), alcune famiglie rom hanno accesso solo a 10 - 20 litri d'acqua a persona.

Sul sito di Amnesty International Italia, è online da stamattina un appello indirizzato alla Commissaria europea per la giustizia, i diritti fondamentali e la cittadinanza, Viviane Reding, per chiederle di porre fine alla discriminazione nei confronti dei rom nell'Ue.

Nei prossimi giorni si svolgeranno numerose iniziative, organizzate sia da Amnesty International che dall'Associazione 21 luglio, in Italia e in Europa.

 
Di Fabrizio (del 09/04/2013 @ 09:07:11, in Europa, visitato 1022 volte)

Osservatorio Balcani e Caucaso - di Milena Miloshevic | Podgorica 3 aprile 2013

Campo di Konik (foto Balkan Insight)

Nel più grande campo profughi dei Balcani, i rom fuggiti dalla guerra del Kosovo hanno passato mesi in container di metallo senza elettricità, dopo che le baracche in cui vivevano erano andate a fuoco. (Questo articolo è stato originariamente pubblicato da Balkan Insight il 13 marzo 2013, col titolo Montenegro's Container Camp Refugees Survive Winter Freeze)

Le file di scatole bianche di metallo sono l'unico segno di ordine in mezzo al caos del campo di Konik, impantanato nel buio del tardo pomeriggio nonostante il clamore dei bambini che giocano e la musica proveniente dai container i cui abitanti sono riusciti a 'prendere in prestito' elettricità dalle case vicine. Siamo nel più grande campo profughi dei Balcani, situato alla periferia della capitale montenegrina, dove vivono 1.500 profughi rom che hanno lasciato il Kosovo durante il conflitto fra le guerriglie albanesi e le forze del governo serbo nel 1999.

Valjdet Ramaj è uno degli abitanti del campo. La sua famiglia viveva in una fra le tante fatiscenti baracche di legno disposte su un terreno abbandonato coperto di spazzatura, ma è stata trasferita in una tenda quando la maggior parte di queste strutture sono bruciate nell'incendio che ha devastato il campo a luglio dell'anno scorso. Nel mese di novembre 2012, il governo montenegrino ha fornito oltre 200 container da utilizzare come abitazioni temporanee, promettendo che l'elettricità sarebbe stata installata. Ma, all'inizio dell'inverno, l'elettricità non è arrivata.

"Le capanne erano migliori, più calde", ha dichiarato Ramaj a BIRN, affermando che vivere in un container è "quasi come vivere in un congelatore".

Diverse decine di persone hanno protestato davanti alla sede della delegazione UE a Podgorica nel mese di gennaio, chiedendo l'installazione dell'elettricità.
"I miei figli vanno a scuola. Quando tornano la sera, non possono fare i compiti. È buio. Non vogliono andare a scuola. Non riescono a leggere. Non riescono a vedere", ha detto a BIRN un altro residente del campo, Gasi Gani.

Una bolletta da 800.000 euro

Prima dell'incendio, gli abitanti di Konik avevano usato elettricità senza pagare fino ad accumulare un debito di 800.000 euro nei confronti dell'Elektroprivreda Crne Gore (compagnia elettrica del Montenegro, a maggioranza statale): una somma che è improbabile i rifugiati possano mai possedere. Il problema è ora sulla via di soluzione, anche se Zheljko Shofranac, direttore dell'Ufficio per i rifugiati del Montenegro, ha avvertito che "nessuno può essere più esentato dall'obbligo di pagare l'elettricità".

Molti dei rifugiati che vivono nel campo sono ancora in attesa che le autorità risolvano la questione del loro status giuridico in Montenegro, e non hanno quindi i documenti necessari per ottenere posti di lavoro. Ma dopo aver trascorso la maggior parte dell'inverno al freddo, Ramaj dice di essere pronto a firmare un contratto con la società di energia elettrica, anche se non è ancora sicuro di come riuscirà a pagare le bollette.

"Cercheremo una soluzione, faremo qualcosa... faremo la fame, ma almeno saremo in grado di vedere quello che mangiamo e beviamo", dice Ramaj.

Anche se manca poco alla primavera e all'arrivo della luce, per alcuni dei rifugiati le serate sono destinate a rimanere buie. Non c'è luce nelle nove baracche di legno sparse sulla terra senza erba, fra enormi pozzanghere, in fondo al campo: le uniche case sopravvissute all'incendio dello scorso anno. A differenza di chi sta nei container, le 350 persone che vivono qui non avranno elettricità fino a quando i residenti del campo non avranno saldato il debito.

"Il debito deve essere pagato perché loro possano usare l'elettricità", ha dichiarato SHofranac, che ha promesso: "Il governo è consapevole del problema e sta cercando una soluzione con l'azienda elettrica".

Una luce nelle tenebre

Alcuni residenti di Podgorica sembrano simpatizzare con la difficile situazione dei rifugiati: "Una società si misura dal modo in cui tratta i suoi membri più deboli", ha dichiarato a BIRN un abitante del luogo.

Ma la situazione al campo Konik è il segno di un problema più ampio che affligge il Montenegro da anni. Anche se il paese è riuscito a evitare alcune delle più dure conseguenze delle guerre degli anni novanta, alla fine di quel decennio oltre il 10 per cento della popolazione era costituita da rifugiati. Ora vanno affrontate le questioni abitative di quei rifugiati che hanno deciso di restare, dato che sia il governo che le organizzazioni internazionali sono consapevoli del fatto che né i container né le baracche di legno rappresentano una soluzione al problema.

I funzionari di Podgorica sperano di ottenere il denaro necessario per migliorare la situazione attraverso le donazioni di un progetto internazionale istituito lo scorso anno in una conferenza a Sarajevo, che ha raccolto finora 270 milioni di euro, nel tentativo di risolvere i problemi logistici dei profughi in Bosnia, Croazia, Montenegro e Serbia.

Nel marzo dello scorso anno, dopo un accordo tra il Montenegro e l'Unione europea, tre milioni di euro sono stati stanziati per la costruzione di 90 appartamenti e un community center per le famiglie che vivono nel campo di Konik.

"Questo progetto dovrebbe essere un indicatore dei risultati raggiunti e degli standard che dobbiamo raggiungere per avviare i progetti che saranno realizzati attraverso il processo di Sarajevo", ha dichiarato Shofranac.

Altri due progetti volti a fornire alloggi per i rifugiati del Kosovo sono stati proposti per il sostegno dei donatori di Sarajevo. Uno di questi prevede la costruzione di 62 appartamenti a Nikshic, seconda città del Montenegro, e un altro dovrebbe fornire ulteriori 42 appartamenti per i residenti del campo di Konik.

I lavori di costruzione dovrebbero iniziare nel settembre di quest'anno. Ma fino a quando le nuove case non saranno ultimate, la maggior parte dei profughi continuerà a vivere nei container di metallo e guardare con invidia alle case di pietra e mattoni dei loro vicini.

 

COMMISSIONE EUROPEA: Impiego, Affari Sociali e Inclusione 15/04/2013

© 2013 GeoBasis-DE/BKG, Google

La Commissione Europea ha preparato una mappa interattiva di regioni, città e comuni impegnati ad integrare la loro popolazione rom e che hanno iniziative di rete create per sostenerli nel raggiungimento del loro obiettivo.

L'inclusione sociale dei rom è una responsabilità comune delle istituzioni europee e degli Stati Membri ma, includere le autorità locali risulta cruciale per mettere a punto misure volte a cambiare la vita delle comunità rom.

Diverse iniziative stanno supportando le autorità locali nel pianificare ed implementare le strategie perl'inclusione dei rom e per richiedere finanziamenti europei fornendo loro l'expertise e le opportunità per imparare tra di loro e condividere esperienze:

  • Il sito Network dei sindaci che ricevono il maggior numero di fondi europei per l'inclusione dei rom (MERI) dell'Open Society Fundation riunisce comuni dalla Bulgaria, dall'Ungheria, dalla Romania e della Slovacchia e, in un secondo momento includerà anche comuni dalla Macedonia, dalla Croazia, dalla Serbia e dalla Repubblica Ceca, al fine di scambiare buone pratiche, di creare servizi rivolti ai rom e di usare al meglio i fondi europei dati alle comunità locali.
  • La task force per l'inclusione dei rom di EUROCITIES promuove lo scambio di buone pratiche, la crescita di consapevolezza sulla prospettiva cittadina sulla mobilità europea e l'inclusione dei rom e l'accesso ai fondi per le politiche locali volte all'inclusione dei rom. MERI ed EUROCITIES forniscono supporto anche ad un programma di scambi est-ovest per trasferire buoni esempi di inclusione e accessibilità dei servizi locali dall'Europa occidentale a quella orientale e per migliorare i servizi rivolti ai rom conducenti uno stile di vita nomade.
  • L'Alleanza Europea delle Città e delle Regioni per l'Inclusione dei Rom fornisce supporto alle autorità locali e regionali nel campo dello scambio di esperienze e di pratiche, organizza workshop tematici, corsi e visite sul campo e scambia informazioni sulle politiche e sulle fonti di finanziamento.
  • ROMED (Mediazione interculturale per i rom) è un programma comune del Consiglio d'Europa e della Commissione Europea per migliorare l'interazione tra le istituzioni pubbliche locali e le autorità e le comunità rom e, allo stesso tempo, assicurare l'accesso dei rom ai loro diritti. È implementato in 22 Paesi europei.
  • Il Forum dei Sindaci per l'Inclusione dei Rom è un'iniziativa del Fondo Internazionale Visegrad nel quale i sindaci della Repubblica Ceca, dell'Ungheria, della Polonia e della Slovacchia si scambiano esperienze e buone pratiche per l'integrazione della popolazione rom.
  • Il Progetto di Rete Urbana Rom è costituito da una partnership di nove città europee volte ad informare e a fornirsi supporto reciproco per lo sviluppo di piani d'azione locali per l'inclusione sociale dei giovani rom e la loro transizione a cittadini adulti attivi.
 
Di Fabrizio (del 03/05/2013 @ 09:08:58, in Europa, visitato 2153 volte)

Venerdì 10 maggio, ore 20.45
Libreria Popolare - via Tadino 18, 20124 MILANO

Sarà... che le cose più interessanti ti accadono sempre per caso. Sarà... che molti ne hanno scritto, e solo qualcuno c'è tornato.

Una giovane famiglia italiana, con bimbo di due anni, in Macedonia per teatro. Entrano in contatto con la comunità dei Rom di Shuto Orizari (il primo comune che è stato amministrato dai Rom stessi), e piano piano ne scoprono la storia e le sue caratteristiche, ma soprattutto sviluppano un intenso rapporto con i suoi abitanti, di cui sono ospiti, alla ricerca comune dei valori, delle tradizioni e delle conflittualità che regolano la comunità.

Ne parlano con l'autore, Andrea Mochi Sismondi
Fabrizio Casavola, redazione di Mahalla
Anna Stefi, ricercatrice e collaboratrice di Doppiozero

 
Di Fabrizio (del 07/05/2013 @ 09:05:38, in Europa, visitato 1484 volte)

Dall'hindi all'hargot, l'incredibile storia della lingua rom LesInROCKS - 02/04/2013 | 12h23 par Eva Bester (nella foto: Il tempo dei gitani di Emir Kusturica)

    Parlata da milioni di Rom in tutto il mondo, e dopo aver fornito nobiltà al francese gergale, la lingua romanì resta quantomeno sconosciuta

Parole come surin (coltello), bouillave (fornicare) e chourer (da chourave, rubare) fanno parte dei numerosi imprestiti dal rromanì al francese che vi permettono di dare a qualcuno del narvalo (sciocco), di insistere sul numero di berges (anni) di un antenato o ancora di minacciare un caro amico di poukave (denuncia) o di marave (colpire, uccidere).

Se i francesi si concentrano soprattutto sui termini canaglia, il rromanì resta una lingua poetica, musicale e millenaria, che non ha visto la sua ufficializzazione in forma scritta se non dopo il 1990.  Come i Rom (ortograficamente Rrom), è originaria della città di Kannauj, capitale dell'India oltre 1000 anni fa. Si è costituita sulla base di antiche parlate popolari indiane, nella forma conosciuta del sanscrito.

Un dialetto diventato lingua attraverso la Storia

All'inizio dell'XI secolo, popoli di lingua rromanì vennero deportati in Afghanistan dal sultano Mahmoud di Ghazni, per le loro ricercate competenze artistiche e artigianali. Il sultano desiderava così fare del suo borgo la capitale dell'universo. Ma in una società islamica rigorosamente sunnita, la loro cultura indù non si integrò. Il sultano li vendette nel nord del paese, dove si parlava persiano. Quindi, dopo gli apporti indiani, il rromanì si arricchì di elementi persiani, ed in seguito ai viaggi, di imprestiti greci a cui si aggiunsero quelli dei paesi locali dove la maggioranza de Rom ha vissuto sino ad oggi (Romania, Bulgaria, Serbia, ecc.)

Ancora oggi, la lingua del nord dell'India ha novecento parole in comune col rromanì. L'impronta indiana è tale che padroneggiando il rromanì si può decifrare un film in  hindi. Al momento della sua uscita in Albania, il film indiano Il vagabondo di Raj Kapoor ha suscitato entusiasmi sino al delirio tra il pubblico rom, che pensava che lo fossero anche tutti gli attori del film.

Un movimento letterario rromanì molto recente

Non tutti i Rom (tra i 12 e i 15 milioni nel mondo) parlano il rromanì. Alcuni gruppi sono stati obbligati a dimenticarlo (in Spagna, Inghilterra, Finlandia...), ed altri l'hanno dimenticato date le condizioni del mondo attuale. Le memorie più vive si trovano nei Balcani, dove è parato dal 95% dei Rom. In Francia, su mezzo milione di Rom, si contano circa 160.000 che lo parlano (poco meno del 30%). La prima menzione di una possibile standardizzazione del rromanì risale al XIX secolo. quando il polacco Antoine Kalina notò l'omogeneità profonda della lingua nei diversi paesi dove veniva praticata. Otto anni dopo, un Rom ungherese, Ferenc Sztojka, pubblicava un dizionario ungherese-rromanì, contenente circa 13.000 voci e una trentina di poesie in rromanì. L'autore ambiva a fornire una lingua moderna, con nuove parole ed espressioni.

Malgrado questi tentativi per accordare al rromanì uno status equivalente alle altre lingua, occorrerà aspettare gli anni '20-'30 in Russia, perché veda la luce un movimento letterario rromanì. In quel periodo Lenin insisteva sull'importanza di dotare di un alfabeto le lingue che non l'avevano. Dall'Unione Sovietica della fine degli anni '30, molte scuole e sezioni universitarie offrirono corsi di rromanì. Da allora sono stati tradotti in lingua quattrocento libri, ed infine si c'è stato l'accesso di grandi autori come Puskin o Mérimée. Nel 1969 in Jugoslavia esce il primo libro scritto in rromanì: Il Rrom cerca un posto al sole di Rajko Djurić.

Si traducono Prévert e Barbara in rromani!

Emerge allora un movimento poetico rromanì: lustrascarpe, operai, studenti dattilografano sulle macchine da scrivere dei loro datori di lavoro poesie in un rromanì approssimativo, se le scambiano e le leggono durante le sere. Traducano anche Prévert e Barbara, s'intensifica il desiderio di una scrittura comune. Il primo congresso rom ha luogo nel 1971 a Londra, e da alla luce la commissione linguistica dell'Unione Rromani Internazionale, che ufficializzerà l'alfabeto nel 1990, sotto il patrocinio dell'UNESCO.

Riconosciuto infine come una lingua propria a tutti gli effetti, il rromanì oggi è insegnato ufficialmente solo in due paesi dell'Unione Europea: in Romania e in Francia (all'INALCO). Ma come di ce il proverbio: "O gav p-e dromesqo agor si jekh lachipe, o drom so lingrel tut othe si deś!" (Non è la destinazione che conta, ma la strada per arrivarci!).

Grazie a Marcel Courthiade, commissario alla lingua ed ai diritti linguistici per l'Unione Rromani Internazionale e professore di lingua e civiltà rromanì presso l'INALCO, per la sua conoscenza e gli illuminanti aneddoti.


Ndr: vedi anche

 
Di Fabrizio (del 10/05/2013 @ 09:03:46, in Europa, visitato 1361 volte)

Emil Schuka con Vaclav Havel. (Photo: Romano vod'i 4/2013)
Emil Schuka: Manchiamo di un concetto unificante - Prague, 3.5.2013 19:13, (Romano vod'i) Adéla Galova, translated by Gwendolyn Albert

Dal teatro ai diritti

Emil Schuka è uno dei politici romanì più famosi nella Repubblica Ceca. Si è laureato in legge ed è stato pubblico ministero, ma il suo sogno era di fare carriera con qualcosa di totalmente differente. Nel 2001 la rivista Reflex citava queste sue parole:

    "Sin dall'inizio ho avuto un'enorme passione per il teatro, che semplicemente mi incanta. Per tre volte ho frequentato il Dipartimento di Regia Teatrale al DAMU (l'Accademia di Arti di Scena) a Praga. Da ragazzo mi esibivo nel teatro della scuola e durante le superiori ho diretto due gruppi teatrali, uno a scuola e l'altro nella vicina casa della Gioventù. Pensavo che il teatro fosse lo scopo e l'ispirazione della mia vita."

Dato che non era stato ammesso all'Accademia, iniziò a cercare qualche altro campo dove potesse evitare la matematica, che non gli piaceva per niente. Questo lo portò alla Facoltà di Legge, ed a lavorare come pubblico ministero dopo la laurea. Tuttavia, Schuka non dimenticò il teatro, e mentre risiedeva nella città di Sokolov vi fondò il famoso complesso teatrale "Romen".

Euforia della rivoluzione

L'attivismo e il carisma di Schuka diedero frutto in particolare durante gli anni della rivoluzione e del post-rivoluzione. Assieme a Ladislav Rusenko, rappresentò il popolo rom durante quei giorni ferventi. In una memorabile manifestazione a Piana Letna (Praga) il 26 novembre 1989, parlò sul palco assieme a Rusenko, dichiarando il proprio appoggio al Forum Civico (Obchanské forum - OF) e a Vaclav Havel.

In un'intervista a Jarmila Balazhova del 2004, Schuka ricordava così l'atmosfera e lo sviluppo degli eventi durante quei giorni rivoluzionari:

    "Ero proprio in viale Narodní il 17 novembre, per coincidenza ero con l'etnografa Eva Davidova e Honza Cherveňak,, e fummo testimoni degli eventi. Non avevamo buone ensazioni. La sera stessa ci incontrammo con Lad'a Rusenko e il 18 novembre mettemmo assieme un gruppo di Rom di Praga, perché allora erano i più vicini a noi. Il 19 novembre scrivemmo un memorandum, che fu firmato da circa 30 perone, inclusa la dottoressa Milena Huebschmannova. Essenzialmente, ci era immediatamente chiaro che non potevamo rimenare ai margini, anche se qualcuno diceva: -Non dovremmo farci coinvolgere, lasciamo che i gagé se la sbrighino tra loro, aspettiamo di vedere chi vince e gli diremo che siamo stati dalla loro parte sin dall'inizio. Non mischiamoci con loro, è la loro guerra.- Naturalmente, non eravamo d'accordo. Quella gente non si unì a noi, e neanche li volevamo. Non tutti hanno avuto la fortuna di passare per eventi rivoluzionari ed esserne direttamente al centro. Sono davvero grato di aver ricevuto questa opportunità. Allora le persone cantavano non solo a Letna, ma anche in altri raduni sulla piazza Città Vecchia e in piazza Venceslao, persino fuori Praga. Tutti erano contenti di essersi liberati delle corde che ci avevano trattenuti. In quella situazione, quando la gente iniziò a respirare più liberamente, eravamo semplicemente puri, senza secondi fini e noi, i Rom, ne eravamo parte. Volevamo respirare liberamente e assorbivamo quell'atmosfera assieme a tutti. Volevamo respirare liberamente e abbiamo assorbito quell'atmosfera assieme a tutti gli altri. In quei giorni nessuno ho incontrato attacchi, o pregiudizi, o riserve da parte degli altri."

Se si chiedono a Emil Schuka i suoi personali ricordi su allora, dopo oltre 20 anni, è ovvio che una certa sensazione di disillusione si è accumulata nell'ultima decade. per raggiungere il culmine. Il suo entusiasmo è andato perso, e ciò che rimane è il senso di qualcosa di molto tempo fa ed irreale:

    "E' stato tantissimo tempo fa, oltre 20 anni, che nel corso di una vita umana è moltissimo. Su scala storica, naturalmente, è come se fosse ieri. Non mi piace rimpiangere il passato, come dicono. La prossima generazione sta crescendo qui. Allora non mi rendevo conto che stavo prendendo parte a qualcosa di speciale, vi fummo buttati dentro, a piedi uniti. Allora avevo la sensazione che quello su cui stavamo lavorando potesse avere un futuro. Alcune cose poi sono successe, altre no. Altre sono cambiate completamente."

L'Iniziativa Civica Romani (Romska obchanska iniciativa- ROI) ed il collasso degli ideali

Poco dopo la rivoluzione, a marzo 1990, Emil Schuka divenne co-fondatore del primo partito politico romanì, il ROI, che guidò per diversi anni. L'assemblea costituente del ROI lo elesse presidente il 10 marzo 1990. Alle elezioni del giugno 1990 il ROI, che contava 20.000 iscritti in Repubblica Ceca, si unì alla piattaforma dell'OF e ottenne otto seggi in parlamento. Ovviamente, alle elezioni municipali di novembre 21990, quando la coalizione dell'OF non li contemplava, il ROI ottenne solo lo 0,11% dei voti e tre seggi. Il partito divenne un simbolo, anche se molti dei suoi ideali originali in varie maniere non trovavano applicazione. Tuttavia, fu Schuka ad insistere sulla proposta di ancorare la nazionalità romanì nella nuova costituzione, a rendere i Rom cechi e slovacchi parte dell'Unione Romanì Internazionale e creare il primo partito unificato romanì.

Nel 2000 Schuka diventò presidente dopo un mandato dell'Unione Romanì Internazionale. Oltre all'attività politica, fu alla base della creazione del programma televisivo "Romale" e del primo settimanale romanì "Romano kurko". Grazie soprattutto a lui, venne istituita la Fondazione Rajko Djuric e avviata la famosa scuola socio-legale romanì a Kolin. Si iniziò a produrre professionalmente il programma televisivo "Romale". Schuka creò anche il festival di folklore internazionale Romfest, la cui edizione inaugurale a Brno-Lishegn (1991) vide la presenza del presidente Vaclav Havel. Sfortunatamente il Romfest, che3 era quasi inestricabilmente legatoad una famosa fessta folkloristica locale, Strazhnicí ("I Guardiani"), terminò nel 1996. Venne trasformato nelo festival Romska pisenh (Canzone Romanì), che si tiene nella cittadina di Rozhnov pod Radhoshtehm.

Emil Schuka non può evitare di essere critico o quantomeno scettico quando si parla sui risultati dello sviluppo della situazione romanì in Repubblica Ceca, dal periodo post-rivoluzionario sino ai giorni nostri:

    La nostra generazione, la generazione dei Romanì di ROI, non lavorava per il denaro, eravamo pieni di ideali. Il problema più grande che intravedo è che quando è finito il ROI, non c'è stato più nessuno a continuare, a proporsi. Non intendo a continuare direttamente nel partito, ma avevamo la possibilità di iniziare qualcosa e mentre vincevamo una battaglia, non abbiamo vinto la guerra in toto. Non si è trovato nessuno per continuare il nostro lavoro, e in politica, dove è assolutamente necessario combattere per ogni singola cosa, questo è un problema piuttosto grande. Da allora, molti romanì si sono diplomati e laureati, ma tra loro non abbiamo trovato nessuno che lavorasse concettualmente. Il settore no profit si concentra su questioni a livello locale e regionale, quando ciò di cui abbiamo bisogno sono soluzioni concettuali. Questo è evidente in organismi come la Commissione Interministeriale sugli Affari Comunitari Rom, dove sembra che ogni ministro debba partire da zero con i propri concetti, invece di portare avanti il lavoro dei predecessori. La mia critica, ovviamente, è rivolta anche ai nostri stessi ranghi. Se rimaniamo chiusi in un simile approccio, allora cosa possiamo aspettarci?
 
Di Fabrizio (del 11/06/2013 @ 09:01:04, in Europa, visitato 3141 volte)

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Succede anche nelle migliori famiglie: ho iniziato la primavera scorsa scrivendo un libro su Milano, a dicembre già l'argomento era diventato l'Italia e adesso, tocca all'Europa.

Di che si scrive? Vediamo cosa recita l'introduzione:


Sempre più spesso sento ripetere che quello contro i Romanì è rimasto l'unico razzismo che l'Europa ancora si permette. Il quadro che ne deriva è abbastanza schizofrenico, quella che chiamiamo popolazione maggioritaria, li vede:

  • o come criminali e asociali irrecuperabili, da rinchiudere in riserve (salvo poi lamentarsi se queste riserve diventano discariche invivibili);
  • oppure come vittime della società (però vorrebbero "integrarsi" nella stessa società di cui sono vittime).

Il quadro, desolatamente, è simile in tutta Europa. A fatica, Romanì e società maggioritaria trovano modi di interagire, ma i risultati riguardano frazioni minoritarie delle due popolazioni, e dopo secoli di convivenza ogni tentativo, presente e passato, appare fragile e temporaneo.
Questo non toglie che dopo secoli di presenza nel nostro continente, anche la galassia romanì abbia potuto esprimere le proprie eccellenze in diverse campi. Ma, anche se il contributo all'umanità tutta di queste personalità è stato notevole, rimane la sensazione di casi isolati.
L'ispirazione delle pagine che seguono mi viene da un libro di Stefania Ragusa: "AFRICA QUI storie che non ci raccontano". Nell'introduzione scrive l'autrice:

    Questo libro nasce dalla domanda che, qualche anno fa, mi ha fatto Sara, una mia giovane amica italianissima ma dalla pelle d'ebano. Era appena rientrata da una breve vacanza a Londra, la prima fatta all'estero e da sola. [...] Sara mi diceva che a Londra aveva visto neri che lavoravano in banca, negli ospedali, all'università, negli studi legali, a dare notizie in tv, a dirigere il traffico... Perché, si chiedeva, in Italia i neri, quando riescono a lavorare, fanno solo mestieri umili? Ho risposto che tutto questo era dovuto al fatto che l'immigrazione, africana e non, in Italia è un fenomeno recente. Perché per iella o per fortuna non siamo riusciti a essere una potenza coloniale e perché, fino all'altro ieri, eravamo noi costretti a emigrare. Ma ho risposto anche che non tutti i neri, in Italia, facevano lavori umili. Che quella del "povero negro" era in buona parte un luogo comune. Lei mi ha rivolto uno sguardo perplesso e di sfida e ha detto: non ti credo, dimostramelo. Non era un ordine ma l'indicazione di un bisogno, profondissimo e non ancora dichiarato. [...]

Per i Romanì in tutta Europa, non nella sola Italia, la situazione è simile, anzi peggiore. E, mettiamoci la mano sulla coscienza, come reagiremmo NOI se incrociassimo un medico, un vigile, un ortolano Rom o Sinto? Questo tipo di persone esistono, le ho anche incontrate, ma la paura dello "stigma" spesso è più forte della voglia di dichiararsi. Ricordo nel libro "Non chiamarmi zingaro" di Pino Petruzzelli, il racconto di una dottoressa in Italia che nasconde persino a suo marito il suo essere rom.
Se con sguardo distaccato osserviamo la situazione dei Romanì in Europa, quello che notiamo non è tanto che nei secoli possano esserci state figure prominenti, ma l'assenza di quella borghesia (non necessariamente che sia anche classe dirigente), che ha accompagnato lo sviluppo di altri popoli. Questo significa che quasi dappertutto in Europa i Romanì vivono una situazione di continuo dopoguerra, non solo economico, ma anche sociale e politico.
Il dottore, l'avvocato, il giornalista romanì esistono, a volte superano anche la paura di dichiararsi. Per anni ho raccolto frammenti di queste storie, riportati da varie testate o direttamente dalla loro voce.
Riprendere qui le loro testimonianze può servirci:

  • ad avere un quadro meno stereotipato della più grande minoranza etnica in Europa;
  • nel contempo, a comprendere quanto la forte spinta ad emanciparsi, si leghi all'attaccamento e all'interazione con la comunità d'origine, come pure al mantenimento della propria identità;
  • infine, la speranza è la stessa del libro AFRICA QUI, che le testimonianze raccolte possano incoraggiare le giovani generazioni romanì a trovare un posto dignitoso tra i popoli di un'Europa di cui fanno parte a pieno titolo.

Un ulteriore motivo di approfondimento, deriva dagli argomenti trattati nelle interviste o nei ritratti che verranno presentati: da questioni quotidiane a tematiche più propriamente politiche. Per politica, non intendo soltanto i cosiddetti "temi classici": razzismo, integrazione, convivenze... ma anche questioni di base che riguardano il futuro del nostro continente, trattate da questa futura classe intellettuale. Ancora una volta, il gioco di vederci allo specchio, e di saper cogliere i contributi ideali che possono arrivarci.

In appendice ho aggiunto tre contributi: un mio saggio su come anche le novità della tecnologia non siano estranee alla galassia romanì, la recensione di una serie televisiva di qualche anno fa - che descriveva in modo atipico la vita di una famiglia rom in Slovacchia, e un raccontino finale, che spero possa essere di buon auspicio.

Indice:

  1. L'Europa che c'è - Pag. 2
  2. Introduzione: - Pag. 3
  3. Autore: - Pag. 5
  4. Paesi, competenze e professioni: - Pag. 8
  5. FRANCIA - L'attivista atipico - Pag. 8
  6. SPAGNA - Un'antropologa - Pag. 10
  7. La situazione delle donne rom in Europa - Pag. 11
  8. SERBIA - Comunità ed emancipazione - Pag. 15
  9. EUROPA - Biglietti da visita - Pag. 17
  10. ROMANIA - e l'identità - Pag. 19
  11. REPUBBLICA CECA - Professionisti di confine - Pag. 21
  12. GRAN BRETAGNA - Un giornalista "globale" - Pag. 23
  13. SLOVACCHIA - La preside - Pag. 26
  14. UNGHERIA - Dalla scuola alla società e viceversa - Pag. 32
  15. GRECIA - Il dottore - Pag. 35
  16. SLOVACCHIA - Una dottoressa tra tradizione e cambiamento - Pag. 37
  17. REPUBBLICA CECA - Il frigorifero come questione culturale - Pag. 42
  18. AUSTRALIA - La scrittrice - Pag. 44
  19. ISRAELE - Nomade e digitale - Pag. 47
  20. GRAN BRETAGNA - I ricordi di una scrittrice - Pag. 49
  21. SLOVACCHIA - Riflessioni sull'integrazione - Pag. 54
  22. Rom, Rivoluzione delle aspettative - Pag. 59
  23. SPAGNA - Il master - Pag. 62
  24. BULGARIA - La futura dottoressa - Pag. 63
  25. BULGARIA - Il plurilaureato - Pag. 64
  26. Confessioni di un Rom laureato - Pag. 64
  27. MACEDONIA - L'avvocato - Pag. 67
  28. SLOVACCHIA - Ricominciare a 50 anni - Pag. 69
  29. REPUBBLICA CECA - giornalista o attivista? - Pag. 77
  30. SLOVACCHIA e REPUBBLICA CECA - Quando i mondi si incontrano - Pag. 80
  31. SPAGNA - Responsabile socialista sull'immigrazione - Pag. 84
  32. ROMANIA - L'altra faccia dell'attivista - Pag. 85
  33. REPUBBLICA CECA - Reporter TV - Pag. 89
  34. SPAGNA - Uno sguardo da distante - Pag. 93
  35. GRAN BRETAGNA e IRLANDA - A suon di pugni - Pag. 98
  36. SVIZZERA - Il compositore sinfonico - Pag. 101
  37. REPUBBLICA CECA - Rapper e ambasciatore - Pag. 105
  38. Questo non ve l'aspettavate... - Pag. 107
  39. UNGHERIA - Pag. 107
  40. GRAN BRETAGNA - Pag. 109
  41. REPUBBLICA CECA - Pag. 109
  42. Ultima tappa - Pag. 112
  43. GRAN BRETAGNA: giornalista e blogger - Pag. 112
  44. Appendici - Pag. 116
  45. I Rom al tempo della rete - Pag. 116
  46. Televisione - Pag. 122
  47. Finale - Pag. 123
 

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