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La redazione
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\\ Mahalla : VAI : Europa (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Barbara Breyhan (del 04/03/2013 @ 09:08:27, in Europa, visitato 1214 volte)

EU-Infothek I Rom in Europa - uno sguardo dal progetto ROMANISTAN sulla Strategia Nazionale dei Rom 2012-2020 - 12 febbraio 2013 - dalla redazione di EU-Infothek

ROMANISTAN - Un progetto culturale biennale dell'Unione Europea al quale prenderanno parte tre paesi (Austria, Germania e Spagna). Il filosofo viennese Ljubomir Bratic' si è assunto l'impegno di osservatore scientifico all'interno di questo progetto.

Abbiamo parlato con Ljubomir Bratic' della sfida che attende l'Austria riguardo all'integrazione dei Rom e dell'influenza della Strategia Nazionale d'Inclusione dei Rom 2012-2020 sul progetto culturale "ROMANISTAN"

Signor Bratic', qual è esattamente il suo compito nell'ambito di questo progetto?
Il compito dell'osservatore scientifico nel progetto ROMANISTAN - oltre a me ci sono Teodora Tabacki a Berlino e Pedro Aguilera Cortez a Barcellona - può essere descritto su più livelli.

Innanzitutto osserviamo le attività, ma anche le interazioni che si creano tra le attività, e presentiamo regolarmente le nostre osservazioni agli attori del progetto. E' come se fossimo satelliti (abbiamo adottato proprio questo termine all'interno del progetto): orbitiamo intorno al progetto ed emettiamo segnali, i quali poi nell'ulteriore corso del progetto dovranno svolgere un ruolo. In concreto significa che facciamo partecipare noi stessi alla ricerca di idee e di partecipanti alle conferenze, ai progetti e ai festival e ci rendiamo disponibili a pensare ad ulteriori iniziative.

Come seconda cosa c'è la produzione della conoscenza: forniamo testi per le pubblicazioni e li mettiamo a disposizione durante le conferenze tenute nell'ambito del progetto Il terzo compito è lo sviluppo di questa conoscenza: ci poniamo domande, come per esempio che cosa significhi occuparsi dei Rom da una "posizione satellite". In generale, quando si parla dei Rom, qual è lo scopo e come sono strutturate queste narrazioni? Ci poniamo quesiti, quindi, le cui risposte ricerchiamo lungo il corso del progetto.

Alcune di queste domande e di queste risposte vengono costantemente pubblicate sul nostro blog. Infine, la mia attività consiste anche in uno specifico tipo di "traduzione". Strutturalmente, all'interno del progetto, mi colloco tra l'IG Kultur Österreich e il Centro Culturale Rom di Vienna - RKZW (promotori del progetto). In questa collocazione in cui vengo a trovarmi ovviamente si traduce tra lingue diverse, ma si tratta soprattutto di trovare un "linguaggio" comune tra le diverse culture organizzative che hanno avuto origine da situazioni socio-culturali ed economiche differenti; e di percorrere un cammino comune, per due anni, nell'ambito del progetto, cammino durante il quale si renderà necessario conciliare i diversi mondi lavorativi, di vita e organizzativi. Dal punto di vista tematico ci concentriamo su quanto è richiesto dal contenuto del progetto: il rafforzamento della posizione dei Rom come soggetto al di là di una culturalizzazione.

Contemporaneamente il Consiglio dell'Unione Europea ha adottato una risoluzione riguardante le strategie nazionali per l'integrazione dei Rom entro il 2020. In che misura è collegato ad essa il progetto ROMANISTAN?
Il progetto è collegato ad essa nella misura in cui si svolge nello stesso arco di tempo e nella misura in cui riceve la maggior parte del finanziamenti dall'Unione Europea. Per quanto riguarda il contenuto, c'è solo un'influenza indiretta della "comunanza di pensiero" dalla Strategia adottata dal Consiglio dell'Unione Europea alla partecipazione dei Rom. Mentre nel documento originale si parla di "inclusione", la variante tedesca usa "integrazione". Un termine al quale sono sono state conferite molte accezioni negative negli ultimi decenni. E noi ci chiediamo quale influenza abbia tutto questo sull'auto-organizzazione dei Rom.

Per quanto riguarda la storicizzazione del piano dell'UE, si tratta certamente di sforzi di lunga data. Si può sicuramente stabilirne l'inizio con il primo decreto riguardante i Rom in Spagna all'inizio del XVI secolo, che si estende poi tramite i decreti riguardanti i Rom di Maria Teresa e Giuseppe I durante la monarchia asburgica fino ai nostri giorni. In questo processo storico un punto di rottura, nei confronti dei Rom, è rappresentato dalla politica di sterminio adottata dai nazionalsocialisti: il cosiddetto soggetto "asociale", del quale i rappresentanti simbolici principali diventano i Rom, non deve più essere portato sulla retta via, ma proprio annientato.

Un altro livello, che è interessante, è rappresentato dal momento concreto di efficacia del provvedimento adottato dall'Unione Europea. Qui si evidenzia come tramite questo processo deciso dall'alto vengano introdotte nuove divisioni tra le diverse comunità rom: viene effettuata una distinzione, per quanto riguarda i Rom, tra minoranza "nazionale" e Rom non appartenenti alla minoranza nazionale, ossia Rom immigrati. Tra questi ultimi viene effettuata un'ulteriore distinzione tra coloro che sono stanziali ed attendono un lavoro regolare - ossia coloro che hanno assimilato le norme di formazione, di comportamento e culturali - e coloro che insistono nel mantenere il loro modo di vita "tradizionale". A questo punto si giunge ad una considerazione del pensiero di progresso definita da una prospettiva della maggioranza.

Per le auto-organizzazioni dei Rom questo processo stabilito per legge significa innanzitutto dare una nuova definizione ai loro campi di attività. In futuro diventerà sempre più grande la divisione tra coloro che si muovono sul piano della diversità e coloro che conducono direttamente una lotta per la sopravvivenza strutturale. Queste linee di sviluppo ci interessano ed hanno influenzato la nostra situazione di osservatori.

Per quanto riguarda l'integrazione dei Rom, tra nazione e nazione in Europa esistono grandi differenze. Secondo la sua opinione, qual è la sfida che si trova davanti nello specifico l'Austria?
In Austria di una partecipazione diretta dei Rom non si parla nemmeno. Dopo una tradizione centenaria di persecuzioni ed un lungo periodo di silenzio e di repressione, nel 1993 i Rom sono stati riconosciuti "gruppo etnico", fatto che ha permesso loro di far parte delle minoranze "ufficiali" (in riferimento alla popolazione che rappresenta la maggioranza dello stato). Ma non si tratta di partecipazione politica. Generalmente, nella nostra società, non vengono favoriti gli orientamenti politici di coloro che vengono tenuti sotto controllo - e per definizione le minoranze fanno parte di coloro che vengono tenuti sotto controllo. Il riconoscimento come gruppo etnico significa l'inclusione dei Rom al livello più basso della società. Questo comporta che anche alcuni attivisti non particolarmente preparati possano fondare le loro associazioni, che alcuni intellettuali possano inserirsi nel mondo dei media, che alcune famiglie vengano promosse a famiglie che hanno la possibilità di esibirsi durante le celebrazioni pubbliche e che alcuni possano lavorare come artisti in campo musicale o delle arti sceniche con uno "sfondo Rom".

Resta la domanda: cosa ne è degli altri? Perché accanto ai Rom autoctoni, in Austria vive un numero maggiore di Rom che sono arrivati in seguito alle migrazioni in cerca di lavoro o come profughi durante la separazione della Jugoslavia dal Kosovo, e anche coloro che hanno cercato di di fuggire dalla povertà trasferendosi in Austria dalla Romania, dalla Bulgaria, dalla Slovacchia ecc. Per questo gruppo non viene fatto niente - per usare un eufemismo . A questo gruppo si applicano le stesse misure restrittive che si applicano ad altri cittadini di paesi terzi e ai cittadini di paesi periferici dell'UE.

Abbiamo sperimentato un esempio a questo riguardo proprio nel progetto ROMANISTAN: abbiamo potuto inserire il rappresentante dell'associazione "Centro Culturale Rom di Vienna" (RKZW) solo perché si tratta di un progetto dell'Unione Europea. Se ROMANISTAN fosse stato finanziato solo dall'Austria, il nostro collaboratore - come Rom migrante - non avrebbe avuto alcuna possibilità di un'occupazione regolare. Egli fa parte di coloro che, dal punto di vista legale, per la sopravvivenza nella società sono costretti a lottare in una zona grigia.

Non è perché lo vogliano, ma perché non hanno a disposizione altre possibilità. Questo elemento della storia dei Rom, come parte costitutiva del segmento sociale "forza lavoro a basso costo", è quello che determinerà in futuro la loro storia.

Una seria soluzione dei problemi dei Rom può essere decisa e realizzata soltanto con i Rom stessi e, d'altro canto, non può escludere un determinato gruppo di Rom, che altrimenti in futuro rischiano si soccombere ad una legislazione discriminatoria.

Di conseguenza, la sfida specifica per l'Austria è quella di chiedersi come si possa trovare una soluzione positiva per tutti i Rom che vivono in Austria in un contesto post-nazista. E questa domanda si colloca poi in un contesto ancora più grande in seguito alla democratizzazione di uno stato piccolo dipendente da altri stati. Tutti gli stati hanno alle spalle una storia differente, ma in tutti una pietra di paragone della democrazia è rappresentata dai Rom e dal modo di rapportarsi a loro.

 
Di Barbara Breyhan (del 07/03/2013 @ 09:05:30, in Europa, visitato 1131 volte)

L'immigrazione in Germania di Rom che sfuggono alla povertà - "La salvezza dell'Europa dell'Est non è in Germania" Di TIMO FRASCH e YVONNE STAAT Frankfurter Allgemeine

23.02.2013 - Rose, il presidente del Consiglio Centrale dei Sinti e Rom tedeschi, nell'edizione domenicale del Frankfurter Allgemeine mette in guardia dal relegare i Rom alla sfera della criminalità. Secondo la sua opinione, tuttavia, la Germania non è neanche in grado di risolvere i loro problemi nei paesi di origine. Questo anche a causa del sistema di sfruttamento dei Rom da parte dei clan, come dimostra un'indagine della FAS (edizione domenicale del Frankfurter Allgemeine, ndr.)

Nella foto: Romani Rose. In quella precedente: Berlino - il memoriale ai Sinti e i Rom uccisi durante il nazismo (immagini © DPA)

Romani Rose, presidente del Consiglio Centrale dei Sinti e Rom tedeschi, ha invitato giornalisti e politici a "non relegare alla sfera della criminalità, persone che vengono qui a causa della mancanza di prospettive nel loro paese di origine". Dalla politica si aspetta onestà, ovviamente, nel modo di riferirsi all'immigrazione dovuta alla povertà, ma mette in guardia severamente dall'etnicizzare il problema, perché ciò escluderebbe e stigmatizzerebbe nuovamente tutta la minoranza Rom. L'antiziganismo, afferma Rose, deve essere messo al bando allo stesso modo dell'antisemitismo.

Rose ha esortato il Governo a non piantare in asso i comuni con un alto numero di immigrati a causa della povertà nei paesi di origine. Nell'intervista all'edizione domenicale del Frankfurter Allgemeine (FAS) ha anche affermato, tuttavia, che la Germania non è in grado di risolvere gli enormi problemi riguardanti i Rom nemmeno nei loro paesi di origine. "La salvezza dell'Europa dell'Est non è in Germania", ha detto Rose, "non si può consigliare a Rom dalla Romania o dalla Bulgaria, bisognosi di aiuto, di venire in Germania, perché sono in numero troppo elevato e molti sarebbero poi dipendenti da contributi dello Stato.

Rose ha esortato il Governo tedesco ad "esercitare, piuttosto, molta più pressione su paesi come la Romania o la Bulgaria, affinché si decidano finalmente ad agire contro l'emarginazione e contro il razzismo". Tutto questo assume ancora più importanza se si considera che "addirittura nell'Europa occidentale troviamo politici come Berlusconi che fanno dell'antiziganismo uno strumento di campagna elettorale".

Gravi abusi sull'infanzia

L'assistente pedagogico Norbert Ceipek, che da anni a Vienna si occupa di bambini rom trascurati o abusati, nell'edizione domenicale del Frankfurter Allgemeine ha duramente criticato il sistema di sfruttamento minorile predominante in molti clan di Rom. Secondo la sua conoscenza, i capi-clan - ricchi sfondati - tengono in schiavitù per debiti i loro subalterni. I bambini vengono sistematicamente tenuti lontani dall'istruzione e destinati all'accattonaggio o alla prostituzione nell'Europa dell'Est, per accrescere, in quei paesi, la ricchezza dei capi-clan. "Ciascun bambino deve consegnare 350 euro al giorno", ha affermato Ceipek, "si può quindi fare un calcolo di quanto guadagni in un anno un singolo capo-clan, considerando che almeno sette o più bambini, in diverse città, lavorano contemporaneamente sulla strada per lui. E stiamo parlando soltanto dei guadagni ottenuti con lo sfruttamento minorile".

Quando un bambino non racimola tutta la somma richiesta, la sorvegliante mandata nell'Europa dell'Est con i bambini viene messa sotto pressione, perché a fine mese non è stata in grado di consegnare la somma stabilita agli intermediari al comando del capo-clan. A questo punto non è inusuale che i bambini rom vengano fatti prostituire per un paio di giorni per raggiungere la somma del denaro mancante.


 
Di Fabrizio (del 08/03/2013 @ 09:08:58, in Europa, visitato 1492 volte)

Reset 5 marzo 2013 di Francesca Gnetti - Da Reset-Dialogues on Civilizations

La Barbuta è l'ultimo "villaggio attrezzato" destinato alla comunità rom costruito a Roma e il primo inaugurato dall'attuale amministrazione comunale. E' recintato e provvisto di un sistema di videosorveglianza e di identificazione e di un registro all'entrata e all'uscita. Famiglie intere composte anche da otto persone vivono in container le cui dimensioni variano tra i 24 e i 40 metri quadrati. Il centro abitato più vicino è a due chilometri e mezzo di distanza e per raggiungerlo si deve camminare su una strada senza marciapiede. A La Barbuta e negli altri sette insediamenti attrezzati della capitale vivono quasi duemila minori, mentre altri 1.200 si trovano negli insediamenti informali sparsi sul territorio del comune.

Il rapporto Rom(a) underground presentato a Roma il 19 febbraio dall'Associazione 21 Luglio denuncia come le politiche del Piano Nomadi inaugurato dal sindaco Gianni Alemanno tra febbraio e giugno del 2009 non solo non salvaguardano i diritti dei minori rom, ma spesso creano le condizioni che ne favoriscono la violazione. Abitazioni inadeguate, mancanza di spazi esterni in cui giocare, condizioni igienico-sanitarie critiche, la distanza dalla scuola condizionano fortemente la possibilità di inclusione sociale dei minori rom, limitano le loro opportunità di crescita, scoraggiano la frequenza scolastica e quindi compromettono il loro diritto all'istruzione, alla sanità, alla sicurezza, al gioco e alla famiglia. "Nascere rom a Roma significa avere più probabilità di essere sottopeso, di avere patologie fisiche e psicologiche, di vivere l'esperienza del carcere, di essere esclusi dalla società", ha detto il presidente dell'Associazione 21 Luglio, Carlo Stasolla, durante la presentazione del rapporto.

Ma le condizioni di vita delle comunità rom nel resto d'Europa non sono molto migliori, tanto che il 5 aprile 2011 la Commissione europea ha adottato il 'Quadro dell'Ue per le strategie nazionali di integrazione dei rom fino al 2020' con cui invita gli Stati membri a mettere in atto politiche volte a migliorare la situazione sociale ed economica dei rom. Alcuni studi hanno dimostrato che la maggior parte delle famiglie rom che vivono in Europa presenta una speranza di vita inferiore in media di dieci anni rispetto al resto della società. E un rapporto del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (Undp) del 2009 ha denunciato che nei paesi dell'Europa orientale i tassi di mortalità infantile dei bambini rom sono da due a sei volte più alti rispetto a quelli dei bambini non rom a causa della maggiore esposizione ai rischi, della discriminazione nell'accesso ai servizi pubblici e sanitari e della mancanza di informazioni.

Il sentimento anti-rom che si respira in molte società europee si traduce spesso in politiche locali e nazionali che hanno come diretto risultato la segregazione della comunità rom dal resto della società, in aperta violazione degli obblighi internazionali, tra cui l'articolo 2 della Convenzione internazionale sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza, che specifica che tutti i minori devono essere tutelati "a prescindere da ogni distinzione di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o altra del fanciullo o dei suoi genitori, dalla loro origine nazionale, etnica o sociale, dalla loro situazione finanziaria".

Con una popolazione stimata tra i 10 e i 12 milioni di persone in Europa (di cui circa sei milioni all'interno dell'Unione) i rom sono la più grande minoranza etnica nel vecchio continente. Sono per la maggior parte cittadini europei, ma questo non li sottrae dal rischio di marginalizzazione, di violazione dei diritti umani e di attacchi razzisti in quasi tutti i paesi in cui vivono. E poco conta l'orientamento politico dei governi, come dimostra il caso della Francia, dove lo smantellamento dei campi rom, uno dei cavalli di battaglia dell'ex presidente Nicolas Sarkozy, non si è fermato con l'elezione del socialista Francois Hollande a maggio dello scorso anno.

Persino nella civile Germania ai rom è di fatto negato il diritto di lavorare legalmente (benché infatti i migranti provenienti dalla Bulgaria e dalla Romania possano risiedere legalmente in Germania in quanto cittadini dell'Unione Europea dal 2007, per il momento le leggi sul lavoro impediscono loro di svolgere un impiego che potrebbe essere occupato da un tedesco), mentre la prospettiva di abolire nel 2014 le restrizioni straordinarie alla libera circolazione dei cittadini bulgari e romeni ha scatenato nel Regno Unito la fobia di una migrazione in massa dei rom. Un rapporto della Caritas sull'impatto della crisi europea ha invece denunciato che in Portogallo i rom sono tra i gruppi sociali vulnerabili maggiormente colpiti dalle misure di austerità varate dal governo per far fronte alle difficoltà finanziarie.

In Ungheria, Bulgaria e Repubblica Ceca gli attacchi contro i cittadini rom a opera dei gruppi di estrema destra sono quasi all'ordine del giorno. Il mese scorso la proposta di una formazione politica di estrema destra romena di offrire 300 euro a ogni donna rom che accetti di essere sterilizzata è stata avallata anche dal presidente dei giovani liberali Rares Buglea e il sindaco di Baia Mare, una città dell'arretrato nord del paese, ha ordinato la costruzione di muri attorno alle aree abitate dai rom. A Bucarest i rom sono concentrati nei sobborghi più degradati della città, dove mancano fognature, acqua potabile ed elettricità e l'organizzazione non governativa Romani Criss ha documentato cinquanta casi negli ultimi dieci anni di rom attaccati o uccisi in incidenti con la polizia.

In Slovacchia migliaia di bambini rom sono ancora costretti a frequentare scuole speciali per allievi con problemi mentali, oppure sono segregati in classi separate per evitare i contatti con gli altri studenti.

Lo scorso aprile le autorità serbe hanno sgombrato il campo di Belvil, alla periferia di Belgrado, dove vivevano oltre mille persone, che non erano state adeguatamente informate e che sono state costrette a traslocare in container disseminati in insediamenti difficilmente accessibili oppure a spostarsi nel sud del paese.

In questo contesto, gli obiettivi comuni nei confronti dei cittadini rom posti dalla Commissione Europea a complemento della strategia politica "Europa 2020" a sostegno dell'occupazione, della produttività e della coesione sociale, risultano di importanza fondamentale. Secondo il Quadro dell'Unione, i settori in cui occorre impegnarsi a livello nazionale per migliorare l'integrazione dei rom sono l'accesso all'istruzione, l'occupazione, l'assistenza sanitaria e l'alloggio. Secondo Viviane Reding, commissaria Ue per la Giustizia e vicepresidente della Commissione, gli Stati membri hanno realizzato il loro impegno presentando diverse strategie, ma devono però "cambiare marcia e intensificare le loro azioni prendendo misure più concrete, fissando obiettivi chiari, stanziando finanziamenti appositi e stabilendo validi meccanismi di monitoraggio e valutazione". Un'evoluzione che sembra ancora difficilmente realizzabile in Italia, soprannominata "il paese dei campi", dove nella realtà sotterranea e invisibile della comunità rom si compromettono ogni giorno il presente e il futuro di migliaia di giovani.

 
Di Fabrizio (del 12/03/2013 @ 09:01:45, in Europa, visitato 1420 volte)

Da British_Roma

EUopserver.com - BY VALENTINA POP - L'autrice è una giornalista rumena e corrispondente da Berlino per EUobserver

Graffito a Bucarest, che critica l'avidità dei politici locali (Photo: Valentina Pop)

BERLINO - "Questi fottuti Rumeni. E Bulgari. Invadono i nostri paesi, abusano della nostra assistenza sociale, rubano i nostri lavori, probabilmente anche le nostre auto e portafogli..."

Nessuno politico tedesco o britannico lo direbbe così brutalmente, ma il senso è quello.

I ministri degli interni di Gran Bretagna, Germania, Austria e Paesi Bassi stanno "cucinando" assieme un piano su come limitare il "turismo del welfare" di Bulgari e Rumeni.

Eliminare le restrizioni al mercato del lavoro l'anno prossimo? Ma per carità!

Scrive il Daily Mail, sulla base delle cifre di Scotland Yard, che a Londra un Rumeno su tre ò è un ladro o un violentatore in carcere. Negli ultimi cinque anni, sempre a Londra, sono stati arrestati quasi 30.000 Rumeni.

Ma con circa 300.000 arrestati ogni anno, britannici e non, gli arresti di Rumeni ammontano a circa... il due per cento della cifra totale. E stiamo parlando di sospettati di crimine, non ancora processati - tra di loro ci possono essere persone accusate ingiustamente.

La domanda vera è: cosa ha a che fare la libertà di lavorare in Gran Bretagna con la cattura dei criminali?

E perché i conservatori britannici stanno assecondando il partito anti immigrati UKIP (United Kingdom Independence Party, ndr.) su questo tema?

Sul serio i politici britannici sono dell'idea che i Rumeni siano per natura più inclini al crimine rispetto ad altre nazionalità?

Già stanno giocando con l'idea di restringere l'accesso all'assistenza sanitaria, ai benefici sociali e al lavoro per i Rumeni. Cosa dobbiamo aspettarci: cartelli sulle vetrine dei negozi "Vietato l'accesso ai Rumeni"?

Parimenti, il dibattito in Germania sul "turismo del welfare", sta scaldando particolarmente i conservatori bavaresi. La Baviera sarà il campo di battaglia per le prossime elezioni regionali e federali il 22 settembre. Ed il tema dell'immigrazione, paga. Allargamento dell'area Schengen a Romania e Bulgaria? Lasciare che questi gangster corrotti diventino i guardiani delle frontiere orientali della UE? Nein!

Il ministro degli interni Hans-Peter Friedrich, conservatore bavarese, ha persino suggerito il divieto d'ingresso ai Rumeni rimpatriati per aver "abusato" del sistema tedesco del welfare.

"Quelli che vengono per lavorare sono i benvenuti, ma non possiamo accettare chi viene qui solo per i benefici sociali", è il mantra favorito di questi giorni per Friedrich.

Non lo dice, ma si riferisce alle famiglie rom che hanno diritto a circa 200 euro a bambino ogni mese, e di solito hanno diversi figli.

Dato che centinaia di migliaia di Rom hanno passaporti rumeni, il termine "Rumeno" spesso è un eufemismo al posto del razzista "zingaro".

Come Rumena, è triste che, 24 anni dopo il collasso del comunismo e col sogno della libertà che finalmente sembrava realizzarsi, Romania e Bulgaria rimangano i paesi più poveri della UE, con seri problemi sociali e le élite politiche motivate da interessi meschini. Sì, la corruzione è una questione seria. La gente npon ha fiducia nella polizia o nei giudici.

Ma ci sono anche paesi in cui la gente sta iniziando a lottare per ciò in cui crede. In Bulgaria le proteste di pazza hanno appena rovesciato un governo. La Romania fece lo stesso l'anno scorso.

Protestano contro i politici corrotti, contro le grandi corporation che distruggono le campagne in cerca di oro o di gas, vogliono piste ciclabili, parchi per far giocare i loro bambini. Una vita normale.

Allora, Germania e Gran Bretagna, non preoccupatevi, non ci sarà un'invasione di massa. Piuttosto, una rivoluzione di velluto.


Osservatorio Balcani e Caucaso Romania: nonostante lo humor, Schengen è lontana - di Daniela Mogavero 6 marzo 2013
Shutterstock.com

"Qui il tempo è pessimo". "Venite da noi allora!". Botta e risposta all'insegna dello humor tra Gran Bretagna e Romania. Ma la questione è maledettamente seria e riguarda la libertà di circolazione in seno all'Ue. Abbiamo incontrato il ministro degli Esteri rumeno Titus Corlatean

Lo humor inglese ha contagiato anche Bucarest. Forse per seguire il vecchio adagio secondo cui "chi è disprezzato suole ripagare con la stessa moneta" oppure proprio per dimostrare un grande spirito di accoglienza e prendere in contropiede Londra, il governo romeno ha messo in campo una fine e "saggia" strategia di comunicazione in Gran Bretagna, in risposta ai "timori" inglesi di una possibile invasione di lavoratori romeni (e bulgari) all'indomani della caduta delle restrizioni per i lavoratori stranieri.

Un'esperienza ben riuscita ma che non bisogna applicare ovunque in Europa, per esempio in Italia "non servirebbe", parola di Titus Corlatean, ministro degli Esteri romeno, secondo cui Roma ha avuto un atteggiamento realmente europeo e ha dato l'esempio ad altri Paesi Ue. Una frase ancora più "pesante" se paragonata alla nuova chiusura della Germania all'ingresso della Romania in Schengen, ultimo capitolo di una lunga storia.

"In Gran Bretagna la comunità romena è ben radicata e dà un grande contributo, di certo non ha dimensioni simili a quella presente in Italia, ma per ragioni e obiettivi politici nei mesi scorsi alcuni media hanno lanciato una campagna che parlava della possibile 'invasione' di romeni e bulgari dal primo gennaio 2014 quando le restrizioni al mercato del lavoro britannico verranno eliminate - ha spiegato a OBC il titolare della diplomazia romena in visita a Roma - per questo abbiamo lanciato una campagna a nostra volta: una strategia su due binari, una per i media e una per la società civile. Punto focale il sense of humor. Abbiamo invitato i britannici a venire in Romania e quindi a "invadere" il Paese".

Una contro-strategia con slogan come: "Metà delle nostre donne somiglia a Kate. L'altra a sua sorella". Oppure con cartelloni pubblicitari che facevano riferimento allo scandalo di cui è stato protagonista il principe Harry, fotografato nudo in un hotel di Las Vegas: "Il principe Carlo ha comprato una casa in Romania nel 2005. E qui Harry non è mai stato fotografato nudo".

Per Corlatean la campagna è stata "apprezzata ed è stata saggia: avrà conseguenze positive". Nei cartelloni che riportavano i simpatici spot anche l'invito a trasferirsi in Romania in tempi di crisi: "Avete un clima cattivo, non avete lavoro, non avete casa? Brutta storia. Perché non venite a vivere qui?".

Secondo i media britannici tra il 2014 e il 2019 potrebbero arrivare in Gran Bretagna 250mila tra romeni e bulgari, con relative conseguenze sul mercato del lavoro. E a Downing Street, dove la mossa di Bucarest ha preso in contropiede le autorità, si valutano altri progetti per dissuadere gli ultimi arrivati tra i nuovi europei dal trasferirsi perché bisogna sfatare il mito che "le strade siano lastricate d'oro" nel Regno Unito, ha sottolineato una fonte ministeriale inglese.

Si pensa a rendere più difficile l'accesso ai servizi pubblici, il rimpatrio forzato per chi non trova un impiego entro tre mesi, una campagna negativa sulla mancanza di posti di lavoro e sulle terribili condizioni meteo. Deterrenti sufficienti?

Un piano "pubblicitario" e di pulizia di immagine del genere non serve invece in Italia, il ministro degli Esteri Corlatean ne è sicuro al 100%. "In Italia c'è un ottimo livello di integrazione. Quando vengo qui non riesco a distinguere tra italiani e romeni. Penso che condividere i comuni valori della latinità faccia la differenza - ha continuato il ministro - la maggior parte dei romeni in Italia è ben integrata, paga le tasse, lavora. Si sono verificati casi gravi e difficili in passato - ha ammesso Corlatean - ma siamo sempre stati a favore di una dura applicazione della legge, per il resto abbiamo accolto con favore lo spirito di collaborazione delle autorità e l'eliminazione delle restrizioni per i lavoratori romeni già dal gennaio del 2012".

Per il ministro questo è ed è stato "un ottimo esempio di quello che dovrebbe essere veramente l'Europa. L'Italia ha dato un buon esempio ad altri paesi in Ue in questi tempi ancora così complicati".

Parole forse premonitrici di un peggioramento dei rapporti in Europa. Il fronte dei contrari a Bucarest e Sofia in Schengen, infatti, ha ripreso corpo e sembra più agguerrito che mai. La Germania ha dichiarato di essere pronta a porre il veto sull'ingresso dei due Paesi nell'area di libera circolazione. Il ministro federale dell'Interno, Hans-Peter Friedrich, si è detto allarmato dal forte afflusso di rom provenienti dai Balcani e che sono giunti in Germania nei mesi scorsi per usufruire di benefici sociali.

E proprio il 7 marzo i ministri della Giustizia e dell'Interno dell'Ue sono chiamati a decidere nuovamente sull'allargamento di Schengen. Berlino, però, ha già dichiarato battaglia. Se questo ordine del giorno rimarrà sul tavolo la Germania voterà contro: "Se Bulgaria e Romania insisteranno su una votazione, l'iniziativa fallirà per il veto tedesco". Nella precedente riunione sul tema dell'ingresso di Romania e Bulgaria in Schengen era stata l'Olanda a mettere i bastoni tra le ruote all'allargamento sostenendo che i due Paesi avrebbero dovuto incrementare la propria lotta e migliorare i propri strumenti contro la corruzione e il crimine organizzato.

 
Di Fabrizio (del 15/03/2013 @ 09:09:08, in Europa, visitato 1051 volte)

Criticato il percorso d'integrazione sostenuto da Bourgeois - 10/03/13 - 18h01 Source: belga.be - édité par: Michael Bouche

Geert Bourgeois (N-VA), ministro fiammingo all'immigrazione, vorrebbe ottenere dall'Unione Europea l'autorizzazione ad imporre ai Rom di seguire il percorso fiammingo d'integrazione ("inburgering") anche in caso avessero la nazionalità di uno degli stati membri. Riportata sabato dalla stampa, l'idea è stata criticata domenica dal Centro per le Pari Opportunità.

Il direttore del centro, Jozef De Witte, ha giudicato "poco intelligente", vale a dire discriminatorio, obbligare i Rom a seguire il percorso sulla base di una selezione etnica. "Se il ministro vuole imporlo ai soli Rom, dovrà individuarli ed operare su selezione razziale", ha detto durante la trasmissione De Zevende Dag.

Il ministro ha risposto di non riferirsi specificatamente ai Rom, ma a tutti i cittadini dell'Unione Europea. Tuttavia, la sua proposta ha scarse probabilità di essere autorizzata, viste le norme europee in materia di libera circolazione delle persone.

Ha anche difeso la politica fiamminga sull'integrazione dalle critiche, in particolare quelle sul suo carattere vincolante. Ha detto: "Vogliamo rendere le persone più forti e dar loro una possibilità".

 
Di Marylise Veillon (del 18/03/2013 @ 09:05:24, in Europa, visitato 1360 volte)

A Nantes i taxiphone per ascoltare i Rom hanno suonato più di 700 volte - 14 febbraio 2013

Installazione tanto artistica quanto militante, "Lo strano taxiphone" dell'associazione "Etrange Miroir" mira a far cadere i luoghi comuni sui Rom. Ritorno su un'esperienza che ha saputo interrogare il pubblico sulla tematica dell'altro e dei pregiudizi.

Circa 700 persone, da febbraio 2012, hanno ascoltato nelle cinque cabine telefoniche create dall'associazione "Etrange Miroir", documenti audio destinati a fare cadere i luoghi comuni e i timori circa la popolazione Rom.

"All'origine, si trattava di un progetto allestito nel quartiere "Montaigu", dove dimorano dei Rom sedentarizzati", spiega Marie Arlais, incaricata di progetti in seno all'associazione. "Benché siano installati da due anni a Montaigu, restano ancora confrontati a tabù, timori, perfino reazioni non sempre comprensive".

Essendo destinato inizialmente a un pubblico giovane (15-17 anni), spostato in seguito in due festival ("Spot" a Nantes, e "L'oeil du bouillon" a Clisson), poi durante una quindicina di giorni a "L'espace international nantais Cosmopolis" nello scorso ottobre, l'ingegnoso taxiphone ha fatto sentire dei suoni che hanno permesso di fare, o rifare, il legame sociale con questa popolazione sempre poco o per nulla ostracizzata.

Abbelliti con delle musiche originali di Raphael Rialland e David Rambaud, i documenti audio della durata di 3 a 7 minuti, comportano tanto delle registrazioni di suoni ambientali – momenti di vita – quanto testimonianze o spiegazioni "pedagogiche" formulate da una collaboratrice sociale.

Un mezzo di espressione per i Rom
Questo progetto di esposizione audio, da voce a una decina di queste persone. I montaggi audio approcciano non solo le discriminazioni subite da questa popolazione (economiche, sociali, culturali, civiche) ma permettono di apportare uno sguardo umano sulla vita quotidiana di questi nuovi residenti, il loro itinerario particolare e il loro paese d'origine.

Il progetto ha beneficiato di un aiuto della Regione, di 1.000 euro. Una fiducia da quel momento rinnovata per l'associazione, la quale da allora, si è lanciata in un altro progetto, forte di un ulteriore aiuto di € 5'000: "Mother Border", un documentario muto che deve essere "diffuso e recitato in live", da quattro musicisti e una lettrice. Una creazione sempre situata in mezzo all'ambizione di "legare la pratica artistica a una riflessione sociale e cittadina, vicina a una strategia di educazione popolare". Si tratta questa volta di un lavoro sulla condizione dei giovani tunisini arrivati in Francia, in seguito alla "Rivoluzione dei Gelsomini" del 2010-2011.

Per saperne di più: http://etrangemiroir.org/

 
Di Fabrizio (del 21/03/2013 @ 09:07:30, in Europa, visitato 1237 volte)

di Carlotta Sami - direttrice generale di Amnesty International Italia
"Spesso subiscono le conseguenze più pesanti delle politiche di segregazione e sgomberi. Ma sono anche tra le più attive per rivendicare un miglioramento delle condizioni di vita"

Amnesty International è impegnata da anni nella difesa dei diritti delle donne e in una campagna europea contro la discriminazione delle persone rom, inoltre a Gennaio ha lanciato una grande campagna sui Diritti umani in Italia: Ricordati che devi rispondere, www.ricordatichedevirispondere.it. Uno dei 10 punti riguarda proprio i diritti dei rom nel nostro Paese.
Vogliamo mettere insieme questi due temi evidenziando il ruolo, fondamentale, che le donne hanno nell'attivismo per i diritti umani - questo è vero sempre, ed è vero anche per le persone rom, che in Italia e in tutta Europa hanno di fronte a sé un impegnativo cammino di rivendicazione e conquista dei propri diritti.

Un impegno e un attivismo che avrà l'obiettivo di una maggiore rappresentanza, anche politica.
Le informazioni e le analisi sulle quali si basa la nostra campagna europea per i diritti dei rom emergono dalla ricerca sul diritto a un alloggio adeguato e sugli sgomberi forzati che abbiamo svolto in Italia, Francia, Macedonia, Romania, Serbia e Slovenia. L'impatto delle violazioni che i rom subiscono è particolarmente grave per le donne, spesso vittime di discriminazione multipla, a causa del genere e dell'appartenenza etnica, e costrette a sormontare ostacoli altissimi per accedere all'alloggio, all'assistenza sanitaria, all'istruzione e al lavoro.
La loro condizione va a inscriversi infatti in un contesto - quello Europeo - in cui le comunità rom affrontano un sistematico pregiudizio e politiche inadeguate, quando non palesemente discriminatorie, da cui derivano rischi altissimi per i diritti e talvolta la stessa incolumità personale di adulti e bambini.

Fanno parte di questo contesto i frequenti sgomberi forzati, spesso in mancanza di alternative abitative accettabili, e una sistematica difficoltà di accesso a un alloggio adeguato. Milioni di persone rom in Europa sono di fatto costrette a vivere in baraccopoli, senza accesso ad acqua corrente o elettricità, a grande rischio di malattie e senza assistenza sanitaria. Nei casi in cui, durante gli sgomberi, le autorità offrano alloggi alternativi, essi sono spesso costruiti in condizioni molto precarie e privi di servizi essenziali quali l'acqua, il riscaldamento, l'energia elettrica. Ciò ha un particolare impatto sulla vita delle donne rom le quali, a causa del loro ruolo all'interno della comunità, hanno di fatto la responsabilità primaria della cura dei bambini e delle attività domestiche come la pulizia della casa e la cucina.

Alle cattive condizioni abitative si accompagna spesso la collocazione dei rom in campi lontani dai centri abitati, con quanto ne segue in termini di isolamento e segregazione. Secondo le testimonianze di donne rom che i nostri ricercatori hanno raccolto a Roma, ad esempio, una particolare difficoltà deriva dal fatto che i campi siano scarsamente collegati ai quartieri abitati, ai negozi e ai servizi tramite i mezzi pubblici o strade con marciapiedi sicuri su cui camminare. I negozi di generi di prima necessità, i medici e le scuole e strutture per l'infanzia sono difficili da raggiungere e questo rende la vita delle donne rom che li abitano e dei loro bambini ancora più difficile.

La segregazione in aree periferiche isolate rende, inoltre, ancora più difficile la ricerca di un lavoro e può aumentare il rischio di violenza sulle donne e sui loro bambini, perché esse vengono a perdere le proprie reti di sicurezza e solidarietà.

Vivere in insediamenti informali a rischio di sgombero forzato provoca, nel complesso, grande incertezza e sofferenza. La stessa salute psicologica delle donne rom viene segnalata come significativamente peggiore di quella del resto della popolazione femminile dei paesi europei, proprio a causa delle condizioni di vita inadeguate, alloggi disagiati, della povertà e della posizione svantaggiata delle stesse nel loro ambiente domestico.

Amnesty International lavora al fianco delle donne rom che vivono nei campi e negli insediamenti informali in Europa. In molti casi, le donne rom sono impegnate in prima persona nelle campagne di sensibilizzazione per porre fine a sgomberi forzati e alla segregazione, e dovrebbero essere, a nostro avviso, ulteriormente sostenute in questo loro impegno, perché nessun vero cambiamento e miglioramento per i diritti umani è possibile senza un ruolo centrale e determinante delle donne.

Alle donne occorre dare accesso al credito e opportunità di indipendenza economica: solo in questo modo si cancellerà la violenza e sarà possibile garantire ai bambini e alle bambine l'accesso all'istruzione.

Dobbiamo credere nelle enormi potenzialità di queste donne e abbiamo, da loro, molto da imparare.

 
Di Fabrizio (del 25/03/2013 @ 09:05:07, in Europa, visitato 1473 volte)

By Valeriu Nicolae - 12 marzo 2013

L'errore economico

Analisi superficiali sui costi economici dell'inclusione sociale sono diffuse tra le classi politiche dell'Europa Centrale e Orientale (ECO). In questo articolo cercherò di individuare un errore economico riguardo un gruppo immaginario di Rom che chiamerò "Frankestein", termine che intende sottolineare la confusione e l'archetipo semplicistico sui Rom che è largamente diffuso tra i decisori politici.[1]

Molti politici e decisori pensano alla parola "Rom" come ad un eufemismo per tutti i piccoli criminali (inclusi naturalmente quei criminali che non sono Rom). Come per qualsiasi stereotipo, la percentuale di Rom che corrispondono alla descrizione di "Frankestein" è appena una frazione sul numero totale dei Rom. I professionisti rom di successo tendono ad essere invisibili a politici e decisori, in quanto non si adattano alla tipologia, razzista ma diffusa, del "vero" Rom. Nei fatti, esistono più professionisti Rom di quelli "Frankestein".

L'errore economico sui Rom "Frankestein" è ritenere che i loro paesi siano migliorabili, in termini economici, senza di loro. Questa convinzione giustifica tanto l'inazione nella madrepatria (mancanza di sforzi e fondi per l'inclusione sociale), che lka riluttanza a lavorare per arginare l'immigrazione verso l'Europa Occidentale.

I governi ECO pensano che la maggior parte dei Rom che lasciano i loro paesi siano, nella migliore delle ipotesi, cantanti, ballerini o lavoratori non qualificati (nel campo delle pulizie o della ristorazione), ma che la maggior parte viva di assistenza sociale, furti, o operando sul mercato nero. Indipendentemente da ciò, i Rom sono una perdita economica significativa per le economie dei loro paesi.

Credono anche che una volta partiti i Rom "Frankestein", i paesi ospitanti (Europa Occidentale) debbano assumersi i costi del welfare, del controllo, dell'istruzione, della sanità, dell'alloggio - mentre quegli stessi Rom invieranno la maggior parte dei loro risparmi in patria. E' un messaggio crudo e sbagliato, ma semplice, da mandare alla maggioranza dei votanti, che comunque non amano o odiano apertamente i Rom.

I Rom "Frankestein" devono essere incentivati e resi responsabili sulla loro cittadinanza. Ciò richiederebbe un'aggressiva campagna per far capire ai Rom che sono una parte importante della loro nazione, attraverso investimenti massicci nell'inclusione sociale, combattendo l'antiziganismo e promuovendo la cittadinanza attiva tra le comunità e i ghetti più problematici.

Un simile piano d'azione richiede misure strategiche a lungo termine (oltre 20 anni), prevede budget significativi e sarebbe da moderatamente ad altamente impopolare. Richiede un impegnativo lavoro a livello di base, attività disprezzata non soltanto dai politici ma anche dalle maggior parte delle OnG attive nel campo dei Rom e dell'inclusione sociale.

Perché uno stato dovrebbe farlo? La risposta è semplice - non c'è un'altra soluzione.

La maggior parte dei governi dei Rom "Frankestein" vuole sbarazzarsi di chi non si insedierà stabilmente in altri paesi. Continueranno a vivere di welfare nei paesi di origine come in Occidente. Alcuni useranno le loro esperienze criminali in occidente per rafforzare la rete criminale nei loro paesi. Sta già succedendo: nel ghetto dove opero, negli ultimi anni ho visto salire alle stelle il numero di tossicodipendenti. Arrivano sempre più soldi da traffico di droghe e prostituzione. Le bande criminali controllano un numero significativo di persone, attraverso denaro o minacce, e sono in grado di influenzare le elezioni. La corruzione è rampante. I collegamenti tra questi criminali e politici di alto livello sono talvolta pubblici. Tutto questo porta a costi significativamente più alti di quanto le misure di inclusione sociale possano costare.

Un'altra ragione per lavorare verso l'inclusione sociale è la situazione catastrofica dei bambini e della gioventù rom, nei gruppi inclini a migrare. All'inizio degli anni '90 alcuni Rom fecero fortuna andando in Europa Occidentale coi loro figli. Questi bambini divennero la prima di tante generazioni perdute. Bambini ed adulti erano coinvolti nell'accattonaggio, alcuni nella piccola criminalità, alcuni suonavano in cambio di denaro e altri compravano e rivendevano metalli. Alcuni di questi si misero in affari con vestiti e macchine di seconda mano. Spendono il guadagnato in patria, per lo più come stridente segno di benessere.

Per molti Rom, fare soldi è diventato molto più importante dell'istruzione o di cercare un lavoro stabile. I Rom furono tra i primi a perdere il lavoro, durante la transizione dal socialismo alla democrazia all'inizio degli anni '90. Il successo di pochi nel fare soldi facili all'estero, fu molto più visibile del "normale" ma più a lungo termine successo di quanti avevano investito nella propria istruzione. Successo a lungo termine reso ancora meno visibile dal fatto che la maggioranza di quanti erano riusciti a completare gli studi avevano lasciato i ghetti o le loro comunità. Professionisti rom, istruiti e prosperi, si trovano a dover scegliere tra il nascondere le proprie radici e cercare di fondersi con la popolazione maggioritaria (personalmente conosco almeno un centinaio di casi), oppure affrontare il razzismo strutturale a tutti i livelli (vedi i miei precedenti articoli sul razzismo strutturale). I loro risultati non sono mai così visibili come le "conquiste" di chi ha fatto soldi "facili".

Quanti finiscono in prigione tentando di fare denaro "facile" vengono ignorati, in quanto il carcere è considerato parte del normale ciclo della vita in queste comunità.

I bambini che negli anni '90 facevano soldi con le elemosine o rubando, sono diventati adulti che usano i loro figli per elemosinare o rubare. Questi bambini, a loro volta, lo faranno coi loro figli quando ce ne sarà l'opportunità. I bambini che rubano non possono essere messi in prigione, ed alcuni di loro diventano fonti di reddito per i genitori, parenti o reti criminali che li sfruttano. Gli stessi principi si applicano quando si tratta di prostituzione o spaccio di droga.

La molla di far soldi distrugge generazione dopo generazione, quei giovani che vivono di questi "mestieri". E' un'economia "di nicchia", una volta molto produttiva, ed in alcuni casi lo è ancora. Conosco un buon numero di famiglie che viaggia in aereo per mendicare.

Mentre l'istruzione richiede disciplina e non ha un ritorno immediato, elemosinare o rubare porta ad un minorenne centinaia di euro al mese. Spacciare droghe diventa il nuovo "lavoro" sempre più produttivo nei ghetti delle grandi città nell'Europa Centrale e Orientale.

E' quasi impossibile stimare il danno psicologico patito dai bambini coinvolti in questi "traffici", e nella maggior parte dei casi è completamente ignorato dai genitori, che pensano al beneficio economico dei loro figli. Questi bambini diventano adulti che non avranno alcuna possibilità di competere nel mercato del lavoro, ma hanno le competenze, le reti, l'appoggio e la motivazione per fare bene nell'economia criminale. Spaccio, prostituzione, furto ed accattonaggio, per un giovane non istruito (e di solito analfabeta) pagano comunque meglio di qualsiasi lavoro legale possibile.

Una prostituta su cento è fortunata e riuscirà a pagare i trafficanti, fuggire da droga e protettori, fare ritorno col denaro necessario ad aprire un centro di massaggi erotici, che è l'unico modello in questione nel ghetto dove lavoro. Le storie di quante muoiono di overdose, sono picchiate a morte da clienti o trafficanti, o contraggono l'HIV o altre malattie, sono semplicemente ignorate dalle ragazze che vivono in condizioni di abbietta povertà e vedono la prostituzione come l'unica possibilità per uscirne.

Inoltre, le peggiori condizioni in Europa Occidentale, sono meglio sotto quasi ogni aspetto del vivere nei ghetti delle misere comunità in Europa Orientale. Migliori l'assistenza e i servizi sociali, migliore il sistema scolastico. Per criminali, mendicanti e prostitute (che siano Rom oppure no) più ricco è il paese e più si guadagna. Prostitute e mendicanti a volte guadagnano dieci volte di più che nei loro paesi. Le condizioni carcerarie sono di gran lunga migliori e le pene detentive più brevi.

E' vero che ci sono immediati benefici economici se i Rom "Frankestein" lasciano il loro paese. Ma tutto ciò ha effetti disastrosi nel lungo termine, distruggendo i propri figli generazione dopo generazione. Possono esserci ripercussioni a lungo termine: i Rom hanno la percentuale di giovani più alta di qualsiasi gruppo etnico in Europa; questi giovani devono completare gli stuidi per poter competere sul mercato del lavoro. La sostenibilità di molte pensione negli stati membri UE potrebbe dipendere da ciò.

I benefici economici derivanti dall'accattonaggio o dalla microcriminalità sono già di molto inferiori a quanto erano negli anni '90, e presto non ci saranno più "nuovi mercati" da sfruttare. La crescita dell'antiziganismo è già un effetto diretto della migrazione e renderà più difficile e costosa l'inclusione sociale. Il risultato finale sarà un pericoloso effetto a spirale di rifiuto sempre più generalizzato da parte della società maggioritaria. L'antiziganismo rampante può risolversi in conflitti interetnici - i cui costi economici sono impossibili da stimare.

L'attuale flusso delle migrazioni dei Rom "Frankestein" dev'essere indirizzato meglio. E' impossibile bloccarlo completamente, ma usare in maniera più efficiente i fondi UE può portarne ad un significativa riduzione (specialmente di bambini) che lasciano i loro paesi.

La responsabilità di molti di quei bambini, giovani e adulti di queste generazioni perdute, ricade non solo sugli irresponsabili genitori e gli inetti amministratori e politici locali, ma anche sui burocrati rinchiusi a Bruxelles o nelle capitali europee.

Una valutazione responsabile ed indipendente di tutte queste burocrazie e di come siano spesi centinaia di migliaia di euro sulle tematiche rom è necessaria se vogliamo successo con l'inclusione sociale dei Rom. Valutazioni che sono un normale requisito che queste organizzazioni impongono alle OnG - non c'è ragione per cui loro non debbano sottostare agli stessi controlli.


    [1] Contrariamente alla credenza popolare. Frankenstein non era un mostro, ma il creatore pieno di speranze di quello che si è rivelato un mostro. Victor Frankentein è descritto come molto intelligente ed istruito. Il problema è che il suo orgoglio e la sua arroganza circuirono le sue responsabilità.
 
Di Fabrizio (del 26/03/2013 @ 09:08:17, in Europa, visitato 1483 volte)

Stefano Galieni | 18 marzo 2013 | Fonte: corriereimmigrazione.it

Il titolo del convegno è esplicito: Il ruolo delle donne rom nella tutela dei diritti umani e in tempi di crisi economica. Lo ha organizzato a Roma la sezione italiana di Amnesty international, riunendo quattro donne unite da forti motivazioni, esperienza, capacità comunicative e competenza: Isabella Miheleche, attivista per i diritti delle donne in Romania, Beatriz Carrillo, presidente dell'associazione Fakali, per i gitani nella regione spagnola dell'Andalusia, Dijana Pavlovic, dell'associazione Rom e Sinti insieme che opera in Italia, e Dzemila Salkanovic, per l'associazione 21 luglio.

Isabela Michalache, nel denunciare l'aumento delle discriminazioni, le difficoltà nell'accesso al lavoro e ai servizi pubblici (è successo che anche i medici, a volte, abbiano rifiutato le cure), ha toccato anche il delicato tasto delle problematiche interne alle stesse comunità, dai casi di violenza fra le mura domestiche al ripristino di regole ancestrali come quella sulla verginità e ai matrimoni precoci. A causa della crisi, ha spiegato, le donne sono divenute ancora più vulnerabili. In Romania era stato approvato un piano strategico nazionale che prevedeva interventi a lungo termine, soprattutto nel campo della formazione e dell'istruzione, ma non ci sono le risorse per attuarlo. "Bisognerebbe – ha affermato Michalache – operare per rendere le donne più autonome, fornendo libri di testo, sussidi alle famiglie, favorendo la concessione di crediti per chi ad esempio in Moldavia, vuole lavorare la terra, bloccare sfratti e sgomberi che creano emarginazione e disagi, produrre cambiamento anche valorizzando le ong composte da rom. Ci sarebbero mille piccoli interventi alla nostra portata, non solo in Romania, e che produrrebbero cambiamenti importanti e duraturi".

Beatriz Carrillo, con un intervento molto appassionato, ha voluto aprire una riflessione su quella che ha definito "storia muta e invisibile", anche se è consapevole che la situazione spagnola finora è stata fra le migliori d'Europa. Sarà per una presenza numericamente molto consistente, stabile e nata da tempi lontani e per una programmazione di interventi messi in atto per la salute, il lavoro, l'istruzione, fatto sta che in Spagna sono nate istituzioni partecipate e riconosciute dal governo come il Consiglio statale del popolo rom e l'Istituto di cultura gitana. In Spagna si è tenuto il primo congresso mondiale delle donne gitane senza aver bisogno di intermediari. "La Spagna in questo senso è un modello da seguire – ha dichiarato la relatrice- Ma da noi è stato più facile anche grazie all'alto numero di gitani che esercitano professioni che hanno esercitato influenza nella cultura spagnola e che si sono amalgamati con la società". L'immagine che però viene riaffermata anche in Spagna delle popolazioni rom è carica di negatività, tanto che nelle scuole, a detta di Carrillo, spariscono la lingua, le differenze e anche la rivendicazione di identità. "Anche da noi, come nel resto d'Europa, le cose peggiorano. Gruppi estremistici entrano nei governi e nei parlamenti con un messaggio razzista e discriminatorio. Gruppi che vengono condannati a parole ma mai concretamente sanzionati. La situazione è poi precipitata anche da noi con la crisi. Non vogliamo essere un fanalino di coda ma essere ad armi pari. Non siamo disposte a vedere annientati i nostri valori culturali, vogliamo affrontare anche con gli uomini la società gitana. Fakali è impegnata per l'emancipazione femminile e per far valere i nostri valori di solidarietà e rispetto rifiutando però l'assimilazione". E c' è stato anche modo e tempo per ricostruire un percorso che attraversa gli anni bui della dittatura franchista e che ha una svolta nel 1978 quando, nel primo governo democratico, trova posto anche un rom che si era distinto per l'impegno in anni scomodi. Le donne rom hanno operato anche insieme alle altre cittadine spagnole, per una legislazione più paritaria, sono entrate nelle università e hanno fatto sentire anche politicamente la propria voce.

Dijana Pavlovic ha stupito e commosso recitando una parte del monologo Vita mia parla, basato sulla vita di Mariella Mehr, scrittrice e poetessa jenish (nome dato ai rom svizzeri), che nel paese elvetico fu vittima del programma di sterilizzazione forzata imposto dagli anni Venti fino al 1974 tramite l'istituzione Pro Juventute. Un testo violento e diretto, in cui si raccontano con crudo realismo le violenze subite e l'odio accumulato, torture che non sembrano possibili e che pure sono state reali in un Europa cieca e pronta a girarsi dall'altra parte.

Dzemila Salkanovic, invece, come racconta nella lunga intervista che ci ha rilasciato, ha parlato della vita difficile che nella capitale italiana conducono i rom, tanto divisi e poco capaci ancora di fare fronte comune.

Numerose le domande che hanno trovato puntuale e non scontata risposta. A chi criticava il machismo spesso diffuso nelle comunità rom è stato comunemente risposto come il machismo, la violenza sulle donne, gli elementi di problematicità a volte drammatica, siano caratteristica comune e da combattere in ogni cultura. Non nascondendosi dietro alla presunzione che il problema riguardi solo universi ritenuti inferiori ma mettendosi, come uomini e come donne, in discussione. Fra i tanti elementi emersi, che meriterebbero ulteriori approfondimenti, il peggioramento delle condizioni nell'Est europeo dopo il crollo del muro e dei regimi. C'era concordia nell'affermare che la privatizzazione di ogni servizio abbia approfondito le disparità, tolto ai rom diritti acquisiti come la casa, la sanità, la scuola e il lavoro. Duro accettare che tali disagi vengano comunemente imputati alla "democrazia". E' comune la richiesta di una moratoria continentale della politica degli sgomberi, capaci solo di produrre disperazione. E a dirlo, a spiegarlo non sono attivisti neutri di associazioni che si occupano dei rom, ma donne rom in carne ed ossa.

 
Di Barbara Breyhan (del 27/03/2013 @ 09:03:20, in Europa, visitato 1480 volte)

RadioBremen I Rom in Germania "I nostri bambini venivano picchiati"

Devono combattere contro molti pregiudizi: si tratta dei Rom. Un rapporto sul loro gruppo etnico - spesso perseguitato dal punto di vista politico - nota come sempre più Rom vengano in Germania. Nella battaglia per il loro riconoscimento sociale trovano un sostegno presso il "Refugio", un'associazione che assiste psicologicamente i profughi provenienti da aree di crisi. "Refugio" è un centro di trattamento psicosociale e terapeutico per profughi e per sopravvissuti a torture, persone che hanno visto la guerra con i loro occhi. Il più delle volte si tratta di superare dei traumi: le persone che vengono al "Refugio" sono state perseguitate a causa della loro appartenenza religiosa, politica, etnica o sessuale e, talvolta, hanno subito anche torture.

Il signor M. - che non intende rivelare il suo nome per intero - vive in Germania da tre anni. Con i suoi cinque figli e sua moglie ha cercato asilo in Germania, poiché la vita da rom nel suo villaggio di origine in Serbia diventava ogni giorno più difficile. "Non avevamo pace, i nostri bambini venivano picchiati. Tornavano a casa da scuola sempre piangendo". La goccia che ha fatto traboccare il vaso: una delle sue figlie venne investita da un'auto; sopravvisse, riportando però gravi lesioni. Il conducente dell'auto ammise di aver travolto la bambina di proposito - perché si trattava di una bambina rom.

Scarso accesso all'assistenza sanitaria
Adesso la famiglia di M. vive in Germania e si sente al sicuro, grazie anche all'aiuto del "Refugio". L'anno scorso sono arrivati al centro di trattamento della città anseatica 16 Rom, "un po' più degli anni precedenti", spiega Bjoern Steuernagel, direttore del "Refugio" di Brema. I pazienti hanno vissuto sulla loro pelle discriminazione ed emarginazione: "Si può parlare a tutti gli effetti di una violenza sistematica nei confronti della minoranza etnica dei Rom, che si manifesta nello scarso accesso all'assistenza sanitaria e ai contributi sociali. Si tratta di un tipo di emarginazione dalla quale scaturisce poi inevitabilmente la povertà".

800 Rom vivono a Brema - tendenza in aumento
Nessuno sa con esattezza quanti Rom vengano via via in Germania. Questo perché l'ufficio federale per la migrazione e per i profughi non rileva i singoli gruppi etnici. Sono soltanto i paesi di origine a fornire un'indicazione. Veniamo così a sapere che è di etnia Rom circa il 90 per cento dei richiedenti asilo provenienti dagli stati balcanici quali Macedonia, Serbia, Kosovo e Bosnia-Erzegovina. Da questi paesi, fino ad ottobre 2012, erano arrivati in Germania circa 5000 Rom. A settembre erano ancora 2800. E da allora il numero dei richiedenti asilo è aumentato ancora. A Brema vivono attualmente 800 Rom. Secondo l'Associazione Federale dei Sinti e Rom di Brema questa tendenza sarebbe in aumento.

Tra gli immigrati rientrano anche i cittadini dell'UE provenienti dalla Romania e dalla Bulgaria. Afferma Steuernagel: "Dove comincia il diritto di asilo e dove finisce? Perché anche persone provenienti dalla Romania o dalla Bulgaria possono venirsi a trovare in condizioni esistenziali di grave disagio economico e, di conseguenza, decidere di venire qua - grazie alla libera circolazione all'interno dell'UE - nell'aspettativa di un lavoro almeno temporaneo". Steuernagel stima che, nei paesi di origine, fino al 90 per cento dei Rom sia senza lavoro. A questo punto, secondo lui, il passo successivo verso la povertà e verso i margini della società viene di conseguenza.

Razzismo profondamente radicato
Steuernagel attribuisce ad un razzismo profondamente radicato il motivo principale della situazione attuale in cui si trovano i Rom. Un razzismo che è presente in tutti i paesi europei. M. afferma che non gli siano mai capitati direttamente episodi di razzismo, ma di essere a conoscenza, tuttavia, dei pregiudizi esistenti nei confronti dei Rom e di averne timore: "E' una brutta cosa. Se tutti cominciassero a pensare che i Rom non siano in grado di dare il loro contributo alla società, allora anche qui in Germania non ci sarebbe più posto per noi, esattamente come in Serbia".

 

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