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\\ Mahalla : VAI : Europa (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Fabrizio (del 20/07/2007 @ 10:24:58, in Europa, visitato 1580 volte)

Rifugiati ex Bosniaci e Rom, deportati dall'Europa occidentale, sono ammassati nella regione più remota ed isolata della Serbia
By Zoran Maksimovic in Novi Pazar

Djijan Osmanovic, nove anni, conosce a malapena qualche parola della sua lingua madre rom. Non conosce nemmeno il serbo, la lingua del paese da cui arrivano i suoi genitori e dove ora vive.

Giocando tra le case in rovina nel quartiere di Savci a Novi Pazar, preferisce chiacchierare in tedesco, che ha appreso vivendo all'estero.

Nato da genitori rifugiati in Germania, la famiglia di Djijan si è poi spostata dopo in Danimarca. Ma nel 2004, quando aveva sei anni, la sua famiglia fu deportata indietro a Novi Pazar, la più grande città nella regione più isolata di Serbia, il Sangiaccato musulmano.

Nel quartiere di Savci, dove la sua famiglia vive con altre 37 rimpatriate, molti preferiscono parlare tedesco invece che serbo o romanes.

E' questo certamente il caso dei circa 80 bambini che frequentano la scuola elementare di Savci.

"Ho dovuto imparare il tedesco per parlare con i miei compagni," ci dice il piccolo Djijan in tedesco fluente. "Ora, sto cercando di imparare il serbo a scuola, ma è un grande problema perché non conosco la lingua e qui tutto è differente."

Suo padre, Saban, dice che Djijan e i suoi altri figli non hanno frequentato immediatamente al loro ritorno in Serbia, perché i bambini non conoscevano la lingua.

Nel Sangiaccato, una regione all'incrocio di tre confini di stato: Serbia, Montenegro e Bosnia, sono ritornate circa 50.000 persone dal 2000.

Molti lasciarono questa parte della Serbia negli anni '90 a causa delle guerre, della discriminazione di Belgrado contro le minoranze non-Serbe e del pervasivo sentimento di insicurezza sociale.

La maggior parte è ritornata a Novi Pazar, seguita dalla vicina Sjenica, dove secondo le statistiche un cittadino su quattro è un rimpatriato.

La maggior parte proviene dalla Germania - oltre il 70%. Il resto del grande numero arriva da Olanda, Svezia, Danimarca e Lussemburgo. Il più alto tasso di rimpatri è stato registrato nel 2003 e nel 2004, quando una media di 900/1.000 persone tornavano ogni mese.

Reintegrazione, un'organizzazione locale che agisce con queste persone, dice che un terzo di loro è stato deportato, cioè che non ha fatto ritorno volontariamente.

Kadrija Mehmedovic, presidente di Reintegrazione, ci ha detto che per i bambini l'ignoranza della lingua nazionale non è l'unico ostacolo che hanno i rimpatriati. "In media, queste famiglie sono rimaste all'estero per 12 anni," dice Mehmedovic.

"Almeno l'80% dei bambini di 12 anni o meno, sono nati all'estero, oltre la metà non parla serbo e oltre il 30% non è iscritta a scuola," aggiunge.

Mehmedovic dice che al ritorno in Serbia i rimpatriati affrontano povertà e disoccupazione, e specialmente lamenta il fallimento del governo nel predisporre programmi speciali per aiutare i bambini rimpatriati nel frequentare la scuola.

Le critiche appaiono ben fondate. La Serbia non ha una strategia sui rimpatri e non ha aperto centri per aiutarli. Molti hanno perso i loro documenti personali nel paese da cui arrivano. Un gran numero di cose è cambiato nel frattempo in Serbia.

Safet Osmanovic dice che quando ha fatto ritorno a Savci, ha trovato la sua casa distrutta e invasa dalla boscaglia. Lui e sua moglie sono disoccupati come la maggioranza dei rimpatriati.

"Soltanto il 2% dei rimpatriati ha un lavoro permanente e nessuno ha ritrovato il lavoro che aveva prima di partire," spiega Mehmedovic.

Hajrija Redzovic partì nel 1999 per la Germania, finendo nella città di Wilhelmhaven nel centro per richiedenti asilo.

In Germania, ottenne immediatamente i diritti da rifugiata per l'assistenza sociale e partorì una figlia. Ma sulle basi di un accordo che la Serbia ha firmato con 17 paesi dell'Europa occidentale lo scorso luglio, Redzovic fu deportata in Serbia assieme a suo marito e sua figlia Emma.

"Alle 6 di mattina quattro poliziotti entrarono nel mio appartamento e ci dissero che avevamo un'ora per sgomberare," ricorda. "Il bagaglio non poteva superare i 36 Kg., che è quello che abbiamo caricato sull'aereo. Sono tornata a casa con praticamente niente."

Al ritorno in patria, Redzovic ha affrontato diversi problemi. Non aveva documenti personali e sua figlia non aveva il certificato di nascita e così non è stata ammessa nel registro serbo delle nascite.

Numerosi Rom e Bosniaci al loro ritorno si sono insediati nel Sangiaccato anche se non erano originari della regione, ma del Kosovo. Il Sangiaccato è vicino al Kosovo ed il rimpatrio nello stesso Kosovo è fuori discussione per l'ostilità albanese.

Hamid Pepic è tra loro. Dopo che la sua casa in Kosovo fu distrutta nella guerra del 1999, ottenne asilo per diversi anni nei Paesi Bassi. Ma ora è stato rispedito in Serbia per vivere in Sangiaccato con i suoi sei familiari. Senza alcun legami con quest'area, non ha neanche alcuna fonte di sostentamento.

In base alla Convenzione di Ginevra, quanti dalla ex Yugoslavia lasciarono il paese per i paesi dell'Europa occidentale, dove ottennero lo status di rifugiati, perché erano stati violati i loro diritti umani e di minoranza ed erano chiaramente in pericolo.

Ma dopo vennero create le condizioni perché quei diritti fossero restaurati. La Serbia fu obbligata a riaccettare quei cittadini, in base agli accordi firmati con i 17 paesi occidentali.

Georg Einwaller, dell'ambasciata tedesca di Serbia, dice che sono necessari più lavori bilaterali per aiutare le famiglie di ritorno nel Sangiaccato, che hanno passato anni fuori dalla Serbia e dimenticato la loro lingua e cultura.

"Abbiamo lavorato assieme ai nostri colleghi in Serbia sulla loro reintegrazione e il miglioramento della loro posizione," dice. "Risolvendo il problema dei documenti, possiamo aiutarli nell'esercizio dei loro diritti sociali, sanitari e scolastici."

Ma Kadrija Mehmedovic enfatizza che dietro le istituzioni internazionali, le autorità locali e il settore OnG, è lo stesso governo serbo che necessità di essere assistito.

E' d'accordo Marija Vojinovic, assistente del direttore del Servizio Serbo per i Diritti Umani e delle Minoranze, l'unica organizzazione che agisce con i rimpatriati. Stima che almeno 150.000 possono tornare in Serbia tra quest'anno e il prossimo, la metà di loro Bosniaci del Sangiaccato.

Vojinovic reclama che il Servizio per i Diritti Umani e delle Minoranze ha prodotto una strategia ed un piano d'azione, il problema è che non sono stati implementati.

Hannelore Valier, capo della missione OCSE nel dipartimento democratizzazione in Serbia, dice che il tema dei rifugiati di ritorno non incontra una gran sensibilità. [...]Potrebbe essere "un pericolo per la stabilità della regione", ammonisce.

Zoran Maksimovic is a freelance journalist in Novi Pazar. Balkan Insight is BIRN`s online publication

 
Di Fabrizio (del 10/07/2007 @ 09:33:36, in Europa, visitato 1647 volte)

Il campo Rom - Posted by Ingrid Stegemoeller @ 08:09:58 pm

Vedo la mancanza di speranza e rassegnazione. Vedo gli occhi di chi non ha forza, non ha diritti e possibilità di scelta. Le loro case sono baracche. Vivono tra persone che non li vogliono, che non vogliono vedere o conoscere queste paurose condizioni di vita. Sono rifugiati senza nessuna patria. Le loro dimore sembrano arrivare da tanto tempo fa - prima delle fognature, prima dell'acqua potabile corrente. Chi sono queste persone? Sono i Rom, il popolo zingaro.

Lunedì 25 giugno, un partecipante Rom del Nansen Center di Bujanovac, Serbia, ci ha mostrato il campo Rom proprio fuori dalla città. Il viaggio era originariamente in agenda, ma al momento di partire la nostra guida non era tanto sicura che fosse una buona idea. Dato che la nostra intenzione era comprendere la situazione dei Rom in Serbia, la nostra guida era preoccupata che la gente del campo si sentisse come animali nello zoo. Alla fine si è deciso di andare. Pensavo di guidare a lungo. Il viaggio è durato meno di cinque minuti, il campo si poteva raggiungere a piedi dal Nansen Center. Mi sono sorpresa che condizioni di vita così primitive esistessero tanto vicino ad una città.

I Rom sono un popolo disperso in tutta Europa. A Bujanovac sinora non avevano una rappresentazione politica. Nansen Dialogue di Bujanovac ha lavorato con i locali Rom per riunire i loro quattro o cinque partiti in uno solo, per aiutarli ad avere una rappresentanza municipale. Dato che quanti sono nel campo che abbiamo visitato sono rifugiati dal Kosovo, non hanno documenti ufficiali, ciò significa che non possono fare ritorno da dove sono venuti.

Essenzialmente, un gruppo una volte nomadico è rinchiuso in un campo di comunità divise (separati in aree di etnia Serba ed Albanese) con poche opzioni di un cambio positivo.

Il sole risplende caldo quando usciamo dalle macchine. Il nostro gruppo consisteva in cinque di noi della PLU, due del Nansen Center ed un componente della comunità Rom - la nostra guida - che aveva ottenuto una posizione eletta nel governo municipale. Non so cosa mi aspettavo di vedere, ma quel che ho visto non lo dimenticherò facilmente. Abbiamo camminato attraverso una terra asciutta ricoperta di rifiuti, fra una fila di dimore che possono essere descritte al meglio come baracche improvvisate. Erano fatte di metallo corrugato, vecchie plastiche e tela. I tetti di plastica. La gente ci guardava mentre camminavamo e i bambini camminavano dietro di noi.

Siamo entrati nella parte principale del campo e siamo stati accolti da un anziano che aveva partecipato ad un seminario di Nansen Dialogue tenutosi alla Nansen Academy di Lillehammer. Abbiamo camminato attraverso fogne all'aperto e pozze stagnanti di acqua. Abbiamo scrutato attraverso i ripari non tanto alti da levarsi in punta di piedi. Abbiamo visto pile e pile di spazzatura che cingevano i limiti del campo. Gruppi di persone di tutte le età sotto li ripari, parlavano tra loro guardandoci passare.

Quando abbiamo smesso di camminare, ci hanno circondato, con i loro occhi scuri aperti dalla curiosità. La maggior parte dei Rom non lavora perché non trovano impiego; essere assunti è difficile.

La nostra guida ci ha detto che il problema maggiore è disporre dei corpi di chi muore. I soldi sono pochi per pagare un funerale adeguato e i corpi non si possono abbandonare. Così si ammassa il proprio cibo e lo si vende in città per avere denaro extra. A volte, gli anziani risparmiano sul cibo per un anno per mettere da parte i soldi del funerale, secondo quanto ci ha raccontato la nostra guida.

La parte più difficile della nostra esperienza non è stata la sporcizia o i rifugi inadeguati, ma la mancanza di speranza. Questa gente esiliata non ha letteralmente un posto per tornare. Ed in questi tempi moderni è doloroso comprendere che migliaia di persone nella parte sviluppata del pianeta, vivono in questa miseria, senza possibilità di evolvere. Sono abbandonati. Sono in un paese a cui non appartengono e con poche speranze di movimento.

E' difficile immaginare come condividere questa esperienza. Ho lasciato il campo sopraffatta e depressa. Tutto ciò che posso fare attualmente è continuare ad analizzare quel che vedo, e condividere la mia esperienza così che gli altri possano conoscere la farsa di questo gruppo di persone. Se ho imparato qualcosa da questo viaggio, è stato di aiutare le persone a raccontare le loro storie. [...] Voglio aiutare a condividere la consapevolezza sulla sofferenza dei Rom, così che non passi più sotto silenzio. [...]

Come nota finale, per sensibilità verso quanti abbiamo visitato, non abbiamo fatto fotografie.

 
Di Fabrizio (del 06/07/2007 @ 09:57:01, in Europa, visitato 1543 volte)

Da Czech_Roma

Vrbno pod Pradedem, Moravia Settentrionale, 2.7.2007, 15:03, (CTK) - Sabato ignoti hanno lanciato una bomba molotov dentro la casa di una famiglia Rom a Vrbno pod Pradedem, dice un portavoce della polizia. Erano presenti cinque persone nella casa, fortunatamente nessuno è stato ferito. L'attentatore o gli attentatori erano in macchina ed hanno lanciato la molotov attraverso la porta d'ingresso della casa.

[...] Il portavoce dice che una poltrona ha preso fuoco e la porta d'ingresso di legno è stata danneggiata. Fortunatamente la famiglia - due adulti e tre bambini - durante l'attacco era in un'altra stanza a guardare la TV.

Un caso simile era in passato accaduto a Karvina, nella Moravia del nord, quando ignoti assalitori avevano gettato due molotov in una casa Rom. Un'ondata di attentati simili si registrò a Krnov, Moravia settentrionale, tra il 1996 e il 1998.

Il Tribunale Regionale di Ostrava ha sospeso la sentenza contro cinque persone, condannate per il lancio di quattro molotov in due case Rom nel febbraio 1996.

Nel 1998 Radek Bedri, 21 anni, lanciò una molotov contro una casa Rom a Krnov. Sei persone stavano nel contempo dormendo nella casa. Emilie Zigova, 52 anni, scappò d'un soffio alla morte, mentre suo marito venne bruciato alle gambe.

Il tribunale inflisse a Bedri, membro di un gruppo neonazista, due anni di prigione, ma prosciolse altre due persone che erano con lui per mancanza di evidenza.

 
Di Fabrizio (del 03/07/2007 @ 10:12:30, in Europa, visitato 1229 volte)

E' uscito l'aggiornamento di giugno 2007 di PICUM.org con le notizie e l'evoluzione politica riguardanti i diritti sociali fondamentali degli immigranti non documentati in Europa. Disponibile nel formato Word nelle seguenti lingue: inglese, tedesco, olandese, spagnolo, francese, italiano e portoghese.
 
Di Fabrizio (del 02/07/2007 @ 09:28:54, in Europa, visitato 1226 volte)

18. 6. 2007 Il governo ha ricevuto un rapporto che richiama l'attenzione sui problemi nei cosiddetti "ghetti Rom". Secondo le analisi degli esperti, sono oltre 300 gli edifici e i quartieri poveri dove risiedono soprattutto Rom, che stima essere 80.000 sul totale della popolazione.. La maggior parte degli adulti residenti in queste aree sono disoccupati e dipendono dall'assistenza sociale. I loro figli frequentemente finiscono in scuole speciali, vedendo praticamente loro precluso qualsiasi accesso ad ulteriore educazione.

Secondo il ministro Kuchtová dell'educazione, il rapporto mostra che manca una "strategia comprensiva a livello locale ed a lungo termine" per risolvere il problema dell''esclusione della comunità Rom; questi materiali dovrebbero basarsi sulle specifiche situazioni, secondo la sua opinione. Aggiunge poi che il rapporto menziona diverse misure che si sono mostrate capaci nell'inclusione dei Rom nella società, come i mediatori culturali nelle scuole elementari, classi preparatorie, personale sociale nelle comunità e consiglieri e coordinatori Rom che collaborano con le autorità locali. "Adopererò questo rapporto nel pianificare programmi educazionali," ha detto, aggiungendo che nell'area educativa sta preparando "un programma indirizzato di sviluppo." Questo tema è stato affrontato dal ministro Stehlíková per le minoranze e i diritti umani. Secondo una prima dichiarazione, intendeva sottoporre al consiglio dei ministri una bozza per l'integrazione rom a medio termine. Ma Stehlíková.non era presente al consiglio, perché era all'estero.

 
Di Fabrizio (del 25/06/2007 @ 09:30:03, in Europa, visitato 2212 volte)

Da Mundo_Gitano

Amparo Valcarce, segretaria di Stato dei Servizi Sociali, Famiglie ed Invalidità, ha proposto oggi la creazione di una rete transnazionale europea che gestisca l'applicazione dei fondi strutturali per lottare contro la discriminazione di cui soffre la comunità gitana.

Durante le giornate Cooperazione transnazionale sulla comunità gitana ed esclusione sociale" Valcarce ha spiegato che in Europa vivono 12 milioni di gitani - 650.000 in Spagna -, che costituiscono la "minoranza etnica più numerosa" dell'Unione Europea.

Gran parte di loro vivono in situazione di povertà, esclusione sociale e soffre del rifiuto generalizzato della società.

Essendo una comunità "stabilita quasi esclusivamente in Europa", la segretaria di Stato considera che la UE è il quadro "idoneo" per sviluppare politiche pubbliche di coesione sociale a beneficio di questa etnia.

Valcarce ha affermato che la rete proposta debba includere entità con esperienza e competenza nella gestione dei fondi strutturali, specializzate nell'ambito del fondo sociale europeo ed anche quelle che lavorano con la comunità gitana.

Nel contempo ha indicato al resto dei paesi partecipanti alle giornate di fidarsi dell'esperienza spagnola nell'ambito dell'inclusione dei gitani, specialmente del programma-impiego ACCEDER, gestito dalla Fundación Secretariado Gitano.

Tra gli obiettivi da stabilirsi, ha proseguito, devono esserci il miglioramento della qualità di vita, la promozione della loro partecipazione alla vita pubblica, la miglior convivenza, il rafforzamento del movimento associativo gitano e la lotta alla discriminazione.

Da parte sua, il presidente della Fundación Secretariado Gitano, Pedro Puente, ha spiegato che è importante che si tratti la situazione della comunità gitana nel quadro dei fondi strutturali europei, poiché sarebbero "l'elemento essenziale per produrre cambi nella comunità gitana".

Puente ha chiesto ai partecipanti alle giornate che la posta in comune di avanzamento nella coesione sociale gitana tenga un carattere continuativo nel tempo.

Fuente : Actualidad Etnica

 
Di Fabrizio (del 23/06/2007 @ 10:24:55, in Europa, visitato 1577 volte)

Attivisti della Lega per i Diritti Umani lamentano un altro attacco a sfondo razziale. Secondo le informazioni fornite dal direttore della Lega, C. Igboanusi, cinque individui incappucciati e mascherati vestiti di nero si sono introdotti nella casa di una famiglia rom, i Sarközys di Záhorská Ves. I cinque erano armati di mazze di legno e di ferro e hanno gridato "Siamo della polizia, svegliatevi!". Gli assalitori hanno malmenato l'intera famiglia e distrutto la mobilia. Una delle donne picchiate testimonia: "Piangevo che c'era un bambino piccolo, che dovevano lasciarci in pace, ma continuavano a picchiarci lo stesso. Mi hanno dato bastonate in testa e tutto il mio torace è blu per le botte. Mio marito che è disabile - ha una pensione di disabilità - è finito in ospedale per contusioni ed una frattura al polso. Mi hanno detto che il mio bambino ha subito uno shock psicologico." La famiglia era già stata attaccata da persone mascherate nel 2003. Igboanusi nota che l'investigazione su quel fatto è ancora incompleta. "Dato  che gli attacchi razzisti a questa famiglia continuano senza che lo stato intervenga, saremo costretti a ricorrere al Parlamento Europeo appena possibile, chiedendo che si occupi della situazione della famiglia." Un portavoce della polizia di Bratislava dice che scoperti chi fossero gli assalitori, l'azione legale partirebbe immediatamente.

 
Di Fabrizio (del 11/06/2007 @ 09:54:06, in Europa, visitato 1571 volte)

Da Czech_Roma

TRANSITIONS ONLINE: Czech Republic: Time Bomb for Roma by Mia Malan and Jayalakshmi Shreedhar - 31 May 2007

Alti livelli di uso di droghe e sesso senza protezione creano una crisi indefinita per le comunità ceca

PRAGA Milan Horvat si sveglia ogni mattina ed esce in strada per incontrare i suoi "clienti".

E' un uomo di mezza età sempre vestito alla stessa maniera: vestito e scarpe nere, camicia bianca con i primi due bottoni slacciati. Quattro anelli d'oro, due per mano, brillano [...]. Ha l'aria di un uomo d'affari. Ma il suo lavoro a Praga non è affatto normale.

Ogni giorno. Horvat incontra tossicodipendenti nei vicoli della città. Molti di loro sono Rom. Vuole aiutarli ad uscire dal vizio, ma è un compito complesso e talvolta senza speranza. Nel contempo, fornisce nuovi aghi e siringhe al posto di quelle usate. Se proprio devono iniettarsi droghe, gli strumenti che usano siano almeno puliti, questa è la sua attitudine.

SIAMO IN ATTESA DI UN'EPIDEMIA?

[...] "Anch'io vengo dalla strada, sono Rom e qui mi sento a casa, anche se non ho mai fatto uso di droghe," brontola. "Ma so cosa significa la droga."

Horvat ha esperienza personale sull'abuso di droga: lui e la sua famiglia hanno lottato per anni per aiutare suo fratello tossicodipendente. Ebbero successo e suo fratello smise di drogarsi. [...]

"Quando leggo sul giornale, 'Cerchiamo Rom per lavoro di strada', [...] so che il mio lavoro può essere importante."

Horvat è uno dei due lavoratori di strada dell'organizzazione Romodrom, che raggiunge i tossicodipendenti in questa comunità praghese. Crede che il problema tra i Rom sia uno dei più grandi in quanto non ci sono stime.

Ci sono circa 5.000 tossicodipendenti nella città registrati da Romodrom. L'organizzazione ritiene che almeno il 40% sono Rom - anche se si stima che siano il 2% della popolazione globale dei 10 milioni di cittadini cechi. L'anno scorso , Romodrom ha contattato circa 6.000 clienti e distribuito 25.000 aghi puliti.

Horvat dice che circa 140 Rom cercano ogni giorno il centro.

Romodrom ha un programma speciale rivolto ai tossicodipendenti, per proteggere dalle infezioni con vari agenti di trasmissione, come epatite ed HIV.

Nella Repubblica Ceca nel 2004, circa il 9% delle persone con HIV si è infettata assumendo droghe, secondo l'agenzia AIDS delle Nazioni Unite. D'altra parte, nessuno conosce quanti di loro siano Rom, perché la legge ceca non permette di raccogliere dati sanitari su base etnica.

Uno studio bel Programma ONU di Sviluppo del 2004 su Rom e HIV/AIDS ha trovato un incremento drammatico del tasso di infezione da HIV in Europa Centrale. Secondo lo studio, HIV/AIDS affliggono gruppi con alti tassi di povertà, alta mobilità e accesso limitato ai servizi sociali. Anche se il numero totale di quanti nella Repubblica Ceca vivono con l'HIV è basso, circa lo 0,1% della popolazione, secondo una stima del 2005 di UNAIDS, i Rom paiono possedere tutti i tratti che rendono le persone vulnerabili nel contrarre l'HIV: poveri, le donne generalmente sono disoccupate, genitori e figli raramente parlano di questioni sessuali, alto abuso di alcool, molto basso uso del condom.

VITA SUL LATO SBAGLIATO DELLA STRADA

Quello che rende la situazione ancora più terribile è che molti Rom non hanno documenti d'identità, avendo così un accesso limitato ai servizi sanitari. Per questo sono meno capaci di ricevere informazioni preventive sul virus o di essere controllati. E quanti hanno accesso ai servizi e all'informazione sanitaria hanno una forte sfiducia nel sistema sanitario - soprattutto le donne rom, che in passato vennero spesso sterilizzate senza consenso, per paura del governo dei loro alti tassi di nascita.

Esistono pochissimi dati ufficiali sui problemi di droga e sanitari dei Rom cechi - specialmente riguardo all'HIV. E questa mancanza la potenzialità di una situazione già pericolosa.

Pochi chilometri fuori Praga, una stretta pista costeggia la ferrovia e si arrampica su una desolata collina. [...] L'asfalto si interrompe al limite di una serie di piccole case. Le case sono di fango e con le porte sfondate, i vetri delle finestre rotti e i fili elettrici partono da una cabina come serpenti. Ogni edificio ha due piani, non ci sono bagni. Le famiglie condividono uno sporco bagno comune senz'acqua calda.

Qui è dove vivono i Rom - isolate enclave "sul lato sbagliato della strada" nella piccola cittadina di Libcice nad Vltavou.

Dei 150 Rom che vivono qui, soltanto 8 su 80 adulti hanno mai avuto un lavoro. Gli altri 70 sono bambini.

Disoccupazione e povertà sembrano seguire i Rom dovunque vadano. Uno studio dell'Istituto di Ricerca per gli Affari Lavorali e Sociali di Praga stima in 70% il tasso di disoccupazione tra i Rom. Molti tra quanti hanno trovato lavoro tra quelli poco specializzati. Come risultato, la maggior parte campa con gli assegni sociali direttamente o tramite familiari.

INTEGRAZIONE ATTRAVERSO LE DROGHE

Jozef, un uomo vigoroso di circa trent'anni, è uno dei pochi nel villaggio con un lavoro. La sua casa è arredata meglio delle altre ed ha più cibo dei suoi vicini. Ma è rabbioso e cammina avanti e indietro. Vuole parlare del problema droga nella sua comunità. Suo padre interviene per fermarlo; è preoccupato delle ripercussioni sulla famiglia se parlano di questo problema.

"Possono succedere cose" ammonisce. Ha paura che comincino a chiamarlo traditore e creatore di problemi. Parlando, puoi mettere i tuoi amati nei guai, dice.

"I Rom vedono l'uso della droga come una via er integrarsi nella società maggioritaria" dice Ivan Vesely, che dirige Dzeno, uno dei gruppi Rom di supporto legale più vasti di Praga. "E' più difficile integrarsi attraverso lo studio e il lavoro - c'è molta discriminazione in questi campi. Assumendo droghe, i Rom imitano i non-Rom nel loro stile di vita," dice.

I Rom nelle città fanno uso di eroina e pervitina, una forma locale di anfetamina, dice Horvat. Nelle aree rurali, inalano toluene, un colorante, e colla, soprattutto i più giovani, secondo Marta Hudeckova, direttrice di Manusa (Gente), un'organizzazione Rom femminile.

Horvat asserisce che la situazione è talmente seria che "madri disperate denunciano alla polizia i loro figli per falsi furti purché stiano in prigione un anno o due" sperando che l'accesso alla droga sia più difficile dietro le sbarre.

Bambini di 12, 13 anni hanno problemi con le tossicodipendenze," dice Horvat. "Ma non si può aiutarli - secondo la legge le OnG possono lavorare con ragazzi sopra i 15 anni, i minri di quell'età devono avere un rappresentante legale.

Le OnG come Romodrom e Manusha hanno risposto facendo partire campagne informative nelle scuole per portare attenzione al problema droga tra i bambini rom. Per le classi hanno inscenato una satira drammatica che spiega come fare quando qualcuno offre loro droga o come dirlo ai genitori.

"Vogliamo cambiare realmente qualcosa per la nostra gente" dice Marie Gailova, presidente di Romodrom. "Lavoriamo dalle 13 alle 14 ore al giorno per aiutare giornalmente 300 Rom in 5 regioni diverse dove operiamo."

Il non parlare apertamente di droga nelle comunità non è la sola sfida. E' altrettanto inaccettabile parlare di sesso.

"NOI NON USIAMO QUELLE BUFFE COSE"

La compagna di Jozef, Gabriela (29 anni), stringe fra le braccia il figlio di due anni. E' chiaramente il suo tesoro.

Jozef e Gabriela non sono sposati. Non ne vedono la necessità. La loro relazione è basata sulla fiducia - una relazione che esclude categoricamente discussioni sul sesso o l'HIV.

"Ho mai usato un condom, perché posso fidarmi del mio partner," dice Gabriela. "Non so se le mie amiche usino il condom, perché di sesso non si parla. Ma non penso lo usino."

Gabriela e Jozef non hanno mai fatto un test HIV.

Un recente studio del Wisconsin Medical College negli Stati Uniti ha trovato che l'uso del preservativo tra i Rom nell'Europa Centrale ed Orientale e raro principalmente associato alla contraccezione. A partire dagli anni '50 le autorità cecoslovacche hanno usato la sterilizzazione, accompagnata a volte con somme di denaro, per rallentare la crescita della popolazione rom. Molte donne hanno citato in giudizio i governi ceco e slovacco per essere state sterilizzate senza il loro consenso.

Una volta sterilizzate, le donne spesso rifiutano l'uso del preservativo, in quanto lo intendono come una protezione contro la gravidanza ma non contro le malattie trasmesse sessualmente. La ricerca mostra anche che gli uomini hanno una maggior libertà sessuale prima e durante il matrimonio. Hanno possibilità di pratiche sessuali con sconosciuti/e e più potere di relazione delle donne. Lo studio mostra che i Rom in Europa sono a conoscenza dell'HIV, ma non se ne sentono personalmente minacciati.

"Il sesso è qualcosa che tutti fanno, ma di cui nessuno parla," dice Lida Polackova, consulente romani del dipartimento affari sociali della città di Ostrava, città industriale nella Repubblica Ceca dell'est, dove vivono molti Rom. "Circa nessuno nelle comunità Rom sa se sia positivo o negativo all'HIV. E il sesso prematrimoniale è completamente naturale,a  partire dai 13 o 15 anni di età."

Tornando a Libcice nad Vltavou, due teenagers in jeans attillati bisbigliano di sesso fumando fuori da una casupola. [...] "Noi non usiamo quelle buffe cose," dice una. "I condom non sono per noi."

Un lungo treno passa accanto, rendendo impossibile la conversazione. Tutt'attorno non c'è niente. Al posto di un luogo dove vivono dozzine di persone, potrebbe essere scambiato per un deposito merci della ferrovia.

La prevenzione dell'HIV, dice Horvat, non può avvenire nell'isolamento.

Migliorare l'accesso ai servizi sanitari, alla scuola, all'impiego, è parte della soluzione, secondo le stime di tutti: dagli operatori di strada agli esperti dell'Unione Europea e della Banca Mondiale. Nessuno degli innumerevoli problemi che i Rom affrontano in posti come Libcice può essere affrontato da solo. Horvat e quanti altri conoscono la comunità ritengono irrealistico che i Rom lascino le droghe e così smettano di essere vulnerabili all'HIV/AIDS, quando le droghe offrono l'unica via di fuga da una dura realtà di povertà, discriminazione e segregazione di ogni giorno.

E mentre molti Rom continuano a vivere in ghetti senza igiene adeguata, non ci si può aspettare che si preoccupino del sesso sicuro, anche quando siano informati sulle malattie trasmesse sessualmente.

Nel suo ufficio di Praga, un agitato Horvat si irrita mentre analizza le strategie per aiutare la sua gente.

"Per me il momento migliore nel mio lavoro sarebbe quando non ci saranno più tossicodipendenti o affetti da HIV," dice. "Quando i servizi come il mio non saranno più necessari perché tutti avranno accesso ai servizi che possono aiutarli."

Sospira, e ritorna al suo lavoro. La sovrabbondanza sembra ancora un percorso molto lungo per persone come Milan Horvat.

Mia Malan is the Internews Senior Health Journalism Adviser in Washington, D.C. Jayalakshmi Shreedhar is the Internews Project Director of the Local Voices Project in India.

Lucia Curejova, Maria Husova, Petrana Puncheva, Petru Zoltan, and Susan Mathew contributed to this article, which was produced during a TOL health reporting seminar.

 
Di Fabrizio (del 06/06/2007 @ 09:37:31, in Europa, visitato 1983 volte)

Un brano appena apparso su Redattore Sociale, subito segnalatomi da diversi lettori. Grazie

05 - 06 - 2007
''Al Parlamento Europeo dovrebbero sedere 16 membri rom''
''In un mondo ideale'': è invece estremamente scarsa la rappresentanza politica nell'Ue di rom e sinti, dice il nuovo rapporto di Enar e di Erio.
La prima barriera? I partiti politici


BRUXELLES - "In un mondo ideale, il mondo politico dovrebbe riflettere fedelmente la propria base di rappresentanza. Se così fosse, i dieci milioni di rom presenti in europa dovrebbero godere di una rappresentanza del 2% negli organi decisionali. Ad esempio, al Parlamento Europeo dovrebbero sedere 16 membri rom, ma è una cifra molto lontana dalla realtà": questo brano, tratto dal 'fact sheet' congiunto di Enar (European Network Against Racism) e di Erio (European Roma Information Office) "Partecipazione politica di rom, nomadi, e sinti", rende bene l'idea di quanto queste comunità subiscano una spiccata sottorappresentazione, nonostante i regimi democratici vigenti ovunque in Europa. Rom, sinti e nomadi costituiscono la minoranza etnica più numerosa nel Vecchio Continente, in particolare nei paesi dell'Europa centrale e orientale. Dappertutto però il loro livello di rappresentanza è basso.

Le cause di ciò sono molteplici, e inserite in un circolo vizioso costituito da pregiudizi da parte degli organi politici (partiti e istituzioni), povertà e ignoranza da parte di queste minoranze. La partecipazione alle elezioni per queste comunità è molto bassa, indicando un grado elevato di disillusione per ciò che il potere politico può fare per loro. D'altra parte però molti sistemi elettorali alzano verso queste minoranze barriere insormontabili, richiedendo ad esempio una localizzazione geografica per essere iscritti nei registri degli elettori. A questo si deve aggiungere che spesso i membri di questi gruppi etnici sono sprovvisti di uno status civico: molti di loro non hanno nemmeno una carta d'identità, e atti come matrimoni o nascite non sempre vengono fatti registrare. Ma anche nel caso si abbiano questi documenti, capita che non vengano riconosciuti come validi passando da uno Stato all'altro, fatto frequente nel nomadismo.

Venendo al dettaglio dei meccanismi di esclusione, i partiti politici sono la prima barriera individuata nel rapporto all'inclusione dei rom nella vita politica. C'è una generale riluttanza da parte dei partiti più importanti nel fare proprie le istanze di rom, nomadi e sinti, di candidarli nelle proprie liste, o comunque di dimostrare vicinanza a questi gruppi, dato che non sono generalmente ben visti dall'opinione della massa. E quando un rom ce la fa a farsi candidare, ciò avviene sempre in posizioni di lista che lo rendono ineleggibile. Nemmeno la creazione di partiti politici su base etnica aiuta, a causa della scarsa attenzione che i nomadi stessi riservano alla vita politica. Ad esempio in Bulgaria, il paese con la comunità più numerosa, nel 2005 il partito Euroma non ha piazzato nemmeno un eletto. Vi chiaramente sono eccezioni, come le due europarlamentari rom Viktoria Mohacsi e Livia Jaroka, ma nella maggior parte dei casi sui tratta di successi alle elezioni locali. Questo è un ambito più vicino agli interessi diretti di queste minoranze, e a una maggior partecipazione si lega un maggior successo.

Nel documento di Erio e Enar vengono individuate alcune buone pratiche per contrastare questo stato di cose, come lo sono ad esempio gli organismi di autogoverno per i rom ungheresi. Nonostante le critiche a questa iniziativa (mancanza di poteri effettivi, di fondi, di competenze, esclusione dalla vita politica dominante), questi organismi si sono rivelati un'ottima palestra per promuovere la coscienza di comunità e dei propri diritti, incoraggiando una partecipazione politica che può fuoriuscire dai limiti dell'iniziativa. In questo processo, il ruolo delle ONG e le risorse offerte dal loro lavoro vengono visti come preziosissimi, ad esempio incentivando al partecipazione al voto o le candidature. Incontri e tavole rotonde tra politici, amministratori e rappresentanti di questi gruppi offrono un'ulteriore piattaforma di confronto e di partecipazione. Alcuni partiti si sono poi impegnati a includere nei loro ranghi delle minoranze.

Ma tutto questo non basta. A discapito della complessità del problema e del circolo vizioso che lo alimenta, fondamentale resta - sottolineano Erio e Enar - la partecipazione attiva e diffusa i rom, sinti e nomadi alla vita politica. Ai governi e a i partiti invece si chiede di attuare strategie che creino un terreno fertile per un loro coinvolgimento effettivo, cominciando anche ad assumere rom nelle amministrazioni pubbliche, a partire dal livello locale. Un occhio di riguardo viene richiesto poi per l'inclusione di frange marginalizzate nell'emarginazione, come le donne e i giovani. (matteo manzonetto)

© Copyright Redattore Sociale

 
Di Fabrizio (del 04/06/2007 @ 09:21:16, in Europa, visitato 1609 volte)

Tommaso Vitale segnala questo articolo di Repubblica

Viaggio nei paesi europei alla ricerca di un'integrazione possibile
Nel continente sono tra i 9 e i 12 milioni: ma non esistono censimenti
I rom e l'Europa, dal rigore tedesco alla Francia modello "bastone e carota"
I Rapporti della Divisione Roma and Travellers del Consiglio europeo
L'Italia ha la maglia nera. Ovunque esistono Uffici centrali nazionali
di CLAUDIA FUSANI

ROMA - Sono "qualcosa" che non può essere ignorato. "Esistono" e devi farci i conti. Sono, spesso, un "problema" per gli altri, cioè "noi"; ma soprattutto per se stessi: condizioni igienico sanitarie pessime, massimo della devianza, nessuna integrazione. Tutto vero. Eppure se cerchi di capire come l'Europa affronta la questione rom e zingari rimbalzi in un muro di vaghezza e pressapochismo. Nonostante gli sforzi del Dipartimento Roma and Travellers (Rom e camminati, due delle varie etnie zingare), l'ufficio nato nel 1993 a Strasburgo nell'ambito del Consiglio Europeo per fronteggiare la questione rom e che ogni anno produce pagine e pagine di relazioni, rapporti internazionali, raccomandazioni, manca totalmente un progetto esecutivo. Dalle parole non si riesce a passare ai fatti. Risultato: se l'Italia non sa da che parte cominciare per affrontare la questione rom, l'Europa è messa più o meno nelle stesse condizioni.

"Purtroppo non esiste un modello unico per affrontare la questione" dice Maria Ochoa-Llido, responsabile del Dipartimento rom e migranti del Consiglio di Europa. "La situazione varia da paese a paese e ogni governo affronta la questione con un proprio approccio politico. Negli ultimi venti anni le cose stanno cambiando e il Consiglio d'Europa se ne sta facendo carico sul fronte dei diritti umani, dei diritti delle minoranze e in funzione dell'integrazione sociale".


Negli anni, attraverso numerose Raccomandazioni - ad esempio sulle condizioni abitative (2005), sulle condizioni economiche e lavorative (2001), sui campi e sul nomadismo (2004) - si è cercato di dare almeno una cornice di riferimento, linee guida ai vari stati per gestire la continua emergenza rom. Buone intenzioni, quindi, ma scarsi risultati. Secondo il Rapporto annuale della Commissione europea contro il razzismo e le intolleranze presentato al Parlamento Europeo il 23 novembre 2005, i Rom risultano la popolazione più discriminata d'Europa. Svantaggiati nel lavoro, nell'alloggio, nell'istruzione e nella legislazione ma anche vittime regolari di continue violenze razziste. Il Rapporto - va detto - non si occupa dell'aspetto devianze, cioè criminale, che caratterizza da sempre la popolazione rom e che tanto pesa nel non-inserimento sociale degli zingari.

Una minoranza di 9-12 milioni di persone - Uno dei file più aggiornati della Divisione Roma and Travellers sono i numeri. Che vista l'assenza di censimenti della popolazione rom - per il timore che possano diventare strumenti discriminatori - è già tantissimo. In Europa si calcola che viva un gruppo di circa 9-12 milioni di persone, in qualche paese del centro e dell'est europa - Romania, Bulgaria, Serbia, Turchia, Slovacchia - arrivano a rappresentare fino al 5 per cento della popolazione. Scorrendo i fogli delle statistiche ufficiali europee (aggiornate al giugno 2006), colpisce come nei paesi della vecchia Europa, nonostante la presenza e l'afflusso continuo di popolazione rom, manchi del tutto un loro censimento. Eppure conoscere i contorni del problema dovrebbe essere il primo passo per approcciarlo. Sono censiti solo gli zingari che vivono nei paesi dell'est Europa, dal 1400 la "casa" dei popoli nomadi in arrivo dall'India del nord est.

La Romania guida la classifica dei paesi con maggior numero di gitani: l'ultimo censimento ufficiale del 2002 parla di una minoranza che si aggira tra il milione e 200 mila e i due milioni e mezzo. Seguono Bulgaria, Spagna e Ungheria a pari merito (800 mila), Serbia e Repubblica Slovacca (520 mila), Francia e Russia (tra i 340 e 400 mila; ma secondo il rapporto di Dominique Steinberger del 2000 in Francia vivrebbero almeno un milione di zingari), Regno Unito (300 mila), Macedonia (260 mila), Repubblica ceca (300 mila), Grecia (350 mila). L'Italia è al quattordicesimo posto con una stima, ufficiosa in assenza di un censimento, che si aggira sui 120 mila. Sappiamo che oggi quel numero è salito fino a 150-170 mila. Facendo un confronto con i paesi della vecchia Europa, è una stima inferiore rispetto a Spagna e Francia, Regno Unito e Germania. Sui motivi di queste concentrazioni la Storia conta poco: se è vero che la Germania nazista pianificò, come per gli ebrei, lo sterminio degli zingari (Porrajmos) e nei campi di concentramento tedeschi morirono 500 mila rom, in Spagna la dittatura di Franco ha tenuto in vigore fino agli anni settanta la legislazione speciale contro i gitani eppure gli zingari continuano ad essere, e sono sempre stati, tantissimi.

Il caso italiano - A scorrere i Rapporti del Consiglio europeo, l'Italia sembra avere la maglia nera nella gestione della questione rom. La lista delle "mancanze" italiane è lunghissima. Contrariamente agli altri paesi della vecchia Europa, non abbiamo una politica certa sui documenti di identità e di soggiorno mentre in altri paesi hanno la carta di soggiorno e anche i passaporti. Nonostante molti Rom e Sinti vivano in Italia da decenni, non hanno la cittadinanza col risultato che migliaia di bambini rom nati in Italia risultano apolidi; gli stessi bambini non vanno a scuola e non hanno accesso all'educazione; non sono riconosciuti come minoranza linguistica. L'Italia, soprattutto, continua ad insistere nell'errore di considerare queste persone nomadi segregandole in campi sprovvisti dei servizi e diritti basilari mentre invece sono persone a tutti gli effetti stanziali. Si legge a pag. 29 del rapporto: "Non si riscontra a livello nazionale un coordinamento. E in assenza di una guida a livello nazionale, la questione non potrà mai essere affrontata in modo valido". Bocciati, su tutta la linea. Persino "puniti" nel dicembre 2004 per la violazione della disposizione sul diritto alla casa. "Puniti" anche Bulgaria e Grecia.

Gli Uffici centrali - Il nome di per sé evoca scenari da tragedia, liste, schedature, concentrazione di informazioni. Nel 1929 a Monaco nacque "L'Ufficio centrale per la lotta contro gli zingari in Germania", furono schedati, nel 1933 furono privati di tutti i diritti, poi lo sterminio. Eppure un Ufficio centrale sembra essere l'unico modo per affrontare seriamente la questione rom, capire quanti sono, dove vivono, di cosa hanno bisogno, tenere sotto controllo arrivi, partenze, doveri e responsabilità oltre che diritti. All'estero esiste un po' ovunque qualcosa di simile, in Germania, in Francia, in Olanda, Belgio e in Spagna. "In questi uffici - racconta Massimo Converso, presidente dell'Opera nomadi - lavorano anche i rom, sono mediatori culturali, parlano la lingua e i dialetti, conoscono le abitudini dei vari gruppi, dettagli per noi insignificanti e invece per loro fondamentali. Non si può prescindere da questo se si vuole affrontare il problema con serietà e concretezza". Ministero dell'Interno e Solidarietà sociale hanno avviato dei "tavoli tecnici" con esperti e rom. Ma il ministro Giuliano Amato sta pensando a qualcosa di più: un Ufficio governativo e una conferenza europea per avere gli strumenti e il luogo dove fronteggiare la questione.

Lo statuto francese - Nonostante "la grande preoccupazione" del Consiglio europeo "per i ritardi e l'emarginazione", la Francia (con 340 mila o un milione di manouche) sembra aver adottato il modello migliore sul fronte dell'accoglienza per i rom. Un modello che si muove tra l'accoglienza e la tolleranza zero, due parametri opposti ma anche complementari: da una parte la legge Besson (la prima versione risale al 1990, una successiva è del 2000) che prevede che ogni comune con più di cinquemila abitanti sia dotato di un'area di accoglienza; dall'altra la stretta in nome della sicurezza dell'ex ministro dell'Interno, attuale presidente, Nicolas Sarkozy che nel febbraio 2003 ha voluto la stretta e ha previsto (articoli 19 e 19 bis della legge sulla sicurezza interna) sanzioni particolarmente pesanti contro le infrazioni allo stazionamento. Chi non rispetta le regole dei campi e dell'accoglienza è fuori per sempre. E chi occupa abusivamente un'area può essere arrestato e il mezzo sequestrato. La legge Besson immagina i campi come una soluzione di passaggio e prevede, contestualmente, un programma immobiliare di case da dare in affitto ai gitani stanziali e terreni familiari su cui poter costruire piccole case per alcune famiglie semistanziali e in condizioni molto precarie.

Di tutto ciò è stato realizzato poco ma comunque qualcosa. Nella regione di Parigi sono stati creati campi per 560 posti in dieci anni (ne servirebbero tra i 6 e gli 8 mila) e in tutto il territorio francese ce ne sono 10 mila, un terzo di quelli necessari. Ma molti gitani e manouche vivono in case popolari e in vecchi quartieri. Pagano affitto, luce e acque. "Siamo responsabilizzati - racconta Arif, rom kosovaro, un pezzo della cui famiglia vive in Francia - viviamo nei centri abitati, non siamo emarginati, facciamo lavori come facchino, gommista, piccolo trasporto, pulizie, guadagniamo e firmiamo un Patto di stabilità per cui i ragazzi sono obbligati ad andare a scuola ed è vietato chiedere l'elemosina. Se siamo disoccupati per sei mesi abbiamo il sussidio - un mio parente prende 950euro al mese - e abbiamo anche gli assegni familiari. Certo chi sbaglia, chi delinque, chi ruba, chi non manda i figli a scuola, viene cacciato dalla Francia. E su questo punto siamo noi i primi ad essere d'accordo". Un altro risultato, visibile, è che in Francia difficilmente si vedono zingari in giro, ai semafori o nelle vie dei centri cittadini. E' vietata l'elemosina e l'accattonaggio. Recentemente l'ex ministro dell'Interno Sarkozy ha sottoscritto un piano con la Romania per il rimpatrio dei rom romeni.

Il caso tedesco - Il Rapporto del Consiglio europeo, datato 2004, parla di "svantaggi sociali, pregiudizio, discriminazione per quello che riguarda la casa, il lavoro e la scuola e di casi clamorosi di razzismo" . Detto tutto ciò in Germania i 130 mila circa tra Rom e Camminanti sono considerati per legge "minoranza nazionale". Hanno diritti e doveri. "Dagli anni sessanta, con la caduta del modello socialista titino - racconta Massimo Converso, presidente dell'Opera nomadi italiana - e con le prime diaspore rom dall'est europeo verso l'occidente europeo che poi si sono ripetute negli anni ottante e novanta con le guerre nei Balcani, la Germania ha accolto queste migliaia di persone in fuga con un progetto di welfare. Sono state assegnate case, singole o in palazzine popolari, hanno avuto il sussidio per il vitto, chi ha voluto è stato messo in condizione di lavorare. Tutto questo - continua Converso - al prezzo di rispettare i patti e la legge. Altrimenti, fuori per sempre. Ci sono stati anni in cui interi gruppi stavano per lunghi periodi in Germania, poi venivano in Italia dove invece non è mai stato pensato un vero, severo e anche rigido piano di accoglienza e dove gli zingari hanno avuto da sempre maggiori e diverse fonti di reddito, ben più remunerative perché spesso illegali".

La Spagna come la Bulgaria - Nonostante Franco, le leggi speciali e le persecuzioni, la Spagna ha una delle comunità gitane più popolose e in Europa occupa il terzo posto dopo Romania e Bulgaria con 800 mila presenze. Dalla fine degli anni Ottanta il governo centrale ha elaborato un Programma di sviluppo per la popolazione rom anche se il budget annuale sembra abbastanza ridotto (3,3 milioni di euro a cui però si aggiungono i finanziamenti delle singole regioni e delle ong). Anche in Spagna ogni regione ha un Ufficio centrale che coordina gli interventi e le politiche per gli zingari in cui lavorano sia funzionari del governo che rom con funzioni di mediatori culturali. Il risultato è che non esistono quasi più campi nomadi, quasi tutti - chi non lavora ha un sussidio di circa 700 euro al mese per sei mesi - vivono in affitto nei condomini popolari o in case di proprietà, nelle periferie ma anche nelle città. Dipende dal livello di integrazione. Che è in genere buono anche se resta alto il tasso di criminalità: furti ma soprattutto spaccio di droga. Sono zingare il venti per cento delle donne detenute nelle carceri spagnole. Negli ultimi mesi nelle periferie delle grandi città, a Barcellona come a Madrid, a Siviglia e a Granada, stanno rispuntando baraccopoli e favelas: sono gli ultimi arrivati, i rom della Romania, la nuova emergenza.

La ricetta del "politico" gitano - La Spagna ha saputo produrre, finora, l'unico europarlamentare gitano: si chiama Juan de Dios Ramirez Heredia, è stato rappresentante dell'Osservatorio europeo contro il razzismo e la xenofobia e nel 1986 ha fondato la Union Romanì, federazione della associazioni gitane spagnole. Heredia , in un'intervista rilasciata al magazine europeo Cafè Babel, immagina il futuro della comunità rom: "Potrà essere migliore solo se sapremo mantenere una certa dose di sopravvivenza e riusciremo ad essere presenti dove si prendono decisioni politiche. Non ha senso che in paesi come la Spagna, dove siamo 800 mila, non ci sia un solo gitano deputato o senatore". A gennaio scorso, per la prima volta, la Serbia - 600 mila rom ufficiali senza contare quelli partiti negli anni e ora in giro per l'Europa senza documenti - ha accettato in Parlamento due deputati dei partiti delle minoranze gitane, l'Unione dei rom e il Partito dei rom.

Sono 36 milioni gli zingari nel mondo. Diciotto milioni vivono ancora in India. Un milione circa è riuscito ad arrivare anche negli Stati Uniti. A parte poche migliaia di loro che sono riusciti ad avere una vita normale e ad emergere, ovunque sono rimasti gli ultimi nei gradini della società.
(3 fine)

(3 giugno 2007)

 

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