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La redazione
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\\ Mahalla : VAI : Europa (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Franco Bonalumi (del 25/06/2010 @ 09:09:46, in Europa, visitato 1193 volte)

Da Roma_und_Sinti

Distretto rurale di Rotenburg
A causa delle sue "scandalose espulsioni", il Consiglio per i Rifugiati della Bassa Sassonia ha aspramente criticato il distretto di Rotenburg e la Bassa Sassonia. Il caso di due famiglie, rimpatriate Mercoledì 17 Marzo in maniera forzosa da Rotenburg in Kosovo, mostrerebbe che quando si tratta di rifugiati provenienti dal Kosovo le autorità non hanno nessuna pietà, nemmeno per le persone anziane o gravemente malate.

"La famiglia S. (i genitori e tre bambini) è stata rimpatriata nonostante due dei suoi membri fossero gravemente malati", spiega Bastian Wrede del Consiglio per i Rifugiati. "La signora S. soffre di una psicosi cronica e necessita regolarmente di medicinali e di continui trattamenti medici specialistici. Il figlio di sedici anni soffre di diabete di tipo 1 e necessita di dosi di insulina più volte al giorno. A causa di un ritardo nell'apprendimento, non è in grado di provvedere da solo al dosaggio delle sue medicine; e poiché nemmeno sua madre si trova in condizione di farlo, il ragazzo dipende dall'aiuto del padre. Un dosaggio sbagliato o la mancata somministrazione dell'insulina possono avere pericolose conseguenze nel lungo periodo, persino mortali. Come verranno assicurate, in Kosovo, l'assistenza medica ed i medicinali per la signora S. e per suo figlio, non risulta sin'ora chiaro.

A quanto riporta il Consiglio per i Rifugiati, anche i nonni della famiglia S. sarebbero stati prelevati da Rotenburg e portati all'aeroporto di Düsseldorf. Nonostante entrambi siano malati di diabete e dipendano da trattamenti farmacologici e cure specialistiche, li si voleva spedire anch'essi in Kosovo. Il loro rimpatrio è stato solo sospeso, poiché la nonna, che a causa del diabete è quasi cieca, è collassata in aeroporto e si è dovuto procedere col suo trasferimento in ospedale.

"La famiglia S appartiene alla minoranza rom degli Ashkali, che in Kosovo è sottoposta a massiccia discriminazione. Molti appartenenti a tale minoranza vivono segregati in insediamenti dove regna la povertà, e non ricevono alcuna assistenza sociale o medica", ha dichiarato Bastian Wrede.
Il secondo caso è quello della famiglia R. di Zeven. Il padre, psichicamente malato e a rischio suicidio, ha dovuto essere trasportato in ambulanza a Dusseldorf, dall'aeroporto in un ospedale. La famiglia è stata così separata, con la signora R. ed i tre bambini che da soli sono stati espulsi verso il Kosovo.

"I rimpatri spietati di Rom ed Ashkali, nei quali le autorità includono senza alcun riguardo i malati e gli anziani e non si fermano neppure di fronte alla prospettiva di separare una famiglia, portano distintamente la firma del Ministero degli Interni della Bassa Sassonia", è la constatazione del Consiglio per i rifugiati. L'organizzazione ha esortato il governo dello stato federato e le autorità competenti in materia d'immigrazione a cessare i rimpatri in Kosovo di persone gravemente malate o appartenenti ad una minoranza etnica, e di curarsi della salvaguardia delle famiglie.

Anche Hans-Peter Daub, sovrintendente della diocesi di Rotenburg della Chiesa Evangelico - luterana, appare colpito dalla "enorme durezza" con la quale l'autorità civile esegue i rimpatri. Il consigliere per i rifugiati, Eckhard Lang dell'opera diaconale, ad esempio conosce ed offre sostegno da molto tempo alla famiglia S., la quale vive a Rotenburg da più di venti anni ed i cui figli sono nati in Germania. Già l'anno passato la diocesi si era interessata al loro destino ed aveva partecipato ad una raccolta firme indetta dal Consiglio per i rifugiati. L'iniziativa aveva lo scopo di assicurare la permanenza dei rifugiati Rom kosovari in Germania, al fine di dare loro prospettiva di vita (vedi www.rotenburger-rundschau.de). "Il fatto che l'amministrazione non mostri quasi alcun riguardo per le condizioni di salute delle persone coinvolte, ci sembra un punto particolarmente problematico" lamenta Daub, secondo il quale la situazione in Kosovo per i rifugiati rimpatriati sarebbe tanto disastrosa ora quanto lo era prima.

Bastian Wrede ha annunciato che il Consiglio per i Rifugiati effettuerà un'indagine sulle modalità di svolgimento dei rimpatri e sui successivi sviluppi delle situazioni riguardanti le due famiglie coinvolte. Una verifica della legalità dei procedimenti sarà svolta in collaborazione con gli avvocati delle famiglie stesse.

Con un'espulsione collettiva, il 17 Marzo sono state rimpatriate in Kosovo 53 persone: tra queste, anche 30 appartenenti alle minoranze etniche Rom e Ashkali.

© Rotenburger Rundschau GmbH & Co. KG

 
Di Fabrizio (del 22/06/2010 @ 09:55:52, in Europa, visitato 3282 volte)

Dei campi profughi in Kosovo avvelenati dal piombo, qui se n'è parlato parecchio, praticamente da quando esiste questo blog. Il mese scorso, mi è stato regalato un libretto in inglese (non disponibile in Italia), con i nomi di tutti quanti hanno colpevolmente contribuito a creare questa situazione. Lo tradurrò in italiano a puntate. Questa è la prima:

Premessa

Nel gennaio 2009, il giornalista della BBC Nick Thorpe [leggi QUI gli altri suoi articoli tradotti in italiano su Mahalla, ndr] visitò con la sua squadra gli ex campi Rom/Askali dell'UNHCR a Mitrovica nord (Kosovo), per riportare sui bambini che là soffrivano di avvelenamento da piombo. L'Organizzazione Mondiale della Sanità gli aveva già detto che questo era il peggiore avvelenamento da piombo mai verificatosi in Europa e forse nel mondo.

Dopo aver visitato diverse famiglie e filmato i bambini che guardavano la telecamera coi loro occhi bruni senza speranza, si voltò verso di me chiedendomi con disgusto: "Chi è responsabile di questa tragedia? Voglio saperlo!"

Questo libro ti dice, Nick, chi è stato responsabile di questa negligenza mortale e senza senso.

Paul Polansky

(foto tratta da Le nouveau NH) - Fabricka, il quartiere Rom ed Askali a Mitrovica sud, un anno dopo la loro cacciata da parte dei loro vicini albanesi, mentre le truffe francesi osservavano senza agire. Nessuna casa è stata bruciata. Gli Albanesi semplicemente hanno sventrato le case per sottrarne mattoni, infissi, porte e finestre

Una storia personale dei campi di Kouchner

Anche se l'Armata di Liberazione del Kosovo (ALK) e gli estremisti di etnia albanese iniziarono questa tragedia senza senso durante l'estate 1999, poterono farlo semplicemente perché le truppe NATO francesi permisero che questa pulizia etnica avesse luogo. Non successe in una sola notte. Ci vollero tre mesi perché tutte le famiglie rom e Askali (circa 8.000 persone; la più grande comunità zingara in Kosovo) abbandonassero le loro case.

Un mese dopo l'inizio, sentii della diaspora dei Rom di Mitrovica che cercavano rifugio nel campo UNHCR dove lavoravo come consulente ONU per i loro problemi "zingari". Presi una macchina in prestito e guidai verso la scena. Fu uno strappo al cuore vedere genitori terrorizzati che portavano bambini in pianto,  trascinare valigie e tutto ciò che potevano portarsi dietro: una pentola, un materasso, una radio. Quando arrivai, molti Zingari stavano supplicando i soldati francesi armati di tutto punto di salvarli. Li raggiunsi, chiedendo ai soldati francesi di intervenire. Un ufficiale francese mi disse rudemente che le truppe NATO non erano una forza di polizia. Poi venni trattenuto e portato al quartiere generale dell'esercito francese in un albergo del centro città. Mi sequestrarono le foto e mi dissero che non avevo il permesso di ritornare nel settore francese del Kosovo.

Una settimana dopo ritornai, usando un permesso stampa con un nome differente. Trovai circa 800 Zingari di Mitrovica rifugiati in una scuola serba sul lato opposto del fiume Ibar. Non avevano cibo, né sapone. I bagni erano straripati. Ancora nessuna agenzia di aiuto li aveva scoperti; o, secondo qualcuno, li ignoravano. Tramite Oxfam di Pristina portammo acqua da bere e prodotti igienici, e poi riferii della loro situazione all'UNMIK. Qualche giorno dopo l'UNHCR portò agli Zingari dei pacchi alimentari.

A metà settembre i Serbi rivolevano l'edificio per l'anno scolastico. Così le truppe francesi e la polizia ONU spostarono gli Zingari in tende su di un'area tossica abbandonata vicino al villaggio di Zitkovac.

Stavolta protestai direttamente col Rappresentante Speciale del Segretario Generale (RSSG), dr. Bernard Kouchner. David Reily, capo dell'UNHCR, venne con me. Depositi di scorie tossiche circondavano il campo zingaro. Potevi odorare gli elementi tossici. Quando soffiava il vento, la polvere di piombo copriva tutto e rendeva difficile respirare. Il dr. Kouchner, un famoso attivista umanitario francese, mi assicurò che gli Zingari sarebbero rimasto su quel sito solo per 45 giorni. Poi sarebbero stati riportati alle loro case e protetti dalle truppe francesi o portati come rifugiati in un altro paese. Disse di essere un dottore. Comprendeva il pericolo di minaccia alle vite nel vivere su o accanto a depositi di scorie tossiche. Disse: "Come dottore, e come amministratore capo del Kosovo, sarei miserabile se questa minaccia alla salute dei bambini e di donne incinte continuasse per un solo giorno ancora." Dichiarò anche che la situazione era un crimine.

A novembre tornai negli Stati Uniti per scrivere delle mie esperienze in Kosovo. Quando tornai la primavera successiva per visitare gli insediamenti delle minoranze in Kosovo e riportare delle loro condizioni alla Società per i Popoli Minacciati (GFBV), visitai questi Zingari di Mitrovica. Non erano tornati alle loro case o in un paese terzo. Ora erano alloggiati in baracche temporanee, tutte su terreno contaminato.

Ero anche scioccato di scoprire che il mio amico David Reily, 50 anni, era morto a gennaio nel suo appartamento a Pristina per un attacco di cuore. Il suo sostituto, un Neozelandese di nome Mac Namara, si rifiutò di ricevermi e di discutere la difficile situazione di questi 800 Rom/Askali nei campi UNHCR contaminati dal piombo. Tuttavia, fui incoraggiato perché il dr. Kouchner aveva ordinato alla propria squadra medica ONU di prendere campioni sanguigni dai bambini zingari che vivevano sui depositi tossici, per vedere se le loro vite fossero in pericolo.

Ritornai negli USA prima che i risultati fossero resi noti. Ma quando ritornai in Kosovo la primavera seguente (2001) e trovai che gli Zingari vivevano ancora in questi tre campi, amministrati dall'Agenzia svizzera di Soccorso ACT e dal loro partner di sviluppo: Norwegian Church Aid, immaginai che la squadra medica di Kouchner avesse trovato il sito sicuro.

Anche se io e Kouchner nel 2000 ci scambiammo della corrispondenza sulla situazione degli altri Rom e Askali, della loro mancanza di libertà di movimento in altre parti del Kosovo e sulla mancanza di aiuti umanitari, non vidi più Kouchner.

Ora, vivendo a tempo pieno in Kosovo, mi tenevo in contatto regolare con gli Zingari dei campi posti su terreni tossici. Quando nel 2002 ACT e NCA smisero di consegnare cibo e prodotti igienici, iniziai a fornire agli Zingari quel poco aiuto che riuscivo a trovare. Assunsi anche due sorelle romanì (Tina e Dija) per insegnare migliori misure igieniche alle donne del campo e ai bambini, anche se era difficile mantenere puliti i bambini dalla polvere che si alzava dai cumuli di scorie, visto che passavano all'aperto la maggior parte del tempo.

Non compresi che c'era qualcosa di tragicamente sbagliato nel campo, finché le due sorelle romanì non mi dissero che le donne del campo lamentavano un alto numero di aborti e che molti dei bambini stavano sempre male (vomitavano e cadevano in coma). Poi alcuni dei bambini morirono.

La morte che mi chiarì le idee su cosa stava succedendo nei campi fu quella di Jenita Mehmeti, di quattro anni. Frequentava l'asilo del campo, quando la sua maestra si accorse che Jenita stava perdendo la memoria e aveva difficoltà a camminare. Fu portate nell'ospedale locale a Mitrovica e da lì trasferita d'urgenza in ambulanza in un ospedale meglio equipaggiato a Kraguevac (Serbia). Jenita rimase lì per tre mesi prima di morire. La causa della morte fu diagnosticata in "herpes", un'infezione non fatale a meno di malfunzionamenti del sistema immunitario. Come per l'Aids, l'avvelenamento da piombo distrugge il sistema immunitario specialmente nei bambini di età inferiore ai sei anni.

Subito dopo la morte di Jenita nel 2004,  una squadra medica ONU guidata dall'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) fece l'esame del sangue a molti bambini in tutti tre i campi, per vedere se avevano avvelenamento da piombo, dato che i loro sintomi lo indicavano. I risultati scioccarono tutti. I livelli di piombo in molti bambini erano più alti di quanto le apparecchiature mediche potessero misurare. A novembre un rapporto OMS indicò che alcuni dei livelli di piombo nei bambini di quei campi erano i più alti mai registrati nella letteratura medica.

Fine prima puntata

 
Di Fabrizio (del 18/06/2010 @ 09:48:08, in Europa, visitato 1683 volte)

Da Roma_Francais

Bastamag.net Salva la vita ad un Rom: 20 anni di prigione - Par Eric Simon (4 giugno 2010)

In Bulgaria, la giustizia ha condannato un giovane "d'origine straniera" per l'omicidio di uno studente modello sotto tutti gli aspetti. [...] 20 anni di prigione per il giovane in questione: l'australiano Jock Palfreeman. Ma dietro la versione ufficiale, si profila un'altra verità, meno favorevole alla giustizia bulgara. Dove si apprende che è meglio non aiutare dei Rom vittime di un'aggressione razzista in seno all'Unione Europea.

Jock Palfreeman è un giovane australiano di 23 anni, da qualche mese in Bulgaria. La sera del 28 dicembre 2007, è testimone dell'aggressione di due Rom da parte di una quindicina di giovani, nel centro di Sofia vicino alla stazione Serdika. Secondo gli osservatori, i giovani urlavano gli slogan razzisti dei sostenitori del club calcistico della capitale (il "Levski"), tristemente celebri per le loro azioni violente.

Senza riflettere troppo, Jock si interpone con un coltello in mano, tra i teppisti e uno dei due Rom che giace incosciente al suolo. I teppisti rinculano di qualche dozzina di metri, per poi contrattaccare con pietre e blocchi di cementi. Quando intervengono i poliziotti, Jock è per metà incosciente. Uno degli aggressori, Anton Zahariev, 19 anni, è ferito ed un corpo senza vita è steso sul marciapiede: quello di Andreï Monov, studente di 20 anni. Nel frattempo i Rom sono spariti, poco desiderosi di passare dalle mani degli hooligan a quelle della polizia il cui razzismo non ha niente da invidiare ai fan del "Levski". La maggior parte dei media bulgari si schiera immediatamente contro questo "straniero", assassino di un bambino bulgaro, di conosciuta e rispettabile famiglia. Il 7 dicembre 2009, Jock Palfreeman è condannato a 20 anni di prigione. La storia avrebbe potuto fermarsi qui.

Testimonianze rimosse

Il padre di Jock, arrivato personalmente dall'Australia per sostenere la difesa di suo figlio, ha condotto una propria inchiesta e indicato numerose anomalie. Il contesto della rissa - l'attacco di un gruppo contro due Rom prima dell'intervento del giovane australiano - è stato totalmente ignorato nel corso del processo. Diverse versioni contraddittorie di testimoni non sono state ascoltate. Del resto la maggior parte non è stata interrogata nel corso dell'istruttoria, particolarmente gli amici di Jock che si sono spontaneamente presentati ed hanno lasciato i loro indirizzi.

I testimoni convocati in udienza sono stati uno degli hooligan partecipanti all'assalto a Palfreeman, il portiere di un albergo lì vicino ed i poliziotti arrivati sul posto che avevano proceduto ai primi interrogatori. Le versioni sono radicalmente cambiate tra l'istruttoria ed il processo, donando alla fine testimonianze confuse, incomprensibili ed inutilizzabili per la difesa, negando persino la presenza dei Rom e quindi l'aggressione a questi ultimi. Lo stesso hooligan ferito è passato dall'essere testimone a parte offesa, anche se faceva parte degli aggressori.

Un video accidentalmente cancellato

Altra sfortunata coincidenza: una videocamera di sorveglianza aveva fortuitamente registrato tutta la scena, l'aggressione ai Rom, poi il contrattacco su Jock Palfreeman qualche dozzina dimetri più lontano. Ma quando un anonimo poliziotto l'indomani andò a visionare il nastro, un corto circuito "accidentale" distrugge la registrazione. "Non ha importanza", stima il procuratore, Parvoleta Nikova, che considera che, in ogni modo "non avrebbe visto il film"! Curiosa magistrato che, oltre a negare l'attacco ai Rom ed il rifiuto di ascoltare i testimoni della difesa, respinge le conclusioni del rapporto psichiatrico che dimostra che l'Australiano non aveva niente di un violento psicopatico e che era invece guidato da idee di giustizia sociale. Per tutto il processo, lo ha descritto come un pericoloso hooligan. Prodigioso ribaltamento dei fatti!

E' questa visione che la maggior parte dei media riprende ampiamente, insistendo sullo status di vittima del giovane Andreï Monov. Il clima nazionalista che regna nel paese non aiuta certo a rendere una giustizia veramente serena. Durante il processo di Jock, il fatto che la vittima, Andreï Monov sia stato riconosciuto come adepto allo slogan "la Bulgaria ai Bulgari" (aggiungete: senza i Rom e gli Ebrei) non ha avuto alcuna influenza sulla corte. Al contrario: Jock Palfreeman è stato percepito come un "antifascista esagitato" che ha deliberatamente attaccato giovani di cui non condivideva il punto di vista. Precisiamo che l'antifascismo è visto molto male in questo paese dove la lotta antifascista è stata per lungo tempo l'alibi del potere e dell'ideologia totalitaria. Quanto a difendere i Rom, una minoranza apertamente disprezzata dalla maggioranza della popolazione, questo non gioca a favore dell'accusato. Dal canto loro, i Rom si sono discretamente interessati del caso, come testimoniato da diversi interventi sui forum Internet della comunità.

"La Bulgaria ai Bulgari"

Jock Palfreeman vittima sacrificale delle disfunzioni del sistema giudiziario bulgaro? Non c'è stato alcun slittamento della giustizia. Tutto è stato gestito perché non ci fosse nessuna giustizia possibile. Perché Andreï Monov era il figlio del celebre psicologo Hristo Monov, attualmente vice ministro della sanità. Riconosciuto come esperto dalla polizia, resta un personaggio influente negli ambienti politici. La famosa videocamera dal contenuto scomparso d'altra parte si trovava su di un edificio... del ministero della sanità!

In foto: I tifosi del club Levski

Ancor prima dell'inizio del processo, il padre di Jock ha dichiarato in un servizio del canale australiano ABC di non avere grande fiducia nella giustizia bulgara. E' da capire: la Bulgaria, che dal 1 gennaio 2007 fa parte dell'Unione Europea, è conosciuta per il livello molto alto di corruzione del suo sistema giudiziario, comparabile, secondo il Barometro mondiale della corruzione 2009 dell'organizzazione Transparency International, a quello di paesi come la Cambogia, la Georgia e la Mongolia.

Messo in isolamento per aver ricorso in appello

Ad aggravare le cose, dal 19 febbraio Jock Palfreeman dal 19 febbraio scorso è stato messo in isolamento totale. Questo significa che non ha più alcun contatto con gli altri prigionieri, né accesso a libri, radio, televisione, ancor meno la possibilità di seguire degli studi. Ha solamente diritto ad un'ora e mezzo di aria quotidiana, da solo nel cortile. Questa situazione è la conseguenza di una legge entrata in vigore nel giugno 2009, che si direbbe diretta quasi espressamente contro di lui: tutti i prigionieri stranieri condannati ad una pena detentiva superiore ai 15 anni devono restare in isolamento sino alla fine del loro ricorso. Tuttavia, Jock Palfreeman si è appellato alla decisione della corte. Il processo può durare ancora almeno due anni. Quale mezzo migliore per dissuaderlo dal far valere i suoi diritti? Al momento è l'unico prigioniero in Bulgaria in questa situazione, cosa che evidentemente è contraria ai termini ed alle disposizioni della Convenzione europea dei diritti dell'uomo.



Forse c'è un'opportunità per sostenere il giovane australiano. Se è vero che la giustizia non può rendersi in un quadro nazionale, è possibile appellarsi alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo senza attendere la fine del ricorso a livello nazionale. Sarebbe anche l'occasione di rendere visibile una storia che non è uscita dalla Bulgaria se non per essere pubblicizzata in Australia, paese che non ha grandi mezzi d'azione diplomatica a migliaia di chilometri dalle sue frontiere.

L'Unione Europea non ha mosso un dito per un caso che non riguarda uno dei suoi concittadini. Lo stesso padre di Jock ha preferito mantenere un profilo discreto per non infiammare, oltre il necessario, gli spiriti pronti allo sciovinismo. Una strategia che ormai chiaramente non è più necessaria. Già la Conferenza UNITED contro il razzismo, riunione delle OnG antirazziste, dei gruppi antifascisti e delle associazioni dei migranti, dei Rom e per la difesa dei diritti umani in 33 paesi europei, svoltasi a metà maggio a Budapest, ha contribuito alla conoscenza del caso Palfreeman. Un primo colpo contro l'iniquità a cui dovranno seguirne altri.

Il sito di supporto Jock Palfreeman (in inglese)

Per scrivere:
Jock Palfreeman
Sofia Central Prison - 21 Gen. N. Stoletov Bul.
Sofia 1309 - Bulgaria

 
Di Fabrizio (del 15/06/2010 @ 09:07:02, in Europa, visitato 1766 volte)

Da Nordic_Roma

06/06/2010 - Il Primo Ministro finlandese Matti Vanhanen ha chiesto alla gente di partecipare ad uno sciopero bianco nel dare soldi per strada ai mendicanti rom.

Vanhanen ha detto che questo sarebbe la maniera più semplice ed efficace per affrontare la questione della recente ondata di mendicanti arrivati in Finlandia, soprattutto da Bulgaria e Romania.

"Non ci vorrebbero molte settimane, e questo fenomeno finirebbe. Richiederebbe una decisione da parte di tutti nel non dare denaro," ha detto il Primo Ministro, che parlava con i giornalisti politici durante un pranzo dedicato a quel tema. L'accattonaggio molesto iniziò ad apparire in Finlandia circa due anni fa, riporta l'Helsingin Sanomat.

Juha Hakola del Partito Coalizione Nazionale ha già proposto una legge parlamentare per vietare le elemosine. Sinora il documento è stato firmato da 51 dei 200 membri del parlamento. Vanhanen, d'altra parte, non fa promesse di cambiare la legge, dicendo che la definizione stessa di accattonaggio è difficile.

"In Finlandia, migliaia e migliaia di associazioni chiedono denaro; comitati di genitori chiedono denaro, e partiti politici chiedono denaro. L'intera società civile è basata sul chiedere denaro," ha affermato Vanhanen. "Dove passa la linea di demarcazione? Quando qualcuno che indossa un abito gessato chiede donazioni per una squadra di hockey, o quando qualcuno vestito da mendicante chiede denaro alla gente ordinaria?"

Vanhanen, che ha dichiarato che l'accattonaggio per strada potrebbe essere influenzato dal crimine, cosa che rende il reato ancora più ripugnante, ha detto che la soluzione migliore sarebbe migliorare le condizioni abitative dei Rom.

 
Di Fabrizio (del 11/06/2010 @ 09:40:00, in Europa, visitato 1410 volte)

Segnalazione di Orhan Tahir (per chi volesse approfondire l'argomento, ricordo QUI)

ConservativeHome | CentreRight posted by Daniel Hamilton

Poco meno di due mesi fa, sono tornato da una visita in Kosovo.

Intendevo scrivere sulle mie esperienze ed impressioni nella provincia, ma ogni volta che mettevo la penna sulla carta, non ne seguivano le parole.

Come in ogni zona di conflitto - soprattutto conflitti etnici del tipo visti in Kosovo - i punti di vista che si sentono dai locali sono troppo polarizzati, le emozioni espresse troppo forte ed i simboli molto umani delle distruzioni illustrate dalle case bruciate; e cumuli di macerie che ancora delimitano le strade nel nord del paese sono ancora troppo evidenti per trarre una conclusione equa riguardo i "diritti" e "torti" di ogni situazione.

Non mi dilungherò sulle politiche in corso riguardo il futuro del Kosovo come nazione, né discuterò sulle continue intimidazioni e le misere condizioni delle minoranze della provincia. Invece, intendo sottolineare una significativa lacuna della comunità internazionale: il trattamento e le condizioni di vita dei rifugiati rom nel paese.

Questo problema risale al conflitto nel Kosovo tra il 1998 e il 1999, quando l'Armata di Liberazione del Kosovo espulse dalle loro case 90.000 cittadini di etnia rom sulle basi delle paure nazionaliste albanesi che la comunità fosse al servizio di Slobodan Milosevic.

Tra questi c'era la comunità rom di Mitrovica, una città nel settentrione della provincia etnicamente divisa tra la maggioranza serba a nord del fiume Ibar e la più vasta città albanese a sud. In precedenza casa di una delle più vaste comunità rom nei Balcani, 8.000 Rom, Ascali ed Egizi, la "Mahalla" (comunità) sulle rive dell'Ibar fu rasa al suolo dalle forze ALK nel giugno 1999, a seguito della ritirata dell'esercito serbo.

Temendo per le proprie vite, i cittadini rom di Mitrovica sono stati numerosi tra le centinaia di migliaia di rifugiati - Albanesi, Serbi, Gorani, Turchi e Bosniaci - scappati dal Kosovo [...].

Dal 1999, la maggioranza dei 90.000 Rom espulsi sono tornati in Kosovo, anche se oltre 30.000 non son mai tornati nelle loro case. La maggior parte di questa diaspora, non vedendo alcun futuro sotto il ruolo dell'amministrazione quasi monopolizzata dai nazionalisti albanesi, sceglie piuttosto di rimanere nella Repubblica Serba o di restare vicino alle proprie ex case nei grotteschi campi per rifugiati nella zona controllata dai Serbi a Mitrovica Nord.

Benvenuti nel complesso minerario di Trepça, dove 650 uomini, donne e bambini vivono in condizioni che non accetterebbe neanche un maiale.

Ho visitato uno dei campi, Cesmin Lug, una nuvolosa domenica pomeriggio.

In un accatastarsi di cemento ricoperto di ruggine, macchinari abbandonati e pozze di acqua stagnante grandi come piscine, a fatica si può credere che una volta le miniere rappresentavano il 70% della produzione di minerali della Jugoslavia ed occupavano circa 25.000 persone del posto in quattro differenti pozzi. Sono passati oltre venti anni da quando Trepça era pienamente operativa, ma  rimane ancora nell'aria un leggero odore di zolfo. Graffiti coprono ogni centimetro di edifici abbandonati e colonne di fumo si alzano contro l'orizzonte. Arbusti occasionali a parte, le cui radici si attaccano tenacemente al suolo, la vegetazione è sparsa stranamente.

Secondo la mia guida, una donna serba di mezza età chiamata Jasna, vengono fatti sforzi occasionali per riattivare parti del complesso, sforzi che invariabilmente si arenano al primo ostacolo. L'elettricità scarseggia (l'intera provincia del Kosovo ottiene la sua energia da stazione appena fuori da Pristina) ed oltre un decennio di abbandono significa che gran parte del complesso minerario è ora irreversibilmente sott'acqua.

Mentre i macabri ricordi del passato industriale di Trepça si possono vedere tutt'attorno, oggi l'unico segno di vita sono le case dei residenti rom.

Entrando a Cesmin Lug, sono stato immediatamente colpito dal numero di case rom attaccate l'una all'altra, i loro vibranti muri colorati quasi interamente camuffati da una misto di fango e pile d'immondizia.

Prima della mia visita avevo sentito dei gravi problemi di salute sofferti da molti dei residenti, ma sono rimasto scioccato nel vedere bambini di non più di quattro o cinque anni, sguazzare in pozze di acqua scura ed arrampicarsi su attrezzature minerarie abbandonate come fossero un parco giochi locale.

Non oltre qualche centinaio di metri da Cesmin Lug c'è un  piccolo pozzo che sembra una specie di imbocco per una miniera. Qui si dice che questi ingressi servivano a smaltire i gas tossici delle miniere da anni considerate insalubri per l'esplorazione umana.

Non ho parlato con nessuno nel campo ed ho lasciato Cesmin Lug in fretta come ero arrivato, scomodo alla mia macabra osservazione della reale sofferenza umana.

Tornando a Pristina, anche la più rapida delle conversazioni coi locali rivelava una conoscenza diffusa dei problemi di salute patiti dai Rom. Le più comunemente citate sono state le relazioni e le voci di avvelenamento da piombo, insufficienza renale e deformazioni tra quanti vivono nei campi. Mentre lo scandalo delle miniere di Trepça può essere praticamente sconosciuto fuori dal Kosovo, tristemente è linguaggio comune nella provincia.

Il gruppo ambientale Miniere e Comunità, che ha fatto campagne mondiali per far crescere la consapevolezza del danno ambientale costituito dal settore minerario, ha offerto le seguenti osservazioni sul tipo di rischi alla salute posti a quanti vivono nelle immediate vicinanze di miniere come Trepça:

"Il piombo può entrare nel corpo attraverso: inalazione, ingestione del suolo stesso o di cibo contaminato dal suolo, ed attraverso la placenta per il feto nel grembo materno. Nutrizione, igiene, rapporto di grasso corporeo, l'assunzione di fibre, età e in generale la condizione fisiologica, tutto può influire sulla velocità con la quale il corpo assorbe il piombo. I bambini sino a sei anni sono i più vulnerabili, in quanto sono nei primi stadi della crescita e dello sviluppo. L'avvelenamento da piombo colpisce tutto il corpo con conseguenze sulla salute gravi e permanenti. Potenziali sintomi dell'esposizione al piombo, anche a bassi livelli, includono la perdita dell'appetito, letargia, alta pressione sanguigna, problemi di fertilità per uomini e donne, parti prematuri, difficoltà nella crescita, danni all'udito e neurologici, convulsioni, dolori e/o paralisi alle gambe, perdita di coscienza, anemia, aggressività, crampi allo stomaco, vomito. Gli effetti più significativi ed irreversibili sono al livello di QI. Un aumento dei livelli del piombo nel sangue da 10 a 20 microgrammi per decilitro, è stato associato con la decrescita di 2,6 punti di QI, ma qualsiasi aumento oltre i 20 riduce i livelli di QI"

In misura diversa, ognuno se non tutti questi sintomi sono stati osservati nei campi dei rifugiati rom nel Kosovo settentrionale.

Nessuno potrebbe ritenere che un posto simile sia desiderabile o appropriato per ospitare gente a lungo termine. A dire il vero, l'Ufficio dell'Alto Commissario ONU per i Rifugiati (UNHCR) ha giudicato che questi campi per rifugiati dovevano essere semplicemente una misura temporanea per garantire a breve termine la sicurezza dei residenti rom a Mitrovica sud.

Nonostante i pochi sforzi della comunità internazionale per rialloggiare i rifugiati rom, i campi  sono rimasti operativi per oltre un decennio. I Rom, che hanno ancora terrore dopo la loro esperienza nel conflitto del 1999, hanno ripetutamente declinato l'opportunità di tornare a Mitrovica sud controllata dagli Albanesi.

Dovrebbe essere una ragione di vergogna per l'Unione Europea e la più ampia comunità internazionale che i campi rom di Trepça rimanga operativo ad appena 300 miglia da Budapest e a 75 da Skopje - la capitale di un aspirante stato membro UE.

I campi per i rifugiati rom adiacenti al complesso minerario di Trepça devono essere chiuse alla prima opportunità possibile, dopo aver identificato un sito appropriato dove alloggiare la comunità rom. Purtroppo la lodevole volontà della comunità internazionale di realizzare comunità etnicamente miste nel settore albanese a sud del fiume Ibar rimarrà impraticabile per decenni. Le emozioni sono troppo forti e la memoria troppo viva.

Tale sito dovrebbe essere trovato nelle aree sotto il controllo della Serbia nella provincia settentrionale della Kosovska Mitrovica. Mentre diversi governi - incluso quello del Regno Unito - riconoscono solo la sovranità della Repubblica del Kosovo, anche sulle aree controllate dai Serbi, l'acquisizione di questo sito richiederebbe la costruttiva cooperazione della Repubblica di Serbia e e dell'Assemblea della Comunità Serba di Kosovo e Metohija. In pratica, richiederà l'offerta di un importante incentivo finanziario alle autorità serbe.

La comunità internazionale deve anche riconoscere che, a causa della sua mancanza di un'azione affermativa, centinaia di persone stanno ora soffrendo seri problemi di salute che potranno avere conseguenze mortali nei prossimi anni. Devono essere fornite cure mediche immediate a quanto hanno vissuto nei campi di Trepça. Attualmente trattamenti specialisti simili non sono disponibili né in Serbia o in Kosovo e dovranno quindi avvenire in un appropriato paese terzo, i candidati più prossimi potrebbero essere Romania o Bulgaria.

La storia è piena di esempi tragici sui maltrattamenti della comunità rom; dall'abbattimento del 25% del loro popolo nelle camere a gas naziste durante la II guerra mondiale all'onda crescente di attacchi razzisti in Europa centrale.

Non contribuiamo ulteriormente ad un altro tragico capitolo della loro storia ed agiamo oggi per risolvere questa crisi umanitaria.

 

Dal blog di Tommaso Vitale - 26/mag/2010

Il Parlamento europeo ha dato la sua approvazione ad una proposta della Commissione europea che rende possibile utilizzare finanziamenti regionali europei per migliorare le condizioni abitative delle comunità emarginate. Questa misura, concordata previamente dagli Stati membri, sarà particolarmente apprezzata dalla popolazione Rom che in Europa dovrebbe ammontare a circa 10-12 milioni di persone le quali spesso vivono in condizioni di estrema povertà e segregazione.
Johannes Hahn, commissario responsabile per la Politica regionale, ha espresso il suo plauso per questa decisione: “La comunità Rom è la più grande minoranza etnica in Europa ed è spesso vittima di emarginazione, deprivazione ed esclusione sociale. Plaudo alla decisione odierna che consentirà alla politica regionale di contribuire a spezzare il circolo vizioso di cui queste comunità appaiono prigioniere. Questa iniziativa dovrebbe rientrare in un approccio globale comprendente anche interventi negli ambiti dell'istruzione, della salute, degli affari sociali e dell'occupazione.”
La legislazione sui Fondi strutturali in precedenza era estremamente restrittiva in materia di interventi abitativi e il loro criterio di fruibilità era limitato ai dodici nuovi Stati membri dell'UE (con eccezioni introdotte di recente per misure di efficienza energetica ed energie rinnovabili) e per il rinnovo di condomini esistenti nelle aree urbane. Resta il fatto però che le popolazioni Rom vivono per lo più segregate in zone rurali e in case unifamiliari.
Le misure di recente adozione estenderanno il campo d'intervento del Fondo europeo di Sviluppo regionale (FESR) agli interventi abitativi a favore delle comunità emarginate in tutti gli Stati membri. La modifica riguarda esplicitamente, anche se non esclusivamente, la popolazione Rom. Essa concerne la sostituzione delle case attuali nonché la costruzione di case nuove, sia in ambito rurale che urbano. Il finanziamento del FESR non è applicabile ad alloggi privati, bensì soltanto a progetti attuati dalle autorità pubbliche.
Il sostegno per gli alloggi integra azioni di più ampia portata
La soluzione del problema abitativo è considerata un fattore cruciale per migliorare l'integrazione dei Rom. Essa però deve rientrare in un “approccio integrato” concepito e attuato dalle autorità nazionali e regionali per affrontare altre tematiche quali l'istruzione, lo sviluppo delle abilità, l'occupazione e la salute.
I Fondi strutturali europei cofinanziano già diversi progetti rivolti alle comunità Rom, ad esempio per quanto concerne l'istruzione nella prima infanzia, l'occupazione, la microfinanza e le pari opportunità (soprattutto la parità tra i sessi). Ad esempio, grazie a un investimento UE (1,11 milioni di euro) un nuovo progetto di risanamento urbano verrà realizzato a Nyiregyhaza, che ospita una delle maggiori comunità Rom d'Ungheria. La scuola segregata verrà abolita e si rinnoveranno le strade, i campi giochi e i servizi per l'infanzia.
Oltre ai finanziamenti disponibili tramite i programmi di politica regionale, il Parlamento europeo ha assegnato alla Commissione europea 5 milioni di euro per un progetto pilota sull'inclusione dei Rom articolato in tre assi: istruzione nella prima infanzia, microfinanziamento e sensibilizzazione. Il progetto è realizzato nel corso del 2010 ed è per l'essenziale rivolto alle comunità Rom nell'Europa centrale e orientale.

Nota per i redattori
Nel luglio 2009 la Commissione ha presentato una proposta che è stata quindi discussa dal Parlamento europeo e dagli Stati membri in sede di Consiglio.

Dalle ricerche condotte è emerso che nei paesi dell'Europa centrale e orientale più del 50% della popolazione Rom vive in quartieri parzialmente o totalmente segregati – una tendenza all'isolamento che si è intensificata negli ultimi quindici anni.
Il 2010 è stato designato Anno europeo della lotta alla povertà e all'esclusione sociale.

Per ulteriori informazioni:
http://ec.europa.eu/roma

Per scaricare il documento ufficiale in italiano: IP-10-589_IT.pdf

Per scaricarlo in diverse lingue:

 
Di Fabrizio (del 01/06/2010 @ 09:36:08, in Europa, visitato 1492 volte)

Mimoza Dhima* | Tirana 25 maggio 2010

Campo rom in periferia a Tirana - foto di Mario Salzano
I rom dell’Albania sono tra i 100.000 e i 140.000. Subiscono ogni tipo di discriminazione e la gran parte è senza lavoro. Raccolgono lattine nella spazzatura per poi rivenderle, chiedono l'elemosina e l'attività maggiore è la vendita al mercato dell'usato, noto anche come "Gabi". Un reportage
Vera Shahu, in attesa del settimo figlio, l'8 aprile scorso avrebbe voluto celebrare con la sua famiglia la giornata internazionale dei rom e sinti, ma in casa aveva soltanto qualche tozzo di pane raffermo, olio e patate.
I figli dormono su un tappeto per terra in una delle due stanze improvvisate e dalle condizioni igieniche precarie, in una baracca di legno situata vicino al fiume Lana che attraversa la capitale albanese.
L'unico mobile è un vecchio armadio, da cui escono scarafaggi.

Vai alla galleria fotografica sui rom in Albania
"I miei figli, il primo di 15 anni e il più piccolo di 4, non hanno un futuro se non ricevono aiuto dallo Stato. Avranno le nostre stesse difficoltà o forse sarà ancora peggio perché la vita sta diventando sempre più dura", si lamenta Vera, 40 anni, che soffre di anemia e non dispone di previdenza sociale né di alcun tipo di tutela.
Il reddito famigliare oscilla da uno a due euro al giorno grazie alla vendita di latte di alluminio, e riescono a sopravvivere grazie agli avanzi dei ristoranti della città.
"Nonostante la miseria, voglio mandare i miei figli a scuola affinché imparino a scrivere almeno il proprio nome", dice Vera, che chiede al governo un livello di istruzione adeguato e una casa dignitosa per i propri figli.
In Albania la gran parte dei rom vive nella stessa situazione. Non si conosce il numero ufficiale, ma si stima che si aggirino tra i 100.000 e i 140.000.
"Solo in occasione della giornata internazionale dei rom e sinti, l'8 aprile, si vedono i politici che vengono a farsi fotografare con noi. Il resto dell'anno non ci vogliono nemmeno vedere", afferma Selvie Rushiti, di etnia rom, all'agenzia EFE.
Di fronte all'indifferenza del governo, Selvie, insieme ad alcuni dei rom più "agiati", grazie alle donazioni provenienti dall'estero, ha creato associazioni di assistenza ai rom più bisognosi.
Sette anni fa, Selvie trasformò il primo piano di casa sua in un centro prescolare in grado di ospitare fino a 85 bambini all'anno, mentre in cortile si vendevano vestiti usati. Con questa piccola attività si riuscivano a mantenere 120 famiglie rom.
Ma un giorno i poliziotti cacciarono i venditori dalla zona, e ora la famiglia di Selvie vive con il timore che "qualcuno al governo possa espropriare il terreno per costruire palazzi".
"Non possono ucciderci, ma ci discriminano. Dei 140.000 rom in Albania, solo sette vanno all'università, di cui quattro con borse di studio del Consiglio d'Europa", aggiunge Selvie.
Sono quelli che hanno rappresentato l'Albania al 2° Vertice europeo dei rom tenutosi lo scorso 8 aprile nella città spagnola di Cordoba.
Gli altri sono costretti ad abbandonare la scuola per via della mancanza di denaro e che non riescono nemmeno a comprarsi da mangiare.
L'80% dei tre milioni di albanesi appartenenti alla fascia estremamente povera è rappresentato proprio dal popolo rom.
“Il primo ministro albanese, Sali Berisha, dice che l'economia è cresciuta, ma noi non lo vediamo. Il nostro maggior problema è la disoccupazione”, afferma Istref Pellumbi.
Con l'aiuto della fondazione del magnate statunitense George Soros è stata creata a Tirana una sartoria dove imparano a cucire gratuitamente 150 donne rom per nove mesi all'anno.
"Chiediamo al ministero del Lavoro di impiegare questo gruppo di donne già esperte e di inserirle nella società", aggiunge Pellumbi.
La società rom albanese è preoccupata perché la strategia governativa formulata nel 2003, che mirava ad aiutare questa etnia e fornirle casa, lavoro e istruzione, è rimasta solo sulla carta.
Perciò, i rom albanesi oggi cercano di spingere il governo a intraprendere delle vere riforme contro la discriminazione, se il Paese vuole entrare a pieno titolo nell'Unione europea.

*Mimoza Dhima è corrispondente dell'EFE in Albania

 
Di Fabrizio (del 18/05/2010 @ 09:09:06, in Europa, visitato 1577 volte)

Da Nordic_Roma

Helsingin Sanomat

Martedì [scorso ndr] l'organizzazione per i diritti umani Amnesty International ha lanciato una campagna per portare l'attenzione alle gravi violazioni dei diritti umani, che dicono essere inflitte ai Rom.

In una lettera inviata al Primo Ministro Matti Vanhanen (Centro), Amnesty nota che i Rom sono sempre più bersagli di razzismo ed attacchi razzisti, e che il governo non sta facendo niente per fermarli.

"La mancanza d'azione da parte della UE è scioccante", scrive Amnesty al Primo Ministro.

Recentemente molti mendicanti rom sono arrivati ad Helsinki. Le pattuglie stradali dispiegate dal Deaconess Institute [vedi ndr] stimano che ora ci siano ad Helsinki oltre 200 Rom dalla Romania e dalla Bulgaria.

Marjatta Vesalainen, a capo dell'attività della pattuglie del Deaconess Institute, dice che alcuni Rom stanno evidentemente cercando lavoro, portando referenze di precedenti impieghi.

Circa 30 Rom hanno richiesto asilo in Finlandia. Ai cittadini Ue non può essere garantito l'asilo politico, ma possono ottenere vitto e alloggio mentre vengono vagliate le loro richieste.

In precedenza, i Rom tendevano ad evitare i contatti con gli incaricati, perché il gravare ripetutamente sul welfare statale poteva essere motivo di espulsione.

Il Parlamento dibatterà un'iniziativa proposta dal parlamentare di Helsinki Juha Hakola (Partito della Coalizione Nazionale), che renderebbe l'elemosina un crimine.

Anche Jussi Pajunen, Sindaco di Helsinki, ha chiesto di vietare l'accattonaggio. E' preoccupato della prospettiva di un'accresciuta insicurezza ad Helsinki.

"Chiedere l'elemosina e commettere crimini sono paralleli, e parzialmente un fenomeno complementare", scrive Hakola nella sua iniziativa. Indica anche che con la proibizione dell'accattonaggio sarebbe possibile aumentare significativamente la qualità dello sviluppo urbano.

"Diminuirebbero i furti, ed avrebbero fine gli accampamenti parzialmente illegali".

Anne Holmlund, Ministro degli Interni (Partito della Coalizione Nazionale), ha detto di stare studiando come la legge possa essere cambiata e permettere agli incaricati di reagire all'accattonaggio.

"Questo criminalizzerebbe la povertà. Il problema della povertà europea verrebbe risolto spostandolo fuori dalla vista - come la spazzatura", dice Frank Johansson, direttore esecutivo di Amnesty Finlandia.

Amnesty chiede alle autorità ed alla UE di prendere misure più forti per migliorare la situazione dei diritti umani dei Rom. "I Rom soffrono per serie violazioni dei diritti umani", dice Tiina Valonen, capo della sezione diritti umani di Amnesty Finlandia.

"La UE ha poteri giuridici, economici e politici, che non sta adoperando, anche se il suo ufficio dei diritti fondamentali sta riportando di continuo degli illeciti", dice.

C'è anche il pericolo che che un divieto legale dell'accattonaggio produca effetti opposti a quelli desiderati.

"Questo riporta alla memoria il precedente dibattito sulla prostituzione. Se si spinge la gente ai margini e li si rende dei fuorilegge, allora sono alla mercé degli sfruttatori", annota Puumalainen.

"Prima dobbiamo chiederci qual è il problema dell'elemosinare. E' che la gente non vuole vederlo, o che davvero vuol confrontarsi col crimine possibile, le infezioni da epatite e l'usura che vi si cela dietro?"

 
Di Fabrizio (del 09/05/2010 @ 09:10:17, in Europa, visitato 1239 volte)

Segnalazione di Giancarlo Ranaldi (per chi non si ricorda la storia QUI)

In questo link, scovato nei meandri del Web, Mirela racconta del suo rientro in Romania, subito dopo la morte di Petru.

[...]

Maria Cristina ha reso comprensibili per noi le sue parole:

Una piccola casa ed un dolore enorme è tutto ciò che è rimasto a Mirela. Dopo la sua morte, le sorti di Mirela e dei suoi due figli sono stati riconsegnati alla pietà dei parenti.

"Ho aspettato che una mia sorella mi portasse qualcosa da mangiare è così oggi io ed i miei due bambini abbiamo mangiato". Lei e Petru avrebbero voluto rinnovare la loro casa per offrire ai loro figli condizioni di vita migliori. Ma non sono più arrivati a farlo. "(Petru) Aspettava di poter offrire un futuro bello ai bambini." Quando ha scoperto che un rumeno gli tende un mano, Mirela è rimasta senza voce. Credeva che tutta la gente fosse indifferente, come coloro che non l’hanno aiutata quando Petru è stato falciato dalle pallottole sparate dai mafiosi a Napoli. "Vorrei ringraziare con tutto il cuore loro per pensare anche a noi. Siamo rimasti davvero... non so come potrò sopravvivere con due bambini."

Alecu Marian: "Come uomo, e non come direttore di una multinazionale, sono stato commosso da quello che è successo. Ho visto in tv un uomo che è morto tra non-uomini. Pensiamo di poter rifare completamente la casa. Li faremo una casa decente nella quale essi possano abitare."

Mirela ed i due bambini, Ricardo di 6 anni, e Petronela di 10, ringraziano la persona che li ha tolti alla povertà. Mirela ha però un problema da risolvere. Deve restituire 3000 euro, i soldi prestati per seppellire il suo marito.

Nota finale di Giancarlo Ranaldi: ... ed ancora grazie a Maria Cristina Serban, che ha curato per noi la traduzione.
Questo video è la testimonianza certa dell'infamit.à che è stata commessa con quella stupida cerimonia commemorativa, per una morte che non li appartiene.
Per questo il prossimo 24 maggio bisognerebbe essere in tanti davanti al Tribunale di Napoli, quando inizierà il processo contro i presunti assassini di Petru.
Per un bisogno di "Giustizia" gridando che nulla sarà dimenticato, chiedendo che venga compiuto ogni sforzo per arrivare, in tempi certi, all'accertamento delle responsabilità. Chiedendo, da subito, l'attivazione dei meccanismi per i benefici economici previsti dal Fondo Nazionale per le vittime delle mafie.
Chiedendo, infine, che quella fisarmonica rinchiusa nella teca, simbolo dell'ipocrisia di chi l'ha imprigionata, venga subito "liberata" e restituita alla Famiglia.

 
Di Fabrizio (del 08/05/2010 @ 09:22:03, in Europa, visitato 1458 volte)

Da Bulgarian_Roma

Reuters - The Sofia Echo by Gabriel Hershman

04/05/2010 - Quest'anno, le ambasciate di Italia, Francia, Finlandia e Ungheria - col supporto della Spagna, come presidente dell'Unione Europea, ed altre ambasciate UE a Sofia - promuoveranno l'iniziativa "Il Mondo è Pieno di Colori", lanciato dalla Roma Fashion Foundation, un'organizzazione no-profit le cui attività  si basano esclusivamente su donazioni.

Questa iniziativa nasce dall'appoggio a maggio del 2009 dell'ambasciata italiana ad un evento dedicato alla moda rom, volto a portare l'attenzione dei media bulgari e dell'opinione pubblica alle tradizioni rom.

Sono previsti una serie di eventi come parte dell'iniziativa Il Mondo è Pieno di Colori.

Il 4 maggio alle 18.00, presso la residenza Italia, le varie iniziative [saranno presentate] ai media bulgari.

Il 5 maggio, gli ambasciatori francese ed italiano [andranno] a Sliven - città  abitata da molti Rom - per incontrare le autorità  locali, visitare una scuola e prendere parte ad una tavola rotonda a cui parteciperà  anche l'OnG Medecins du Monde.

Il 9 maggio, al Florimont Hall di Sofia, avrà  luogo una sfilata di moda organizzata dalla Roma Fashion Foundation, con l'intento di mostrare la bellezza e l'importanza delle tradizioni rom ed il valore del rispettare la diversità  culturale. Verranno esposti abiti tradizionali originari e vestiti di stilisti rom contemporanei della Bulgaria e di altri paesi. Particolare importante: la data coincide col Giorno dell'Europa.

Il 10 maggio alle 18.00, verrà  presentata all'Istituto Francese la mostra fotografica "Rom a Sofia" di Yves Rouillard. L'esposizione durerà  sino al 29 maggio.

L'11 maggio l'ambasciata francese proietterà  all'Istituto Francese "La cite des Roms" di F. Castaignede, incentrato sull'area di Sliven.

Il12 maggio l'ambasciata francese organizza un seminario aperto al pubblico all'Istituto Francese, dal titolo "Rom in Bulgaria: integrazione e migrazioni". Ci saranno due tavole rotonde: la prima sull'istruzione dei bambini rom in Bulgaria, la seconda sulla migrazione rom in Europa. Il seminario intende riunire la comunità  internazionale, le autorità  bulgare e gli esperti del campo del settore delle OnG. Ci si aspetta la partecipazione delle ambasciate UE a Sofia, importanti ministri di Bulgaria e Francia, del Consiglio d'Europa, gli uffici dell'Unione Europea e di organizzazioni internazionali a Sofia, rappresentanti delle organizzazioni rom ed esperti, l'Open Society e Medecins du Monde, tra gli altri. La Commissaria UE Kristalina Georgieva non potrà  partecipare, ma ha garantito il patrocinio all'iniziativa.

Scopo dell'iniziativa è di mettere in luce, attraverso l'arte e la moda, la diversità  della tradizione rom, ma anche divulgare questioni pertinenti ai Rom in Bulgaria ed altri paesi europei. Molte istituzioni, ditte e privati cittadini hanno dato l'appoggio a questa iniziativa. I loro nomi saranno resi noti per tempo.

L'iniziativa delle ambasciate UE riflette gli impegni sottoscritti nella dichiarazione comune firmata durante il Secondo Summit Europeo sui Rom tenutosi a Cordoba (Spagna) nell'aprile 2010. Inoltre è pienamente concorde con gli obiettivi del "Decennio dell'inclusione Rom 2005-2015", il cui quinto anniversario è stato recentemente celebrato a Sofia alla presenza del ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, e con la campagna "DOSTA!" che intende aumentare la sensibilità  pubblica ed il superamento della discriminazione contro i Rom in Europa.

 

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