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Di Fabrizio (del 12/03/2013 @ 09:01:45, in Europa, visitato 1240 volte)

Da British_Roma

EUopserver.com - BY VALENTINA POP - L'autrice è una giornalista rumena e corrispondente da Berlino per EUobserver

Graffito a Bucarest, che critica l'avidità dei politici locali (Photo: Valentina Pop)

BERLINO - "Questi fottuti Rumeni. E Bulgari. Invadono i nostri paesi, abusano della nostra assistenza sociale, rubano i nostri lavori, probabilmente anche le nostre auto e portafogli..."

Nessuno politico tedesco o britannico lo direbbe così brutalmente, ma il senso è quello.

I ministri degli interni di Gran Bretagna, Germania, Austria e Paesi Bassi stanno "cucinando" assieme un piano su come limitare il "turismo del welfare" di Bulgari e Rumeni.

Eliminare le restrizioni al mercato del lavoro l'anno prossimo? Ma per carità!

Scrive il Daily Mail, sulla base delle cifre di Scotland Yard, che a Londra un Rumeno su tre ò è un ladro o un violentatore in carcere. Negli ultimi cinque anni, sempre a Londra, sono stati arrestati quasi 30.000 Rumeni.

Ma con circa 300.000 arrestati ogni anno, britannici e non, gli arresti di Rumeni ammontano a circa... il due per cento della cifra totale. E stiamo parlando di sospettati di crimine, non ancora processati - tra di loro ci possono essere persone accusate ingiustamente.

La domanda vera è: cosa ha a che fare la libertà di lavorare in Gran Bretagna con la cattura dei criminali?

E perché i conservatori britannici stanno assecondando il partito anti immigrati UKIP (United Kingdom Independence Party, ndr.) su questo tema?

Sul serio i politici britannici sono dell'idea che i Rumeni siano per natura più inclini al crimine rispetto ad altre nazionalità?

Già stanno giocando con l'idea di restringere l'accesso all'assistenza sanitaria, ai benefici sociali e al lavoro per i Rumeni. Cosa dobbiamo aspettarci: cartelli sulle vetrine dei negozi "Vietato l'accesso ai Rumeni"?

Parimenti, il dibattito in Germania sul "turismo del welfare", sta scaldando particolarmente i conservatori bavaresi. La Baviera sarà il campo di battaglia per le prossime elezioni regionali e federali il 22 settembre. Ed il tema dell'immigrazione, paga. Allargamento dell'area Schengen a Romania e Bulgaria? Lasciare che questi gangster corrotti diventino i guardiani delle frontiere orientali della UE? Nein!

Il ministro degli interni Hans-Peter Friedrich, conservatore bavarese, ha persino suggerito il divieto d'ingresso ai Rumeni rimpatriati per aver "abusato" del sistema tedesco del welfare.

"Quelli che vengono per lavorare sono i benvenuti, ma non possiamo accettare chi viene qui solo per i benefici sociali", è il mantra favorito di questi giorni per Friedrich.

Non lo dice, ma si riferisce alle famiglie rom che hanno diritto a circa 200 euro a bambino ogni mese, e di solito hanno diversi figli.

Dato che centinaia di migliaia di Rom hanno passaporti rumeni, il termine "Rumeno" spesso è un eufemismo al posto del razzista "zingaro".

Come Rumena, è triste che, 24 anni dopo il collasso del comunismo e col sogno della libertà che finalmente sembrava realizzarsi, Romania e Bulgaria rimangano i paesi più poveri della UE, con seri problemi sociali e le élite politiche motivate da interessi meschini. Sì, la corruzione è una questione seria. La gente npon ha fiducia nella polizia o nei giudici.

Ma ci sono anche paesi in cui la gente sta iniziando a lottare per ciò in cui crede. In Bulgaria le proteste di pazza hanno appena rovesciato un governo. La Romania fece lo stesso l'anno scorso.

Protestano contro i politici corrotti, contro le grandi corporation che distruggono le campagne in cerca di oro o di gas, vogliono piste ciclabili, parchi per far giocare i loro bambini. Una vita normale.

Allora, Germania e Gran Bretagna, non preoccupatevi, non ci sarà un'invasione di massa. Piuttosto, una rivoluzione di velluto.


Osservatorio Balcani e Caucaso Romania: nonostante lo humor, Schengen è lontana - di Daniela Mogavero 6 marzo 2013
Shutterstock.com

"Qui il tempo è pessimo". "Venite da noi allora!". Botta e risposta all'insegna dello humor tra Gran Bretagna e Romania. Ma la questione è maledettamente seria e riguarda la libertà di circolazione in seno all'Ue. Abbiamo incontrato il ministro degli Esteri rumeno Titus Corlatean

Lo humor inglese ha contagiato anche Bucarest. Forse per seguire il vecchio adagio secondo cui "chi è disprezzato suole ripagare con la stessa moneta" oppure proprio per dimostrare un grande spirito di accoglienza e prendere in contropiede Londra, il governo romeno ha messo in campo una fine e "saggia" strategia di comunicazione in Gran Bretagna, in risposta ai "timori" inglesi di una possibile invasione di lavoratori romeni (e bulgari) all'indomani della caduta delle restrizioni per i lavoratori stranieri.

Un'esperienza ben riuscita ma che non bisogna applicare ovunque in Europa, per esempio in Italia "non servirebbe", parola di Titus Corlatean, ministro degli Esteri romeno, secondo cui Roma ha avuto un atteggiamento realmente europeo e ha dato l'esempio ad altri Paesi Ue. Una frase ancora più "pesante" se paragonata alla nuova chiusura della Germania all'ingresso della Romania in Schengen, ultimo capitolo di una lunga storia.

"In Gran Bretagna la comunità romena è ben radicata e dà un grande contributo, di certo non ha dimensioni simili a quella presente in Italia, ma per ragioni e obiettivi politici nei mesi scorsi alcuni media hanno lanciato una campagna che parlava della possibile 'invasione' di romeni e bulgari dal primo gennaio 2014 quando le restrizioni al mercato del lavoro britannico verranno eliminate - ha spiegato a OBC il titolare della diplomazia romena in visita a Roma - per questo abbiamo lanciato una campagna a nostra volta: una strategia su due binari, una per i media e una per la società civile. Punto focale il sense of humor. Abbiamo invitato i britannici a venire in Romania e quindi a "invadere" il Paese".

Una contro-strategia con slogan come: "Metà delle nostre donne somiglia a Kate. L'altra a sua sorella". Oppure con cartelloni pubblicitari che facevano riferimento allo scandalo di cui è stato protagonista il principe Harry, fotografato nudo in un hotel di Las Vegas: "Il principe Carlo ha comprato una casa in Romania nel 2005. E qui Harry non è mai stato fotografato nudo".

Per Corlatean la campagna è stata "apprezzata ed è stata saggia: avrà conseguenze positive". Nei cartelloni che riportavano i simpatici spot anche l'invito a trasferirsi in Romania in tempi di crisi: "Avete un clima cattivo, non avete lavoro, non avete casa? Brutta storia. Perché non venite a vivere qui?".

Secondo i media britannici tra il 2014 e il 2019 potrebbero arrivare in Gran Bretagna 250mila tra romeni e bulgari, con relative conseguenze sul mercato del lavoro. E a Downing Street, dove la mossa di Bucarest ha preso in contropiede le autorità, si valutano altri progetti per dissuadere gli ultimi arrivati tra i nuovi europei dal trasferirsi perché bisogna sfatare il mito che "le strade siano lastricate d'oro" nel Regno Unito, ha sottolineato una fonte ministeriale inglese.

Si pensa a rendere più difficile l'accesso ai servizi pubblici, il rimpatrio forzato per chi non trova un impiego entro tre mesi, una campagna negativa sulla mancanza di posti di lavoro e sulle terribili condizioni meteo. Deterrenti sufficienti?

Un piano "pubblicitario" e di pulizia di immagine del genere non serve invece in Italia, il ministro degli Esteri Corlatean ne è sicuro al 100%. "In Italia c'è un ottimo livello di integrazione. Quando vengo qui non riesco a distinguere tra italiani e romeni. Penso che condividere i comuni valori della latinità faccia la differenza - ha continuato il ministro - la maggior parte dei romeni in Italia è ben integrata, paga le tasse, lavora. Si sono verificati casi gravi e difficili in passato - ha ammesso Corlatean - ma siamo sempre stati a favore di una dura applicazione della legge, per il resto abbiamo accolto con favore lo spirito di collaborazione delle autorità e l'eliminazione delle restrizioni per i lavoratori romeni già dal gennaio del 2012".

Per il ministro questo è ed è stato "un ottimo esempio di quello che dovrebbe essere veramente l'Europa. L'Italia ha dato un buon esempio ad altri paesi in Ue in questi tempi ancora così complicati".

Parole forse premonitrici di un peggioramento dei rapporti in Europa. Il fronte dei contrari a Bucarest e Sofia in Schengen, infatti, ha ripreso corpo e sembra più agguerrito che mai. La Germania ha dichiarato di essere pronta a porre il veto sull'ingresso dei due Paesi nell'area di libera circolazione. Il ministro federale dell'Interno, Hans-Peter Friedrich, si è detto allarmato dal forte afflusso di rom provenienti dai Balcani e che sono giunti in Germania nei mesi scorsi per usufruire di benefici sociali.

E proprio il 7 marzo i ministri della Giustizia e dell'Interno dell'Ue sono chiamati a decidere nuovamente sull'allargamento di Schengen. Berlino, però, ha già dichiarato battaglia. Se questo ordine del giorno rimarrà sul tavolo la Germania voterà contro: "Se Bulgaria e Romania insisteranno su una votazione, l'iniziativa fallirà per il veto tedesco". Nella precedente riunione sul tema dell'ingresso di Romania e Bulgaria in Schengen era stata l'Olanda a mettere i bastoni tra le ruote all'allargamento sostenendo che i due Paesi avrebbero dovuto incrementare la propria lotta e migliorare i propri strumenti contro la corruzione e il crimine organizzato.

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Di Fabrizio (del 11/03/2013 @ 09:04:16, in Italia, visitato 1141 volte)

OPERA NOMADI DI REGGIO CALABRIA - COMUNICATO STAMPA

Luigi, un uomo di 46 anni padre di sette figli, lunedì scorso si è tolto la vita.

Era una persona dal carattere mite che ha sempre lavorato . Da ragazzo ha imparato il mestiere del carpentiere edile e del muratore e d'allora ha lavorato in questo settore. Le ditte che l'hanno conosciuto sapevano che si trattava di un lavoratore serio e capace.

Molto giovane si sposa e forma la sua famiglia dalla quale nascono tre figli. Dopo qualche anno arriva la separazione, ma i rapporti restano sempre buoni. Luigi continua a lavorare e a prendersi cura dei suoi figli anche a distanza. Si rifà una famiglia con una nuova compagna dalla quale avrà quattro figli.

Luigi dà il massimo per la nuova famiglia, ma anche per i figli del primo matrimonio. Non perde una giornata di lavoro. Durante i giorni di festa o quando ha qualche giorno libero fa piccole riparazioni per proprio conto per integrare il salario.

Con il sacrificio del suo lavoro riesce a far fronte alle esigenze di tutti i figli, ristruttura, un po' alla volta, la sua abitazione e compra qualche mobile per renderla ancora più bella. Con il suo lavoro non fa mancare nulla a casa.

Ma da qualche mese, con l'acuirsi della crisi economica , comincia a lavorare di meno. Quello che guadagna non è più sufficiente per provvedere ai bisogni della sua famiglia, come ha sempre fatto. La crisi è veramente molto dura e nell'edilizia ha colpito molto forte.

Il fatto di abitare nel ghetto di Ciccarello palazzine, dove gli svantaggi sociali si sommano e non si riesce ad ottenere alcun aiuto economico, ha sicuramente peggiorato la situazione.

Negli ultimi giorni era molto triste. Il suo dolore silenzioso lo ha portato alla tragica decisione di porre fine alla sua esistenza. Lo ha fatto con una corda al collo e lasciando un biglietto con il quale si è scusato con i suoi familiari.

Luigi era un uomo onesto e laborioso della nostra città e un membro della comunità rom. Era uno dei tanti rom che lavorano duramente per portare il pane a casa con il sudore della propria fronte. Apparteneva a quella maggioranza onesta di cittadini rom di cui nessun parla.

Quella maggioranza costituita da uomini e donne che lavorano e che, come tutti gli altri cittadini, soffrono per la crisi attuale. La loro sofferenza è però più forte, perché sono costretti, come altre persone escluse, ad affrontare la crisi dallo stato di emarginazione in cui sono stati "relegati".

Il gesto drammatico di Luigi va letto, anche, come una richiesta di aiuto, alla quale è necessario dare una risposta. Prima di tutto bisogna pensare alla sua famiglia , la moglie e i figli, soprattutto i più piccoli. Non devono essere lasciati soli di fronte a questo dramma umano.

Va fatta, poi, una seria riflessione sulla necessità di togliere dai ghetti questi nostri cittadini.

Reggio Calabria, 9 marzo 2013
Il presidente Marino Giacomo

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Di Fabrizio (del 10/03/2013 @ 09:04:23, in media, visitato 828 volte)

Inserzionisti si ritirano da giornale ungherese dopo le dichiarazioni anti-rom - Budapest, 5 marzo 2013

Cinque compagnie hanno detto che non daranno più pubblicità al giornale ungherese che ha pubblicato dichiarazioni estreme contro i Rom.

Il ritiro è la conseguenza della campagna di 24 OnG, che hanno contattato 15 compagnie che pubblicavano annunci pubblicitari su Magyar Hirlap, giornale ungherese di destra. Le OnG hanno chiesto di considerare la sospensione delle loro attività pubblicitarie fintanto che il giornale non avesse preso le distanze dai punti di vista razzisti, omofobi ed antisemiti espressi da Zsolt Bayer, che paragonava i Rom ad "animali" e, chiedendo una soluzione, diceva "Devono essere affrontati - immediatamente e con ogni mezzo necessario."

Erste Bank ha messo Magyar Hirlap in lista nera dopo la lettera delle OnG, riportando espressamente la motivazione di "agire con più prudenza la prossima volta" con la propria pubblicità. Ha inoltre sottolineato che la banca non farà pubblicità su qualsiasi media i cui contenuti "feriscano l'altrui dignità, o usino toni infiammatori verso qualsiasi minoranza, etnia o gruppo religioso." I leader di CIB Bank hanno detto che il gruppo CIB si asterrà dalla pubblicità su Magyar Hirlap e sul suo portale "fino a quando la redazione non condannerà categoricamente lo scritto di Zsolt Bayer e non assicurerà che le sue pubblicazioni siano libere da testi che includano espressioni di odio." Anche IKEA, FedEx e GDF Suez hanno preso le distanze dall'articolo, dichiarando che non prevedono per il futuro ulteriore pubblicità sulla versione online del giornale.

Di solito le compagnie mettono i loro annunci su Internet tramite pacchetti di un media buyer, ed alcune non erano a conoscenza che la loro pubblicità fosse apparsa su Magyar Hirlap.

Altri inserzionisti hanno risposto in maniera interlocutoria o non rispondendo affatto. Ora le Ong hanno contattato le case madri e le sedi delle multinazionali, incluse Telekom e Sodexo, chiedendo loro di prendere seriamente i loro impegni sulla responsabilità sociale.

Le campagna delle OnG manda un chiaro segnale che le dichiarazioni razziste contro i Rom non saranno tollerate dal mondo del businesses, e sul rischio di alienarsi i clienti continuando a sostenere i media che pubblicano materiale provocatorio o offensivo.

Pubblicato da:

  • Amnesty International Hungary
  • Artemisszio Foundation
  • Autonomia Foundation
  • Chance for Children Foundation
  • Child Chance Association (GYERE)
  • Csillagfény Starlight Foundation
  • Dignity for All Movement (coMMMunity)
  • Eger Branch of the Fund for the Poors (SZETA)
  • Eoetvoes Karoly Institute
  • European Roma Rights Centre
  • Golden Lily Foundation
  • Hattér Support Society for LGBT People in Hungary
  • Hungarian Anti Poverty Network
  • Hungarian Civil Liberties Union
  • Hungarian Helsinki Committee
  • Hungarian LGBT Alliance (seven member organisations)
  • Hungarian Women’s Lobby
  • Krétakoer Foundation
  • Labrisz Lesbian Association
  • Legal Defence Bureau for National and Ethnic Minorities
  • Nograd County Alliance of Gipsy Minority Representatives and Advocates
  • Partners Hungary Foundation
  • Polgar Foundation
  • Romaversitas Foundation
  • Regional Social Welfare Resource Centre Budapest
  • Terne Cserehaja Association

Ulteriori informazioni:
Sinan Goekcen
Media and Communications Officer
European Roma Rights Centre
sinan.gokcen@errc.org
+36.30.500.1324

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Di Fabrizio (del 09/03/2013 @ 09:08:23, in Kumpanija, visitato 1011 volte)

"I Rom uccidono i cavalli" Mediaroma (NdR: conosco allevatori rom di cavalli, in Lombardia e altrove. Magari non sarà così per tutti, ma per loro è quasi un tabù: non alleverebbero mai un animale, ma neanche un pollo - per fare un esempio, per macellarlo. Lettura consigliata Raccontino)

La dichiarazione di Nihal Kobal, presidentessa della Camera dei Macellai di Sakarya, in cui lamenta che i Rom macellerebbero cavalli, ha suscitato reazioni tra gli stessi (regione di Marmara). Il presidente dell'associazione locale dei Rom, Orhan Tanyel, ha detto che presto faranno una denuncia in merito a tale dichiarazione.

La dichiarazione di Nihal Kobal nasce da voci secondo cui carne di cavallo verrebbe venduta di nascosto ad un ristorante di Sakarya. Secondo lei i cavalli verrebbero macellati dai Rom del posto. Orhan Tanyel, presso la sede della sua associazione, ha fatto una contro-dichiarazione stampa sulla questione, in cui afferma: "Perché Kobal se la prende solo coi Rom? E' possibile che qualcuno tra di noi che macelli cavalli. Potrebbe fornire i loro nomi, senza stigmatizzarci tutti. Non c'è necessità di sottolineare l'origine etnica di questa gente. D'altra parte, sappiamo che non ci sono Rom tra i macellai conosciuti per vendere carne di cavallo."

Source: CHA

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Di Fabrizio (del 08/03/2013 @ 09:08:58, in Europa, visitato 1234 volte)

Reset 5 marzo 2013 di Francesca Gnetti - Da Reset-Dialogues on Civilizations

La Barbuta è l'ultimo "villaggio attrezzato" destinato alla comunità rom costruito a Roma e il primo inaugurato dall'attuale amministrazione comunale. E' recintato e provvisto di un sistema di videosorveglianza e di identificazione e di un registro all'entrata e all'uscita. Famiglie intere composte anche da otto persone vivono in container le cui dimensioni variano tra i 24 e i 40 metri quadrati. Il centro abitato più vicino è a due chilometri e mezzo di distanza e per raggiungerlo si deve camminare su una strada senza marciapiede. A La Barbuta e negli altri sette insediamenti attrezzati della capitale vivono quasi duemila minori, mentre altri 1.200 si trovano negli insediamenti informali sparsi sul territorio del comune.

Il rapporto Rom(a) underground presentato a Roma il 19 febbraio dall'Associazione 21 Luglio denuncia come le politiche del Piano Nomadi inaugurato dal sindaco Gianni Alemanno tra febbraio e giugno del 2009 non solo non salvaguardano i diritti dei minori rom, ma spesso creano le condizioni che ne favoriscono la violazione. Abitazioni inadeguate, mancanza di spazi esterni in cui giocare, condizioni igienico-sanitarie critiche, la distanza dalla scuola condizionano fortemente la possibilità di inclusione sociale dei minori rom, limitano le loro opportunità di crescita, scoraggiano la frequenza scolastica e quindi compromettono il loro diritto all'istruzione, alla sanità, alla sicurezza, al gioco e alla famiglia. "Nascere rom a Roma significa avere più probabilità di essere sottopeso, di avere patologie fisiche e psicologiche, di vivere l'esperienza del carcere, di essere esclusi dalla società", ha detto il presidente dell'Associazione 21 Luglio, Carlo Stasolla, durante la presentazione del rapporto.

Ma le condizioni di vita delle comunità rom nel resto d'Europa non sono molto migliori, tanto che il 5 aprile 2011 la Commissione europea ha adottato il 'Quadro dell'Ue per le strategie nazionali di integrazione dei rom fino al 2020' con cui invita gli Stati membri a mettere in atto politiche volte a migliorare la situazione sociale ed economica dei rom. Alcuni studi hanno dimostrato che la maggior parte delle famiglie rom che vivono in Europa presenta una speranza di vita inferiore in media di dieci anni rispetto al resto della società. E un rapporto del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (Undp) del 2009 ha denunciato che nei paesi dell'Europa orientale i tassi di mortalità infantile dei bambini rom sono da due a sei volte più alti rispetto a quelli dei bambini non rom a causa della maggiore esposizione ai rischi, della discriminazione nell'accesso ai servizi pubblici e sanitari e della mancanza di informazioni.

Il sentimento anti-rom che si respira in molte società europee si traduce spesso in politiche locali e nazionali che hanno come diretto risultato la segregazione della comunità rom dal resto della società, in aperta violazione degli obblighi internazionali, tra cui l'articolo 2 della Convenzione internazionale sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza, che specifica che tutti i minori devono essere tutelati "a prescindere da ogni distinzione di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o altra del fanciullo o dei suoi genitori, dalla loro origine nazionale, etnica o sociale, dalla loro situazione finanziaria".

Con una popolazione stimata tra i 10 e i 12 milioni di persone in Europa (di cui circa sei milioni all'interno dell'Unione) i rom sono la più grande minoranza etnica nel vecchio continente. Sono per la maggior parte cittadini europei, ma questo non li sottrae dal rischio di marginalizzazione, di violazione dei diritti umani e di attacchi razzisti in quasi tutti i paesi in cui vivono. E poco conta l'orientamento politico dei governi, come dimostra il caso della Francia, dove lo smantellamento dei campi rom, uno dei cavalli di battaglia dell'ex presidente Nicolas Sarkozy, non si è fermato con l'elezione del socialista Francois Hollande a maggio dello scorso anno.

Persino nella civile Germania ai rom è di fatto negato il diritto di lavorare legalmente (benché infatti i migranti provenienti dalla Bulgaria e dalla Romania possano risiedere legalmente in Germania in quanto cittadini dell'Unione Europea dal 2007, per il momento le leggi sul lavoro impediscono loro di svolgere un impiego che potrebbe essere occupato da un tedesco), mentre la prospettiva di abolire nel 2014 le restrizioni straordinarie alla libera circolazione dei cittadini bulgari e romeni ha scatenato nel Regno Unito la fobia di una migrazione in massa dei rom. Un rapporto della Caritas sull'impatto della crisi europea ha invece denunciato che in Portogallo i rom sono tra i gruppi sociali vulnerabili maggiormente colpiti dalle misure di austerità varate dal governo per far fronte alle difficoltà finanziarie.

In Ungheria, Bulgaria e Repubblica Ceca gli attacchi contro i cittadini rom a opera dei gruppi di estrema destra sono quasi all'ordine del giorno. Il mese scorso la proposta di una formazione politica di estrema destra romena di offrire 300 euro a ogni donna rom che accetti di essere sterilizzata è stata avallata anche dal presidente dei giovani liberali Rares Buglea e il sindaco di Baia Mare, una città dell'arretrato nord del paese, ha ordinato la costruzione di muri attorno alle aree abitate dai rom. A Bucarest i rom sono concentrati nei sobborghi più degradati della città, dove mancano fognature, acqua potabile ed elettricità e l'organizzazione non governativa Romani Criss ha documentato cinquanta casi negli ultimi dieci anni di rom attaccati o uccisi in incidenti con la polizia.

In Slovacchia migliaia di bambini rom sono ancora costretti a frequentare scuole speciali per allievi con problemi mentali, oppure sono segregati in classi separate per evitare i contatti con gli altri studenti.

Lo scorso aprile le autorità serbe hanno sgombrato il campo di Belvil, alla periferia di Belgrado, dove vivevano oltre mille persone, che non erano state adeguatamente informate e che sono state costrette a traslocare in container disseminati in insediamenti difficilmente accessibili oppure a spostarsi nel sud del paese.

In questo contesto, gli obiettivi comuni nei confronti dei cittadini rom posti dalla Commissione Europea a complemento della strategia politica "Europa 2020" a sostegno dell'occupazione, della produttività e della coesione sociale, risultano di importanza fondamentale. Secondo il Quadro dell'Unione, i settori in cui occorre impegnarsi a livello nazionale per migliorare l'integrazione dei rom sono l'accesso all'istruzione, l'occupazione, l'assistenza sanitaria e l'alloggio. Secondo Viviane Reding, commissaria Ue per la Giustizia e vicepresidente della Commissione, gli Stati membri hanno realizzato il loro impegno presentando diverse strategie, ma devono però "cambiare marcia e intensificare le loro azioni prendendo misure più concrete, fissando obiettivi chiari, stanziando finanziamenti appositi e stabilendo validi meccanismi di monitoraggio e valutazione". Un'evoluzione che sembra ancora difficilmente realizzabile in Italia, soprannominata "il paese dei campi", dove nella realtà sotterranea e invisibile della comunità rom si compromettono ogni giorno il presente e il futuro di migliaia di giovani.

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Di Barbara Breyhan (del 07/03/2013 @ 09:05:30, in Europa, visitato 835 volte)

L'immigrazione in Germania di Rom che sfuggono alla povertà - "La salvezza dell'Europa dell'Est non è in Germania" Di TIMO FRASCH e YVONNE STAAT Frankfurter Allgemeine

23.02.2013 - Rose, il presidente del Consiglio Centrale dei Sinti e Rom tedeschi, nell'edizione domenicale del Frankfurter Allgemeine mette in guardia dal relegare i Rom alla sfera della criminalità. Secondo la sua opinione, tuttavia, la Germania non è neanche in grado di risolvere i loro problemi nei paesi di origine. Questo anche a causa del sistema di sfruttamento dei Rom da parte dei clan, come dimostra un'indagine della FAS (edizione domenicale del Frankfurter Allgemeine, ndr.)

Nella foto: Romani Rose. In quella precedente: Berlino - il memoriale ai Sinti e i Rom uccisi durante il nazismo (immagini © DPA)

Romani Rose, presidente del Consiglio Centrale dei Sinti e Rom tedeschi, ha invitato giornalisti e politici a "non relegare alla sfera della criminalità, persone che vengono qui a causa della mancanza di prospettive nel loro paese di origine". Dalla politica si aspetta onestà, ovviamente, nel modo di riferirsi all'immigrazione dovuta alla povertà, ma mette in guardia severamente dall'etnicizzare il problema, perché ciò escluderebbe e stigmatizzerebbe nuovamente tutta la minoranza Rom. L'antiziganismo, afferma Rose, deve essere messo al bando allo stesso modo dell'antisemitismo.

Rose ha esortato il Governo a non piantare in asso i comuni con un alto numero di immigrati a causa della povertà nei paesi di origine. Nell'intervista all'edizione domenicale del Frankfurter Allgemeine (FAS) ha anche affermato, tuttavia, che la Germania non è in grado di risolvere gli enormi problemi riguardanti i Rom nemmeno nei loro paesi di origine. "La salvezza dell'Europa dell'Est non è in Germania", ha detto Rose, "non si può consigliare a Rom dalla Romania o dalla Bulgaria, bisognosi di aiuto, di venire in Germania, perché sono in numero troppo elevato e molti sarebbero poi dipendenti da contributi dello Stato.

Rose ha esortato il Governo tedesco ad "esercitare, piuttosto, molta più pressione su paesi come la Romania o la Bulgaria, affinché si decidano finalmente ad agire contro l'emarginazione e contro il razzismo". Tutto questo assume ancora più importanza se si considera che "addirittura nell'Europa occidentale troviamo politici come Berlusconi che fanno dell'antiziganismo uno strumento di campagna elettorale".

Gravi abusi sull'infanzia

L'assistente pedagogico Norbert Ceipek, che da anni a Vienna si occupa di bambini rom trascurati o abusati, nell'edizione domenicale del Frankfurter Allgemeine ha duramente criticato il sistema di sfruttamento minorile predominante in molti clan di Rom. Secondo la sua conoscenza, i capi-clan - ricchi sfondati - tengono in schiavitù per debiti i loro subalterni. I bambini vengono sistematicamente tenuti lontani dall'istruzione e destinati all'accattonaggio o alla prostituzione nell'Europa dell'Est, per accrescere, in quei paesi, la ricchezza dei capi-clan. "Ciascun bambino deve consegnare 350 euro al giorno", ha affermato Ceipek, "si può quindi fare un calcolo di quanto guadagni in un anno un singolo capo-clan, considerando che almeno sette o più bambini, in diverse città, lavorano contemporaneamente sulla strada per lui. E stiamo parlando soltanto dei guadagni ottenuti con lo sfruttamento minorile".

Quando un bambino non racimola tutta la somma richiesta, la sorvegliante mandata nell'Europa dell'Est con i bambini viene messa sotto pressione, perché a fine mese non è stata in grado di consegnare la somma stabilita agli intermediari al comando del capo-clan. A questo punto non è inusuale che i bambini rom vengano fatti prostituire per un paio di giorni per raggiungere la somma del denaro mancante.


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Di Fabrizio (del 06/03/2013 @ 09:05:11, in media, visitato 875 volte)

Corriere Immigrazione di Stefania Ragusa

Giornali, radio, soprattutto tv: alimentano i pregiudizi verso gli stranieri. Molti gli studi che lo provano. Ma perché accade? Lo abbiamo chiesto a Jeroen Vaes, coordinatore di una ricerca sul tema presentata dal dipartimento di Psicologia dello sviluppo e della socializzazione dell'Università di Padova.

Professor Vaes, i media hanno un ruolo nella costruzione di miti come la pericolosità degli stranieri?
"Sì, e la nostra ricerca lo conferma. E' una responsabilità che si palesa, per esempio, nella scelta di sottolineare la nazionalità dell'autore di un fatto criminoso, nella ricerca di titoli a effetto e nell'uso di un linguaggio approssimativo e scorretto, ma anche in una rappresentazione stereotipata dei paesi di provenienza dei migranti, raccontati quasi sempre come sottosviluppati e pericolosi. Da luoghi del genere che cosa può arrivare se non persone da temere e che non hanno nulla da perdere?".

Ma perché succede, secondo lei?
"Non ho una risposta "scientifica", tanto più che, durante la ricerca, abbiamo focalizzato la nostra attenzione sui giornali, in particolare i quotidiani, senza interpellare i giornalisti. Ma un'ipotesi possiamo farla. In alcuni casi, tra l'altro facilmente individuabili, il ricorso allo stereotipo e dunque il rafforzamento del pregiudizio rispondono a un obiettivo politico e ideologico preciso. C'è un'agenda politica che vuole che i migranti siano rappresentati in un certo modo perché questo è funzionale a precise strategie. E i giornalisti che lavorano per testate correlate a questa agenda eseguono gli ordini. Da un punto di vista deontologico ci può essere molto da dire, per quanto riguarda la linearità dell'azione molto poco. A meno, certo, che il giornalista in questione sia in privato dissidio interiore con la sua testata (ma qui apriamo un altro fronte). In tutti gli altri l'uso degli stereotipi e la costruzione dei pregiudizi ricorrono quasi sempre in modo del tutto inconsapevole e sono la conseguenza di una discreta ignoranza di base mescolata a supponenza o alla fretta imposta da un certo tipo – ormai prevalente – di organizzazione del lavoro. Non c'è il tempo o la voglia di capire di più , in particolare in un ambito come questo, poco esposto alle querele e alle richieste di rettifica".

Come si potrebbe intervenire rispetto a questo "segmento"?
"Per quanto riguarda gli aspetti formali potrebbe essere utile una norma sociale che sanzionasse la scelta di questi linguaggi (un po' come è avvenuto negli anni 70 a proposito delle espressioni sessiste). Spinge in questa direzione l'associazione Carta di Roma . C'è un osservatorio, non ancora ufficializzato, che dovrebbe occuparsi di questo. Ci sono gli sportelli dell'Unar a cui ci si può rivolgere per segnalare abusi e discriminazioni. Questo tipo di azione non produce dei risultati immediati ma nel tempo potrà essere un efficace agente di cambiamento. Per quanto riguarda l'ignoranza, l'unico modo è combatterla con la cultura. Ma in questo caso diventa davvero difficile, dal momento che le vittime – i giornalisti che non sanno – dovrebbero essere loro stesse artefici di cultura. Sicuramente un maggior contatto reale con le persone immigrate potrebbe essere utile. Il contatto diretto infatti riduce i pregiudizi. Vale per tutti, giornalisti e no".

Ma lei non ha anche la sensazione che a volte il problema sia legato a una mancanza di parole adeguate? Pensiamo al termine seconde generazioni, correntemente usato, però decisamente improprio...
"Questo è vero. Spesso mancano le parole per parlare di un'identità che va oltre l'italianità. Mancano le parole e i concetti per parlare della trasformazione in corso nella società. La mancanza di parole adatte a dire quel che sta accadendo riflette l'inadeguatezza dell'idea dominante di immigrazione. Molti continuano a pensare che l'immigrazione sia qualcosa a cui si possa dire sì o no. Non riescono a riconoscere la sua dimensione strutturale e globale".

Quali sono gli svarioni più grossi emersi dalla vostra ricerca?
"Ci siamo focalizzati sulla cronaca, nel periodo 2008-2012, abbiamo confrontato il modo in cui venivano trattati i migranti e gli autoctoni coinvolti in situazioni analoghe e abbiamo visto che il trattamento differisce notevolmente. Viene dato un rilievo incredibile alla nazionalità, come avveniva trent'anni fa con i meridionali. La nazionalità viene sostantivata. E' una cosa che in altre lingue non avviene, che non si può proprio fare. In molti casi poi le generalità della persona immigrata vengono date in modo incompleto, con la scusa che il cognome è difficile. E' vero: certi cognomi sono difficili da pronunciare e trascrivere, ma questo non può in nessun modo rappresentare una valida ragione per ometterli in un contesto in cui si starebbe facendo informazione".

Ma perché sradicare i pregiudizi è così difficile?
"Questo non può stupire perché il pregiudizio ha una funzione adattativa importante. Tutti noi abbiamo bisogno di dare per assodate alcune cose, non potremmo ogni volta passare attraverso le verifiche empiriche Non ne potremmo fare a meno. Servono a vivere. Il problema nasce quando il pregiudizio resiste all'evidenza, non viene scalfito dai fatti. Un classico è il meccanismo della sottocategorizzazione: di fronte a qualcosa che contraddice il mio pregiudizio reagisco definendo eccezionale quel qualcosa. Per superare i pregiudizi che offuscano la nostra visione bisogna procedere alla loro decostruzione. E' un processo impegnativo, che richiede informazioni, esperienza e soprattutto la disponibilità reale di chi lo mette in atto".

Qual è il modo più efficace di interagire con chi è abbarbicato a pregiudizi razzisti?
"La pazienza, la fermezza, la disponibilità al dialogo e... un filo di speranza! Colpevolizzare e attaccare invece non serve a nulla. Il muro contro muro porta a un rafforzamento delle convinzioni di base".

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Di Fabrizio (del 05/03/2013 @ 09:05:28, in Kumpanija, visitato 1088 volte)

YOUR MIDDLE EAST Gli zingari d'Irak - incontro con un popolo in isolamento - di Nizar Latif (giornalista freelance da Baghdad)

Il villaggio di Fuwwaar si trova presso la città di Diwaniyah, 180 km a sud di Baghdad, ma rimane isolata dal mondo esterno - parte è dovuto al suo stile di vita zigano e parte alla considerevole presenza dei militari, che controllano il traffico in entrata e in uscita.

Uomini armati osservano con attenzione chi entra, in cerca di prostitute e altri piaceri proibiti. Gli stranieri che tentano di entrare nel villaggio vengono uccisi, sulla base di semplici sospetti, da militanti dei gruppi armati.

Fuwwaar assomiglia ad un sito archeologico nel deserto; abbandonato dalla gente e con poche case - distrutte o in via di distruzione. Rimangono rifiuti e poche persone, devastate da migliaia di anni di guerra. Una famiglia qui e una lì. Le pareti delle case sono di fango e il tetto, le poche famiglie che ne hanno uno, è di argilla. Le case rimanenti sono aperte al sole e alle intemperie. Il villaggio manca di scuole, centri medici o di acqua potabile.

C'è una lotta in corso. Sono stati messi in discussione e combattuti da tutti: lo stato, il governo, la costituzione, la legge, religione, costumi, tradizioni e persino la società. La lotta segna i loro volti e corpi. Sono invecchiati molto più velocemente rispetto alla loro controparte nella società maggioritaria.

Sono vivi ma sopravvivono. La loro unica colpa è di essere nati così. Gli zingari, in Irak in generale e a Diwaniyah in particolare, affrontano il confinamento sociale e la mancanza di servizi. Il capo degli zingari di Diwaniyah, che per ragioni di sicurezza si fa chiamare Abu Saleh, ci dice: "Patiamo numerosi problemi e questioni: soprattutto la non esistenza di qualsiasi servizio. Non c'è acqua, elettricità o altri servizi, oltre al confinamento sociale e alla malevola percezione degli zingari nella società. D'estate soffriamo la calura, in queste povere case senza elettricità. Alcuni bambini per rinfrescarsi si gettano nelle acque dei liquami. Il nostro unico accesso all'acqua viene dagli scarichi contaminati per uso non-domestico."

Tutta la regione affronta difficoltà simili, puntualizza Abu Saleh, specialmente dopo l'assalto armato al villaggio di cinque anni fa.

"Ma non abbiamo altra scelta," aggiunge. "Quanti sono emigrati avevano possibilità finanziarie ed erano di famiglia benestante, con i mezzi per guadagnarsi da vivere. Noi non abbiamo una professione, né un lavoro, né un salario o qualche altra fonte per guadagnarci da vivere."

Dice che la prostituzione e le altre forme di corruzione sono terminate cinque anni fa, e che le famiglie che gestivano queste attività sono emigrate. Quelle che ora sono qui, dice, sono estremamente povere e non hanno lavoro né altri mezzi per vivere.

"Mendicano per mangiare!" dice. "Sono le stesse famiglie che si sono insediate nel villaggio negli anni '70 e sono rimaste sino a oggi."

Il problema degli zingari riguardo il lavoro va oltre la mancanza di competenze o i contatti  con i reclutatori. Viene loro rifiutato a causa della stigmatizzazione sociale. Socialmente, sono disprezzati e gli stranieri rifiutano di socializzare con loro. Sono spalle al muro sul piano sociale, tribale, religioso e governativo, e non viene loro permesso di condurre i propri affari. Sono anche esclusi dai servizi della sicurezza sociale, lanciati dal governo iracheno a protezione dei poveri nel paese.

Abu Aysir siede accanto alla strada che attraversa il villaggio, vende della verdura appoggiata a terra. Serve per mantenere la sua famiglia di due mogli e quattro bambini. "Nonostante tutte le sofferenze, l'assenza di servizi, la disoccupazione, la povertà e tutte le nostre difficili condizioni," dice "la verità è che non abbiamo praticato il terrorismo o agito contro la sicurezza del paese."

"Non abbiamoi mai preso partito, anche nelle circostanze più dure, causando problemi, il ché ci rende molto patriottici," aggiunge, "eppure ci sono stati dei martiri tra il nostro popolo, che hanno perso la vita in atti di terrorismo e violenza. Neanche per un giorno abbiamo pensato di ricorrere alla violenza e al terrorismo, non ci apparttengono. E oggi qui, viviamo nella marginalizzazione e nel totale disprezzo delle nostre esigenze di base, come la disponibilità di un minimo di lavoro, di cui vivere. Non è giusto che beviamo acqua sporca dal torrente, senza acqua potabile, elettricità e altri servizi."

Gli zingari sono stati soggetti di numerosi brutali attacchi da parte di Al Qaeda e di militanti sciiti, in diverse città dell'Irak. Attacchi che hanno lasciato migliaia di morti; donne, bambini e uomini, senza alcun intervento da parte del governo, che è rimasto in silenzio.

Una giovane di ventotto anni, Shakir, dice: "Cinque anni fa, fanatici delle milizie sciite hanno lanciato centinaia di attacchi contro il nostro villaggio, e hanno bruciato le nostre case. Con le loro spade hanno macellato brutalmente le nostre donne, uomini e bambini. Hanno smembrato i loro corpi e tagliato le teste dalle nuche. Nel contesto sociale delle tribù arabe, tagliare la testa dalla parte posteriore del collo rappresenta il più basso grado per morire e che il valore è zero. E' una forma di odio e disumanizzazione essere uccisi brutalmente. Questi militanti sciiti si distinguevano nell'ucciderci e torturarci."

Aggiunge: "Il governo e i funzionari iracheni furono ciechi e sordi ai crimini brutali di cinque anni fa. Secondo me, li hanno persino appoggiati, dato che la maggioranza dei politici sono fanatici sciiti." Secondo Shakir, dozzine di famiglie lasciarono il villaggio per stabilirsi in città più sicure, e molte di quelle rimaste hanno perso, almeno, due o tre componenti, uccisi dalle milizie estremiste sciite.

La famiglia di Abu Saleh è tra queste. Ha diviso il resto del suo clan in 22 piccoli gruppi, mandandoli a mendicare, una dura soluzione, ma l'unica che permettesse di mantenersi uniti.

"Ho diviso il mio clan in piccoli gruppi, composti da una o due famiglie, e li mandati in diverse provincie irachene," spiega. "Era l'unico modo per guadagnare qualcosa senza essere riconosciuti dalle milizie che cercano sempre di ucciderci, o da altra gente che potesse riconoscerci e rifiutarsi di darci qualcosa. Uno zingaro non è in grado di ottenere un lavoro, perché la gente comune si sentirebbe in disgrazia e disonorata, se lo facesse. Inoltre, il governo iracheno è sempre più dominato da islamisti fanatici, e mai assumerebbe degli zingari. Ci trattano come animali."

Il gruppo sarà via per un mese e oltre. Al loro ritorno nel villaggio, dovranno condividere quanto guadagnato con le altre famiglie che mancano di un reddito. Prima del 2003, Fuwwaar ospitava oltre 1.700 zingari. Oggi sono meno di 200.

"L'isolamento mi fa sognare il momento che sentirò di appartenere al resto della razza umana e dell'umanità," dice Sama, 22 anni. "La solitudine di questo posto senza vita, ti fa vivere un dolore e una pena che uccidono lo spirito. La sera vado verso il deserto qua vicino e penso a cosa ci riserva il futuro. La scena di bambini miseri e vecchie stanche seduti in circolo di fronte a una delle case del villaggio, che ricordavano i giorni passati e ora, mentre si chiedevano dove sarebbero finite, tra le altre cose, è stato una dei motivi che mi ha spinto a lasciare la mia amara realtà e cercare la solitudine, solo per scoprire che noi tutti non siamo responsabili della tragedia che stiamo vivendo."

Perché pagare per errori mai commessi, si chiede. Ma è anche preoccupa anche di lasciare la comunità, perché neanche fuori ci sarebbero garanzie di successo. Dov'è la speranza, si chiede.

"Abbiamo il diritto di rimproverare i nostri antenati?" si chiede un'anziana che da giovane vendeva il proprio corpo. "No, non li biasimo. Siamo destinati ad essere zingari ed in questo modo dobbiamo vivere."

Molte delle donne del villaggio sono disposte a fare tutto il necessario per provvedere alle loro famiglie. Dentro il villaggio possono lavorare e sentirsi rispettate, lontano dagli insulti e dalle umiliazioni del mondo esterno. Dice Um-Suhair, sarta: "Qui c'è un'infinità di donne che sanno cucire e tessere benissimo, e sono pronte a lavorare in qualsiasi professione decente, per guadagnarsi da vivere e aiutare le loro famiglie. Soffriamo la percezione della comunità, in quanto siamo considerate estranee al quadro dello stato e dell'umanità, inoltre non siamo Iracheni. Il mio lavoro sono il cucito e la maglieria, ma gli affari non sono più quelli di una volta. L'immigrazione, la povertà e l'indigenza prevalente nel paese, trasformano ogni attività artigianale in fallimentare e non redditizia."

La sofferenza si estende alle strade che portano al villaggio, dice, e degli attacchi da parte delle tribù che lo circondano, che rendano pericoloso entrare ed uscire dal villaggio. Molte donne sono state violentate o uccise.

Gli zingari iracheni, conosciuti anche localmente come Kaulia, hanno radici che affondano in India e Spagna. Secondo il ministero iracheno dei diritti umani, questi zingari formano una minoranza etnica tra le 50.000 e le 200.000 persone. Sono insediati in villaggi e insediamenti, di solito isolati ai margini delle città e paesi, sono presenti nelle provincie di Baghdad e AlBasra, Ninawa e Diyala, inoltre in alcuni villaggi delle pianure del sud, come Al-Muthanna and Diywaniyah. Erano tribù nomadi sino agli anni '70, l'Irak riconobbe loro la cittadinanza nei primi anni '80. Erano parte della comunità irachena, in quanto si occupavano dell'intrattenimento. Le piccole comunità hanno tradizioni e costumi molto differenti dal resto del paese.

Ma, nonostante il loro rifiuto da parte della società, l'arte zingara ha catturato l'interesse degli iracheni e trovato una strada attraverso la TV e le stazioni radio, queste ultime popolari soprattutto nell'Irak rurale. Prima che arrivassero alle trasmissioni TV, gli Iracheni avevano l'abitudine di chiedere agli zingari l'intrattenimento per le feste di matrimonio e le celebrazioni all'aperto, dove le donne zingare ballavano e cantavano dietro compenso. Le femmine zingare diventarono delle star nella scena artistica irachena. Le canzoni zingare sono parte fondamentale di quelle irachene, e i cantanti zingari sono sinonimo di cantanti folk. Raramente c'è una festa  senza che venga suonata una melodia gitana.

Dice Laith Abdul Latif, ricercatore ed esperto di genealogia: "Il termine Al-Kaulia si applica alle tribù indiane le cui donne guadagnavano di vivere con l'adulterio, la danza nr il clero durante i servizi religiosi, altre cercando piacere. Altre provenivano dal tempio indiano di re Kaul, da cui il nome. Le origini degli zingari Kauli vengono dall'India."

Nonostante il fatto che parlino arabo e che siano musulmani, come loro stessi dichiarano, continua Laith Abdul Latif, la carnagione scura e i tratti affilati li distinguono dal resto della popolazione. Gli zingari si lamentano della discriminazione riguardo a terminologia, le loro caratteristiche di spicco indiane, e le loro pratiche della danza, prostituzione, intrattenimento e di affittare le donne. Dice Widad Hatem, presidente della commissione sui diritti umani della provincia di Diwaniyah: "Dalle ricognizioni che effettuiamo attorno al villaggio degli zingari, abbiamo scoperto diversi problemi che sono gli stessi degli altri residenti nella regione: assenza di elettricità e acqua potabile, disoccupazione dovuta a discriminazione etnica e disprezzo sociale. In quanto funzionari, assieme alla commissione sui diritti umani, dobbiamo fornire soccorso alla regione, assieme ai servizi necessari, quali energia elettrica, acqua potabile e presidi medici."

Aggiunge che, la chiave è spostare l'interesse dalle autorità preposta e dalla presidenza del consiglio, verso la direzione del prendersi  cura e interesse di questo gruppo sociale, che ha sofferto sia il disprezzo comunitario che le difficoltà di vita.

"L'area è stata rifornita di tre serbatoi di acqua potabile, installati in diverse posizioni del villaggio.  Inoltre, la direzione municipale sta progettando di rimuovere i detriti ed eseguire la manutenzione stradale. I nostri sforzi congiunti, combinati con quelli delle organizzazioni della società civile, cercano di introdurre agevolazioni per cucito e tessitura, laboratori, un progetto di riciclaggio dei rifiuti o qualsiasi altro schema nell'area, perché la loro interazione con la società esterna non passi attraverso sofferenze o molestie, dovendo mendicare - una pratica che blocca qualsiasi strada.

Ma dice che il lavoro nel cercare di migliorare le loro condizioni è reso più difficile a causa dello stigma sociale. Vede barriere, non solo politiche, ma anche con i leader civili e politci. E' dice che tutto è diventato più impegnativo dopo la partenza delle organizzazioni USA che avevano contribuito sinora. Ora si sta affrontando una battaglia in salita nell'aiutare un gruppo così marginalizzato, in un paese dalle poche risorse.

"Ciò che mi rattrista," dice, "è quando si parla degli zingari, si parla di loro come qualcosa di sporco e ripugnante. Siamo tutti esseri umani e dovremmo essere trattati ugualmente. Questo dice l'Islam."

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Di Barbara Breyhan (del 04/03/2013 @ 09:08:27, in Europa, visitato 980 volte)

EU-Infothek I Rom in Europa - uno sguardo dal progetto ROMANISTAN sulla Strategia Nazionale dei Rom 2012-2020 - 12 febbraio 2013 - dalla redazione di EU-Infothek

ROMANISTAN - Un progetto culturale biennale dell'Unione Europea al quale prenderanno parte tre paesi (Austria, Germania e Spagna). Il filosofo viennese Ljubomir Bratic' si è assunto l'impegno di osservatore scientifico all'interno di questo progetto.

Abbiamo parlato con Ljubomir Bratic' della sfida che attende l'Austria riguardo all'integrazione dei Rom e dell'influenza della Strategia Nazionale d'Inclusione dei Rom 2012-2020 sul progetto culturale "ROMANISTAN"

Signor Bratic', qual è esattamente il suo compito nell'ambito di questo progetto?
Il compito dell'osservatore scientifico nel progetto ROMANISTAN - oltre a me ci sono Teodora Tabacki a Berlino e Pedro Aguilera Cortez a Barcellona - può essere descritto su più livelli.

Innanzitutto osserviamo le attività, ma anche le interazioni che si creano tra le attività, e presentiamo regolarmente le nostre osservazioni agli attori del progetto. E' come se fossimo satelliti (abbiamo adottato proprio questo termine all'interno del progetto): orbitiamo intorno al progetto ed emettiamo segnali, i quali poi nell'ulteriore corso del progetto dovranno svolgere un ruolo. In concreto significa che facciamo partecipare noi stessi alla ricerca di idee e di partecipanti alle conferenze, ai progetti e ai festival e ci rendiamo disponibili a pensare ad ulteriori iniziative.

Come seconda cosa c'è la produzione della conoscenza: forniamo testi per le pubblicazioni e li mettiamo a disposizione durante le conferenze tenute nell'ambito del progetto Il terzo compito è lo sviluppo di questa conoscenza: ci poniamo domande, come per esempio che cosa significhi occuparsi dei Rom da una "posizione satellite". In generale, quando si parla dei Rom, qual è lo scopo e come sono strutturate queste narrazioni? Ci poniamo quesiti, quindi, le cui risposte ricerchiamo lungo il corso del progetto.

Alcune di queste domande e di queste risposte vengono costantemente pubblicate sul nostro blog. Infine, la mia attività consiste anche in uno specifico tipo di "traduzione". Strutturalmente, all'interno del progetto, mi colloco tra l'IG Kultur Österreich e il Centro Culturale Rom di Vienna - RKZW (promotori del progetto). In questa collocazione in cui vengo a trovarmi ovviamente si traduce tra lingue diverse, ma si tratta soprattutto di trovare un "linguaggio" comune tra le diverse culture organizzative che hanno avuto origine da situazioni socio-culturali ed economiche differenti; e di percorrere un cammino comune, per due anni, nell'ambito del progetto, cammino durante il quale si renderà necessario conciliare i diversi mondi lavorativi, di vita e organizzativi. Dal punto di vista tematico ci concentriamo su quanto è richiesto dal contenuto del progetto: il rafforzamento della posizione dei Rom come soggetto al di là di una culturalizzazione.

Contemporaneamente il Consiglio dell'Unione Europea ha adottato una risoluzione riguardante le strategie nazionali per l'integrazione dei Rom entro il 2020. In che misura è collegato ad essa il progetto ROMANISTAN?
Il progetto è collegato ad essa nella misura in cui si svolge nello stesso arco di tempo e nella misura in cui riceve la maggior parte del finanziamenti dall'Unione Europea. Per quanto riguarda il contenuto, c'è solo un'influenza indiretta della "comunanza di pensiero" dalla Strategia adottata dal Consiglio dell'Unione Europea alla partecipazione dei Rom. Mentre nel documento originale si parla di "inclusione", la variante tedesca usa "integrazione". Un termine al quale sono sono state conferite molte accezioni negative negli ultimi decenni. E noi ci chiediamo quale influenza abbia tutto questo sull'auto-organizzazione dei Rom.

Per quanto riguarda la storicizzazione del piano dell'UE, si tratta certamente di sforzi di lunga data. Si può sicuramente stabilirne l'inizio con il primo decreto riguardante i Rom in Spagna all'inizio del XVI secolo, che si estende poi tramite i decreti riguardanti i Rom di Maria Teresa e Giuseppe I durante la monarchia asburgica fino ai nostri giorni. In questo processo storico un punto di rottura, nei confronti dei Rom, è rappresentato dalla politica di sterminio adottata dai nazionalsocialisti: il cosiddetto soggetto "asociale", del quale i rappresentanti simbolici principali diventano i Rom, non deve più essere portato sulla retta via, ma proprio annientato.

Un altro livello, che è interessante, è rappresentato dal momento concreto di efficacia del provvedimento adottato dall'Unione Europea. Qui si evidenzia come tramite questo processo deciso dall'alto vengano introdotte nuove divisioni tra le diverse comunità rom: viene effettuata una distinzione, per quanto riguarda i Rom, tra minoranza "nazionale" e Rom non appartenenti alla minoranza nazionale, ossia Rom immigrati. Tra questi ultimi viene effettuata un'ulteriore distinzione tra coloro che sono stanziali ed attendono un lavoro regolare - ossia coloro che hanno assimilato le norme di formazione, di comportamento e culturali - e coloro che insistono nel mantenere il loro modo di vita "tradizionale". A questo punto si giunge ad una considerazione del pensiero di progresso definita da una prospettiva della maggioranza.

Per le auto-organizzazioni dei Rom questo processo stabilito per legge significa innanzitutto dare una nuova definizione ai loro campi di attività. In futuro diventerà sempre più grande la divisione tra coloro che si muovono sul piano della diversità e coloro che conducono direttamente una lotta per la sopravvivenza strutturale. Queste linee di sviluppo ci interessano ed hanno influenzato la nostra situazione di osservatori.

Per quanto riguarda l'integrazione dei Rom, tra nazione e nazione in Europa esistono grandi differenze. Secondo la sua opinione, qual è la sfida che si trova davanti nello specifico l'Austria?
In Austria di una partecipazione diretta dei Rom non si parla nemmeno. Dopo una tradizione centenaria di persecuzioni ed un lungo periodo di silenzio e di repressione, nel 1993 i Rom sono stati riconosciuti "gruppo etnico", fatto che ha permesso loro di far parte delle minoranze "ufficiali" (in riferimento alla popolazione che rappresenta la maggioranza dello stato). Ma non si tratta di partecipazione politica. Generalmente, nella nostra società, non vengono favoriti gli orientamenti politici di coloro che vengono tenuti sotto controllo - e per definizione le minoranze fanno parte di coloro che vengono tenuti sotto controllo. Il riconoscimento come gruppo etnico significa l'inclusione dei Rom al livello più basso della società. Questo comporta che anche alcuni attivisti non particolarmente preparati possano fondare le loro associazioni, che alcuni intellettuali possano inserirsi nel mondo dei media, che alcune famiglie vengano promosse a famiglie che hanno la possibilità di esibirsi durante le celebrazioni pubbliche e che alcuni possano lavorare come artisti in campo musicale o delle arti sceniche con uno "sfondo Rom".

Resta la domanda: cosa ne è degli altri? Perché accanto ai Rom autoctoni, in Austria vive un numero maggiore di Rom che sono arrivati in seguito alle migrazioni in cerca di lavoro o come profughi durante la separazione della Jugoslavia dal Kosovo, e anche coloro che hanno cercato di di fuggire dalla povertà trasferendosi in Austria dalla Romania, dalla Bulgaria, dalla Slovacchia ecc. Per questo gruppo non viene fatto niente - per usare un eufemismo . A questo gruppo si applicano le stesse misure restrittive che si applicano ad altri cittadini di paesi terzi e ai cittadini di paesi periferici dell'UE.

Abbiamo sperimentato un esempio a questo riguardo proprio nel progetto ROMANISTAN: abbiamo potuto inserire il rappresentante dell'associazione "Centro Culturale Rom di Vienna" (RKZW) solo perché si tratta di un progetto dell'Unione Europea. Se ROMANISTAN fosse stato finanziato solo dall'Austria, il nostro collaboratore - come Rom migrante - non avrebbe avuto alcuna possibilità di un'occupazione regolare. Egli fa parte di coloro che, dal punto di vista legale, per la sopravvivenza nella società sono costretti a lottare in una zona grigia.

Non è perché lo vogliano, ma perché non hanno a disposizione altre possibilità. Questo elemento della storia dei Rom, come parte costitutiva del segmento sociale "forza lavoro a basso costo", è quello che determinerà in futuro la loro storia.

Una seria soluzione dei problemi dei Rom può essere decisa e realizzata soltanto con i Rom stessi e, d'altro canto, non può escludere un determinato gruppo di Rom, che altrimenti in futuro rischiano si soccombere ad una legislazione discriminatoria.

Di conseguenza, la sfida specifica per l'Austria è quella di chiedersi come si possa trovare una soluzione positiva per tutti i Rom che vivono in Austria in un contesto post-nazista. E questa domanda si colloca poi in un contesto ancora più grande in seguito alla democratizzazione di uno stato piccolo dipendente da altri stati. Tutti gli stati hanno alle spalle una storia differente, ma in tutti una pietra di paragone della democrazia è rappresentata dai Rom e dal modo di rapportarsi a loro.

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Di Martina Zuliani (del 03/03/2013 @ 09:07:33, in Regole, visitato 1351 volte)

The Journal Negare l'etnia Traveller fa dell'Irlanda uno Stato canaglia - Non riconoscere l'etnia dei Traveller crea un pericoloso precedente per ogni governo che neghi i diritti umani, che voglia giustificare il razzismo, scrive Robbie Mc Veigh

1988: Mullhuardart Site. Image: Photocall Ireland

Recentemente il deputato Caoimhghin O Caolain ha chiesto che i Traveller venissero riconosciuti come gruppo etnico. Il ministro Kathleen Lynch ha risposto che non vi sono piani a breve termine per introdurre la legislazione necessaria a tale riconoscimento, ma ha detto che questa ipotesi sta venendo considerata. Robbie McVeigh dichiara che l'approccio del Governo Irlandese è profondamente errato.

MENTRE GLI "ESPERTI" HANNO prospettive differenti riguardo l'etnia, essa non è un fatto soggettivo. Secondo la legge, l'etnia trova radici nella giurisprudenza esistente e perciò un governo non può dire che essa non esista. Inoltre, gli individui non possono ripudiare l'etnia; una persona può dire "non sono un Traveller" ma non si può dire "i Traveller non sono un gruppo etnico".

In altre parole, l'approccio adottato dal Governo Irlandese è profondamente errato; l'idea che tutti i Traveller debbano decidere di essere un gruppo etnico prima che l'etnia Traveller venga riconosciuta è semplicemente sbagliata Non ha fondamenti, ne accademici ne legali.

Quando la connessione tra Traveller ed etnia è stata chiesta in un contesto legale, la conclusione è stata che i Traveller possiedono le due "caratteristiche essenziali" dell'etnia: hanno una lunga storia condivisa di cui sono coscienti ed hanno una tradizione culturale a parte. Nel caso venga richiesta una prova simbolica si potrebbe citare il cimitero traveller di Westview ad Atlanta, Georgia.

Questo conferma che i Traveller arrivarono negli Stati Uniti attorno alla metà del 1800 con un senso della loro identità già sviluppato. Si può anche sottolineare come nessun accademico o avvocato ha mai affermato che i Traveller negli Stati Uniti non siano un gruppo etnico.

Fallimento del Governo
Ritengo che la negazione dell'esistenza dell'etnia Traveller da parte del Governo Irlandese sia pessima per i Traveller.

Nel 2004, il Governo Irlandese, durante la stesura del suo report al Comitato per l'Eliminazione della Discriminazione Razziale delle Nazioni Unite (CERD), dichiarava che i Traveller Irlandesi "non costituiscono un gruppo distinto dalla popolazione maggioritaria nei termini di razza, colore, discendenza o origine nazionale o etnica". In pratica, ciò ha implicazioni negative per il ruolo della legge internazionale - ignorare CERD e tribunali ha implicazioni sui Traveller e l'Irlanda.

In questo senso, la posizione irlandese ci fa diventare uno "Stato canaglia" - la negazione dell'identità crea un precedente pericoloso per qualsiasi governo negazionista dei diritti umani che volesse giustificare il razzismo o il genocidio.

In relazione all'etnia, le comparazioni con l'Irlanda si possono fare osservando Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord. In Inghilterra i Traveller sono riconosciuti come gruppo etnico fin dalla decisione sul caso O'Leary vs Allied Domecq del 2000. Nell'Irlanda del Nord i Traveller sono riconosciuti come gruppo etnico in base all'Ordine sulle Relazioni Razziali del 1997

Negli Stati Uniti i Traveller sono sempre descritti come un gruppo etnico. Vi è una discriminazione contro i Traveller in tutti questi ordinamenti ma vi è anche protezione contro la discriminazione razziale, ciò che invece manca in Irlanda a causa della negazione dell'etnia.

Discriminazione
La negazione dell'etnia è una questione complessa, priva di una risposta semplice. Il Governo insite di continuare ad impegnarsi nel combattere la discriminazione contro i Traveller Irlandesi e ha definito l'appartenenza alla comunità Traveller come un'identità separata sulla quale è illegale fare discriminazioni. Questo non significa dare un livello minore di protezione ai Traveller in comparazione a quello dato ai membri delle minoranze etniche.

Risulta altresì chiaro come la maggior parte dei discorsi sui Traveller Irlandesi in Gran Bretagna ed Irlanda è simile ai discorsi sui gruppi la cui etnia ed esperienza di razzismo è comunemente accettata. Il termine "etnia" è usato anche da molti Traveller Irlandesi per dare un senso all'identità dei Traveller irlandesi e alla separazione dalla società stanziale.

Vi è un immenso numero di prove a sostegno del riconoscimento dei Traveller come gruppo etnico. La continua politica di negazione dell'etnia da parte del Governo irlandese ignora tutte le prove significative ed ha implicazioni negative profonde.

La politica del Governo
In breve, la politica del Governo irlandese sul'etnia Traveller è sia perversa che discriminatoria. Essa ha conseguenze immediatamente negative per i Traveller irlandesi.

Questi ultimi non possono ottenere la protezione automatica data dagli standard regionali ed internazionali sulla "razza" come invece concesso ai Traveller irlandesi residenti in Irlanda del Nord e in Gran Bretagna; questo è direttamente contrario all'impegno sull'eguaglianza dato dal Good Friday Agreement, alla Direttiva Europea sulla Razza e alla Convenzione per l'Eliminazione delle Discriminazioni Razziali.

Dobbiamo aspettarci con inquietudine il giorno in cui uno Stato chiamato a rispondere per l'accusa di genocidio davanti alla Corte Internazionale di Giustizia dica "Non c'è niente a cui rispondere; per noi non erano un gruppo etnico".

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