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L'essere straniero per me non è altro che una via diretta al concetto di identità. In altre parole, l'identità non è qualcosa che già possiedi, devi invece passare attraverso le cose per ottenerla. Le cose devono farsi dubbie prima di potersi consolidare in maniera diversa.

Wim Wenders
-

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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Fabrizio (del 15/11/2009 @ 09:04:30, in Italia, visitato 1374 volte)

pagina.to.it BEINASCO - 11/11/2009 CRONACA -di Gabriella Serravalle

La comunità rom beinaschese è una piccola comunità composta da una trentina di persone. Oggi vivono in una nuova area, inserita, vista la vicinanza al fiume Sangone, nelle aree protette della fascia del Po.
Lasciato il vecchio campo, situato dietro il cimitero, oggetto di esproprio da parte della Provincia di Torino, la comunità ha occupato il nuovo campo situato nel Parco del Sangone, in prossimità della rotonda dei Dragoni, dove nascerà la nuova circonvallazione, nei pressi degli orti urbani.

La nuova sistemazione della comunità è su un terreno di proprietà comunale di 1300 metri quadrati, opportunamente attrezzato e suddiviso in sei sotto aree. Una per ognuna delle sei famiglie rom. Vi si sono trasferiti nell’aprile 2009. In quattro giorni fecero il trasloco dal vecchio campo, situato su un terreno di loro proprietà, al nuovo campo comunale. Sono inseriti in un progetto culturale e sociale che fa capo al Cidis e che coinvolge anche i comuni di Rivalta e Orbassano. A fare da mediazione la cooperativa San Donato di Torino che, oltre a seguire l’intero progetto, ogni due mesi relaziona al comune.

Gabriella Scaperotta è la mediatrice culturale che segue il progetto e il campo beinaschese. «Il trasferimento non è stato facile per loro – dice - Nel vecchio campo si sentivano a casa loro, questa è proprietà del Comune. Devono rispettare le regole che fanno parte del progetto. Inoltre il 21 ottobre dell’anno scorso è morto Hamia Suleymanovic, il loro capo clan. Oggi le famiglie sono un po’ spaesate, manca loro una figura di riferimento».

C’è un vero e proprio programma di inserimento scolastico. Tutti i bambini vanno a scuola regolarmente: tre bambini frequentano la materna, sei le elementari, due le scuole medie, gli altri sono tutti piccolissimi. Gabriella Scaperotta è entusiasta. «Siamo fieri, tutti i bambini vanno a scuola e sono ben inseriti. All’inizio, nel 2007, qualche problema c’è stato. Il risultato raggiunto è ottimo. Avere due ragazze che frequentano le scuole medie, regolarmente, recandosi da sole a scuola, arrivando tutti i giorni puntuali, è per noi un successo inaspettato. Una ragazza ha quindici anni. Per i rom quindici anni è l’età in cui ci si sposa, non in cui si va ancora a scuola. Poi certo a scuola l’integrazione non è totale. Alle feste di compleanno a casa i bambini rom non vengono invitati, ma loro non ci fanno caso. A parte questo Beinasco è sicuramente un comune all’avanguardia, da cui prendere esempio. Qui, su questo tema, siamo avanti, molto avanti». C’è un progetto in cui Beinasco è addirittura comune pilota in Italia: il Coi, progetto sulla salute orale nei campi nomadi.

Il rapporto con l’autorità, rappresentata dalla polizia municipale beinaschese, è ottimo. Kemal, venticinque anni, padre di tre bambini, è sposato con Elisabetta: «Ah sì, Sergio, lui viene spesso a trovarci. E’ bravo». Gabriella Scaperotta: «Sergio è Sergio Florio, comandante della polizia municipale. E’ per loro una figura molto importante è una persona che sa ben rappresentare la legge ma mettendoci un forte lato umano. Loro lo rispettano ma lo considerano un amico. Quando viene qui sgrida i ragazzini che combinano guai e loro lo ascoltano. E’ importante, molto importante».

Il campo ha delle regole precise da seguire. «Una specie di regolamento condominiale. Se seguono le regole bene, altrimenti fuori » aveva affermato perentoriamente Bruno Guarnieri, vicesindaco e assessore al sociale della vecchia amministrazione. La pulizia del campo, l’inserimento scolastico dei bambini, il non arrecare disturbo alla popolazione locale, l’obbligo di vaccinazioni, un progetto di consultorio familiare. Il campo è ben organizzato e pulito. Le sei famiglie che vi vivono, complessivamente trenta persone, di cui una ventina di minori e dieci adulti, hanno ognuna il loro spazio delimitato da una blanda recinzione, la propria roulotte, il proprio punto acqua. Esistono poi gli spazi collettivi: un lavatoio per le stoviglie, un rubinetto d’acqua per lavare i panni, due bagni chimici, cinque bidoni per la raccolta di rifiuti, un generatore di corrente per illuminare il campo la sera.

I panni puliti stesi ai fili della recinzione, i piatti insaponati sul lavatoio, addirittura il tavolino all’esterno della roulotte con il vassoio e le tazzine con il caffè.
Kemal è uno dei capofamiglia: «Abbiamo girato tanti posti ma a Beinasco ci troviamo bene, ci sentiamo accolti, ben integrati. Io voglio vivere sempre qui nel campo, meglio qui che sulla strada. Ci sentiamo più sicuri. Non voglio una casa. Per noi rom il campo è la libertà. La gente qui è abbastanza gentile. Qualcuno si spaventa quando ci vede. Li capiamo, siamo abituati. Ma hanno accolto bene i nostri bambini, questo per noi è molto importante. Non voglio andare via. Quello che ci manca di più sono le docce e la luce, la sera qui è tutto buio. Il generatore funziona per due o tre ore poi siamo immersi nel buio totale del bosco».

Gli fa eco una bella ragazza giovane, vestita in maniera moderna: gonna di jeans, maglietta viola, Patrizia è una ragazza decisa, guarda avanti. E’ una delle poche ad avere la cittadinanza italiana. E’ seduta al suo tavolino, fuori dalla roulotte, dove prende il caffè: «Per me è importante la cittadinanza. Io voglio essere cittadina italiana. Ho combattuto per averla per me e per le mie figlie. Non abbiamo precedenti. E’ importante avere i nostri diritti. Le mie figlie vanno a scuola. Il mio sogno? Una casa. Un giorno forse riuscirò ad esaudirlo. Non voglio vivere per sempre qui».

Arifa è la donna più anziana che vive nel campo. Oggi è vedova, suo marito è morto quattro anni fa. E’ la mamma di quattro figli maschi che vivono tutti nel campo. Kemal è uno di loro. Ha una bella casa-roulotte che tutti le invidiano. Già, perché anche qui c’è chi ha la casa più grande e più bella e chi non ha neanche la porta nella roulotte.

Se la questione nomadi inizialmente è nata per il discorso sicurezza oggi si è estesa al discorso spese. Il campo ha avuto dei costi per la sua creazione, ci sono dei costi annuali. A seguito della stipula dell’accordo di programma tra i comuni di Beinasco, Rivalta, Orbassano, il Cidis e la cooperativa Sociale San Donato hanno richiesto dei finanziamenti regionali.

Sono stati finanziati: il progetto “Tante Culture” (tavolo di lavoro per azioni di integrazione sociale e culturale della popolazione rom) dal settembre 2007 al giugno 2008 per un contributo totale di 25mila euro; il progetto “In-Legale” (interventi per l’integrazione culturale e lavorativa dei soggetti rom) per 12 mila euro; il progetto “Rom in Comune” (interventi a favore delle popolazioni zingare quali tutela minori, sostegno alla genitorialità e prevenzione della devianza minorile). Il Comune ha inoltre approvato un progetto autonomo per “Accompagnamento sociale all’abitare rivolto ai nuclei familiari Rom” redatto dalla cooperativa San Donato con uno stanziamento presunto di 12.700 euro. I costi del progetto previsti sono di 205 mila euro, di cui il 77% sarebbe stato finanziato dal ministero e il 23%, pari a 47mila euro, dai comuni. I costi per interventi strutturali sono stati invece pari a 20.900 euro per la prima sistemazione, e 53.350 per la seconda sistemazione.

L’interrogazione consiliare presentata dall’opposizione è proprio sui contributi al campo nomadi. In particolare sul noleggio dei wc chimici. Proprio per questo si sta valutando la possibilità di realizzare un blocco di servizi che comporterebbe una spesa di 15 mila euro.

Rosalba La Fauci: «Dalle cifre fornite dagli uffici del Comune emergono contributi regionali e provinciali (60 mila euro circa) già impegnati per interventi a progetto.
Risultano ulteriori 107.850 euro spesi da questa amministrazione. Rapportato alle trenta persone che occupano il campo sono una cifra pro-capite non indifferente. Se poi raffrontiamo questa spesa all’impegno finanziario che questa amministrazione dimostra alle famiglie che stentano ad arrivare a fine mese, alle associazioni di volontariato e ai Centri di ascolto che operano sul nostro territorio, vediamo che non corrisponde neanche ad un terzo per tutta Beinasco. Ricordiamo che questo è accaduto grazie a una sconsiderata politica integrativa che allo sgombero ha preferito sanare una situazione inaccettabile, che grava oggi sulle tasche dei cittadini e che ancora oggi, dopo anni, non risulta essere regolata in maniera da garantire il rispetto dei diritti e dei doveri così come richiesto a tutti gli altri abitanti di Beinasco».

Replica il sindaco Maurizio Piazza: «Tralasciando la demagogia, il Governo centrale ha messo milioni di euro in finanziamenti non per abbattere i campi nomadi ma per regolamentarli. Noi seguiamo delle direttive centrali. Le linee sono di regolamentare anche a fini igienico-sanitari. Il presidente del consiglio in una sua ordinanza nomina i prefetti commissari in questa materia. Ecco perché la maggior parte delle spese sostenute sono finanziate. Oltretutto noi siamo convinti di quello che facciamo ed evitiamo strumentalizzazioni. Stiamo anche predisponendo un vero e proprio regolamento. Dire che spendiamo più per i rom che per le famiglie di Beinasco vuol dire vivere su un altro pianeta, non conoscere la realtà della città, dire un mare di bugie. Non stiamo togliendo nulla alle famiglie beinaschesi, stiamo integrando una comunità che fa parte di una minoranza etnica. E siamo orgogliosi dei risultati raggiunti a livello di inserimento. Tutto il resto sono bugie, le solite bugie. Beinasco è il primo comune in assoluto per quel che riguarda le borse lavoro. Ma dove vivono?».

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Di Fabrizio (del 14/11/2009 @ 09:48:05, in Europa, visitato 1319 volte)

A Tarnow il museo sulla storia della Polonia ha da qualche anno una sezione sulla storia e la cultura "romanì".

Il loro sito dovrebbe avere anche una versione in inglese (che però non si apre) : - (

In compenso si può vedere un video, con poco testo e molte belle immagini, sull'esperienza itinerante del museo

Adam Bartosz
Dyrektor Muzeum Okręgowego w Tarnowie
Rynek 20-21
33-100 Tarnów
tel. 014 6212149, 6287250 fax. 014 6261585
NIP: 873-000-76-51

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Di Fabrizio (del 14/11/2009 @ 09:25:35, in musica e parole, visitato 1269 volte)

La Scighera - Via Candiani 131 - Milano - Zona Bovisa (mappa) - Comodo parcheggio fuori dalla stazione della metropolitana
sabato 21 novembre 2009

15.30 - 17.30 - Stage di fisarmonica con Jovica Balval.

17.45 - 19.45 - Stage di Gispy Fusion Dance, con Melissa. Danze dei Balcani, Flamenco Fusion e Danze Mediorientali.

22.00 - Serata di trascinanti ritmi balcanici con I Muzikanti di Balval e le danze Gpsy Fusion di Melissa. Ingresso con tessera Arci.

L'appuntamento su Facebook

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Di Fabrizio (del 13/11/2009 @ 22:30:16, in media, visitato 1181 volte)

Da RadioPopolareRoma

In centinaia vengono cacciati dalla ex fabbrica della Heineken in via dei Gordiani. 150 persone, molte donne e bambini. Dalle 8 del mattino circondati dalle forze di pubblica sicurezza e caricati sui camion per tornare in Romania. Anche questo è il "piano nomadi" dell'amministrazione Alemanno. Interferenze Rom è tutta dedicata a quanto accaduto. Dirette, interviste e il dibattito fra gli ascoltatori.

Durata: 53:19 minutes (24.41 MB)
Formato: MP3 Mono 44kHz 64Kbps (CBR)

Ascolta la puntata del 12 novembre 2009

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Di Fabrizio (del 13/11/2009 @ 09:42:00, in musica e parole, visitato 1197 volte)

Segnalazione di Cosimo Specolizzi

(il link su YouTube)

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Di Fabrizio (del 13/11/2009 @ 09:35:29, in casa, visitato 1572 volte)

Stop agli sgomberi forzati!

Le autorità cittadine, a Roma, hanno sgomberato forzatamente una comunità di circa 400 persone rom. La maggior parte di queste persone, che costituiscono circa 100 famiglie, hanno occupato uno stabilimento abbandonato nelle vicinanze. Se sgomberate da questo stabilimento, le famiglie dovrebbero vivere in dure condizioni in un altro campo improvvisato, o potrebbero essere costrette a vivere all'aperto.

Secondo le Ong locali e i mezzi di comunicazione, all'alba dell'11 novembre, circa 150 ufficiali di polizia hanno sgomberato le famiglie dal campo di via Centocelle, nella parte est della città. Tutti gli accampamenti della comunità sono stati distrutti e circa 20 uomini rom sono stati arrestati, nonostante non si sappia di cosa siano accusati. Le Ong locali affermano che la comunità non ha ricevuto nessuna notifica dello sgombero forzato ne è stata consultata, e che il Comune di Roma abbia offerto rifugi per brevi peridi solo ad alcune donne e ai bambini piccoli, nei dormitori dei senza tetto della città. In base alla legge italiana, le autorità dovrebbero notificare lo sgombero a tutte le persone, o pubblicare un ordine pubblico o un preavviso. In ogni caso, non essendo l'ordine formalizzato in questo modo, la comunità non potrà adire la corte, e fermare o posporre lo sgombero.

Lo stabilimento dove si trovano adesso le famiglie è una proprietà privata, e quindi potrebbero essere sposati in qualunque momento. Nella comunità ci sono circa 140 bambini, di cui 40 frequentano una scuola nelle vicinanze. Lo sgombero minaccia di interrompere la loro scolarizzazione e sconvolgere seriamente la loro educazione.

La maggior parte di coloro che vivono nel campo di Centocelle hanno già vissuto in precedenza uno sgombero forzato. Gli sgomberi forzati precedenti hanno comportato la distruzione di accampamenti, vestiti, materassi, e qualche volta, di medicine e documenti. Si ritiene che tutti questi sgomberi siano stati eseguiti senza le salvaguardie procedurali richieste dagli standard regionali ed internazionali dei diritti umani.

Firma l'appello online: http://www.amnesty.it/flex/FixedPages/IT/appelliForm.php/L/IT/ca/203/P/100


In merito allo sgombero dell’occupazione rom di Via Gordiani, a Roma, Claudio Graziano, responsabile ARCI Immigrazione Roma e Lazio, dichiara che “gli sgomberi polizieschi sono atti scellerati, aumentano i problemi dei Rom e del territorio intero. In questo caso, sono stati sgomberate 200 persone, presenti in modo provvisorio nel Municipio VII da più di un anno, dove il processo di integrazione aveva già dato ottimi risultati. Lo dimostra la presenza delle insegnanti e la direttrice della scuola “Iqbal Masih”, che per tutta la mattina hanno cercato i genitori dei bambini e delle bambine regolarmente presenti in classe, anche oggi. Inoltre, denunciamo che non è stato permesso l’ingresso all’occupazione alle associazioni di tutela, i mediatori culturali, gli interpreti, gli avvocati, gli insegnanti, oltre che ai giornalisti. Questa operazione di sgombero dimostra la continua violazione in Italia e dei diritti umani nei confronti dei migranti e dei Rom; siamo ancora sconvolti dallo sgombero disumano dell’insediamento di S. Nicola Varco a Eboli.

Il Sindaco Alemanno si fa forte con i deboli, non affronta i problemi delle persone ma preferisce cacciare i poveri. Queste azioni violente non risolvono la situazione dei campi Rom presenti sul territorio romano, ma aumentano la confusione ed il disagio. C’è la totale assenza di una programmazione concreta, mentre le dichiarazioni verbali dell’amministrazione comunale rivendicano un impegno inesistente.

Come ARCI e con tutte le associazioni romane, ci chiediamo che tipo di città vuole amministrare questa giunta, se quella delle squadracce che irrompono nelle occupazioni operaie, se quella degli sgomberi dei cittadini poveri, se quella dei pestaggi agli omosessuali e ai migranti. Vorremmo sapere se Roma è ancora la città dell’accoglienza, oppure se quello a cui assistiamo quasi quotidianamente è il nuovo modello di convivenza civile che vuole imporci la giunta comunale.

Non sappiamo dove siano le persone sgomberate oggi, deportate con un pullman chissà dove. L’ARCI pensa che si debba dare una risposta civile a queste situazioni, che si debba arrivare ad un superamento pacifico dei campi rom, dovrebbe esserci accordo tra amministrazione comunale, cittadinanza ed i Rom stessi.

Claudio Graziano resposabile immigrazione ARCI di Roma tel 3356984279-0641734712 www.arciroma.it

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Di Fabrizio (del 12/11/2009 @ 11:24:47, in musica e parole, visitato 1549 volte)

Da Rom Sinti @ Politica

L’Orchestra Sinfonica Abruzzese e l’Alexian Group di Alexian Santino Spinelli eseguiranno due concerti di solidarietà per l’Abruzzo.

I concerti avranno luogo il 13 Novembre a Roma presso il Tempio Valdese di Piazza Cavour alle ore 18,00 e a Lanciano (in Abruzzo prov. Chieti) presso il Teatro Fedele Fenaroli il 14 Novembre alle ore 21.

I concerti sono stati organizzati grazie al contributo delle seguenti associazioni e istituzioni: Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia –FCEI e Tavola Valdese, l’Associazione nazionale Thèm Romanò di Lanciano (Ch), la Ut Orpheus Edizioni di Bologna, la Cooperativa ERMES di Roma, l’Arci Solidarietà di Roma, la Fondazione Casa della Carità di Milano, l’Associazione Altrevie di Roma, la Compagnia Nuove Indie di Roma, l’Associazione Piemonte-Grecia Santorre di Santarosa di Torino, la Deputazione Fedele Fenaroli del Comune di Lanciano, la Federazione Romanì di Roma, la rivista Confronti DIALOG-ARTI di Roma. I due eventi sono stati inoltre promosse da decine di radio e dalle riviste Focus di Milano e Intercity di Pescara.

I concerti avranno il titolo di "Romano Drom" La lunga strada dei Rom e rappresentano un evento artistico unico e originale in cui sarà proposta musica Rom con canti in lingua Romanì composti da Alexian Santino Spinelli, un Rom Abruzzese profondamente legato alla sua terra. I Rom Abruzzesi, cittadini italiani, sono presenti in Abruzzo da oltre sei secoli e sono vicine alle famiglie Aquilane duramente colpite dal terremoto. I concerti saranno introdotti da Roberto De Caro presidente della casa editrice musicale Ut Orpheus che ha pubblicato le musiche che saranno eseguite.

Fin dal Rinascimento i Rom girando di piazza in piazza e di castello in castello hanno influenzato i musicisti colti apportando novità ritmiche e musicali oltre che strumentali. Ma è soprattutto in epoca Romantica, nel momento in cui si affermano i concetti di nazione, radici culturali, folklore locale, libertà etc. che i grandi compositori come Listz, Brahms, Schubert e più tardi Dvorak, Mussoskj, Ravel, Debussy, Bartok, Stravinskj, oggi Goran Bregovic hanno attinto a piene mani dalla tradizione musicale romanì, per la prima volta – in questo evento con la Sinfonica Abruzzese - la musica romanì non sarà assorbita dalla musica classica, ma al contrario l’orchestra sinfonica accompagnerà e si integrerà nella musica romanì.

Il concerto è un viaggio artistico-culturale in cui vengono rievocate attraverso i suoni, le parole e i colori, le radici profonde di un popolo millenario caratterizzato dalle prismatiche sfumature e dalle intensissime emozioni.
Un viaggio nell’intimità della storia e della cultura di un popolo
trasnazionale.

Le musiche proposte in cui si rintracciano gli echi del passato sono quelle dell’ambito familiare che i Rom suonano per tramandarsi, per comunicare e per restare uniti. I canti sono memorie mai scritte in cui si custodiscono valori etici, filosofici e linguistici di un popolo dalle molteplici espressioni.
L’Europa, mosaico culturale, è anche un mosaico musicale e ogni popolo è custode di ritmi e di stili che si sono rinnovati attraverso i secoli.
A questo ricco mosaico culturale europeo anche i Rom, originari dell’India del Nord, hanno dato il loro apporto, con colori e forme distinti.
In molti paesi la cultura romanì è entrata a far parte del folklore locale, spesso il folklore di quei paesi si identifica con la cultura o l’arte romanì: il flamenco in Spagna, i violinisti ungheresi, i cymbalisti romeni, la musica in Russia e nei Paesi della ex Jugoslavia. Alcuni generi musicali derivano dai Rom come la Czardas e Verbunkos, ma anche tanta musica balcanica oltre che il jazz manouches, che è il vero jazz europeo, il cui precursore è stato il leggendario manouche Django Reinhardt.

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Di Fabrizio (del 12/11/2009 @ 09:11:13, in lavoro, visitato 1130 volte)

La Repubblica Genova.it
Hanno tra i 23 e i 50 anni, e provengono da Molassana e Bolzaneto: "Vorremmo creare una cooperativa". Boom di iscrizioni al corso della Provincia: "Così cambiamo il nostro futuro"
di Domenica Canchano

Al corso professionale di sartoria aderiscono tredici donne di etnia rom e sinti. Hanno tra i 23 e i 50 anni, provengono dai campi nomadi di via Adamoli a Molassana, dove risiedono i rom di origine bosniaca, e di via Nostra Signora della Guardia a Bolzaneto, dove i nomadi sono sinti, italiani, di origine piemontese. Il corso è promosso dalla sezione genovese dall'Opera Nomadi in collaborazione con la Provincia. L'appuntamento è presso la sede del Cna. Le presentazioni sembrano un momento liberatorio: «Io mi chiamo Margherita», dice una. «Mezza storta, mezza dritta», aggiunge con tono scherzoso la nipote Silvia, di 26 anni. L'insegnante la riprende, scatenando l'ilarità dei presenti: «Eh no, quando si ha una forbice in mano bisogna andare sempre dritta». Silvia racconta: «Noi siamo italiani di origine piemontese che abitiamo in un campo. Anche per noi è difficile trovare lavoro. Questo progetto ci offre l'opportunità di specializzarci in un mestiere. Ho una bambina di sei anni e solo mio marito lavora. Mia zia fa i panini per la nostra comunità nel campo di Bolzanet». Zekija invece è una donna di 52 anni che proviene dalla Bosnia. E' in Italia da 18 anni, e a Genova sono nati i suoi figli. «La più piccola dei miei sei figli ha 17 anni e fra poco potrà chiedere la cittadinanza italiana. Anche se ho molti dubbi sui tempi di consegna. Due anni fa ho fatto domanda per ottenere la carta di soggiorno e ad oggi non ho avuto risposta».

Fino a poco tempo fa lavorava come bidella, oggi si ritrova ad imparare un nuovo mestiere per diventare economicamente indipendente. Quasi tutte stentano a trovare un impiego e sebbene abbiano altre, Genova è la loro casa: i loro figli e i loro nipoti sono i nuovi genovesi. Salmira, per esempio, ha 23 anni ed è arrivata dalla Bosnia quando era appena una neonata. «Per la precisione avevo poche settimane. Dico sempre che sono bosniaca, ma in realtà tutta la mia vita l'ho vissuta qui». Serena Camedda dell'Opera Nomadi spiega: «Chi frequenta il corso è perché intende proporsi al mondo del lavoro con una base di conoscenza reale della sartoria. La speranza è quello di riuscire ad aprire una cooperativa dove le donne possano svolgere questo lavoro. Sarebbe un ulteriore passaggio all'autonomia». Quello che è certo è che alla fine del corso, previsto per la prossima settimana, le "nuove" sarte otterranno un attestato di frequenza. «In questi cinque mesi ho imparato a fare la gonna - racconta con un filo di orgoglio Semsa, 42 anni - . Pulivo le scale dei palazzi, l'idea di fare la sarta non mi dispiace. Anzi non vedo l'ora che le italiane indossino le mie gonne. La gente onesta esiste, ed è anche fra di noi».

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Di Fabrizio (del 11/11/2009 @ 09:05:01, in scuola, visitato 1372 volte)

Da British_Roma (i link presenti nell'articolo sono tutti in inglese)

Wired.co.uk Drom: il gioco di strada che esplora la vita di strada By Michael Conroy

04/11/2009 - Se casa tua fosse una roulotte e tu vivessi a Londra, dove ti sistemeresti per la notte? Ti sentiresti sicuro? E se dovessi contare solo sulla bontà degli sconosciuti per trovare un posto per rimanere?

Questa è la premessa di Drom, un gioco pervasivo che esplora la precaria vita dei Rom [...] la vecchia generazione del popolo nomade che una volta si muoveva attraverso l'Inghilterra e le altri parti d'Europa, ma che oggi trovano il loro modo di vita sempre più minacciato dall'espansione urbana e dal cambiamento delle leggi consiliari.

Drom (che significa "strada") coincide con la tappa di tre settimane di Shraddha al Teatro di Soho, una storia d'amore tra una ragazza zingara e un giovane immobiliarista, sullo sfondo del trasferimento dell'insediamento rom di Hackney a Londra Est, perché quel terreno è interessato ai lavori per le Olimpiadi di Londra.

I due viaggianti del gioco saranno trasportati attraverso le vie di Londra, cercando un riparo notturno dove parcheggiare in sicurezza, guidati soltanto dai consigli dei giocatori online, che possono inviare suggerimenti via email, Twitter o SMS. I giocatori devono indicare una località ed una motivazione al loro consiglio, ma d'altra parte i viaggianti possono decidere indipendentemente dal capriccio dei giocatori.

Ogni venerdì e sabato durante la tappa di Shradda, i viaggianti sceglieranno un sito raccomandato da un estraneo, piazzeranno il campo e documenteranno i risultati. I progressi verranno tracciati in tempo reale via GPS, e gli stessi viaggianti terranno un video blog sulle loro esperienze. Saranno "spostati" dalle autorità o incontreranno altri fatti fatti spiacevoli, il loro vagare verrà registrato da videocamere nascoste nelle roulotte. Col passare delle settimane si sposteranno a spirale verso il Teatro di Soho, ed il vincitore sarà chi troverà dove passare una notte il più vicino a quella sede.

Simon Johnson, co-fondatore di Simon Games ed uno dei designer di Drom, spiega che lo scopo del gioco è adoperare i mezzi del social networking per creare empatia tra giocatori e viaggianti, e così far crescere la conoscenza della storia e della cultura romanì:

"Abbiamo voluto Drom per evidenziare alcuni dei temi di Shradda, per portarli fuori dal teatro e misurarci con loro attraverso il gioco," dice Evans, che sarà uno dei viaggianti nella roulotte. "Ci siamo focalizzati soprattutto su un aspetto - l'effetto distruttivo della chiusura dei siti sulla vita delle comunità zingare e viaggianti. Vogliamo che la gente consideri cosa farebbe in una simile situazione."

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Di Fabrizio (del 10/11/2009 @ 09:53:36, in lavoro, visitato 1346 volte)

Da Slovak_Roma

L'inclusione dei Rom nella società potrebbe aumentare il PIL dell'11%

Bratislava, 27 ottobre (TASR) - Secondo lo studio "Perdite per l'esclusione dei Rom", l'integrazione sociale dei Rom arricchirebbe la Slovacchia di oltre l'11% del PIL nazionale, dicono gli autori Anton Marcincin e Lubica Marcininova.

Secondo gli autori, non sarebbe il risultato del risparmio dei benefici sociali, quanto un impiego della forza lavoro impiegata, che incrementerebbe il PIL. Lo studio ipotizza che nel 2030 il10% della popolazione slovacca sarà Rom, col 16% della popolazione in età lavorativa o scolastica.

"Se continuiamo ad ignorare i Rom - i loro problemi e sottosviluppo - e non capiremo che tutte le nostre regioni sono del tutto dipendenti dalla forza lavoro locale e dal suo impiego, lavoro, consumo - in molti casi anche dei Rom, un giorno ne sconteremo le conseguenze," ha detto Marcinin.

Ha spiegato che la curva demografica dei Rom è differente da quella della popolazione non-Rom, puntualizzando che se non useremo il loro talento e capacità lavorative, la Slovacchia potrebbe risvegliarsi nel 2020 scoprendo che in alcune regioni della Slovacchia orientale la maggioranza dei Rom è ancora disoccupata. "E non c'è nessun modo di investire lì, perché non c'è niente o nessuno su cui investire," ha aggiunto.

Secondo le stime attuali, almeno 430.000 Rom vivono oggi in Slovacchia (popolazione 5,4 milioni), di cui i due terzi sono in età produttiva. Tra i bambini in età scolare, un settimo appartiene alla minoranza rom. "Gran parte della popolazione rom dipende dal sistema sociale. La cattiva istruzione e il colore differente della pelle sono tra le ragione dei tassi bassissimi di impiego tra i Rom (secondo le stime soltanto il 10% in età produttiva sta lavorando)," elenca lo studio, aggiungendo che la povertà viene trasferita di generazione in generazione.

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