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I bambini rom vanno a scuola ma non sono invitati alle feste
Di Fabrizio (del 15/11/2009 @ 09:04:30, in Italia, visitato 1456 volte)

pagina.to.it BEINASCO - 11/11/2009 CRONACA -di Gabriella Serravalle

La comunità rom beinaschese è una piccola comunità composta da una trentina di persone. Oggi vivono in una nuova area, inserita, vista la vicinanza al fiume Sangone, nelle aree protette della fascia del Po.
Lasciato il vecchio campo, situato dietro il cimitero, oggetto di esproprio da parte della Provincia di Torino, la comunità ha occupato il nuovo campo situato nel Parco del Sangone, in prossimità della rotonda dei Dragoni, dove nascerà la nuova circonvallazione, nei pressi degli orti urbani.

La nuova sistemazione della comunità è su un terreno di proprietà comunale di 1300 metri quadrati, opportunamente attrezzato e suddiviso in sei sotto aree. Una per ognuna delle sei famiglie rom. Vi si sono trasferiti nell’aprile 2009. In quattro giorni fecero il trasloco dal vecchio campo, situato su un terreno di loro proprietà, al nuovo campo comunale. Sono inseriti in un progetto culturale e sociale che fa capo al Cidis e che coinvolge anche i comuni di Rivalta e Orbassano. A fare da mediazione la cooperativa San Donato di Torino che, oltre a seguire l’intero progetto, ogni due mesi relaziona al comune.

Gabriella Scaperotta è la mediatrice culturale che segue il progetto e il campo beinaschese. «Il trasferimento non è stato facile per loro – dice - Nel vecchio campo si sentivano a casa loro, questa è proprietà del Comune. Devono rispettare le regole che fanno parte del progetto. Inoltre il 21 ottobre dell’anno scorso è morto Hamia Suleymanovic, il loro capo clan. Oggi le famiglie sono un po’ spaesate, manca loro una figura di riferimento».

C’è un vero e proprio programma di inserimento scolastico. Tutti i bambini vanno a scuola regolarmente: tre bambini frequentano la materna, sei le elementari, due le scuole medie, gli altri sono tutti piccolissimi. Gabriella Scaperotta è entusiasta. «Siamo fieri, tutti i bambini vanno a scuola e sono ben inseriti. All’inizio, nel 2007, qualche problema c’è stato. Il risultato raggiunto è ottimo. Avere due ragazze che frequentano le scuole medie, regolarmente, recandosi da sole a scuola, arrivando tutti i giorni puntuali, è per noi un successo inaspettato. Una ragazza ha quindici anni. Per i rom quindici anni è l’età in cui ci si sposa, non in cui si va ancora a scuola. Poi certo a scuola l’integrazione non è totale. Alle feste di compleanno a casa i bambini rom non vengono invitati, ma loro non ci fanno caso. A parte questo Beinasco è sicuramente un comune all’avanguardia, da cui prendere esempio. Qui, su questo tema, siamo avanti, molto avanti». C’è un progetto in cui Beinasco è addirittura comune pilota in Italia: il Coi, progetto sulla salute orale nei campi nomadi.

Il rapporto con l’autorità, rappresentata dalla polizia municipale beinaschese, è ottimo. Kemal, venticinque anni, padre di tre bambini, è sposato con Elisabetta: «Ah sì, Sergio, lui viene spesso a trovarci. E’ bravo». Gabriella Scaperotta: «Sergio è Sergio Florio, comandante della polizia municipale. E’ per loro una figura molto importante è una persona che sa ben rappresentare la legge ma mettendoci un forte lato umano. Loro lo rispettano ma lo considerano un amico. Quando viene qui sgrida i ragazzini che combinano guai e loro lo ascoltano. E’ importante, molto importante».

Il campo ha delle regole precise da seguire. «Una specie di regolamento condominiale. Se seguono le regole bene, altrimenti fuori » aveva affermato perentoriamente Bruno Guarnieri, vicesindaco e assessore al sociale della vecchia amministrazione. La pulizia del campo, l’inserimento scolastico dei bambini, il non arrecare disturbo alla popolazione locale, l’obbligo di vaccinazioni, un progetto di consultorio familiare. Il campo è ben organizzato e pulito. Le sei famiglie che vi vivono, complessivamente trenta persone, di cui una ventina di minori e dieci adulti, hanno ognuna il loro spazio delimitato da una blanda recinzione, la propria roulotte, il proprio punto acqua. Esistono poi gli spazi collettivi: un lavatoio per le stoviglie, un rubinetto d’acqua per lavare i panni, due bagni chimici, cinque bidoni per la raccolta di rifiuti, un generatore di corrente per illuminare il campo la sera.

I panni puliti stesi ai fili della recinzione, i piatti insaponati sul lavatoio, addirittura il tavolino all’esterno della roulotte con il vassoio e le tazzine con il caffè.
Kemal è uno dei capofamiglia: «Abbiamo girato tanti posti ma a Beinasco ci troviamo bene, ci sentiamo accolti, ben integrati. Io voglio vivere sempre qui nel campo, meglio qui che sulla strada. Ci sentiamo più sicuri. Non voglio una casa. Per noi rom il campo è la libertà. La gente qui è abbastanza gentile. Qualcuno si spaventa quando ci vede. Li capiamo, siamo abituati. Ma hanno accolto bene i nostri bambini, questo per noi è molto importante. Non voglio andare via. Quello che ci manca di più sono le docce e la luce, la sera qui è tutto buio. Il generatore funziona per due o tre ore poi siamo immersi nel buio totale del bosco».

Gli fa eco una bella ragazza giovane, vestita in maniera moderna: gonna di jeans, maglietta viola, Patrizia è una ragazza decisa, guarda avanti. E’ una delle poche ad avere la cittadinanza italiana. E’ seduta al suo tavolino, fuori dalla roulotte, dove prende il caffè: «Per me è importante la cittadinanza. Io voglio essere cittadina italiana. Ho combattuto per averla per me e per le mie figlie. Non abbiamo precedenti. E’ importante avere i nostri diritti. Le mie figlie vanno a scuola. Il mio sogno? Una casa. Un giorno forse riuscirò ad esaudirlo. Non voglio vivere per sempre qui».

Arifa è la donna più anziana che vive nel campo. Oggi è vedova, suo marito è morto quattro anni fa. E’ la mamma di quattro figli maschi che vivono tutti nel campo. Kemal è uno di loro. Ha una bella casa-roulotte che tutti le invidiano. Già, perché anche qui c’è chi ha la casa più grande e più bella e chi non ha neanche la porta nella roulotte.

Se la questione nomadi inizialmente è nata per il discorso sicurezza oggi si è estesa al discorso spese. Il campo ha avuto dei costi per la sua creazione, ci sono dei costi annuali. A seguito della stipula dell’accordo di programma tra i comuni di Beinasco, Rivalta, Orbassano, il Cidis e la cooperativa Sociale San Donato hanno richiesto dei finanziamenti regionali.

Sono stati finanziati: il progetto “Tante Culture” (tavolo di lavoro per azioni di integrazione sociale e culturale della popolazione rom) dal settembre 2007 al giugno 2008 per un contributo totale di 25mila euro; il progetto “In-Legale” (interventi per l’integrazione culturale e lavorativa dei soggetti rom) per 12 mila euro; il progetto “Rom in Comune” (interventi a favore delle popolazioni zingare quali tutela minori, sostegno alla genitorialità e prevenzione della devianza minorile). Il Comune ha inoltre approvato un progetto autonomo per “Accompagnamento sociale all’abitare rivolto ai nuclei familiari Rom” redatto dalla cooperativa San Donato con uno stanziamento presunto di 12.700 euro. I costi del progetto previsti sono di 205 mila euro, di cui il 77% sarebbe stato finanziato dal ministero e il 23%, pari a 47mila euro, dai comuni. I costi per interventi strutturali sono stati invece pari a 20.900 euro per la prima sistemazione, e 53.350 per la seconda sistemazione.

L’interrogazione consiliare presentata dall’opposizione è proprio sui contributi al campo nomadi. In particolare sul noleggio dei wc chimici. Proprio per questo si sta valutando la possibilità di realizzare un blocco di servizi che comporterebbe una spesa di 15 mila euro.

Rosalba La Fauci: «Dalle cifre fornite dagli uffici del Comune emergono contributi regionali e provinciali (60 mila euro circa) già impegnati per interventi a progetto.
Risultano ulteriori 107.850 euro spesi da questa amministrazione. Rapportato alle trenta persone che occupano il campo sono una cifra pro-capite non indifferente. Se poi raffrontiamo questa spesa all’impegno finanziario che questa amministrazione dimostra alle famiglie che stentano ad arrivare a fine mese, alle associazioni di volontariato e ai Centri di ascolto che operano sul nostro territorio, vediamo che non corrisponde neanche ad un terzo per tutta Beinasco. Ricordiamo che questo è accaduto grazie a una sconsiderata politica integrativa che allo sgombero ha preferito sanare una situazione inaccettabile, che grava oggi sulle tasche dei cittadini e che ancora oggi, dopo anni, non risulta essere regolata in maniera da garantire il rispetto dei diritti e dei doveri così come richiesto a tutti gli altri abitanti di Beinasco».

Replica il sindaco Maurizio Piazza: «Tralasciando la demagogia, il Governo centrale ha messo milioni di euro in finanziamenti non per abbattere i campi nomadi ma per regolamentarli. Noi seguiamo delle direttive centrali. Le linee sono di regolamentare anche a fini igienico-sanitari. Il presidente del consiglio in una sua ordinanza nomina i prefetti commissari in questa materia. Ecco perché la maggior parte delle spese sostenute sono finanziate. Oltretutto noi siamo convinti di quello che facciamo ed evitiamo strumentalizzazioni. Stiamo anche predisponendo un vero e proprio regolamento. Dire che spendiamo più per i rom che per le famiglie di Beinasco vuol dire vivere su un altro pianeta, non conoscere la realtà della città, dire un mare di bugie. Non stiamo togliendo nulla alle famiglie beinaschesi, stiamo integrando una comunità che fa parte di una minoranza etnica. E siamo orgogliosi dei risultati raggiunti a livello di inserimento. Tutto il resto sono bugie, le solite bugie. Beinasco è il primo comune in assoluto per quel che riguarda le borse lavoro. Ma dove vivono?».

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