Rom e Sinti da tutto il mondo

Ma che ci fa quell'orologio?
L'ora si puo' vedere dovunque, persino sul desktop.
Semplice: non lo faccio per essere alla moda!

L'OROLOGERIA DI MILANO srl viale Monza 6 MILANO

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Di Fabrizio (del 23/07/2008 @ 19:23:43, in musica e parole, visitato 1265 volte)

Ricevo da Alexian Santino Spinelli

Memoria di un’infamia

In occasione del:
70° Anniversario del Manifesto degli scienziati razzisti

siete invitati al Concerto di Musica Popolare Europea
musica ebraica e musica rom

Ozen Orchestra
Alexian – Santino Spinelli

e con la partecipazione di
Miriam Meghnagi

Roma, giovedì 24 luglio ore 20,00
Piazza della Repubblica
Ex Magistero – Aula 2 II° piano

Patrocinato dal:
Dipartimento di Scienze dell’Educazione
Master Internazionale Didattica della Shoah

in collaborazione con:
Associazione Thèm Romanò
Associazione Medica Ebraica
Associazione Romana Amici di Israele

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Di Fabrizio (del 23/07/2008 @ 14:16:29, in Italia, visitato 1143 volte)

Da Help Consumatori

22/07/2008 - 16:29 Intervista a Nazzareno Guarnieri, presidente della Federazione "Rom e Sinti insieme": "I campi nomadi non hanno nulla a che fare con la cultura Rom. Serve dialogo diretto con i diretti interessati".

Partecipazione attiva e propositiva e dialogo diretto con la comunità sono i temi che più ricorrono nelle parole di Nazzareno Guarnieri, presidente della Federazione "Rom e Sinti insieme". Proprio ieri è iniziato ufficialmente a Roma, a partire da un insediamento abusivo, il censimento dei campi nomadi della Capitale. Ma i campi nomadi, sottolinea il presidente della Federazione, "non hanno nulla a che fare con la cultura Rom". HC l'ha intervistato per parlare di censimento ma anche della recente mobilitazione della comunità Rom e Sinta e delle ultime proposte del Governo.

Ieri è iniziato ufficialmente a Roma il censimento dei campi nomadi a partire da un insediamento abusivo alla Magliana Vecchia. Qual è la vostra posizione nei confronti di queste iniziative e di questo censimento, che in realtà non riguarda solo Roma ma è in azione anche a Milano e a Napoli?
La posizione della Federazione è molto semplice: siamo sicuramente favorevoli a un censimento della realtà per rilevare la presenza numerica e i tutti i bisogni all'interno della comunità Rom ma siamo nettamente contrari a una schedatura o a un censimento che voglia appunto schedare le persone. Anche perché circa il 90% dei Rom e Sinti che vivono in Italia sono residenti in un Comune e il restante 10% sono le persone più controllate d'Italia perché vengono dalla ex Jugoslavia e hanno uno status giuridico particolare, non essendoci più la ex Jugoslavia e avendo perso l'archivio anagrafico. Oggi bisogna trovare una soluzione politica affinché queste persone abbiano dei documenti. Posso dire che la volontà politica di schedare, di prendere le impronte a Rom e Sinti è solo una vigliaccata della politica per un po' di tornaconto in termini di consenso elettorale. Secondo me tutto questo can can sulle impronte e sul censimento vuole nascondere un dovere della politica: quello di realizzare una politica di integrazione culturale delle minoranze Rom e Sinte. Ancora una volta non si affronta nella giusta maniera un problema che non solo tocca Rom e Sinti ma tocca l'intera popolazione italiana. La convivenza è un valore essenziale, la coesione sociale è un valore irrinunciabile.

Sul vostro blog scrivete che le minoranze Rom e Sinte sono trattate come "rifiuti umani" e sono i "monumenti moderni della segregazione". Come si supera la segregazione?
La segregazione è avvenuta con scelte politiche totalmente sbagliate proposte e realizzate da persone esterne alla nostra comunità. I campi nomadi non hanno nulla a che fare con la cultura Rom. E quando quarant'anni fa dicevo "attenzione che i campi nomadi saranno il nostro inferno" molti mi dicevano che non capivo nulla. Oggi tutti mi dicono che i campi nomadi sono stati un grande errore. Ma quelli che li hanno realizzati sono ancora lì. È chiaro che il campo nomadi crea segregazione, il campo nomadi crea un livello di esclusione molto elevato. Noi proponiamo un dialogo diretto, la Federazione si pone come soggetto rappresentativo, rappresentando 22 associazioni di dodici Regioni italiane. Se il Ministro dell'Interno, o il Ministro degli Affari Sociali, o il Governo, inizia a dialogare con noi, forse si trova la giusta soluzione, condivisa anche dalle minoranze Rom e Sinte, per avviare un percorso di integrazione culturale. Ma questo sembra non interessi a questo governo né a quelli precedenti che hanno sempre rifiutato un dialogo diretto con i diretti interessati.

È questo che intende quando scrivete che la Federazione "Rom e Sinti insieme" si pone come una rete di autorappresentazione? Significa che finora ci sono stati degli intermediari fra Rom e Sinti e istituzioni?
Finora tutte le politiche che sono state realizzate per Rom e Sinti sono state fatte, proposte e realizzate da persone esterne, da Arci, Opera Nomadi, Capodarco e da tante altre associazioni che sicuramente si sono occupate delle nostre minoranze - e a loro va il nostro grazie - ma hanno avuto una lettura interpretativa del mondo Rom. Hanno fatto quanto era loro possibile interpretare ma non c'è mai stato un coinvolgimento attivo e propositivo delle professionalità Rom e Sinte, cioè dei diretti interessati. Per questo si parla molto di partecipazione attiva e propositiva. Spesso questa partecipazione è stata utilizzata in modo strumentale: non è sufficiente essere Rom o Sinti per essere preparati, occorre far partecipare quei Rom e Sinti con la necessaria preparazione. Non posso creare un mediatore culturale di fatto solo perché sono Rom o Sinto ma bisogna fare un percorso formativo. La partecipazione diventa fondamentale. Questo emerge da quarant'anni di politiche sbagliate: l'assenza di partecipazione attiva e propositiva di professionalità Rom e Sinte, in particolar modo in ambito sociale. Le esigenze di sicurezza sono una cosa, le politiche sociali sono un'altra. Occorrono politiche sociali. Solo le politiche sociali possono dare maggior controllo del territorio e maggior sicurezza.

Ha detto che i campi nomadi non sono tipici della comunità e infatti sul vostro sito internet proponete soluzione abitative diverse, come quella della "microarea". Cos'è una microarea? E ci sono esempi in Italia di realtà simili?
Alcuni esempi li abbiamo creati proprio noi della Federazione in Lombardia. Sono terreni prevalentemente agricoli comprati dalle famiglie Sinte dove in accordo con l'ente locale si va a definire la possibilità di costruire un'abitazione per la famiglia allargata di quella determinata famiglia Sinta, con l'obbligo ben preciso che quell'abitazione non può essere posta in vendita. È una soluzione tutta da sperimentare, stiamo provando a lavorare su questo, gli esempi sono molto positivi. Esempi positivi riguardano l'Alto Adige e la Lombardia.

Negli ultimi tempi si è assistito a una mobilitazioni da parte della comunità Rom e Sinta che è scesa in piazza a Roma per rivendicare i suoi diritti e ha tenuto assemblee pubbliche. Si tratta di una novità, sta cambiando qualcosa o queste iniziative c'erano anche prima ma nessuno se n'è accorto?
Sicuramente stanno cambiando delle cose, sicuramente si sente forte le necessità di una partecipazione attiva. Oggi ci si rende conto di quanto sia importante avere anche la partecipazione attiva e propositiva di Rom e Sinti.

Il ministro dell'Interno Roberto Maroni ha detto di voler concedere la cittadinanza ai bambini Rom senza genitori. Secondo lei può rappresentare una soluzione o riguarda una strettissima minoranza?
È evidente che il Ministro conosce poco la realtà Rom anche perché i bambini Rom senza genitori sono veramente rarissimi, veramente molto pochi. Invece c'è una grossa realtà di bambini Rom nati in Italia ma senza documenti perché provengono dalla ex Jugoslavia. Nel nostro documento, presentato a Cecina, abbiamo chiesto la necessità di riconoscere lo stato di apolidia a queste persone. E di riconoscere la cittadinanza a tutti quei bambini, Rom e non, immigrati, che sono nati in Italia. Questo presuppone un cambiamento della legge sulla cittadinanza: non diritto di sangue ma diritto di suolo, cioè i bambini che nascono in Italia sono automaticamente cittadini italiani. È questa la proposta della Federazione. Sicuramente quelle proposte non vanno nella direzione giusta e per questo chiediamo al Ministro Maroni di incontrarci e di dialogare insieme, e insieme di condividere soluzioni utili a tutti i cittadini.

A cura di Sabrina Bergamini

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Di Fabrizio (del 23/07/2008 @ 11:36:42, in Italia, visitato 1631 volte)

Ricevo da Roberto Malini

Pesaro, 22 luglio2008 NOMADI/PESARO: AL SAN SALVATORE MEDICI RIFIUTANO CURE A DONNA ROM MALATA DI CANCRO CEREBRALE PERCHE’ SENZA DIMORA

GRUPPO EVERYONE CHIEDE L’INTERVENTO DEL MINISTRO DELLA SALUTE SACCONI

Questa mattina Mia Copalea, romena di etnia Rom, si è recata con il figlio Ionitz Ciuraru presso l’Ospedale San Salvatore di Pesaro per richiedere una visita medica urgente e un eventuale ricovero in seguito a fortissimi dolori alla testa che da giorni la tormentano, dovuti a un cancro al seno con metastasi cerebrale. Mia ha subito un delicato intervento alla testa a Milano qualche mese fa, prima di trasferirsi a Pesaro con la famiglia, dove non ha trovato altra sistemazione che un edificio abbandonato. Il Gruppo EveryOne, che assiste la donna e i familiari da alcuni mesi, e sta cercando di mettere a punto, in concerto con le istituzioni locali, un programma di inserimento del nucleo familiare con la collaborazione del sindaco Ceriscioli Luca e di Opera Nomadi Pesaro, aveva contattato il professor Antinori, primario di pronto soccorso del San Salvatore, che si era premurato di far prendere in cura immediatamente la donna, vista la gravità della sua situazione. Mia Copalea, recatasi al distaccamento oncologico presso la dottoressa Baldelli, cui la donna era stata affidata, si è vista chiudere le porte in faccia dal distaccamento ospedaliero perché priva di una residenza. "Pur avendo i nostri documenti romeni, hanno impedito il ricovero di mia madre perché qui a Pesaro non ha una casa presso cui prendere la residenza. Si sono rifiutati di farci anche una semplice ricetta medica per prescriverle le medicine più urgenti che le servono per combattere il cancro e il mal di testa" ha spiegato al Gruppo EveryOne il figlio Ionitc. "Le hanno detto, in alternativa" ha continuato "che per poter avere una visita oncologica deve spendere non meno di 3-400 euro".

"Questa è una delle tante battaglie per cui ogni giorno ci troviamo a doverci scontrare con aziende sanitarie, autorità di forza pubblica e istituzioni locali" commentano i leader di EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau. "Questa mattina all’ospedale San Giovanni di Dio di Firenze abbiamo dovuto minacciare un’azione giudiziaria europea perché una giovane donna rom venisse dimessa assieme alla sua bambina appena nata, proprio perché l’azienda sanitaria, i medici e gli operatori sanitari si rifiutavano di lasciare la bambina in consegna alla madre a causa dell’impossibilità di quest’ultima di avere una fissa dimora in Italia. Ciò che sta avvenendo nel nostro Paese" continuano gli attivisti "è sintomo di una completa ignoranza delle norme europee che tutelano i cittadini comunitari e in particolare il popolo Rom, anche dal punto di vista socio-sanitario. Quanto poi al caso di Mia, ricordiamo che il giuramento di Ippocrate impone la cura di un individuo a ogni medico, indipendentemente dalla sua condizione personale e sociale".

Il Gruppo EveryOne si appella al ministro della Salute Maurizio Sacconi affinché intervenga nell’immediato presso il distaccamento oncologico del San Salvatore di Pesaro per far sì che Mia Copalea possa essere accolta al più presto nella struttura ospedaliera, beneficiando di tutte le cure necessarie, come ogni altro essere umano. "Mia sta male" concludono Malini, Pegoraro e Picciau "e ci auguriamo che almeno il Ministro possa avere compassione di quanto di terribile sta colpendo questa famiglia, come moltissime altre nel nostro Paese che non hanno la possibilità di un alloggio e di un lavoro a causa della discriminazione".

Per ulteriori informazioni:
Gruppo EveryOne
Tel: (+ 39) 334-8429527 – (+ 39) 331-3585406
www.everyonegroup.com :: info@everyonegroup.com

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Di Fabrizio (del 23/07/2008 @ 10:54:44, in media, visitato 1065 volte)

Da  Kharl - Un indiano in Tibet

Una delle regole più crudeli è quella che disciplina, nei media, il rilievo che la morte deve avere. Per queste regole gli omicidi non sono tutti uguali, per cui può succedere che un delitto possa finire indistintamente (e spesso inspiegabilmente) in prima o in 17a pagina.

Ad esempio, oggi su Repubblica è proprio in 17° pagina la notizia di un 35enne (Andrea Tartari) ucciso a coltellate sotto gli occhi della fidanzata da un branco di “normalissimi” ragazzi. La colpa: quella di avere chiesto ad alcuni di loro – appoggiati alla sua macchina – di spostarsi.

Si parla molto di “sicurezza” e ricordiamo tutti i titoli a 8 colonne (e le aperture nei telegiornali) riguardanti la tragica morte di Giovanna Reggiani a Roma e di tutto quello che ne è seguito nei confronti degli immigrati prima, e dei Rom dopo.

Leggendo adesso l’assurda morte di “uno che non ha mai litigato con nessuno in vita sua”, mi chiedo chi è che stabilisce l’ordine da dare alle notizie.

Anche io da un po’ di tempo mi sento meno sicuro: solo che la mia insicurezza non è nei confronti di immigrati o zingari, è nei confronti di chi uccide agli incroci stradali, passando con il rosso a 160 Km/h, oppure di chi vuole dimostrare la sua esistenza attraverso prove di forza simili a quelle che hanno ucciso Andrea Tartari, e che sono la logica conseguenza di uno “stile di vita” che TV e maggioranza (non solo politica... purtroppo) sembra ormai avere sposato.

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Di Fabrizio (del 23/07/2008 @ 09:29:22, in scuola, visitato 1598 volte)

By Nick Thorpe BBC News

La decisione potrebbe interessare i bambini Rom dell'Europa

Il Tribunale Europeo per i Diritti Umani ha stabilito che la Croazia non discrimina gli studenti Rom mettendoli a scuola in classi separate solo per Rom.

I bambini, ora di età tra i 14 e i 20 anni, hanno detto di aver sofferto psicologicamente e praticamente, dato che gli è stato insegnato soltanto ad un terzo del programma di studi.

Ma il tribunale ha detto che sono stati separati solo sino a quando non hanno migliorato la lingua.

Un corrispondente BBC dice che la decisione potrebbe avere un impatto su molti paesi nell'Europa Centrale ed Orientale.

In Croazia, come in molti paesi dell'est Europa, è pratica comune per i Rom essere piazzati in classi speciali, od in alcuni casi, in scuole speciali.

Le scuole si giustificano dicendo che spesso i bambini non parlano abbastanza bene bene la lingua nazionale per restare con gli altri alunni, e che le classi speciali sono progettate per aiutarli ad apprenderla.

I consiglieri legali degli alunni replicano che questi sono semplicemente relegati in classi sotto-gli-standard sulla base del colore della loro pelle e che, come risultato dei bassi standard educativi in classi simili. le loro possibilità di trovare lavoro sono significativamente ridotte.

Non essere messi da parte

Una precedente decisione del medesimo tribunale, nel novembre dell'anno scorso, era stata a favore dei Rom della Repubblica Ceca che erano in scuole Rom.

Ma in quell'occasione il tribunale di Strasburgo aveva stabilito che non si trattava di discriminazione etnica.

E' stato trovato che in Croazia, gli alunni erano piazzati in classi Rom all'interno delle scuole primarie ordinarie.

Si è detto che i bambini prendevano parte ad attività extra-curriculari con gli altri bambini, e che non erano separati per il solo essere Rom.

Anita Danka dell'European Roma Rights Centre di Budapest, che ha lavorato attentamente al caso, ha espresso il proprio disappunto sul giudizio.

Rivela che il Tribunale dei Diritti Umani "non è stato capace di vedere che l'istruzione segregata può avere varie manifestazioni", ha detto alla BBC, "inclusa la segregazione nella scuola primaria".

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Di Fabrizio (del 23/07/2008 @ 00:47:41, in Italia, visitato 1404 volte)

Ricevo da Union Romani

DIO MIO, DOVE ANDREMO  A FINIRE?

21.07.2008 / Quando ricevetti la notizia pensai che stavo sognando, che ero vittima di un terribile incubo. Non poteva essere vero quello che ci comunicava Roberto Malini,del Gruppo EveryOne, organizzazione italiana dedita alla difesa dei diritti umani e culturali come alla cooperazione internazionale.

Due bambine gitane, di 11 e 12 anni, sono annegate nella spiaggia di Torregaveta, Napoli, nel modo più strano. Le bambine giravano per la spiaggia vendendo calamite e improvvisamente - cosa strana! - han deciso di fare il bagno. I loro corpi sono rimasti sulla spiaggia completamente vestiti. Però le bambine non erano sole. In  verità erano in quattro. Le altre due, più piccole delle affogate, che sono sopravissute, sono state trattenute dalle autorità. Non possiamo fare a meno di chiederci: Perché non le ridanno ai loro genitori? Perché nessuno da una spiegazione credibile di cosa sia veramente successo?

Però tutto questo, anche se così grave, non è il più terribile. Questa mattina, quando María, la mia giovane aiutante avvocata, è entrata nel mio ufficio, dopo aver conosciuto la notizia, mi ha detto:

- Ma hai visto le fotografie che pubblica il Gruppo EveryOne nella sua pagina web?

Immaginai il peggio. In realtà lo stavo leggendo nel viso di María. Entrai nel sito annunciato e anche se mi costa fatica accettare che l'essere umano sia arrivato a tale grado di insensibilità, di durezza di animo, di disprezzo della condizione umana, che avesse potuto comportarsi come quelli che stavano accanto ai cadaveri delle povere bambine gitane.

Me lo ha confermato Roberto Malini, leader ed attivista seriamente impegnato nella causa della difesa dei gitani. Violeta e Cristina, che sono i nomi delle due bambine, sono morte affogate. Permettetemi di trascrivere le sue parole (in italiano nel testo ndr) per non togliere forza alla sua denuncia: "Dopo la tragedia, la sorprendente reazione di una parte della spiaggia: i bagnanti hanno continuato a pranzare e a prendere il sole, come se nulla fosse successo. “Abbiamo recuperato quei corpi tra l´indifferenza generale”, dice sdegnato Pasquale Desiato, l´autista del 118."

Terribile incredibile. Le povere gitane morte sulla spiaggia e la gente che prende il sole a lato, a pochissimi metri. La gente ha continuato a fare il bagno, bevendo e mangiando vicino ai corpi delle sfortunate bimbe. E quando sono arrivate le pompe funebri per mettere i corpicini nelle bare, i bagnanti non hanno cambiato atteggiamento. Hanno continuato a prendere il sole, coraggiosamente, mentre la terribile scena aveva luogo davanti le loro stesse narici bruciate dal sole e dai loro corpi seminudi sulle amache e sulla sabbia. (vedi anche questo mini-video ndr)

Dio mio. Cosa sta succedendo qui? Le povere bambine uscirono dall'acqua vestite. I loro corpi sono rimasti sulla sabbia, coperte parzialmente, durante più di due ore, "davanti all'indifferenza generale" come ha detto il soccorritore.

Non mi restano parole per manifestare il mio dolore. Voglio soltanto elevare al cielo una preghiera secondo il messaggio di una canzone popolare "Chiedo solamente a Dio che il dolore non mi sia indifferente. Chiedo solamente a Dio che l'ingiustizia non mi sia indifferente. Chiedo solamente a Dio che il futuro non mi sia indifferente."

Juan de Dios Ramírez-Heredia
Presidente de Unión Romaní.

Se volete vedere le tristi fotografie di cui parliamo, questo è il link

UNION ROMANI
Dirección Postal/Postal Address:
Apartado de Correos 202
E-08080 BARCELONA (Spain)
Tel. +34 934127745
Fax. +34 934127040
E-mail: u-romani@pangea.org
URL: http://www.unionromani.org/index_es

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Di Fabrizio (del 22/07/2008 @ 16:28:18, in blog, visitato 1175 volte)

Ho ricevuto una mail da un'amica: mi dice che ogni volta che apre questo sito le appare un alert dell'antivirus. A me non è mai capitato (anche usando diversi computer) e nessuno sinora mi aveva mai segnalato niente del genere. E' capitato anche a voi?

Per favore, fatemelo sapere, tramite i commenti o scrivendomi per email.

Grazie,

Fabrizio

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Di Fabrizio (del 22/07/2008 @ 09:23:26, in Regole, visitato 1238 volte)

Ricevo da Roberto Malini

COMUNICATO STAMPA 21 luglio2008

ROM, GRUPPO EVERYONE A MARONI: "MA CITTADINANZA A QUALI BAMBINI ABBANDONATI? SOTTRATTI ALLE FAMIGLIE DALLE ISTITUZIONI"

Il ministro dell'Interno Roberto Maroni ha dichiarato che nei prossimi giorni proporrà al Governo la concessione della cittadinanza italiana ai bambini Rom senza genitori nati in Italia. La proposta ha sollevato un coro di domande da parte delle organizzazioni dei diritti umani, dei politici e dei semplici cittadini, tra tutte: quanti sono gli orfani o i trovatelli Rom nati in Italia? E fra questi, quanti sono quelli che non hanno parenti stretti a cui essere affidati?

"Dopo attenta riflessione," commentano i leader del Gruppo EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau "abbiamo identificato i bimbi e i minori cui si riferisce il ministro Maroni. Sono i bambini rom sottratti dalle autorità e dai servizi sociali dei comuni italiani con l’avvallo dei Tribunali per i minorenni – in una parola, dalle Istituzioni – ai loro genitori, con provvedimenti illegittimi, già denunciati dall'europarlamentare ungherese Viktoria Mohacsi alla Commissione europea. Centinaia di bambini Rom sono stati sottratti alla potestà dei loro genitori, spesso addirittura al momento del parto, con la scusa che le madri non avevano un domicilio né un lavoro. Nella maggior parte, si trattava di genitori romeni di etnia Rom. Le motivazioni alla base dei provvedimenti sono, in realtà, false e pretestuose," continuano gli attivisti "perché le madri e i padri dei bambini 'rubati' avevano praticamente nella totalità dei casi domicilio in Romania, un domicilio proprio o presso parenti. In diversi casi, inoltre, le madri colpite dal terribile provvedimento erano ospitate presso centri di accoglienza o alloggi privati, messi a disposizione da volontari".

Il Gruppo EveryOne presenterà nei prossimi giorni un dossier alle Istituzioni europee e all'Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, nonché ad alcuni Parlamentari italiani, in cui sono esposti i vizi delle procedure, gli innumerevoli abusi e una nutrita documentazione riguardante i casi più emblematici. "Vi è molta ignoranza, da parte di autorità, servizi sociali, aziende sanitarie e Istituzioni in genere," proseguono i rappresentanti di EveryOne "riguardo alla direttiva europea sulla libera circolazione 2004/38/CE, che permette ai cittadini romeni e così a tutti i comunitari di transitare liberamente nel nostro Paese senza l’obbligo di permessi di soggiorno o altra documentazione speciale. Sono altrettanto sconosciute le normative internazionali che tutelano i diritti delle minoranze e dei bambini e, purtroppo, vi sono molti interessi – di vario genere – legati alle procedure di affidamento dei minori a famiglie italiane e comunità. Quello che colpisce di più, tuttavia," concludono "è il fatto che non venga considerato il domicilio dei genitori in Romania. Togliere i loro i figli perché si trovano in Italia senza un luogo stabile in cui vivere corrisponde a mettere in atto le stesse procedure nei confronti di cittadini comunitari in vacanza in Italia, magari in una tenda o di passaggio in una città".

"In realtà," denuncia l’attivista Rom Nico Grancea, membro EveryOne, "si è voluto costringere i Rom romeni a tornare in patria, sotto la minaccia di perdere i loro bambini. Non a caso, nell'ultimo anno, ben 27mila cittadini Rom romeni, fuggiti dal'Italia, sono stati accolti in Francia, Spagna, Portogallo, Grecia e Romania. Sono Paesi che vanno lodati, perché hanno evitato una catastrofe umanitaria. In Italia si è verificata un'espulsione di massa camuffata da provvedimento a tutela delle famiglie".

"Il ministro Maroni" conclude il Gruppo EveryOne "si è reso conto dello spaventoso abuso commesso e sta cercando di correre ai ripari concedendo la cittadinanza italiana ai bambini sottratti illegittimamente. E' importante che le Nazioni Unite intimino all'Italia di interrompere immediatamente le sottrazioni di bambini alle famiglie Rom, le espulsioni di massa, la purga etnica in corso, e che la Commissione UE e il Parlamento europeo formalizzino al più presto sotto forma di una direttiva gli obblighi umanitari cui l’Italia - come tutti i Paesi membri dell'Unione - si deve attenere".


Per ulteriori informazioni:
Gruppo EveryOne
Tel: (+ 39) 334-8429527 – (+ 39) 331-3585406
www.everyonegroup.com :: info@everyonegroup.com

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Di Fabrizio (del 22/07/2008 @ 09:15:28, in Regole, visitato 1362 volte)

Ricevo da Sara

Dal Secolo XIX

21 luglio 2008 Donata Bonometti - C’è una bambina rom di un anno e mezzo che si è "persa" per la città. Non la trova la mamma, non la trova il suo avvocato. Il tribunale dei minori è fermo nel negare ogni tentativo di incontro, di avvicinamento di una madre, fin qui non colpevole di alcun reato, e soprattutto impedisce a una bimba così piccola e che non conosce ovviamente una parola di italiano, di rivedere un volto familiare dopo cinque mesi di separazione.

Sembrerebbe una storia alla rovescia. Chi è perennemente messo all’indice come ladro di bambini, si trova nella condizione di chiedere che fine hanno fatto i suoi.

La macchina della giustizia ha i suoi tempi, spesso anche rispettabili, ma l’avvocato Enrico Bet, il cui studio legale è specializzato sul diritto della famiglia e dei minori, e nel caso specifico è il riferimento di questa famiglia rom-romena, si chiede con preoccupazione in che stato d’animo viva questa piccola missing.

Ricoverata inizialmente al Gaslini, non per malattia ma per offrirle temporaneamente un letto, in seguito potrebbe essere stata data in affido a una famiglia, oppure mandata in una struttura.

«Certo è che per interrompere i rapporti fra genitori e figli devono essersi consumati atti gravissimi di abbandono morale e materiale. E per quel che riguarda la madre non mi risulta sussistano», precisa l’avvocato.

Quanto al padre, il discorso è diverso. Nell’inverno scorso l’uomo, che abita con la moglie e la figlia e con un fratello con la sua famiglia, (quest’ultimo persona abbastanza perbene con un lavoro regolare), in un appartamento (forse occupato abusivamente) nei pressi di Milano, litiga con la moglie e se ne va trascinando con sé la bambina.

Dopo qualche settimana lo intercettano mentre scende dal traghetto su una Porsche Cayenne, la bambina sul sedile posteriore e quindici chili di cocaina. Fa la fine che merita: in galera.

Ma anche per la bambina inizia un percorso quasi punitivo, segregante: prima in ospedale al Gaslini, poi chissà. L’avvocato Bet racconta di aver chiesto più volte al tribunale un incontro protetto, anche alla presenza dei carabinieri, pur di far vedere la mamma alla piccola, per rassicurarla, per dimostrarle che la mamma non è stata inghiottita dal nulla. Dice: «Che mai può passare nella testolina di una bimba di quell’età se non vede la sua mamma da mesi?». Ma il permesso gli è stato negato. Non è riuscito neppure a sapere dove la bambina è stata accolta. Ancora dal Gaslini, da una comunità, da una famiglia?

Si dice che siano in corso delle indagini supplettive su questa famiglia che è senza dubbio squinternata, e siccome nei vari interrogatori sono tutti caduti in contraddizione più volte, pare ci sia il fondato sospetto che la madre in qualche modo sapesse. Di più: che fosse complice. Che avesse acconsentito all’uso della bambina per distrarre i finanzieri. Fondato sospetto ma fin qui non confermato da alcuna prova, garantisce l’avvocato Bet. E per la bambina, che non c’entra proprio niente, la punizione dell’allontanamento. «E comunque sia - commenta Bet - fermo restando che fin qui la complicità della madre non è stata provata, se ci mettessimo a togliere i figli a tutti coloro che spacciano, ci sarebbero le comunità che scoppiano».

Il giudice Marina Besio conferma il fatto che la bambina è stata separata da mesi oramai dalla madre e che non è stato concesso un incontro. Premette «Mi sto occupando di questa bambina, tanto quanto mi occupo degli altri. E non vorrei che si speculasse sul fatto che è una bambina rom». Insomma stessi tempi e stessi modi.

Il magistrato precisa che le indagini supplettive non riguardano eventuali reati commessi dalla madre, perché questa indagine non è sua competenza, ma sta svolgendo un’inchiesta per accertare le capacità genitoriali di questa donna, le risorse educative. Insomma sta cercando di capire se è una madre in grado di esserlo. Successivamente deciderà se restituire o no la piccola alla sua famiglia.

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Di Fabrizio (del 22/07/2008 @ 09:10:00, in lavoro, visitato 1423 volte)

Da Mundo_Gitano

Spagna: I Gitani rumeni si allontano dallo stereotipo
Por: JOAN M. OLEAQUE
La maggioranza lavorano, non sono nomadi, hanno figli scolarizzati e scommettono sull'inserimento

Valencia - 14/07/2008 - Si chiama Mirela, ha 17 anni, è gitana rumena. Come altre  ragazze, segue un corso per imparare ed essere salariati. Lo fa nella sede di Valencia della Fundación Secretariado Gitano. Veste alla maniera occidentale, senza ori e gonne lunghe.

L'estetica gitana dell'Europa dell'Est è più eterodossa di quanto crediamo. In parte, è legata a differenti sottogruppi di individui. Ci sono i tradizionalisti ed i più modernizzati. I più chiusi sono poco penetrabili, rari da inserire. I più aperti entrano ed escono dalle strutture della società maggioritaria cercando legami.

Mirela vuole essere parte attiva del paese dove vive adesso. Non è un buon momento, neanche per le politiche migratorie. Però con la sua attitudine, la ragazza contraddice tutto quello che ha giudicato della sua etnia Gianfranco Fini, presidente della Camera dei Deputati italiana. L'ex leader di Alleanza Nazionale ha detto in pubblico che risulta impossibile fare qualcosa col popolo rom. Secondo lui, i gitani dell'Est considerano "lecito" rubare, non lavorare e prostituirsi. Queste tipiche accuse, oltre ad un oscuro collegamento dei gitani rumeni con delitti e scandali, sono state brandite dal Governo di Berlusconi per espellerli e per prendere loro le impronte - minori inclusi -. Quello che è stato condannato dal Parlamento Europeo e che è proibito dall'articolo 14 della Convenzione Europea per la Protezione dei Diritti Umani e delle Libertà Fondamentali.

Anche in Spagna sono collegati popolarmente - però non in modo politico - con malefatte di ogni tipo. Isolamento, violenza, inciviltà, delinquenza ed estorsioni a minori sono assunti come qualcosa di unico alla loro esistenza. Tuttavia, Mirela, in un castigliano che ha imparato guardando la tv, prova a resistere in modo abbastanza logico. "La mia famiglia vive del ferro, lo raccoglie, lo vende, è un lavoro che i valenciani non vogliono fare. Io arrivai a 14 anni, scappammo dalla Romania perché lì non avevamo niente", dice. "Arrivammo per provare ad avere qualcosa. Non è quello che cercano tutti?" si chiede.

La differenza è che loro, come collettivo, sono perseguitati da un forte stigma di paria. "Tuttavia molti di loro stanno facendo sforzi reali per integrarsi", indica José María Martínez, del Secretariado Gitano, tecnico del programma di inserimento per il popolo rom. "Solo nella Comunità Valenciana abbiamo mantenuti contatti con circa 400 gitani rumeni e bulgari, ed abbiamo incontrato pochi esempi di delinquenza o di sfruttamento di minori". "Però questi casi, quando ci sono, generano molto conflitto e finiscono intossicando il resto". Secondo José Sánchez, responsabile dell'Impiego nella nazione di questa organizzazione, "potrebbero esserci circa 50.000 gitani dell'Est nel nostro paese, ed una parte importante è arrivata per restarci". Nella provincia di Valencia la cifra comprenderebbe 3.000 individui (del resto della Comunità Valenciana non esistono cifre certe). Secondo José María Martínez, "predominano quelli che mostrano una buona adattabilità al sistema". "Quello che succede è che sono diluiti e non li relazioniamo con quelli che percepiamo essere gitani dell'Est", aggiunge.

Marius, per esempio, è uno di questi rom che ha aperto il cammino. E' evangelico ed è da molti anni nel nostro paese. "Faccio da autista per gente che lavora nel campo, ho i miei permessi, pago l'affitto", espone. "In Spagna non si vive di storie, non si può: io lavoro 60 ore la settimana".

Mentre racconta, condivide il tavolo in un caffè con Vasil, un bulgaro sulla trentina - il 20% dell'immigrazione gitana dell'Est Europa nella Comunità Valenciana è della Bulgaria - che ha fatto ogni tipo di corsi di formazione ed ha inviato decine di offerte di lavoro. "Ho vissuto in una cassa di cartone, sotto il ponte, poi ho lavorato in un circo", dice. "Qui uno può aprirsi il cammino, però con molto sacrificio", ragiona.

Forse, l'offensiva contro i gitani in Italia può presentare il trattamento della Comunità Valenciana come una migliore possibilità. "Non credo che ne verranno altri", spiega Marius. "Noi gitani ci siamo rivolti alla Spagna e Valencia perché avevano immagine di accoglienza. Tanto la Romania che le Bulgaria formano parte dell'Unione Europea. Una moratoria pone ostacoli, cioè i loro immigrati in Spagna possano lavorare come dipendenti sino al 2009.

Nelle parole di Helena Ferrando, coordinatrice del Secretariado Gitano, "quelli che sono da meno tempo nel nostro paese, si vedono costretti all'economia sommersa e non a quella che li liberi". "Erano radicati nel loro paese e pretendono esserlo qui, solo che sono nomadi per cercare lavoro", continua. "La maggioranza parla o intende il castigliano". Quelli chiamati pisos-patera, con tutte le polemiche collegate, sorgono quando le famiglie senza tetto si mischiano con quanti hanno potuto avere qualcosa. "L'evacuazione non risolve nulla", ragiona Ferrando, "i gruppi si trasferiscono, okupan qualcosa, li si rigetta e così all'infinito". Non è raro vedere gitani di mezza età con le mani deformate e bruciate. Sono così per aver tentato di procurarsi luce elettrica irregolarmente (l'acqua viene presa dalle fontane). Non è raro vedere bambini con la faccia piena di punture di insetti. Però, se possono, non se ne vanno: un ragazzo gitano perse le braccia in un incidente in Romania. Si trasferì con la famiglia a Valencia per cercare da vivere. Morì. I suoi tornarono al loro paese per seppellirlo. Però ritornarono nel nostro paese per continuare a sopravvivere. Secondo José María Martínez, "un 70% delle famiglie rom già ha i figli scolarizzati in Spagna".

A tutti è costato molto viaggiare dalla Romania - molte volte via mafia - alle grandi città spagnole. Di seguito, si sono ripartiti secondo aspettative lavorative. Per conoscerle, hanno prima contattato familiari o conoscenti che erano qui. Avilés, Oviedo, Andalucía, Murcia, Comunità Valenciana, Badalona e Madrid sono le grandi zone della presenza gitana dell'Est. La campagna, le costruzioni o la musica ambulante, sono, come la raccolta del ferro, mezzi di sussistenza. Ne Las pateras del asfalto, uno dei primi saggi scritti sugli immigrati gitani in Spagna, il suo autore, Joaquín López Bustamante - direttore della pubblicazione Cuadernos Gitanos - indicava che la presenza dei rom i Romania si avvicinava "ai due milioni e mezzo di persone. Però non c'è altro paese in cui essere gitano tenga peggior valore sociale", aggiunge.

"Qui, almeno, sperano di avere un'opportunità", dice Miguel Monsell, dell'entità Cepaim e dell'Osservatorio Lungo Drom, un programma europeo che ha analizzato la presenza gitana immigrante nella costa mediterranea. "La donna è la responsabile dell'istruzione, il maggior motore per l'inserimento".

Anche l'elemosina, sola o con i bambini quando è il caso, l'uomo non la svolge. "Sono arrivate soprattutto persone tra i 20 e i 39 anni", precisa Monsell. "I più giovani sono quelli che hanno il migliore inserimento", espone. "C'è un 1% con studi universitari, ed il 10% con l'equivalente della Formazione Professionale",  chiarisce.

"Questo non facilita il trovare lavoro", spiega Nadja, di vent'anni, emigrata di recente dalla Romania perché lì non poteva sopravvivere. Ora, assieme a suo figlio e altri nove familiari, occupa un edificio disabitato nel centro di Valencia. Vuole frequentare un corso di servizio domestico. "Però se devo raccogliere il ferro, non ho tempo", si lamenta. Lei e suo marito fanno diversi km. ogni giorno. Dal sorgere del sole alla notte cercano e ricercano nell'immondizia. Poi con un carrello di supermercato lo portano ad una fabbrica.

Lontano, sulla spiaggia, altre famiglie rumene raccolgono rottami. Sono sul punto di essere sgomberate. Occupano una proprietà pubblica abbandonata a cui nessuno ha mai fatto molto caso. Sinora. Vasil, 25 anni e 5 figli, ha un veicolo e fa viaggi continui per portare il ferro ai compratori. Si paga 20 centesimi al kg. Guadagna di solito tra i 15 e i 20 € al giorno. Chi lo conosce dice che è di carattere socievole. Oggi non si mostra così.

Neanche un suo familiare, Ghorghe, che lavora con lui, e che, a differenza di Vasil, non parla spagnolo. Con loro ci sono bimbi piccoli, ragazze giovani, donne più anziane. Queste ultime sono le più imbronciate. "Alla fine non serve integrarsi", espone Vasil. "Non abbiamo voglia di parlare, né di comunicare", dice. "Il motivo? I giorni passano, e tutto peggiora", conclude.

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