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La redazione
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Frances Oliver Catania (del 25/05/2013 @ 09:00:35, in Kumpanija, visitato 1251 volte)



Giovedì 6 giugno 2013 alle 21,00, ingresso ad offerta libera
CGIL Salone Di Vittorio - Piazza Segesta 4, con ingresso da Via Albertinelli 14 (discesa passo carraio) a Milano

"Io, la mia famiglia Rom e Woody Allen" di Laura Halilovich - Italia - 2009 - con la presenza di Frances Oliver Catania, che ha seguito la comunità di Pessano con Bornago (quella della nonna della regista, raccontata nel film)

Il film fa parte della rassegna HO INCONTRATO ANCHE DEGLI ZINGARI FELICI V Edizione, dedicata alle donne Rom, organizzata dall'Associazione La Conta in collaborazione con: l'Associazione "Aven Amentza - Unione di Rom e Sinti", Associazione "ApertaMente di Buccinasco" e la Redazione di Mahalla - Rom e Sinti da tutto il mondo

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il Messaggero

Blitz con sagome in 16 città per la nuova campagna di sensibilizzazione

ROMA - Sagome di cartone bianche e rosse raffiguranti bambini che lanciano accuse tremende, come "mi hanno rubato l'aria pulita", "mi hanno rubato la mensa scolastica", "mi hanno rubato una casa tutta mia", "mi hanno rubato il futuro", posizionate in punti strategici dei centri storici: con questa azione "aggressiva" è partita in 16 città italiane la campagna di Save the Children "Allarme infanzia", che vuole accendere i riflettori sulla condizione dei minori in Italia.

Secondo un rapporto dell'organizzazione, infatti, siamo agli ultimi posti in Europa - peggio solo Grecia e Bulgaria - per "povertà di futuro" di bambini e adolescenti, deprivati di opportunità, prospettive e competenze. In un dossier lanciato oggi in concomitanza con l'inizio della campagna, dal titolo "L'Isola che non sarà", Save the Children denuncia che il nostro Paese è sette volte in fondo alla lista nell'Ue a 27 sui principali indicatori relativi all'infanzia.
Quattro le principali "ruberie" ai danni di bambini e adolescenti: il taglio dei fondi per minori e famiglia, la mancanza di risorse per una vita dignitosa, il basso livello di istruzione e il lavoro. L'Italia è al 18mo posto per la spesa per l'infanzia e la famiglia, pari all'1% del pil. Quasi il 29% di bambini sotto i 6 anni vive ai limiti della povertà, tanto che il nostro paese è al 21mo posto in Ue per rischio povertà ed esclusione sociale fra i minori di età 0-6 anni e il 23,7% vive in stato di deprivazione materiale. Ancora, il nostro Paese è al 22mo posto per quanto riguarda il basso livello d'istruzione, per dispersione scolastica ed è all'ultimo posto per tasso di laureati.

Quanto al lavoro, i giovani disoccupati sono il 38,4% degli under 25, il quarto peggior risultato a livello europeo, mentre i neet (giovani che non lavorano e non sono in formazione) sono 3 milioni e 200.000 e posizionano l'Italia al 25esimo posto su 27. Save the Children ha voluto anche sondare le paure per il futuro dei ragazzi e dei genitori, in una nuova indagine realizzata da Ipsos, che attesta come il 25% degli adolescenti ritenga che il proprio futuro sarà più difficile rispetto a quello dei genitori e che un ragazzo su 4 (il 23%) pensa di andare all'estero per assicurarsi un'opportunità e l'80% dichiara di aver fatto delle rinunce a causa della crisi. Preoccupante è il dato sull'aumento delle disuguaglianze per l'accesso all'università: il 30% dei genitori non ce la fa a pagare la retta dei figli. Per il 41% di madri e padri gli aiuti economici diretti alle famiglia dovrebbero essere la più urgente misura anti-crisi del governo. Solo il 16% dei genitori pensa che i figli riusciranno a realizzare i loro sogni e ad avere una vita migliore della propria.

"Il generale impoverimento delle giovani generazioni - commenta il direttore generale di Save the Children Italia, Valerio neri - va in parallelo con una colpevole e annosa disattenzione nei loro confronti, che si sta traducendo in una gravissima privazione di prospettive e, in una parola, di futuro. Cancellare il futuro di bambini e ragazzi significa compromettere il futuro dell'intero Paese". L'organizzazione chiede dunque un piano specifico di contrasto alla povertà minorile, un piano d'investimento a favore dell'istruzione pubblica e un nuovo piano per l'utilizzo dei fondi europei.

L'allarme di Save the Children è stato subito raccolto dal Garante per l'infanzia e l'adolescenza, Vincenzo Spadafora, che si augura che "la paura di cui parla Save the Children, e che personalmente confermo dal mio punto di vista di istituzione che si occupa dei diritti dei minori, possa finalmente servire da stimolo a tutti noi per intraprendere quanto prima decisioni utili a interventi urgenti e strutturati in favore delle politiche per i minori e i giovani. Il loro diritto a una vita piena di speranza deve essere un nostro dovere".

E anche il sottosegretario all'Istruzione, Marco Rossi-Doria, prende impegni concreti: "possiamo cominciare dalla scuola - dice - estendendo le azioni messe in campo contro la dispersione scolastica, aumentando il tempo scuola e le occasioni di socialità positiva nelle aree difficili. Porterò avanti questo impegno come sottosegretario all'Istruzione".

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Di Sucar Drom (del 23/05/2013 @ 09:03:18, in Italia, visitato 1365 volte)

TRENTOTODAY

Inchiesta esclusiva di Mattia Pelli* sul recente sgombero avvenuto nella zona di Trento Nord (ex Sloi) da parte delle forze dell'ordine e del personale dell'azienda sanitaria. Le immagini e il video girato dall'unico giornalista presente sul posto - 20 Maggio 2013

Cadenti costruzioni in cemento, simbolo passato di una fede mortifera nel progresso; fitta vegetazione dal verde inquietante, debordante dai vecchi muri; una strana processione guidata da uomini con mascherina seguiti da un piccolo drappello di miserabili. Questo avrebbero visto coloro che si fossero trovati a passare davanti alla ex Sloi di via Maccani a Trento lo scorso mercoledì 15 maggio. E appena girato l'angolo, due ambulanze e un piccolo concentramento composto da assistenti sociali del comune, polizia in borghese, personale sanitario, vigili urbani. E poi loro: 40 Rom rumeni, uomini e donne, giovani e anziani (ma non minori), che da anni ormai vivono nell'area che fu un tempo sede della produzione di piombo tetraetile, ancora presente in pericolose quantità nel terreno. Ma alle cinque di mattina di passanti in via Maccani ce ne sono proprio pochi e gli stessi organi di stampa non erano stati avvertiti dell'operazione coordinata dalla Questura.(Guarda il video di Mattia Pelli).

I Rom accampati all'ex Sloi sono stati svegliati verso le cinque del mattino da poliziotti in borghese che - coadiuvati dagli assistenti sociali del Comune di Trento, dal personale sanitario, dai vigili urbani e da una mediatrice culturale (circa 25 persone in tutto) - hanno convinto nove di loro a recarsi all'ospedale S. Chiara per sottoporsi ad esami radioscopici e verificare se erano affetti da tubercolosi, malattia estremamente pericolosa e - in alcune fasi - molto infettiva, in grado di mettere a rischio la salute del portatore e di chi gli sta intorno.

Una donna è risultata positiva al test radiografico, ma ulteriori esami hanno mostrato come la malattia non fosse in fase contagiosa e quindi la Rom è stata lasciata andare. Gli altri sono stati tutti portati in Questura e identificati. Ventisette di loro sono stati colpiti da un provvedimento di allontanamento, come prevede la legislazione italiana nei confronti di cittadini comunitari che dopo tre mesi non abbiano richiesto e ottenuto un certificato di residenza e non possano dimostrare di possedere i mezzi di sostentamento necessario. Dovranno quindi lasciare l'Italia e se trovati nonostante questo sul territorio del nostro paese potranno essere puniti con la reclusione da uno a sei mesi e con un'ammenda da 200 a 2000 euro.

L'operazione, presentata dalla Questura come necessaria per preservare la salute non solo dei Rom ma di tutta la cittadinanza e prevenire la microcriminalità solleva però alcuni dubbi: per quale motivo un'iniziativa volta alla tutela della salute pubblica è stata portata a termine attraverso l'intervento delle forze dell'ordine e non - come succede solitamente - dal personale dei servizi sociali del comune di Trento e dai sanitari dell'Azienda provinciale per i servizi sanitari? Perché al termine dell'operazione 40 persone sono state identificate e 27 di esse hanno ricevuto un'ordinanza di allontanamento? Quale efficacia può avere un'operazione volta a risolvere un potenziale problema di salute pubblica condotta con l'intervento della Polizia di Stato e conclusasi con severe misure repressive?

Rispondere a queste domande riveste una certa importanza, dal momento che la recrudescenza dell'infezione da Tbc (che colpisce al 50% italiani e stranieri) desta allarme nelle istituzioni sanitarie e l'operazione svolta dalla polizia mercoledì scorso appare assolutamente inedita a livello nazionale, rappresentando un significativo precedente. In questo articolo si cercherà di ricostruire i contorni della vicenda grazie a fonti ben informate e alla presenza diretta sul luogo dell'operazione, unico giornalista testimone dei fatti.

Il precedente
Tutto ha inizio qualche settimana fa, quando all'Ospedale S. Chiara di Trento arriva un Rom al quale i medici diagnosticano la Tbc. L'uomo viene curato per due settimane, poi se ne va, probabilmente ritorna in Romania, ma intanto il caso di tubercolosi - come succede per tutte le malattie epidemiche contagiose - viene segnalato all'Azienda sanitaria, che si attiva per rintracciare tutti coloro che possono essere venuti a contatto con il malato. Viene trovato il figlio dell'uomo, al quale viene proposto il test per verificare se è stato contagiato dalla malattia, che risulta negativo.

La notizia giunge a conoscenza della Questura, la quale aveva già intenzione - secondo fonti ben informate - di portare a termine un'operazione di sgombero all'area ex Sloi, che non era però attuabile senza una denuncia del proprietario, dal momento che si tratta di una proprietà privata. In assenza di denuncia si decide allora di porre tutta l'operazione sotto il segno della prevenzione, sanitaria e di sicurezza pubblica.

Sul posto mercoledì scorso l'atmosfera era tranquilla, quasi rilassata, almeno a prima vista: sorrisi sui visi degli assistenti sociali e degli agenti della polizia; indifferenza di chi è abituato ad essere al centro dell'attenzione delle forze dell'ordine di tutta Europa sul viso dei Rom, raggruppati prima di essere portati in questura per essere identificati.

Nonostante l'evidente intento di tenere il più possibile celata la vicenda, come prova l'orario dell'operazione, tipica da sgombero, sul posto sono arrivati una decina di militanti del centro sociale Bruno, che hanno dato vita a una sorta di improvvisato presidio democratico a garanzia dei diritti dei Rom. Con loro anche Antonio Rapanà, operatore del centro Astalli per i rifugiati politici, noto per il suo impegno a favore dei diritti degli immigrati.

La sostanziale assenza di tensione che si respirava mercoledì scorso solleva una prima domanda: era proprio necessario mobilitare la Polizia di stato per affrontare una questione relativa alla salute? Questo modo di intervenire è quello più efficace per proporre a persone con un retroterra culturale tanto diverso una visita medica e - semmai - una cura contro la Tbc della durata di sei mesi che necessità di continuità e di reciproca fiducia tra istituzioni sanitarie e paziente?

Colpisce poi il fatto che gli operatori dell'Unità di strada, il cui compito è dare assistenza a bassa soglia a persone in difficoltà e che hanno spesso avuto a che fare con i Rom accampati all'ex Sloi, non erano stati avvertiti dell'operazione e non erano dunque presenti sul posto. "Conosco e apprezzo il lavoro dell'Unità di strada - spiega il Questore di Trento Giorgio Iacobone - ma mi pare che si occupino soprattutto del problema della tossicodipendenza".

Il coordinatore Christian Gatti spiega di avere troppi pochi elementi per valutare la bontà dell'operazione di mercoledì scorso ma alla domanda se all'Unità di strada sia mai successo di intervenire congiuntamente alle forze di polizia dice: "Di solito il nostro intervento si svolge prima".

Andrea Galli, medico di strada e volontario del Naga di Milano, associazione di volontariato nata nel 1987 e volta a promuovere e tutelare i diritti di tutti i cittadini stranieri e di Rom e Sinti, abituato a lavorare nei campi nomadi del capoluogo lombardo e a confrontarsi con i problemi sanitari di Rome e Sinti spiega: "Arrivare con la Polizia di Stato in un campo nomadi non aiuta certo a costruire un rapporto di fiducia con coloro ai quali si deve proporre una cura". Il medico milanese sottolinea anche di non aver mai avuto in precedenza notizia di operazioni di questo tipo portate a termine dalla Polizia di Stato: "Di solito qui a Milano sono svolte da personale sanitario accompagnato da assistenti sociali e dai vigili urbani, che rappresentano il Comune". E Milano - insieme a Roma - è la città in cui si riscontra ogni anno il maggior numero di casi di tubercolosi.

Tra l'altro i Rom dell'area ex Sloi non sono degli sconosciuti e i Servizi sociali hanno altre volte organizzato degli interventi senza il coinvolgimento delle forze dell'ordine. Antonio Rapanà, presente sul posto durante l'operazione non ha dubbi sulla sua natura: "L'azione di prevenzione sanitaria, che mai prevede la mobilitazione delle forze dell'ordine, era in realtà il pretesto per mascherare l'ennesima operazione di controllo del territorio - certamente concordata con le autorità di governo della città - con accompagnamento ed accertamenti in Questura da concludere con l'adozione di provvedimenti di allontanamento."

La selezione e gli accertamenti
Anche dal punto di vista sanitario l'intervento di mercoledì scorso solleva molti dubbi. Secondo quali criteri sono stati individuati i nove Rom poi convinti a recarsi in ospedale per sottoporsi agli esami? Spiega il Questore: "Le persone accompagnate in ospedale sono quelle che hanno dichiarato al momento dell'operazione di essere state a contatto con il malato". Se così fosse, significherebbe che l'individuazione dei soggetti da visitare non ha seguito il protocollo stabilito dal Ministero della Salute, spiegato dall'Azienda sanitaria provinciale in un documento rintracciabile sul suo sito web: "Se trattasi di una forma polmonare contagiosa, l'Azienda Sanitaria rintraccia le persone che sono state a contatto stretto con il malato (familiari, conviventi, colleghi di ufficio, compagni di scuola, ecc) per accertare, mediante dei test, se vi è stata trasmissione dell'infezione; il test più frequentemente usato è il test cutaneo tubercolinico di Mantoux." Questo consiste in un'iniezione intradermica sull'avambraccio di una piccola quantità di tubercolina. Dopo circa 72 ore viene eseguita la lettura del test da parte di personale sanitario e soltanto in caso di test positivo il paziente viene sottoposto a ulteriori analisi, tra cui quella radiologica, che presenta comunque un certo grado di invasività.

Il test di Mantoux, però, non è stato svolto: per quale motivo? "Il dubbio - spiega una fonte medica bene informata - è che le forze dell'ordine non cercassero di stabilire veramente chi potesse essere stato contagiato, ma solo chi era infettivo, mettendo così in evidenza non una preoccupazione per lo stato di salute dei Rom, ma soltanto la necessità di escludere le possibilità del contagio". La positività al test di Mantoux rende certa l'avvenuta trasmissione dell'infezione tubercolare e impone successivi test, così come un eventuale intervento terapeutico, ma non determina se l'infezione è nello stadio contagioso, cioè trasmissibile ad altre persone. Questo significa che tra le nove persone visitate - e anche tra gli altri Rom identificati - è possibile (e probabile) che ve ne fossero altre contagiate dall'infezione che però non era a uno stadio tale da venire identificata attraverso una radiografia. Anche nei loro confronti i medici avrebbero quindi dovuto valutare la necessità di una presa in cura. Ma così non è stato.

Inoltre, secondo quanto stabilito dal Ministero della Salute nelle sue Linee guida per il controllo della malattia tubercolare, "È molto importante utilizzare il verificarsi di un caso per incidere in situazioni particolarmente difficili; la ricerca attiva dell'infezione, pertanto, va estesa anche ai contatti non stretti, se questi ultimi appartengono a gruppi a rischio che hanno difficoltà ad accedere ai servizi sanitari". Quindi, restando nell'ottica della prevenzione di una possibile diffusione dell'infezione, il test di Mantoux avrebbe dovuto essere proposto a tutti i Rom presenti al momento dell'operazione.

Altro aspetto sul quale riflettere relativo al "blitz" condotto mercoledì scorso e sottolineato dalla nostra fonte sta nel fatto che con tutta probabilità gli organizzatori dell'operazione avevano escluso di trovare qualcuno di effettivamente contagioso. I malati infetti e contagiosi richiedono infatti particolari accorgimenti per la loro ospedalizzazione: devono essere posti in stanza singola e in isolamento respiratorio.

E' quindi probabile che sarebbe stato molto difficile convincere eventuali malati contagiosi rilevati tra i Rom visitati a sottoporsi alle cure, rendendo necessario il ricorso al Tso (Trattamento sanitario obbligatorio), che comporta che l'ammalato venga piantonato per almeno le due settimane necessarie ad eseguire la prima parte della terapia, della durata totale di sei mesi, con il rischio che una interruzione prematura delle cure possa dare vita a ceppi di Tbc ancora più forti e resistenti ai medicamenti.

Le strutture sanitarie e le forze dell'ordine erano pronte all'eventualità che vi fossero magari due, tre malati in questa condizione da sorvegliare per due settimane 24 ore su 24? Su questo la nostra fonte esprime seri dubbi e giunge anch'essa alla conclusione che - in realtà - la minaccia di una potenziale diffusione di Tbc non fosse che una scusa per nascondere uno sgombero vero e proprio.
In effetti tra i Rom accompagnati in Ospedale per il test radiologico una donna è risultata affetta dalla malattia. Le è stato quindi chiesto di rimanere in ospedale per ulteriori accertamenti, cosa alla quale lei si è opposta, chiedendo di potersene andare.

A quel punto i toni si sono accessi e alcuni testimoni parlano di un'aggressione verbale da parte di un agente della polizia nei confronti della Rom, circostanza negata dal capo della squadra mobile Roberto Giacomelli, coordinatore dell'operazione, che ha dichiarato: "Non mi risulta nulla del genere, si è cercato invece di convincere la donna". La Rom è stata quindi sottoposta a un'ulteriore analisi, quella del catarro, per stabilire se la malattia era a uno stadio infettivo, ma in questo caso l'esito è stato negativo e la donna è stata quindi lasciata andare via, ben sapendo che difficilmente si sarebbe sottoposta alla cura.

Assenti in Ospedale gli assistenti sociali del Comune, presenti solo all'area ex Sloi: Forse il loro intervento per convincere e rassicurare le persone portate in ospedale sarebbe stato importante, anche per dare seguito all'intervento del Comune su questa questione.

Gli allontanamenti
Nel corso dell'operazione di mercoledì il capo della squadra mobile Giacomelli rassicurava i presenti sul carattere non repressivo dell'azione della polizia, cercando di sdrammatizzare. Richiesto di spiegare i motivi del trasferimento dei Rom in questura per essere identificati e se essi si fossero resi colpevoli di un qualche reato, Giacomelli spiegava trattarsi di una normale procedura non legata ad infrazioni di legge di alcun tipo: "Così cominciamo a conoscerli". Secondo quanto detto dal capo della squadra mobile, gli identificati sarebbero stati subito rilasciati e avrebbero potuto tornare sull'area ex Sloi se lo avessero voluto, cosa che si è rivelata solo in parte vera, dal momento che 27 di loro hanno ricevuto un'ordinanza di allontanamento, che impone loro di lasciare l'Italia.
Nessun reato, quindi. E allora perché la polizia ha bisogno di "conoscere" questi Rom (tra l'altro cittadini europei) e perché alcuni dei Rom identificati hanno ricevuto un'ordinanza di allontanamento? In che modo l'identificazione e il successivo allontanamento erano legati all'obiettivo primario conclamato dell'operazione, cioè quello di curare le persone malate e di prevenire un possibile problema di salute pubblica?

Il Questore di Trento, Giorgio Iacobone, difende questa scelta, motivandola con il ruolo di prevenzione che compete alla Questura e alla Polizia di Stato, sia sul piano della salute pubblica, sia su quello della sicurezza. Iacobone si è detto preoccupato non solo della presenza di un possibile focolaio di Tbc, ma anche della possibilità che la presenza dei Rom possa portare a un aumento della microcriminalità e che dietro ad essi - impegnati quotidianamente a chiedere la carità in città - vi siano organizzazioni criminali che controllano la raccolta del danaro e gestiscano il loro arrivo in Italia. Alla domanda se si tratti - in quest'ultimo caso - di un sospetto o di una certezza, il Questore ammette di non avere prove ma aggiunge: "Proprio per questo è necessario conoscere chi sono queste persone, che cosa fanno e dove finisce il danaro che raccolgono".

Iacobone lancia anche un appello a non fare la carità ai Rom presenti a Trento e sottolinea la sua preoccupazione per persone che paiono refrattarie a qualsiasi tentativo di intervento dei servizi sociali. Eppure chiedere la carità non è un reato e - anche ammesso che dietro ai Rom vi siano organizzazioni criminali - appare dubbio che misure repressive come quelle dell'allontanamento, che colpiscono solo le vittime di un presunto racket, possano avere qualche efficacia ed equità.

Così, se un'intervento era sicuramente auspicabile (ma non certamente da parte della polizia e con ben altri presupposti sanitari), le argomentazioni fornite per giustificare i provvedimenti repressivi contro i Rom paiono piuttosto fumose e la presenza di possibili casi di Tbc suonano più come una scusa per giustificare un intervento preparato da tempo.

Anche l'identificazione dei Rom in quanto gruppo come possibile fonte di contagio, sia di malattie sia di microcriminalità, risponde a quei meccanismi discriminatori ben descritti dalle scienze sociali: gli "zingari", i nomadi, vengono presentati come soggetto alieno, portatore di disordine che va espulso dalla "comunità".

Ma uno sgombero e un provvedimento di allontanamento non fanno che occultare un problema che riemergerà, ancora e ancora. Difficilmente infatti le persone colpite dal provvedimento di allontanamento se ne andranno: con tutta probabilità ritorneranno all'ex Sloi e continueranno a fare la carità in città, solo ancora un po' più deboli di prima. Fino alla prossima "operazione".

Quello che è certo è che la commistione tra intervento per cause di salute pubblica e intervento repressivo è negativa allo scopo di un buon successo della prima: quale fiducia nel personale sanitario e negli assistenti sociali possono avere i Rom se questi sbarcano tra le loro baracche accompagnati da poliziotti in borghese? Così, prima di lamentarsi della sostanziale refrattarietà di queste persone agli interventi proposti dai servizi sociali, sarebbe forse utile interrogarsi sulle modalità con le quali questi interventi vengono portati a termine.

In questo senso la scelta del Comune, attraverso i suoi Servizi sociali, di avallare un'operazione repressiva della polizia mascherata da intervento sanitario è assolutamente criticabile e pericolosa, perché rischia di depotenziare l'efficacia dei servizi stessi, ai quali ci si deve poter rivolgere senza paura di eventuali ripercussioni dal punto di vista legale.

Questo vale anche per le autorità sanitarie e il loro personale, che hanno l'obbligo di fornire a tutti i malati o potenziali tali il massimo delle opportunità di cura e per farlo devono cercare di costruire un rapporto di fiducia con i propri pazienti, che di certo mercoledì scorso ha ricevuto un duro colpo.

Ma - forse - quello che colpisce di più in questa vicenda è che le esigenze sanitarie dei 40 Rom al centro dell'operazione probabilmente interessavano a pochi. In fondo si tratta pur sempre di zingari, i più miseri, denigrati, discriminati, nostri concittadini europei.

La conclusione alla quale giunge Antonio Rapanà, operatore del centro Astalli per i rifugiati politici e tra i pochi presenti all'operazione di mercoledì scorso apre alla necessità di un diverso modo di intendere la sicurezza: "Se è vero che non ci sono risposte semplici né soluzioni certe alla domanda di sicurezza che viene dalla comunità, proprio per questo la strategia per la città sicura - che -si-cura- deve essere finalmente riportata al centro di uno spazio pubblico di analisi e di discussione collettiva che non si arrenda alle facili e fallimentari suggestioni del pensiero unico che riduce la questione complessa della sicurezza urbana a mero problema di ordine pubblico."

    L'autore. Mattia Pelli
    Giornalista professionista, ha lavorato per Radio Dolomiti e per il quotidiano "l'Adige" di Trento. Laureato in Storia contemporanea all'Università di Bologna è ricercatore presso la Fondazione Museo Storico del Trentino e collabora con la Fondazione Pellegrini Canevascini di Bellinzona. Ha pubblicato nel 2005 il volume "Dentro le montagne: cantieri idroelettrici, condizione operaia e attività sindacale in Trentino negli anni cinquanta del Novecento".
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Di Fabrizio (del 22/05/2013 @ 09:03:29, in Italia, visitato 1047 volte)

19 maggio 2013 | di Clelia Bartoli

Sono un vero egoista, né buono, né tantomeno buonista,
e direi anche un po' qualunquista,

E per questo vi avviso: per carità, abroghiamo il reato di clandestinità,
lo voglio cancellare perché intasa i tribunali e non fa perseguire i veri criminali.
Poiché il gratuito patrocinio costa assai alla collettività
e preferisco che le mie tasse paghino a mio figlio la borsa di studio all'università.

Sono un vero egoista, né buono, né tantomeno buonista,
Sono pure impaurito, a tratti perfino atterrito.

E proprio per questo non voglio aree ghetto, campi rom, una degradata periferia,
perché l'emarginazione alimenta disperazione, devianza e anarchia.
In virtù del mio egoismo voglio città includenti, direi addirittura accoglienti,
dove l'angoscia è sopita, la rabbia gestita,
dove a fregarmi ci pensi se viviamo a fianco, se sediamo allo stesso banco.

Sono un vero egoista, né buono, né tantomeno buonista,
e lo dico con orgoglio che penso al mio portafoglio.

Per tale motivo vi dico: non siate contrari, regolarizziamo tanti extra-comunitari.
Se del lavoro nero c'è l'emersione, riuscirò a finanziare la mia pensione.
E poi vi faccio presente che questi CIE costano assai e servono a niente.
Soggiorni in custodia a spese del contribuente, la gente marcisce e le procedure son lente.

Sono un vero egoista, né buono, né tantomeno buonista,
la crisi mi ha avvilito e ho bisogno che qualcun altro muova un dito.

Ho pensato che si potrebbe dare ai figli di immigrati la cittadinanza,
che cos'è questa disuguaglianza?
Sono giovani e in forze, il paese è allo stallo. Che "nuovi italiani" si mettano in ballo.
Sono stanco, sfibrato, frustrato voglio passare il testimone ad altre persone,
e non me ne frega se loro nonno era di Marrakesh o di Pordenone.

Sono un vero egoista, né buono, né tantomeno buonista,
bado molto al mio orto, ma non ho lo sguardo corto
.
Non voglio più che arrivino straccioni e barconi,
date fondi veri alla cooperazione, ma soprattutto basta far confusione nei paesi di emigrazione.
Dove ci sono i conflitti non vendete armamenti, non fatte patti con despoti presidenti,
non inquinate i fiumi e i mari dei pescatori e smettete di rubare le terre agli agricoltori,
perché ve lo dovete aspettare che qualche giorno verranno da queste parti ad elemosinare.

E, poi, se nei paesi "in via di sviluppo" ci sarà libertà e prosperità
avrò un bel posto dove emigrare se le cose qui si mettono male.

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Di Fabrizio (del 21/05/2013 @ 09:00:56, in Kumpanija, visitato 948 volte)

[..] Ebbene: in tal senso io sono come un negro in una società razzista che ha voluto gratificarsi di uno spirito tollerante. Sono, cioè, un "tollerato".

La tolleranza, sappilo, è solo e sempre puramente nominale. Non conosco un solo esempio o caso di tolleranza reale. E questo perché una "tolleranza reale" sarebbe una contraddizione in termini. Il fatto che si "tolleri" qualcuno è lo stesso che lo si "condanni". La tolleranza è anzi una forma i condanna più raffinata. Infatti al "tollerato" - mettiamo al negro che abbiamo preso ad esempio - si dice i far quello che abbiamo preso ad esempio - si dice i far quello che vuole, che egli ha il pieno diritto di seguire la propria natura, che il suo appartenere a una minoranza non significa affatto inferiorità eccetera eccetera. Ma la sua "diversità" - o meglio la sua "colpa di essere diverso" - resta identica sia davanti a chi abbia deciso di tollerarla, sia davanti a chi abbia deciso di condannarla. Nessuna maggioranza potrà mai abolire dalla propria coscienza il  sentimento della "diversità" elle minoranze. L'avrà sempre, eternamente, fatalmente presente. Quindi - certo - il negro potrà essere negro, cioè potrà vivere liberamente la propria diversità, anche fuori - certo - dal "ghetto" fisico, materiale che, in tempi di repressione, gli era stato assegnato.

Tuttavia la figura mentale del ghetto sopravvive invincibile. Il negro sarà libero, potrà vivere nominalmente senza ostacoli la sua diversità eccetera eccetera, ma egli resterà sempre dentro un"ghetto mentale", e guai se uscirà a lì.

Egli può uscire a lì solo a patto i adottare l'angolo visuale e la mentalità di chi vive fuori dal ghetto, cioè della maggioranza.

Nessun suo sentimento, nessun suo gesto, nessuna sua parola può essere "tinta" dall'esperienza particolare che viene vissuta a chi è rinchiuso idealmente entro i limiti assegnati a una minoranza (il ghetto mentale). Egli deve rinnegare tutto se stesso, e fingere che alle sue spalle l'esperienza sia un'esperienza normale, cioè maggioritaria.

[...]

Perché non parlo di fascisti. Parlo di "illuminati", di "progressisti". Parlo di persone "tolleranti". Dunque, ecco provato quanto ti dicevo: fin che il "diverso" vive la sua "diversità" in silenzio, chiuso nel ghetto mentale che gli viene assegnato, tutto va bene: e tutti si sentono gratificati della tolleranza che gli concedono. Ma se appena egli dice una parola sulla propria esperienza di "diverso", oppure, semplicemente, osa pronunciare delle parole "tinte" dal sentimento della sua esperienza di "diverso", si scatena il linciaggio, come nei più tenebrosi tempi clerico-fascisti. Lo scherno più volgare, il lazzo più goliardico, l'incomprensione più feroce lo gettano nella degradazione e nella vergogna.

[...]

Pier Paolo Pasolini: GENNARIELLO in Lettere Luterane - L'Unità Einaudi (pagg. 23-26)

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Di Sucar Drom (del 20/05/2013 @ 09:04:07, in blog, visitato 1034 volte)

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Invano Maroni ha cercato di limitare i danni. I gazebo che nel fine settimana la Lega dissemina sul territorio lombardo in difesa di un reato di clandestinità rivelatosi clamorosamente inutile dal punto di vista della dissuasione...

La ribellione ad Auschwitz-Birkenau
Sessantanove anni fa, il 16 maggio 1944, il nuovo Comandante, Josef Kramer, di Auschwitz II da l'ordine di liquidare il Familienzigeunerlager, il "campo per famiglie zingare". Il 16 maggio 1944 erano più di 4.500 i sinti e rom ancora vivi a Birkenau e succede qualcosa di inaspettato: una ribellione...

Django la tua musica vive ancora
Sessant'anni fa, il 16 maggio 1953, moriva Django Reinhardt a Samois-sur-Seine nel Nord della Francia. La sua musica immortale vive ancora. Ascoltala su U Velto Radio...

Razzismo in Italia

Piacenza, apriamo un dialogo con i sinti
"Carluccioooooo, gli Zingariiiiii!!!" urlava mia madre sporgendosi dal terrazzo della nostra casa che si affacciava sul torrente Nure. Io stavo nel letto del torrente insieme ai miei amici dedicato a qualche gioco sulla sabbia o a pescare con le mani quei pesci che poi gustavamo...

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Di Fabrizio (del 19/05/2013 @ 09:03:52, in Italia, visitato 938 volte)

Un recente fatto di cronaca nella mia città ha rinfocolato una mai sopita sequela di luoghi comuni. Difficile seguire tutti i rivoli di un dibattito che è diventato SOCIAL (come si dice adesso), e dove il problema non è tanto la supposta ignoranza della lingua italiana dei leghisti-razzisti ecc. (che magari, salvo qualche eccezione, parlano quasi come fosse la madrelingua), quanto l'uso disinvolto (o ideologico) di concetti attribuiti al vocabolario italiano.

Vediamone alcuni:

CLANDESTINO

A cercare su internet, quasi non si trova più il significato originario della parola. Letteralmente: "sprovvisto di documenti". Il prefisso "CLAN" aggiunto al misterioso "DESTINO" evoca comunque, al di là delle interpretazioni di legge, l'immagine di una banda segreta con oscuri scopi. A partire dall'inizio degli anni '90, che corrispondono ai primi picchi di emigrazione di massa verso l'Occidente, le varie leggi europee si conformano sanzionando una condizione temporanea (la mancanza di documenti) come un reato che può portare ad un isolamento penale anche di anni. Dato che una gran parte degli immigrati presente in occidente dalla prima metà degli anni '90, è arrivata come clandestina e si è poi regolarizzata (senza dare fastidio alcuno), ecco che per la legge (del contrappasso) un altra buona parte che vive da anni con noi, diventa clandestina in caso di perdita di lavoro; per non parlare delle cosiddette II generazioni, che italiane sino a 17 anni e passa, possono diventarlo al compimento dei 18 anni.

CACCIA ALL'IMMIGRATO

Ci fu un sindaco a 3VISO, credo che gli piacesse il soprannome di sceriffo, che propose di travestire gli immigrati (regolari o meno per lui non faceva differenza) da leprotti, per sollazzare i cacciatori locali. Non credo che le leggi nostrane possano permetterlo, ma qualche "pazzo" che prende sul serio le parole di un sindaco lo si trova sempre. Uno di questi si chiama(va) Carreri e stava a Firenze. Pazzo, così dicono; ha agito da solo, anche se era da anni legato a movimenti politici inquietanti. Se un Ghanese, probabilmente con un concetto personale del termine integrarsi (un concetto, questi sì, pazzoide), agisce (da solo) con modalità simili, la responsabilità smette di essere personale, per trasferirsi in automatico a clandestini o a ghanesi (a scelta).

NON POSSIAMO ACCOGLIERLI TUTTI

Non so quale sia il concetto di ACCOGLIENZA a casa vostra... ma umanamente (da New York alle comunità beduine) quando si accoglie qualcuno gli si offre quanto si ha a disposizione, come se fosse un fratello; sarà poi l'ospite a sdebitarsi e contraccambiare. NOI NON ABBIAMO ACCOLTO NESSUNO (chiedo scusa per la generalizzazione): abbiamo cercato braccia a basso costo da racchiudere in baracche, cantine, ghetti, magazzini, quando non erano produttive. E poi abbiamo fatto dell'accoglienza, della carità, del soccorso, un business per arricchirci ulteriormente.

PERIFERIE (NON CE LA FACCIAMO +)

Certamente, le contraddizioni sono nelle periferie, perché è lì che si (con)vive, che si lavora. Insomma, si accumulano i problemi non risolti. E lo capisco che ad un certo punto le contraddizioni diventino insopportabili. Ma, proviamo (per chi non ci vive) ad immaginarcela questa periferia, senza alberi, file di palazzoni identici... Come pretendiamo che possano integrarsi gli altri, quando siamo noi per primi a non amarle? Al posto di rimpiangere un tempo mai esistito in cui le cose andavano tutte bene, non sarebbe il caso di cercare aiuto, solidarietà, forza, anche dai nuovi arrivati (che siano benvoluti o meno)?

NOI e VOI

Citavo di recente "... rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando, di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del paese." e mi rimangono i dubbi di settimana scorsa: DI CHI è compito? Quella "Repubblica" fisicamente da chi è composta? Ecco, i dibattiti di questi giorni mi hanno risollevato il problema anche dal punto di vista linguistico: folle che usano il NOI di continuo, ma non osano mettersi in gioco, sottintendendo che quel NOI significa QUALCUNO, BASTA CHE NON SIA IO. Gli altri, i tanto bistrattati altri, sono quelli che devono darsi fare, attorniati da spettatori che non aspettano altro che un errore per ripartire con le medesime litanie.

Termino qua questo piccolo dizionario, sperando che qualcuno si diverta a continuarlo.

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Di Sucar Drom (del 18/05/2013 @ 09:03:50, in Regole, visitato 951 volte)

ALTO ADIGE

14 MAGGIO 2013 Nella sua videolettera da Roma il senatore altoatesino Pd-Svp Francesco Palermo annuncia di voler presentare due disegni di legge. Il primo per il "riconoscimento di Rom e Sinti come minoranze nazionali", il secondo per garantire il diritto di voto anche agli studenti universitari fuori sede all'estero.

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Di Fabrizio (del 17/05/2013 @ 09:06:44, in Italia, visitato 957 volte)

Piacenzasera

Si è appena conclusa l'adunata festosa degli alpini, e c'è già chi si preoccupa dell'arrivo, in città, di numerosi zingari sinti nell'ultima settimana di maggio. a questo proposito ecco quanto scrive il sindaco di Piacenza Paolo Dosi sul proprio profilo Facebook.

Le leggende metropolitane sono inaffondabili. Da qualche settimana si é sparsa la voce che, alla fine del mese, Piacenza ospiterà un grande raduno di Sinti. Mi arrivano messaggi del tipo: "Bene gli alpini, ma i sinti...". Oppure: "Ma dove li metterete i 10.000 zingari del raduno? Li farete arrivare in città? Rinforzate il servizio di polizia?"
Ho già avuto diverse occasioni per chiarire di che cosa stiamo parlando, ma ci provo ancora, nella speranza di essere chiaro.

Il raduno é organizzato da una Chiesa Evangelica, una delle tante del mondo protestante, che da otto anni organizza un incontro di preghiera nella nostra città.
Come mai nei sette anni precedenti nessuno si é mai accorto di nulla? Perché non é mai successo niente. Il numero oscilla tra le 400 e le 500 unità, il luogo dell'incontro é in un parcheggio periferico della zona del Montale. Gli organizzatori hanno versato, come sempre, una cauzione di 5.000 euro e il comune non dá nessun contributo. Fintanto che riusciremo a vivere in uno stato di diritto, proveremo a garantire il libero esercizio di un diritto semplice e fondamentale: quello di riunirsi.

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Di Fabrizio (del 16/05/2013 @ 09:09:16, in blog, visitato 16393 volte)

Visualizza Europa in una mappa di dimensioni maggiori

Un lavoraccio! Ho risistemato la rete virtuale della Mahalla, così, tanto per non perdersi... Ho cercato di localizzare le redazioni, i collaboratori e i lettori che creano i nodi da cui arrivano notizie e comunicazioni.

Davvero tanti, così ho dovuto preparare tre diverse mappe: Italia, Europa e Resto del Mondo. Indicativamente, in blu sono i singoli, in verde le associazioni, in rosso i centri informativi, ma con qualche sorpresa.

Visualizza Italia in una mappa di dimensioni maggiori

Magari manca ancora qualcosa, oppure ci sono degli errori. Se vi capita, fatemi sapere

Visualizza Extra Europa in una mappa di dimensioni maggiori

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