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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Fabrizio (del 27/11/2009 @ 09:39:02, in media, visitato 1585 volte)

Corriere.it Dal Sudafrica all’Italia di oggi, la paura del diverso genera intolleranza di Gian Antonio Stella - 25 novembre 2009

«A l centro del mondo», dicono certi vecchi di Rialto, «ghe semo noialtri: i venessiani de Venessia. Al de là del ponte de la Libertà, che porta in terraferma, ghe xè i campagnoli, che i dise de esser venessiani e de parlar venessian, ma no i xè venessiani: i xè campagnoli».

«Al de là dei campagnoli ghe xè i foresti: comaschi, bergamaschi, canadesi, parigini, polacchi, inglesi, valdostani... Tuti foresti. Al de là dell’Adriatico, sotto Trieste, ghe xè i sciavi: gli slavi. E i xingani: gli zingari. Sotto el Po ghe xè i napo’etani. Più sotto ancora dei napo’etani ghe xè i mori: neri, arabi, meticci... Tutti mori». Finché a Venezia, restituendo la visita compiuta secoli prima da Marco Polo, hanno cominciato ad arrivare i turisti orientali. Prima i giapponesi, poi i coreani e infine i cinesi. A quel punto, i vecchi veneziani non sapevano più come chiamare questa nuova gente. Finché hanno avuto l’illuminazione. E li hanno chiamati: «i sfogi». Le sogliole. Per la faccia gialla e schiacciata.

Questa idea di essere al centro del mondo, in realtà, l’abbiamo dentro tutti. Da sempre. Ed è in qualche modo alla base, quando viene stravolta e forzata, di ogni teoria xenofoba. Tutti hanno teorizzato la loro centralità.

Tutti. A partire da quelli che per i veneziani vivono all’estrema periferia del pianeta: i cinesi. I quali, al contrario, come dicono le parole stesse «Impero di mezzo», sono assolutamente convinti, spiega l’etnografo russo Mikhail Kryukov, da anni residente a Pechino e autore del saggio Le origini delle idee razziste nell’antichità e nel Medioevo, non ancora tradotto in Italia, che il loro mondo sia «al centro del Cielo e della Terra, dove le forze cosmiche sono in piena armonia».

Č una fissazione, la pretesa di essere il cuore dell’«ecumene», cioè della terra abitata. Gli ebrei si considerano «il popolo eletto», gli egiziani sostengono che l’Egitto è «Um ad-Dunia» cioè «la madre del mondo», gli indiani sono convinti che il cuore del pianeta sia il Gange, i musulmani che sia la Ka’ba alla Mecca, gli africani occidentali che sia il Kilimangiaro. Ed è così da sempre. I romani vedevano la loro grande capitale come caput mundi e gli antichi greci immaginavano il mondo abitato come un cerchio al centro del quale, «a metà strada tra il sorgere e il tramontare del sole», si trovava l’Ellade e al centro dell’Ellade Delfi e al centro di Delfi la pietra dell’ omphalos , l’ombelico del mondo.

Il guaio è quando questa prospettiva in qualche modo naturale si traduce in una pretesa di egemonia. Di superiorità. Di eccellenza razziale. Quando pretende di scegliersi i vicini. O di distribuire patenti di «purezza» etnica. Mario Borghezio, ad esempio, ha detto al Parlamento europeo, dove è da anni la punta di diamante della Lega Nord, di avere una spina nel cuore: «L’utopia di Orania, il piccolo fazzoletto di terra prescelto da un pugno di afrikaner come nuova patria indipendente dal Sudafrica multirazziale, ormai reso invivibile dal razzismo e dalla criminalità dei neri, è un esempio straordinario di amore per la libertà di preservazione dell’identità etnoculturale».

Anche in Europa, ha suggerito, «si potrebbe seguire l’esempio di questi straordinari figli degli antichi coloni boeri e 'ricolonizzare' i nostri territori ormai invasi da gente di tutte le provenienze, creando isole di libertà e di civiltà con il ritorno integrale ai nostri usi e costumi e alle nostre tradizioni, calpestati e cancellati dall’omologazione mondialista. Ho già preso contatti con questi 'costruttori di libertà' perché il loro sogno di libertà è certo nel cuore di molti, anche in Padania, che come me non si rassegneranno a vivere nel clima alienante e degradato della società multirazziale». La «società multirazziale»? Ma chi l’ha creata, in Sudafrica, la «società multirazziale»? I neri che sono sopravvissuti alla decimazione dei coloniali­sti bianchi e sono tornati da un paio di decenni a governare (parzialmente) quelle che erano da migliaia di anni le loro terre? O i bianchi arrivati nel 1652, cioè poco meno di due millenni più tardi rispetto allo sfondamento nella Pianura Padana dei romani che quelli come Borghezio ritengono ancora oggi degli intrusi colonizzatori, al punto che Umberto Bossi vorrebbe che il «mondo celtico ricordasse con un cippo, a Capo Talamone » la battaglia che «rese i padani schiavi dei romani»? Niente sintetizza meglio un punto: il razzismo è una questione di prospettiva. (...) Non si capiscono i cori negli stadi contro i giocatori neri, il dilagare di ostilità e disprezzo su Internet, il risveglio del demone antisemita, le spedizioni squadristiche contro gli omosessuali, i rimpianti di troppi politici per «i metodi di Hitler», le avanzate in tutta Europa dei partiti xenofobi, le milizie in divisa paranazista, i pestaggi di disabili, le rivolte veneziane contro gli «zingari» anche se sono veneti da secoli e fanno di cognome Pavan, gli omicidi di clochard bruciati per «ripulire» le città e gli inni immondi alla purezza del sangue, se non si parte dall’idea che sta manifestandosi una cosa insieme nuovissima e vecchissima. Dove l’urlo «Andate tutti a ’fanculo: negri, froci, zingari, giudei co!», come capita di leggere sui muri delle città italiane e non solo, è lo spurgo di una società in crisi. Che ha paura di tutto e nel calderone delle sue insicurezze mette insieme tutto: la crisi economica, i marocchini, i licenziamenti, gli scippi, i banchieri ebrei, i campi rom, gli stupri, le nuove povertà, i negri, i pidocchi e la tubercolosi che «era sparita prima che arrivassero tutti quegli extracomunitari ». Una società dove i più fragili, i più angosciati, e quelli che spudoratamente cavalcano le paure dei più fragili e dei più angosciati, sospirano sognando ognuno la propria Orania. Una meravigliosa Orania ungherese fatta solo di ungheresi, una meravigliosa Orania slovacca fatta solo di slovacchi, una meravigliosa Orania fiamminga fatta solo di fiamminghi, una meravigliosa Orania padana fatta solo di padani.

Ma che cos’è, Orania? Č una specie di repubblichina privata fondata nel 1990, mentre Nelson Mandela usciva dalla galera in cui era stato cacciato oltre un quarto di secolo prima, da un po’ di famiglie boere che non volevano saperne di vivere nella società che si sarebbe affermata dopo la caduta dell’apartheid. Niente più panchine nei parchi vietate ai neri, niente più cinema vietati ai neri, niente più autobus vietati ai neri, niente più ascensori vietati ai neri e così via. (...) «Il genocidio dei boeri»: titolano oggi molti siti olandesi de­nunciando le aggressioni ai bianchi da parte di bande criminali di colore gonfie di odio razziale che da Durban a Johannesburg sono responsabili dal 1994 al 2009, secondo il quotidiano «Reformatorisch Dag­blad », di oltre tremila omicidi. Il grande paradosso sudafricano, quello che mostra come la bestia razzista possa presentarsi sotto mille forme, è qui. I boeri, protagonisti di tante brutalità contro le popolazioni indigene e oggi vittime di troppe vendette, sono gli stessi boeri che furono vittime del primo vero genocidio del XX secolo. Perpetrato dagli inglesi che volevano liberarsi di quei bianchi africani nati da un miscuglio di olandesi, francesi, tedeschi... (...) Č tutto, la memoria: tutto. Č impossibile parlare del razzismo di oggi se non si ricorda il razzismo di ieri. Sull’uno e sull’altro fronte. Non puoi raccontare gli assalti ai campi rom se non ricordi secoli di pogrom, massacri ed editti da Genova allo Jutland, dove l’11 novembre 1835 organizzarono addirittura, come si trattasse di fagiani, una grande caccia al gitano. Caccia che, come scrivono Donald Kenrick e Grattan Puxon ne Il destino degli zingari, «fruttò complessivamente un 'carniere' di oltre duecentosessanta uomini, donne e bambini». Non puoi raccontare della ripresa di un crescente odio antiebraico, spesso mascherato da critica al governo israeliano (critica, questa sì, legittima) senza ricordare quanto disse Primo Levi in una lontana intervista al «Manifesto»: «L’antisemitismo è un Proteo». Può assumere come Proteo una forma o un’altra, ma alla fine si ripresenta. E va riconosciuto sotto le sue nuove spoglie. Così com’è impossibile capire il razzismo se non si ricorda che ci sono tanti razzismi. Anche tra bianchi e bianchi, tra neri e neri, tra gialli e gialli...

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Di Fabrizio (del 27/11/2009 @ 09:49:19, in Europa, visitato 1791 volte)

Da Hungarian_Roma (con un link per chi conosce un po' d'inglese)

TheBudapestTime.hu by Alice Müller

Sabato, 21 novembre 2009 - Un villaggio vicino al confine ungherese con una popolazione di 200 abitanti e affetto da disoccupazione e povertà, si sta preparando a diventare un'attrazione turistica. No, non si tratta di turismo del disastro. Il villaggio spera di attrarre turisti con i suoi murales. Ispirati alla rabbia.

"Due anni fa vidi in televisione la Guardia Ungherese marciare davanti al palazzo di Sólyom. La totale ignoranza ed intolleranza di quella gente mi rese così furioso che la rabbia mi portò a questo," dice Eszter Pásztor, iniziatrice del progetto "Freszkófalu". Pásztor è arrivata all'idea di un villaggio di affreschi per quello che aveva visto in villaggi egiziani che vivevano di turismo. La possibilità che i turisti vengano a Bodvalenke non è per niente irragionevole.

La rete di caverne Aggtelek è a meno di 20 km., e non lontano dal villaggio c'è una strada gotica con un diverse chiese attrattive. Proprio ai margini del villaggio inizia una palude con rari animali e specie di piante. Attualmente si stanno completando i programmi per i percorsi turistici attraverso la Grande Pianura.

Povertà zingara

"Quando arrivammo in questa -Ungheria da terzo mondo-  e preparavamo da mangiare nella cucina dell'ufficio, i bambini del villaggio si allineavano di fronte alla nostra finestra per vederci mangiare. Comprendemmo che un gran numero di bambini avevano fame, mentre gli altri erano gonfi, ma completamente malnutriti," ricorda Pásztor. "Se vuoi davvero combattere la povertà, allora devi attaccarla da tutti i fronti," aggiunge. Dei 200 residenti del villaggio, il 58% sono Zingari, ma la percentuale schizza se si guarda la popolazione con meno di 60 anni: i non-Rom sono solo l'8% della popolazione del villaggio sotto i 60 anni.

Su tutta la popolazione del villaggio, ci sono due persone con lavori regolari: uno nell'ufficio del governo locale e l'altro in una succursale di una clinica. Due donne del villaggio impiegate in una fabbrica di vestiti, hanno perso il loro lavoro quando la ditta si è spostata in Ucraina perché là ci sono oneri salariali più bassi. E' davvero sorprendente che il reddito medio è di soli 16.000 fiorini (59 €u.). Come risultato a malapena ci si può permettere l'autobus verso il villaggio vicino.

Ottenere vantaggi

L'unico negozio del villaggio sfrutta la situazione vendendo al doppio del prezzo normale.

Il fenomeno degli usurai è fin troppo facile da comprendere in un simile retroscena. Non stupisce che non tutti non sono contenti del progetto, che minaccia di portar via loro dei clienti.

Resistenze da superare

Ma ci sono anche altri ostacoli da superare. "All'inizio, nel marzo 2009, non è stato facile. Non volevo e non potevo iniziare a cercare i finanziamenti prima del beneplacito del villaggio. La reazione iniziale di molti residenti è stata: "Non puoi dipingere la mia parete." "Poi, alcuni dell'assemblea del villaggio hanno ricordato che c'era un tale János che aveva un cavallo ed un carro che si potevano usare per trasportare i turisti, mentre una donna di nome Zsusza avrebbe potuto cuocere il vakaró (focaccia tradizionale) per gli ospiti, ed il resto è seguito a valanga."

Attualmente non ci sono infrastrutture per i turisti; ristoranti, ostelli e campeggi esistono solo nell'immaginazione, perché non c'è mai stata l'esigenza di migliorare le infrastrutture per i residenti. Diverse famiglie del villaggio sono già state in grado di trasferirsi dalle case a rischio di crollo o senza riscaldamento, in case ristrutturate nel centro del villaggio.

Già questa è stata una piccola rivoluzione sociale, dato che nel centro villaggio vive la popolazione di etnia ungherese, che non voleva dei Rom in questa parte "pulita". I ragazzi vengono a giocare e fare i compiti nell'ufficio. Nel retro c'è persino un'azienda agricola per i bambini, dove prendersi cura di conigli, lepri e due capre. La squadra di quattro operatori sociali assieme a Pásztor assiste i residenti del villaggio nella nutrizione e nelle visite ai pubblici uffici.

L'arte

Pareti dipinte dai 10 ai 25 metri decorano il villaggio.

La Fondazione Laboratorio Culturale Europeo ha finanziato i creatori di questi lavori, tutti Rom, tramite una competizione nazionale. Perché non è stato approcciato nessun artista ungherese? "Hanno avuto le possibilità di esibirsi. Non si tratta di questo," dice asciutta Pásztor. Il progetto infatti significa molto di più: è sulla cultura rom, spesso disprezzata in Ungheria e messa in primo piano. Alcuni affreschi presentano leggende zingare, ma rimarranno un mistero per molti visitatori se nessuno le spiegherà.

Così un tour dei dipinti apre un mondo unico di immaginazione, per esempio, la credenza che originariamente i Rom volassero per aria come uccelli. Come risultato di una ricca festa, le ali ali diventano braccia, e da allora in poi hanno viaggiato a piedi. O che la luna ed il sole siano stati rubati da un mostro e liberati da due suonatori di tromba:uno trasportò la luna diventando sempre più pallido fino a divenire l'uomo nella luna, mentre l'altro che trasportò il sole ne fu bruciato - diventando con la sua pelle scura l'antenato degli zingari. Ma vengono rappresentati anche argomenti attuali: la striscia di uccisioni di Rom l'anno scorso è il motivo di un affresco nel centro del villaggio.

Ancora da fare

Camminare con Pásztor per Bodvalenke fornisce un'idea di che cosa si prospetta avanti. La fontana della piazza del villaggio sarà adornata con un drago che verrà dipinto una volta l'anno da residenti ed ospiti, in occasione del festival di primavera. Pásztor spiega come un cortile semi abbandonato diventerà un giardino con uno spazio per i falò. Un edificio in abbandono diventerà un negozio di oggetti costruiti dagli abitanti, come cesti intessuti e gioielli.

Tuttavia, ci sono ancora da sviluppare accordi di cooperazione con i villaggi attorno, e con gli operatori turistici sulle possibili offerte. La speranza che il villaggio possa reggersi sulle sue gambe è visibile sulle facce di molti dei suoi abitanti.

Donazioni

European Workshop Cultural Society, 1121 Budapest,Konkoly- Thege M. út 50.
Registry number: 9511
Account number:
Unicredit Bank
10918001-00000046- 61280007

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Di Fabrizio (del 28/11/2009 @ 09:44:42, in Italia, visitato 1818 volte)

Segnalazione di Eugenio Viceconte

OstiaNews.com

Si avvia a conclusione la storia quarantennale del campo rom Casilino 900, che dovrebbe essere sgomberato nel prossimo mese di gennaio, per «celebrarla» gli abitanti dell’insediamento propongono una tre giorni di festa, dal 15 al 17 dicembre. La proposta è stata avanzata all’interno del tavolo che il sindaco di Roma Gianni Alemanno sta tenendo in questo momento in Campidoglio con i rappresentanti delle comunità Rom della capitale. La riunione sancisce anche la nascita del ‘Coordinamento Rom di Romà, su proposta dell’associazione Nova Vita di Najo Adzovic, portavoce proprio del Casilino 900. Fanno parte del coordinamento i campi di via dei Gordiani, via di Salone, Ciampino, Casilino 900, Arco di Travertino, Pontina, Cesarina, Tenuta Piccirilli, via della Martora e via Tor de Cenci.

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Di Fabrizio (del 28/11/2009 @ 09:49:25, in Europa, visitato 1534 volte)

Da British_Roma

24 Dash.com Published by Jon Land 

25/11/2009 - Oggi quindici bambini sono ritornati e sei persone sono state rilasciate senza accuse, dalla polizia che investigava su un presunto traffico infantile.

I giovani della comunità rom di Manchester erano stati presi in carico dopo che la polizia li aveva trovati a tre diversi indirizzi all'inizio di questa settimana.

Gli investigatori ritenevano che fossero obbligati a commettere piccoli crimini, ma la polizia metropolitana di Manchester ha ora appurato che non c'era alcuna evidenza di sfruttamento o criminalità.

La polizia ha eseguito gli accertamenti nell'area di Agnes Street a Gorton e di Stockport Road a Longsight nelle prime ore di lunedì.

C'è una numerosa comunità rom nelle aree di Gorton e Longsight, che si stima in 1.000 persone.

Un portavoce della polizia metropolitana di Manchester ha detto: "Due uomini e quattro donne, di età compresa tra i 23 e i 32 anni, che erano stati arrestati per il sospetto di traffico di persone, sono state tutte rilasciate senza carichi pendenti."

"Pure i quindici bambini [...] che erano stati temporaneamente presi in carico dai Servizi Infantili Comunali, sono ritornati alle loro famiglie."

Il soprintendente Paul Savill, che ha condotto l'operazione, ha detto: "Avevamo il dovere di agire per il sospetto che i bambini che vivono nella comunità rom potessero essere vittime di traffici nella cintura di Manchester. Dovevamo verificare che non ci fossero problemi ed assicurarci che i bambini non fossero sfruttati."

"Assieme al Consiglio Municipale abbiamo condotto le indagini e siamo soddisfatti di non avere trovato prove di sfruttamento o criminalità, così abbiamo rilasciato tutti gli arrestati, senza che vi sia alcun carico nei loro confronti, ed i bambini sono stati riportati alle loro famiglie."

"Vorrei elogiare tutti quanti sono stati coinvolti per la loro cooperazione offerta alla nostra indagine."

"Il nostro scopo primario è stato di salvaguardare il benessere di questi bambini, ed abbiamo cercato di condurre le indagini nel modo più rapido possibile, per minimizzare la disgregazione sia dei bambini, che dei loro genitori e della comunità rom."

"Vorrei ancora sottolineare che questa operazione non intendeva stigmatizzare i Rom insediati nella nostra comunità. Stiamo lavorando molto duramente, assieme a tutti i nostri partner, per aiutarli ad inserirsi qui e continueremo a dar loro tutto l'appoggio possibile per programmare una nuova vita a Manchester."

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Di Fabrizio (del 29/11/2009 @ 09:41:29, in Kumpanija, visitato 2154 volte)

Segnalazione di Nadia Marino (Post indicato per una gustosa domenica, anche se più che di cucina rom, si potrebbe parlare di cucina dell'est Europa)

Unicoop Firenze I piatti tipici, le usanze. Chi sono e quanti sono in Italia
Di Giulia Caruso

Frutto variegato di mille culture è la cucina del popolo nomade, risultato di peregrinazioni secolari tra Oriente e Occidente. Ogni etnia romani ha infatti un proprio patrimonio di ricette, mutuato dalle tradizioni culinarie dei paesi attraversati, interpretate alla luce di un'antichissima arte di arrangiarsi.
Il risultato è una cucina povera all'apparenza ma ricca di sapori. I dolma e i sarma, ad esempio, sono i due piatti più popolari, comuni a molte etnie. I dolma sono peperoni ripieni di riso, carne tritata e pomodoro. Per la cottura vengono disposti verticalmente in una pentola chiusa, con dell'acqua sul fondo. I sarma sono involtini di cavolo cappuccio, preparati con lo stesso ripieno.
La pitta è un'altra golosità, diffusa tra i rom di molti paesi d'Europa. Si tratta di una sfoglia di acqua e farina da cui vengono ricavati lunghi cilindri, successivamente riempiti di bietola e ricotta o di carne, patate e cipolle oppure di uova e ricotta, che vengono adagiati in una teglia da forno a mo' di spirale e successivamente cotti in forno.
Il bosanskibonaz è invece uno spezzatino di carne con peperoni, verza, patate, cavolfiore. Interessante l'abitudine di bollire sempre la carne prima di utilizzarla nei soffritti o nelle zuppe. Ragioni igieniche di sicuro, ma anche opportunità dietetiche: molto meglio i grassi vegetali di quelli animali.

La ricorrenza della Natività è occasione per gli zingari di mezza Europa di grande convivialità: si fa il pane in casa e si preparano dolci da consumare tutti insieme. Secondo tradizione è consuetudine cuocere allo spiedo una pecora intera, dopo averla riempita di patate al rosmarino, spennellata di birra durante la cottura, che generalmente avviene su un grande letto di braci ardenti. La pecora così preparata fa parte anche del menu abituale dei banchetti nuziali, altra grande tradizione rom.
Così come è consuetudine diffusa l'uccisione di un agnello in segno di gratitudine e di buon augurio, ad esempio quando un bambino guarisce da una malattia. In quest'occasione, genitori e parenti stretti del piccolo si toccano la fronte con le dita intinte nel sangue dell'animale e distribuiscono a tutti la carne cruda a pezzi, che ognuno provvederà a cuocere e consumare, in segno di ringraziamento per il felice evento. La tradizione è di origine musulmana, ma è diventata pratica comune a molti gruppi.

Un dolce antico, da consumare in occasioni di feste e matrimoni, è l'halvava, simile alla nostra polenta, fatto con farina cotta nell'olio a cui si aggiunge sciroppo di zucchero, frutta secca, pinoli.
Altro dolce abbastanza diffuso è il baklave, formato da una sorta di lasagne di pasta sfoglia con uva passita, noci, pinoli, miele, aromatizzato con rum e cotto in forno.
A tavola ci si siede all'orientale, con tutte le portate servite insieme sulla tavola a cui ogni commensale attinge.
E' pratica diffusa concludere il pasto con grappa prodotta dalla distillazione della frutta, soprattutto delle prugne.

La storia

Gli zingari in Italia, come nel resto del mondo, rappresentano una comunità estremamente eterogenea.

Si suddividono essenzialmente in 5 gruppi: rom, sinti, kalé (gitani della penisola iberica), manouche (francesi) e romanichals (inglesi).
A questi gruppi principali si ricollegano i sottogruppi, affini e diversificati, ognuno con proprie peculiarità ma con un'origine unica, l'India del Nord, e una lingua comune, il romanès.

La popolazione romani, in Italia, rappresenta lo 0,16% circa dell'intera popolazione nazionale. Secondo recenti stime sarebbero 130.000, tra sinti e rom con i loro sottogruppi.
I sinti sono soprattutto presenti a nord, mentre nel resto d'Italia, soprattutto al centro e al sud, sono presenti rom di antico insediamento (XV secolo circa) a cui si sono aggiunti gruppi di recente e di recentissima immigrazione, soprattutto dalla ex Jugoslavia e dalla Romania.

Circa il 75% è di religione cattolica, il 20% di religione musulmana e il 5% raggruppa ortodossi, testimoni di Geova e pentecostali.

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Di Fabrizio (del 29/11/2009 @ 09:48:00, in Italia, visitato 2662 volte)

Tre giornate di condivisioni tra i residenti del campo e tutta la cittadinanza, concerti di gruppi musicali, una mostra fotografica e un mercatino dove gustare i cibi della cultura rom e acquistare oggetti di artigianato.

Così il Casilino 900 si congeda da Roma, con una proposta avanzata dai rappresentanti del campo durante l’incontro di presentazione del Coordinamento rom di Roma.

Gli abitanti del Casilino, nell’invito alla festa, hanno ripercorso la storia del campo ma soprattutto rivolgono le «scuse e il rammarico per fatti che possono avere accresciuto la diffidenza, favorito la chiusura verso la cultura rom e contribuito a creare quello stereotipo per cui rom è uguale a delinquenza».

Così i nomadi che vivono nel campo la cui storia è iniziata negli anni Sessanta invitano i cittadini del quartiere, il 15, il 16 e il 17 dicembre dalle 15 alle 23 perchè «sarà una gioia per noi condividere le iniziative, i traguardi, le ansie e i progetti. Per arrivare insieme a capire che siamo davvero tutti figli di uno stesso padre».

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Di Fabrizio (del 30/11/2009 @ 09:14:04, in Kumpanija, visitato 1627 volte)

Da Roma_Daily_News (leggi anche QUI e QUI)

The Montreal Gazette By Salam Faraj, Agence France-Presse

25 novembre 2009, AL-ZUHOOR, Iraq – Stretta tra una discarica ed il letto prosciugato di un fiume, Al-Zuhoor non ha acqua corrente o elettricità e gli zingari che lì vivono sono ai margini del nuovo, ultra conservatore Iraq.

Nei vicoli puzzolenti delimitati da casupole di mattone, senza porte o vetri alle finestre, gli uomini vagano senza lavoro, una ragazzina gioca dondolandosi ed una donna ritorna da un giorno di elemosine a Diwaniyah, 180 km. a sud di Baghdad.

Da lontano, il fumo dell'immondizia annerisce il cielo e, quando gira il vento, l'odore nauseabondo è dappertutto.

Prima del 2003, sotto il regime baatista di Saddam Hussein, la situazione era migliore. Il pugno di ferro del dittatore non pesava sugli zingari.

Gli uomini erano cantanti o musicisti professionisti e le donne erano invitate ai balli, ai matrimoni e alle feste in Iraq, dove erano migrati dall'India secoli fa.

Con l'ascesa degli islamisti radicali nel 2004, sono stati marginalizzati, attaccati e derubati dall'esercito del Mahdy, una milizia sciita leale a Moqtad al-Sadr, e che vede gli zingari come moralmente ripugnanti.

Oggi, con il paese dilaniato dalla guerra soprattutto gestita dai capi religiosi, una volta regolati dalla società più secolare che esisteva sotto Saddam, la comunità rom si sente vittima di ostracismo.

Anche se sono musulmani, i "Kawliya" - come è conosciuta la comunità in Iraq - sono visti come emarginati.

"Viviamo peggio dei cani," dice Ragnab Hannumi Allawi, che vive nel villaggio; vestita di scuro, circondata da un gruppo di donne e seduta su di un tappeto polveroso.

Ora rifiuta di andare a Diwaniyah, capitale della omonima provincia, a cercare aiuto. "Le autorità dicono -voi non avete diritto a niente- e ci cacciano via. Quando andiamo in città a comprare da mangiare, ce lo rifiutano."

L'unica cosa che queste donne possono fare per mendicare pochi dinari è di coprire interamente la loro faccia per evitare di essere riconosciute.

"Partiamo alle 5.00 di mattina e torniamo verso le 3.00 del pomeriggio, per due anni ci hanno chiuso tutte le porte in faccia e ci hanno lasciato ad agonizzare," dice Lamia Hallub, con la faccia avvilita.

Invece gli uomini ricordano con nostalgia i matrimoni e gli eventi dove suonavano e cantavano la notte per le famiglie ricche.

Prima del 2003 "potevamo lavorare nella musica e nei festival folk," dice Khalid Jassim, con la testa adornata da una kefya bianca e rossa.

"Ma da allora, più niente. Perché? Perché le nostre tradizioni non si accordano con i valori islamici," si lamenta il vecchio.

"Ci dicono che gli artisti non hanno posto in Iraq. L'arte è finita, ma quale paese è senza artisti?" ci dice, con la voce che si fa più animata.

"Datemi un lavoro - militare, polizia, security o operaio."

A causa di attacchi regolari, la polizia ha installato dei controlli all'ingresso del villaggio, ma nonostante ciò molti zingari continuano ad andarsene.

"Nel villaggio, le infrastrutture sono state distrutte, incluse la rete idrica e l'elettricità," spiega Abbas al-Sidi, membro della Commissione per i Diritti Umani della provincia.

"Gli attacchi, la maggior parte di milizie armate, hanno obbligato le famiglie a fuggire verso altre province. Il numero delle famiglie è sceso da 450 a 120. Sono rimaste le più povere."

Il numero dei Rom in Iraq, secondo i capi tribù, è stimato in 60.000. Appaiono flebili le loro speranze di una vita migliore in un paese popolato da 30 milioni di persone.

"L'Islam li considera esseri devianti," dichiara Hafiz Mutashar, dignitario religioso a Diwaniyah.

"Sono coinvolti nella prostituzione, che sotto l'Islam è proibita. E' normale che la nostra comunità li consideri inferiori e insista nell'isolarli."

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Di Fabrizio (del 30/11/2009 @ 10:21:13, in Regole, visitato 3026 volte)

di Giancarlo Ranaldi - 27 novembre 2009




Ieri Angelica (vedi QUI e QUI ndr) ha compiuto 17 anni: gli ultimi due vissuti da detenuta nel carcere minorile di Nisida.

Angelica viene da Bistrita-Nasaud in Transilvania (Romania Nord Occidentale).

Era arrivata in Italia da pochi mesi (presumibilmente inizi di aprile 2008) in compagnia del giovane marito (21 anni) Emiliano, del fratello di lui con sua moglie ed il loro figlio di otto anni. La figlia, Alessandra Emiliana (3 anni) è rimasta, invece, con i nonni paterni in Romania. Non conoscevano nessuno. Vivevano sopratutto di elemosina ma anche di piccoli furti.

Il 25 aprile del 2008, infatti, Angelica è sorpresa con un paio di orecchini, probabilmente, rubati in una casa sempre a Ponticelli. Viene fermata e “messa” in una casa famiglia dalla quale scappa subito dopo.
Pochi giorni dopo, il 10 maggio, l’accusa “infamante” di aver tentato di rubare una neonata. Viene rinchiusa a Nisida.

In tutti e due i casi subisce due tentativi di linciaggio, “provvidenzialmente” salvata dalla polizia. Nessuno dei suoi aggressori è stato mai identificato.

Il processo: tutto si basa sul racconto della Sig.ra Flora Martinelli. Nessuno ha visto Angelica con la bambina in braccio se non la Martinelli. Oggettivamente il racconto della mamma è poco verosimile. Non credo sia stata effettuata una “perizia tecnica” sui luoghi: se fatto si sarebbe facilmente potuto verificare:
- per entrare in quella casa, senza essere vista, si sarebbero dovute verificare tutta una serie di circostanze favorevoli: cancello d’ingresso al cortile aperto, portone d’ingresso del fabbricato aperto, porta di casa con serratura di sicurezza aperta;
- le distanze sono così minime che Angelica si doveva muovere al rallentatore per poi ritrovarsi, immobile, sull’uscio della casa con la bambina in braccio senza, tra l’altro, opporre alcuna reazione o minaccia alla mamma di lei;
- si è giudiziariamente accertato che era da sola e, quindi, se anche fosse riuscita ad allontanarsi dall’abitazione dei Martinelli con la bambina in braccio avrebbe dovuto percorrere a piedi circa 2 km per raggiungere il campo più vicino rendendosi “invisibile” alla gente del quartiere.

L’accusa si fonda anche sulla testimonianza di un poliziotto al quale lei avrebbe riferito che voleva prendere la bambina per venderla in Romania. Probabilmente voleva solo dire che aveva una figlia in Romania e c’è, dall’altro canto, una testimonianza della mediatrice culturale che accerta che all’epoca dei fatti Angelica non era in grado di parlare e capire l’italiano, anche se oggi dopo quasi due anni di detenzione riesce ad esprimersi molto bene.

Tutto si basa, quindi, sul racconto della mamma e non è stato tenuto in nessun conto che la Martinelli ha precedenti giudiziari per “falso ideologico” ed anche il padre di lei, Ciro Martinelli detto ‘O Cardinale, nel 1999 condannato a nove mesi per associazione a delinquere. è un “collaboratore” del Clan Sarno, come riferiscono Marco Imarisio del Corriere della Sera e Miguel Mora de El Pais.

Tutti sanno che i Rom a Ponticelli vivevano in un clima di sottomissione e nessuno si sarebbe mai sognato di fare un’azione del genere in un quartiere interamente gestito dalla camorra. E’ vero, invece, che i terreni dovevano essere liberati al più presto, servivano per un piano urbanistico di recupero (Ospedale, parco e centro commerciale a firma dell’Architetto Renzo Piano), con un finanziamento pubblico di milioni di euro e proprio là dove era il campo “bruciato” dai camorristi sull’onda dell’emozione popolare per il tentato rapimento, si realizzerà un grandissimo centro commerciale o Città della Musica (Palaponticelli).

Angelica giudiziariamente è una “minore non accompagnata”. Il legislatore ritiene che un minore di età debba rimanere in Istituto il minor tempo possibile, favorendo tutte le possibilità di reinserimento sociale, ed Angelica è detenuta dal maggio 2008. Non le è stata mai concessa alcuna misura alternativa la carcere. Diverse sono, quindi, le opportunità fra un minore a rischio italiano ed un minore a rischio straniero, anche se in un primo momento Angelica era stata affidata ad una casa famiglia ma, evidentemente, senza nessun serio “progetto” di sostegno: semplicemente parcheggiata.

Non le è stata concessa “la messa alla prova”, un importante istituto giudiziario che pone come alternativa al carcere un “percorso” di studio e lavoro. Paradossalmente, infatti, è difficile trovare un giudice minorile che disponga un simile “azione” se non in presenza dell’ammissione della colpa, ed Angelica ha sempre detto e sostenuto con convinzione che quella bambina proprio non la voleva “rubare”. Vale a dire che se uno si dichiara innocente non ha possibilità di essere messo alla prova (ma questo vale per tutti).

Nonostante la sua condizione di minore non accompagnata in evidente difficoltà, in un paese straniero non le è stata concessa alcuna attenuante anzi, per il fatto che secondo l’accusa la mamma si trovava nell’altra stanza e la neonata era quindi da sola, le è stata data l’aggravante della “minorata difesa della persona offesa” che in verità viene riconosciuta soltanto in presenza di particolari requisiti di tempo e spazio, come nel caso di un reato commesso di notte e in un luogo isolato. Senza questa aggravante, probabilmente, sarebbe già potuta uscire dal carcere.

Non le è stato possibile capire bene in quale situazione si trovava perché nessun atto d’imputazione le è stato tradotto nella sua lingua ed, in ultimo, non le è stato concesso il “patrocino gratuito” perché era impossibile stabilire le sue condizioni “finanziarie” in Romania (ma anche questo pare un fatto comune a tanti altri casi).

A dicembre il giudizio di Cassazione…

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Di Fabrizio (del 01/12/2009 @ 08:55:58, in Europa, visitato 1373 volte)

Da Roma_Francais

OSTROVANY - Lucia Kucharova non vuole più guardare dalla finestra da quando la vista è ostruita dal muro che separa le capanne circondate di rifiuti dove vivono circa 1.200 Rom, dal resto del villaggio di Ostrovany, nella Slovacchia dell'est

Due Rom dietro il muro costruito per isolarli dal villaggio di Ostravany in Slovacchia, 11 novembre 2009

La costruzione di cemento di 150 metri di lunghezza e due di altezza, eretta il mese scorso con un costo di 13.000 euro, suscita l'indignazione dei Rom e dei difensori dei diritti umani.

"E' discriminazione. Il sindaco avrebbe piuttosto dovuto spendere quei soldi per costruire delle abitazioni per noi," protesta Lucia Kurachova, Rom di 25 anni. Cyril Revak, sindaco dal 1991 di questo villaggio di 1.800 abitanti, evita prudentemente di parlare di "muro". Ma ne giustifica la costruzione accusando la comunità rom di furti.

"Il recinto non impedisce ai Rom di venire al villaggio. Impedisce loro giusto di penetrare nei giardini privati per rubare. Non sono che piccoli furti, soprattutto d'autunno. La gente non può più coltivare legumi nei giardini, perché vengono rubati," afferma il sindaco.

Anche se largamente maggioritaria a Ostrovany, la comunità rom non partecipa affatto alla vita pubblica, affermando che non cambierebbe niente. "Ho votato per il muro, dato che il consiglio municipale l'avrebbe deciso in ogni modo," riconosce d'altra parte Dezider Duzda, l'unico Rom tra i nove consiglieri municipali.

Ai piedi del muro, Alena Kalejova cerca dei mozziconi. "Le sigarette sono troppo care. Si vive a mala pena con i 150 euro al mese della disoccupazione," spiega questa giovane madre rom di 21 anni.

Quasi tutti i membri della comunità sono senza lavoro.

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Di Fabrizio (del 02/12/2009 @ 00:25:31, in Italia, visitato 1585 volte)

Da Milano Città Aperta

Buongiorno,
l’azione di mail bombing contro lo sgombero di Rubattino a cui avete partecipato ha avuto molte adesioni: migliaia di mail hanno raggiunto il prefetto, il vicesindaco e l’assessore Moioli. La situazione per le persone sgomberate, però, non è cambiata affatto: il Comune, anzi, ostenta fieramente le modalità dello sgombero e non intende prendere in considerazione trattative.
Pensiamo che questo patrimonio di indignazione-centinaia e centinaia di cittadini che hanno scritto come te nel giro di poche ore- non debba andare disperso.
Ti proponiamo dunque di partecipare a una Fiaccolata per mercoledì 2 dicembre alle ore 18. Partiremo da Piazza San Babila. Č importante essere in tanti, per questo ti chiedo di venire e di diffondere l’invito.
Grazie ancora per aver mandato la mail,
spero di vederti mercoledì
Natascia
di Milano Città Aperta

P.s. Ti riporto qua sotto l’appello della Fiaccolata.

“Gentile Assessore Moioli, mio figlio vorrebbe sapere perché i bambini Rom hanno meno diritto di lui di stare insieme alle loro mamme, ai loro papà e ai loro fratelli e sorelle”
“Non posso sentirmi rappresentata da autorità che violano i diritti dei più deboli, non è questa la città che voglio!”
“Continuate a parlare del valore della famiglia e poi pretendete che le famiglie rom si dividano donne e bambini da una parte, uomini dall'altra…”


Queste sono solo alcune delle frasi delle migliaia di mail che in questi giorni sono state inviate al vicesindaco De Corato, all’Assessore Moioli e al Prefetto Lombardi da centinaia e centinaia di cittadini di Milano indignati per lo sgombero del campo Rom di via Rubattino dello scorso 19 novembre e per quello successivo di via Forlanini del 26 novembre.
Sgomberi che hanno lasciato al freddo e senza un tetto centinaia di uomini, donne e bambini, senza prospettare per loro soluzioni alternative accettabili e condivise. Sgomberi che soffiano sul fuoco per creare artificialmente una finta emergenza che nasconda i problemi reali di Milano. Sgomberi che hanno interrotto preziosi percorsi di conoscenza reciproca tra cittadini italiani e Rom. Sgomberi che hanno negato ai bambini Rom di continuare ad andare a scuola assieme ai loro compagni italiani. Sgomberi che hanno violato i diritti (alla casa, alla salute, all’istruzione...) e le libertà fondamentali di centinaia di persone. Ma anche sgomberi che mai come in passato hanno suscitato l’indignazione e il rifiuto di una fetta consistente della cittadinanza milanese che ha deciso di affidare alle mail la proprie parole di sdegno e protesta.
Parole, che di fronte all’ostinato persistere del Comune nella medesima politica di chiusura e di rifiuto di ogni soluzione condivisa e concertata con la comunità Rom, invitiamo tutti a venire a ripetere e rendere visibili alla città in una
Fiaccolata in Piazza San Babila
mercoledì 2 dicembre alle 18

per denunciare il carattere brutale degli sgomberi di via Rubattino e via Forlanini
sollecitare al più presto misure umanitarie nei confronti dei cittadini Rom sgomberati.,
chiedere la cessazione di ogni politica di sgomberi ciechi dei campi Rom da parte dell’Amministrazione comunale

Perché la convivenza pacifica si coltiva con il dialogo e la solidarietà, non con le ruspe!


Ricevo da Tommaso Vitale

Campo nomadi via Rubattino, Ledha scrive al sindaco

In seguito ai recenti avvenimenti di via Rubattino, ovvero lo sgombero di un campo nomadi da parte del Comune di Milano, Ledha, Federazione che da oltre 30 anni tutela le persone con disabilità della Lombardia, interviene con una lettera aperta al Sindaco Letizia Moratti per chiedere il rispetto dei diritti umani di tutti.

Quanto è accaduto giorni fa a Milano, lo sgombero di un campo nomadi in via Rubattino, deciso dal Comune senza rispettare le principali garanzie previsto dal diritto internazionale (ossia la predisposizione di un'alternativa abitativa, e lo sradicamento dei bambini dal quartiere, nel quale erano inseriti da tempo, anche nella frequenza scolastica) ci interroga da vicino, come persone impegnate, rispetto ai temi della disabilità, a diffondere e difendere i diritti previsti dalla Convenzione Onu.
Il principio di non discriminazione, la pari dignità delle persone, sono questioni essenziali, rispetto alle quali non possiamo far finta di non vedere e di non sentire, e dunque non reagire come cittadini. Una comunità nella quale chi detiene l'autorità - non solo per quanto concerne il tema della sicurezza e dell'igiene, ma anche per quanto riguarda i servizi sociali e l'aiuto alle famiglie - decide consapevolmente di limitare e violare i diritti minimi delle persone che vivono nel territorio, è una comunità più povera in termini di qualità della convivenza e del rispetto d elle regole per tutti.
Non è sufficiente sapere che il potere civico gode del consenso di una vasta parte dell'opinione pubblica, impaurita e comunque insofferente di fronte alla presenza di minoranze come quella dei nomadi, specialmente di etnia rom.
Il consenso popolare è stato, nella storia del nostro Paese e dell'Europa, la premessa dei totalitarismi e della persecuzione delle minoranze: rom, ebrei, omosessuali, disabili. Ignorare questa storia, e soprattutto non cogliere per tempo il nesso con il tempo presente non è solo negligenza o pigrizia individuale e collettiva.
E' venire meno alla coerenza con il nostro impegno, di singoli e di associazioni, in favore di una società inclusiva, attenta alle fragilità, vicina ai diritti dei più deboli. Come non indignarsi di fronte al destino incerto di bambini e di mamme del tutto incolpevoli?
E' evidente la complessità delle risposte da fornire a gruppi che faticano a vivere rispettando le regole della cittadinanza. Ma non si comprende in questo caso l'esibizione di forza, il non ascolto delle associazioni di solidarietà, e perfino della Chiesa e dei suoi esponenti più responsabili e competenti.

Come LEDHA, Lega dei diritti delle persone con disabilità, abbiamo il dovere di difendere i diritti di tutti, di uscire da una tutela "corporativa" per condividere, con assoluta serenità, forme di pressione civica affinché la qualità della convivenza civile a Milano non sia indebolita da episodi che sono destinati a pesare come precedenti gravi anche per le politiche che più ci riguardano da vicino.

Fulvio Santagostini - Presidente LEDHA
Franco Bomprezzi - Portavoce LEDHA


30 Novembre 2009 Proposta controcorrente della pediatra che ha dedicato la vita ad aiutare i più sfortunati
Elena Sachsel ai sindaci del Magentino: "Ospitiamo i rom sgomberati da via Rubattino!"

Magenta Come conciliare solidarietà e rispetto della legalità? Sulla questione rom ormai si dibatte da tempo con opposte teorie. Riportiamo fedelmente la lettera che Elena Sachsel, pediatra che ha dedicato una vita intera all'aiuto delle popolazioni più sfortunate, ha inviato ai sindaci del Magentino.

Alla cortese attenzione dei signori Sindaci del Territorio del Magentino e Milano Ovest
Milano 26 novembre 2009

carissimi,
non meravigliatevi di questa mia. Ho pensato a voi e vi spiego il perché.
Ho condiviso con il Naga e tante altre Associazioni Milanesi che si occupano dei Rom e Sinti (Tavolo Rom) il dolore , l'indignazione e la vergogna per lo sgombero forzato e violento campo dei Rom romeni di via Rubattino : rimanevano all' addiaccio donne, con bambini piccolissimi, con proposte del Comune di Milano assolutamente insufficienti.
Nell'incontro col Prefetto i Rom hanno chiesto un pezzetto di terra dove le famiglie potessero autocostruirsi delle casette monofamiliari chiedendo al Comune i servizi essenziali ( acqua, luce, gas, raccolta rifiuti) che loro sono assolutamente disposti a pagare.
Ma il Comune di Milano verso i Rom e Sinti ha un atteggiamento assolutamente negativo.
E allora ho pensato a voi, che amministrate con coraggio i nostri piccoli Comuni ...forse in Provincia le cose possono andare meglio.
Le famiglie interessate sono 60. Forse, adesso che arriva il difficile e duro mese di dicembre, un piccolo numero di queste potrebbero venire ospitate da voi.
Vi chiedero' un appuntamento presso di voi per potervi illustrare a voce la situazione.

GM

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