Rom e Sinti da tutto il mondo

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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Fabrizio (del 13/11/2009 @ 09:35:29, in casa, visitato 1573 volte)

Stop agli sgomberi forzati!

Le autorità cittadine, a Roma, hanno sgomberato forzatamente una comunità di circa 400 persone rom. La maggior parte di queste persone, che costituiscono circa 100 famiglie, hanno occupato uno stabilimento abbandonato nelle vicinanze. Se sgomberate da questo stabilimento, le famiglie dovrebbero vivere in dure condizioni in un altro campo improvvisato, o potrebbero essere costrette a vivere all'aperto.

Secondo le Ong locali e i mezzi di comunicazione, all'alba dell'11 novembre, circa 150 ufficiali di polizia hanno sgomberato le famiglie dal campo di via Centocelle, nella parte est della città. Tutti gli accampamenti della comunità sono stati distrutti e circa 20 uomini rom sono stati arrestati, nonostante non si sappia di cosa siano accusati. Le Ong locali affermano che la comunità non ha ricevuto nessuna notifica dello sgombero forzato ne è stata consultata, e che il Comune di Roma abbia offerto rifugi per brevi peridi solo ad alcune donne e ai bambini piccoli, nei dormitori dei senza tetto della città. In base alla legge italiana, le autorità dovrebbero notificare lo sgombero a tutte le persone, o pubblicare un ordine pubblico o un preavviso. In ogni caso, non essendo l'ordine formalizzato in questo modo, la comunità non potrà adire la corte, e fermare o posporre lo sgombero.

Lo stabilimento dove si trovano adesso le famiglie è una proprietà privata, e quindi potrebbero essere sposati in qualunque momento. Nella comunità ci sono circa 140 bambini, di cui 40 frequentano una scuola nelle vicinanze. Lo sgombero minaccia di interrompere la loro scolarizzazione e sconvolgere seriamente la loro educazione.

La maggior parte di coloro che vivono nel campo di Centocelle hanno già vissuto in precedenza uno sgombero forzato. Gli sgomberi forzati precedenti hanno comportato la distruzione di accampamenti, vestiti, materassi, e qualche volta, di medicine e documenti. Si ritiene che tutti questi sgomberi siano stati eseguiti senza le salvaguardie procedurali richieste dagli standard regionali ed internazionali dei diritti umani.

Firma l'appello online: http://www.amnesty.it/flex/FixedPages/IT/appelliForm.php/L/IT/ca/203/P/100


In merito allo sgombero dell’occupazione rom di Via Gordiani, a Roma, Claudio Graziano, responsabile ARCI Immigrazione Roma e Lazio, dichiara che “gli sgomberi polizieschi sono atti scellerati, aumentano i problemi dei Rom e del territorio intero. In questo caso, sono stati sgomberate 200 persone, presenti in modo provvisorio nel Municipio VII da più di un anno, dove il processo di integrazione aveva già dato ottimi risultati. Lo dimostra la presenza delle insegnanti e la direttrice della scuola “Iqbal Masih”, che per tutta la mattina hanno cercato i genitori dei bambini e delle bambine regolarmente presenti in classe, anche oggi. Inoltre, denunciamo che non è stato permesso l’ingresso all’occupazione alle associazioni di tutela, i mediatori culturali, gli interpreti, gli avvocati, gli insegnanti, oltre che ai giornalisti. Questa operazione di sgombero dimostra la continua violazione in Italia e dei diritti umani nei confronti dei migranti e dei Rom; siamo ancora sconvolti dallo sgombero disumano dell’insediamento di S. Nicola Varco a Eboli.

Il Sindaco Alemanno si fa forte con i deboli, non affronta i problemi delle persone ma preferisce cacciare i poveri. Queste azioni violente non risolvono la situazione dei campi Rom presenti sul territorio romano, ma aumentano la confusione ed il disagio. C’è la totale assenza di una programmazione concreta, mentre le dichiarazioni verbali dell’amministrazione comunale rivendicano un impegno inesistente.

Come ARCI e con tutte le associazioni romane, ci chiediamo che tipo di città vuole amministrare questa giunta, se quella delle squadracce che irrompono nelle occupazioni operaie, se quella degli sgomberi dei cittadini poveri, se quella dei pestaggi agli omosessuali e ai migranti. Vorremmo sapere se Roma è ancora la città dell’accoglienza, oppure se quello a cui assistiamo quasi quotidianamente è il nuovo modello di convivenza civile che vuole imporci la giunta comunale.

Non sappiamo dove siano le persone sgomberate oggi, deportate con un pullman chissà dove. L’ARCI pensa che si debba dare una risposta civile a queste situazioni, che si debba arrivare ad un superamento pacifico dei campi rom, dovrebbe esserci accordo tra amministrazione comunale, cittadinanza ed i Rom stessi.

Claudio Graziano resposabile immigrazione ARCI di Roma tel 3356984279-0641734712 www.arciroma.it

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Di Fabrizio (del 12/11/2009 @ 11:24:47, in musica e parole, visitato 1551 volte)

Da Rom Sinti @ Politica

L’Orchestra Sinfonica Abruzzese e l’Alexian Group di Alexian Santino Spinelli eseguiranno due concerti di solidarietà per l’Abruzzo.

I concerti avranno luogo il 13 Novembre a Roma presso il Tempio Valdese di Piazza Cavour alle ore 18,00 e a Lanciano (in Abruzzo prov. Chieti) presso il Teatro Fedele Fenaroli il 14 Novembre alle ore 21.

I concerti sono stati organizzati grazie al contributo delle seguenti associazioni e istituzioni: Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia –FCEI e Tavola Valdese, l’Associazione nazionale Thèm Romanò di Lanciano (Ch), la Ut Orpheus Edizioni di Bologna, la Cooperativa ERMES di Roma, l’Arci Solidarietà di Roma, la Fondazione Casa della Carità di Milano, l’Associazione Altrevie di Roma, la Compagnia Nuove Indie di Roma, l’Associazione Piemonte-Grecia Santorre di Santarosa di Torino, la Deputazione Fedele Fenaroli del Comune di Lanciano, la Federazione Romanì di Roma, la rivista Confronti DIALOG-ARTI di Roma. I due eventi sono stati inoltre promosse da decine di radio e dalle riviste Focus di Milano e Intercity di Pescara.

I concerti avranno il titolo di "Romano Drom" La lunga strada dei Rom e rappresentano un evento artistico unico e originale in cui sarà proposta musica Rom con canti in lingua Romanì composti da Alexian Santino Spinelli, un Rom Abruzzese profondamente legato alla sua terra. I Rom Abruzzesi, cittadini italiani, sono presenti in Abruzzo da oltre sei secoli e sono vicine alle famiglie Aquilane duramente colpite dal terremoto. I concerti saranno introdotti da Roberto De Caro presidente della casa editrice musicale Ut Orpheus che ha pubblicato le musiche che saranno eseguite.

Fin dal Rinascimento i Rom girando di piazza in piazza e di castello in castello hanno influenzato i musicisti colti apportando novità ritmiche e musicali oltre che strumentali. Ma è soprattutto in epoca Romantica, nel momento in cui si affermano i concetti di nazione, radici culturali, folklore locale, libertà etc. che i grandi compositori come Listz, Brahms, Schubert e più tardi Dvorak, Mussoskj, Ravel, Debussy, Bartok, Stravinskj, oggi Goran Bregovic hanno attinto a piene mani dalla tradizione musicale romanì, per la prima volta – in questo evento con la Sinfonica Abruzzese - la musica romanì non sarà assorbita dalla musica classica, ma al contrario l’orchestra sinfonica accompagnerà e si integrerà nella musica romanì.

Il concerto è un viaggio artistico-culturale in cui vengono rievocate attraverso i suoni, le parole e i colori, le radici profonde di un popolo millenario caratterizzato dalle prismatiche sfumature e dalle intensissime emozioni.
Un viaggio nell’intimità della storia e della cultura di un popolo
trasnazionale.

Le musiche proposte in cui si rintracciano gli echi del passato sono quelle dell’ambito familiare che i Rom suonano per tramandarsi, per comunicare e per restare uniti. I canti sono memorie mai scritte in cui si custodiscono valori etici, filosofici e linguistici di un popolo dalle molteplici espressioni.
L’Europa, mosaico culturale, è anche un mosaico musicale e ogni popolo è custode di ritmi e di stili che si sono rinnovati attraverso i secoli.
A questo ricco mosaico culturale europeo anche i Rom, originari dell’India del Nord, hanno dato il loro apporto, con colori e forme distinti.
In molti paesi la cultura romanì è entrata a far parte del folklore locale, spesso il folklore di quei paesi si identifica con la cultura o l’arte romanì: il flamenco in Spagna, i violinisti ungheresi, i cymbalisti romeni, la musica in Russia e nei Paesi della ex Jugoslavia. Alcuni generi musicali derivano dai Rom come la Czardas e Verbunkos, ma anche tanta musica balcanica oltre che il jazz manouches, che è il vero jazz europeo, il cui precursore è stato il leggendario manouche Django Reinhardt.

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Di Fabrizio (del 12/11/2009 @ 09:11:13, in lavoro, visitato 1130 volte)

La Repubblica Genova.it
Hanno tra i 23 e i 50 anni, e provengono da Molassana e Bolzaneto: "Vorremmo creare una cooperativa". Boom di iscrizioni al corso della Provincia: "Così cambiamo il nostro futuro"
di Domenica Canchano

Al corso professionale di sartoria aderiscono tredici donne di etnia rom e sinti. Hanno tra i 23 e i 50 anni, provengono dai campi nomadi di via Adamoli a Molassana, dove risiedono i rom di origine bosniaca, e di via Nostra Signora della Guardia a Bolzaneto, dove i nomadi sono sinti, italiani, di origine piemontese. Il corso è promosso dalla sezione genovese dall'Opera Nomadi in collaborazione con la Provincia. L'appuntamento è presso la sede del Cna. Le presentazioni sembrano un momento liberatorio: «Io mi chiamo Margherita», dice una. «Mezza storta, mezza dritta», aggiunge con tono scherzoso la nipote Silvia, di 26 anni. L'insegnante la riprende, scatenando l'ilarità dei presenti: «Eh no, quando si ha una forbice in mano bisogna andare sempre dritta». Silvia racconta: «Noi siamo italiani di origine piemontese che abitiamo in un campo. Anche per noi è difficile trovare lavoro. Questo progetto ci offre l'opportunità di specializzarci in un mestiere. Ho una bambina di sei anni e solo mio marito lavora. Mia zia fa i panini per la nostra comunità nel campo di Bolzanet». Zekija invece è una donna di 52 anni che proviene dalla Bosnia. E' in Italia da 18 anni, e a Genova sono nati i suoi figli. «La più piccola dei miei sei figli ha 17 anni e fra poco potrà chiedere la cittadinanza italiana. Anche se ho molti dubbi sui tempi di consegna. Due anni fa ho fatto domanda per ottenere la carta di soggiorno e ad oggi non ho avuto risposta».

Fino a poco tempo fa lavorava come bidella, oggi si ritrova ad imparare un nuovo mestiere per diventare economicamente indipendente. Quasi tutte stentano a trovare un impiego e sebbene abbiano altre, Genova è la loro casa: i loro figli e i loro nipoti sono i nuovi genovesi. Salmira, per esempio, ha 23 anni ed è arrivata dalla Bosnia quando era appena una neonata. «Per la precisione avevo poche settimane. Dico sempre che sono bosniaca, ma in realtà tutta la mia vita l'ho vissuta qui». Serena Camedda dell'Opera Nomadi spiega: «Chi frequenta il corso è perché intende proporsi al mondo del lavoro con una base di conoscenza reale della sartoria. La speranza è quello di riuscire ad aprire una cooperativa dove le donne possano svolgere questo lavoro. Sarebbe un ulteriore passaggio all'autonomia». Quello che è certo è che alla fine del corso, previsto per la prossima settimana, le "nuove" sarte otterranno un attestato di frequenza. «In questi cinque mesi ho imparato a fare la gonna - racconta con un filo di orgoglio Semsa, 42 anni - . Pulivo le scale dei palazzi, l'idea di fare la sarta non mi dispiace. Anzi non vedo l'ora che le italiane indossino le mie gonne. La gente onesta esiste, ed è anche fra di noi».

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Di Fabrizio (del 11/11/2009 @ 09:05:01, in scuola, visitato 1372 volte)

Da British_Roma (i link presenti nell'articolo sono tutti in inglese)

Wired.co.uk Drom: il gioco di strada che esplora la vita di strada By Michael Conroy

04/11/2009 - Se casa tua fosse una roulotte e tu vivessi a Londra, dove ti sistemeresti per la notte? Ti sentiresti sicuro? E se dovessi contare solo sulla bontà degli sconosciuti per trovare un posto per rimanere?

Questa è la premessa di Drom, un gioco pervasivo che esplora la precaria vita dei Rom [...] la vecchia generazione del popolo nomade che una volta si muoveva attraverso l'Inghilterra e le altri parti d'Europa, ma che oggi trovano il loro modo di vita sempre più minacciato dall'espansione urbana e dal cambiamento delle leggi consiliari.

Drom (che significa "strada") coincide con la tappa di tre settimane di Shraddha al Teatro di Soho, una storia d'amore tra una ragazza zingara e un giovane immobiliarista, sullo sfondo del trasferimento dell'insediamento rom di Hackney a Londra Est, perché quel terreno è interessato ai lavori per le Olimpiadi di Londra.

I due viaggianti del gioco saranno trasportati attraverso le vie di Londra, cercando un riparo notturno dove parcheggiare in sicurezza, guidati soltanto dai consigli dei giocatori online, che possono inviare suggerimenti via email, Twitter o SMS. I giocatori devono indicare una località ed una motivazione al loro consiglio, ma d'altra parte i viaggianti possono decidere indipendentemente dal capriccio dei giocatori.

Ogni venerdì e sabato durante la tappa di Shradda, i viaggianti sceglieranno un sito raccomandato da un estraneo, piazzeranno il campo e documenteranno i risultati. I progressi verranno tracciati in tempo reale via GPS, e gli stessi viaggianti terranno un video blog sulle loro esperienze. Saranno "spostati" dalle autorità o incontreranno altri fatti fatti spiacevoli, il loro vagare verrà registrato da videocamere nascoste nelle roulotte. Col passare delle settimane si sposteranno a spirale verso il Teatro di Soho, ed il vincitore sarà chi troverà dove passare una notte il più vicino a quella sede.

Simon Johnson, co-fondatore di Simon Games ed uno dei designer di Drom, spiega che lo scopo del gioco è adoperare i mezzi del social networking per creare empatia tra giocatori e viaggianti, e così far crescere la conoscenza della storia e della cultura romanì:

"Abbiamo voluto Drom per evidenziare alcuni dei temi di Shradda, per portarli fuori dal teatro e misurarci con loro attraverso il gioco," dice Evans, che sarà uno dei viaggianti nella roulotte. "Ci siamo focalizzati soprattutto su un aspetto - l'effetto distruttivo della chiusura dei siti sulla vita delle comunità zingare e viaggianti. Vogliamo che la gente consideri cosa farebbe in una simile situazione."

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Di Fabrizio (del 10/11/2009 @ 09:53:36, in lavoro, visitato 1346 volte)

Da Slovak_Roma

L'inclusione dei Rom nella società potrebbe aumentare il PIL dell'11%

Bratislava, 27 ottobre (TASR) - Secondo lo studio "Perdite per l'esclusione dei Rom", l'integrazione sociale dei Rom arricchirebbe la Slovacchia di oltre l'11% del PIL nazionale, dicono gli autori Anton Marcincin e Lubica Marcininova.

Secondo gli autori, non sarebbe il risultato del risparmio dei benefici sociali, quanto un impiego della forza lavoro impiegata, che incrementerebbe il PIL. Lo studio ipotizza che nel 2030 il10% della popolazione slovacca sarà Rom, col 16% della popolazione in età lavorativa o scolastica.

"Se continuiamo ad ignorare i Rom - i loro problemi e sottosviluppo - e non capiremo che tutte le nostre regioni sono del tutto dipendenti dalla forza lavoro locale e dal suo impiego, lavoro, consumo - in molti casi anche dei Rom, un giorno ne sconteremo le conseguenze," ha detto Marcinin.

Ha spiegato che la curva demografica dei Rom è differente da quella della popolazione non-Rom, puntualizzando che se non useremo il loro talento e capacità lavorative, la Slovacchia potrebbe risvegliarsi nel 2020 scoprendo che in alcune regioni della Slovacchia orientale la maggioranza dei Rom è ancora disoccupata. "E non c'è nessun modo di investire lì, perché non c'è niente o nessuno su cui investire," ha aggiunto.

Secondo le stime attuali, almeno 430.000 Rom vivono oggi in Slovacchia (popolazione 5,4 milioni), di cui i due terzi sono in età produttiva. Tra i bambini in età scolare, un settimo appartiene alla minoranza rom. "Gran parte della popolazione rom dipende dal sistema sociale. La cattiva istruzione e il colore differente della pelle sono tra le ragione dei tassi bassissimi di impiego tra i Rom (secondo le stime soltanto il 10% in età produttiva sta lavorando)," elenca lo studio, aggiungendo che la povertà viene trasferita di generazione in generazione.

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Ricevo da Agostino Rota Martir

Con noi Rom è inevitabile parlare di integrazione, tutti ne parlano. E’ da almeno 10 anni che anche noi qui a Pisa siamo gli "oggetti" da integrare: abbiamo visto passare sopra le nostre teste tante persone, associazioni, Fondazioni, operatori, esperti..tutti pronti a lanciare su di noi la loro ricetta miracolosa, con l’obiettivo di portarci alla meta della desiderata integrazione. Noi abbiamo cercato di "cambiare", era la condizione per far parte del progetto "Città sottili".

"Dovete cambiare per ottenere..", era il ritornello sulla bocca di molti.
"Bisogna che voi mandiate i vostri bambini a scuola, se volete poi..".
"Dovete smettere di mandare le vostre donne con i bambini a mendicare in città se volete restare dentro il Progetto."

Lungo tutti questi anni abbiamo cambiato tante cose, anche a costo di sacrifici e di rinunce, a volte questi cambiamenti erano dolorosi, anche se questo nessuno lo riconosce, ma il villaggio ci attendeva.

"Dovete abbattere le vostre baracche se volete far parte del villaggio che verrà.."
"Dovete spostarvi più in là, dovete restringervi."
"Dovete impedire l’accesso al campo a nuovi Rom, altrimenti il villaggio non si farà."
"Dovete dire a quelle persone di uscire dal campo, se volete continuare a rimanere nel Progetto!"
"Ma quelle persone sono mio padre e mia madre".
"Non importa, se ne devono andare è per il Progetto!"

Il villaggio Rom che sta per finire ha comportato tanto impegno e difficoltà, sia da parte dell’Amministrazione, che ringraziamo di cuore, ma soprattutto da parte nostra. Abbiamo accettato con tanta speranza ben 7 anni fa, quando l’assessore di allora dott. Marco Macaluso ci presentò le modalità del progetto e la descrizione del Villaggio che sarebbe sorto all’interno del campo. A tutte le famiglie, ad ognuna singolarmente fu anche chiesto espressamente cosa sceglievano: rimanere nel campo in attesa del villaggio o andare subito in un appartamento. Chi otteneva una sistemazione in casa o in appartamento si impegnava a non far ritorno al campo, a chi invece rimaneva nel campo veniva chiesto soprattutto di portare pazienza nel sopportare i disagi della vita al campo e di collaborare in attesa di entrare nel nuovo villaggio. "Basta campi!", si diceva allora e si continua a ripeterlo, come se per noi Rom il campo è la nostra scelta di vita: ci fu imposto a suo tempo e si continua a farlo passare come una nostra scelta di vita. L’integrazione sembrava praticamente il passaggio automatico dal campo all’appartamento.

Ora veniamo a conoscenza che la maggioranza delle famiglie che vivono al campo di Coltano non entrerà nel villaggio, la precedenza andrà ad altri, esattamente a chi da anni vive in appartamento, ma allora noi chiediamo: dove sta la fedeltà alle tante promesse che ci avete fatto?

A cosa è servito pazientare e collaborare attivamente se poi alla fine qualcuno subdolamente cambia le regole di nascosto e trama alle nostre spalle?

Praticamente a quei Rom che avevano accettato di "integrarsi" nelle case (perché noi non lo stiamo facendo?), ora viene chiesto di tornare nel "villaggio"… ma non si erano già integrati? Che ne sarà di quelle famiglie che in tutti questi anni hanno atteso il Villaggio e che all’ultimo momento si vedono escluse senza alcuna spiegazione?

Se usiamo parole forti è perché siamo ormai stanchi di fare domande al responsabile del progetto, ma in cambio cosa riceviamo? Silenzi, Bugie, falsità, doppiezza, non considerazione. L’elenco sarebbe lungo e penoso.. eppure si tratta delle nostre vite e quelle delle nostre famiglie. Noi esprimiamo tanti dubbi sul modo in cui il responsabile del progetto lo sta portando avanti e chiediamo al sig. Sindaco un suo diretto intervento perché trovi persone capaci di assumere un atteggiamento di correttezza e lealtà "anche verso di noi", atteggiamenti minimi indispensabili perché l’integrazione cammini verso la sua giusta direzione. Quella correttezza che da anni viene chiesta a noi Rom e che in tante situazioni crediamo di averla dimostrata, ma vogliamo vederla anche negli stessi operatori verso di noi, soprattutto quando questi trattano delle nostre esistenze e del nostro futuro! Diversamente si rischia un abuso!

Fino a qualche anno fa noi Rom ci sentivamo parte della cittadinanza di Pisa, partecipavamo con entusiasmo a varie iniziative cittadine proponendo la nostra cultura, la nostra storia, cercando di trasmettere la nostra fiducia nella vita, ora invece ci sentiamo messi in disparte, come zittiti. Questa comunicazione venne interrotta, forse ritenendola inutile o uno spreco di energie da gestire con competenza e professionalità sempre da altri, ma estranei a noi e spesso diffidenti.

Il Progetto rischia di erodere quelle che erano le nostre radici, la nostra comune appartenenza di popoli Rom, un risultato è che ora, anche tra di noi ci guardiamo con diffidenza e sospetto. E’ forse questo il prezzo da pagare per l’integrazione? Quando ci sarà strappata anche l’anima potremo dire di esserci meritato il diploma della integrazione?

Noi Rom di Coltano da anni stiamo chiedendo agli operatori del Progetto di trovare una soluzione al Permesso di Soggiorno, per riuscire in seguito a trovare un lavoro.. Perché si è fatto niente al riguardo quando la Legge era più favorevole, rispetto a quella in vigore oggi?

Campo Rom di Coltano (PI) - 8 Novembre 2009 -


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Di Fabrizio (del 10/11/2009 @ 09:28:09, in scuola, visitato 1409 volte)

Segnalazione di Tommaso Vitale

09 novembre 2009 - di Paolo Repetto

Ieri a Milano fiaccolata a sostegno dei senza casa accampati in via Rubattino e in attesa da mesi dello sgombero. In corteo anche le insegnanti dei bambini e le mamme dei compagni di scuola

La lettera che ieri chiamava a raccolta uomini e donne di buona volontà, in vista della fiaccolata milanese in difesa dei cittadini rom in attesa di sgombero, è di per sé significativa: "Molti di voi – scriveva Basilio, volontario di un circolo Arci della zona, ai suoi "contatti" via e-mail – sono certamente consapevoli della situazione drammatica dei rom che stanno in via Rubattino; sapete anche che molti bambini di quel gruppo sono positivamente inseriti a scuola, e che l’azione delle maestre e dei genitori della scuola hanno sin qui impedito lo sgombero, privo di soluzioni organizzative che consentano la prosecuzione delle iniziative di integrazione".

Lo sgombero, si leggeva ancora, "è sempre più vicino: Flaviana, una delle maestre, e altre persone che lavorano come volontari a via Rubattino chiedono di trovarci oggi, domenica 8 alle 18.00-18.30, per una fiaccolata di solidarietà con queste persone. L’appuntamento è alla fontana tra i supermercati".

La fiaccolata si è poi regolarmente svolta, vedremo quali effetti riuscirà a sortire nei prossimi giorni.

Va però ricordato che sia dell’eventualità di ristabilire l’ordine (per così dire) nella strada periferica milanese sia soprattutto dell’impegno a favore dei progetti di integrazione si parla da tempo, ovviamente in ambienti circoscritti, molto distanti da quei meccanismi funzionali alla lobotomizzazione delle coscienze e all’individualismo spinto che appassionano sempre più i mass media nostrani.

A lanciare l’allarme contro il possibile brutto finale di una bella storia era stata Amnesty International insieme alle associazioni di solidarietà cittadine (dalla comunità di Sant’Egidio all’Arci, passando per alcune parrocchie e il Naga, centro medico aperto agli immigrati e attivo da decenni a Milano).

Tutti assieme si mossero a difesa della comunità rom sistemata in via Rubattino. Venne diffuso anche un appello volto a sensibilizzare i genitori delle altre classi scolastiche facenti parte del plesso che ospita i bimbi romanì, chiedendo la disponibilità a firmare la lettera redatta da una maestra della scuola di via Pini, Flaviana Robbiati, e indirizzata al sindaco di Milano, Letizia Moratti, al Prefetto e commissario straordinario per l’emergenza "nomadi" (anche se il popolo romanì non è più tale da decenni), oltre che all’assessore competente (con delega alle politiche sociali e alla scuola).

Da circa due anni, spiegava la lettera, è presente sul territorio la comunità rom e sinti di via Rubattino: proprio grazie alla "collaborazione tra istituto, volontari della comunità di S. Egidio, Padri Somaschi e parrocchie, sono stati avviati percorsi di integrazione, primo fra tutti quello di scolarizzazione dei bambini".

A frequentare le classi sono 36 bambini, che "a seguito dell’imminente sgombero del campo, si vedranno impossibilitati a continuare la frequenza: ciò potrebbe compromettere la possibilità di questi scolari di veder realizzato il loro diritto all’istruzione e potrebbe interrompere il percorso di integrazione che ha coinvolto nel corso dello scorso anno gli scolari rom insieme a quelli del quartiere e le loro famiglie. La rete di relazioni e il clima positivo venuti a instaurarsi potrebbero essere vanificati se questi bambini non verranno messi nelle condizioni di poter continuare a frequentare le scuole cui sono attualmente iscritti".

La lettera chiedeva dunque alle istituzioni un impegno per evitare la "cessazione della possibilità di frequentare i nostri istituti". Pertanto "le istituzioni da voi rappresentate si attivino affinché le famiglie rom del campo di via Rubattino, con figli nell’età della scuola dell’obbligo, siano messe concretamente nelle condizione di poter continuare ad adempiere al loro diritto/dovere di mandare i figli a scuola, non in una scuola qualunque, ove tutto il percorso didattico e di integrazione andrebbe ricostruito, ma in continuità con quanto già in atto. Crediamo che il diritto alla scuola non possa essere garantito solo formalmente dal fatto che esistono istituti scolastici su tutto il territorio italiano, ma che vada fatta una scelta sostanziale e che si comprenda come l’interruzione di percorsi avviati significhi in realtà la negazione dei diritti di questi bambini".

La vicenda che riguarda la cittadinanza di via Rubattino, quella italianissima affiancata alla comunità romanì, porta con sé alcuni insegnamenti rivolti alla coscienza di ciascuno e alla classe politica: l’integrazione è possibile e può arricchire le persone al di là della classe sociale, della razza o della lingua d’origine. Di certo non la si costruisce sugli slogan o come conseguenza di vuoti richiami "buonisti". Può germogliare come frutto di lunghi e faticosi interventi sul territorio, che richiederebbero tra l’altro adeguate sponde sul terreno comunicativo: per rendere partecipe il cittadino "comune" di ciò che di buono può accadere tra immigrati e nomadi accampati nel quartiere accanto al suo.

Ad oggi si tratta di un’eresia, visto che al teleutente viene riservato esclusivamente il fatto di cronaca scelto tra i più raccapriccianti, che vede protagonista il "marocchino" (o l’albanese…) che, ha "infierito sul vicino di casa" dopo averlo "trucidato" e dopo aver "beneficiato dello sconto di pena". Un’eresia che però vale la pena praticare, per contribuire a salvare la nostra società dalla sua drammatica involuzione.

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Di Fabrizio (del 09/11/2009 @ 09:32:38, in Europa, visitato 1481 volte)

segnalazione di Nadia Marino

di Carla OSELLA in "Pabay, nel mondo degli zingari" (ed. INTERFACE-AIZO)

Un giorno Pabaj mi telefonò dal bar emozionata: "Attilia, devi venire subito, perché è arrivata mascia (nonna) Draga dalla Germania, la devi conoscere anche tu, è una delle poche zingare che sono uscite dai lager, te ne avevo parlato tempo fa, ricordi? Vieni in fretta, ti aspetto". Che bella sorpresa poterla vedere, parlarle, ascoltare dalla viva voce un pezzo di storia, anche se tragica di un periodo che non avevo mai vissuto. Sarei corsa immediatamente al campo volando le scale, ma il giorno dopo avevo il compito in classe di matematica e quindi non potevo andare impreparata; ci pensai un attimo, poi decisi che avrei potuto rubare un po’ di tempo al sonno il giorno dopo, anche se al mattino ero sempre stanca e facevo fatica ad alzarmi.

Mascia Draga valeva bene un po’ di sonno! Quando arrivai, c’erano molti Rom accanto a lei, uomini, donne, ma, nonostante facessi degli sforzi per vederla, non ci riuscivo perché era coperta da una piccola folla. In un angolo trovai una sedia vuota e vi salii sopra per vederla. Era una donna minuta, molto anziana, con un diclò (fazzoletto) verde intenso che le copriva i capelli, aveva una maglia rossa da cui spuntava una camicetta con la gonna lunghissima, come portavano le donne del campo.

Lei parlava piano e c’era attorno silenzio, davvero strano in un ambiente sempre chiassoso e pieno di bambini, ma loro non c’erano. Infatti, quando succede qualcosa d’importante, i bambini vengono allontanati. Vidi solo Sanella seminascosta dietro la gonna di sua nonna.

A poco a poco molti Rom se ne andarono e nella baracca rimasero solo poche donne, allora Pabaj mi disse: "Vieni, che ti faccio conoscere la Mascia!".

Mi avvicinai a quella zingara un po’ intimorita, aveva qualcosa di misterioso, che non sapevo definire. Appena si accorse della mia presenza mi disse: "Vieni piccola gagì, fammi vedere il viso" e, mentre mi diceva questo, cominciò a fissarmi negli occhi. "Hai il viso buono - mi disse - perciò puoi essere amica dei Rom".

Sentii che arrossivo fino alle orecchie per quel complimento e mi sembrò di essere ancora più piccola. Nonna Draga mi fece un vero e proprio interrogatorio chiedendomi qual era il motivo per cui venivo al campo e se mi piacevano gli zingari.

Le spiegai il mio desiderio di conoscere meglio chi viveva nelle roulottes. "Tu sei la figlia dei signori delle case di pietra, cosa ci fai in mezzo a questa brutta gentaglia zingara?".

Mi colpì l’ironia con cui diceva quella frase; allora intervenne Pabaj a spiegarle che ero sua amica da molto tempo.

Avrei voluto chiederle tante cose del suo passato, della sua deportazione nel più grande campo di concentramento nazista, ma non osavo. Pabaj però leggeva le mie domande negli occhi e fece lei la domanda che mi interessava. "Le abbiamo parlato molto di te, voleva sapere qualcosa della tua giovinezza".

Un’ombra di tristezza passò sul suo viso, si strinse le mani con forza, quasi a voler scacciare il passato, e mi rispose: "Non mi piace parlare del passato, perché è stato una cosa troppo angosciante, ma forse è importante che la gente sappia che anche il popolo zingaro, come il popolo ebreo, ha pagato con oltre cinquecentomila morti la follia del nazismo. Anche per noi c’è stato l’olocausto".

Mi sedetti accanto a lei in silenzio per ascoltare una storia sconosciuta ai più. Raccontò che abitava in una piccola città della Francia, quando una notte arrivò la GESTAPO (la polizia nazista) nel campo.

"Era un piccolo campo come questo con le baracche, faceva freddo, era tardi ed eravamo tutti a letto. Sono entrati con i mitra spianati e ci hanno fatto scendere, dicendoci che ci portavano in un posto dove raccoglievano tutti gli zingari; il mio papà cercò di spiegare all’ufficiale che eravamo nomadi capitati lì per caso, che non eravamo neppure francesi, ma loro non vollero sentire nulla".

Sua madre coprì bene il fratellino più piccolo e lo mise in braccio al padre, mentre aiutava gli altri a vestirsi in fretta per evitare qualsiasi questione con i poliziotti. Poi li portarono ad una stazione, di cui lei non ricordava neppure il nome, e vennero caricati su un carro merci.

"Avevamo molta paura e anche tanta fame. Il viaggio fu molto lungo, durò parecchi giorni, finché arrivammo ad una piccola stazione polacca, in uno strano posto davanti ad un cancello di ferro dove c’era scritto in tedesco "Arbeit Macht Frei", cioè "Il lavoro rende liberi".

Guardandoci attorno, vedevamo che dagli altri vagoni scendevano dei gagé, donne con i bambini cariche di borse e valigie. Ad un certo punto si separarono: un gruppo da una parte "per le docce"- dicevano - e noi dall’altra.

Ma quando la colonna incominciò la sua lenta marcia, vidi che era composta di ammalati e di bambini. Mi sentii gelare il cuore con il presentimento che qualcosa dovesse succedere; quel giorno fu l’ultima volta che vidi la mamma".

Il racconto diventava sempre più interessante, la baracca si era di nuovo riempita di persone; chi era seduto ai piedi della mascia Draga, chi stava diritto, tutti pendevano dalle sue labbra. "Solo quando i russi giunsero al lager, seppi che mia madre era stata messa nei forni crematori, dopo essere passata dalle docce".

Mentre parlava, si asciugò con il dorso della mano le lacrime che le scendevano dal volto. "A noi hanno fatto un segno che ho ancora sul braccio". Si tirò su la manica e potei leggere bene inciso "Z24161". La nonna disse: "Vi racconto tutto ciò che ho visto e vissuto, ma non è da raccontare ai bambini; invece è importante capire che l’odio porta al razzismo e il razzismo uccide in molti modi, con la morte fisica e con quella morale". Mi spiegò come si poteva uccidere il cuore degli uomini con l’emarginazione:

"Tu sei un gagì, cosa vuoi sapere di queste cose? Tu vivi bene nella tua casa, nessuno viene a controllarti. Per noi invece non è così, quando vai a fare la spesa, ti servono prima degli altri, perché hanno timore che rubi qualcosa, o se sali sul tram, nessuno si siede vicino a te, perché sei zingaro. Si rifiutano non solo di parlarti, ma di starti accanto, quasi avessimo la peste".

Sentivo che era dura, ma la capivo, perché anch’io a scuola avevo dovuto lottare con i miei compagni per difendere gli zingari; ricordavo ancora l’episodio in cui un bambino mi aveva detto con disprezzo: "Sei solo una zingara" e io l’avevo ringraziato, perché, se avessi potuto scegliere, avrei proprio voluto essere zingara.

"Ma - riprese mascia Draga, dopo un po’ di silenzio - bisogna imparare sin da piccoli a capire che tutti hanno il diritto di vivere. Il sole sorge per tutti e la pioggia cade per tutti, tutti abbiamo fame e tutti abbiamo sete, ci sono tante cose simili per i gagé e simili per gli zingari ed anche per i neri dell’Africa, bisogna scoprirle".

Dopo un momento aggiunse: "Hai una nonna? Vai da lei e chiedile cosa vuol dire ciò che ti ho detto. Chi ha vissuto molto, ha acquistato saggezza e bisogna imparare ad ascoltare il passato per non commettere gli stessi sbagli per l’avvenire". Nonna Draga abbassò la voce quasi volesse parlare a se stessa e disse: "Non potevo ritornare in quel posto, ma ci sono andata alcuni anni fa e ho pianto di rabbia, vedendo Auschwitz diventata un museo e constatando che in mezzo alle baracche, dove sono morte migliaia di persone, i ragazzini spesso mangiano patatine fritte e bevono Coca-Cola".

Spiegò: "Ho voluto andare a vedere le baracche del settore zingaro, ma le intemperie le hanno distrutte. C’è solo uno spiazzo vuoto, però ho sempre in tasca un pezzo di pietra che ho raccolto".

Poi si alzò con maestà dalla sedia, come se fosse una regina e con voce più forte soggiunse: "Quando sarai grande, ricordati di ciò che ti disse una vecchia zingara: la pace tra i popoli nasce cercando i valori che uniscono e non le divisioni. Facciamo attenzione che il nazismo non torni in Europa, già troppi innocenti hanno pagato".

Ero rimasta senza fiato; quella piccola donna minuta, dalla voce giovane, aveva raccontato cose mai sentite. Avrei voluto abbracciarla, ma non osavo davanti a tutti i Rom, tuttavia quando l’avvicinai, lei mi strinse forte e mi fece una carezza.

"Vai, piccola gagì, oggi ho parlato troppo per la mia età".

*di Carla OSELLA
in ''Pabay, nel mondo degli zingari'' (ed. INTERFACE-AIZO)
http://www.aizo.it/masciadraga.html

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Di Fabrizio (del 09/11/2009 @ 09:15:24, in media, visitato 1288 volte)

Da Roma_Italia

Cari colleghi,

vi prego indicarmi il titolo del vostro media Rom o relativo ai Rom (giornale, rivista, radio, canale televisivo) con le indicazioni e-mail, sito web, telefono, al seguente indirizzo romale@zahav.net.il

Queste informazioni saranno pubblicate su http://euyouthspeak.org/roma/?cat=10964 per aiutarci a rimanere in contatto.

Grazie in anticipo!

Mr. Valery Novoselsky,
Editor, Roma Virtual Network.
http://www.valery-novoselsky.org/romavirtualnetwork.html

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Di Fabrizio (del 08/11/2009 @ 09:51:09, in Europa, visitato 1236 volte)

Da Roma_Francais

Nessuna tregua invernale per i Rom

La tregua invernale delle espulsioni locative comincia oggi (2 novembre ndr) e finirà il 15 marzo. Ma le popolazioni che vivono nelle roulottes non sono interessate a questa misura. I Rom per esempio sono contrari a cambiare accampamento, cosa che peggiora la loro situazione sanitaria.

Senza libretti sanitari, ancora meno medici curanti ed per finire poco di cure. La situazione dei Rom, espulsi regolarmente dei loro accampamenti, preoccupa Médecins du monde. I volontari dell'OnG si recano nei campi e constatano in particolare che bambini non sono vaccinati contro malattie come il tetano, cosa che pone un problema di sanità pubblica.

[...]

Tra i 200 e i 400 Rom sono per esempio stati espulsi martedì dalla CRS (Compagnies Républicaines de Sécurité ndr) dai loro accampamenti di Villetaneuse a Seine-Saint- Denis che occupavano da luglio. Il 14settembre la giustizia ha dato ragione ad un società proprietaria del terreno di cui aveva chiesto l'evacuazione. 88 Rom avevano accettato una proposta di sistemazione volontaria ad agosto. Carine Juste, sindaca comunista di Villetaneuse, aveva sottolineato la partecipazione dei comuni al finanziamento dei campi d'inserimento di Seine-Saint- Denis. Ma aveva giudicato l'impegno dello Stato "non all'altezza" in un settore che impegna "la responsabilità nazionale ed europea".

L'arrivo della tregua invernale, che sospende le espulsioni tra il 1 novembre e il 16 marzo, non riguarda i Rom. Associazioni di sostegno ai gitani, gens du voyage e Rom hanno chiesto quest'ultime settimane che la tregua invernale si applichi all'habitat mobile. Vedono nella situazione attuale una discriminazione supplementare per queste popolazioni.

In Francia, 400.000 persone sono ufficialmente registrate come "gens du voyage e Rom". Un terzo è ancora nomade ed il 95% di loro sono Francesi. Il termine di Rom designa in Francia soprattutto Zigani d'origine rumena, bulgara o iugoslava. I Rom sono la più grande minoranza dell'Europa con quasi 10 milioni di persone. Sono all'origine un popolo nomade i cui antenati hanno lasciato il Nord-ovest dell'India all'inizio dell'XI secolo. Sono stati allora catturati e messi in schiavitù prima di disperdersi attraverso l'Europa.

Jean-Louis Dell'Oro

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