Rom e Sinti da tutto il mondo

Ma che ci fa quell'orologio?
L'ora si puo' vedere dovunque, persino sul desktop.
Semplice: non lo faccio per essere alla moda!

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La redazione
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 

Da Sinti Italiani in viaggio per il diritto e la cultura

Una microarea

* Rom e sinti, tra falsi allarmi e integrazione: il docufilm "Mandiamoli a casa"
Davide Casadio, Sinti Italia Mez-Italia - Verso la Strategia Nazionale, Roma, 6 dicembre
Circa la metà di coloro che risiedono nel nostro Paese sono italiani. Lo dice il rapporto della Commissione Diritti Umani del Senato, che ha redatto il primo rapporto sulla situazione di Rom e Sinti in Italia, di cui fa parte integrante il docufilm "Mandiamoli a casa" (vedi il servizio su Rai News, ndr). In studio con Luce Tommasi e Josephine Alessio, il senatore Roberto Di Giovan Paolo del Pd, componente della commissione Diritti Umani e Francesco Mele, uno degli autori del filmato.

* Rui commenta il docufilm su rom e sinti "Mandiamoli a casa"
Riceviamo da Irene Rui e pubblichiamo un suo commento a Rom e sinti, tra falsi allarmi e integrazione: il docufilm "Mandiamoli a casa"
La copertina così come il video è interessante e permette di lanciare un sassolino nell'informazione riguardante i rom e i sinti, ciò che da qualche anno cerco di fare in seno locale. Devo però fare una critica ai due interlocutori Francesco Mele e al Senatore Roberto Di Giovan Paolo, poiché ancora una volta dimostrano di ragionare da gagé e di non comprendere le culture rom e sinti.
Affermare che visto che ci sono rom che vivono nelle case, anche coloro che ora risiedono nei campi devono integrarsi e andare ad abitare nelle case ci mostra una miopia culturale e un poco rispetto di queste minoranze. Culturalmente i sinti e non i "camminanti" (mezzi gagi e mezzi sinti o rom), sono abituati a vivere all'aperto, costringerli a vivere all'interno di mura domestiche o capannoni, significa fare a molti una violenza psicologica e culturale. Altra cosa per i rom italiani, che sono da sempre almeno negli ultimi secoli, abituati a vivere in casa. Non si possono accumunare la cultura sinti con quella rom, perché pur per alcuni aspetti simili, sono diverse. Integrazione non significa che altri soggetti si devono omologare alla maggioranza dei residenti di un Paese, bensì significa scambio culturale ed interazione fra i popoli. Spero che il 6 dicembre al Workshop si tenga conto di questo e che la soluzione per uscire dai ghetti e dall'emarginazione sono per i sinti le microaree e una politica di inserimento occupazionale per coloro che non esercitano più la professione dello spettacolo viaggiante o di raccolta del materiale ferroso.


Nota: Rom e Sinti: Verso la Strategia Nazionale

clicca sull'immagine per scaricare l'invito. L'evento su Facebook

La Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato della Repubblica e Open Society Foundation in collaborazione con FIERI, organizzano un workshop dal titolo "Rom e Sinti, verso la strategia nazionale", presso il Senato della Repubblica, Aula della Commissione Difesa, Martedì 6 dicembre, alle ore 9,00 in Via degli Staderari, 2. Per gli uomini, obbligo di giacca e cravatta.

Intervengono:

  • Andrea Riccardi (Ministro per la Cooperazione Internazionale e l'Integrazione)
  • Massimo Serpieri (Vicedirettore dell'unità Justice D4 della Commissione Europea)
  • Isidro Rodriguez (Direttore della Fundacion Segretariado Gitano)
  • Zeljko Jovanovic (Direttore del Roma Initiatives Office dell'Open Society Foundations)
  • Jeroen Schokkenbroek (Special Representative of the Secretary General for Roma Issues for the Council of Europe)

Modera:

  • Henry Scicluna (Advisor for Roma Issues, Council of Europe)

Conclusioni:

  • Pietro Marcenaro (Presidente della Commissione diritti umani)
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Di Fabrizio (del 02/12/2011 @ 09:41:57, in Regole, visitato 1179 volte)

Segnalazione di Elvis Asti. Mi immagino le facce nella redazione 8 - ) ma già godo a leggere i commenti. Ricordate che è lo stesso "giornale" che da spazio a queste notizie...

Furono sgomberati da Maroni Ora i rom chiedono i danni
Milano, caos nelle baraccopoli. Dopo la sentenza del Consiglio di Stato, centinaia di nomadi sono pronti ad azioni legali

I rom sono pronti a chiedere i danni per gli sgomberi e le espulsioni subite all'interno dei campi regolari negli ultimi tre anni. È il primo effetto collaterale della sentenza del consiglio di Stato che ha azzerato il piano nomadi dell'ex ministro Maroni: i giudici hanno dichiarato «illegittimi» gli atti firmati dal prefetto Gian Valerio Lombardi in qualità di commissario e demolito il concetto stesso di emergenza. «La presenza di seimila rom a Milano non giustificava norme straordinarie».

A cascata, diventa carta straccia anche il regolamento approvato in era-Moratti per garantire la sicurezza delle aree attrezzate. Il principio messo nero su bianco: fuori dai campi chi ha precedenti, chi delinque, chi ospita amici e parenti fuori dagli orari dell'area attrezzata. Decine di nomadi - seguendo alla lettera le nuove norme - sono stati cacciati dagli insediamenti per mettere in pratica l'agognato «alleggerimento dei campi». il verbo del consiglio di Stato, però, sbianchetta tutto. «Chi ha subito un danno ora potrà rivalersi verso le istituzioni» dice Alberto Guariso, uno degli avvocati che ha seguito la battaglia giudiziaria contro il piano Maroni. «Se il regolamento è un atto illegittimo, perché bastavano le norme ordinarie, è giusto chiedere un risarcimento per gli allontanamenti».

Al Tar, ad esempio, è ancora pendente il ricorso di quattro rom italiani di via Idro espulsi dal campo perché avevano subito condanne penali in un periodo antecedente all'entrata in vigore del regolamento (oggi polverizzato). Chiosa Guariso: «A questo punto credo che vinceranno la causa, come tutti quelli che si faranno avanti nella stessa situazione». Diverso il caso degli sgomberi dei campi irregolari, resi possibili anche dalla legislazione ordinaria e perciò a prova di ricorso. E le case Aler? Le cascine nel Pavese acquistate con il sostegno economico del Comune? I rimpatri profumatamente pagati? Quelli, ironia della sorte, non si toccano. «I vantaggi sono acquisiti» sottolinea Guariso, «servirà piuttosto un riassestamento di competenze da parte delle istituzioni per correggere la catena di comando». Il piano nomadi, oltre alla messa in sicurezza dei campi e alle telecamere, promuoveva anche l'integrazione abitativa dei rom. «La sentenza è un atto politico gravissimo» dice l'assessore provinciale Stefano Bolognini. «Per risolvere le situazioni di degrado dei campi rom servivano poteri straordinari.

Il piano Maroni seguiva il buon senso, i numeri lo dimostrano». Le presenze sono scese fino a quota 1.200, le quattro aree infernali del Triboniano sono state chiuse. Di «sentenza politica» parla anche Romano La Russa, assessore regionale alla Sicurezza. «I giudici confondono il loro ruolo con quello dei politici. È una sentenza in perfetta armonia con l'orientamento della giunta Pisapia, che ha allentato i controlli nei campi tollerando anche quelli abusivi». L'ultimo cambio di rotta è arrivato ieri nella baraccopoli illegale di via Bonfadini, un campo satellite di quello autorizzato: lo sgombero dei cento occupanti, previsto per ieri mattina, è stato rinviato al 12 dicembre. «Hanno rifiutato la sistemazioni dei nostri servizi sociali» dice l'assessore Marco Granelli. «Queste settimane serviranno loro per trovare una soluzione».

di Massimo Costa - 23/11/2011

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Di Fabrizio (del 01/12/2011 @ 09:43:56, in Italia, visitato 1171 volte)

di Pino Petruzzelli - 30 novembre 2011

I bambini rom dovrebbero essere tolti alle rispettive famiglie e dati tutti in adozione?

Stando alla ricerca di Carlotta Saletti Salza, professoressa presso l'Università di Verona, su un totale di 8.830 procedure di adottabilità, i minori rom e sinti dichiarati adottabili in sette sedi di Tribunali Minorili italiani nel periodo compreso tra il 1985 e il 2005 sono stati 258. Quello che è oggi uno dei maggiori studiosi di cultura romanì in Italia, il professor Leonardo Piasere, commenta i dati: "Se consideriamo che la popolazione dei rom e dei sinti in Italia ammonta allo 0,15% circa della popolazione totale, capiamo che la percentuale di procedure di adottabilità dello 0,15%, cioè in sintonia con la proporzione della popolazione, corrisponderebbe a circa 13 procedure sulle 8.830. Ora il numero di procedure riguardanti rom e sinti, è superiore del 1700% a tale cifra!"

Questo mio intervento non è contro il sistema delle adozioni, perché, lo dico chiaramente, ci sono casi in cui togliere il bambino a una famiglia rom o sinta è cosa sacrosanta.

Ciò che mi interessa è porre alcune domande.

Stando alla legge italiana sono dichiarati in stato di adottabilità i minori di cui sia accertata la situazione di "abbandono" (legge 184 del 2001), ma nella legge 149 dello stesso anno, si dice che:

"1) Le condizioni di indigenza dei genitori o del genitore esercente la potestà genitoriale non possono essere di ostacolo all'esercizio del diritto del minore alla propria famiglia. A tal fine a favore della famiglia sono disposti interventi di sostegno e di aiuto.

2) Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell'ambito delle proprie competenze, sostengono, con idonei interventi, nel rispetto della loro autonomia e nei limiti delle risorse finanziarie disponibili, i nuclei famigliari a rischio, al fine di prevenire l'abbandono e di consentire al minore di essere educato nell'ambito della propria famiglia…."

L'interpretazione del termine "abbandono" è così lasciato alla discrezionalità del Tribunale dei Minori. Ma cosa si intende per abbandono?

Ipotizziamo ci siano due bambini rom di sette e dieci anni, Alin e Mari, che a causa della povertà dei genitori sono costretti a vivere sotto un ponte. Vengono sgomberati e i Vigili Urbani li portano sotto un altro ponte. Lì assistono all'incendio della loro baracca e all'orribile morte di quattro amichetti. Vengono sgomberati nuovamente e ritornano sotto il primo ponte. I genitori non trovano lavoro (chi di noi assumerebbe uno zingaro che vive sotto un ponte?) e tirano avanti solo con gli aiuti che forniscono loro alcuni volontari della Caritas e dell'Arci. Ogni mattina i genitori di Alin e Mari, però, accompagnano i figli a scuola dove i bambini arrivano sempre puliti e ben vestiti anche grazie all'aiuto dei sopra citati volontari. Aggiungo che i bambini, a detta delle maestre, seguono con sufficiente profitto le lezioni. I pomeriggi dei bambini, però, trascorrono sotto il ponte.

Voglio ora porre alcune domande:

1) Se vedessimo Alin e Mari sotto il ponte e non sapessimo nulla di loro, penseremmo giusta l'affidabilità? E sapendo la loro storia e la loro quotidianità, riterremmo lo stesso giusto toglierli alla famiglia e darli in adozione?

2) Può un'Amministrazione pubblica, di qualunque appartenenza politica, sentirsi priva di responsabilità nel lasciare che una famiglia di rom continui a sopravvivere sotto un ponte?

3) La famiglia di Alin e Mari va sgomberata? E, se si, può lo sgombero di un sottoponte, senza una reale alternativa abitativa, bastare a tutelare i minori che vi abitano?

4) Cosa si fa per prevenire le situazioni di estrema miseria in cui sono costretti a vivere alcuni bambini rom e sinti?

5) Togliere un bambino alla propria famiglia deve essere l'ultima strada percorribile o la prima? E se deve essere l'ultima, perché il numero di procedure riguardanti rom e sinti, è superiore del 1700% a quello delle procedure totali nelle sette sedi dei Tribunali dei Minori che ha preso in esame la professoressa di Verona nel suo libro "Dalla tutela al genocidio?"

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Di Fabrizio (del 01/12/2011 @ 09:14:54, in Regole, visitato 956 volte)

 Amnesty.it

"Ogni volta che mi sgomberavano dai campi ero molto dispiaciuto... perché non pensavo che era un campo, pensavo che era la mia casa. Era il mio posto che adoravo, dove arrivavo la sera e mi mettevo al caldo... nella casa, nella baracca".

Marius ha 16 anni. È arrivato in Italia oltre un anno fa ed è stato sgomberato già otto volte. Il suo sogno era di "andare avanti", di lavorare, di "essere un ragazzo molto, molto bravo". Ma per lui non è facile.

Nemmeno per Giuseppe, italiano di etnia rom che ha vissuto per oltre 20 anni in un campo autorizzato a via Idro, è semplice. È venuto sapere che le autorità di Milano vogliono ridurre il numero di abitanti del campo e trasformarlo in un "campo di transito". Né lui né la sua famiglia sono stati consultati su questo piano e temono di dover andar via senza un'alternativa adeguata.

Da un po' di tempo si sente sempre più indesiderato nella sua città natale, Milano.

In questa città, le autorità da decenni attuano politiche che sembrano considerare i campi l'unica soluzione abitativa per le persone rom, disinteressandosi inoltre del fatto che queste persone vivano in container sovraffollati, con sistemi fognari vecchi e infestati dai topi. Ma negli ultimi anni, la loro situazione è addirittura peggiorata.

L'"emergenza nomadi", dichiarata dal governo italiano nel 2008, ha permesso alle autorità di Milano di sgomberare forzatamente dai campi non autorizzati tantissime famiglie. Le conseguenze sono state devastanti, soprattutto per centinaia di bambine e bambini rom, la cui frequenza scolastica è stata interrotta.

Anche i campi autorizzati sono stati presi di mira. Una nuova normativa fortemente discriminatoria ha permesso di programmare la chiusura di quasi tutti i campi autorizzati in cui risiedono i rom, anche per consentire l'esecuzione di progetti connessi all'Expo, che si terrà a Milano nel 2015. I progetti infrastrutturali per questo evento internazionale hanno già portato alla chiusura di due campi autorizzati.

Per Amnesty International, dichiarare uno stato di emergenza su basi infondate nei confronti di una minoranza etnica e mantenerlo per tre anni e mezzo è stato uno scandalo!

L'"emergenza nomadi", illegale e discriminatoria in base al diritto internazionale, non avrebbe dovuto mai essere dichiarata. E adesso che anche il Consiglio di stato, il più alto organo amministrativo del nostro paese, ha dichiarato la sua illegittimità, occorre un'inversione di rotta!

Il governo Monti deve porre i diritti umani in cima alla sua agenda, fornendo rimedi alle persone colpite da sgomberi forzati e da altre violazioni dei diritti umani.

Le nuove autorità di Milano devono immediatamente fermare tutti gli sgomberi forzati, mettere a disposizione di tutte le persone sgomberate che non sono in grado di provvedere a se stesse ripari di emergenza, sospendere e rivedere i piani per la chiusura dei campi autorizzati e assicurare che rispettino in pieno gli standard internazionali sui diritti umani.

È il momento di un cambiamento reale per le donne, i bambini e gli uomini rom di Milano!

clicca sull'immagine per scaricare il rapporto

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Di Fabrizio (del 30/11/2011 @ 09:55:10, in lavoro, visitato 1528 volte)

Dall'esperienza del Laboratorio Manufatti Donne Rom nasce la Cooperativa Lavoro Zajedno

Vieni a trovarci
8 dicembre e tutti i sabato e domenica potrai assaggiare specialità della cucina bosniaca e vedere le nostre creazioni

troverai: borse, sciarpe, vestitini da bambino, cappellini di lana, tovaglie, set da tavola, asciugamani, portamonete, portagioielli, collane, gonne della tradizione zingara e tanti altri manufatti originali per la casa e l'abbigliamento

A dicembre siamo aperti tutti i giorni dalle 9.30 alle 20.00

via dei Bruzi 11/C ROMA (San Lorenzo)
tel 347-15.80.818
www.zajedno.it - info@zajedno.it
www.manufattidonnerom.org - info@manufattidonnerom.org

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Di Fabrizio (del 30/11/2011 @ 09:36:50, in Italia, visitato 1187 volte)

Segnalazione di Paolo Buffoni

Il Dirigibile Comunicato dell'Asce

Si sono presentati in 9 per cacciare una famiglia di Rom ospite di un privato, senza alcun mandato, rifiutando di farsi identificare e di rilasciare un qualsiasi verbale dell'intervento.
Dovevano o volevano cacciare due anziani, due giovani donne, due ragazzi, una bambina di 12 mesi e una neonata di appena 5 giorni.

Motivo, la realizzazione di una baracca per proteggersi dall'atteso freddo invernale.
Nonostante le proteste del proprietario, i vigili si sono trattenuti nell'area recintata per 3 ore e mezza.
Con prepotenza e spregio della legalità come nell'uso delle peggiori squadracce del passato, con atteggiamento ed espressioni minacciose e intimidatorie da parte del comandante.

Per queste ragioni l'ASCE ha sporto querela e segnalato l'avvenimento ad Amnesty International.
I reati ipotizzati sono quelli di violazione di domicilio, minacce e violenza privata.
L'Asce precisa che si è consumato così l'ultimo atto di una lunga serie di pressioni da parte del Comune di Selargius contro il proprietario del terreno perché fosse allontanata la famiglia Rom.
L'Asce ricorda che da anni le sue proposte di collaborazione, coinvolgente gli stessi Rom, di costituzione di un tavolo permanente per trattare la questione e l'avvio di progetti di inserimento, sono rimasti inascoltati e peggio derisi.
Una segnalazione è stata inviata anche al prefetto di Cagliari, alla Provincia e alla Regione.

Il presidente dell'Asce Antonio Pabis

29 novembre 2011

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Di Fabrizio (del 29/11/2011 @ 09:40:35, in musica e parole, visitato 1329 volte)

Osservatorio Balcani e Caucaso - Fazıla Mat | Istanbul 24 novembre 2011 (altre notizie di Sulukule su Mahalla)

La scuola di Sulukule (foto di Tansel Atasagun)

Per secoli Sulukule è stato il quartiere dei rom di Istanbul, poi le loro case son state distrutte per lasciar spazio a nuove costruzioni. Oggi la vivace tradizione musicale rom torna a vivere a Sulukule in un laboratorio artistico dedicato a tutti i ragazzi

"Amano il rosso, si lodano a vicenda. Sono fatti così i rom, non potrebbero vivere, morirebbero senza uno strumento musicale". Inizia così una famosa canzone rom suonata nelle cerimonie nuziali di strada. Fino a poco tempo fa la si sentiva riecheggiare nelle case delle viuzze di Sulukule, a ridosso delle mura di Teodosio, quando le orchestre del quartiere di insediamento rom più antico del mondo facevano musica nelle "case di divertimento" e la gente ballava e suonava insieme. Altre volte, al calar della sera, quando venivano poste le sedie davanti ai portoni delle case un via vai di violini, kanun, clarinetti, ud, cümbüş attaccavano con la musica, mentre le donne e le ragazze, vestite dei colori più sgargianti, li accompagnavano con le loro danze.

Nel 2009 la musica a Sulukule è stata bruscamente interrotta. Il quartiere è stato completamente raso al suolo per consentire al piano di riqualificazione urbana della municipalità metropolitana di Istanbul di costruire su 46mila metri quadrati un complesso di case moderne, destinate a nuovi inquilini. Le famiglie rom che abitavano nella zona sono state costrette a vendere le loro proprietà (dichiarate fatiscenti) a prezzi stracciati. In cambio hanno ricevuto nuove abitazioni a Taşoluk, a quaranta chilometri da Istanbul, con tanto di mutuo agevolato per pagarne il debito.

Ma delle 337 famiglie che erano partite, quasi tutte sono tornate indietro. Hanno trovato sistemazione, ciascuno secondo le proprie possibilità, nelle zone limitrofe del loro vecchio quartiere, perché vivere in appartamenti isolati, privi del sostegno comunitario essenziale per la loro quotidianità non è stato possibile.

Un innovativo atelier artistico per ragazzi

Lezione a Sulukule (foto di Tansel Atasagun)

La scomparsa di Sulukule e la disgregazione sociale che ne è seguita hanno portato con loro anche un altro rischio, quello di perdere la tradizione musicale tramandata tra i rom di generazione in generazione. Per questo motivo gli attivisti della Piattaforma di Sulukule, che fin dall'inizio del processo di demolizione nel 2006 hanno lottato per salvare il quartiere, hanno pensato di dare vita ad un laboratorio artistico rivolto ai bambini e alle bambine di Sulukule, presentando il loro progetto all'Agenzia per Istanbul Capitale Europea della Cultura 2010.

"Solo un terzo del budget che avevamo richiesto è stato accolto. Ma abbiamo deciso di accettare comunque per non vedere il nostro proposito sfumare del tutto", spiega a Osservatorio Balcani e Caucaso Funda Oral, direttrice del progetto e attivista della Piattaforma Sulukule.

Una piccola casa rosa a tre piani, al confine nord dell'area del quartiere abbattuto, è diventata nell'agosto del 2010 la sede di questo innovativo atelier artistico frequentato da 60 ragazzi e ragazze dai 6 ai 17 anni. "Non ci sono solamente bambini rom, ci vanno anche altri ragazzi della zona", aggiunge Şükrü Pündük, presidente dell'Associazione culturale rom di Sulukule ed altro promotore del progetto.

Tutti a studiare ritmica, danza, elementi di nota, chitarra, violino, kanun, ud, clarinetto, ma anche lettura e scrittura, inglese e da quest'anno sono previsti anche elementi di drammaturgia e cinema. "Avendo avuto modo di osservare negli ultimi cinque anni la vita culturale a Sulukule, ci siamo resi conto di quanto i rom siano naturalmente portati all'arte. I ragazzi hanno un grande interesse per la musica e molti l'hanno già imparata in famiglia, dove spesso ci sono dei musicisti, ma suonano a memoria, senza conoscere le note" aggiunge Oral.

Infatti, se gli allievi del primo livello devono ancora imparare gli elementi di base degli strumenti che hanno scelto, ascoltare quelli del secondo, durante una lezione, è estremamente piacevole, visto che ci si trova di fronte a degli abili esecutori che vengono seguiti anche da maestri della musica rom del calibro di Yaşar Akpençe.

Lezione di violino (foto di Tansel Atasagun)

La formula che unisce un ambiente piccolo ed accogliente ad un metodo didattico elastico, si è rivelata fondamentale per i docenti di musica turca del conservatorio dell'Università Tecnica di Istanbul (İTÜ) che insegnano al laboratorio. Aykut Büyükçınar, docente di violino, proviene lui stesso da una famiglia rom. Per esserci passato personalmente, conosce bene le tendenze e i problemi dei suoi studenti.

"È un dato di fatto", dice Büyükçınar, "noi abbiamo difficoltà a stare negli schemi". Come fare allora a non reprimere la vena naturale dei bambini insegnando loro anche le regole? "Lasciarli liberi di suonare quello che vogliono e insegnare loro le note sulla base dei pezzi che preferiscono. Applicare un nuovo sistema basato su una comunicazione diretta e informale che permetta di coniugare l'insegnamento accademico con quello tramandato dalla famiglia", ci spiega.

Non solo musica

Il laboratorio però non funge solo da scuola di musica. Secondo Funda Oral, che l'anno scorso ha dedicato tutto il suo tempo per tenere in piedi il progetto, "la musica serve ai ragazzi per tenere testa ai problemi della vita. Ma per poter essere forti nella società devono avere anche un'istruzione". Scopo della scuola è anche quello di aiutarli ad accedere alle scuole d'arte e ai conservatori, un proposito che richiede un grande impegno da parte dei docenti del laboratorio, vista la scarsa scolarizzazione dei bambini. E per questo che Oral e Şükrü Pündük stanno cercando di organizzare anche dei corsi da privatisti per loro.

"Qui ci si sposa, si diventa adulti già a 15 anni", spiega Oral. "A scuola i ragazzi spesso vengono bocciati durante l'anno per le numerose assenze. La metà circa abbandona la scuola dopo la terza elementare. L'altra metà continua a stento fino alla conclusione della terza media. Solo due giovani nel quartiere frequentano l'università". Ma, aggiunge: "L'esperienza che abbiamo avuto ci ha dimostrato che attraverso l'arte è possibile avvicinare i ragazzi all'istruzione. In realtà la Convenzione sui diritti dell'infanzia delle Nazioni Unite prevede che i bambini ricevano un'istruzione in considerazione dei loro talenti, ma è un punto che viene spesso dimenticato. In più abbiamo un altro problema: non sappiamo dove indirizzare i ragazzi, dato che in tutta Istanbul c'è un solo liceo artistico".

I costi di mantenimento del laboratorio artistico sono molto bassi – volendo, se ne potrebbe aprire uno ogni tre vie – propone l'attivista. Si parla di 600 lire turche d'affitto al mese (circa 240 euro) e un piccolo stipendio per gli insegnanti. Ma c'è da integrare il numero degli strumenti musicali. Per alcuni bambini la carta, i pennarelli, i quaderni e i libri sono un lusso incontrato per la prima volta al laboratorio. Fortunatamente, all'inizio dello scorso agosto, proprio quando i soldi a disposizione del progetto erano esauriti, una fondazione ha deciso di finanziarlo per altri 6 mesi.

Un sostegno che i ragazzi del laboratorio si sono guadagnati suonando da soli per quindici minuti all'interno del concerto dell'orchestra giovanile venezuelana Simón Bolivar tenuto lo scorso agosto in Piazza Galata a Istanbul. Prima dell'evento, alcuni membri dell'orchestra, figlia del programma el Sistema Nacional de las Orquestas Juveniles e Infantiles de Venezuela ideato da José Antonio Abreu che in quasi quarant'anni ha trasformato mezzo milione di giovani venezuelani socialmente a rischio in musicisti, sono venuti ad ascoltare un saggio dei ragazzi di Sulukule per decidere sulla loro partecipazione al concerto e l'impressione è stata ottima.

Dopo il concerto Abreu ha fatto i complimenti ai giovani esecutori rom e delle promesse su una futura cooperazione musicale tra la Turchia e il Venezuela. Ma di fronte ad un'improbabile eventualità che lo Stato venezuelano finanzi anche il laboratorio artistico di Sulukule, sta alle amministrazioni turche capire l'importanza di iniziative come questa, investire meno nei centri commerciali e sostenere la crescita della cultura dei suoi giovani.

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Di Fabrizio (del 29/11/2011 @ 09:14:48, in musica e parole, visitato 1228 volte)

Megaevento domenica passata a Milano. Tanti gli ingredienti: storie di riscatto di piccoli musicisti che suonavano nelle metropolitane, un palco di tutto rispetto come quello del Conservatorio, un fronte inedito per la nuova santa alleanza, una riuscita campagna mediatica, commozione del pubblico... (clicca sull'immagine per leggere l'articolo)

Mancavamo solo noi, e credo che non se ne sia accorto nessuno (per fortuna). Però due righe di cronaca siamo riusciti a scriverle lo stesso:

C'era una volta, tanti e tanti anni fa, un paese chiamato Milano, dove regnava don Colmegna I, detto il buono.

La fama di don Colmegna era giunta anche all'orecchio di un suonatore zingaro di fisarmonica, Jovica Jovic (proprio quello di cui si parla spesso in Mahalla), che allora teneva corsi di fisarmonica dalle parti di via Morigi.

I corsi andavano esaurendosi, e forte della sua passione, professionalità ed esperienza, Jovica propose di tenere dei corsi presso Casa della Carità, aperti a tutti, Rom e no, perché secondo lui è stando insieme che si sconfigge il razzismo.

Don Colmegna mai rispose a Jovica, ma poco dopo iniziò il suo progetto di corsi di violino per giovani rom, gestito da un suo amico.

Probabilmente pensò che se proprio un Rom deve lavorare, non è conveniente che assuma un ruolo di responsabilità, o peggio direttivo.

Così adesso Jovica ha iniziato lo stesso i suoi corsi da un'altra parte,  senza troppa pubblicità e senza gli spot di RadioPop

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Di Fabrizio (del 28/11/2011 @ 09:30:06, in lavoro, visitato 1294 volte)

  VENERDI 2 DICEMBRE 2011 ORE 19.00
LA CITTA' DEL SOLE – VICO MAFFEI A SAN GREGORIO ARMENO, 18 – NAPOLI

per
LA KUMPANIA un anno di Percorsi Gastronomici Interculturali

Donne rom e italiane si incontrano in cucina e sperimentano percorsi di emancipazione personale e professionale, per valorizzare e diffondere i rispettivi patrimoni culturali e gastronomici.

Il progetto ha visto la partecipazione di 12 donne rom e italiane di Scampia in un percorso di ricerca azione al femminile costruito intorno al tema della cucina come strumento in grado di favorire le relazioni, l'incontro tra culture e sperimentare una forma di lavoro auto imprenditoriale.

Proiezioni di foto e video
Presentazione di un quaderno di racconti e ricette

CENA con le delizie gastronomiche rom e italiane a cura della Kumpania
a seguire
O' ROM IN CONCERTO

Vi aspettiamo!

Info e contatti
339.2784528 - 348.8842827
sito chiromechino.blogspot.com
lakumpania.wordpress.com
www.orom.it
http://www.facebook.com/oRomgypsyband

email chirom.e.chino@gmail.com
info.orom@gmail.com

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Di Fabrizio (del 28/11/2011 @ 09:23:07, in media, visitato 3147 volte)

Questa storia potrebbe iniziare in Svezia, un paese a tratti molto più civile del nostro, talmente triste e nordico che possono dare dei TERÜNI anche a quei polentoni di Cassano Magnago. In Svezia nacque 30 anni fa Zlatan, calciatore dal vago profilo cavallino, capace di sfracelli nei campionati nazionali e sostanzialmente una pippa nelle competizioni europee (un po' come le nostre squadre di calcio negli anni '70-'80). Zlatan ha il problema di molti calciatori viziati: un carattere schifoso (e quando sei ai vertici, devi anche essere educato come Pelè, i sanguigni come Maradona non sono tollerati, neanche se Zlatan ha un approccio alla chimica diverso dall'argentino). Inoltre, cambia squadre di calcio manco fossero mutande. Così, i tifosi avversari (anche quelli che lo adoravano pochi anni prima) cominciano ad urlargli ZINGARO, ZINGARO... perché a questo punto Zlatan non è più uno svedese, ed anche a gridargli BOSNIACO-CROATO non sarebbe la stessa cosa. Zlatan ha origini khorakhané, nonostante le sue mille casacche, quello rimane il peccato originale.

Suo coetaneo è Alan Caligiuri, che alla radio realizza una di quelle trasmissioni pietose con le risate e gli applausi registrati. Il suo siparietto si chiama "Zlatan lo zingaro" (manco a farlo apposta: il peccato originale). Biografia truzza come quella dello Zlatan più famoso.

Il suo Zlatan vive "nella casa a rotelle", ruba, spaccia, sfrutta minori e prostitute... e, devo dire per averne parlato con loro, non dispiace neanche a Rom e Sinti (italiani o stranieri), sempre ansiosi di conformarsi con quel che pensano i gagè. Diciamo che ci hanno fatto l'abitudine a chi di loro parla male, e poi non sono mai stati un popolo da scatenare crociate. Così, stanno allo scherzo, indecisi se si tratta del solito razzismo da poveracci (che per forza se la prende con i più poveracci ancora) o un sistema perché al solito qualcuno faccia soldi usando gli zingari (cioè amici e nemici uniti nell'abbraccio del dio denaro).

DATO CHE L'ORIGINALITA' E' ZERO, la storia potrebbe finire qua. Ma visto che i Rom e i Sinti sostanzialmente se ne fregano, ecco scendere in campo i soliti professionisti dell'antirazzismo, speranzosi nell'ennesima tribuna mediatica. O peggio ancora, di assurgere a portavoce di un popolo che vorrebbe essere ascoltato (qualche volta) in prima persona e senza protettori.

E così la storia riparte, perché al coro antirazzista si uniscono i Rumeni, in Italia e in patria, cioè una delle popolazioni più antizigane che ci siano; maltollerati in Italia, ma che col nostro popolo condividono sicuramente il vittimismo.

Cosa c'entrano i Rumeni? Zlatan al limite è un nome slavo...

Se Caligiuri avesse continuato a ripetere le stesse cose, prima o poi sarebbe diventato una macchietta (come capita a chi non sa variare il repertorio). Ma, ad un certo punto, ha deciso che Zlatan, nonostante il nome, dovesse venire dalla Romania (visto che ultimamente quasi tutti i Rom arrivano in Italia da lì) e ha chiamato la Romania come Zingaria. Apriti cielo! Se sei rumeno, puoi anche essere definito ladro, pappone, prostituta, ma essere solo avvicinato ad uno zingaro significa montare un incidente internazionale.

Poco altro da raccontare: la trasmissione è stata sospesa, Caligiuri si dipinge come una vittima della censura, i professionisti dell'antirazzismo sono contenti perché si è parlato di loro in Romania. Storie da gagé.

Io mi accontenterei che Caligiuri provasse sulla sua pelle cosa significa campare di elemosine e piccoli furti, o raccogliere rottami per 10 euro al giorno. Alan, se non ti faranno più andare in radio (ma non credo, quelli come te cadono sempre in piedi), ti raccomanderò a qualche amico mio, poi mi dirai...

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