Rom e Sinti da tutto il mondo

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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Fabrizio (del 18/02/2014 @ 09:02:07, in Kumpanija, visitato 1539 volte)

Segnalato e tradotto da Lia Didero e Anita Silviano, da Una antropologa en la luna

Non parola di Gitano ma Gitane con Parole.

"Ci sono tanti stereotipi da dovere abbattere, molta mitologia e la tendenza dei non-gitani europei a considerarsi l'unico modello, le uniche libertà. Le nostre dinamiche sono diverse, vogliamo emanciparci a modo nostro. Perché non può esistere la diversità?"
Rosa Jimenez, direttore dell'associazione Romi Sinti.

A tutti costa molto sapere chi si è. Cos'è essere gitani? Spagnoli? Europei? Cos'è essere donna? O uomo? L'identità è qualcosa sulla quale tutt* devono lavorare, riflette Araceli Cañadas, dottoranda presso l'Università di Alcalá, dove insegna "Gitani di Spagna, storia e cultura". "La differenza tra l'identità Romì e le altre, è che se tu volessi approfondire la tua identità non-gitana, trovi argomenti, libri, documenti, professori, ecc, ma se voi voleste approfondire la vostra identità gitana, manchereste di un corpus bibliografico o documentale, manchereste di una tradizione accademica... Per ora, devi riferirti a questi schemi fissi e stereotipati, o questo o nulla.

L' ultimo rapporto della Fundación Secretariado Gitano in collaborazione con il Centro Nacional de Innovación e Investigación Educativa (CNIIE), dà alcuni dati scoraggianti: "Solo il 62,7% ha completato al massimo istruzione primaria, il 24,8% ha conseguito la licenza della scuola secondaria obbligatoria (ESO) e solo il 7,4 % ha raggiunto l'istruzione secondaria superiore completa (liceo e formazione professionale)".

Il primo documento finora conosciuto, in cui si parla dell'arrivo dei gitani in Spagna, risale al 1425 - cioè, stiamo parlando del XV secolo - spiega Canadas." Stiamo forse dicendo che, in sei secoli, la comunità gitana, si è dedicata solo a leggere la mano e a delinquere? E' assurdo. Ci sarà stata una parte della popolazione gitana, che è stata all'università, però i gitani sono invisibili, perché non si vuole mostrare questa realtà".
"Ho visto in alcune classi come i /le professor* trattano i bambini e le bambine gitane, dicendo che dormono, che non leggono... perché questa è l'immagine che si ha del popolo gitano. Come se fossero sempre la causa dei problemi in classe, quando in realtà non è così," dice Gina, una studentessa di Lavoro Sociale.
"Questo è chiamato effetto Pigmalione", dice Patricia Caro, studente di psicologia e membro dell'Associazione femminista per la diversità zingara.
"E' fascismo. Al sistema è utile che i gitani siano una frangia sociale dalla quale non si può uscire - afferma Pepi Fernandez, lavoratrice sociale.
Soraya Giménez, che lavora presso l'Istituto di Cultura Gitana, rileva l'importanza di apprezzare e lavorare quanto è stato realizzato: "Se i media ci stereotipizzano e ridono di noi [...] realizziamo mezzi di comunicazione gitani e lottiamo. E' davvero un problema di autostima".

Isabel Jiménez, Responsabile territoriale FSG in Aragona, sottolinea: "I programmi televisivi ci hanno recato molto danno. Mostrano la parte più folclorica e lontana dalla realtà ",osserva inoltre che "gli atti come nozze e rituali che insegna la televisione, hanno fatto il loro tempo per la maggior parte delle famiglie, che preferiscono come tutte le altre, qualcosa di più discreto".
Celia Gabarri, tecnica nella FSG, è la quinta di sei figli e l'unica che ha deciso di studiare. "Una è libera se può scegliere. Non si può dire che si sceglie liberamente, se si conosce un solo percorso e la formazione è la strada per le pari opportunità". "Il cammino tradizionale, era sposarsi a 16 anni, diventando donna, senza un processo di maturazione emotiva. Adesso, questo è cambiato. Le madri vogliono che le loro figlie scelgano, vedano il mondo e studino".

... "Ho udito un professore dire a una bambina: "Ma tu, perché sei qui, se puoi vendere al mercato? Non sprecare tempo", se si demoralizza una bambina, ciò si unisce alle sue paure di essere diversa tra i non-gitani" afferma Rosa Jiménez, direttora dell'associazione Sinti Romí.

Uno dei temi ricorrenti quando si parla di sessismo nella comunità romì è il fazzoletto: un simbolo che raffigura la verginità della sposa il giorno delle nozze. Soraya Motos, anch'essa dell'associazione sostiene che è una questione culturale. "Anche le cattoliche si vestono di bianco per andare all'altare, simbolo della purezza. Non c'è molta differenza. Le cose sono molto più evolute e modernizzate rispetto a ciò che tutti pensano Preserviamo le cose buone che ha la nostra cultura e lasciamo alle spalle quelle che non ci piacciono, che erano negative e limitavano le libertà".

Jiménez si lamenta delle "scemenze" che si dicono sulle gitane. "C'è bisogno di contestualizzare. Il machismo è ovunque, non solo tra il popolo zingaro. Quello che accade è che esso è più stereotipato nella nostra cultura. Ci vedono girare in pantofole a casa e ci assegnano l'emarginazione in alcuni o molti casi può anche essere, ma è anche vero che non si rendono visibili altre forme di essere gitane".
"Ci seguono nei negozi, al momento di affittarci un appartamento, danno per scontato che lo distruggerai, se vai a cercarti un lavoro, ti guardano in cagnesco, se chiediamo una sovvenzione, siamo indicati come migranti... racconta ridendo. "Quando sento gli stereotipi, mi chiedo dov'è il rispetto della differenza, perché non si può essere diversi, perché per integrarmi, devo diventare te, Nonostante abbia studiato, conquistato spazi, sia uscita da casa, partecipo alla vita pubblica. Non voglio smettere di essere gitana, perché sono orgogliosa di esserlo".
"Siamo sempre più visibili, vedono i nostri volti l'8 marzo, lottiamo mano nella mano con le altre donne. "Ci sono tanti stereotipi da dovere abbattere, molta mitologia e la tendenza dei non -gitani europei a considerarsi l'unico modello, le uniche libertà. Le nostre dinamiche sono diverse, vogliamo emanciparci a modo nostro. Perché non può esistere la diversità?"
"Vogliamo che capiscano la formazione delle donne come qualcosa di buono per la famiglia e la comunità. Vogliamo che gli uomini ci accompagnino in questo percorso di lotta. Andiamo lentamente, ma arriveremo" (Nelle nostre dinamiche) prevale la collettività sull'individualismo. Intendiamo la libertà in modo diverso".
"E ' un patrimonio impressionante che non si apprezza, che non è valorizzato. E' bello il fatto dell'identità, la famiglia, i riti sui defunti, il rispetto tra i gruppi di età, l'amore per i bambini. Ci sono tantissime cose importanti", afferma Ana Giménez Adelantado, gitana kalé e Dottora in Antropologia.- . "Un essere umano è in primo luogo, la sua cultura e le sue esperienze. Probabilmente l'antropologia mi aiuta a capire meglio il mio mondo gitano, in cui io vivo e posso analizzare la famiglia, i bambini, la scuola, le relazioni o la quotidiana realtà. Essere, però, una zingara è una condizione assolutamente differente. Viviamo in una società pluralistica e multiculturale in molti sensi. A questo proposito, l'astrazione che facciamo della donna zingara è falsa, è teorica, perché non ha nulla a che fare con la vita quotidiana di molte donne. C'è da fare quest'astrazione, ma deve essere spiegata attraverso le esperienze di differenti donne e permettere che esse la spieghino".

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Di Fabrizio (del 17/02/2014 @ 09:08:12, in Italia, visitato 1138 volte)

NapoliToday, 7 Febbraio 2014

Il parroco di Caivano: "400 persone, tra cui tanti bambini, costretti a respirare da mattina a sera i miasmi puzzolentissimi e velenosi che si sprigionano da quei terreni avvelenati"

Don Maurizio Patriciello torna a fare un appello per la gente che vive nel cuore della Terra dei Fuochi, questa volta il parroco "anti-roghi tossici" di Caivano chiede un aiuto anche per le circa 400 persone che abitano il campo Rom di Giugliano, quello che insiste proprio accanto alla ex discarica Resit.

In una lettera indirizzata a Marco Tarquinio, direttore del quotidiano "Avvenire" (e pubblicata anche su facebook), Don Maurizio scrive: "Il Commissario della Resit, il dottor Mario De Biase, ebbe modo di affermare pochi mesi or sono che lo scempio è tale da non farlo dormire di notte e che – secondo lui – la situazione è paragonabile solo al disastro di Chernobyl. La cosa più grave, di cui si parla tanto poco e tanto male, è che a ridosso della Resit sorge un campo rom con una popolazione di circa 400 persone di cui la maggior parte bambini, adolescenti o giovani mamme.

È qualcosa di inconcepibile, credimi. Queste persone sono costrette a respirare da mattina a sera i miasmi puzzolentissimi e velenosi che si sprigionano da quei terreni avvelenati. Noi, gente amante della vita, abbiamo il dovere di liberare questo popolo e di aiutarlo a trovare una sistemazione più dignitosa e sicura".

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Di Fabrizio (del 16/02/2014 @ 09:05:12, in Regole, visitato 1234 volte)

12 febbraio 2014 - Corriere delle migrazioni

Asgi, Fondazione Romanì e Associazione 21 Luglio lanciano "Out of Limbo", una campagna per i diritti dei rom privi di cittadinanza

"Apolide" è colui che nessun paese del mondo riconosce come proprio cittadino. Provate per un istante a immaginare cosa vuol dire. Significa, per esempio, non poter avere mai documenti di identità: i documenti vengono rilasciati per definizione dagli Stati di appartenenza, e gli apolidi - appunto - non "appartengono" a nessun paese. Significa non avere un passaporto, che è condizione necessaria per ottenere, all'estero, un permesso di soggiorno. Significa non poter accedere a molti servizi essenziali, che di norma vengono garantiti ai cittadini (o, al più, agli stranieri regolari).

L'apolide è, potremmo dire, un "fantasma giuridico". I primi a sperimentare questa condizione di annullamento furono gli ebrei, ai quali il Terzo Reich revocò la cittadinanza tedesca: un vero e proprio atto di persecuzione propedeutico allo sterminio. Anche a seguito di quella tragica vicenda, la Comunità Internazionale adottò nel 1954 la Convenzione di New York, che garantiva protezione agli apolidi. Oggi, lo straniero che sia riconosciuto privo di cittadinanza ha diritto ad avere un permesso di soggiorno nello Stato ospitante.

Il riconoscimento dell'apolidia

Fate caso alle parole. Si è detto che, ai sensi della Convenzione di New York, ha diritto alla protezione chiunque sia riconosciuto come apolide. Ma come si fa ad essere riconosciuti, cioè ad ottenere lo status di apolide?

Qui, come si suol dire, casca l'asino. Perché, certo, in Italia gli apolidi godono di pieni diritti, hanno un regolare permesso di soggiorno, e quando vanno in Questura si vedono rilasciare persino una specie di passaporto. Ma tutto questo accade, appunto, agli apolidi riconosciuti come tali. Il problema vero è come si diventa apolidi, cioè come si fa a dimostrare la propria condizione di "persona senza cittadinanza".

La procedura di accesso allo status è disciplinata da un vecchio regolamento di attuazione sulla cittadinanza (il DPR 572/93, per essere precisi). All'art. 17, questo decreto prevede che l'aspirante apolide esibisca un certificato di regolare residenza in Italia. Ora per avere la residenza bisogna avere un permesso di soggiorno, e per avere un permesso di soggiorno bisogna munirsi di un passaporto: solo che, come abbiamo visto, il passaporto si richiede al proprio paese, e gli apolidi non hanno un "proprio paese"…

Siamo di fronte, insomma, a un "circolo vizioso" infernale: per essere riconosciuti come apolidi bisogna produrre dei documenti che un apolide non può avere, se non in casi molto rari. E' anche grazie a questa vera e propria diavoleria burocratica che, in Italia, i titolari dello status sono pochissimi: meno di mille, secondo alcune stime recenti (ne abbiamo parlato qui).

I rom e l'apolidia

Anche se non esistono dati precisi, è noto che molti apolidi provengono dalle minoranze rom della ex-Jugoslavia. E proprio tra i rom esiste anche un esteso fenomeno di "apolidia sommersa": sono cioè molte le persone che non hanno alcuna cittadinanza, e che tuttavia non riescono a farsi riconoscere lo "status" in modo ufficiale. Secondo una recente stima dell'Associazione 21 Luglio, vi sarebbero almeno 15.000 bambini rom senza cittadinanza, o comunque esposti alla perdita della nazionalità originaria.

I motivi di questa situazione sono vari. In primo luogo, molti rom nascono in Italia, e spesso i genitori hanno difficoltà a registrarli al paese di origine. In secondo luogo, le norme in materia di cittadinanza nei paesi balcanici sono complicate e restrittive: può così accadere che un bambino nato in Italia non riesca a ottenere né la cittadinanza dei genitori, né quella italiana (come noto, nel nostro paese vige un sistema di jus sanguinis, e la nascita sul territorio nazionale non dà diritto ad essere cittadini).

Di fronte a queste difficoltà, i rom si rivolgono agli avvocati: ma, di solito, un legale conosce solo la legge italiana, mentre qui bisogna districarsi tra le norme di paesi differenti.

Fuori dal limbo

E' proprio per affrontare questi nodi che ha preso forma in questi giorni il progetto "Out of Limbo", promosso da Associazione 21 Luglio, Asgi e Fondazione Romanì, e finanziato da Open Society Foundations. La scorsa settimana si è tenuta la prima giornata del corso di formazione che dà il via al progetto.

"Obiettivo del corso", dicono i promotori, "è quello di rafforzare le competenze legali degli operatori che lavorano con le comunità rom, in modo che possano svolgere il ruolo di "paralegali di comunità" e promuovere l'accesso allo status delle persone rom senza documenti e apolidi".

I partecipanti, tra cui figurano anche 14 attivisti rom e sinti, dovranno individuare tre casi di migranti rom privi di documenti, e dovranno assisterli nel loro accesso a uno status legale. L'obiettivo finale del progetto è quello di promuovere vere e proprie vertenze: "i casi individuati di particolare rilevanza", proseguono i promotori dell'iniziativa, "daranno luogo ad azioni legali strategiche portate avanti dagli operatori legali di ASGI e Associazione 21 luglio". L'obiettivo, insomma, è quello di trasformare gli "apolidi sommersi" in "apolidi riconosciuti". E magari anche quello di cambiare le leggi italiane, con i loro assurdi "circoli viziosi"

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Di Fabrizio (del 15/02/2014 @ 09:05:07, in Italia, visitato 1316 volte)

PREMESSA NECESSARIA: Di fondi, progetti e politiche rivolte a Rom e Sinti ne sento parlare almeno da 20 anni. Il mese scorso stavo rileggendo la "Strategia nazionale di inclusione dei Rom, dei Sinti e dei Caminanti", elaborata dall'allora governo Monti a inizio giugno 2011. Date le esperienze precedenti, non mi aspetto dopo tre anni che vi siano dei risultati, ma ritengo che sia un periodo sufficiente per un bilancio.

  1. Ovviamente da parte di molti dei soggetti coinvolti ci sono le consuete lamentele sull'applicazione del piano, così ho voluto chiedere loro un breve parere (10-20 righe) su quale fosse lo "stato dell'arte" rispetto ai TAVOLI DI CONSULTAZIONE municipali (vedi GIUGNO SCORSO), di cui si parla nella strategia. Ho lasciato loro un tempo ragionevole per rispondermi. Il risultato è qui sotto.
  2. Il mio blog (volente o nolente) viene considerato una fonte attendibile. Quasi quotidianamente corrispondo con attivisti o espertoni, che magari mi fanno i complimenti, o più semplicemente cercano informazioni. Quindi, mi ero rivolto a loro. Il desolante risultato che leggerete mi da l'impressione che nei 15 anni in cui mi occupo di questo tipo di informazione, non sia cambiato molto a livello di pressapochismo e chiusura nel proprio microcosmo. Comunque, sono molto occupati dalle loro strategie... o da se stessi.
  3. Ovviamente, scarsa fiducia su dove possano portare simili tavoli: le amministrazioni hanno le loro colpe, ma chi è seduto dall'altra parte non è migliore.

Scusate lo sfogo.

RISULTATI

- da Bologna, Dimitri Argiropoulos - In Emilia - Romagna non esiste un coordinamento ufficializzato relativo alle questione della Legge Regionale 47/88 sul nomadismo Hanno istituito un tavolo per il "monitoraggio" della Strategia nazionale (nota bene ho messo fra virgolette il termine monitoraggio. In questo coordinamento trovano spazio le coop sociali di Gaggè che gestiscono i campi "nomadi" con un certo "successo" di bilancio... e ritrovo anche l'Opera Nomadi... particolarmente impegnata da questa parti a fare la conta dei rubinetti rotti nei campi. (NOTA: Mi ha pure inviato 5 allegati, con l'aggiunta di usarli con "prudenza" in quanto "ufficiali")

- da Roma - prima risposta: "Qui a Roma non è mai esistito alcun Tavolo rom." Chiesto qualcosa di più articolato, non pervenuto

- da Milano - Non pervenuto

- da Torino - Promesso. Non pervenuto

- da Napoli - Promesso. Non pervenuto

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Di Fabrizio (del 14/02/2014 @ 09:07:59, in media, visitato 1097 volte)

Posted on Feb 6, 2014

Questa è la posizione di Valery Novoselsky, direttore esecutivo di uno dei più grandi network dedicato a pubblicare informazioni sulle questioni rom. Le notizie pubblicate non sono solo per un pubblico rom, ma anche per i non-Rom, soprattutto quanti sostengono le comunità romanì e che lavorano per e con loro.

C'è dibattito sulle questioni rom?

Sì, in modo regolare, ma non intensivo, sui link relativi a Roma Buzz Monitor, che è una parte del Roma Virtual Network. Da aprile 2010 una volta alla settimana io o qualcuno degli abbonati ai canali del Roma Virtual Network poniamo domande su questioni riguardanti la situazione attuale dei Rom. Prima del giugno scorso erano postate su http://debatewise.org ma da allora appaiono regolarmente su http://romadebates.wordpress.com e una dozzina di liste di Roma Virtual Network e gruppi rom su Facebook. I dibattiti si svolgono soprattutto su Facebook, in alcuni casi sono davvero "caldi", soprattutto riguardo le deportazioni dei Rom da Francia, Italia e Germania. Controllo comunque che non diventino offensivi o provocatori.

Ci sono stati alcuni cambiamenti a seguito di questi dibattiti?

Ha detto la parola esatta: "alcuni". Sì, ci sono cambiamenti, quando la gente nel corso della discussione diventa più istruita. Più fatti e mente più aperta modificano il punto di vista di gente dal carattere molto radicale. Così si rendono conto che dovrebbero conoscere i fatti e individuare i veri co-pensatori prima di lanciare campagne sociali.

Quanto sono importanti le informazioni sulle questioni rom?

Per i Rom sono sicuramente importanti sotto tutti gli aspetti. Non soltanto musica o aiuto sociale, anche possibilità di iscrizione ai programmi MA e PhD, o sul supporto logistico alle imprese, sulla Roma Police Union, ecc. Tutte queste notizie sono importanti anche per i non-rom, che hanno un buon rapporto con i Rom, quanti lavorano con loro nei medesimi progetti, o semplicemente chi è preoccupato per il benessere e la tolleranza della società civile. Informazioni attentamente selezionate e moderate su varie questioni rom sono postate su diversi nodi elettronici del Roma Virtual Network dal luglio 1999, aiutano tuttora migliaia di persone nell'apprendere sulle questioni rom, sulle opportunità offerte ai Rom e agli eventi legati alla storia, alla cultura e al miglioramento della situazione dei Rom in tutto il globo.

Qual è il tuo gruppo-target? Come arrivano le informazioni alle comunità rom? E, viceversa - alle istituzioni e ai decisori politici?

In breve: a Rom e pro-Rom. Indipendentemente dalla collocazione geografica o anagrafica. A quanti sono interessati alla politica, alla letteratura, alla difesa dei diritti umani, alla lingua, alla storia, alla prevenzione dei crimini di odio razziale, al business e ai progetti educativi. Molti Rom già accedono a Internet e Roma Virtual Network è già presente in diversi social network. Non soltanto su Yahoo e nelle sue mailing list, dove conta oltre 11.000 abbonati (singoli o associazioni). Ci sono anche 7.000 contatti su Facebook e 1.300 connessioni dirette su Linkedin. E un account su Twitter aggiornato regolarmente.
In termini tecnici anche le istituzioni e i decisori politici sono collegate a Roma Virtual Network. C'è il principio di uguaglianza nella raccolta delle informazioni pubblicate dalle varie fonti informative. Io col comitato di redazione del RVN rispettiamo quel principio. Facciamo del nostro meglio per far circolare le informazioni più accurate sugli eventi e le notizie relative alle comunità rom, a livello locale, nazionale e internazionale. L'accuratezza è più importante della velocità e spesso lo è anche del diritto d'informazione. Ci sforziamo di essere onesti e di mentalità aperta, di riflettere tutte le dichiarazioni significative di opinioni differenti, esplorando la gamma e il conflitto delle opinioni. Forniamo anche ugualmente notizie e opinioni dalle diverse sezioni delle comunità rom. RVN è aperto alle critiche costruttive e ai contributi che possano portare a un migliore servizio per Rom e non-Rom, a chi vuole imparare di più sulle questioni rom e contribuire al processo dell'emancipazione e dell'integrazione romanì nel mondo contemporaneo.


Suggerimenti di lettura:

Con un brano di Valery Novoselsky inedito per l'Italia

Rom e Sinti al tempo della rete

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Di Fabrizio (del 13/02/2014 @ 09:05:50, in lavoro, visitato 1400 volte)


08 febbraio 2014 - La relazione dell'Occhio del Riciclone da il punto sulla situazione dei rom nelle città italiane, in merito alle attività lavorative collegate al settore: "Occorre combinare opportunità di formazione e di reddito, creando centri di riuso e riparazione, aree di libero scambio e sportelli municipali"

ROMA - Il rapporto nazionale sul riutilizzo 2013, presentato dalla rete nazionale di operatori dell'usato e realizzato dal centro di ricerca economica e sociale "Occhio del riciclone", con il patrocinio del ministero dell'Ambiente, fa il punto sulla situazione dei rom, nelle città italiane, in merito alle pratiche e attività lavorative collegate al settore. "Siamo di fronte ad un vero e proprio know-how", racconta Gianfranco Bongiovanni, responsabile sociale del lavoro per l'organizzazione "Occhio del riciclone"- "si deve trovare il modo per formalizzare soluzioni concrete, combinando opportunità di formazione e di reddito, basterebbe seguire alcuni semplici passi, creare centri di riuso e riparazione per la raccolta e selezione dei beni usati, istituire aree di libero scambio, aprire sportelli municipali per le fasce deboli, far emergere le microimprese e costituire cooperative sociali".

Come ha fatto il comune di Torino, "che dal 2010 ha creato un'area di libero scambio dove si ritrovano Rom, comunità straniere, ex-operai, cassaintegrati. Sono due le zone in questione e una di queste è all'interno dello storico mercato del Balan, nel quartiere Borgo Dora, ed è un'area gestita dall'associazione omonima (Balan), l'altra in piazza della Repubblica, ed è l'associazione Bazar project che se ne occupa".

Riguardo a questa tematica, negli ultimi anni, "Roma ha fatto invece passi indietro nell'opportunità di includere le economie informali, all'interno di una gestione virtuosa del ciclo dei rifiuti e nell'inclusione sociale di queste attività". "Il comparto dell'usato è un ammortizzatore sociale naturale, poiché chi ha mancanza di capitali la prima cosa che fa è vendere ciò che possiede oppure gli oggetti non utilizzati della propria rete di conoscenze, questi beni costituiscono una risorsa economica per il sostentamento del proprio nucleo familiare", dice Bongiovanni. Con il tempo, questi mercati, dove lavoravano i Rom, sono stati chiusi, creando così fenomeni di caporalato e taglieggiamento a operatori Rom, spingendoli tra l'altro a portare le loro mercanzie in aree non autorizzate, quindi esponendoli ancora di più al rischio di infrazioni e di ritiro della merce".

Realizzare un area legale di libero scambio in territorio romano potrebbe essere una maniera interessante per consentire una formalizzazione graduale di questo tipo di attività. "Nel rapporto sul riutilizzo 2013 ci sono delle indicazioni che possono aiutare gli amministratori locali a intraprendere dei percorsi per l'istituzione locale alla creazione di questi spazi anche con una certa celerità perché le esigenze dovute anche alla crisi economico-sociale sono sempre più pressanti", racconta Dongiovanni. "Intorno al riutilizzo stanno nascendo realtà interessanti come quelle della riconversione di spazi lavorativi, come le ex officine per la manutenzione dei treni di Roma o l'ex Maflow di Milano. Sono tante le persone che insieme ai figli, attraverso l'attività di rivendita dell'usato, riescono a mandare avanti la famiglia, come persone che volevano intraprendere una loro attività, ma che non sono riuscite a emergere a causa delle difficoltà della normativa attuale". "Senza dubbio, conclude Bongiovanni, il problema è la mancanza di spazi autorizzati dove commercializzare beni usati, al fine di poter rendere questa attività un vero e proprio progetto di vita".

© Copyright Redattore Sociale

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Di Fabrizio (del 12/02/2014 @ 09:03:32, in blog, visitato 876 volte)


View Europe in larger map

Ecco fatto. C'è stato persino un sondaggio e il risultato non lasciava dubbi.

Mi fanno ancora male i polpastrelli, ma è stato divertente. MAHALLA EU è online..

Numero zero per due ragioni:

  1. s'è fatto avanti un finanziatore, appena definiti gli accordi si inizierà con uscite regolari;
  2. nel frattempo, che parliate inglese o meno, dategli un occhio e segnalate errori, bug, suggerimenti e tutto quanto serva per passare dalla VERSIONE BETA ad una definitiva e perfettamente funzionante.

A quel punto si procederà con un aggiornamento settimanale.

Sappiate che stiamo cercando traduttori dall'italiano all'inglese. Per chiarimenti e contatti, inviare un'email.

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Di Fabrizio (del 11/02/2014 @ 09:09:23, in musica e parole, visitato 1510 volte)

RADIO3.RAI

Lo Spirito nomade: viaggio nella religiosità dei rom e dei sinti
Con Giorgio Bezzecchi, Graziano Halilovic, Daniele Degli Innocenti, Lucia La Santina e Viola Della Santa Casa

Ancora uno sguardo di Uomini e Profeti fissato su ciò che è minoritario, laterale, recessivo nella scala di valori della cultura ufficiale e dei grandi dibattiti. Nella puntata di oggi ci incamminiamo lungo le strade percorse dallo Spirito nomade, per entrare nella religiosità che abita i margini, quelli lungo i quali si spostano e si soffermano le carovane dei rom e dei sinti. Una religiosità permeabile che accoglie ciò che incontra e lo assorbe, facendone una devozione semplice e forte, che non ha nulla di esotico, proprio come i campi nomadi in cui viene vissuta, o per dirla in modo più politicamente corretto, le microaree. Le microaree come quella dei sinti evangelici del quartiere di San Basilio, nella periferia di Roma, dove abbiamo incontrato il pastore evangelico Daniele Degli Innocenti, Lucia La Santina e Viola Della Santa Casa, che parlano con discrezione e consapevolezza della loro fede, del loro risveglio, della loro chiesa costruita con le proprie mani, nella quale ci siamo seduti a parlare, mentre i rumori del vicino raccordo anulare e un pauroso nubifragio rendeva la periferia romana ancora più livida.
Con gli ospiti in studio, Giorgio Bezzecchi, Graziano Halilovic rom khorakhanè, ovvero musulmano, arricchiremo di ulteriori tessere il mosaico di un'appartenenza religiosa mutevole come le terre che attraversa.

Suggerimenti di lettura
L. Narciso, La maschera e il pregiudizio. Storia degli zingari, Melusina 1996
L. Piasere, Un mondo di mondi. Antropologia delle culture rom, L'Ancora del Mediterraneo 1999
L. Piasere, Italia Romanì, vol I, II, III, Cisu edizioni, 1996, 1999, 2002
A. Luciani, Un popolo senza territorio e senza nazionalismi: gli zingari dell'Europa orientale, in A. Roccucci, Chiese e culture nell'Est europeo, Ed. Paoline 2007, pp.275-326
Stojka Ceija, Forse sogno di vivere. Una bambina rom a Bergen-Belsen, Giuntina 2007

Parole
Cvava sero po tute
i kerava
jek sano ot mori
i taha jek jak kon kasta
vasu ti baro nebo
avi ker
kon ovla so mutavia
kon ovla
ovla kon ascovi
me gava palan ladi
me gava
palan bura ot croiuti

Poserò la testa sulla tua spalla
e farò
un sogno di mare
e domani un fuoco di legna
perché l'aria azzurra
diventi casa
chi sarà a raccontare
chi sarà
sarà chi rimane
io seguirò questo migrare
seguirò
questa corrente di ali
Versi in lingua romanés tratti da Khorakhanè, di Fabrizio De André e Giorgio Bezzecchi

Musica
Minor swing- Django Reinhardt (1910-1953), chitarrista di origine sinti, ideatore e maggiore esponente storico del Jazz Manouche (Dal cd Retrospective et. SAGA/038 164-2)

Link: Museo del Viaggio Fabrizio De Andrè

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Di Fabrizio (del 10/02/2014 @ 09:03:17, in sport, visitato 1643 volte)

Segnalazione di Nazzareno Guarnieri

di Marco Ratta su IL CENTRO | Pescara

PESCARA. E' un pescarese di origine rom la nuova promessa della Formula Renault. Loris Boggi Spinelli, campione del mondo di karting nel 2011, vuole ripercorrere le orme di Trulli e Liuzzi ed entrare nel circo internazionale della Formula 1.
Le qualità di guida sembrano esserci tutte, ma per coronare il sogno occorre il sostegno economico di qualche sponsor. Intanto disputerà questo campionato europeo di Formula Renault nella quale i piloti possono imparare i segreti prima di passare a formule superiori, come la Formula 3, la GP2 e la Formula 1.

Classe 1995 nativo di Atri e residente a Città Sant'Angelo, ha iniziato a praticare attività sportiva ad appena quattro anni, quando il padre Adriano lo ha portato per la prima volta in un circuito a Moscufo e, quando si è trattato di scegliere tra auto e moto, Loris non ha avuto dubbi preferendo le quattro ruote.
A 10 anni subito i primi risultati con il prestigioso successo nel campionato italiano a squadre di minikart categoria 60, sulla pista della Val Vibrata. E poi, uno dietro l'altro, altri importanti traguardi come la vittoria al torneo di Primavera sul circuito di Desenzano del Garda e il quinto posto al campionato internazionale WSK del 2009.
"La soddisfazione più bella", racconta Loris, maggiorenne da poco più di un mese, "me la sono presa nel 2011 quando ho vinto il mondiale a Sarno davanti al danese Sorensen. L'anno prima, per colpa di un contatto nella gara decisiva, non ero andato al di là del sesto posto ma fortunatamente mi sono preso la rivincita. Nel 2012 sono passato alla categoria 125 e ho ottenuto due podi nelle gare di campionato italiano Csai.
L'anno scorso, invece, ho avuto l'occasione di partecipare ad una gara di Formula Abarth dove mi sono piazzato terzo. Adesso c'è questa nuova opportunità della Formula Renault con il team Jenzer che spero di sfruttare al meglio per crescere".
Coraggio e freddezza sono le sue migliori qualità di guida, mentre come stile al volante ricorda più Liuzzi che Trulli. "Purtroppo per emergere non basta la bravura ma ci vuole anche fortuna", conclude Loris Boggi Spinelli, cugino del campione di mini moto Nicholas Spinelli. "I primi test a Valencia sono andati bene e spero di essere pronto per la prima prova stagionale che ci sarà a Monza a metà aprile"

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Di Fabrizio (del 09/02/2014 @ 09:02:21, in Italia, visitato 1197 volte)

Rom-Anzi Sergio Bontempelli, 6 febbraio 2014 su corriere delle migrazioni

Milano e Roma, ma anche città piccole come Pisa: le amministrazioni comunali tornano a sgomberare i campi rom. Come se non fosse cambiato nulla in questi anni

Violano i diritti umani e alimentano l'emarginazione dei rom e dei sinti. Costano cifre astronomiche (pagate dai contribuenti) e non producono risultati apprezzabili. Sono vietati dalle norme internazionali sul diritto all'alloggio, e di recente sono stati "messi al bando" anche dall'Unione Europea. Le nuove politiche del governo italiano, sintetizzate nella "Strategia Nazionale di Inclusione delle popolazioni rom", suggeriscono di evitarli, e propongono strade alternative.

Insomma, gli sgomberi dei campi rom sono - per usare un eufemismo - "vivamente sconsigliati". E per la verità sembravano anche passati di moda, dopo l'uscita di scena dei loro principali sostenitori nei "palazzi che contano": Gianni Alemanno al Campidoglio, Letizia Moratti a Palazzo Marino e Roberto Maroni al Viminale. E invece, da qualche settimana la moda sembra tornata. In grande stile.

Roma e il "metodo del rigore"

Le ultime notizie vengono dalla Capitale. Mercoledì scorso, alle prime luci dell'alba, è iniziato lo sgombero forzato nel campo di Via Belmonte Castello, alla periferia est della città: 20 famiglie rom, tra cui 40 bambini tra 0 e 12 anni, sono state allontanate con la forza dall'area. Secondo la denuncia di Associazione 21 Luglio e Popica Onlus, l'intervento rappresenta "una grave violazione dei diritti umani".

"L'azione", spiegano le due associazioni, "non è stata accompagnata da una genuina consultazione con gli interessati né dalla valutazione di adeguate alternative allo sgombero. Non si è proceduto a dare un preavviso congruo e ragionevole alle persone coinvolte. A causa dello sgombero, inoltre, i bambini interrompono il loro percorso scolastico e le famiglie rom vengono rese ancora più vulnerabili".

A dir la verità, la Giunta Marino non è nuova a queste imprese. Già nel Settembre scorso il Campidoglio aveva fatto eseguire quello che era stato definito "il primo sgombero della nuova amministrazione": 35 nuclei familiari erano stati allontanati dal campo di Via Salviati. Da allora si sono registrati diversi sgomberi, nei campi di Colle Oppio, Casal Bertone, Cesarina...

A sentire il primo cittadino, la sequenza di azioni "muscolari" si deve al nuovissimo metodo partorito dalla sua Giunta: il "metodo del rigore". "Non possiamo tollerare situazioni di insediamenti abusivi", ha spiegato lo stesso Marino il 24 Gennaio scorso, durante una trasmissione radiofonica, "nei prossimi mesi useremo un metodo di rigore. Useremo tutti gli strumenti legittimi per allontanare i rom".

Cosa ci sia di nuovo, nel "metodo del rigore", rimane un mistero: il "pugno di ferro" contro i rom era una vera e propria mania di Gianni Alemanno, il predecessore di Ignazio Marino. E difatti l'Associazione 21 Luglio non esita a parlare di vera e propria "continuità" con la passata amministrazione.

Sgomberi a Milano

Anche a Milano gli sgomberi non sembrano passati di moda. La scorsa settimana, tra Martedì e Mercoledì, un'azione congiunta delle forze dell'ordine - Carabinieri, Polizia e vigili urbani - ha definitivamente chiuso il campo di Via Selvanesco. L'area era già stata sgomberata nel Novembre scorso, il Comune aveva chiuso tutti gli accessi ma due gruppi di rom (una quarantina tra romeni e bosniaci) continuavano a dormire di nascosto al campo. Tra l'altro il terreno era di proprietà degli stessi rom: lo sgombero non era stato motivato dall'occupazione "abusiva" dello spazio, ma da ragioni igienico-sanitarie e dalla presenza di manufatti (baracche, roulotte ecc.) in violazione delle norme urbanistiche.

Nel capoluogo lombardo, peraltro, la Giunta Pisapia non ha mai smesso di sgomberare. Marco Granelli, assessore alla Sicurezza e Coesione Sociale, va dicendo da tempo che le cose sono cambiate rispetto all'era Moratti, che - certo - gli sgomberi ci sono, ma che il Comune garantisce ai rom delle soluzioni alternative dignitose. Le associazioni, però, sono di tutt'altro avviso. E negli ultimi mesi hanno lanciato accuse pesantissime contro l'operato di Palazzo Marino.

Alla fine di Novembre, ad esempio, la chiusura del campo di Via Montefeltro ha suscitato le proteste del Naga, storica associazione milanese, e anche quelle dell'European Roma Rights Center (Errc), una Ong internazionale con sede a Budapest. "Si è proceduto ad uno sgombero di più di 700 persone", accusava il Naga, "sapendo già che gran parte di queste non potranno accedere ad alcun alloggio: i posti messi a disposizione dall'amministrazione comunale sono infatti appena 200".

Grandi e piccole città: il caso di Pisa

Gli sgomberi non avvengono solo nelle grandi città: per restare ai fatti della scorsa settimana, c'è da segnalare anche l'ordinanza emanata dal Sindaco di Pisa Marco Filippeschi. Negli anni passati, gli sgomberi erano una prassi quotidiana all'ombra della Torre Pendente: ma da qualche tempo le ambizioni "muscolari" della Giunta targata Pd si erano un po' ridimensionate.

Nei giorni scorsi, il primo cittadino è tornato all'attacco, e stavolta ha preso di mira il campo di Coltano. Si tratta, per la verità, dell'unico insediamento autorizzato della città, che in tempi recenti era stato trasformato in un "villaggio": al posto delle baracche e delle roulotte, il Comune aveva fatto costruire delle "casette", in modo da rendere più dignitoso lo spazio. Come spesso accade in questi casi, non tutti i rom erano stati autorizzati a entrare nella nuova area attrezzata, e alcune famiglie si erano sistemate nei terreni circostanti: così, accanto al "villaggio" era sorto il "campo", ovviamente non autorizzato.

Da tempo si discuteva di una possibile soluzione per tutte le famiglie, e dunque dell'inserimento abitativo dei nuclei confinati nel "campo". Ma la Giunta comunale ha scelto la strada consueta: quella dell'allontanamento forzato. "Quattro nuclei verranno sgomberati", accusano Africa Insieme e Rebeldia, due sigle da sempre impegnate a fianco dei rom, "ma solo a due di questi è stata proposta una dignitosa soluzione abitativa. Le altre famiglie - nelle quali vi sono anche bambini - dovranno allontanarsi".

Peraltro, le associazioni accusano il Comune di non aver voluto trovare soluzioni: "La Regione Toscana", dicono, "ha creato tavoli di lavoro con gli enti locali per scongiurare gli sgomberi forzati. Vi sono fondi europei stanziati per progetti validi e innovativi, e già alcune città toscane hanno avuto accesso a questi fondi. Il Comune di Pisa non ha presentato alcun progetto ed è oggi il fanalino di coda delle politiche sociali sui rom, sia a livello regionale che nazionale".

Il gioco dell'oca

Sono passati due anni da quando il Governo italiano ha varato la "Strategia Nazionale di Inclusione", che chiedeva di superare il binomio segregazione nei campi / allontanamenti forzati, e che sembrava aprire una nuova stagione nelle politiche in materia di rom e sinti. Eppure, a vederla "dal basso" - da quel che accade nelle grandi e piccole città, nei territori, nelle amministrazioni locali - sembra davvero di essere tornati al punto di partenza. Come in un assurdo gioco dell'oca.

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