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La redazione
-

Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Fabrizio (del 05/05/2009 @ 08:58:11, in media, visitato 1141 volte)

Da Roma_ex_Yugoslavia

Cari Amici, Colleghi e Fratelli!

Mi chiamo Sami Mustafa, vengo dalla comunità rom in Kosovo del piccolo villaggio di Plemetina. Ho prodotto e diretto circa 20 documentari sulle tematiche rom e dei diritti umani in generale in Kosovo, Polonia (documentario promozionale) e Bosnia Erzegovina negli ultimi sette anni.

La maggior parte dei miei lavori è stata presentata in festival mondiali, e "La Strada verso Casa" (documentario) è stato premiato dalla Critica al Festival di Cannes del 2007. [...]

Quest'anno sono stato accettato alla Scuola Filmica di Praga (PFS) per un corso di un anno nella sezione documentari e premiato col dimezzamento delle tasse scolastiche dalla PFS e dalla Fondazione Ralph per una cifra di 6.900 euro. La Scuola Filmica di Praga è riconosciuta in tutto il mondo come una delle migliori, ed io sono l'unico Rom a cui sia stato concesso di studiarvi. Ho quindi bisogno di 6.900 euro per il resto delle tasse scolastiche, 2.500 per i seminari estivi che servono a terminare il corso di studio, e 2.000 per le spese vive durante l'anno. Quindi, in totale 11.400 euro per iniziare i miei studi quest'anno e non perdere la borsa di studio della PFS e della Fondazione Ralph.

Dato che la PFS è un'università privata, non ho diritto a borse di studio pubbliche per i Rom. Per questo, vi chiedo la possibilità di sponsorizzazioni/donazioni ed in cambio posso lavorare ai vostri film promozionali per le vostre compagnie, o in lavori che comprendano qualsiasi tipo di processo filmico per ripagarvi, ma sicuramente non sono in grado di ridare i fondi ricevuti in denaro.

Se avete consigli, suggerimenti o volete farmi da sponsor, potete contattarmi a romawood@gmail.com [...] Ulteriori dettagli sul corso universitario, sui miei film o la mia biografia, li trovate su www.romawood.org o anche www.myspace.com/sami_mustafa

Sperando di sentirvi presto, in fede

Sami Mustafa
Plemetina Obilic 28213
10000 Pristina, Kosovo

Tel: +381 28 467813
Mob: +381 65 6594567 | +377 44 908234

 
Di Fabrizio (del 04/05/2009 @ 16:39:17, in media, visitato 1109 volte)

Incredibile! Basta una storia strappalacrime perché uno dei più razzisti giornali italiani decida di fare quello che sarebbe il suo compito: informare e non fare da altoparlante ad una sola voce (quella del più forte, di solito). Riporto tutto il pezzo, non perché sia veritiero o magari commovente al punto giusto, ma perché in tutta la vicenda del un padre di un personaggio pubblico, nessuno prima aveva voluto sapere anche la sua versione.

INTERVISTE 04/05/2009 - Si chiama Sahit Berisa, ha 39 anni ed è il padre di Ferdi, il vincitore dell'ultima edizione del Grande Fratello. Oggi vive in un campo nomadi del Centro Italia e ha rilasciato una lunga intervista al settimanale Di Più, nella quale si rivolge direttamente al figlio "Quando ti ho portato sul gommone in Italia, volevo solo il tuo bene". Sul suo conto sono state dette tante cose, il figlio ha raccontato con amarezza la sua triste infanzia ma ora Sahit cerca un riavvicinamento, giurando: “non voglio i tuoi soldi”.

Tutto è iniziato con la separazione in casa, tra i genitori del giovane rom: “Io e mia moglie non andavamo più d’accordo, litigavamo sempre. Io avevo le mie colpe, non ero un marito perfetto, un padre perfetto, non trovavo un lavoro stabile, continuavo a vendere stracci e a vivere alla giornata, a volte facevo tardi, esageravo con il bere. La vita a casa nostra era diventata impossibile, mia moglie aveva un altro e non mi voleva più. Lei al Gf, rivolgendosi a Ferdi, ha raccontato che la maltrattavo che ero io ad avere un’altra ma non è così. Non so perché mia moglie scarica tutte le colpe su di me, so che la verità è che ormai non potevamo più stare insieme..."

"Ricordo che me ne sono andato di casa dopo un brutto litigio. Mi sono trasferito da un mio parente e fin da quel momento il mio unico pensiero è stato il bene dei figli. A casa mia non ci potevo più tornare perché mia moglie mi cacciava, il suo nuovo uomo non mi faceva entrare, non mi facevano vedere i bambini. Se mi avvicinavo mia moglie urlava: "'Ho una nuova vita, qua non c'è posto per te vattene!". Ho provato a mettere a posto le cose, ma non ci sono riuscito. Mi tormentavo, sapevo di avere sbagliato anch'io: la mia vita disordinata, la mancanza di un lavoro, non mi avevano dato la possibilità di garantire alla mia famiglia la serenità, e la situazione era tracollata. Mi ero ritrovato da solo. E mi preoccupavo per Ferdi, perché senza un padre accanto qualcuno poteva metterlo fin da piccolo su una brutta strada, in una realtà come la nostra, di grande povertà. Tanti amici, tanti parenti, mi dicevano che Ferdi e sua sorella non erano sereni a casa con la mamma...".

"Allora, mi sono detto che c'era un solo modo per risolvere il problema: portare via i figli da quella casa. Così ho organizzato tutto. In una valigia ho messo qualche vestito; sono andato di nascosto a prendere i bambini. Ho portato Elfa da mia mamma, in un paese vicino, e le io detto: "Mamma, crescila meglio che puoi: se viene mia moglie a cercarla. spiega che Elfia sta meglio con te". Poi, sono andato via con Ferdi. Lui allora aveva 9 anni. Volevo andare in Italia con un gommone, assieme ad altri come me, come noi, perché tutti dicevano che in Italia c'era la ricchezza, che si poteva trovare la felicità. Tanti rom come me fanno così, anche questo fa parte della nostra storia, del nostro modo di vivere. Avevo organizzato il viaggio con persone che conoscevo. Mi è costato tre milioni, una cifra enorme. Avevo raccolto tutti quei soldi facendo debiti con alcuni miei parenti, avevo promesso che in Italia avrei trovato un lavoro e avrei restituito tutto. Ricordo solo che Ferdi, quando siamo saliti sul gommone, mi ha detto: "Papà, dove andiamo?", e io gli ho risposto: "A cercare una vita migliore, figlio mio".

Per sfamare mio figlio dovevo arrangiarmi con l'elemosina per le strade, ed ero costretto a portare Ferdi con me, non potevo lasciarlo solo. La notte dormivamo nei campi rom, il giorno lo passavamo agli angoli dei marciapiedi. Una vita dura, durissima. Alcuni come me, gente di strada che incontravo, avevano scelto una via più facile, piccoli espedienti, piccoli furti. Ma io non volevo farmi trascinare, per il bene del bambino, e continuavo ad andare avanti solo con l'elemosina. Di una cosa sono orgoglioso: in tutti quei mesi che ho passato con lui in Italia gli ho sempre dato un tetto sotto cui dormire. Non l'ho mai fatto dormire per strada. Se un giorno, con l'elemosina, riuscivo a raccogliere quaranta o cinquantamila lire, non lo portavo neanche al campo rom. Cercavo qualche pensione da poco per dargli un letto come si deve.

C'era la paura di essere fermati dalla polizia, noi clandestini senza un permesso di soggiorno. Infatti, quello che temevo è successo. Un giorno ci hanno fermato per strada. Hanno controllato i documenti e mi hanno portato via il mio bambino, perché hanno detto che non ero nelle condizioni di crescerlo. Sì, avevano ragione, ero e rimango un vagabondo senza fissa dimora, ma che cosa potevo fare? Ferdi piangeva: "Papà papà, stai con me", mi diceva tra le lacrime. Non potevo fare niente per trattenerlo. È l'ultima volta che l'ho visto, ricordo i suoi occhi gonfi e il suo sguardo spaventato. Non mi hanno neanche voluto dire dove lo portavano. "Ecco, Sahit", mi dicevo "hai sbagliato tutto". "Hai perso tutto", mi ripetevo. "Tuo figlio te l'hanno portato via, tua figlia non sai come sta, non hai più nessuno". Ero disperato. Ricordo che ho preso un treno per raggiungere il campo rom dove ho gli amici più cari. Ma non ho dormito in roulotte. Ho dormito per una settimana sulla spiaggia, al freddo. Questo è successo dodici anni fa, nel 1997, quando Ferdi aveva 10 anni, dopo che eravamo stati insieme un anno in Italia. È allora che mi sono perduto”.

“Quando ho perso mio figlio, sono morto dentro e sono finito su strade sbagliate. Ho cominciato a rubare, ho ripreso a bere. Sono finito in carcere quattro volte, ho condiviso anche una cella con dodici persone e un solo bagno per tutti. A volte mi ha sfiorato il pensiero di farla finita, ma non ho avuto il coraggio perché, in fondo continuavo ad avere un obiettivo, ritrovare i miei figli, riabbracciarli. La mia era ed è una vita da fuggitivo, disgraziato. Ma non ho mai smesso di pensare a Ferdi. Chiedevo di lui ai parenti che vivono nei campi rom. Sì, perché tra noi ci si aiuta, se si può. Siamo tanti, sparsi ovunque. Una volta un cugino mi ha detto che forse Ferdi era a Cagliari mi sono precipitato là. in un istituto religioso. Ma non mi hanno neanche fatto entrare”.

“Dopo tante ricerche, tre o quattro anni fa, sono riuscito ad avere il suo numero di telefono tramite un nostro parente. L'ho chiamato con le mani che mi tremavano e gli occhi lucidi. Ma lui, mio figlio, è stato freddo, mi ha detto solo: "Papa, quando sarò pronto mi farò vivo", e ha messo giù il telefono senza neanche dirmi dove era. Allora, sono stato male, ho pensato che ce l'aveva con me, che non mi perdonava la vita che gli aveva fatto fare, e chissà cos'altro.
Io cercato di capire, ho fatto tante telefonate, finché un parente che è rimasto in contatto con lui mi ha detto che Ferdi aveva saputo brutte cose sul mio conto e non voleva vedermi: pensava che l'avevo portato via con la forza da casa, diceva che l'avevo picchiato e che lo avevo costretto a rubare”.

“Mi trovavo nel campo rom della Romagna quando Davide, un mio amico, mi ha detto: "Sahit, credo proprio che tuo figlio sia in televisione". Tutti là, infatti, sanno da anni la mia storia, sanno di Ferdi, del mio tormento. Non volevo crederci: mio figlio in televisione? Quando ho visto Ferdi, al Grande Fratello, ho fatto salti di gioia. Vedere che stava bene, che è bello, che è sano mi rendeva contentissimo. L'ho baciato sullo schermo, ho pianto. Per tre mesi ho guardato sempre Ferdi, attaccato alla televisione. Ho seguito tutto, mi sono emozionato, ho riso, ho pianto. Sono stati i tre mesi più belli della mia vita. Ho visto il messaggio della mamma, la mia ex moglie, mi accusava di averla maltrattata, e ho sofferto. Allora, ho contattato la redazione del Grande Fratello, ma mi hanno detto che Ferdi non voleva vedermi. Lo immaginavo, lui pensa che io sia stato cattivo con lui. Poi, ho rivisto mia figlia in televisione che parlava dalla Germania con Ferdi che era nella Casa. Anche lei non la vedevo da moltissimi anni, e ho pianto ancora. Poi, mi sono arrabbiato quando Gianluca, il concorrente di Napoli, ha accusato mio figlio di volere fare piangere con la sua storia e gli ha dato una spinta. Poi. sono stato contento quando Ferdi ha raccontato di essere cresciuto bene all'istituto Don Orione e con un'altra famiglia. Ho applaudito quando Ferdi ha baciato Francesca e ho festeggiato con i miei amici rom quando ha vinto. Così sono come rinato”.

“Quando Ferdi è uscito, ho tirato nuovamente fuori il bigliettino su cui anni prima avevo segnato il suo numero. Non sapevo se chiamarlo o no, ero combattuto. Ho deciso di chiamarlo dopo che a un giornale, il vostro Dipiù, Ferdi ha detto che poteva dimenticare il passato, e che poteva pensare di riabbracciare me, suo padre. L'ho chiamato con il cuore che mi batteva: "Figlio mio. sono tuo padre...", gli ho detto. Ma lui, proprio come aveva fatto anni prima, mi ha interrotto e ha detto: ' Papà, mi farò vivo io quando sarò pronto, ora devo andare". In quel momento, ricordo, sono crollato su una sedia, con gli occhi gonfi. Lo so, forse ho chiamato troppo presto, ma ho agito d'istinto, non potevo aspettare, Ferdi ha bisogno di tempo. Lo so. lui pensa ancora che io ho fatto del male, e non sarà facile fargli cambiare idea dopo tanti anni”

“Lo so. forse qualcuno, lui stesso pensa che adesso io mi sono fatto vivo perché è ricco famoso. Ma non è così. Non ho mai avuto una casa. Vivo con i vestiti che trovo. E credo di avere pagato per gli errori che ho fatto. I guai e l'amarezza mi hanno consumato nel corpo e nella mente. Da quando ho perso mio figlio, non ho più avuto un obiettivo. Ho solo il pensiero fisso di rivedere lui e la sorella. Il Grande Fratello ha riportato la speranza, mi ha fatto ritrovare mio figlio. Il mio sogno è uno solo. Abbracciare, anche solo per un minuto. Ferdi e sua sorella, parlare con loro...".

 
Di Fabrizio (del 04/05/2009 @ 09:07:10, in media, visitato 1166 volte)

Da CinemaItaliano.info

30/04/2009, 20:43 - Delle immagini in bianco e nero, che provengono dal passato: un accampamento di Rom colto in alcuni momenti tipici della sua quotidianità: le donne accudiscono i bambini, gli uomini battono il rame….. su queste immagini di repertorio la voce off di un'anziana rom kalderasha, Emilia, racconta degli spostamenti continui, del montaggio e smontaggio delle tende nei diversi paesi toccati dal loro incessante cammino di zingari, sempre alla rincorsa delle sagre e delle feste patronali.....

... Il volto di Emilia oggi, segnato dal tempo e dalla vita, che prosegue il suo racconto all’interno della piccola roulotte in cui vive, nell’accampamento nel cortile dell’ex foro boario di Testaccio, a Roma…..

... Rasema ha venti anni meno di Emilia, ma non si direbbe: il suo volto di sessantenne è segnato da rughe profonde, anche se la sua espressione mantiene un che di infantile, specialmente quando sorride. Ci racconta del suo arrivo in Italia dalla Bosnia, nel lontano 1969, con il marito e un bambino piccolo in braccio.

Oggi vive nel piccolo campo all’Arco di Travertino, circondata dall’affetto e dal rispetto dei figli e degli innumerevoli nipoti. E il suo modo di vedere la vita, tradizionale, “all'antica”, dissolve.....

... Nel racconto delle esperienze di Umiza, romnì bosniaca che ha da poco superato la trentina e che è arrivata in Italia da Mostar quando aveva solo pochi mesi. Oggi vive in un container del villaggio attrezzato di via Cesare Lombroso, accanto ai suoi anziani genitori e ai fratelli.

Un marito perennemente in galera, la fatica di portare avanti la famiglia e far crescere i suoi due figli da sola..... la vita non è affatto semplice per Umiza, che si arrangia recuperando materiali di ogni genere nei cassonetti della spazzatura, per poi rivenderli nel mercatino aperto vicino al campo…..

... La stessa forza di Umiza anima le attività di Sevla, romnì quarantenne che è riuscita ad uscire dal campo di vicolo Savini e a garantire un tetto ai suoi otto figli occupando una casa abbandonata. Sevla è un'ottima ballerina di danze balcaniche e una donna forte, espansiva e solare. Ha messo a frutto le sue capacità creative con determinazione e passione, insegnando le danze tradizionali rom e avviando un'attività di piccolo artigianato. Tutta la vita di Sevla risente della presenza del ricordo del fratello morto oramai quasi vent'anni fa, il celebre poeta zingaro Rasim Sejdic, come dimostra anche l'educazione che ha scelto di dare ai suoi figli, così orientata verso l'espressione artistica,.....

... E la passione per la danza, che pratica con impressionante bravura, Daniela l’ha ereditata proprio dalla madre. A diciannove anni Daniela ha rifiutato con serena determinazione lo stile di vita tradizionale della sua comunità che le proponeva un matrimonio precoce e il ruolo di madre e moglie sottomessa al marito. Il suo principale obiettivo è invece quello di cambiare le sue condizioni di vita: chiudere definitivamente con la vita del campo nomadi, trovare un lavoro che le permetta di rendersi autonoma, ma senza rinunciare a divertirsi, come è nei desideri di qualsiasi ragazza della sua età.....

... E una voglia quasi sfrenata di vivere pienamente la sua giovinezza caratterizza lo stile di vita di Mirela, ventenne che vive nel villaggio attrezzato di via dei Gordiani. Mirela è una forza della natura: volitiva, travolgente, sensuale, con un modo tutto suo, sincero e diretto, di esprimersi. Non veste “alla zingara”, rifiuta anzi di indossare le tradizionali lunghe gonne a fiori e frequenta comitive di ragazzi italiani, rifuggendo la compagnia degli altri Rom. Questo suo comportamento la mette in cattiva luce dentro la comunità: non sono in pochi, e non solo gli adulti o gli anziani ma anche le sue coetanee, a considerarla una “poco di buono”.....

... Charlotte, invece, è una diciottenne che è riuscita a gestire armoniosamente e con consapevolezza il rapporto difficile tra il mondo dei Rom e il mondo dei “Gagé”: ha conseguito la licenza media, si è iscritta al corso per volontaria del servizio civile e ha iniziato a fare le prime esperienze come mediatrice culturale nella scuola elementare vicina al campo di Testaccio, dove vive con la sua famiglia. Ma la dolcezza del suo volto è contraddetta dal guizzo ribelle dello sguardo, quando ricorda con orgoglio di essere sempre riuscita a ribellarsi agli aspetti più arretrati della sua cultura di origine.

 
Di Fabrizio (del 02/05/2009 @ 09:27:51, in media, visitato 1275 volte)

Da Roma_Daily_News

 (se non si leggesse bene, il link è http://www.youtube.com/watch?v=g7oHeqPj35s)

Il video messaggio di Mrs. Clinton per la nostra Giornata Mondiale [dei Rom] (8 aprile 2009) è ora online sottotitolata in lingua rromanì

O video-mesàźi e Raniaqo Clinton vaś amaro Sundalesqo Dives (8-to Grastornaj 2009) si p-o internet p-i rromani ćhib.

Asociàcia “E Rromenqo Krlo” – association “La voix des Rroms” – NGO “The voice of the Rroms”

 
Di Fabrizio (del 01/05/2009 @ 09:01:57, in media, visitato 1338 volte)

Da Osservatorio Balcani una storia che rischia di essere già vecchia

28.04.2009 scrive Rando Devole

Ferdi Berisha, rom montenegrino, ha vinto la nona edizione del Grande Fratello. L'evento ha avuto un fortissimo impatto mediatico. Ma perché sfonda una notizia così? Perché in realtà non è solo una notizia ma la fine di una storia e Ferdi l'eroe perfetto. Un commento

In tempi normali non sarebbe stata una notizia. Eppure la vittoria del Grande Fratello 9 da parte di un giovane rom, di nome Ferdi Berisha, ha fatto il giro dei telegiornali, della stampa e dei blog in pochissimo tempo. Tutti a raccontare e commentare la “straordinaria” storia del rom venuto dai Balcani, e precisamente dal Montenegro, tra mille difficoltà e peripezie, per poi trionfare nell’arena più cruenta della tv. Un trionfo che ha spiazzato non solo i critici della trasmissione, ma anche chi la snobbava. Infatti, la vittoria di Ferdi non è una notizia qualsiasi. È una di quelle che oltre all’attenzione, esige per forza la nostra partecipazione emotiva, che non è difficile scorgere tra le righe giornalistiche o le immagini televisive.

Ma perché ci piace una notizia del genere? Perché in realtà non è una notizia, ma la fine di una narrazione, cioè di una storia. E da che mondo è mondo le storie, specie se raccontate con arte, piacciono al grande pubblico, che dalla tv chiede soprattutto trame ed emozioni. Ecco, alla storia di Ferdi non mancava niente per essere una gran bella storia. Gli ingredienti c’erano tutti: il personaggio principale veniva da lontano (Montenegro), il viaggio era stato avventuroso (gommone), aveva una vita travagliata (famiglia divisa), era diverso (rom), era integrato (italiano perfetto) e così via. Bastava aggiungere una love story all’interno della casa del GF, un paio di interviste commoventi con familiari distanti, un duello impressionante con un altro contendente, e sarebbe venuto fuori, così com’è stato, uno dei piatti più ghiotti della tv italiana. Il trionfo finale, con tanto di musica, coriandoli, luci, ballo, smoking e colori, ha trasformato Ferdi definitivamente in un eroe da favola.

La storia di Ferdi era vincente anche per la sua moderazione. Era sfigato ma non troppo, era diverso ma non troppo, era simile ma non troppo, era ingenuo ma non troppo. Inoltre, presentava una molteplice e articolata diversità; era immigrato e rom insieme, straniero e italiano, vittima e superstite. Proprio per questo la sua diversità non è stata percepita convenzionalmente, perché usciva dai canoni consunti della diversità sbattuta sui media. A questa sua inedita e fresca diversità va attribuita in gran parte la vittoria al GF 9. Infatti, si tratta di una diversità accettabile ed accettata, perché in sostanza non stridente per il senso comune.

E il sociale c’entra con tutta questa storia? C’entra, eccome, perché ogni storia ha un suo contesto sociale. E non si può ignorare un contesto italiano dove l’integrazione degli immigrati e la discriminazione dei rom sono tra i primi temi imperativi di una società impaurita. Ma come vanno interpretati i titoloni sul giovane rom che conquista l'Italia o sul suo riscatto sociale? Si potrebbero vedere, secondo Aldo Grasso, come un alibi collettivo. Infatti, un rom che stravince il GF cosa significherebbe per qualcuno se non l’inconsistenza della discriminazione sociale in Italia? Effettivamente, la vittoria di Ferdi è stata liberatoria un po’ per tutti. La sua esplosione di gioia potrebbe essere vista come una chiara risposta alle accuse europee di discriminazione e alle indagini televisive sui campi rom. In questo senso Ferdi è tutti noi, dato che una favola si può realizzare solo in un contesto positivo, perbene, che permette alla favola di diventare tale.

E qui si presenta il nodo del problema: i reality show rappresentano la realtà sociale, e più in generale, la tv rappresenta la realtà? I temi sono immensi, ma due cose in merito si possono dire. Intanto, laddove si parla di show, sarebbe difficile parlare di realtà. Poi, laddove c’è una telecamera c’è un punto di vista, dunque una dichiarata soggettività. Tuttavia, al pubblico televisivo che si sintonizza sul GF non interessa tutto questo. Interessa il fatto che sta vedendo e vivendo in diretta una storia emozionante. Che poi la TV rappresenti il surrogato della realtà e non la realtà è un altro paio di maniche. Spiegare la passione del pubblico con l’identificazione con i protagonisti è azzardato stavolta. Con un rom dichiarato è difficile identificarsi, anche perché ha una storia tutta particolare. Diciamo che il pubblico si è identificato con se stesso, creando virtualmente un contesto sociale che gli sarebbe piaciuto fosse vero. Una società in cui anche i rom ce la fanno, senza problemi, senza discriminazioni.

Quindi quella specie di “zoo” televisivo volontario, le cui telecamere seguono tutti i movimenti dietro le sbarre di vetro, finisce per diventare una realtà, anzi una realtà politicamente corretta, dove coltivare sogni sociali. L’integrazione? Anche questa diventa una questione catodica, anzi modernamente plasmatica. Gli immigrati ce la possono fare in una realtà del genere, dura sì, ma generosa alla fine. Il riscatto c’è stato: individuale (di Ferdi) e collettivo (del pubblico televisivo). Ma c’è stato anche quello della trasmissione, forse l’unico vero riscatto. Infatti, ci vuole arte per trasformare una persona in personaggio e un personaggio in eroe. Il successo ha perfino oltrepassato i confini. Un articolo di un giornale albanese, nel vortice dell’esaltazione incoronante, ha tentato di impossessarsi dell’origine di Ferdi: è albanese, dice, ma non l’ha mai dichiarato. Chissà che ne pensano i montenegrini. Saranno arrabbiati? Allora è vero che i Balcani producono più storia di quanta riescono a consumare… Comunque, risulta patetico, quando si pensa, che solo poco tempo fa, quando i telegiornali davano una qualsiasi etnia ai rom, ci si infuriava come bestie per questo equivoco imperdonabile.

La colpa, in verità, è della storia. È troppo bella per non impadronirsene. C’è dentro tutto quello che vorremmo essere. Una società tollerante, bella, a lieto fine, dove vince il migliore. Conta, ovviamente, anche il merito. E il merito nella trasmissione si misura per mezzo delle sofferenze personali. La storia personale di Ferdi è esemplare in questo senso. Operaio semplice, bravo ragazzo, povero, con un’infanzia difficile, senza famiglia, solo, con tanti sogni nel cassetto. Basta poco per stuzzicare l’onnipotenza del pubblico televisivo, che decide di realizzare i sogni del rom balcanico in un batter di telecomando, dandogli la vittoria e trasformandolo da sfigato televisivo in divo televisivo. Al rom immigrato, basta una trasmissione per avere i soldi, il lavoro, l’amore, la famiglia. La Cenerentola non ha nulla da invidiare. Tutto ciò è comprensibile, umanamente e mediaticamente parlando. Rimangono però aperte le questioni della realtà e della generalizzazione. È vero che i rom si sono riscattati con questa vittoria? È vero che non esiste più la discriminazione? È vero che l’integrazione è ormai riuscita? Oppure questa è un’altra storia?

 

Da milano.blogosfere.it (vedi QUI ndr). In calce, due video girati la scorsa proiezione milanese del 15 aprile.

Parlare di rom senza pregiudizi è un'impresa molto difficile, specialmente adesso e specialmente a Milano dove ogni tre per due sgomberano campi e continuano a "spostare" il problema senza affrontarlo in maniera definitiva. Qualche settimana fa era stata sgomberata la baraccopoli della Ghisolfa, e solo due giorni fa quello in viale Cassala e via Giordani.

Due registi milanesi, Toni­no Curagi e Anna Gorio, hanno provato a raccontare la vita di un campo rom, e più precisamente quello in via San Dionigi 93 in un documentario. "Via San Dionigi 93" è stato prodotto dalla Provincia di Milano ed è stato presentato allo Spa­zio Oberdan.

Noi lo abbiamo visto: si tratta di 70 minuti di film tratti da oltre 50 ore di girato. Le riprese sono durate più di due anni. E' uno squarcio di vita quotidiana del campo rom situato vicino all'abbazia di Chiaravalle, che è stato colpito più volte da incendi ed è stato distrutto dalle ruspe comunali nel 2007. E che proprio qualche giorno fa è tornato alla ribalta.

Non c'è commento, non ci sono interviste: la videocamera diventa volutamente un occhio indiscreto che curiosa senza intervenire e mostra la realtà così com'è (a tratti però ci si perde un po', ma è l'effetto realtà se così possiamo chiamarlo).

Anche se in alcuni momenti si vorrebbe approfondire di più il tema che si sta trattando (e vedere di più) il risultato è un quadro sommario che è molto utile per chi lo guarda per osservare una realtà che spesso conosciamo solo dalle pagine della cronaca. Sarebbe bello vedere anche un "sequel", con altri spezzoni di documentario.

Abbiamo avuto l'opportunità di fare una breve chiacchierata con i registi

 

 
Di Fabrizio (del 21/04/2009 @ 09:22:17, in media, visitato 1347 volte)

Da British_Roma

Travellers’ Times l'unica rivista nazionale per i 300.000 Zingari e Viaggianti di Bretagna, diventa più veloce, più forte e più grande.

TT Online lanciato nella Giornata Internazionale dei Rom - 8 aprile 2009 - con notizie, film, radio, cultura e commenti di, per e sulle comunità britanniche Rom e Viaggianti.

Il nuovo sito web (cliccare sull'immagine ndr) è stato sviluppato da The Rural Media Company, col finanziamento del Dipartimento per l'Infanzia, le Scuole e le Famiglie.

"Se la gente commercia su Ebay o si tiene in contatto attraverso Bebo o savvychavvy.com, e con sempre più di noi che adoperano internet, è tempo di avere uno spazio web che dia, ai nostri punti di vista, giustizia", dice Jake Bowers, il giornalista romanì, che è il nuovo direttore di TT Online.

Il sito offrirà un alto livello di interattività: opportunità per i giovani di mostrare i propri successi, le proprie musiche e fotografie; per genitori ed insegnanti di trovare e vedere risorse scolastiche sulla storia e cultura dei Viaggianti; per i Viaggianti di mantenersi aggiornati su notizie, sanità e tematiche legali; per il pubblico settore di trovare di più su questa comunità incompresa e un modo di comunicare direttamente con loro via editoriale ed inserzioni.

"Se tutti gli Zingari e Viaggianti si riunissero in un posto, saremmo un città delle dimensioni di Cardiff, Nottingham o Belfast." scrive Jake Bowers, "ma non siamo in un posto solo (per fortuna, direbbe qualcuno!). Per lo meno, avremmo un nostro proprio giornale e una stazione radio locale. TT Online sarà una combinazione di tutte queste cose ed anche di più."

[...]

 
Di Fabrizio (del 20/04/2009 @ 09:44:40, in media, visitato 1528 volte)

Segnalazione di Eugenio Viceconte

cliccare sull'immagine per vedere la foto a grandezza originale

 
Di Fabrizio (del 14/04/2009 @ 00:10:14, in media, visitato 1601 volte)

Da venerdì 17 aprile a sabato 23 maggio 2009
presso XYZ -spazio espositivo multidisciplinare per le arti applicate - Via Inferiore, 31 - 31100 TREVISO
info: info@c151.com 0422 1780383

Con la collaborazione di Mauro Raspanti e la Scuola di Pace (Bologna).
Fotografie di: Giorgio De Acutis (Roma), Fabio Del Piano (Roma), Valter Molinaro (Milano), Marco Donatiello (Torino), Eugenio Viceconte (Roma).

"Zingari d'Italia" una mostra dedicata alla libera condivisione delle immagini fotografiche.
Nel 2007, dopo l'omicidio di Giovanna Reggiani per mano di un abitante del campo nomadi di Tor di Quinto, si scatenata in Italia una massiccia campagna politica e mediatica contro la popolazione Rom e Sinta.
L'antico conflitto a bassa intensità contro gli zingari, da sempre percepiti come rappresentazione vivente del "corpo estraneo" -irriducibilmente asociale,"ostinatamente" diverso, insopportabilmente misero- esplode di colpo portando con sé un seguito di ordinanze di sgombero e interventi della pubblica autorità, accompagnati prima da un'attiva partecipazione dei mezzi di informazione con fotoreportages e articoli di sapore razzista-, poi da disgustosi atti di violenza della popolazione "civile" (incendi dei campi e aggressioni).

Durante questa campagna, ancora in corso, Giorgio_72, crea su Flickr un gruppo di condivisione fotografica chiamato "Zingari d'Italia".
Oggi, a due anni dalla sua nascita il pool del gruppo conta più di ottanta membri, fotografi professionisti, amatori e occasionali che regolarmente postano le loro immagini scattate nei campi nomadi.

Abbiamo deciso di metterle in mostra per riflettere su quanto il consumo di queste immagini, meno selezionate e meno funzionali alle esigenze di propaganda dell'editoria tradizionale, stiano cominciando a mutare radicalmente il nostro rapporto con la fotografia. "Zingari d'Italia" rappresenta un esempio di come la fotografia digitale e i suoi mezzi di diffusione virtualmente"illimitati e gratuiti" stiano mettendo non solo in crisi il reportage professionale, ma soprattutto stiano erodendo il nostro rapporto con l'immagine ottica.

Le immagini di "Zingari d'Italia", esposte assieme a una collezione di copertine illustrate sui settimanali italiani dal primo novecento al tardo dopoguerra, sembrano liberarci almeno un po' da quell'iconografia fantasiosa dello "Zingaro" romantico-nomade-criminale-asociale-subumano.

 
Di Fabrizio (del 13/04/2009 @ 09:01:07, in media, visitato 1275 volte)

Da Roma_Daily_News

CivisMedia.eu

Lashi Vita è stato nominato per il Premio Televisivo Europeo CIVIS (Premio Media per l'Integrazione del Parlamento Europeo). Ci sono solo altri 3 nominati nella nostra categoria, selezionati tra centinaia di programmi televisivi di tutta Europa. La cerimonia di premiazione si terrà nel Parlamento Tedesco il 7 maggio. Il premio sarà consegnato dal Dr. Hans-Gert Pöttering.

Lisha Vita significa "bella vita" in un misto di lingua rom e di italiano, usato dagli immigrati rom in Italia. Questo documentario è stato girato ad agosto e settembre 2008 in Italia, dove l'uccisione nel novembre 2007 di una donna italiana da arte di un immigrato rom ha causato un'ondata senza precedenti di discorsi anti-Rom, politiche xenofobe e violenze razziali contro i Rom, reminescenza dei giorni più bui della storia europea.

La giornalista rom Katalin Barsony riporta l'esplosiva atmosfera di Napoli nel Meridione risalendo a Nord verso Roma. Una situazione esplosiva in cui la legislazione UE sui diritti umani sembra essere diventata irrilevante. In cui la libertà d'informazione è in pericolo come quando la troupe televisiva viene fermata dalla polizia a Roma (vedi QUI ndr). In cui la mutua paura sembra avere indirizzato un'intera nazione. Questo reportage girato in una delle più antiche e grandi democrazie in Europa, solleva serie domande sul significato di democrazia e sul ruolo della legge e le fragili basi in cui giacciono la civiltà europea e l'Unione Europea.

Grazie per tutto il vostro appoggio!

Katalin Barsony
Mundi Romani
www.mundiromani.com

 

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